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Forse, grazie a Italia Nostra e alla mobilitazione dei sapienti, una nuova fase nella vicenda della privatizzazione della città e della distruzione del suo destino. Le Autorità saranno piegate dalla ragione e dalla legge? Vedremo, con l'anno nuovo. La Nuova Venezia, 21 dicembre 2012
«La Torre Cardin? Una torre di Babele, massima espressione di quella concezione che vuole Venezia nuova Disneyland, svuotata di abitanti e produzione, città di cartapesta più che città storica. Occorre fermare i nuovi barbari, che di Venezia hanno fatto il massimo bersaglio». Lo storico dell’arte Salvatore Settis, ha esordito così davanti ai soci dell’Accademia delle Iscrizioni delle Lettere di Francia. Una lectio magistralis replicata all’Ateneo veneto e pubblicata quasi integralmente sulla Suddeutsche Zeitung. E un grido di allarme contro la realizzazione di quello che viene definito «un ecomostro». Quella di Settis è una delle centinaia di firme dell’appello «Cardinnograzie» (visibile sull’omonimo sito) inviato al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per fermare il grande progetto in riva alla laguna. Progetto che però, sostenuto dagli enti locali veneziani va avanti. Stamattina in Regione è convocata la prima Conferenza dei servizi che dovrebbe esaminare la documentazione. Un atto che prelude alla firma della convenzione tra Comune e lo stilista italo-francese, da cui il Comune dovrebbe ricavare 40 milioni di euro per la vendita dei terreni necessari alla costruzione delle infrastrutture dell’opera. Gli altri terreni sono di proprietà di privati, del gruppo Mevorach e di Damaso Zanardo con cui sono stati sottoscritti dei preliminari.

Ma c’è un nodo da sciogliere. Secondo il ministero dei Beni culturali il progetto va esaminato dalla Soprintendenza per via del vincolo paesaggistico. Vincolo che ne impedirebbe l’approvazione senza che ci sia stato il parere, appunto, della Soprintendenza. Tesi sostenuta anche dai legali di Italia Nostra, che hanno inviato nuova documentazione al ministero, alla Procura di Roma e ai carabinieri del Nucleo Tutela del Patrimonio artistico. «Esiste il Codice dei beni culturali e del Paesaggio, diventato legge nel 2004», dice il presidente nazionale di Italia Nostra, avvocato Marco Parini, «il terreno interessato dal Palais Lumiere è escluso dalla planimetria perché esterno alla laguna. Ma l’articolo 152 prevede che nel caso di interventi per impianti civili che abbiano vista sulle aree indicate (la laguna) “siano prescritte le distanze, le misure e le varianti ai progetti idonee ad assicurare la conservazione dei valori espressi dal bene protetto”». Dunque, scrive Parini al ministro Ornaghi, «l’impatto paesaggistico devastante, di giorno e di notte, del nuovo grattacielo impone cautela e rispetto della legge». Legge che secondo i tecnici dell’Urbanistica sarebbe invece rispettata. «Quelle aree non sono soggette ad alcun vincolo, perché lontane dal mare», dicono, «è la tesi che Comune, Provincia e Regione sosterranno già stamani. Per dimostrare che un grattacielo, anche se risulterà il più alto d’Italia con i suoi 250 metri, circa il triplo della collina dove sorge Asolo, non ha alcun bisogno del permesso della Soprintendenza. La battigia, sostengono, non può essere parificata alle aree industriale, dove fabbriche e molti edifici sono sorti senza i pareri della Soprintendenza. La politica spinge, i tecnici hanno idee diverse. E sulla vicenda è stato presentato alla Procura di Roma un dettagliato esposto che chiede di far luce sull’intera vicenda.

Il sindaco di quella che fu chiamata Repubblica serenissima ritiene 40 milioni di euro un prezzo sufficiente per cedere a privati un’area su cui si gioca il futuro della città. Nessuno lo fermerà? Nessuno pagherà un “errore di valutazione”? Temiamo di no. E alla benedizione del Capo dello Stato si è aggiunta oggi quella del Patriarca. La Nuova Venezia, 18 dicembre 2012

Patto di Stabilità, corsa contro il tempo - con il rischio di perderla - per vendere a Pierre Cardin i terreni comunali del Palais Lumière, con l’anticipo dei permessi comunali, che potrebbero fruttare a Ca’ Farsetti circa 40 milioni di euro vitali per rispettare i vincoli sugli accantonamenti previsti per Ca’ Farsetti, soprattutto ora che da Roma non arrivano buone notizie sull’allentamento del Patto di Stabilità per i Comuni. Dagli emendamenti alla Legge di Stabilità esaminati ieri in Commissione Bilancio al Senato sono arrivati 600 milioni in più ai Comuni per allentare i vincoli del Patto, di cui solo 21 destinati al Veneto. Briciole dunque, con un Comune come Venezia che deve recuperarne circa 120 entro la fine dell’anno per restare entro i limiti fissati per quest’anno dal Governo.
Ciò che potrebbe ancora arrivare - secondo le ultime notizie - sono i “famosi” 50 milioni di euro di Legge Speciale attesi da tempo, che potrebbero essere stanziati direttamente dal Governo senza passare per il Cipe e ci sarebbe - come ha riferito anche il sindaco Giorgio Orsoni - nella riunione di maggioranza di ieri - una mezza promessa in questo senso perché arrivino entro l’anno, anche se è da vedere se sarà onorata. C’è poi la questione della vendita delle quote Save, di cui riferiamo a parte. Per questo l’indicazione che anche ieri il sindaco ha dato alla sua maggioranza è quella di aspettare almeno fino agli ultimi giorni dell’anno per capire se sarà possibile rispettare effettivamente il Patto o se, essendo costretti ad uscire dai suoi limiti, in che misura contenere lo “sforamento” e con quali penalizzazioni su nuove assunzioni, investimenti e contratti.
Ci si muove, dunque, in un quadro di grande e convulsa incertezza, di cui la questione-Palais Lumière è un emblema. Ieri, dopo le polemiche dei giorni scorsi, il nipote di Pierre Cardin, Rodrigo Basilicati - che segue la trattativa per lo stilista - ha incontrato Orsoni dopo un incontro tecnico in Regione per chiarire i termini di un accordo. «Abbiamo chiarito i malintesi con il sindaco», spiega Basilicati, «ed è possibile che già venerdì si arrivi alla stipula della convenzione con il Comune per il Palais Lumière, con una cifra messa a disposizione della città di circa 40 milioni di euro, relativa per una metà all’acquisto da parte nostra dei terreni comunali e per l’altra metà all’anticipo sui permessi concessi dall’Amministrazione per accelerare il via libera al progetto. Mio zio mi ha già detto che non si muoverà con le banche francesi per ottenere la liquidità necessaria se prima non verrà fermato l’accordo. Ci sarebbero quindi solo pochi giorni a disposizione per far arrivare al Comune entro l’anno la cifra pattuita».
Da parte sua, più prudente è Orsoni: «Sulla cifra e sull’accordo aspetto il parere dei tecnici che stanno lavorando. Se mi diranno che la valutazione è congrua, chiuderemo l’accordo anche entro venerdì, anche se le dichiarazioni di Basilicati degli ultimi giorni non mi sono piaciute, perché il Comune non prende nulla di più di quello che gli è dovuto e perché non si può pensare di mandare avanti il progetto del Palais Lumìere, se prima Pierre Cardin non acquisisce le aree su cui intende realizzarlo». E mentre il Comune palpita per sapere se potrà vendere in tempo per il rispetto del Patto di Stabilità, sul Palais Lumiére arriva anche la “benedizione” del Patriarca Francesco Moraglia. «Forse dà possibilità di lavoro», ha detto ieri, «a molta popolazione in un momento di difficoltà. Non voglio schierarmi, ma questa opera può essere considerata come un passo in avanti in una realtà che attende di poter ricevere anche delle risposte concrete sul territorio».

Dalle cronache de la Nuova Venezia di oggi, 8 dicembre 2012, una sintesi dei fatti recenti; in calce una lettera di Italia Nostra al 
Direttore del Mibac fa un po’ di chiarezza sulla fase della pesante e illegittima speculazione al centro dell’area veneziana e sul margine della Laguna, del4 dicembre scorso, in particolare sul possibile ruolo del Mibac: sarà rigoroso o complice?

Se sarà realizzato, il Palais Lumiere, con i suoi 255 metri d’altezza, sarà il palazzo più alto e voluminoso di tutta la pianura Padana, visibile fin dalle Dolomiti nelle giornate terse. Stando al progetto presentato, il grattacielo di Cardin avrà un basamento circolare dove troveranno posto un centro commerciale, un grande centro congressi, un teatro/auditorium da 7000 postiì, 10 cinema. Il tutto disposto su tre torri di altezze diverse: La torre A raggiungerà un’altezza di 255 metri con un massimo di 66 piani abitabili; la torre B sarà di 225 metri e 58 piani; la torre C di 209 metri e 54 piani. L'intero edificio sarà collegato tramite 6 dischi distanti tra loro 40 metri realizzati in una forma progettata tramite sistemi di simulazione Cfd (Computational fluid dynamics) grazie a cui l'effetto di carico aerodinamico sulla struttura è stato limitato ad uso anche di turbine eoliche di nuova concezione.
«Siamo pronti a convocare la conferenza di servizio decisioria per il Palais Lumière entro pochi giorni, ma non possiamo farlo finchè il ministro Ornaghi non chiarirà se la Soprintendenza dovrà o meno esprimere un parere sul progetto». Lo ha dichiarato ieri sera il vicepresidente della Giunta regionale, Marino Zorzato, dopo la riunione tecnica tenutasi nella sede dell’assessorato all’Urbanistica, a palazzo Linetti, per fare il punto sul progetto dello stilista italo-francese, Pierre Cardin, considerato dalla Regione «di rilevante interesse pubblico» e quindi assogettabile alle procedure semplificate e accellerate di autorizzazione, previste per gli accordi di programma. Si tratta, tanto per ricordarlo, di un un grattacielo con tre torri, 66 piani e alto ben 255 su un’area di circa 19 ettari a Marghera, di fronte al ponte Strallato, racchiusa tra tra via Fratelli Bandiera e via dei Pili. Secondo Zorzato, dopo il via libera di Enac alla costruzione di un palazzo superiore di 100 metri al limite di sicurezza previsto per le aree a vicolo del vicino aeroporto Marco Polo, l’unico ostacolo da superare resta proprio quella del possibile pare della Direzione regionale della Soprintendenza dei Beni Culturali e Architettonici sulla compatibilità paesaggistica del grattacielo di Cardin. Infatti, ora tutti pendono dalle labbra del ministro Ornaghi che dovrà chiarire se si debba considerare come “linea di battigia”, con il conseguente divieto di costruzione fino a 300 metri, anche i canali industriali come quelli che fronteggiano l’area dove dovrebbe essere costruito il Palais Lumière. «I nostri tecnici ieri hanno verificato che il progetto è sulla linea del traguardo» ha precisato ancora Zorzato «ma prima di convocare la conferenza di servizio decisoria dovremo aspettare la lecita e speriamo rapida decisione del ministro Lorenzo Ornaghi». Zorzato, insomma, resta ottimista malgrado, Soprintendenza a parte, il progetto del Palais Lumière sia ancora alla fase della progettazione, e malgrado i protocolli di bonifica non siano ancora stati messi a punto e gran parte delle aree necessarie non siano ancora state acquisite da tutti i privati e nemmeno dal Comune di Venezia, che ha grande bisogno di nuovi incassi per ripianare il deficit di bilancio. A tutt’oggi non è mai stato presentato dai progettisti di Cardin neanche il piano finanziario per realizzare l’opera che potrebbe costare complessivamente tra i 3 e i 5 miliardi di euro, ovvero ben di più del previsto. Il Palais Lumière è però sostenuto a spada tratta sia dal governatore del Veneto, Luca Zaia e il suo vice Zorzato, sia dal sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni che ieri ha bollato come degli incompetenti i cinquanta nomi illustri della cultura italiana (ai quali si sono aggiunti ieri altri 14 architetti firmatari della Carta di Cracovia) che nei giorni scorsi hanno inviato un appello a Napolitano affinchè fermi questo progetto che sfigurerebbe il paesaggio e l’antica storia di Venezia. «Su cinquanta nomi che si sono espressi sulla vicenda» ha dichiarato ieri Orsoni «credo che almeno 49 di loro non sappiano dove il Palais Lumière sarà effettivamente collocato: in una zona industriale in decadimento, fuori dai vincoli ambientali ed è necessario per l’equilibrio del bilancio comunale».

Una lettera di Italia nostra
Venezia, 4 dicembre 2012

l’Associazione Italia Nostra Onlus ha appreso dalla stampa locale che la competente Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici di Venezia e Laguna avrebbe richiesto al Ministro per i Beni e le Attività Culturali Lorenzo Ornaghi di esaminare il progetto Palais Lumière presentato dallo stilista Pierre Cardin.

Il parere paesaggistico, necessario per legge, in casi di particolare gravità tuttavia non viene espresso dalle locali Soprintendenze e Direzioni Regionali, ma direttamente dal ministero. Così è avvenuto per il progetto di restauro del Fondaco dei Tedeschi, dopo un esposto alla Procura presentato dal Presidente Nazionale di Italia Nostra.

Dopo il parere negativo alla realizzazione del Palais Lumière espresso nel luglio del 2012 dall’Enac (Ente nazionale aviazione civile) eccedendo la torre di 110 metri in altezza i limiti previsti dai vincoli di sicurezza per la vicinanza all’aeroporto, le pressioni di Regione, Provincia e Comune sull’Enac stesso - documentate dalla stampa locale - hanno portato l’ente alla concessione di una pericolosissima deroga, vicenda oggetto di un esposto da parte di Marina e Carlo Ripa di Meana.

Successivamente si è dovuto registrare un altro tentativo di ‘pressing’, sul ministro Ornaghi: «‘Gli ho chiesto cosa c’entra Marghera con la conterminazione lagunare’, dice Orsoni. Che da buon avvocato fa anche balenare la possibile richiesta danni se il ministero dovesse causare ritardi per richieste ritenute ‘illegittime’». Così un articolo sulla stampa veneziana.

Dal momento che il Sindaco è uno specialista di diritto amministrativo, sorprende vivamente che ignori come la zona ove sorgerebbe la torre risulti ubicata entro l’area sottoposta a vincolo paesaggistico nel quale è ricompresa tutta la Laguna. È, infatti, a ridosso della conterminazione lagunare (delimitazione del territorio lagunare fissata alla fine del XVIII secolo e aggiornata nel
1990 con decreto statale non discutibile, entro cui valgono le disposizioni e i regolamenti per la salvaguardia ambientale della Laguna), e dunque è sottoposta a vincolo paesaggistico ai sensi del D. Lgs. 42/2004 (Codice dei beni culturali) - Parte III, Art. 142 lett. a - Aree tutelate per legge (recepite da L. 431/1985 cd. ‘Legge Galasso’) che prevede una fascia di rispetto e di vincolo di 300 metri dalla linea di costa.

I quotidiani del 4 dicembre u.s. confermano l’esatta interpretazione di Italia Nostra, già espressa in una lettera all’UNESCO del 22 ottobre scorso (rimasta a tutt’oggi senza risposta, con la quale la nostra Associazione chiedeva che l’Organizzazione Mondiale prendesse dovuta posizione contro la torre).
Infatti il Direttore Regionale arch. Ugo Soragni - su indicazione dei tecnici degli uffici centrali di Roma - sollecita con una lettera la necessità che gli organi periferici del MiBAC partecipino agli incontri che esaminano il progetto e deliberano in proposito.

Visto quanto pubblicato sulla stampa locale il 4 dicembre u.s., Italia Nostra ringrazia Codesta Direzione Generale per il deciso intervento che consente ora di recuperare la legalità di un iter parso fino ad ora troppo accomodante.

L’associazione Italia Nostra Onlus auspica dunque che il Ministero prosegua a monitorare con particolare attenzione tutto il percorso della pratica e proceda a esercitare rigorosamente le proprie competenze esprimendo un parere paesaggistico negativo che non permetta interpretazioni equivoche o mediazioni compromissorie.Nel confidare che il Superiore Ministero nella sua massima espressione tecnica svolta a livello centrale intervenga con precisione, tempismo e fermezza nella difesa del patrimonio culturale veneziano, troppo spesso usato per fini di mero business, La preghiamo di accettare i sensi della nostra stima e restiamo a disposizione per ogni eventuale approfondimento o necessità documentale.

