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Un gruppo di senatori PD ha presentato nei giorni scorsi alla Commissione Lavori pubblici e Ambiente del Senato un emendamento al decreto cosiddetto “Sblocca-cantieri” che andrà al voto dell’Aula il prossimo 28 maggio.
In questa pagina del sito di carteinregola potete leggere l’analisi puntuale delle proposte contenute nell'emendamento e i riferimenti allo Sblocca-cantieri.

perUnaltracittà, 19 febbraio 2019. Le ragioni di un'iniziativa di tutela delle città storiche, più che mai necessaria negli anni in cui cancellare la memoria è la premessa per l'asservimento completo di ogni valore al profitto. Qui l'articolo e riferimenti. (e.s.)

L 'articolo di Ilaria Agostini si può leggere sul sito di perUnaltracittà. Qui il testo della «Proposta di legge in materia di tutela dei centri storici, dei nuclei e dei complessi edilizi storici» elaborata dalla Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli, presentata e discussa al convegno «Il diritto alla città storica», che si è tenuto a Roma il 12 novembre 2018, in cui sono intervenuti tra gli altri Vezio De Lucia, Ilaria Agostini e Paola Somma.
Si legga l'intervento di apertura al convegno di Vezio De Lucia e l'intervista di Maria Pia Guermandi a Vezio De Lucia.

Qui l'ebook «Il diritto alla città storica» con gli atti del convegno edito dallAssociazione Bianchi Bandinell.

22 febbraio 2019. Per ricordare e riscoprire una figura fondamentale per comprendere la necessaria unitarietà dei progetti di trasformazione dello spazio superando l'antinomia tra architettura e urbanistica. (i.b.) Qui il link all'articolo.

La vicenda del Monte Stella, uno spazio pubblico di grande valore fisico e sociale di Milano «ha rivelato un’impressionante ignoranza della storia dell’architettura milanese e nazionale contemporanea entro la quale la figura di Piero Bottoni risalta per la decisione ad aprire la strada verso nuove dignità dell’architettura, dell’urbanistica e del design». Qui l'articolo su Piero Bottoni.
Qui il link all'articolo di Graziella Tonon Il giardino dei giusti non può essere ingiusto e
alla petizione.

Sono passati 10 anni da quando una norma sciagurata ha consentito di impiegare gli oneri di urbanizzazione per finanziare ogni tipo di spesa corrente. In pratica, per attenuare l’impatto del taglio dei trasferimenti statali, si sono sottratte risorse - già di per sé scarse - agli investimenti sull’infrastrutturazione pubblica.

I governi Renzi e Gentiloni hanno messo fine a questa deriva e una recente deliberazione della Corte dei Conti consente di tracciare il punto: dal primo gennaio 2018 “i proventi da “oneri di urbanizzazione” cessano di essere entrate con destinazione generica a spese di investimento per divenire entrate vincolate alle determinate categorie di spese” stabilite dalla legge. Queste ultime attengono a un’ampia serie di interventi, compresi il risanamento dei centri storici e delle periferie, la demolizione di costruzioni abusive, la riqualificazione ambientale e si estendono anche alle spese correnti, ma limitatamente agli interventi di manutenzione ordinaria sulle opere di urbanizzazione primaria e secondaria”

Ai sindaci spetta decidere, quindi, come impiegare le risorse, sperabilmente sulla base di piani e programmi che stabiliscano le priorità sulla base di pensieri lunghi e sistemici, dei quali abbiamo drammaticamente bisogno.

Qui si può scaricare la deliberazione 163/2018 della Corte dei Conti.
Sullo stesso tema, un articolo di Raffaele Lungarella, su sito lavoce.info, e uno di Marco Pompilio sul sito Millennio urbano.

Siamo persuasi che una normativa che si ponga l’obiettivo di impedire l’ulteriore consumo di suolo debba prevedere procedure realmente efficaci e modalità applicative tempestive e omogenee sull’intero territorio nazionale. In questa direzione risulta di oggettivo impedimento delegare le Regioni ad emanare proprie leggi per regolamentare la materia, non solo per i tempi che potrebbero risultare smisuratamente diluiti vanificando la finalità della normativa nazionale che deve contenere quale elemento qualificante un deciso carattere di urgenza, ma anche – e soprattutto – perché le Regioni non hanno dimostrato, con poche eccezioni, la necessaria sensibilità alla tutela dell’ambiente (per tutti valga la vicenda dei piani paesaggistici) e al mantenimento nella sfera pubblica delle decisioni concernenti il governo del territorio (da ultimo la legge urbanistica dell’Emilia Romagna).

È quindi indispensabile formulare norme che risultino, senza mediazioni, immediatamente operative per i Comuni. In che modo? Facendo capo alla legislazione esclusiva dello Stato a norma del 2° comma dell’art. 117 della Costituzione, in particolare alla lettera s) tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali. Che forse lo stop al consumo del suolo non coincide perfettamente con la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali?
Viceversa i disegni di legge in discussione al Senato fanno tutti riferimento al governo del territorio, materia compresa fra quelle elencate al 3° comma dell’art. 117, che riguarda la legislazione concorrente. “Nelle materie di legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa, – recita il 3° comma dell’art. 117 – salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato”. Le proposte di cui discutiamo sono quindi “principi fondamentali” (1) la cui efficacia si realizza solo, se e quando le Regioni decidono di dotarsi di proprie leggi per l’attuazione di quei principi.

Un’altra questione meritevole di riflessione riguarda l’arco temporale per l’azzeramento del consumo del suolo. I disegni di legge in esame, quasi tutti, propongono un avvicinamento graduale all’obiettivo con un orizzonte, per il suo pieno raggiungimento, fissato in un’altra era: l’anno 2050. Per questa ragione i titoli dei provvedimenti proposti si riferiscono alla riduzione ovvero al contenimento del consumo del suolo mentre sarebbe indispensabile assumere come obiettivo fondamentale quello d’impedire subito l’ulteriore consumo del suolo, come prevede solo il disegno di legge Nugnes Fattori. Basta ricordare la condizione disastrosa della città di Roma che continua a dissipare il territorio a ritmo vertiginoso con nuovi insediamenti all’esterno del Grande raccordo autostradale con densità inverosimili (anche meno di 20 ab/ha). Roma non è più una città, ma un agglomerato senza fine, senza forma e senza memoria. E sarà sempre peggio se non si ferma subito il consumo del suolo.

Che quest’obiettivo sia immediatamente perseguibile lo dimostrano due importanti esempi

  1. il piano regolatore di Napoli del 2004, l’unico piano di una grande città italiana che non prevede consumo di suolo, non ci sono zone di espansione, solo ristrutturazione e riqualificazione. E l’attuazione continua con regolarità e con il sostanziale consenso degli operatori;
  2. la legge regionale urbanistica della Toscana (65/2014), fortemente voluta dall’allora assessore Anna Marson, che obbliga ogni Comune a dividere il proprio territorio in due parti: quella urbanizzata e quella rurale. Le nuove edificazioni vanno concentrate all’interno del territorio urbanizzato, all’esterno non sono consentite nuove residenze. Sono eccezionalmente possibili altre destinazioni solo se la Regione verifica che non ci sono alternative nell’area vasta circostante.

