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Vittorio Gregotti
Dalla Torre di Cardin al Fondaco dei Tedeschi. Venezia, Architettura e nuovi« fantasmi»
6 Settembre 2012
Vivere a Venezia
Un’altra voce autorevole contro la politica dei nuovi mercanti veneziani, eletti dal popolo. Ma ancora troppi silenzi.Corriere della Sera, 6 settembre 2012, con postilla

Ora che si sono calmati i rumori intorno alle manifestazioni veneziane forse ci si può occupare anche dei guai di quella straordinaria città. Un'inchiesta sullo stato delle cose e delle prospettive della città di Venezia, patrimonio dell'umanità, pubblicato sul Nouvel Observateur qualche settimana fa, era intitolato Monstres flottants sur la lagune, ma oltre alla questione del passaggio dei colossali piroscafi turistici tra San Marco e le chiese di Palladio, e dei relativi possibili disastri, esso muoveva una serie di interrogativi intorno alle speculazioni che premono sulla città e sulle piccole isole della laguna, sino agli sconvolgimenti dei vari progetti per il Lido, al fallimento del nuovo palazzo del cinema, della discutibile proposta di trasformazione del Fondaco dei Tedeschi, della speculazione del Quadrante di Tessera (due milioni di metri cubi di costruzioni) e della relativa metropolitana sublagunare. Sono questioni che dipendono strutturalmente dalla scelta politicamente errata di una economia solo turistica, questioni che si discutono da almeno vent'anni, senza esito, anche se non sono mancate le preposte alternative. Sulla loro storia consiglio di leggere il piccolo libro che, pur con qualche inesattezza, ha scritto, meritevolmente, di recente il giornalista Alberto Vitucci dal titolo Nel nome di Venezia, o il libro che io stesso ho pubblicato più di quindici anni orsono dal titolo Venezia città della nuova modernità, una prospettiva certamente mancata.

L'ultimo capitolo di questo insieme di sciagure è rappresentato dalla proposta del grattacielo di Cardin, generosa nelle intenzioni del promotore ma assurda sia nella sua soluzione architettonica, che nella totale assenza di una qualche logica di pianificazione di fronte ad un luogo tra i più complicati ed insieme decisivi dell'area metropolitana di Venezia, cioè il sistema Mestre, Marghera con la relativa grande area industriale. Tutto questo, bisogna confessare, sorretto da un piano di assetto territoriale che rifiuta ideologicamente ogni definitone funzionale e di disegno urbano come elemento essenziale delle prospettive di sviluppo di una città tanto difficile. Ma quella del nuovo episodio isolato del grattacielo Cardin è una proposta purtroppo presa sul serio anche dalle istituzioni e persino da una parte dell'opinione pubblica, con il commento che è meglio far qualcosa che nulla. Una conclusione triste ed insieme pericolosa e senza ritorno, come hanno dimostrato i numerosi errori italiani di disegno urbano e di paesaggio in questi anni, e di cui è un segnale la stessa vertiginosa diminuzione della popolazione dell'area centrale di Venezia ridotta ormai a meno di 6o.000 abitanti contro una popolazione turistica che nel 2011 ha raggiunto in un anno i trenta milioni di turisti. Per quanto riguarda poi la soluzione architettonica dell'edificio proposto il suo provincialismo formale è tanto evidente che sembra si stia ricorrendo a qualche ecoarchitetto protettore, oltre che a qualche robusto studio di ingegneria, nel tentativo di un qualche suo consolidamento tecnico-burocratico. Invano qualcuno, come i professori dello Iuav Pascolo e Vittadini, ha elaborato studi e proposte che, fin dal 2009, sono state oggetto di seminari e di tesi di laurea perla trasformazione dell'intera area industriale di Marghera, con la conservazione del suo potenziale di occupazione, proponendone la trasformazione secondo la tradizione della città europea della compresenza di funzioni produttive compatibili, di abitazioni e servizi capaci di una forte mescolanza sociale, con equilibrata relazione con la città di Mestre e con il parco del Forte che affaccia sulla laguna. Forse la generosa volontà da parte del grande Cardin di lasciare un proprio ricordo alla città di Venezia sarebbe più opportunamente collocata se sostenesse la realizzazione di un progetto come quello proposto dallo Iuav, sino ad oggi inutilizzato nella discussione pubblica, nonostante la città sembri, per ora, piuttosto indifferente a tutte queste questioni. Voglio ricordare a questo proposito come alla metà degli anni Ottanta la minaccia di un Expo 2000 veneziana, sostenuta dall'allora potente ministro Gianni De Michelis, fosse stata sconfitta da una sollevazione popolare, sostenuta da alcune personalità culturali e proprio anche dall'Istituto universitario di architettura. Oggi le preoccupazioni della nostra società, lo sappiamo bene, sono in primo piano rivolte alla mancanza di lavoro ed alla sopravvivenza economica. Ma non è escluso che il miracolo della sollevazione anti-Expo possa ripetersi anche oggi.

Postilla

Gregotti è buon conoscitore dell’urbanistica veneziana, i prodotti della sua presenza di docente e di architetto sono stati utili alla città quando i tempi erano meno barbarici. Alcune delle sue proposte coglievano il cuore del problema. Ricordo quella, elaborata con l’indimenticabile Guglielmo Zambrini, per un intelligente sistema della mobilità del tutto alternativo a quello praticato, nei fatti e nei progetti, dagli amministratori degli ultimi decenni. E coglie ogli a certamente il cuore del problema la connessione tra i molteplici temi e aspetti della decadenza di Venezia: tutti o qusi raccontati dai nomerosi saggetti della fortunata collana Occhi aperti su Venezia, dell’editore Corte del fòntego.Intelligente anche la speranza espressa da Gregotti: che si ripeta «il miracolo della sollevazione antiExpo». Il guaio è che una parte consistente del mondo veneziano che allora si oppose all’Expo ha voltato gabbana, come molti intellettuali e quasi tutti i politici. Potrebbe essere utile esaminare, per comprendere meglio, i percorsi che ciascuno di loro ha compiuto, nell’ultimo ventennio. Quando gli intellettuali non aiutano a comprendere le ragioni e le radici della critica e non partecipano alla costruzione di un’alternativa, l’altra parte del mondo, il popolo, fatica a rendere affilate lo proprie armiSu eddyburg vedi, a proposito della Torre Cardin, gli articoli di Paola Somma e di Sergio Pascolo.

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