Distinti saluti.
il presidente della sezione di Venezia Lidia Fersuoch

Altri articoli sull'argomento nella cartella Vivere a Venezia su archivio.eddyburg.it

«Scala mobile spostata dalla corte centrale nel porticato e un belvedere all’altezza del tetto al posto della terrazza» Soddisfatto Benetton. Il prossimo in lista d’attesa è Piero Cardin. La Nuova Venezia, 7 dicembre 2012

Via libera definitivo - come previsto - alla trasformazione del Fontego dei Tedeschi «targata» Benetton, con la scala mobile spostata dalla corte del complesso cinquecentesco sotto il porticato e con un belvedere panoramico ad altezza del tetto al posto della maxiterrazza panoramica progettata da Rem Koolhaas e bocciata dal Ministero dei Beni Culturali. La soprintendente ai Beni Architettonici e Paesaggistici di Venezia Renata Codello d’intesa con il direttore regionale dei Beni Culturali Ugo Soragni ha infatti firmato ieri il parere favorevole - con alcune prescrizioni sull’uso dei materiali e su altre soluzioni interne - al progetto modificato e rivisto da Edizione (la società del gruppo Benetton proprietaria del Fontego) proprio sulla base delle indicazioni degli uffici periferici di tutela. I punti “caldi” segnalati anche dal parere del Comitato per i Beni Architettonici del Ministero dei Beni Culturali erano soprattutto due. La scala mobile prevista all’interno della corte cinquecentesca, necessaria per l’insediamento nel complesso del grande magazzino del gruppo Rinascente, previsto dalla trasformazione. E appunto la terrazza panoramica con vista sul Canal Grande e sul ponte di Rialto che inizialmente doveva diventare un bar-ristorante con tavolini. La scala mobile - indispensabile al grande magazzino anche per collegarsi a quelle previste ai piani superiori, verrà spostata dalla corte al porticato laterale che lo fiancheggia, lasciando così inalterato l’aspetto dell’area di accoglienza del Fontego dei Tedeschi dove è previsto l’insediamento di un moderno bàcaro con tavolini. La maxiterrazza, come detto, non si farà, più, ma al suo posto la Soprintendenza ha consentito la realizzazione di un belvedere che non andrò però a intaccare il tetto, che rimarrà inalterato, ma gli girerà intorno, consentendo comunque ai visitatori di affacciarsi sul panorama del Canal Grande, senza però sostare. Una soluzione di compromesso - dopo tante polemiche e lo stop dei Beni Culturali - che consentirà comunque a Benetton e alla Rinascente di realizzare la trasformazione prevista. Si sbloccano così anche i 6 milioni di euro previsti dal gruppo di Ponzano al Comune per il cambio di destinazione d’uso dell’edificio, che erano «congelati» proprio in attesa del via libera della Soprintendenza. Adesso l’ultima parola spetterà al Consiglio comunale, chiamato ad approvare la convenzione già stipulata da tempo tra il Comune e Edizione, ma che si era appunto fermata in attesa del parere definitivo della Soprintendenza. I lavori di trasformazione del Fontego dei Tedeschi – ultimata la parte progettuale - potrebbero perciò partire entro il prossimo anno, con un investimento massiccio da parte dei nuovi proprietari. La vicenda sembra dunque giunta alla fine, ma resteranno probabilmente le perplessità e le contrarietà dei molti che in città e fuori di essa ritengono l’intervento su uno degli edifici-simbolo di Venezia eccessivamente impattante

Precedenti articoli sull'argomento nella cartella Vivere a Venezia, in Archivio.eddyburg

Da Dario Fo a Vittorio Gregotti: 50 “firme” della culturascrivono al presidente «La Costituzione dice di tutelare il paesaggio e lastoria dalle speculazioni». La Nuova Venezia, 5 dicembre 2012. Quando mi proposero di firmare l'appello a Giorgio Napolitano rifiutai, sostenendo che sarebbe stato come se la mamma dell'agnello scannato avesse chiesto giustizia al lupo. nella postilla ne argomento le ragioni

Ci sono cinquanta nomi illustri della cultura italiana nell’appello inviato al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, all’indomani della consegna del Leone d’Oro della Regione del Veneto a Pierre Cardin per il suo progetto - ancora da finanziare, autorizzare e realizzare - di una torre alta 250 metri ai bordi della laguna con vista totale su Venezia e la Terraferma. Un grattacielo di luce fotovoltaica ed eolica (il Palais Lumière, appunto) che lo stilista italofrancese vorrebbe erigere a sua futura memoria poco distante dal centro storico di Venezia, città sull’acqua, unica al mondo e perciò da tutetare. «Signor Presidente», recita la lettera-appello, «ci rivolgiamo a Lei perché è interprete e difensore di parole e principi contenuti nella nostra Costituzione. Ed è proprio una grave offesa alla Costituzione quella che minaccia Venezia: la sua integrità ambientale, il suo paesaggio, la natura e la storia di un patrimonio che va tutelato e tramandato alle generazioni future». «Simone Weil, in un suo scritto intitolato “Venezia Salva”», continua la lettera, «parlava del senso delle radici autentiche di questa città che è un ambiente umano, un contatto con la natura, il passato, la tradizione. Ma il contatto di cui parla Weil svanisce sempre più spesso in fenomeni che feriscono e umiliano, come non mai prima, il diritto dei cittadini al bene comune che è Venezia con la sua laguna. Se si ritiene possibile da parte dei responsabili delle istituzioni pubbliche contribuire alla mastodontica costruzione di una cosiddetta Torre, addirittura sul margine delle acque lagunari, vuol dire che lo smarrimento culturale di quelle istituzioni pubbliche non è solo cinica indifferenza al paesaggio e alla storia - e quindi all’obbligo di tutela e salvaguardia dettato dalla Costituzione e dalla legge - ma è addirittura una malaugurata partecipazione di soggetti pubblici ad un’opera che, ove realizzata, potrebbe sfigurare irreparabilmente Venezia». «Tutto questo». conclude la lettera. «accade al di fuori di ogni regola e consuetudine di pianificazione territoriale, a riprova di intenti speculativi che nulla garantiscono in relazione alla sempre contrastata rinascita economica, sociale e culturale di Porto Marghera. Coloro che sostengono il progetto della colossale Torre esibiscono motivazioni che ricordano gli alibi politici all’origine delle impressionanti devastazioni di contesti storici, sia urbani che paesaggistici, di molte parti d’Italia negli anni del cosiddetto abusivismo di necessità. Per tutte queste ragioni, signor Presidente, Le esprimiamo la nostra preoccupazione e Le chiediamo di vegliare perché a Venezia gli interessi privati e un malinteso culto del profitto non calpestino mortalmente la legalità costituzionale».

Claudio Ambrosini, Mario Brunello, Francesco Caglioti, Giancarlo Carnevale, Matteo Ceriana, Pierluigi Cervellati, Giuseppe Cristinelli Rolando, Damiani Vezio de Lucia, Cesare de Seta, Andrea Emiliani, Vittorio Emiliani, Gianni Fabbri, Gino Famiglietti, Dario Fo, Chiara Frugoni, Elio Garzillo, Carlo Ginzburg, Vittorio Gregotti, Maria Pia Guermandi, Beppe Gullino, Salvatore Lihard, Giovanni Losavio, Massimo Marrelli, Giorgio Mastinu, Franco Miracco, Tomaso Montanari, Alessandra Mottola, Molfino Alessandro Nova, Alberto Ongaro, Rita Paris, Desideria Pasolini dall'Onda, Mario Piana, Antonio Pinelli, Filippomaria Pontani, Paolo Portoghesi, Lionello Puppi, Franca Rame, Fernando Rigon, Carlo Ripa di Meana, Stefano Rodotà, Paolo Rumiz, Giovanni Santoro, Tiziano Scarpa, Salvatore Settis, Fiorella Sricchia Santoro, Bruno e Mauro Zanardo, Marco Zanetti.

Intanto ieri, Marco Parini e Lidia Fersuoch (Italia Nostra) hanno inviato alla direzione generale Beni Architettonici e Ambientali una lettera per chiedere la «scrupolosa applicazione della legge e il rispetto dei vincoli nell'area interessata al progetto di Pierre Cardin».

postilla
Eddyburg è stato tra i primi a segnalare criticamente il "Regalo" alla città dello stilista trevigiano con l'articolo di Paola Somma, nell'articolo Eventi collaterali = Danni premeditati, con quelli di Serio Pascolo, il quartiere di Cardin a Porto Marghera, diverse postille e l'articolo di Edoardo Salzano, Le radici della torre. Se e quando riuscirete a raggiungere l'archivio di eddyburg e cercherete nella cartella giusta troverete altri numerosi scritti sull'argomento.
Tra gli argomenti della critica al "dono" di Cardin troverete testi di informazione e denuncia dello stravolgimento dei rapporti istituzionali e della legalità urbanistica, cui ha concorso anche il Presidente della Repubblica. Quest'ultimo infatti, come la stampa locale ha più volte riferito senza essere smentita, è intervenuai, col ministro Passera, per far sì che venissero rimossi i vincoli tecnici che impedirebbero la costruzione della torre nell'area prescelta. L'abbandono, da parte del massimo garante della legittimità costituzionale, delle regole che governano i rapporti tra le istituzioni e i loro strumenti nel campo del governo del territorio è sembrato - non solo a noi - uno degli elementi più gravi della vicenda dell'intervento immobiliare dello stilista franco-veneto. Esso ha suscitato, fortunatamente, anche le critiche di associazioni come Italia Nostra e di personalità come Carlo Ripa di Meana, che proprio su questo punto si sono appellati ad altri giudici, più neutrali rispetto all’evento –e forse meno infetti dall’ideologia della crescita.
L'argomento meriterebbe un'analisi più attenta anche per altri profili, che i media hanno lasciato in secondo piano mentre sono centrali per il futuro dell'area veneziana. Vogliamo per ora accennare a un aspetto che ci sembra sia stato lasciato ingiustamente in secondo piano. Sembra che non ci si renda conto che abbandonare qualche decina di ettari alle iniziative immobiliari del magnate franco-veneto (il quale ha gia messo in vendita i lussuosi appartamenti e uffici che progetta di realizzare nel Palais Lumière) significherebbe compiere uno spreco gigantesco di risorse pubbliche. Gli spazi sottratti alla Laguna, imboniti e infrastrutturati con ingenti finanziamenti pubblici, verrebbero sottratti al loro auspicato destino: quello di essere il luogo da bonificare, rigenerare e ricostruire (nel rispetto dalle testimonianze del lavoro dell’uomo nella fase più crudele del capitalismo industriale) come localizzazione dei nuovi spazi ed edifici necessari per soddisfare i fabbisogni sociali (di luoghi per una produzione diversa, per la residenza a prezzi controllati, per i servizi pubblici e le altre attività pubbliche e per quelle economiche, non compatibili di essere ospitate nell’edilizia storica o nelle residue aree d territorio lagunare o comunque prevalentemente rurale ancora sopravvissuto alla rapacità degli investitori immobiliari e dei loro affabulanti facilitatori.

Ecco a che serve cedere un'area preziosa della città, ipotecando il futuro d. tutti per consentire un gigantesco affare privato. Intanto il sindaco chiede a Ornaghi di secretare il progetto per sottrarlo al parere della soprintendenza. E gli intellettuali si appellano a Napolitano: come se la madre dell'agnello chiedesse giustizia al lupo. La Nuova Venezia, 28 novembre 2012


Il bilancio del Comune appeso a Pierre Cardin
di Enrico Tantucci

Via libera alla manovra di assestamento, ma i revisori dei conti evidenziano l’incertezza delle entrate. Conto alla rovescia per rispettare il patto di stabilità Nelle mani di Pierre Cardin, sperando che “confezioni” una vendita su misura per le esigenze di Venezia. Il bilancio 2012 del Comune - per quanto riguarda il rispetto del Patto di Stabilità - è “appeso” alla vendita entro fine anno dei terreni comunali di Marghera su cui dovrebbe sorgere, in parte, l’ormai famoso Palais Lumiére,che insieme ad altre poste - come l’area della Favorita al Lido, parte del complesso delle ex Conterie a Murano, la Biblioteca di Mestre di via Miranese tra le altre - dovrebbe fruttare complessivamente 46 milioni di euro, a cui vanno aggiunti altri 48 milioni di euro di fondi di Legge Speciale, previsti dall’emendamento alla Legge di Stabilità approvata alla Camera e ora all’esame del Senato, ma non ancora in cassa. E se il Consiglio comunale ieri ha dato il via libera a tarda sera all’assestamento di bilancio - illustrato dal vicesindaco e assessore competente Sandro Simionato - che fa, formalmente quadrare i conti, non sono mancate le critiche per l’azzardo a cominciare da quelle, le più significative del Collegio dei Revisori dei Conti nella loro relazione al documento contabile. A proposito delle “vendite” di fine di Ca’ Farsetti i revisori parlano di incertezza motivata dall’«esito - intrinsecamente incerto - delle dismissioni valorizzazioni/immobiliari programmate e dall’aleatorietà nei tempi di trasferimento dei fondi di legge speciale per Venezia». Un azzardo - se non vende e non incassa l’Amministrazione sarà costretta a uscire dal Patto di Stabilità - messo in evidenza ieri in aula da consiglieri di opposizione come Michele Zuin del Pdl, pur di fronte alla consapevolezza generale delle difficoltà di rispettare un Patto di Stabilità che “strangola” i Comuni, come ha ricordato Simionato. Dal piano delle alienazioni sono invece usciti il Centro di interscambio merci del Tronchetto, il Parco Vega e 100 alloggi di edilizia residenziale in terraferma, difficilmente vendibili. Inserito dalla giunta con un emendamento, proprio su indicazione dei revisori, un fondo di riserva per fare fronte alla probabile divisione patrimoniale che dovrà essere affrontata con il comune di Cavallino, dopo la separazione da Venezia e la relativa causa per il riconoscimento di una quota di beni propri. Avvolta nel mistero la sorte delle quote Save, che nel piano delle vendite non ci sono, ma che formalmente il Comune sarebbe pronto a cedere con la possibilità di riacquisto successiva e il mantenimento del proprio ruolo nel Consiglio della società. Conti messi a posto invece sul fronte della spesa corrente, nonostante l’ulteriore taglio da 3 milioni e 800 mila euro previsto dal decreto governativo sulla spending review sotto forma di taglio del debito. I soldi arriveranno per un milione da maggiori entrate previste dal Casinò, per un altro milione e 300 mila euro dal fondo di riserva e per un altro milione e mezzo da ulteriori tagli di spese su fondi comunali non ancora impegnati. La buona notizia è che il Comune, per la prima volta da molti anni, non è dovuto ricorrere alle plusvalenze per far quadrare i conti, ma l’incognita - come ha ricordato Simionato - riguarda i prossimi tre anni, quando agli enti locali saranno chiesti ulteriori tagli per 2,6 miliardi di euro, e sono già in ginocchio adesso. Nella seduta, il Consiglio comunale ha anche approvato altre delibere significative come quella sul riassetto patrimoniale e urbanistico del Tronchetto, che prevede anche una piccola quota di alienazioni comunali e quella che consente la gestione provvisoria del centro sportivo di Sant’Alvise sino a giugno, in attesa della nuova gara dopo l’allontanamento del gestore precedente, inadempiente.