Dalla legge regionale toscana è utile riportare anche la definizione di territorio urbanizzato, dal punto di vista urbanistico parametro primario ed essenziale, mentre le proposte in esame si dilungano in complesse definizioni di una pluralità di termini che rischiano di complicare inutilmente l’efficacia del provvedimento. La definizione di territorio urbanizzato nella legge toscana (3° comma, art. 4) è la seguente: “Il territorio urbanizzato è costituito dai centri storici, le aree edificate con continuità dei lotti a destinazione residenziale, industriale e artigianale, commerciale, direzionale, di servizio, turistico-ricettiva, le attrezzature e i servizi, i parchi urbani, gli impianti tecnologici, i lotti e gli spazi inedificati interclusi dotati di opere di urbanizzazione primaria.”


I disegni di legge oggetto dell'audizione sono:
86, De Petris e altri,
Disposizioni per la riduzione del consumo di suolo nonché delega al Governo in materia di rigenerazione delle aree urbane degradate.
164, Nugnes e Fattori,
Disposizioni per il contenimento del consumo di suolo, di riuso del suolo edificato e per la tutela del paesaggio.
438, Gallone e altri, Disposizioni in materia di riqualificazione delle aree urbane degradate.
572, Nastri, Agevolazioni per la riduzione del consumo del suolo, il recupero delle aree urbane e il riuso del suolo edificato, mediante un credito d’imposta per l’acquisto di fabbricati da restaurare.
715, Dommo, Promozione di iniziative locali per il recupero di terreni abbandonati e la creazione di orti sociali.
843, Taricco e altri, Misure per il contenimento del consumo del suolo e il riuso del suolo edificato e deleghe per la disciplina in materia di rigenerazione delle aree urbane degradate e per la definizione di incentivi di natura fiscale.
866, Nastri, Norme per il contenimento del consumo del suolo e la rigenerazione urbana, la tutela e la valorizzazione dell’agricoltura e modifica all’articolo 14 del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, per la messa in sicurezza del territorio contro i rischi derivanti dal dissesto idrogeologico.



Note

  1. Nel 1° comma dell’art.1 del disegno di legge AS 164 delle senatrici Nugnes e Fattori si legge infatti che “la presente legge [...] stabilisce i principi fondamentali [corsivo nostro] per la tutela del suolo e delle sue funzioni, anche al fine di promuovere e tutelare l’ambiente, il paesaggio e l’attività agricola nonché di impedire l’ulteriore consumo di suolo”. Idem nel 1° comma dell’art. 1 del disegno di legge AS 86 della senatrice De Petris e altri.

il manifesto, 30 gennaio 2019. Un cementificio trasformato in un parco pubblico. Al netto della retorica giornalistica, un segnale sulla possibilità di fare nuovo spazio pubblico attraverso la riconversione di spazi dismessi, anche nei piccoli comuni. (d.b.)

Se i nomi bastassero a se stessi, il Comune bresciano di Collebeato sarebbe già a posto con quello che si ritrova. Ma la cornice collinare che sovrasta questo borgo alla periferia nordorientale di Brescia, da cui lo separa il fiume Mella che scende dalla Val Trompia, correva il rischio di essere tutt’altro che beata. Soprattutto il colle che sovrasta il paese, ambito come quello di altre zone diventate, dal Dopoguerra, terreno di conquista di prime e seconde case: villette nella migliore delle ipotesi. Negli anni Settanta però l’amministrazione locale impone uno stop al consumo del suolo, specie in collina. In seguito fa di più: acquisisce l’area dove è sorto negli anni Cinquanta un cementificio, un ecomostro che poi sarà demolito e trasformato in un centro sportivo comunale. E ancora, inizia una maratona per trovare i finanziamenti che stanno trasformando in parco l’intera area collinare, nota una volta per i suoi pescheti e ormai sfuggita all’assalto delle villette. Una rete ecologica dove è tornata in forze la «Ballerina bianca» e dove negli ultimi anni viene a sostare la «Garzetta», un trampoliere candido dal lungo becco nero.

Vale davvero la pena di andarci a Collebeato. Se non altro, una volta tanto, per raccontare una buona notizia. L’anticamera del paese, se ci arrivate da Brescia, non è esattamente una bellezza. Prima di attraversare il Mella ed entrare a Collebeato, la periferia di Brescia vi accompagna con l’anonimità di un quartiere post industriale, con piccole e grandi fabbriche, capannoni e depositi in buona parte rovinati dal tempo e dall’abbandono. C’è anche una vecchia fabbrica di cui resiste – puntellata – una facciata interessante di mattoni rossi, in attesa forse di riqualificazione. L’ingresso a Collebeato è invece una piccola sorpresa: case basse e ben conservate sotto una collina ricoperta di boschi appena sopra un’area agricola abbastanza estesa che circonda il borgo.

Il palazzo comunale è un edifico antico senza troppe pretese nel centro del Paese. E’ li che ci riceve Antonio Trebeschi, il sindaco che rappresenta la continuità di una scelta ambientale nata già diversi anni fa ma concretizzatasi poi con forza – e sforzi non indifferenti – nei primi anni di questo secolo. Nel 2002 infatti il Comune acquista 55mila mq – su cui si trova un cementificio sorto negli anni Cinquanta e ormai in disuso – e altri 155mila mq di superficie collinare che comprendono la cava che serviva alla fabbrica per produrre il cemento. E’ una fetta di collina ferita, con un ecomostro di oltre 2500 mq di superficie alto più di 16 metri e sormontato da una ciminiera di 34 tra altri capannoni e manufatti industriali con un volume in degrado di circa 50mila metri cubi.

«Nel Dopoguerra – spiega Trebeschi – un sacerdote molto famoso nella zona, Padre Marcolini, aveva creato CemBre (Cementifico Bresciano) per produrre il cemento richiesto dalla costruzione in tutta la provincia di villaggi realizzati con la cooperativa La famiglia». Le intenzioni di Marcolini erano probabilmente ottime in quegli «Anni della fretta», come li ha definiti Giacomo Corna Pellegrini – geografo bresciano e democristiano – che ha raccontato anni fa in un saggio il desiderio della classe dirigente della Repubblica di dare a tutti case e servizi. Dopo una decina d’anni le cose cambiano e la struttura viene ceduta a Italcementi. Che nel 1971 la chiude. «All’inizio – continua Trebeschi – per i collebeatesi fu un sollievo dalla polvere prodotta dalla struttura che tra l’altro minacciava la tradizionale coltura del pescheto». Ma bisognava fare di più.

Fatto il passo per acquisire strutture e terreni, nel 2009 si inizia ad abbattere l’ecomostro che, tra il 2011 e il 2013, diviene un Centro civico sportivo. Quanto costa l’operazione? Tanto, dice Trebeschi: «Quasi due milioni di euro solo per l’acquisto, con risorse ottenute dall’alienazione di un terreno comunale». Poi altri 800mila euro accendendo due mutui per demolire e ricostruire. «Eppure – conclude Trebeschi – i cittadini hanno capito e ci hanno sostenuti», premiando l’amministrazione di sinistra alle elezioni. Il percorso non è stato facile: il Comune ha fatto accordi con privati, partecipato a bandi, cercato risorse aggiuntive, acceso mutui sempre col rischio di non farcela. Ma adesso l’ecomostro è solo un ricordo in bella mostra in una fotografia aerea di Collebeato «prima» dell’intervento.

La sensibilità di Collebeato non finisce con la coscienza ambientale, col cementificio o col progetto di un corridoio ecologico tra fiume e colline. Oltre ad aver aderito alla campagna «Accogli come vorresti essere accolto», si è declinata anche nella firma che Collebeato ha messo in calce all’adesione al Trattato per la messa la bando delle armi nucleari che l’Onu ha chiesto anche all’Italia di ratificare. Per adesso lo hanno fatto solo i Comuni che aderiscono all’iniziativa «Italia Ripensaci» e alla campagna promossa dai «Mayors for Peace». Nel bresciano i firmatari – con la stessa Brescia e l’amministrazione provinciale – sono già un quarto del totale dei municipi. Inutile forse dire che Colleabeato è stato tra i primi.

Mercoledì 19 Dicembre, alle 18.00, a Roma, incontro organizzato da Sinistra Italiana per illustrare la proposta di legge per la tutela dei centri storici elaborata dall'Associazione Bianchi Bandinelli. Qui la locandina. (m.b.)

PRESENTAZIONE DELLA PROPOSTA DI LEGGE PER LA TUTELA DEI CENTRI STORICI
Mercoledì 19 Dicembre, ore 18.00

Sala delle Carte Geografiche
Via Napoli 36, Roma

Partecipano: Vezio De Lucia - Loredana De Petris - Stefano Fassina - Giancarlo Storto.
Coordina: Adriano Labbucci
Interverranno: Carte in Regola - Coordinamento Residenti Città Storica - Forum Salviamo il Paesaggio Roma e Lazio - Italia Nostra Roma - Associazioni e Comitati territoriali
Riferimenti

L'associazione Bianchi Bandinelli ha elaborato una proposta di legge che Sinistra Italiana ha deciso di sostenere per il suo carattere innovativo. Su eddyburg potete trovare:

- il testo della proposta di legge;
- un'intervista di Maria Pia Guermandi a Vezio De Lucia e l'intervento introduttivo al convegno organizzato dall'associazione Bianchi Bandinelli nel quale è stata presentata la legge.

Centri storici: più rendono economicamente, più sono sfruttati senza remore. Più sono fragili, più sono lasciati a se stessi. La proposta di legge promossa dall'associazione Bianchi Bandinelli si oppone a questa deriva e propone una felice sintesi fra il diritto alla città storica e il diritto all'abitare. Con riferimenti (m.b.)

Intervento di apertura al convegno Il diritto alla città storica, promosso dall'Associazione Bianchi Bandinelli

1. Nella seconda metà del secolo scorso l’Italia ha fondato la cultura della conservazione e del recupero dei centri storici. Fu Antonio Cederna a capire per primo che la città antica è un complesso unitario, non un assortimento di edilizia minore e di architetture più o meno importanti. Leggo solo qualche riga da quel testo fondativo dell’urbanistica moderna che è l’introduzione a I vandali in casa, del 1956:
Il carattere principale di questi antichi centri di città non sta nei «monumenti principali», ma nel complesso contesto stradale ed edilizio, nell’articolazione organica di strade, case, piazze, giardini, nella successione compatta di stili e gusti diversi, nella continuità dell’architettura «minore», che di ogni nucleo antico di città costituisce il tono, il tessuto necessario, l’elemento connettivo, in una parola l’«ambiente» vitale. Questi antichi centri urbani sono un patrimonio incalcolabile, perché la storia vi si è sedimentata e stratificata, accordando la diversità in unità viva e tangibile, tanto più ammirevole quanto più varie, composite e diffuse sono le sue testimonianze. Un patrimonio d’arte e di storia colmo e compiuto nel suo ciclo, necessario a noi oggi proprio perché irripetibili e insostituibili sono i valori che l’hanno determinato.
Il pensiero di Cederna fu profondamente innovativo quando ancora prevaleva il convincimento che la tutela dovesse essere limitata agli edifici di rilevanza monumentale (chiese, palazzi, eccetera) mentre il tessuto edilizio di base era disponibile a demolizioni e sostituzioni per ragioni d’igiene, di traffico, di estetica. Era sempre in voga la teoria del “diradamento” di Gustavo Giovannoni (Vecchie città ed edilizia nuova del 1931), né va dimenticato che nel 1925 Benito Mussolini aveva impartito la direttiva che “i monumenti millenari devono giganteggiare nella necessaria solitudine”. Ai tempi della mia formazione universitaria era di moda l’“ambientamento”, metodo mai univocamente definito, volta a volta riferito a limiti volumetrici o a una sorta di mimetizzazione della modernità in ambiente antico.
Quattro anni dopo I vandali in casa, l’intangibile unitarietà dei centri storici fu proclamata in occasione del 1° convegno dell’Ancsa – Associazione italiana centri storico artistici – a Gubbio nel 1960 (relatori Cederna e Mario Manieri Elia). In sintesi estrema: i centri storici non sono solo contenitori di monumenti ma sono essi stessi monumento, interi pezzi di città, vissuti e consumati, devono essere considerati monumento.
Non molti sanno che la Carta di Gubbio fu ripresa dalla cosiddetta legge ponte del 1967 voluta dal ministro socialista Giacomo Mancini – uomo politico i cui meriti sono stati finora sottostimati – dopo la frana di Agrigento del luglio 1966. Pensate un po’, Governo e Parlamento danno forza di legge a un principio di tutela radicalmente nuovo, che solo pochi anni prima era stato elaborato sul piano teorico.
E ditemi se non dobbiamo amaramente rimpiangere la qualità politica e culturale del primo centro-sinistra.
Un altro grande merito della legge ponte – l’unica riforma urbanistica dell’Italia repubblicana – fu l’introdurre, fra i contenuti del piano regolatore, la tutela del paesaggio e dei complessi storici, monumentali, ambientali e archeologici (per la prima volta la parola paesaggio compare in una legge ordinaria). La legge ponte subordina i nuovi interventi nei centri storici all’approvazione di appositi piani particolareggiati. Una soluzione all’apparenza labile e semplicistica che però, con il passare degli anni, dimostrò una sorprendente efficacia, in particolare perché i piani particolareggiati non furono mai approvati, mentre maturava la cultura del recupero. Anche per questo l’Italia è stata il solo Paese europeo che per decenni ha in larga misura salvato i propri centri storici, mettendo fine alle gravissime alterazioni, se non alle vere e proprie distruzioni avvenute nel primo dopoguerra.
Dall’innovazione teorica alla legge, alla pratica operativa. All’inizio fu il piano del centro storico di Bologna dei primi anni Settanta, noto in mezzo mondo. Ma anche altre esperienze si svilupparono nei decenni scorsi, fra le quali non dimentico Taranto (che con Franco Blandino affrontò il recupero della Città Vecchia, addirittura prima di Bologna) e Venzone, magistralmente ricostruita dopo il terremoto del 1976, come sanno bene Marisa Dalai e Pierluigi Cervellati che ne hanno scritto. In seguito, fino alla fine del secolo scorso, si sono sviluppate le esperienze di grandi e piccole città, da Como a Brescia a Venezia a Palermo a Napoli.
Fu l’età dell’oro dell’urbanistica italiana. Intendiamoci: allora, come sempre, in gran parte d’Italia, dettavano legge gli energumeni del cemento armato, ma fu un’età dell’oro perché era diffusa la speranza che le cose potessero cambiare, e la speranza era alimentata soprattutto da Bologna e dintorni. È in onore di quella stagione che oggi premiamo Pierluigi Cervellati che n’è testimone supremo.