Missili sulla Torre Cardin
di Alberto Vitucci

. Non bastavano gli esposti alla Procura presentati a Roma da Italia Nostra, gli appelli all’Unesco e al Quirinale firmati da grandi architetti. Adesso sul futuro del Palais Lumiere, il grattacielo alto 250 metri da realizzare a Marghera, si addensano nuove nubi: la Soprintendenza veneziana ha chiesto con una lettera al ministro dei Beni culturali Lorenzo Ornaghi di esaminare il progetto per esprimere il parere. Una mossa che potrebbe rallentare i tempi del progetto che sta molto a cuore a Regione, Provincia e Comune. Quest’ultimo ha già messo in bilancio 40 milioni di euro che Cardin dovrebbe sborsare per l’acquisto dei terreni, la Regione vede nel grattacielo «nuovo sviluppo». Il sindaco Giorgio Orsoni ne ha parlato con il ministro Ornaghi, raggiunto a Padova a un convegno mentre parlava di paesaggio. «Gli ho chiesto cosa c’entra Marghera con la conterminazione lagunare», dice Orsoni. Che da buon avvocato fa anche balenare la possibile richiesta danni se il ministero dovesse causare ritardi per richieste ritenute «illegittime». Ornaghi però su questa vicenda si è mostrato molto prudente, visto anche l’esposto depositato da Carlo Ripa di Meana e dal presidente nazionale di Italia Nostra Marco Parini. I due chiedono di indagare su presunte pressioni che sarebbero state fatte dagli enti locali e dal ministro per l’Ambiente Corrado Clini sull’Enac, in un primo tempo contraria all’edificazione di un edificio troppo alto sulla direttrice di atterraggio degli aerei. Non ci sono soltanto le dimensioni, ma anche le ricadute sul territorio e la questione estetica. «Un gigante squarciato», l’ha definito Paolo Portoghesi, ex presidente della Biennale. Ma la macchina è lanciata. Il progetto elaborato dallo studio Altieri di Thiene - di proprietà dell’europarlamentare di Forza Italia Lia Sartori e dall’architetto Dario Lugato, lo stesso del nuovo hotel Santa Chiara a piazzale Roma e della mai nata villetta dell’ex ministro Brunetta a Torcello - non è ancora definito nei dettagli ma in tanti si sono già espressi favorevolmente. Dovrà ora superare l’esame di Impatto ambientale dal ministero dell’Ambiente con il parere espresso dalla Regione e dal presidente della commissione Via, il commissario straordinario del Passante e della Pedemontana Silvano Vernizzi. Che gli ambientalisti hanno accusato di conflitto d’interessi, essendo lui anche il dirigente dell’assessorato Infrastrutture retto da Renato Chisso. Giudizio sospeso, dunque. In attesa di vedere come finirà il contenzioso tra gli il ministero e Ca’ Farsetti.

Altri articoli sulla Torre Cardin in http://archivio.eddyburg.iti

Anche nel significato simbolico la torre di Cardin è un errore, e un'aggressione all'idea stessa di Venezia. Il manifesto 17 novembre 2012
Cos’è una città? È assai più di un insediamento abitativo. Ed è per questo che ci appassioniamo a discutere degli interventi che si vogliono realizzare, per questo ci interroghiamo sulle continue trasformazioni della forma urbana. Sappiamo infatti che la posta in gioco è altissima: la città rappresenta la sfida a realizzare la migliore qualità di vita per una comunità di diversi, coniugando l’attenzione al luogo che l’accoglie con la bellezza dell’opera umana. C’è un profondo desiderio di città in tutti noi ma spesso è mortificato dalla povertà del linguaggio e delle scelte degli amministratori che non sembrano cogliere che operare nel tessuto vivo della città è intervenire nelle forme e nei significati di questa convivenza.

E così non restituiscono ai cittadini la «grandezza» della questione, l’ordine simbolico che vi è implicato. Guardiamo a quel che succede a Venezia. Non è patrimonio solo degli studiosi di architettura o di urbanistica sapere che Venezia rappresenta un modello «esemplare» di città: fa parte dell’esperienza comune percepire, pur nell’involgarimento causato dalla speculazione e dalla macchina turistica, un benessere che ha ragioni antiche e profonde. Le Corbusier colse con grande precisione il segreto dell’agio riposto in questa forma urbana e lo spiegò nei suoi studi e lo ribadì con forza nella lettera che scrisse al sindaco di Venezia nell’ottobre del 1962, cercando di richiamare la politica alla necessità di comprendere la «cifra» della città e ancorarsi al suo genius loci per scegliere come e se intervenire in essa.

Temeva infatti «l’invasione della dismisura». Spiegava che ciò che fa di Venezia uno straordinario modello urbano è la sua «scala umana», quel rapporto armonioso tra la figura umana e l’altezza degli edifici, che consente sempre di ritrovare la magica linea dell’acqua e dell’aria. Tuttavia per comprendere più intimamente il potere di donare benessere che ha questa città, la vocazione altissima di «vivibilità» che le riconosciamo e per chiarire l’ordine simbolico che la governa, dobbiamo andare oltre l’affermazione di Le Corbusier. Venezia non è una città a misura di un astratto «corpo umano» bensì è città per gli uomini e per le donne poiché sa rimandare ai corpi sessuati. Venezia restituisce e non oscura la dualità: gli elementi formali maschili e femminili vi sono mescolati con sapienza, sposati come nei tanti rituali nuziali presenti nella storia della città, o alternati senza che uno prevalga sull’altro.

E tra tutte le simbologie quella che meglio esprime la dualità è proprio il rapporto di equilibrio tra verticalità (maschile) e orizzontalità (femminile). Del resto, questo sito naturale ha posto da subito un limite all’homo faber, l’ha costretto a modulare risposte originali, gli ha impedito di procedere per linee rette, rispettando la sinuosità dell’andamento acqueo; ha suggerito di accostare spazi aperti ad altri più raccolti, sfumando le soglie tra dimensione pubblica e privata. Una grande studiosa della città, Egle Trincanato, ci ha insegnato che la malia di Venezia risiede proprio nell’alternarsi del comune con il sublime, nell’accostamento dell’edificio di modeste dimensioni e pregio con il palazzo nobiliare, da cui non viene umiliato. Insieme hanno costruito un tessuto urbano differenziato eppur omogeneo, al servizio di una comunità. Tutto questo ne ha fatto una città altra e unica. Chiediamoci ora se la grandezza della posta in gioco viene restituita nel dibattito che si svolge attorno ai numerosi interventi o progetti di intervento sul tessuto urbano di Venezia e del suo territorio.

Sentiamo forse riferirsi all’ordine simbolico che la presiede quando si discute degli insediamenti ad alto tasso di cementificazione di Tessera city nella fragile area di gronda o dell’ampliamento dell’aeroporto, della mobilità sublagunare, del raddoppio dell’Hotel Santa Chiara a Piazzale Roma e del suo parcheggio sotterraneo? Ci si ricorda della «cifra» della città quando si auspica l’aumento del traffico crocieristico? No. Ascoltiamo discorsi che giustificano questi interventi in virtù di un presunto «sviluppo del territorio», secondo modelli economici privi ormai di qualsiasi valenza, che in questa area hanno provocato ferite ambientali e umane. Se il dibattito, specie dei decisori, non si nutre di una lettura simbolica, si corre il rischio di introdurre confusione e opacità negli elementi da valutare e di scegliere poi per il peggio.

Un esempio è il dibattito che si svolge intorno alla torre voluta da Pierre Cardin. È indubbio che con quel progetto si ha a che fare con una verticalità estrema. Si discute se sia legittimo che la sua altezza vada a oscurare il campanile di S. Marco, modificando lo skyline.Ma tale confronto ha senso? La verticalità dei campanili aveva una funzione di riferimento per la comunità, serviva a indicare la strada a chi si muoveva a piedi; si collegava alla chiesa che conteneva quel suo ergersi sviluppandosi in orizzontalità; era ed è un «bene comune», non espressione di un’individualità. Talvolta, invece, si paragona la torre dello stilista a un faro. Sarebbe un faro per Marghera. Ma un faro è un edificio che fa da riferimento alle imbarcazioni, è indispensabile alla salvaguardia dei naviganti; individua un punto cruciale della linea di costa. I termini del confronto sono dunque confusi e si concentrano per lo più sulle misure, quasi fosse un membro virile e non un segno/simbolo che si imprime nel paesaggio.

Non se ne faccia pertanto questioni di misure bensì di ordine simbolico. Ha ragione Salvatore Settis nell’indicare negli interventi sul corpo della città antica e sul territorio che circonda Venezia un pericolo che non riguarda solo Veneziana l’idea stessa di città. Le Corbusier concludeva il suo appassionato messaggio agli amministratori di Venezia con un monito: «Non avete il diritto di aprire la porta al disordine architettonico e urbanistico».Ma il rischio che abbiamo di fronte non si limita a un disordine di tal genere, bensì sottende a una dismisura simbolica, a una ferita profonda nella radice di Venezia. C’è da augurarsi che nelle menti di politici e amministratori avvenga la stessa esperienza di illuminazione e profondo riconoscimento della bellezza che nella Venezia salva di Simone Weil ha la forza di fermare il saccheggio della città.

La strana presenza del ministro Corrado Clini all'allucinante evento organizzato a Porto Marghera per pubblicizzare la cosiddetta Torre Cardin, rappresenta una scorciatoia verso un modo di fare politica e di ciò che s'intende ancora per senso dello Stato che va oltre l'inverosimile. E tutto questo ad un punto tale da diffondere, dentro e fuori quell'evento assolutamente privato, una babelica oscurità, rendendo indistinguibili i doveri e i limiti propri di un così alto ruolo istituzionale, qual è quello ricoperto da chi agisce con la responsabilità di un ministro. Non è questa l'occasione per richiamare all'attenzione le molte autorevoli proteste sollevate contro la cosiddetta Torre Cardin da noti e stimati architetti e intellettuali, nonché dal Coordinamento delle Associazioni Ambientaliste del Lido e da Italia Nostra. Ciò che conta è la dolorosa sorpresa causata da un Ministro dell'Ambiente che, nel "fare pressing" sull'Enac affinché questo si sbrighi nel dire se quel Coso alto ben più di 250 metri possa rappresentare un pericolo per i voli da e per l'aeroporto intercontinentale di Tessera, indossa i panni, imprudentemente, di una sorta di promotore immobiliare.

Mi auguro sinceramente che il ministro Clini non abbia in realtà fatto alcun pressing, né abbia per davvero "spinto" a favore della Torre Cardin, al contrario di come narrano le cronache giornalistiche. E a proposito di ambiente, il Ministro dell'Ambiente, ma che lo è anche della Tutela del Territorio e del Mare, invece di dare per scontato il parere dell'Enac, potrebbe informarsi piuttosto su a che punto stanno le procedure richieste dal Coordinamento delle Associazioni Ambientaliste del Lido interessato a sapere se il progetto Cardin vada sottoposto o meno a VIA e VAS. Per concludere, qui c'è chi pensa che la "tutela di Venezia non giunga a Marghera". Eccome se vi giunge e lo si vedrà ben presto. Ma c'è anche chi parla di "sviluppo sostenibile" a proposito della cosiddetta Torre Cardin e tra questi sembra esserci Corrado Clini.

Uno "sviluppo", in questo caso, tutto declinato secondo l'inciviltà e gli interessi di una ancor più incontrollabile e perenne alluvione turistica. Ma, Signor Ministro, cosa c'è di "sostenibile" in una Venezia devastata da un turismo apocalittico e che sarebbe reso sempre più apocalittico da "sviluppi" modellati sull'immaginata Cardinia? Dunque, è assai preoccupante che il nostro Ministro dell'Ambiente pubblicizzi entusiasticamente un progetto privato, immobiliare e commerciale al contempo. E questo prima che lo "show room del fare" abbia percorso tutte le tappe autorizzative previste nel caso di colossali opere destinate, se costruite, a modificare definitivamente l'immagine e il senso stesso di Venezia e della sua laguna. Evidentemente non è bastato il dover sopportare quanto è accaduto con l'ex Nuovo Palazzo del Cinema. E lo dice uno, cioè il sottoscritto, che quel progetto aveva sostenuto.

L’autore è Consigliere del Ministro per i Beni Culturali e Ambientali

La Nuova lancia un appello al Parlamento affinché il monumento simbolo della storia di Venezia sia restituito al Comune dopo lo «scippo» attuato con il decreto Innovazione. Un appello affinché i parlamentari di ogni colore politico si impegnino a far sì che il bene demaniale sia mantenuto nella sua unitarietà, come più volte votato all’unanimità dal Consiglio comunale. E la proprietà sia consegnata al Comune, che ne gestirà le attività nelle aree non più occupate dalla Marina Militare. La sottoscrizione è aperta. E i primi ad appoggiare l’iniziativa sono ovviamente i protagonisti di una battaglia cominciata qualche settimana fa.

Il sindaco Giorgio Orsoni, il presidente della società Arsenale spa Roberto D’Agostino, il segretario dell’associazione artigiani Gianni De Checchi. Ma anche lo scrittore Gianfranco Bettin e l’ex assessore Luana Zanella, l’urbanista Edoardo Salzano e il rettore dell’Iuav Amerigo Restucci. Ma tanti sono coloro che sostengono l’inziativa, pur non avendo ancora sottoscritto l’appello. Comitati e associazioni, personaggi della cultura veneziana, politici. La partita adesso si sposta in Parlamento. Perché il decreto sull’Innovazione presentato dal ministro delle Infrastrutture Corrado Passera è stato firmato dal Presidente della Repubblica e dovrà essere convertito in legge entro sessanta giorni.

Il sindaco Orsoni ha inviato al ministro una memoria scritta, chiedendo che le proposte del Comune siano inserite nel maxiemendamento del governo. Proposte che si possono riassumere così: al Comune passa la proprietà di tutto l’Arsenale, ad eccezione delle aree occupate dalla Marina militare per fini sitituzionali. L’area nord – i Bacini di carenaggio e la Novissima - sarà ridata in concessione al Consorzio Venezia Nuova – che già ha una concessione dal Demanio fino al 2026 – per completare il progetto Mose. L’area monumentale a sud (Gaggiandre e Corderie) sarà data alla Biennale, mentre la Marina resterà nella parte sud, dalla Porta dei Leoni agli Squadratori.

Il resto, compresa la Darsena Grande, potrà essere utilizzato dal Comune per attività culturali e manifestazioni, sul modello della Coppa America. In questo modo, spiega il sindaco Orsoni, l’Arsenale resterà alla città, e i canoni che il Comune incasserà dall’affitto dei capannoni e delle Tese potranno essere reinvestiti per la gestione dell’area. E soprattutto, per garantirne l’apertura e la fruibilità ai cittadini. Un tema su cui associazioni e comitati si stanno spendendo. Raccogliendo firme e chiedendo al sindaco Giorgio Orsoni di farsi carico della proposta.

«Vogliamo anche discutere nel merito, di quali progetti si possano fare nell’Arsenale restituito alla città», dicono. Per far questo ci si potrà avvalere ora della società Arsenale spa, di proprietà del 51 per cento del Demanio e del 49 per cento del Comune. La spa si è installata nella restaurata Tesa 105, che diventerà il nuovo ingresso da nord dell’Arsenale. Nella Teza del Bucintoro, costruita dal Sansovino, si progetta la ricostruzione dell’ammiraglia distrutta da Napoleone. Per la Darsena recuperata alla città – che prima Agnelli el’Aga Kahn, poi il presidente della Regione Galan volevano trasformare in porticciolo per gli yacht – i progetti sono tanti. Così come per le nuove attività previste nei capannoni, di recente restaurati dal Magistrato alle Acque. Che insiste per mantenere la proprietà dell’area nord. «In caso contrario», dice il presidente Ciriaco D’Alessio, «sarebbe a rischio la prosecuzione del Mose e noi non potremmo intervenire per i restauri con fondi dello Stato»

Postilla

Caro Alberto,

se tu avessi letto l'articolo pubblicato su eddyburg il 19 ottobre scorso, “Dietro l’Arsenale di Venezia”, che ho a suo tempo segnalato a te e agli altri destinatari di questo messaggio, sapresti che non avrei firmato il manifesto in difesa dei progetto del Comune per l'Arsenale.

Progetto che, per quanto è comprensibile, prevede la massiccia "valorizzazione" lungo la direttrice Tessera city- subblagunare - Arsenale -Lido. Come anche sai, sono stato sempre contrario all'impadronimento di Venezia e della sua Laguna da parte del Consorzio (e di altri gruppi d'interesse , e quindi non è a difesa di questo che mi schiero.

Ma mi rifiuto di essere strumentalizzato in un conflitto di gruppi di potere in nessuno dei quali mi riconosco, e ciascuno dei quali è oggettivamente portatore di interessi immobiliari che a me paiono perniciosi per la città.

«Alle domande che ho già precedentemente sollevato (sul rapporto tra Demanio, Consorzio e organi istituzionali del Comune, avvolto da veli che mi piacerebbe venissero sollevati) mi permetto di aggiungerne un'altra: chi ti ha detto che avrei aderito a quell'appello? Non è certo una tua invenzione, e neppure hai firmato un articolo scritto da un altro. Forse saperlo aiuterebbe a comprendere altre cose». (e.s.)