2. Di tutto ciò restano oggi solo macerie, materiali e ideali. Non penso di andare fuori tema se dico che il disastro è cominciato quando Margaret Thatcher dichiarò che non esiste la società, esistono gli uomini, le donne e le famiglie. Che, nella nostra lingua, è come dire che non esistono le città, esistono le case; non esiste l’urbanistica, esiste l’architettura.
La regressione non fu certo repentina, il primato italiano nel recupero è diventato a mano a mano ingombrante, è stato accantonato, poi rinnegato. Si è infine tornati alle pratiche selvagge del primo dopoguerra come quando Milano – sempre efficiente e frettolosa – rase al suolo il suo centro storico.
La ferita più dolorosa viene proprio da Bologna e dall’Emilia Romagna che hanno negato la tutela dei tessuti edilizi storici per soddisfare la presunzione degli architetti di lasciare il segno nella città antica (vedi sulla locandina l’immagine dello scempio autorizzato grazie al piano regolatore del 2009). Da autorevoli uffici governativi e regionali fu stabilito che la ricostruzione dopo il terremoto del 2012 andava bene dov’era non com’era.
Una via crucis la cui ultima stazione è la pessima legge urbanistica dell’Emilia Romagna approvata nel dicembre dell’anno scorso.
Per non dire degli scenari sinistri che incombono a causa dell’esasperazione dell’autonomia regionale, per esempio del Veneto in materia scolastica …

3. Abbiamo cominciato a pensare al convegno quando si seppe che a Roma era possibile la sostituzione dei villini di un secolo fa con ordinaria speculazione edilizia, e che a Firenze era in discussione una variante al Prg (poi approvata) che cancella il restauro e consente di sottoporre a ristrutturazione edilizia gli edifici storici anche vincolati. Notizie che facevano seguito all’allarmante aggravarsi della situazione veneziana (8 alloggi su 10 di proprietà di investitori).
I centri storici – a cominciare da quelli delle città d’arte – sono tornati così pascolo della speculazione e del malgoverno e, più di ogni altro male, sono affetti da gravi fenomeni di spopolamento. Non dovunque e non nella stessa misura, ma sono drammatici i dati sulla progressiva diminuzione dei cittadini residenti, massicciamente sostituiti da turisti e da attività legate al turismo, mentre nei piccoli comuni delle zone interne del Mezzogiorno (l’“osso” di Manlio Rossi Doria) sono dissanguati dall’emigrazione e abbandonati (con l’inaudita eccezione di Riace del sindaco Lucano).
Da tutto ciò deriva il titolo del convegno. A cinquant’anni dal libro di Henri Lefebvre abbiamo “specializzato” il diritto alla città in diritto alla città storica.
Enzo Scandurra ha recentemente scritto che, a Roma, i giovani si danno appuntamento al Pigneto, al Quadraro, perfino a Corviale abbandonando ai turisti il Centro e la “Grande Bellezza”. La vita vera si svolge in questi luoghi tra mille contraddizioni ed espedienti di sopravvivenza.
Sembra che, alla fine, paradossalmente, la degenerazione dei centri storici a opera del turismo si trasformi in fattore di valorizzazione delle periferie. Potevamo mai sospettare una cosa del genere, che la salvezza delle periferie venisse dalla rovina del centro? Uno scenario straniante, che ci costringe a un generale ripensamento, che comunque dà forza alla necessità di restituire il centro alla vita ordinaria delle città.
E a questo proposito mi piacerebbe soffermarmi sul Progetto Fori che ebbe inizio giusto 40 anni fa, nel dicembre del 1978, progetto che è stato la prima e unica, geniale proposta di riappropriazione popolare del centro storico di Roma, mentre, tra l’altro, a Tor di Nona e a San Paolino alla Regola si realizzavano – sull’esempio di Bologna – interventi di edilizia popolare.
Non sembrano passati quarant’anni, sembra che la linea della storia sia tornata indietro.
Se c’è tempo riprendo il tema nelle conclusioni.

4. Convinti che non basta la denuncia, e con l’intento di impedire gli scempi di Firenze, di Roma, di Venezia, di Bologna abbiamo messo mano alla legge per la tutela dei centri storici di cui si discute nel pomeriggio. Non anticipo qui la proposta che sarà ottimamente illustrata da Giovanni Losavio. È il prodotto di un lavoro collettivo, cominciato nella primavera scorsa con un vasto concorso di esperienze, discusso più volte in riunioni allargate, e ringrazio Patrizia Marzaro dell’università Padova per i preziosi suggerimenti e Salvatore Settis che ha studiato e apprezzato il nostro lavoro.
All’inizio abbiamo recuperato e cominciato ad aggiornare un antico disegno di legge di esclusiva competenza statale degli anni Novanta (quello elaborato da Antonio Iannello, fatto proprio da Walter Veltroni, al tempo ministro, poi archiviato su richiesta dell’Inu), un testo volto a sottoporre a tutela ope legis tutti i centri storici italiani come individuati dagli strumenti urbanistici comunali. Abbiamo poi tenuto conto del duro intreccio che lega la tutela all’urbanistica, lo Stato a Regioni e Comuni. E, quindi, all’intervento diretto dello Stato (con la dichiarazione dei centri storici come “beni culturali d’insieme”, e con divieto di demolizione e ricostruzione e di trasformazione) sono stati aggiunti una serie di “principi” di buon governo del territorio che devono essere recepiti dalla legislazione regionale.
Qualche parola in più solo riguardo al contenuto, secondo, me più audace della proposta di legge, l’articolo 5, che riguarda il programma straordinario dello Stato di edilizia residenziale pubblica nei centri storici. Lo proponiamo essendo assolutamente convinti che, per quanto rigorose ed efficaci siano le norme di tutela, se non si affronta con determinazione il nodo dello spopolamento, il destino dei centri storici è segnato. Perciò serve l’intervento diretto e straordinario dello Stato, come nei casi di gravi calamità naturali. Di questo si tratta: lo svuotamento residenziale di Venezia è peggio dell’alluvione del 1966.
La proposta prevede perciò interventi molto determinati, dall’utilizzo a favore dell’edilizia pubblica del patrimonio pubblico dismesso, all’obbligo di mantenere le destinazioni residenziali con la sospensione dei cambi d’uso, all’erogazione di contributi a favore di Comuni in esodo per l’acquisto di alloggi da cedere in locazione a canone agevolato (norma che vale soprattutto per i piccoli paesi).

Infine, ma meglio di me lo dirà Losavio, consideriamo il testo non un punto d’arrivo ma un punto di partenza da sviluppare coinvolgendo settori interessati dell’ambientalismo, delle associazioni culturali, della politica, dell’amministrazione statale e regionale, del mondo accademico, sperando soprattutto che sia raccolto dalle aule parlamentari.
Concludo. Sappiamo bene che è una proposta radicale: provocatoria ma concreta, l’ha definita Pierluigi. Non spetta a noi l’esercizio della mediazione con il mondo politico e parlamentare. Ci spetta invece formulare una soluzione coraggiosa, adeguata alla gravità delle cose, ma tecnicamente fattibile, questo penso che sia il compito di un’associazione culturale.