Grido d’allarme dei presidenti delle associazioni, riuniti all’interno del complesso monumentale

di Arsenale «occupato» dalle associazioni. Assemblea pubblica, ieri pomeriggio, per la prima volta all’interno del complesso monumentale. Una sessantina di presidenti e rappresentanti di comitati e associazioni si sono confrontati sulla strategia da seguire per «riportare l’Arsenale alla città». Battaglia che ricomincia, dopo l’avvio dell’iter parlamentare per approvare (con modifiche) il decreto del ministero delle Infrastrutture. E che prevede adesso l’invio di una petizione a tutti i parlamentari e di un forum permanente per tenere accesi i riflettori sulla vicenda. L’assemblea ha proposto al sindaco di convocare i parlamentari veneti per concordare insieme un testo bypartisan.

«Lo Stato ci ha scippato l’Arsenale», hanno detto i presidenti. Al tavolo Michela Scibilia, Flavio Franceschet, Pierandrea Gagliardi. Diapositive e grafici, documenti e studi. Si è deciso alla fine di dar vita a un forum permanente, che anche sul web possa tenere alta la mobilitazione e fare proposte «operative» sull’utilizzo compatibile dell’Arsenale «bene comune». Decine i comitati presenti. No Grandi Navi, 40XVenezia, Ambiente Venezia, Italia Nostra, Comitato Arsenale, Laboratorio Morion, Vela al Terzo, Arzanà e molti altri. Ma l’obiettivo, ha detto nella conclusione il coordinatore Pierandrea Gagliardi, «è adesso quello di allargare adesso la protesta alle associazioni di categoria, a cominciare dagli artigiani, alle forze politiche ei cittadini». Foto ricordo dei presidenti con lo sfondo della Darsena e delle Gaggiandre. E una petizione che adesso sarà consegnata ai parlamentari. «Il nostro comitato è sorto quando nel 2010 arrivò l’annuncio che il ministero della Difesa voleva vendere una parte di Arsenale per farne un albergo», ha spiegato Gagliardi, «un pericolo forse non ancora sventato». Roberto D’Agostino, presidente dell’Arsenale spa, ha risposto alle domande dei comitati. «Prima di questa società, istituita dieci anni fa», ha detto, «l’Arsenale era gestito interamente dal suo proprietario, il Demanio. Adesso ogni decisione sull’utilizzo delle parti dismesse dalla Marina, titolare del 70 per cento della superficie complessiva, devono passare per il Comune, che ne fa parte al 49 per cento». Obiettivo della Spa – che è una società strumentale del Comune e non può agire di sua iniziativa, ha ricordato D’Agostino – è quello di unificare la gestione dell’area. E di introitare i canoni di concessione oggi versati allo Stato da Cnr e Consorzio Venezia Nuova – circa 3 milioni di euro – per fare i primi investimenti. Manutenzione e guardiania, e dunque primo passo per l’apertura al pubblico dell’intero Arsenale, com’era stato nel maggio scorso con la Coppa America. Domande anche critiche da parte dei comitati. «Qual è il Piano industriale della società?», ha chiesto Silvio Testa di No Grandi Navi, «la protesta adesso va rienmpita di contenuti» Non basta dunque che l’Arsenale cambi padrone, è stato ossservato, ma la città dovrà discutere di come utilizzarne gli spazi. Attività compatibili, legate alla cantieristica, negli spazi che si potrebbero ottenere dala Marina. A cominciare dalla storica Teza del Bucintoro, opera del Sansovino, dove si prevede di ricostruire la grande ammiraglia della flotta Serenissima distrutta da Napoleone. Ma anche barche tipiche nella Darsena, oggi utilizzata unicamente dai mezzi militari e del Consorzio Venezia Nuova. Progetti di valorizzare il museo navale, di aprire la restaurata Torre di Porta Nuova alla città. Ma anche feste, concerti, seminari. E, soprattutto rendere permanente l’entrata da nord, con fermata Actv ai Bacini e dunque la fruizione da parte dei veneziani di una parte importante della loro città. Ieri l’assemblea si è tenuta nella restaurata Tesa 105, dove l’Arsenale spa ha spostato i suoi uffici. Edificio restaurato in chiave moderna, nel rispetto del monumento. secondo il sindaco Giorgio Orsoni e il direttore del Demanio, si trattava «del primo passo per aprire l’intero Arsenale ai Veneziani». Un’illusione poi concretizzata con la Spendig review e il decreto che ne assegnava la proprietà al Comune. Poi con il decreto Innovazione del ministero il brusco risveglio. l’Arsenale torna allo Stato. La battaglia continua.

Napolitano firma il decreto che contiene il comma dello “scippo” della parte dedicata al Mose Presto un emendamento “bipartisan” per restituirlo alla città che avrebbe i numeri per passare

La battaglia contro lo “scippo” dell’Arsenale alla città, si deciderà in Parlamento. Alla fine, infatti, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dopo averlo tenuto diversi giorni sul suo tavolo, ha firmato il decreto sull’agenda digitale che prevede anche il comma inserito dal ministro delle Infrastrutture Corrado Passera, che modifica quello già approvato all’interno del decreto sulla spending review, sottraendo al Comune - mantenendolo così allo Stato - circa il 70 per cento dell’Arsenale nord, quello dove sono previste le lavorazioni e le manutenzioni del Mose eseguite dal Consorzio Venezia Nuova d’intesa con il Magistrato alle Acque. Non erano molte in verità le possibilità che Napolitano, con un atto d’imperio, cancellasse o modificasse quel comma e si sperava da parte dal Comune e del sindaco Orsoni che a farlo fosse invece proprio il ministro Passera.

Ma nonostante contatti e invìi di memorie da Venezia a Roma, ciò non è avvenuto e lo scontro si sposta ora al Senato - dove il decreto sull’agenda digitale con Arsenale incorporato approderà per primo - dove sarà certamente presentato un emendamento, sperabilmente bipartisan, che chiederà l’abolizione del comma pro-Consorzio e la restituzione dell’Arsenale a Venezia. I numeri per farlo passare ci sono, perché oltre al Partito Democratico, anche l’Udc e la Lega - con i chiari pronunciamenti del presidente della Regione Luca Zaia e di quello della Provincia Francesca Zaccariotto - sono per la rfestituzione dell’Arsenale alla città. Ma anche l’Italia dei Valori dovrebbe votare a favore e lo stesso Pdl - che ha tenuto finora un atteggiamento molto prudente sulla vicenda dello “scippo” dell’Arsenale – avrà i suoi problemi a votare contro un emendamento di questo tipo. Prudente - ma per altre ragioni - è nelle sue dichiarazioni sul via libera al comma dello “scippo” anche il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni. «Aspetto di vedere il testo del decreto - commenta - perché credevo sinceramente ci fosse spazio per modificarlo e attendo gli ulteriori sviluppi, ma è chiaro che se la situazione rimarrà questa, speriamo che sia il Parlamento a rimediare con un emendamento che restituisca l’Arsenale a Venezia». La speranza dello stesso sindaco è che possa essere lo stesso Governo, con Passera protagonista, a rimediare alla situazione, con un proprio emendamento al decreto , seguendo la strada indicata al ministro delle Infrastrutture dallo stesso Orsoni: quello di un emendamento che pur riconoscendo la proprietà del Comune sulla parte dell’Arsenale nord occupata dal Consorzio e il suo diritto quindi ad esigere i canoni di concessione, specifichi che l’attività del pool di imprese e del Magistrato alle Acque legata al Mose, non subirà variazioni fino alla sua scadenza, nel 2026. Poi però dovrebbe tornare al Comune. Ma è anche il diverso “padrone” di casa” - al di là delle garanzie sul mancato “sfratto” - a non garbare a Magistrato e Consorzio. «Che il Governo presenti o no un proprio emendamento correttivo - annuncia il parlamentare veneziano del Pd Andrea Martella - noi comunque ne presenteremo uno nostro, cercando di raccogliere intorno ad esso il massimo del consenso, concordandolo, visto che in questo caso non si tratta della battaglia di una forza politica, ma dall’intera città. Ci sono certamente le condizioni perché esso possa essere approvato ed evitare questo colpo di mano».

Due frasi che lo ridanno al Magistrato e al Consorzio

Un comma di due frasi - inserite all’interno dell’emendamento già approvato nel decreto sulla spending review - che però restituisce l’Arsenale dal Comune allo Stato, come chiedono Magistrato alle Acque e Consorzio Venezia Nuova. Nel testo precedente si leggeva. «Il compendio costituente l’Arsenale di Venezia, con esclusione delle porzioni utilizzate dal Ministero della Difesa per i suoi specifici compiti istituzionali, in ragione delle caratteristiche storiche e ambientali, è trasferito in proprietà al Comune, che ne assicura l’inalienabilità, l’indivisibilità e la valorizzazione attraverso l’affidamento della gestione e dello sviluppo alla società Arsenale di Venezia spa». Ora dopo le parole «dal Ministero della Difesa per i suoi specifici compiti istituzionali» sono inserite le parole «e di quelle destinate alla finalità del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti- Magistrato alle Acque di Venezia». E più avanti l’emendamento precedente recitava: «L’Agenzia del Demanio, d’intesa con il Ministero della Difesa, procede alla perimetrazione e delimitazione del compendio e alla consegna dello stesso alla Società Arsenale di Venezia spa». Ora, dopo le parole «d’intesa con il Ministero della Difesa», sono inserite le seguenti: «e con il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti». Il tavolo di trattativa per la cessione delle aree dell’Arsenale dunque si allarga e dopo Comune, Demanio e Difesa, il quarto “convitato” sarà appunto il Ministero di Passera. Vista la contrarietà al passaggio al Comune di molte aree del sottosegretario alla Difesa Filippo Milone - in odore di conflitto di interessi, secondo anche l’interrogazione parlamentare del senatore del Pd Felice Casson, per i molti interessi nel settore immobiliare - e l’atteggiamento del Magistrato alle Acque, se tutto restasse così, per il Comune si farebbe dura mantenere una porzione significativa di Arsenale alla città.(e.t.)

vedi ancheDietro l'Arsenali di Venezia

Ogni grande manifestazione di popolo che avviene a Venezia ha un carattere pittoresco e festoso, soprattutto quando utilizza il fascino dell'acqua e delle barche imbandierate. Non sempre questi eventi sono ripresi dai media nazionali. Così è stato per esempio per le manifestazioni contro le grandi navi in Laguna, che ha goduto del silenzio dei media nazionali. Un inaspettato successo ha avuto invece la manifestazione contro l'ulteriore privatizzazione dell'Arsenale di Venezia operata dal governo Monti. Questo ultimo infatti ha inserito nel provvedimento alla firma del Presidente della Repubblica una norma che concederebbe al Consorzio Venezia Nuova, concessionario dello Stato per le opere di salvaguardia fisica della Laguna, un'ulteriore cospicua porzione del complesso demaniale dell'Arsenale, da decenni promessa al Comune.

Mi hanno colpito alcuni elementi: innanzitutto il grande rilievo dato dai media nazionali all'evento. E poi, l’insorgere della città – e non solo della sua componente più sensibile alla tutela degi spazi pubblici e dei beni comuni , i comitati) contro un uso dell’Arsenale che ne aumentava ancora il carattere di porzione murata e recintata della città. Sarebbe bello se l’attenzione dei media significasse che parole d'ordine controcorrente ( come «salvaguardare la città e i suoi spazi dalla privatizzazione» fossero il segno di una diffusa maturazione culturale. E se l’unanimità dimostrata dalla società veneziana significasse che essa nel suo insieme dice “basta” alla politica di privatizzazione di ciò che è pubblico

Il successo della manifestazione e l’unanime consenso mediatico che essa ha suscitato mi hanno posto alcune domande: come mai nessuno si era indignato, nemmeno in città, quando il governo, qualche mese fa, aveva assegnato in concessione al Consorzio Venezia Nuova tutta l'area nord dell'Arsenale? Possibile che nessuno in città ne sapesse nulla, neppure il Comune e le aziende di cui è il principale azionista, come l'azienda di trasporti e la spa Arsenale di Venezia? E come mai una persona come l'attuale sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, che non ha mai contrastato le privatizzazioni di spazi ed edifici pubblici al Lido di Venezia e in tutti i complessi immobiliari recentemente passati dalla mano pubblica a quella privata (come quelle che oggi portano il marchio Benetton, Cardin e Trussardi e via griffando), appare oggi come il leader della protesta ed esprime la sua indignazione protestando la sua indignazione perché l'iniziativa del governo «favorisce gli interessi privati contro quelli della città?».

Due strategie

Può aiutare a comprendere l'apparente contraddizione il fatto che per l'Arsenale di Venezia ci sono due diverse strategie, entrambe interessate a promuovere interessi immobiliari e chiusura dei suoi spazi all'utilizzo da parte dei cittadini.

La prima strategia è indubbiamente quella che ha come suo principale attore il Consorzio Venezia Nuova e il gruppo di imprese edili che ne è il proprietario. Questo indubbiamente ha oggi il dominio della parte più consistente dell'Arsenale, concessagli dall’attuale proprietario, il Demanio statale, e l'interesse a estenderlo ulteriormente. Fino a diventarne l’utilizzatore finale per tutte le esigenze, industriali e di “valorizzazione immobiliare”, dei suoi soci.

Contrastare questa strategia è certamente necessario. Ma c’è una strategia alternativa? Nei fatti ne vedo agire una soltanto, e non la giudico positiva. E’ quella perseguita dalle forze e gli interessi che attualmente (diciamo dai tempi del sindaco Cacciari) governa la città ? Questa strategia, nel quadro di una visione immobiliaristica e mercantilistica dell'uso della città ha tra i suoi progetti più significativi quella di realizzare uno sviluppo particolarmente fruttuoso dal punto di vista della rendita immobiliare lungo l'asse, per ora meramente simbolico, domani costituito dalla “sublagunare”), che collega la nuova città di Tessera (2 milioni di mc sul margine della Laguna), il grande complesso dell'Arsenale e le aree già di proprietà pubblica del Lido di Venezia (si vedano in proposito i libretti Tessera City di Stefano Boato, Lo scandalo del Lido di Edoardo Salzano). Questo progetto urbanistico si integra perfettamente con le iniziative immobiliari in gran parte già realizzate lungo la direttrice Piazzale Roma - ponte di Calatrava - stazione ferroviaria - Rialto - San Marco (vedi il libretto Benettown di Paola Somma) e ha, quali ulteriori elementi della strategia che lo sorregge, la tolleranza nei confronti delle grandi navi e la mercificazione delle facciate dei palazzi veneziani.

Nell’ambito di questa strategia l’Arsenale ha indubbiamente un ruolo centrale: Per la sua posizione strategica, per l’entità degli spazi, per il prestigio, per i cespiti finanziari che già i suoi gestori ottengono dallo Stato e dai suoi concessionari.

A proposito: chi sono i gestori degli spazi dell’Arsenale dei veneziani, tutti ancora di proprietà pubblica? Non istituzioni pubbliche, statali o comunali, ma una struttura privatistica, realizzata ad hoc: la “Arsenale s.p.a”, di proprietà paritaria dei due unici soci, Il demanio statale e il comune di Venezia, Una struttura, presieduta e diretta dall’ax assessore all’urbanistica Roberto D’Agostino, che ha la piena potestà di operare, progettare i suoi “programmi industriali", i suoi progetti, le sue decisioni operative con tutta la discrezionalità propria dell’istituzione di diritto privato.

C’è un'altra strategia?

Fino ad oggi l'impressione prevalente era che tra quelle due differenti strategie (quella del Consorzio Venezia nuova e quella dell’attuale maggioranza comunale)non vi fosse contrasto, ma anzi complicità o esplicita collaborazione. La frattura apertasi tra il Comune e il Consorzio Venezia Nuova a proposito delle aree dell'Arsenale può avere più significati. E’ probabile (o almeno possibile) che il conflitto sorto tra le due strategie stia nel nel problema sollevato dal sindaco Orsoni a proposito dell’ammontare del contributo che il Consorzio versa l’Arsenale s.p.a, per l’utilizzazione dell’area di cui gli è stato concesso l’uso. Lo confermerebbe la dichiarazione di Orsoni che la decisione governativa «non consentirebbe ad Arsenale Venezia spa - la società che dovrebbe occuparsi della gestione del complesso - di fare il proprio piano industriale» (Enrico Tantucci, La Nuova Venezia. 12 0ttobre 2012).