Riferimenti.
La proposta di legge è consultabile sul sito dell'Associazione Bianchi Bandinelli e si può scaricare direttamente da eddyburg, qui.

Su eddyburg numerosi articoli riguardano i problemi dei centri storici. Segnaliamo, tra le cose più recenti:
- una rassegna critica coordinata da Tomaso Montanari su degrado e speranza per i centri storici, pubblicata sul Fatto Quotidiano;
- due commenti di Ilaria Agostini sul rapporto fra turismo e città storiche, e sul conflitto fra sfruttamento turismo e diritto alla casa a Firenze;
- uno scritto di Vittorio Emiliani sul centro storico di Roma, ridotto ad acquario per i turisti;
Nel sito troverete anche un'ampia documentazione su Venezia. Ce ne siamo occupati anche in una sessione della scuola di eddyburg. Tra i documenti disponibili, segnalo in particolare un estratto del Piano programma 82-85, ideato e voluto dal sindaco di allora - Gianni Pellicani - con il quale l'amministrazione si proponeva di portare a coerenza gli interventi sul turismo, la mobilità, il riequilibrio dell'ambiente lagunare, il riuso abitativo della città.

[P.s. il vecchio archivio di eddyburg è in manutenzione, non appena possibile lo renderemo nuovamente consultabile]

ecopolisnewsletter, 22 novembre 2018. Dal Presidente onorario di Legambiente Padova l’ennesima testimonianzacritica su una sedicente ‘riforma’ che si occupa di riqualificazione urbana:nel Veneto. Con commento. (m.c.g.)

Dal Presidente onorario di Legambiente Padova l’ennesima testimonianza critica su una sedicente 'riforma' che si occupa di riqualificazione urbana: nel Veneto. I governi regionali ci hanno abituato all'utilizzo, disinvolto e ipocrita, di parole d’ordine ormai screditate per via dell’utilizzo improprio che se ne è fatto nel nostro paese: si tratta del “controllo del consumo di suolo” e della “rinaturalizzazione del territorio" come viatico alla densificazione dei tessuti urbani consolidati.

In realtà, l’obiettivo ormai condiviso consiste nel sostituire al piano (urbanistico) il mercato (edilizio), attraverso riforme che consentano sempre più ampi margini di flessibilità nelle destinazioni d’uso, premialità volumetriche sconsiderate e cospicui incentivi fiscali per gli operatori immobiliari. Non si tratta dunque di ‘rigenerazione’, non si tratta di ‘intensificazione’: quella che propongono, buoni ultimi, i legisti regionali veneti è una pura e semplice ‘densificazione’.

Né sembrano avere proposto alcunché di diverso le Regioni governate dalla sinistra: si pensi alla sciagurata riforma urbanistica emiliano romagnola ormai in vigore; ma anche ai due disegni di legge, ‘astutamente’ (?) approvati recentemente dalla Giunta regionale del Piemonte. Il primo, che si fregia del titolo “Norme urbanistiche e ambientali per il contenimento del consumo di suolo”, appare come la foglia di fico per la legittimazione del secondo “Norme in tema di riqualificazione e recupero degli edifici” nel quale si fa, come sempre, ampio ricorso alla premialità volumetrica e agli incentivi fiscali per gli operatori: obiettivo principe, la ripresa economica del settore delle costruzioni. (m.c.g.)

Lo scorso 8 ottobre la Giunta Regionale ha presentato un progetto di legge che, pur accennando nel titolo alla “riqualificazione urbana” ed alla “rinaturalizzazione del territorio veneto” – in linea con i principi della Legge Regionale 14/2017 per il contenimento del consumo di suolo – di fatto ripropone le logiche perverse dei tre “piani casa” approvati negli anni passati e finalizzati non certo al miglioramento della qualità urbana, bensì esclusivamente al rilancio del mercato edilizio.

Il progetto di legge della Giunta consente, per edifici con qualsiasi destinazione d’uso, ampliamenti sino al 50% del volume o della superficie esistente, a fronte di un miglioramento delle prestazioni energetiche – ma la classe A4 è richiesta solo per la parte ampliata – della messa in sicurezza sismica dell’intero edificio, dell’utilizzo di pannelli fotovoltaici, della previsione di coperture verdi o, in alternativa, mediante l’utilizzo di crediti edilizi derivati dalla demolizione di manufatti incongrui con rinaturalizzazione del suolo.

Un incremento di capacità edificatoria che può giungere al 60% nel caso di interventi di sostituzione edilizia. Un ulteriore incremento volumetrico sino al 40% è inoltre previsto per interventi finalizzati all’eliminazione delle barriere architettoniche. E’ importante evidenziare come – diversamente dal passato – le nuove norme, relative agli ampliamenti o alla demolizione di edifici esistenti in deroga alle previsioni dei regolamenti e dei piani urbanistici comunali, varranno a tempo indeterminato e saranno subordinate alla semplice presentazione di una SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività) da parte dei privati.

La legge regionale 14/2017, anche ai fini di una riduzione del consumo di suolo, intendeva favorire l’avvio da parte degli enti locali di “politiche attive” volte al recupero ed alla riqualificazione del patrimonio esistente, coerenti con le più generali strategie definite dagli strumenti urbanistici comunali. Ma il nuovo progetto di legge va decisamente nella direzione opposta: attribuendo indistintamente a tutti gli operatori privati premialità e sgravi fiscali indipendentemente da ogni organico disegno di trasformazione urbana, depotenzia e di fatto rende aleatori gli strumenti della pianificazione comunale, incrementa la frammentazione ed il disordine urbano, subordina l’attività edilizia alle sole regole della rendita e della speculazione immobiliare. Tutto il contrario della valorizzazione del ruolo delle amministrazioni locali a cui dovrebbe spettare l’eventuale utilizzo di incentivi e premialità.

Questa generalizzata deregulation urbanistica non risparmia neppure i centri storici. Vengono fatti salvi gli edifici tutelati, ma per quelli “che risultino privi di grado di protezione” si può impunemente derogare da prescrizioni e regolamenti di piano, ignorando il disastroso impatto che un intervento puramente speculativo può generare nei confronti di un vicino bene tutelato.

Siamo dunque ben lontani da quanto enunciato nelle stesse premesse del nuovo progetto di legge regionale, là dove si afferma di voler favorire la “qualità architettonica” promuovendo “… un percorso di valorizzazione culturale e identitaria dell’architettura e degli spazi urbani”. Svincolando l’intervento sui singoli edifici da ogni relazione con il contesto urbano, come si immagina di poter contribuire al “… miglioramento della qualità della vita all’interno della città e al riordino urbano” ed alla promozione di interventi “mirati alla coesione sociale, alla qualità architettonica, alla sostenibilità ed efficienza ambientale”?

La qualità urbana è in primo luogo determinata dalle relazioni tra i diversi edifici, tra gli spazi aperti e gli spazi edificati, pubblici e privati, dalla complessità e mixité delle destinazioni d’uso e attività, dalla capacità di saper interpretare ed attualizzare la storia e lo spirito dei luoghi in cui si interviene. Qualità che si può promuovere solo attraverso gli strumenti della pianificazione urbanistica e del governo del territorio nel suo insieme.

Innovativa e impegnativa è la proposta di legge per la tutela dei centri storici (finora ignorati dalle leggi di tutela, se non per singoli monumenti). È il prodotto di un lavoro collettivo, cominciato nella primavera scorsa con un vasto concorso di esperienze. È d’impianto radicale, e nessuno di noi s’illude che possa essere approvata così come la presentiamo. Ma non spetta a noi l’esercizio della mediazione con il mondo politico e parlamentare. Ci spetta invece formulare una proposta limpida, ma tecnicamente fattibile, questo penso che sia il compito di un’associazione culturale.

Molto in sintesi, i contenuti essenziali della proposta sono i seguenti:
- la definizione di centro storico, che facciamo coincidere con gli insediamenti urbani riportati nel catasto del 1939, unificando in tal modo i riferimenti temporali e cartografici degli strumenti urbanistici comunali (art. 1);
- la dichiarazione dei centri storici come “beni culturali d’insieme”, sottoposti alla disciplina conservativa del Codice dei beni culturali, con “divieto di demolizione e ricostruzione e di trasformazione dei caratteri tipologici e morfologici degli organismi edilizi e dei luoghi aperti, di modificazione della trama viaria storica” e con divieto di nuova edificazione (art 2). Norma immediatamente prescrittiva che, se fosse approvata, impedirebbe gli scempi che abbiamo denunciato nell'iniziativa promossa dall'Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli;
- una serie di “principi” di buon governo del territorio di competenza statale che devono essere recepiti dalla legislazione regionale, come prevede il 3° comma dell’art. 117 della Costituzione (art. 3).

Ma il contenuto più audace, se posso dire così, è quello dell’art. 5: un programma straordinario dello Stato di edilizia residenziale pubblica nei centri storici, essendo assolutamente convinti che, per rigorose ed efficaci che siano le norme di tutela, se non si affronta con determinazione il nodo dello spopolamento, il destino dei centri storici è segnato. Perciò serve l’intervento diretto e straordinario dello Stato, come nei casi di gravi calamità naturali: in effetti di questo si tratta: lo svuotamento residenziale di Venezia non è diverso dalla disastrosa alluvione del 1966. La proposta prevede perciò interventi molto determinati: l’utilizzo a favore dell’edilizia residenziale pubblica del patrimonio immobiliare pubblico dismesso (statale, comunale e regionale); l’obbligo di mantenere le destinazioni residenziali con la sospensione dei cambi d’uso verso destinazioni diverse da quelle abitative; l’erogazione di contributi a favore di Comuni in esodo per l’acquisto di alloggi da cedere in locazione a canone agevolato.

Riferimenti
Qui si può scaricare il testo della proposta di legge
La proposta di legge è stata presentata durante un incontro promosso dall’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli il 12 novembre 2018.
Su eddyburg l'intervista di Maria Pia Guermandi a Vezio De Lucia, tra gli estensori della proposta di legge.




Left, 9 Novembre 2018. Intervista di Maria Pia Guermandi a Vezio De Lucia sul disegno di legge a tutela dei centri storici di fatto ignorati dalla legislazione per la salvaguardia dei beni culturali, che si presenterà il 12 novembre al Convegno "Il diritto alla città storica" 

Il 12 novembre, a Roma, si svolgerà un’iniziativa organizzata dall’Associazione Bianchi Bandinelli: “Il diritto alla città storica” [qui il link al programma n.d.r.]. Sarà l’occasione per presentare un disegno di legge a tutela dei centri storici elaborato da un gruppo di urbanisti e intellettuali e, allo stesso tempo, riportare al centro della discussione urbanistica, politica e sociale un tema che, come dimostrano le recenti e spesso disastrose trasformazioni di tanti nostri centri urbani, si impone per urgenza.

Perché un’iniziativa sui centri storici? Non eravamo il paese più tutelato d’Europa?

Eravamo. In effetti il nostro Paese fu il primo, all’inizio degli anni Sessanta, ad affrontare il tema della conservazione e del recupero dei centri storici, non solo come contenitori di monumenti ma essi stessi monumento: e il merito va soprattutto ad Antonio Cederna indiscusso ispiratore di quell’autentica rivoluzione culturale.

E poi che è successo?

È successo che proprio l’Italia sta rinnegando il suo passato e dovunque è in grave crisi la vivibilità dei centri storici, di nuovo pascolo privilegiato della speculazione, del malgoverno, di piccoli e grandi abusi, ma più di ogni altra cosa i centri storici sono affetti da gravi fenomeni di spopolamento. Non dovunque e non nella stessa misura, ma sono drammatici i dati sulla diminuzione dei cittadini delle città d’arte, massicciamente sostituiti da turisti e da attività legate al turismo, e dei piccoli comuni delle zone interne del Mezzogiorno (l’“osso” di Manlio Rossi Doria) dissanguati dall’emigrazione e abbandonati. Con il convegno del 12 novembre cerchiamo di delineare una strategia per ribaltare le tendenze.

Per quanto riguarda le città d’arte, possiamo dire che il turismo, prima industria mondiale, sta cannibalizzando i quartieri centrali?

Sì è così, e Venezia è un esempio paradigmatico. Secondo Paola Somma, che ne parla al convegno, Venezia da tempo non è più una “città”, ma solo il quartiere turistico di una conurbazione che aveva bisogno di grandi opere infrastrutturali per massimizzare l’accessibilità e potenziare i punti di sbarco: aeroporto, porto, stazione, parcheggi, darsene. Piano perfettamente riuscito. Oggi 8 case su 10 sono di proprietà di investitori, ogni sabato scendono dalle grandi navi 30.000 turisti che, uniti agli sbarchi via terra e via aria, sono numericamente superiori agli abitanti. Qualcuno ancora protesta, ma il sindaco è soddisfatto e dice: la città è di chi la ama.
E cose analoghe si registrano a Firenze e Roma.

È davvero un fenomeno così esteso o riguarda in fondo solo le grandi mete turistiche?

Il turismo è certo causa fra le più importanti di operazioni di gentrificazione, ma in moltissimi centri continua a essere la speculazione immobiliare a erodere spazi pubblici e a innescare operazioni di espulsione delle fasce sociali economicamente più svantaggiate.

La seconda parte del convegno è dedicata al premio Ranuccio Bianchi Bandinelli che ogni anno l’associazione assegna a un benemerito della tutela del nostro patrimonio. Quest’anno tocca a Pier Luigi Cervellati.

E a chi se non a Cervellati, il fondatore, in Italia e, credo, nel mondo, del restauro urbano, oppure, se volete, più banalmente, del recupero dei centri storici a usi abitativi? Il suo nome è tutt’uno con il piano per il centro storico di Bologna del 1972, un piano per l’edilizia economica e popolare che per la prima volta ha previsto la realizzazione di edilizia pubblica tramite interventi di recupero: la tutela delle strutture fisiche come condizione per garantire la permanenza in centro delle famiglie residenti e delle attività tradizionali (comel’artigianato e il piccolo commercio). A illustrare la figura di Cervellati contribuisce anche la proiezione di un’inedita intervista proprio sul piano del centro storico di Bologna, e in particolare sulle difficoltà che incontrò nel rapporto con l’amministrazione comunista e anche con i militanti preoccupati dell’esproprio.

Perché una legge? Pensate davvero che nell’attuale contesto politico sia lo strumento migliore?