Se così fosse, è facile prevedere che la buriana cesserà presto e si troverà un nuovo compromesso, finanziario o immobiliare, tra gi interessi oggi divergenti. MaPer comprendere meglio sarebbe utile conoscere i rapporti funzionali e finanziari che legano tra loro i diversi attori della gestione dell'Arsenale e ciò che il colpo di mano del governo cambia in questi rapporti, e sarebbe utile sapere quale sia il piano industriale della Arsenale spa cui allude il sindaco, quale organo elettivo lo abbia approvato (o almeno conosciuto e discusso).

Più utile ancora sarebbe utile sapere se, se oltre alle due strategie che si contendono il destino dell'Arsenale (e che facilmente troveranno una nuova composizione) ve ne sia una diversa e capace di assegnare all'Arzanà dei viniziani il ruolo più utile alla città e ai cittadini di oggi e di domani. Sarebbe utile, ma non è facile costruirla, finche le informazioni su ciò che c’è dietro il recinto dell’Arsenale resterà così poco trasparente a chi vuol conoscere per partecipare criticamente al governo della città, bene comune.

«Entro il mese troveremo una soluzione». A quasi un anno dal naufragio della Costa Concordia, il decreto Passera- Clini sui limiti alle rotte delle grandi navi a Venezia non trova ancora applicazione. Non dovrebbero entrare a San Marco quelle superiori alle 40 mila tonnellate. Ma in mancanza di alternative il decreto è stato sospeso. Davanti a San Marco passano ogni giorno in stagione quattro o cinque navi di stazza superiore alle 100 mila tonnellate. «Speriamo entro ottobre di poter dare una soluzione concreta», dice il ministro per l’Ambiente Corrado Clini, «è davvero difficile continuare ad assistere a questo spettacolo a San Marco». Anche il Porto, in una prima fase piuttosto restìo alla protesta, apre uno spiraglio. «Per le grandi navi occorre un’alternativa», ripete il presidente dell’Autorità portuale Paolo Costa. Le stesse compagnie Costa e Msc hanno offerto al sindaco Giorgio Orsoni la loro disponibilità. E Orsoni ha deciso per la linea dura: «Se ne devono andare da San Marco». Ma le alternative sono diverse. Perché il Porto insiste sul progetto di scavo di un nuovo canale, il Contorta-Sant’Angelo, che permetterebbe di arrivare all’attuale Marittima passando da Malamocco e non più da San Nicolò (e dunque da San Marco). Il sindaco invece preferirebbe Marghera: banchina già pronta, lavori minimi e tempi stretti (al contrario del Contorta, che costa 50 milioni e secondo esperti idraulici potrebbe aumentare l’erosione della laguna trasformando un piccolo canale in una vera sutostrada del mare. La Vtp (Venezia Terminal passeggeri) non intende mollare, ricorda che «le navi portano ricchezza». E pensa di raddoppiare la Marittima. Costruendo una mega stazione nelle casse di colmata in territorio di Mira per le navi superiori alle 300 mila tonnellate. Il comitato «No navi» incassa le aperture di Costa e Orsoni, anche se non si fida: «Andiamo a vedere se si fa sul serio», dicono. E rilancia: «Le grandi navi di quelle dimensioni devono stare fuori della laguna». Soluzioni possibili, Punta Sabbioni (con il vecchio progetto De Piccoli, depositato anni fa tra le alternative al Mose; oppure Santa Maria del Mare, sulle babnchine oggi utilizzate per il Mose dal Consorzio Venezia Nuova che dovrebbero essere smantellate nel 2014. Clini si dice fiducioso. «Il sindaco e il presidente dell’Autorità portuale hanno messo a punto soluzioni rapide che potranno essere realizzate in tempi molto brevi», dice. Un vertice a tre è previsto per il 24 ottobre. E allora toccherà decidere. Intanto le navi, alte più dei campanili, continuano a fare l’«inchino» a San Marco.

Ha già raccolto numerose firme l’appello al Presidente Napolitano - sull’onda della notizia pubblicata dal nostro giornale - perché non sottoscriva il decreto scippa-Arsenale lanciato ieri dal Comitato per la restituzione dell’Arsenale a Venezia. «Apprendiamo indignati dai giornali - si legge nell’appello - del colpo di mano, contenuto nell'emendamento del Ministro Passera, che annulla il passaggio dallo Stato al Comune di Venezia di una grande parte dell'Arsenale Nord (area dei Bacini e delle Tese).Questo emendamento dell'ultima ora, inserito furbescamente per accontentare gli interessi privati delle aziende del Consorzio Venezia Nuova, va contro le prospettive di restituzione dell'Arsenale alla città e quindi al suo legittimo proprietario,: il Comune di Venezia. Ci opponiamo con forza a questo evidente sopruso di chi vuole "allungare le mani sulla città" delegittimando il Comune di Venezia»

Presidente Napolitano, non firmi quel decreto che “scippa” l’Arsenale a Venezia per fare solo gli interessi di un consorzio di imprese private. È un appello che arriva da tutta la città - dopo l’inserimento a sorpresa del codicillo nel decreto sull’agenda digitale e l’innovazione del ministro delle Infrastrutture Corrado Passera che restituisce al Demanio le aree del complesso sui cui il Consorzio Venezia Nuova deve compiere le manutenzioni delle paratoie del Mose - al presidente della Repubblica che sta per licenziare il provvedimento e il primo a sollecitarlo è il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni, che con lui si è già messo in contatto. Si annuncia già un Consiglio comunale straordinario proprio all’Arsenale - proposto dal consigliere comunale Beppe Caccia e sostenuto dal sindaco - con la partecipazione degli stessi cittadini. «Il presidente Napolitano è perfettamente informato del contenuto di quel decreto - commenta Orsoni - e io spero ancora in un suo intervento, anche se non è assolutamente mia intenzione “tirarlo per la giacca”. Quel codicillo inserito sul decreto sull’innovazione che ci priverebbe di buona parte dell’Arsenale è una cosa vergognosa, un provvedimento fatto solo per tutelare gli interessi privati del Consorzio Venezia Nuova senza tener conto di quelli della città. Non è assolutamente vero, come sostiene il Magistrato alle Acque - e con cui avevamo già discusso il problema - che il passaggio di proprietà al Comune di questa parte di Arsenale non consenta il mantenimento delle lavorazioni del Mose finanziate dallo Stato. Si tratta, certo, di stipulare un nuovo accordo, ma il fatto stesso che il Consorzio paghi già ora un canone di concessione per proprie lavorazioni è la prova che potrebbero farlo su un’area statale, come su un’area privata. Il fatto che la proprietà dell’Arsenale passi al Comune non cambia nulla e la concessione in atto resta pienamente valida. È solo un pretesto per mantenere l’area nelle condizioni attuali, privandoci della proprietà di quasi tutto l’Arsenale nord e impedendoci anche di recuperarlo, visto che non potremo più contare sui canoni concessori che servirebbero per il suo recupero e impedendo ad Arsenale Venezia spa - la società che dovrebbe occuparsi della gestione del complesso - di fare il proprio piano industriale».

Le conclusioni di Orsoni sono amare: «È molto triste che in questa città ormai gli interessi privati prevalgano su quelli del Comune e della città. Così al Consorzio si concede l’Arsenale e quei fondi per il Mose negati dal Governo, in misura infinitamente inferiore, a noi per la manutenzione della città. All’aeroporto, il piano di sviluppo aeroportuale della Save finisce per “mangiarsi” il terminal acqueo destinato a servire la città. E il Porto non vuole trasferire le grandi navi a Marghera per tutelare gli interessi della Venezia Terminal Passeggeri. Per l’Arsenale, se Napolitano non potrà fermare in decreto, spero che possa farlo il Parlamento, quando il provvedimento arriverà in aula per la conversione in legge».

E a annunciare subito battaglia in Parlamento contro il decreto scippa-Arsenale sono già il deputato veneziano del Pd Andrea Martella e il senatore Paolo Giaretta. «Ci auguriamo - dichiarano - che il Capo dello Stato non firmi il provvedimento. Se invece il decreto dovesse essere convertito in legge presenteremo alla Camera ed al Senato gli emendamenti per l’abrogazione di questa norma. E’ necessario mettere lo stop a questo inaccettabile smacco. Riservare al Consorzio Venezia Nuova il ruolo di padrone pressoché assoluto dell’Arsenale significa bloccare ogni progetto di recupero di questa preziosa area, a beneficio della città. Siamo di fronte ad un potere invasivo che grava su Venezia, qualcosa di insopportabile per una città che cerca, anche attraverso l’Arsenale, nuove strade di sviluppo per l’immediato futuro. E’ chiaro che, se passa questo testo, una fetta enorme delle chance di rilancio di Venezia viene a tramontare definitivamente». Sulla stessa linea anche il Pd veneziano con i segretari provinciale e comunale Michele Mognato e Claudio Borghello che giudicano «scandalosa e inaccettabile la scelta di trattenere in capo allo Stato l’Arsenale di Venezia. Il Governo cambi idea e mantenga gli impegni già presi: chiediamo ai parlamentari veneziani e veneti in particolare, di adoperarsi affinché in sede di discussione parlamentare questa stortura venga cancellata».

Postilla

Nell sottotitolo l’articolo della Nuova Venezia riferisce che il sindaco si è sfogato affermando che con l’iniziativa di Profumo si pone la «la Città in mano agli interessi privati», e convocando un un Consiglio comunale straordinario. E' certamente scandalosa la manovretta di Profumo per allargare surrettiziamenteil già largo spazio già concesso al Consorzio Venezia Nuova a scapito di quello attribuito al Comune. Ma la storia recente (gli ultimi 20 anni) delle intenzioni, dei progetti e degli affari relativi all’"Arzanà dei veneziani" andrebbe raccontata e sarebbe ricca di insegnamenti.

Certo è che le proteste del sindaco (e dei poteri elettivi) che hanno governato la città con piena continuità culturale suscitano, in chi conosce gli eventi veneziani sentimenti di indignazione dello stesso peso a quelli provocati dall’iniziativa del governo Monti. L,Arsenale non era forse già stato concesso al Consorzio Venezia Nuova per la parte più consistente e comunque come utilizzazione dominante nel silenzio complice di tutti? La città non era stata già donata al potente consorzio, e a chiunque volesse usarla come merce?

Del resto, quale proposta strategica è mai stato capace di formularela politica veneziana per quello splendido e gigantesco complesso dopo gli anni in quando De Michelis bocciò la proposta elaborata dalla giunta Rigo-Pellicani, in collaborazione, con i tre ministeri statali interessati, privilegiando la promozione del mercantilismo dell’arte contemporanee in alternativa allo sviluppo delle delle attività legata alla conoscenza, dei rapporti, storici e attuali tra la terra e il mare e al restauro di tutti i beni mobili e immobili che, nella città, quel rapporto testimoniano?

Infine, come sfuggire a un moto d'indignazione quando si legge che il sindaco di Venezia protesta oggi perché il governo favorisce gli interessi privati contro quelli della città, dopo che le vicende che la stampa cittadina ( ed eddyburg) hanno raccontato e denunciato: da quella del Lido di Venezia a quelle contrassegnate dai marchi Benetton , Cardin, Trussardi e via griffando? Ma facciano il piacere...

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Due mesi è durato il sogno dei veneziani. In due mesi, dal 7 agosto alo ottobre, è nata e si è subito dissolta l'illusione di tornare dopo 207 anni padroni dell'Arsenale. Era stato di loro proprietà per secoli e secoli, fino al 1805: quando Napoleone Bonaparte, che aveva occupato militarmente la Serenissima anni prima, aveva ridotto Venezia a semplice città del suo Regno d'Italia. L'Arsenale era in seguito diventato patrimonio dello Stato italiano con i Savoia e del Demanio con la Repubblica. Prima che nel decreto sulla spending review, convertito in legge il 7 agosto scorso, spuntasse una norma che ne trasferiva la proprietà, «con esclusione delle porzioni utilizzate dal ministero della Difesa per i suoi specifici compiti istituzionali», al Comune di Venezia. Il quale, precisava il provvedimento, era anche incaricato di assicurarne «l'inalienabilità, l'indivisibilità e la valorizzazione attraverso l'affidamento della gestione e dello sviluppo alla società Arsenale di Venezia». Un successo clamoroso per chi da tempo insisteva sulla necessità di restituire al patrimonio cittadino uno dei suoi spazi più grandi e importanti, dove oltre alla Marina militare trovano ospitalità la Biennale e il Consorzio Venezia nuova, raggruppamento imprenditoriale che sta realizzando il sistema di dighe mobili Mose. Poi, però, durante l'estate, è successo qualcosa. E nel decreto Crescita 2.0, approvato dal governo una settimana fa, è comparsa, abilmente occultata in uno degli ultimi articoli, una norma che ribalta completamente la situazione. È bastato aggiungere a quel passaggio appena citato del decreto sulla spending review, «con esclusione delle porzioni utilizzate dal ministero della Difesa», questa frasetta: «E di quelle destinate al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti — magistrato delle acque». Il risultato è che la parte più vasta dell'Arsenale, vale a dire quella occupata dal Consorzio, non va più al Comune. Rimane invece affidata al ministero di Corrado Passera e a Venezia nuova. E la città non ci può mettere il becco. La verità è che quel Consorzio è una potenza assoluta, e questo colpo di scena ne è ulteriore dimostrazione. L'aveva già sperimentato, quel potere, Maria Giovanna Piva, a lungo magistrato delle acque prima di essere spedita a Bologna nel 2008. Per contrasti, è la vulgata, proprio con la corazzata di Venezia nuova. E l'ha sperimentato anche chi ha visto pian piano espandersi irresistibilmente la sfera d'influenza delle imprese che ne fanno parte al grande affare delle bonifiche di Porto Marghera. Soci del Consorzio sono una trentina di costruttori: da Astaldi a Mazzi, a Gavio, al gigante delle cooperative Ccc... Un plotone foltissimo, nel quale recita un ruolo di pivot la Mantovani presieduta da Piergiorgio Baita. Normale che qualcuna di queste grandi aziende, compresa la stessa Mantovani, abbia linee di credito con il gruppo bancario Intesa, da cui provengono sia Passera, sia il viceministro con delega alle Infrastrutture Mario Ciaccia. Come è normale, aggiungiamo, che que, sto particolare venga ricordato. E la croce che Passera e Ciaccia sono costretti a portare. Certo è che per il sindaco Giorgio Orsoni la retromarcia del governo è uno smacco bruciante. Mentre al contrario per il Consorzio Venezia nuova si tratta di una vittoria schiacciante. La gigantesca area dell'Arsenale è stata assegnata in concessione dal Demanio a quel gruppo di imprese, c'è scritto nel bilancio del Consorzio, «perla futura gestione e manutenzione del sistema Mose». E proprio questo è il punto. Perché il potentissimo Consorzio ritiene già acquisita anche la fase successiva alla costruzione e messa in opera delle famose dighe mobili grazie alle quali Venezia dovrebbe essere difesa dal fenomeno dell'acqua alta. Per capirci, si tratta della parte più redditizia dell'intera operazione. Un business ancora più appetitoso della stessa costruzione. Non è un caso che i lavori di adeguamento delle strutture dell'Arsenale per le future opere di manutenzione delle porte del Mo-se siano iniziati da un pezzo. Il fatto è che non tutti, invece, accettano di trovarsi davanti al fatto compiuto dando per scontato che la gestione e manutenzione dell'opera debbano essere appannaggio automatico di Venezia nuova: cioè senza una nuova procedura a evidenza pubblica. Vedremo. Intanto, tra avere la sicurezza delle disponibilità delle aree e vedersi invece piombare dentro il Comune con tutti i rischi che il cambio di proprietà potrebbe comportare, c'è una bella differenza. O no?

TORRE La settimana prossima incontro tra il gruppo di Cardin e i vertici dell'ente aeronautico Palais,l'Enac ora e pronto a dire si Basilicati: «Chiederanno approfondimenti, entro e settimana dovremo ottenere via libera» Passi avanti anche sulle trattative per le aree Elisio Trevisan MESTRE Da Roma giungono segnali positivi per il Palais Lumière veneziano. L'aveva annunciato l'altro ieri l'amministratore delegato dello studio di progettazione Altieri nel corso di un incontro pubblico a Spinea: Guido Zanovello ha detto che già la prossima settimana Enac, l'Ente nazionale aviazione civile, darà il suo parere positivo alla deroga per l'altezza della torre di Pierre Cardin (250 metri). Ne abbiamo chiesto conferma all'ingegner Rodrigo Basilicati, amministratore delegato di Concept Creatif International, il gruppo dello stilista italo francese.