Perché i centri storici sono stati di fatto ignorati dalle leggi di tutela, a partire dallo stesso Codice dei beni culturali. La proposta è il prodotto di un lavoro collettivo, cominciato nella primavera scorsa. È d’impianto radicale, e nessuno di noi s’illude che possa essere approvata così come la presentiamo. Ma non spetta a noi l’esercizio della mediazione con il mondo politico e parlamentare. Ci spetta invece di formulare una proposta limpida, ma tecnicamente fattibile, questo penso che sia il compito di un’associazione culturale.

Quali sono i contenuti essenziali di questa proposta e in particolare quelli che potrebbero arginare l’attuale situazione di degrado?

Molto in sintesi, sono i seguenti:

Fin qui si tratta di principi “conservativi”: non temete di passare per “anime belle”?

Non corriamo questo rischio perché non ci fermiamo alla tutela. Per rigorose ed efficaci che siano le norme di tutela, se non si affronta con determinazione il nodo dello spopolamento, il destino dei centri storici è segnato. Per questo il contenuto più forte della nostra legge è un programma straordinario dello Stato di edilizia residenziale pubblica nei centri storici. Serve l’intervento diretto e straordinario dello Stato, come nei casi di gravi calamità naturali: in effetti di questo si tratta: lo svuotamento residenziale di Venezia non è diverso dalla disastrosa alluvione del 1966. La proposta prevede perciò interventi molto determinati: l’utilizzo a favore dell’edilizia residenziale pubblica del patrimonio immobiliare pubblico dismesso (statale, comunale e regionale); l’obbligo di mantenere le destinazioni residenziali con la sospensione dei cambi d’uso verso destinazioni diverse da quelle abitative; l’erogazione di contributi a favore di Comuni in esodo per l’acquisto di alloggi da cedere in locazione a canone agevolato (norma che vale in particolare per i paesi in esodo).

scienzainrete.it, 26 ottobre 2018. Ogni pretesto è buono per sanare costruzioni abusive ive comprese quelle edificate in aree sottoposte a particolare tutela per l'instabilità geologica o qualità paesaggista. Con commento (e.s.)

Il decreto 109 del 28 settembre 2018 (“Decreto Genova”), oltre a contenere i due più noti capi sugli "Interventi urgenti per il sostegno e la ripresa economica del territorio del Comune di Genova" e la "Sicurezza della rete nazionale delle infrastrutture e dei trasporti" dispone anche sugli "Interventi nei territori dei Comuni di Casamicciola Terme, Forio, Lacco Ameno dell'Isola di Ischia interessati dagli eventi sismici verificatisi il giorno 21 agosto 2017". Queste disposizioni "sono volte a disciplinare gli interventi per la riparazione, la ricostruzione, l'assistenza alla popolazione e la ripresa economica nei territori" interessati dal terremoto del 21 agosto 2017".
Con l'articolo 25 intitolato "Definizione delle procedure di condono" che dispone:

1. Al fine di dare attuazione alle disposizioni di cui al presente decreto, i Comuni di cui all'articolo 17, comma 1, definiscono le istanze di condono relative agli immobili distrutti o danneggiati dal sisma del 21 agosto 2017, presentate ai sensi della legge 28 febbraio 1985, n. 47, della legge 23 dicembre 1994, n. 724, e del decreto-legge 30 settembre 2003, n. 269, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 novembre 2003, n. 326, pendenti alla data di entrata in vigore del presente decreto. Per la definizione delle istanze di cui al presente articolo, trovano esclusiva applicazione le disposizioni di cui ai Capi IV e V della legge 28 febbraio 1985, n. 47.
2. I comuni di cui all'articolo 17, comma 1, provvedono, anche mediante l'indizione di apposite conferenze dei servizi, ad assicurare la conclusione dei procedimenti volti all'esame delle predette istanze di condono, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto.
3. Il procedimento per la concessione dei contributi di cui al presente decreto e' sospeso nelle more dell'esame delle istanze di condono e la loro erogazione e' subordinata all'accoglimento di dette istanze.

Si sancisce quindi, come sottolinea la petizione di Italia Nostra "l’ammissibilità al condono di tutte le istanze di sanatoria riguardanti le edificazioni abusive realizzate sull’isola di Ischia dal 1983 al 1993 in gran parte non suscettibili di sanatoria secondo le limitazioni della legge 724/94, e tutte quelle abusivamente realizzate dal 1993 al 2003 del tutto escluse in applicazione della legge 326/03".
Quindi ogni pretesto è buono per confermare la pervicace volontà di condonare l'abusivismo urbanistico e incoraggiarne in tal modo la prosecuzione. Tutto ciò nel silenzio oggettivamente complice delle associazioni degli urbanisti italiani. (e.s.)
Senza pudore, molti parlamentari sostengono ancora che l'art 25 del decreto “ponte di Genova” (povera Genova…) si limiti a disciplinare la procedura per snellire i procedimenti - ancora giacenti - di condono sull’isola d’Ischia e così agevolare l’assegnazione dei contributi per la ricostruzione del dopo terremoto. Altri parlamentari credendo di far bene vorrebbero introdurre l’obbligo di sottoporre i condoni a pareri preventivi, attraverso proposte di emendamenti del tutto pleonastici che richiamerebbero la responsabilità delle istituzioni preposte alla tutela di vincoli paesaggistico e idrogeologico invece stringenti (anche di inedificabilità assoluta) esistenti su quelle zone, ma non fanno altro che richiamare disposizioni già esistenti.

Il decreto, invece, stabilisce con ogni evidenza che le istanze di condono presentate ai sensi della legge introduttiva del “terzo condono” in Italia (Berlusconi, l. 326/03), la cui proposizione era già inammissibile nelle zone tutelate, divengano d’incanto "ammissibili" e quelle case che in quei posti non devono stare, pure finanziabili a carico dell’erario pubblico per la loro ricostruzione in quegli stessi posti. Aggiuntivamente, sia i condoni ammessi dalla legge introduttiva del “secondo condono” (Berlusconi, l. 724/94) che soprattutto quelli ex l. 326/03, godrebbero di forte sconto sulle sanzioni pecuniarie, applicandosi quelle infinitamente più basse stabilite dalla legge introduttiva del “primo condono” (Craxi, l. 47/85). Infine, vengono condonati anche “i grandi abusi” (con volume superiore ai 750 metri cubi –all’incirca 250 metri quadrati-) che la legge del “secondo condono” escludeva in quanto limitava la sanatoria solo ai cd “abusi di necessità”.

Chi a suo tempo ha inoltrato un’improponibile domanda per gli abusi compresi tra il 1994 e il 2003 ben sapeva di non poterla presentare, in quanto il condono era del tutto inammissibile secondo la stessa legge. Detti soggetti –oggi premiati!- lo fecero principalmente per bloccare gli effetti delle ordinanze di demolizione, in quanto la legge stabilisce che solo all’esito (negativo) dell’istanza possa procedersi ad abbattere l’abuso: è questa la ragione per la quale non si è mai demolito nulla, con la sfacciata complicità dei Comuni che da anni lasciano dormire le domande negli armadi e delle Regioni che non attivano le procedure sostitutive fissate dalle leggi.

Coloro i quali presentarono un’improponibile domanda (avevano la sfera di cristallo?) sono oggi ulteriormente favoriti rispetto ad altri che -consapevoli della improponibilità- non presentarono alcuna richiesta e magari intanto saranno stati demoliti (certo, pochi) o hanno un procedimento penale in corso e certamente perdente, anche lì con i tempi della giustizia aggravati dalla burocrazia e da ulteriori introduzioni di norme che stabilirebbero procedure per fissare improbabili criteri di priorità nelle demolizioni (vedi ad esempio la legge della Campania n.19/2017 dichiarata incostituzionale dalla Corte costituzionale, con sentenza n. 140 del 5 luglio 2018).