«Ho appuntamento con i vertici di Enac a Roma la prossima settimana. Sappiamo che hanno prodotto già due o tre documenti con i quali formalmente ci chiederanno ulteriori approfondimenti e alcuni ne faranno loro».

La settimana prossima, dunque, non sarà quella decisiva. «Non penso che tutto si risolverà in quella sede, ci vorranno ancora alcune settimane per l'approvazione definitiva ma i commenti che ci hanno inviato in questi ultimi giorni sono molto positivi».

D'altro canto non avreste firmato il preliminare per le due aree più grosse senza avere almeno un segnale in tal senso da Roma.

«Già, e contiamo di risolvere anche la questione dei terreni mancanti in contemporanea con l'arrivo dell'approvazione di Fino ad ora vi siete impegnati ad acquistare una decina di ettari, della famiglia Zanardo e del fondo Lucrezio dei Mevorach, ve ne mancano altri otto per completare l'area sulla quale costruire il Palais Lumière.

«Per il Palais sono già sufficienti i primi dieci ettari, poi però ci sono le aree di espansione del progetto. Parte sono del Comune al quale abbiamo già inviato richiesta d'acquisto, parte delle ferrovie, altre sono occupate da strade, rimangono cinque o sei ettari di privati vari con i quali stiamo trattando». Privati che vogliono tirare sul prezzo, a quanto pare. «Non tutti, con la maggior parte abbiamo avviato trattative proficue. Alcuni addirittura potranno essere integrati dentro il progetto con le loro attività. Ce ne sono solo due o tre che vogliono alzare il prezzo. Vedremo, certo che non possiamo pagare cifre improponibili; se le trattative non dovessero andare in porto vorrà dire che, trattandosi di piccoli terreni ai margini dell'intera area, cambieremo il disegno escludendo quegli spazi. Siamo partiti due anni fa per questo progetto e vogliamo far partire i cantieri il più presto possibile».

Il ponte di Calatrava colpisce ancora. Dopo una storia infinita di costi ballerini (lievitati da 2 a 23 milioni di euro), di varianti in corso d’opera, di costosissime manutenzioni, il quarto ponte sul Canal Grande è diventato il passaporto per un nuovo intruso nel cuore di Venezia: l’indecente alberghetto in vetro, ferro e cemento già in costruzione a un passo dal ponte. Per soprammercato, un garage a due piani, sotterraneo come a Venezia proprio non si fa. Dopo un contenzioso durato cinquant’anni, il proprietario dell’albergo Santa Chiara (su piazzale Roma) ha ottenuto il permesso di edificare in cambio di una piccola area verde che serviva per la base del nuovo ponte. Unponte di debole Costituzione:così lo ha chiamato la storica veneziana Nelli-Elena Vanzan Marchini, in un prezioso libretto della collanaOcchi aperti su Venezia (editore Corte del Fontego).

Calatrava è un celebrato architetto, che però ha calato sul Canal Grande un ponte pensato senza alcun rapporto, né stilistico né statico, con le caratteristiche del luogo: unsignature bridge chepotrebbe stare a Brasilia o a Shanghai. Ma Venezia non è una città qualsiasi: bello o brutto che sia, il ponte è inadatto alla città, al punto che la Corte dei Conti ha chiesto a Calatrava e ai responsabili del progetto 3,4 milioni di danni «in quanto l’opera è affetta da una patologia cronica caratterizzata dalla necessità di un costante monitoraggio e dal continuo ricorso a interventi non riconducibili alla ordinaria manutenzione».Riconosciamo in questa vicenda un virus che appesta le nostre città: il pregiudizio che una firma prestigiosa basti a giustificare qualsiasi inserzione di nuove architetture nelle città storiche (così Benetton ricorre a un grande architetto, Rem Koolhaas, per legittimare un’operazione speculativa sul cinquecentesco Fondaco dei Tedeschi:Repubblica,13 febbraio).

Viene in mente l’amara riflessione di Giancarlo De Carlo sul “fenomeno della copertura professionale” di grandi architetti, assoldati per coprire col loro nome guasti d’ogni sorta. Nessun luogo al mondo è più sensibile di Venezia a tali manovre. Occhi aperti su Venezia, dunque, ma anche sull’Italia: perché quel che si è messo in movimento è una sorta di missile a tre stadi. Prima fase, si manda avanti, come un rompighiaccio, il progetto di una qualche Grande Firma. Se, in nome della fama dell’archistar di turno, si riesce a farlo passare in barba alla storia e alla legalità, si può passare alla Fase Due: qualsiasi architetto, anche se ignoto ai più, potrà seminare per Venezia le sue piccole o grandi infamie. Segue, inevitabile, la Fase Tre: se tutto questo può accadere nel centro storico più delicato e più famoso del mondo, a maggior ragione le altre città italiane potranno popolarsi di intrusi in nome della modernità. È sotto quest’insegna, infatti, che una casta di costruttori senza fantasia, dopo aver deturpato le città italiane con architetture di pessima qua-lità, ha ora l’arroganza di proporre l’invasione dei centri storici. Ma anziché desertificare quel che resta delle nostre città, perché non usare le vere o presunte architetture di qualità per riscattare lo squallore delle nostre deformi periferie?

Venezia è oggi il laboratorio e la cartina di tornasole di un processo nazionale di accelerato degrado della tutela dei centri storici. Il peggiore insulto degli ultimi mesi alla città, l’improvvisato grattacielo che Pierre Cardin vorrebbe innalzare a Marghera, non hanemmenopro forma lacopertura di un’archistar: il progetto è la tesi di laurea di un nipote dello stilista, sostenuta a Padova nel 2011 (Corriere del Veneto,28 agosto): quanto basta per assicurarsi l’entusiasmo del ministro dell’ambiente Clini, che nello sgangherato palazzaccio vede a colpo sicuro l’alba di un Nuovo Rinascimento, e garantisce (dice lui) il pieno appoggio del governo. Pazienza se, coi suoi 250 metri di altezza, il mausoleo Cardin sfregerà per sempre loskylinedi Venezia, e violerà di oltre 110 metri l’altezza massima consentita nelle vicinanze dell’aeroporto (Repubblica,31 luglio).

L’impropria espansione dell’albergo di Piazzale Roma può parere al confronto una piccola cosa, ma non è così. Sarebbe (anzi è, perché la costruzione è in corso) il primo nuovo edificio sulle sponde del Canal Grande da un secolo a questa parte, un precedente pericolosissimo per nuove intrusioni. Quanto al garage interrato, non è quel che ci si aspetta a Venezia; e se poi, come alcuni temono, dovesse accrescere l’instabilità del vicinissimo ponte di Calatrava? Gian Antonio Stella ha raccontato da par suo la catena di garbugli e cavilli con cui questo progetto, anche qui senza bisogno di archistar, ha preso forma (Corriere della Sera,22 settembre). Ma davvero la sorte di Venezia e della sua bellezza dev’essere decisa da cavilli burocratici, e non dalla fedeltà ai principi della tutela e all’immagine della città? Chi può mai prendere una decisione come questa in barba al buon senso? Circola in merito una strana leggenda: responsabile unica e ultima della decisione sarebbe la Commissione di Salvaguardia, istituita con la legge speciale su Venezia del 1973. Questo pletorico organismo, presieduto dal presidente della Regione, è composto da venti membri, prevalentemente di nomina politica (4 della Regione, uno della Provincia, 3 del Comune, 2 dei comuni di gronda...), e si presta dunque al consueto scaricabarile. Non giova alla trasparenza il fatto che il progettista dell’alberghetto-intruso sia Antonio Gatto, membro della Salvaguardia in rappresentanza del Comune.

Ma la Commissione non è l’ultima istanza, dato che ne fanno parte due soprintendenti, quello ai monumenti e quello alle gallerie, e la legge prevede espressamente che, quando vi sia il parere contrario di uno dei due soprintendenti, “le determinazioni della Commissione sono sospese e il presidente della Regione, entro venti giorni, rimette gli atti al parere del Consiglio superiore dei Beni culturali” (artt. 5 e 6). La domanda è dunque: ammesso che (si spera) il progettista sia almeno uscito dalla stanza quando la Commissione, il 27 luglio 2010, approvava il suo progetto, i Soprintendenti hanno espresso, come dovrebbero, parere negativo? E il presidente della Regione? Il ministro Ornaghi, ora che con soli dieci mesi di ritardo si è dimesso da rettore della Cattolica, troverà il tempo di rompere il suo ostinato mutismo per dirci quel che pensa in proposito? Vorrà convocare il Consiglio superiore, da lui nominato da poco, peraltro con netta prevalenza di psicologi, politologi e altri inesperti? Quali che siano i cavilli amministrativi, l’intruso va scacciato dal Canal Grande. Ma un vantaggio in questa storia c’è: sarà facile capire chi ha più a cuore Venezia, se il ministero dei Beni culturali, la Regione o il Comune: sarà chi per primo avvierà le procedure di demolizione, prima che sia troppo tardi.

A chi appartiene Venezia? A tutti, direte. No: per il Tar un pezzo della città appartiene solo al suo padrone. Che dopo un conflitto burocratico-giudiziario di 55 anni ha cominciato a costruire un edificio per raddoppiare il suo albergo vicino al ponte di Calatrava. Risultato: il colpo d'occhio sul Canal Grande per chi arriva oggi a piazzale Roma è mozzato dallo scheletro di un palazzo moderno che potrebbe sorgere a Kansas City.

Il protagonista dell'estenuante battaglia di carte bollate, ricorsi, controricorsi, intimazioni, condotta per costruire quello che, a memoria dello storico Alvise Zorzi, è il primo edificio moderno tirato su lungo il Canal Grande dai tempi del Ventennio in cui fu rifatta la stazione di Santa Lucia realizzata dagli austriaci, si chiama Elio Dazzo ed è proprietario dell'Hotel Santa Chiara, un convento di monache che ha più di cinquecento anni e fu trasformato in un hotel diversi decenni fa. Chi è stato a Venezia lo ricorderà senz'altro: è l'unico, come dice lo stesso sito web, dove si può arrivare in macchina: il retro è su piazzale Roma, la facciata sul Canal Grande.

La contesa buro-giudiziaria in realtà, essendo durata il doppio della Guerra dei Trent'anni che sconvolse l'Europa nel Seicento, non fu cominciata dall'attuale proprietario. Iniziò infatti nell'aprile del 1957, quando sulla Sierra Maestra Fidel Castro organizzava la guerriglia, a Roma nasceva la Comunità economica europea e l'Unione Sovietica lanciava lo Sputnik. Un mucchio di tempo fa.

La città era in mano a una classe dirigente in preda alla fregola di modernizzare tutto e giravano idee folli come quelle di superstrade trans-lagunari, grattacieli a San Sebastiano, tangenziali sotterranee con mega-parcheggi sotto San Marco. Anni in cui il sindaco Giovanni Favaretto Fisca perorava a Roma il progetto di una monorotaia di cemento armato stesa su migliaia di tralicci a reggere vagoni come cabine di una funivia e davanti al raccapriccio dei puristi un cronista lacché arrivò a scrivere che quei piloni alti 35 metri non avrebbero avuto alcun impatto visivo: «Basterà dipingerli coi colori della laguna». Deliri.

In quel contesto, che faceva uscire pazzo Indro Montanelli, furente di quel genere di megalomanie che trascuravano la manutenzione quotidiana, l'amministrazione del sindaco Roberto Tognazzi firmò un accordo coi padroni dell'Hotel Santa Chiara su certe particelle catastali di piazzale Roma: tu dai un pezzo di terra a me, io do un pezzo di terra a te. Restava inteso che si trattava di terreni edificabili.

Per decenni, quell'accordo mai perfezionato fino all'ultima marca da bollo, restò lì, a galleggiare nel nulla. Finché una ventina d'anni fa i nuovi proprietari, che usavano quel terreno in riva al Canal Grande come parcheggio (chi vuole può vedere in Google Earth come era fino a poco fa la situazione) decisero di passare all'incasso di quell'antico accordo rimasto in un cassetto a coprirsi di polvere.

L'amministrazione comunale dice oggi che tentò di guadagnare tempo, anno dopo anno, approvando nel 1997 una convenzione che finalmente perfezionava i passaggi di proprietà del vecchio accordo (anche in funzione del futuro ponte di Calatrava) e consentiva una nuova volumetria per 9.885 metri cubi su una superficie di 659 metri quadrati, lasciando però un po' tutto in sospeso...

Due anni dopo, il proprietario chiedeva una licenza edilizia per ampliare l'albergo in attuazione dell'accordo del '57 e il Comune respingeva la richiesta legando la possibilità di costruire alla stesura del Piano particolareggiato. Come dire: campa cavallo... Altri quattro anni d'attesa e il Tar dava ragione al privato: il contratto del '57 faceva testo, quindi erano nulli sia il rifiuto della licenza sia la condizione posta sul Piano particolareggiato. A quel punto, sostiene l'amministrazione attuale, il Comune tentava l'ultima carta per fermare il cantiere prendendo atto del verdetto del Tar ma mettendo dei paletti perché l'edificio si armonizzasse ad alcuni criteri. Nuovo ricorso al Tar e nuova sentenza: quei paletti non li poteva mettere. «A quel punto», spiega l'assessore all'Urbanistica Ezio Micelli, «il municipio era con le spalle al muro. Non poteva più fare niente. L'ultima parola spettava alla commissione di salvaguardia e alla sovrintendenza».

In origine, in realtà, pareva che Elio Dazzo, oggi presidente dell'Aepe (l'Associazione pubblici esercizi) e dell'Apt veneziana nonché tra i promotori dell'associazione «Sì Grandi Navi» a favore della navigazione in bacino degli immensi bastimenti da crociera lunghi il doppio di piazza San Marco, volesse solo fare un garage sotterraneo. O così avevano capito in tanti. Tanto che La nuova Venezia di due anni fa pubblicò un pezzo dove diceva che l'assessore ai Lavori pubblici Alessandro Maggioni era intenzionato a mettersi di traverso al «garage» perché preoccupato, dopo uno studio fatto dal Politecnico di Torino, per la stabilità del ponte di Calatrava che è lì accanto.

Fatto sta che di sentenza in sentenza le cose sono andate avanti ed è oggi in costruzione, in riva al Canal Grande, un edificio molto vistoso di due piani di garage interrati più altri tre (diciamo tre e mezzo) di una nuova ala dell'hotel. Tutto di cemento ricoperto, pare di capire, di una avveniristica superficie a vetro.

La sovrintendente Renata Codello, già al centro di altre polemiche per aver detto a una tv austriaca (vedi YouTube) di non esser poi preoccupata per le grandi navi da crociera, sbotta: «Avremo bocciato venti progetti! A un certo punto cosa potevamo fare?». Invita a non guardare i rendering che fanno immaginare un lucente parallelepipedo che starebbe benissimo in Qatar o nel Nebraska: «Son solo figurine. Aspettate a vedere i lavori finiti. L'architetto ha lavorato con Renzo Piano». E guai a parlare, nel contesto veneziano, di una bruttura: «Lei è architetto? Non faccia l'architetto». A proposito, il progetto è firmato da Antonio Gatto, presidente dell'Ordine degli architetti e (pura coincidenza) storico membro della commissione di Salvaguardia, cioè l'organismo che avrebbe potuto bloccare tutto o comunque imporre regole rigidissime.

E torniamo al tema iniziale: ammesso che tutte le leggi siano state applicate in modo cristallino, davvero il legittimo interesse economico di un privato viene prima dell'interesse di tutti i cittadini del mondo ai quali viene imposta una prospettiva di quel tratto del Canal Grande che non sarà mai più quella di prima? E non sarà questo parallelepipedo di cemento e di vetro il grimaldello per scardinare le difese di altri pezzi di Venezia?

La Costituzione italiana, all'articolo 9 dice che la Repubblica «tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». E gli articoli 41 e 42 spiegano chiaramente come l'interesse della proprietà privata abbia comunque dei limiti negli interessi superiori della collettività. C'è chi dirà che esiste anche un articolo 29 che sanciva solennemente: «Tutte le proprietà, senza alcuna eccezione, sono inviolabili». Ma si trattava dello Statuto Albertino.

C’è una nuova moda tra i potenti: profanare Venezia. In barba alle leggi e asservendo le istituzioni. Tre eventi in sequenza non lasciano dubbi in proposito. Atto primo: dopo l’incidente della Costa Concordia naufragata al Giglio con gravi perdite umane e disastro ambientale, da tutto il mondo venne la richiesta che si stabilissero :«Nuove regole per quei colossi».

Specialmente nel punto più prezioso e fragile, Venezia. E infatti il decreto è arrivato in marzo, e vieta “inchini” e passaggi a meno di due miglia nautiche dalla costa (quasi quattro chilometri). Con una sola eccezione: Venezia, dove enormi navi, da 40.000 tonnellate e oltre, sfiorano ogni giorno Palazzo Ducale, incombono sulla città, inquinano la laguna, oltraggiano lo skyline di Venezia e i suoi cittadini. Venezia dunque “fa eccezione”, ma non perché è più protetta, come il mondo si aspetta, bensì perché non lo è affatto (due incidenti evitati per pochi metri negli ultimi sei mesi).

Secondo atto: Benetton compra il Fondaco dei Tedeschi, prezioso edificio di primo Cinquecento ai piedi del ponte di Rialto, per farne «un megastore di forte impatto simbolico». Accettabile, vista l’antica destinazione commerciale di quella fabbrica illustre. Ma Rem Koolhaas, l’architetto incaricato della ristrutturazione, disegna un neo-Fondaco con sopraelevazione, mega-terrazza con vista su Rialto e scale mobili che violentano da lato a lato l’armonioso cortile. Dopo la denuncia di questo giornale (“Quel centro commerciale che ferisce Venezia”, 13 febbraio) e di molti altri, dopo il parere negativo della Soprintendenza, Koolhaas insiste: «Faremo il progetto, al diavolo il contesto, è quello che paralizza la nuova architettura». Profanare un edificio storico è dunque parte del “forte impatto simbolico” commissionato da Benetton.

Il terzo atto è di questi giorni: Pierre Cardin, memore delle sue origini venete, a 90 anni vuol lasciare un segno in Laguna. Costruendo a Marghera un Palais Lumière da un miliardo e mezzo, alto 250 metri, superficie totale 175mila metri quadrati. Tre torri intrecciate, 60 piani abitabili, un’università della moda e poi uffici negozi, alberghi, centri congressi, ristoranti, megastore, impianti sportivi. Una città verticale, un’occasione unica per il recupero di un’area industriale in degrado. Ma la Torre di Babele targata Cardin, coi suoi 250 metri di altezza, sarebbe alta 140 metri in più del campanile di San Marco, e svettando su Marghera segnerebbe duramente lo skyline di Venezia, in barba a tutte le norme urbanistiche: impossibile non vederla da piazza San Marco, anzi da tutta la città. Specialmente di notte, perché il mastodonte, illuminatissimo, meriti il nome di Palais Lumière.

Non solo: sarebbe sulla rotta degli aerei, e violerebbe di ben 110 metri i limiti di altezza imposti dall’Enac (Ente nazionale aviazione civile). Ma se l’Enac risponde picche, Cardin non demorde: o un sì integrale al progetto, o il suo palazzo emigrerà in Cina.

Che cos’hanno in comune questi tre episodi? Sono tre occasioni per Venezia. Ma perché, se vogliamo portare turisti a Venezia per mare, va fatto con meganavi superinquinanti che s’insinuano in città come altrettanti grattacieli? Perché, se vogliamo recuperare all’uso commerciale il Fondaco dei Tedeschi, dobbiamo violarne l’architettura? Perché Cardin non può, nei 250mila metri quadrati del parco che avrebbe a disposizione, edificare due, tre torri più basse, con la stessa superficie totale? C’è una sola risposta: in tutti questi casi, oltraggiare Venezia non è una conseguenza non prevista, ma il cuore del progetto. E’ essenziale profanare questa città gloriosa che infastidisce i sacerdoti della modernità quanto una vergine restia può irritare un dongiovanni che si crede irresistibile.

La profanazione, anzi la visibilità della profanazione, ha una forte carica simbolica, è uno statement di iper-modernità rampante e volgare, che si vuol prendere la rivincita sul passato, umiliare Venezia guardandola dall’alto di una mega-nave o di una superterrazza a piombo su Rialto, o di un grattacielo a Marghera. Pazienza se (lo ha scritto Italia Nostra) l’Unesco dovesse cancellare Venezia dalle sue liste, dato che nel 2009 lo ha fatto con Dresda, dopo la costruzione di un ponte visibile dalla città barocca.

Ma c’è un altro denominatore comune: i soldi. In tutti e tre i casi, il ricatto è lo stesso: senza le mega-navi calano i turisti; per avere la mega-torre di Marghera e la mega-terrazza del Fondaco bisogna ubbidire al committente senza fiatare. E le istituzioni? Prone ai voleri del dio Mercato, sono pronte a tutto: nel caso del Fondaco, il Comune ha accettato da Benetton una sorta di “bonus” di 6 milioni promettendo in cambio di permettere (e far permettere) tutto; il sindaco Orsoni dichiara che «è assurdo mettersi di traverso a Cardin».

Intanto il presidente della regione Zaia incensa lo stilista paragonandolo a Lorenzo il Magnifico (forse non ricordava il nome di nessun doge), e chiede «che il ministro Passera si metta una mano sul cuore» e induca l’Enac a chiudere un occhio: anche la sicurezza dei voli dovrà pur inchinarsi al Denaro. In questa squallida sceneggiata, due sono le vittime: non solo Venezia (e i veneziani), ma anche la legalità, sfrattata a suon di milioni.

E intanto Pierre Cardin ha già messo in vendita gli appartamenti del Palais Lumière, con un annuncio diffuso a Parigi, in cui lo si vede torreggiare sullo sfondo di una Venezia ridotta a miniatura. La legalità può aspettare, la Costituzione può andare in soffitta.

17 settembre 2012

Battaglia navale in Bacino

Msc e Costa bloccate per ore

di Manuela Pivato

Un carosello di spruzzi, fumogeni, virate, moto d’acqua, topette all’attacco e poi messe in fuga dalle sciabolate d’aria di un elicottero della polizia. Una quasi battaglia navale in bacino San Marco dove, ieri pomeriggio, le barche del comitato No Grandi Navi hanno tenuto in scacco tre città galleggianti costringendole a rinviare di quasi tre ore la partenza da San Basilio. Davide contro Golia, un centinaio di gusci di legno e resina contro i grattacieli di Costa e MSC Crociere, i megafoni e i cartelli contro le navi più alte del campanile di San Marco. A fine giornata, chi bagnato fradicio e chi furibondo, il Comitato non si può lamentare.

«Ci sono stati momenti di tensione ma per fortuna non è successo niente di grave – spiega il portavoce del Comitato, Silvio Testa – Abbiamo ottenuto un grandissimo successo perchè queste immagini faranno il giro del mondo e tutto il mondo saprà il danno che ogni giorno subisce la città». Le immagini che stanno già facendo il giro del mondo sono quelle di un piccolo esercito arrivato nel primo pomeriggio a Punta della Dogana con ogni mezzo. Chi in bicicletta da Mira, chi in monopattino, chi in barca a remi, a vela o a motore. In trecento lungo le rive, un centinaio le imbarcazioni nel Canale della Giudecca dentro lo spazio delimitato dal nastro bianco e rosso della polizia che controlla chi è al timone e chi sta a bordo. Le forze dell’ordine non vogliono guai. Il Comitato No Grandi Navi vuole invece la massima visibilità possibile e la cerca in una domenica pomeriggio che prevede il passaggio di Costa Favolosa, Msc Opera e Msc Musica nell’arco di un paio d’ore. Inizia quasi come una scampagnata, con le magliette del Comitato infilate sui vestiti, la musica di Jovanotti, i cani, i palloncini. Arrivano i No Tav di Portogruaro, i No Dal Molin di Vicenza, quelli contro il rischio chimico di Marghera. Tanti No messi insieme che aspettano al varco navi le cui scialuppe sono dieci volte più grandi della barca più grande. La Costa Favolosa, che avrebbe dovuto passare in bacino San Marco alle 16.30, per prudenza resta agli ormeggi in Marittima. I crocieristi si consolano con un drink e il Comitato festeggia un risultato che sembrava insperato. Nell’euforia le prima barche iniziano a superare il nastro di delimitazione e la polizia stringe. La Questura manda una mezza dozzina di moto d’acqua che cerca di riportare le barche al loro posto lungo la riva ma la situazione è ingovernabile. Non appena, poco prima delle 19, si staglia la sagoma della Favolosa le barche del Comitato la circondano e partono i primi fumogeni. Da lassù, sull’ottavo ponte della Costa, il razzo dev’essere sembrato poco più di un moscerino ma quaranta metri più in basso, sul pelo dell’acqua, c’è chi se la vede brutta. Per disperdere la flotta arriva un elicottero della Polizia che scende a pochi metri d’altezza. Le pale appiattiscono la superficie del bacino, l’aria alza getti d’acqua che inondano le barche, volano insulti, qualcuno scappa, qualcuno insegue, i più coraggiosi restano per tentare il bis con l’arrivo della Msc Opera e magari poi con la Msc Musica. L’elicottero scende nuovamente e anche i più oltranzisti capiscono che tanto ormai è fatta. I 6 mila crocieristi torneranno a casa almeno con il dubbio. Il consigliere Beppe Caccia intanto annuncia un esposto alla Procura contro l’intervento dell’elicottero: «Una scelta criminale che ha messo a rischio l’incolumità di decine di persone oltre a quella dei monumenti della città».

18 settembre

GRANDI NAVI»LA PROTESTA FINISCE IN PROCURA

Decine di denunce tra i manifestanti

di Giorgio Cecchetti

Denunce e controdenunce. La manifestazione organizzata dal Comitato No Grandi Navi in bacino San Marco avrà una coda velenosa e toccherà alla Procura sbrogliare la matassa: il capo della Digos Ezio Gaetano ha preannunciato una quarantina di segnalazioni per interruzione di pubblico servizio, lesioni (quattro poliziotti sarebbero rimasti feriti con una prognosi di una decina di giorni ognuno), tentato naufragio e pericolo per la navigazione. Dall’altra parte il consigliere comunale Beppe Caccia ha annunciato che, oltre ad un’interrogazione urgente, presenterà un esposto «per le scelte estremamente pericolose compiute da Capitaneria di Porto, Autorità portuale e dalla Questura». E ci sono riprese tv, fotografie e testimonianze sulle spericolate manovre sia delle imbarcazioni della Polizia sia dell’elicottero. Le denunce della Digos devono essere ancora formalizzate e ancora non c’è il pm che dovrà occuparsene, comunque, ieri, il capo della Digos ha sostenuto che «è stata garantita la libertà di manifestare» e che le forze dell’ordine sono intervenute «per evitare che l’occupazione del canale potesse essere oltre che illegale anche pericolosa».

Stando alla ricostruzione della Polizia, sarebbero state poco più di una decina le barche che avrebbero sorpassato il limite prestabilito negli accordi tra Questura ed organizzatori della manifestazione, con la conseguenza che una trentina di persone verranno denunciate per interruzione di pubblico servizio e pericolo per la navigazione, mentre un’altra decina saranno segnalate anche per tentato naufragio e lesioni perché, a bordo di un topo, avrebbero speronato due volanti lagunari e ferito i quattro agenti a bordo. Caccia, invece, sostiene che sarebbero state le forze dell’ordine a tenere un atteggiamento di «incompetente arroganza, messa a servizio degli interessi di pochi padroni della crocieristica». Nell’esposto si legge che «per intimidire le imbarcazioni dei manifestanti hanno fatto volare un elicottero a pochi metri dalle teste delle persone e da monumenti patrimonio dell’umanità come la basilica di San Giorgio, e le lance della Polizia non hanno esitato a speronare sandoli e mascarete, mettendo a rischio l’incolumità di decine di cittadini». Tra i manifestanti non c’erano solo giovani ed esponenti dei Centro sociali, ma anche signori anziani e rappresentanti di Italia nostra. Uno di loro racconta: «Ero attraccato al pontile della Buncintoro con la mia barca e ho visto un gommone con due ragazzi che procedeva quasi sotto riva avvicinato a grande velocità da un’imbarcazione della Polizia, che ha girato intorno più volte, provocando onde piuttosto alte, le quali hanno rischiato di far ribaltare l’imbarcazione. Non contento, un poliziotto si è messo a urlare ai due giovani: «Mongoli, tornate a casa» . Un altro riferisce dell’elicottero che volava a meno di dieci metri sopra la sua testa e che sollevava colonne d’acqua, bagnando tutti. «Ci vorranno ore e ore di manutenzione, poi, per sistemare turbine e motori pieni di acqua salata e a pagare siamo noi», aggiunge.

Le ragioni per le quali la cosiddetta Torre Cardin è un’offesa alle regole di una trasformazione corretta, culturalmente rispettosa e socialmente utile del territorio della laguna sono state espresse con grande chiarezza da numerosi osservatori. Voglio segnalare soprattutto l’articolo di Vittorio Gregotti sulla “Nuova” (6 settembre) e quelli di Paola Somma (25 luglio) e di Sergio Pascolo su “eddyburg.it” (29 agosto). Nulla voglio aggiungere al merito di quelle critiche, ma non posso mancare di esprimere due brevissime riflessioni.

1) Possibile che i massimi esponenti del potere democratico locale e nazionale abbiano rivelato, con i commenti e le decisioni, una visione così meschina e incolta della città e del suo governo? Le dichiarazioni e gli interventi del sindaco di Venezia e del presidente della Repubblica dimostrano un totale disprezzo delle regole sulle quali la convivenza tra interessi diversi si fonda.

2) Sia Gregotti che Somma colgono il carattere sistemico del degrado di cui la torre del “couturier” francese costituisce (insieme all’impero Benetton e ai grattacieli del mare) l’episodio più vistoso. Ma dove affonda le sue radici politiche e culturali il degrado che la torre Lumière riassume e illumina? È chiaramente in quella politica di abolizione dei “lacci e lacciuoli” della pianificazione urbanistica che fu avviata con la giunta Cacciari-D’Agostino e sistematicamente proseguita da quelle successive, in un clima sempre più bipartisan. Venezia è sempre stata una città di mercanti. Ma una volta essi, arricchendosi, rendevano la loro Repubblica più solida, bella e ricca, oggi la distruggono.

* Urbanista

Ora che si sono calmati i rumori intorno alle manifestazioni veneziane forse ci si può occupare anche dei guai di quella straordinaria città. Un'inchiesta sullo stato delle cose e delle prospettive della città di Venezia, patrimonio dell'umanità, pubblicato sul Nouvel Observateur qualche settimana fa, era intitolato Monstres flottants sur la lagune, ma oltre alla questione del passaggio dei colossali piroscafi turistici tra San Marco e le chiese di Palladio, e dei relativi possibili disastri, esso muoveva una serie di interrogativi intorno alle speculazioni che premono sulla città e sulle piccole isole della laguna, sino agli sconvolgimenti dei vari progetti per il Lido, al fallimento del nuovo palazzo del cinema, della discutibile proposta di trasformazione del Fondaco dei Tedeschi, della speculazione del Quadrante di Tessera (due milioni di metri cubi di costruzioni) e della relativa metropolitana sublagunare. Sono questioni che dipendono strutturalmente dalla scelta politicamente errata di una economia solo turistica, questioni che si discutono da almeno vent'anni, senza esito, anche se non sono mancate le preposte alternative. Sulla loro storia consiglio di leggere il piccolo libro che, pur con qualche inesattezza, ha scritto, meritevolmente, di recente il giornalista Alberto Vitucci dal titolo Nel nome di Venezia, o il libro che io stesso ho pubblicato più di quindici anni orsono dal titolo Venezia città della nuova modernità, una prospettiva certamente mancata.

L'ultimo capitolo di questo insieme di sciagure è rappresentato dalla proposta del grattacielo di Cardin, generosa nelle intenzioni del promotore ma assurda sia nella sua soluzione architettonica, che nella totale assenza di una qualche logica di pianificazione di fronte ad un luogo tra i più complicati ed insieme decisivi dell'area metropolitana di Venezia, cioè il sistema Mestre, Marghera con la relativa grande area industriale. Tutto questo, bisogna confessare, sorretto da un piano di assetto territoriale che rifiuta ideologicamente ogni definitone funzionale e di disegno urbano come elemento essenziale delle prospettive di sviluppo di una città tanto difficile. Ma quella del nuovo episodio isolato del grattacielo Cardin è una proposta purtroppo presa sul serio anche dalle istituzioni e persino da una parte dell'opinione pubblica, con il commento che è meglio far qualcosa che nulla. Una conclusione triste ed insieme pericolosa e senza ritorno, come hanno dimostrato i numerosi errori italiani di disegno urbano e di paesaggio in questi anni, e di cui è un segnale la stessa vertiginosa diminuzione della popolazione dell'area centrale di Venezia ridotta ormai a meno di 6o.000 abitanti contro una popolazione turistica che nel 2011 ha raggiunto in un anno i trenta milioni di turisti. Per quanto riguarda poi la soluzione architettonica dell'edificio proposto il suo provincialismo formale è tanto evidente che sembra si stia ricorrendo a qualche ecoarchitetto protettore, oltre che a qualche robusto studio di ingegneria, nel tentativo di un qualche suo consolidamento tecnico-burocratico. Invano qualcuno, come i professori dello Iuav Pascolo e Vittadini, ha elaborato studi e proposte che, fin dal 2009, sono state oggetto di seminari e di tesi di laurea perla trasformazione dell'intera area industriale di Marghera, con la conservazione del suo potenziale di occupazione, proponendone la trasformazione secondo la tradizione della città europea della compresenza di funzioni produttive compatibili, di abitazioni e servizi capaci di una forte mescolanza sociale, con equilibrata relazione con la città di Mestre e con il parco del Forte che affaccia sulla laguna. Forse la generosa volontà da parte del grande Cardin di lasciare un proprio ricordo alla città di Venezia sarebbe più opportunamente collocata se sostenesse la realizzazione di un progetto come quello proposto dallo Iuav, sino ad oggi inutilizzato nella discussione pubblica, nonostante la città sembri, per ora, piuttosto indifferente a tutte queste questioni. Voglio ricordare a questo proposito come alla metà degli anni Ottanta la minaccia di un Expo 2000 veneziana, sostenuta dall'allora potente ministro Gianni De Michelis, fosse stata sconfitta da una sollevazione popolare, sostenuta da alcune personalità culturali e proprio anche dall'Istituto universitario di architettura. Oggi le preoccupazioni della nostra società, lo sappiamo bene, sono in primo piano rivolte alla mancanza di lavoro ed alla sopravvivenza economica. Ma non è escluso che il miracolo della sollevazione anti-Expo possa ripetersi anche oggi.

Postilla

Gregotti è buon conoscitore dell’urbanistica veneziana, i prodotti della sua presenza di docente e di architetto sono stati utili alla città quando i tempi erano meno barbarici. Alcune delle sue proposte coglievano il cuore del problema. Ricordo quella, elaborata con l’indimenticabile Guglielmo Zambrini, per un intelligente sistema della mobilità del tutto alternativo a quello praticato, nei fatti e nei progetti, dagli amministratori degli ultimi decenni. E coglie ogli a certamente il cuore del problema la connessione tra i molteplici temi e aspetti della decadenza di Venezia: tutti o qusi raccontati dai nomerosi saggetti della fortunata collana Occhi aperti su Venezia, dell’editore Corte del fòntego.Intelligente anche la speranza espressa da Gregotti: che si ripeta «il miracolo della sollevazione antiExpo». Il guaio è che una parte consistente del mondo veneziano che allora si oppose all’Expo ha voltato gabbana, come molti intellettuali e quasi tutti i politici. Potrebbe essere utile esaminare, per comprendere meglio, i percorsi che ciascuno di loro ha compiuto, nell’ultimo ventennio. Quando gli intellettuali non aiutano a comprendere le ragioni e le radici della critica e non partecipano alla costruzione di un’alternativa, l’altra parte del mondo, il popolo, fatica a rendere affilate lo proprie armiSu eddyburg vedi, a proposito della Torre Cardin, gli articoli di Paola Somma e di Sergio Pascolo.

«Al bando funambolismi filosofici sull’opportunità o meno di verticalizzare Mestre, “teorizzazioni della lentezza” di qualche grande architetto che cerca visibilità e di chi vuole rimuovere la modernità: il Palais Lumière con il suo investimento di 400 milioni di euro, è un’occasione che oggi ce la sogniamo e che non si ripresenterà nei prossimo trent’anni». È il succo di quanto ha sostenuto il sindaco Giorgio Orsoni giovedì sera a Campalto. Quello della torre di Cardin è solo uno dei temi affrontati dal primo cittadino, invitato alla Festa Democratica, con gran parte della Giunta al seguito, per discutere dei nodi centrali che toccano la terraferma, delle opere che stanno procedendo e di quelle al palo, come le torri dell’ex Umberto I. Orsoni non si è sottratto alle domande dei giornalisti di Nuova (Mitia Chiarin), Gazzettino (Francesconi) e Corriere del Veneto (Zorzi). Palais Lumière. Argomento caldo, in epoca di vacche magre. «Vedremo se si farà, se avremo garanzie, se il giocatore ha le carte giuste o bluffa», mette le mani avanti il sindaco. Di una cosa però è certo: «È un’opportunità che viene offerta al territorio e se davvero accadesse, ci sarebbe solo da leccarsi le dita. Ho letto commenti di grandi architetti che difendono solo la categoria o di chi non ha neanche questi titoli e cerca visibilità. Dobbiamo verticalizzare la città per difendere il suolo è stato detto, una volta che si presenta l’occasione non ci filosoferei tanto su, dovevamo pensarci prima se volevamo tutte casette basse. La torre potrebbe essere l’anticipo di una tendenza che prenderà piede, forse il simbolo di tutto il Veneto, teorizzare la lentezza è fuori luogo, se è un salto, ben venga il passo che darà la linea ad altri per accelerare la conduzione della città». Soprattutto perché, le casse sono vuote.

Spending review. E a questo proposito, Orsoni ha ribadito che la situazione non è rosea. «Sarebbe sciocco non preoccuparsi, a maggio sono sorti dei problemi che sono stati risolti, adesso è tutto legato all’esito dei proventi Imu e quando sapremo come verranno operati. Il taglio che il Governo pensa di affidare ai comuni è di 500 milioni di euro quest’anno, 2 miliardi nel 2012, se qualcuno si salverà adesso, l’anno prossimo sarà ucciso». Da qui la protesta a Roma. Quadrante di Tessera. «Ad impapocchiare la questione, non è stato il Comune», perché la linea era chiara e condivisa, anche nel Pat. Il problema, ruota tutto attorno all’Enac e alla fascia di rispetto, improvvisamente allargata. «Tra l’altro la decisione di Enac è sub judice, non è stata approvata dal Ministero ed è discutibile». Quello che a Orsoni interessa però, non è rimuginare sulle colpe, ma trovare una soluzione. «Stiamo cercando una negoziazione con Enac e solo con Enac, perché queste scelte strategiche vanno effettuate e discusse a livello istituzionale e non governate da interessi privati di chi potrebbe pensare al profitto. Il tavolo è aperto, c’è stato un incontro con i tecnici lunedì scorso, sono state prospettate delle ipotesi di soluzione in tempi rapidi».

Aggiunge: «Soluzioni che consentiranno a chi vuole fare lo stadio, di fare i suoi conti e programmi». Carcere e tram. Un passaggio sul tema della nuova casa circondariale, la cui ipotesi di realizzazione sul territorio è stata a lungo avversata. «Non abbiamo saputo più niente, forse per ragioni di finanziamenti, ma se ci saranno nuove chance, bisognerà favorirne la costruzione per toglierci la macchia di inciviltà che abbiamo addosso». Il tram arriverà a Venezia prima rispetto a quanto prospettato, i disagi sono stati ridotti al minimo, mentre l’allungamento della linea all’Ospedale e all’Aeroporto dipende da Roma e dalle finanze centrali, ma rimane imprescindibile». Centro Mestre. Capitolo a parte, il cuore della città: ex Umberto I, Villa Erizzo, M9: «Il centro di Mestre è uno dei problemi che abbiamo, stiamo studiando dei sistemi per riavviare alcune partite, l’attenzione c’è, stiamo facendo molto, ma non basta, mancano gli imprenditori, le attività economiche che promuovano iniziative». «Dal punto di vista della pianificazione il programma è intenso», fa eco al sindaco l’assessore Micelli, «ma a ciò non corrisponde lo sforzo dei privati che è lento, le difficoltà sono legate alla crisi della finanza e del mercato». Maggioni ha annunciato che dopo l’estate presenterà le linee guida del prosieguo dei lavori di via Poerio. Poi ha aggiunto: «I mestrini devono entrare in un’ottica di collaborazione, è vero che in piazza c’è poca roba, servono spazi di qualità e anche i negozi devono ragionare in questo senso».

L’ormai prossima Biennale di architettura di Venezia ospiterà tra i suoi eventi collaterali -ai quali si partecipa non su invito, ma a pagamento - una mostra dedicata al gigantesco grattacielo che Pierre Cardin ha deciso di costruire a Marghera. Da quello che si vede nel rendering distribuito alla stampa, l’intervento consiste in 3 torri, alte 250 metri, con 66 piani che contengono alberghi, negozi e residenze di lusso, oltre alla sede di un’accademia della moda. La volumetria prevista supera gli 800 metri cubi. Sull’area, che non à ancora di proprietà di Cardin, insistono attualmente circa 300 mila metri cubi di capannoni industriali. Secondo i portavoce dello stilista, la forma del cosiddetto Palais Lumière evocherebbe l’immagine di tre fiori armoniosamente disposti in un vaso e tenuti insieme da un nastro annodato. Secondo le stesse fonti, diverse opzioni sono state prese in considerazione circa la località dove collocare tale vaso, da Parigi a Mosca, ma la preferenza di Cardin è proprio per questa porzione di terraferma del comune di Venezia. Se la dichiarata e presunta indifferenza per il punto di appoggio dell’opera può sconcertare, perché denota un’assenza di attenzione per il legame tra sito e manufatto che poco si addice alla sensibilità artistica del grande couturier, in realtà la scelta del luogo è molto oculata. Non era facile, infatti, trovare un’area libera o liberabile di adeguate dimensioni e in una posizione dotata di un altrettanto grande valore pubblicitario. Non a caso, a Parigi già circolano brochures promozionali che pongono in vendita gli appartamenti con vista su Venezia, prima ancora che il progetto sia stato ufficialmente approvato.

Il progetto di Cardin è in contrasto con i piani ed i regolamenti vigenti , incluso quello che detta le norme di sicurezza in prossimità dei corridoi d’accesso agli aeroporti. L’Enac, in effetti, ha già espresso un parere negativo, perché l’altezza delle torri supera di oltre 100 metri quella autorizzata, ma tale parere è stato sdegnosamente respinto da Cardin che, da un lato ha prodotto uno studio dal quale risulterebbe che le torri non rappresentano nessun pericolo per il traffico aereo, dall’altro ha dichiarato che “o si fa così o se ne andrà in Cina”. E a conferma delle sue intenzioni, ha indicato la fine di luglio come termine ultimo entro il quale il comune di Venezia deve esprimersi a favore del progetto.

Nel frattempo, a sostegno delle richieste di Cardin, si è schierata la maggior parte degli operatori economici e dei politici locali. Perfino due docenti universitari di diritto amministrativo, Gianfranco Perulli e Flavio Leardini hanno detto che “va fatto ogni sforzo per superare gli schemi e le consuetudini operative nell’ambito dell’urbanistica e dell’edilizia, e dello stato dei luoghi” e hanno suggerito di chiedere un intervento personale del presidente del consiglio Monti che, a loro giudizio, potrebbe emanare “un decreto legge ad hoc senza che questo configuri alcuna prevaricazione agli enti locali”. Preoccupazione, quest’ultima, superflua, dal momento che gli enti locali non hanno bisogno di alcuna prevaricazione per appoggiare senza riserve la grande opera. Dal presidente della regione, che ha paragonato Cardin a Lorenzo il Magnifico e ha rivolto un accorato appello al ministro Passera affinché “ si metta una mano sul cuore di fronte ai divieti posti da Enac”, alla presidente della provincia, secondo la quale il progetto ha una “valenza quasi rivoluzionaria per le prospettive di sviluppo”, le espressioni di entusiasmo per l’arrivo di un nuovo mecenate si succedono. Particolarmente euforico è il sindaco di Venezia, secondo il quale il palais lumiere “non è una banale speculazione edilizia, ma un progetto idoneo a riqualificare il territorio sul piano economico e culturale, un’occasione da non perdere, un progetto da portare a casa” e, soprattutto, ha sottolineato, “Cardin ce lo regala”.

Mentre i notabili locali si esibivano in queste dichiarazioni, si dice che Cardin abbia scritto al capo dello stato Giorgio Napolitano, il quale avrebbe chiesto un’informativa al ministro dello sviluppo per avere lumi sull’iter della vicenda. Non si sa se tale notizia riportata dalla stampa risponda a verità (il che forse potrebbe rassicurare i mercati dimostrando che nel nostro paese la situazione non è seria); certo è che il 23 luglio il sindaco Orsoni ha dichiarato di aver ricevuto una telefonata dal presidente dell’ENAC che gli ha detto “se non ci sono rischi, è OK subito ”, e che il 24 luglio, con 28 voti su 31, il consiglio comunale ha dato mandato al sindaco, con esecutività immediata, di esaminare l’opera in conferenza dei servizi per poi procedere alla stipula di un accordo di programma. L’entusiasmo del sindaco è alle stelle. Non solo ce l’ha fatta una settimana prima della scadenza dell’ultimatum di Cardin, ma anche un mese prima dell’apertura della Biennale. Il che gli eviterà il ripetersi della penosa situazione di due anni fa, quando il progetto del gruppo Benetton per la trasformazione del Fontego dei Tedeschi in centro commerciale venne esposto alla Biennale, prima di essere stato discusso in consiglio comunale.

Per i normali cittadini, l’arrivo a Venezia di un ennesimo benefattore che vuole regalarci una grande opera non rappresenta una novità, né lo saranno gli “imprevisti” costi e danni collaterali a carico dei contribuenti. La vicenda del palais lumière, però, ha alcuni elementi che la differenziano da altre del recente passato, primo fra tutti il fatto che questa volta il mecenate non si è fatto accompagnare da una grande firma dell’architettura. Benché sia stato da alcuni paragonato alla torre Eiffel, da altri definito in termini minimalistici una scultura abitabile, il palais lumiere non è opera di una archistar; l ’unica griffe è quella del committente/investitore. E quasi si trattasse di una mancanza di rispetto nei loro confronti, i notabili dell’architettura italiana hanno reagito bocciando il progetto. Per una volta tutti d’accordo, ex rettori dell’Università IUAV di Venezia ed ex direttori della Biennale di architettura non solo ne hanno individuato i molti e verosimili impatti negativi sulla città ma, soprattutto, si sono lamentati, perché il progetto non è l’esito di un concorso (al quale avrebbero partecipato o come vincitori predestinati o come membri della giuria). Uno di loro, il professor Marino Folin, ha anche detto sdegnato che “se il progetto venisse approvato, vorrebbe dire che qualunque miliardario può venire a Venezia e fare quello che vuole”. Si tratta di osservazioni ragionevoli e condivisibili. E’ un peccato, però, che la credibilità di questi novelli Cappuccetto Rosso sia largamente minata dal fatto che tutti gli interventi che hanno contribuito alla distruzione di Venezia come città e alla sua trasformazione in terreno di caccia e rapina per investitori e speculatori- dal ponte di Calatrava al palazzo del cinema del Lido, dal mulino Stucky alla creazione di nuove isole edificabili in laguna - siano stati promossi, propagandati, dotati di garanzia di qualità, dalle prestigiose istituzioni da loro presiedute.

Links:

Il Palais Lumière è sempre più realtà: il consiglio comunale dà l'ok al progetto

Palais Lumière, appartamenti con vista già in “vendita”

Corsa contro il tempo per la Torre di Cardin:

Orsoni: progetto da portare a casa

Torre Cardin, interviene anche Napolitano

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