E intanto, “campa cavallo” con quel che segue. Ricordiamo pure che la legge consente ai notai di rogitare gli atti di vendita di un immobile anche abusivo purché all'atto stesso sia allegata la copia della domanda di condono (un’altra ragione per la quale tanti presentarono l’istanza ex l. 326). È esemplare il caso dei 74 fabbricati abusivi di Casalnuovo dove 450 abitazioni per un valore commerciale stimato intorno ai 50 milioni di euro, sono state vendute (allegando al rogito la “domandina”) e poi emerse la inammissibilità di quelle istanze (fondate su documenti falsificati per far risultare precedenti al 2003 le costruzioni invece terminate nel 2005), e che in realtà mai erano state esaminate, messe a giacere negli armadi degli uffici comunali. Solo alcuni di quegli edifici furono demoliti, ma i reati penali tutti prescritti.

Un’ultima considerazione. Perché in gran parte del Bel Paese non si demoliscono gli abusi? Secondo procedura dei Tribunali, il giudice che mette finalmente in esecuzione una sentenza di demolizione incarica un tecnico per verificare innanzitutto la convenienza a utilizzare uomini e mezzi del Genio Militare. Il povero tecnico riferirà sistematicamente che resta più conveniente affidare la demolizione alle procedure “ordinarie” per le quali occorre espletare una regolare gara d’appalto e utilizzare i prezzari fissati dal Genio civile regionale, pur impelagandosi in ulteriori complicazioni per via della indispensabile collaborazione dei Comuni, già inadempienti. E perché non demolire con il Genio Militare, dando a tutti la concreta contezza della presenza dello Stato? È presto detto: il tariffario dei lavori edili del Genio Militare ancora vigente è quello concordato con un protocollo del 1995, mai revocato, tra un Ministro ai Lavori Pubblici e uno alla Difesa, che mediamente triplica i prezzi dei tariffari degli uffici regionali del Genio civile ed esclude la demolizione delle opere in sottosuolo (fondazioni, volumi interrati, ecc) e addirittura la bonifica e lo smaltimento delle macerie.

Sicuramente non ce ne vorranno gli abitanti di Genova se l'Associazione Italia Nostra che l'incostituzionalità del provvedimento di legge in discussione (in tutte le salse lo si voglia dipingere) è decisamente palese. Ma non limitiamoci soltanto a quel provvedimento.

Qui la petizione "Basta condoni edilizi" lanciata da Italia Nostra.


29 agosto 2018. Una nuova urbanistica richiede una cultura che riconosca il primato dell'interesse collettivo nelle scelte di trasformazione del territorio. E' in grado l'attuale Università di prepare gli autori di tale urbanistica? Qui i riferimenti al dibattito.

Nel bene e nel male è l'economia che determina tempi, modalità e qualità delle trasformazioni del territorio e della città: lo si ripete da sempre, come un refrain consolidato dalla storia.

È da questo dato che bisogna partire per tentare di riprendere le fila di un discorso interrotto bruscamente a partire dagli anni Ottanta, quando ha avuto una forte accelerazione – da una data simbolica, ovvero dall'entrata in vigore della legge 94/'82 – l'intreccio tra la deregulation e la spinta della corruzione che ha pervaso, soprattutto in campo urbanistico, ogni ordine e grado di amministrazione pubblica. Comprendere la forza e le ragioni dell'economia, nonché l'ingiustificabile debolezza delle amministrazioni locali nel governo del territorio e (nella migliore delle ipotesi) l'incapacità di guidare i processi, è dunque fondamentale.

Continuare – solo per scaricare le responsabilità in maniera esclusiva – a fare finta che il male vada individuato soltanto nell'economia, sarebbe comunque fuorviante e, di conseguenza, causa di gravi errori di valutazione. L'economia non è di per sé il male assoluto, ma andrebbe guidata, con la forza necessaria, verso la ricostruzione della credibilità della disciplina urbanistica e, quindi, della “inderogabile” qualità della città pubblica in cui l'iniziativa privata possa trovare una giusta collocazione ed un efficace equilibrio con gli interessi della collettività. Nella consapevolezza che non esiste un'urbanistica demiurgica per sempre, così come uno strumento “regolatore” eternamente valido. Del resto, la città, destinataria delle “applicazioni” urbanistiche, va continuamente “ricostruita”, riadattata, rimodulata, rinnovata, tenendo conto delle evoluzioni in atto (tecnologiche, culturali e, più in generale, comportamentali). Si pensi, ad esempio, ai continui e necessari adeguamenti del contesto urbano e territoriale alle mutevoli esigenze della mobilità.

Nella mia quarantennale esperienza nella Pubblica amministrazione, in Calabria, rimangono ancora vive le ferite inferte alle coscienze da quei Piani regolatori (ancora di più da Regolamenti edilizi con annessi Programmi di fabbricazione) elaborati negli anni settanta-ottanta, per amministrazioni di sinistra da tecnici rigorosamente di sinistra, tutti connotati da ingiustificabili sovradimensionamenti e con le aree standard abbarbicate a dirupi o allocate su superfici impervie se non del tutto inutilizzabili, che gridano ancora vendetta e continuano ad offendere intelligenza e sensibilità. Queste esperienze hanno contribuito negativamente a formare l'opinione del comune cittadino, quanto la cultura della deroga consolidata dagli effluvi urbanistici degli anni novanta (Pru, Prusst, ecc.), minando la credibilità della stessa urbanistica, proposta, invece, in sede teorica come disciplina in grado di coniugare bene comune, qualità funzionale ed estetica. Poi, nell'ultimo decennio del secolo scorso – periodo di maggiore spinta verso la privatizzazione della città – le aree standard di piano vengono consegnate alle scelte dei privati grazie a prassi amministrative introdotte (ancora una volta) da amministrazioni di sinistra che hanno legittimato la “naturale” propensione del centrodestra a favorire (in forma pressoché esclusiva) l'iniziativa privata.

E che dire, poi, di quei successivi Piani strutturali che, in nome di una falsata sostenibilità, indicano enormi aree destinate a parchi pubblici per migliorare gli effetti cromatici degli elaborati (che funzionano come veri e propri specchietti per le allodole) e che di fatto tendono ad amplificare i costi di gestione e a nascondere (dietro le quinte di accattivanti cromatismi, complici i sofisticati software) devastanti e diffuse speculazioni che niente hanno a che vedere con i formali enunciati di “consumo zero” del suolo? In Calabria, l'elenco dei Piani strutturali comunali adottati (e fortunatamente ancora non approvati) evidenzia di fatto la rinuncia al governo del territorio della parte pubblica in nome della demagogia della partecipazione dal basso che informa i piani attraverso le cosiddette manifestazioni di interesse (rigorosamente ed esclusivamente di natura privatistica), molto distanti da quella “cosa” indefinita che si chiama bene comune. In realtà i Piani strutturali, in molti casi, sono la pratica dimostrazione della degenerazione dell'urbanistica, assurta a panacea di tutti i mali, a strumento taumaturgico attraverso le alchimie più incredibili: un male incurabile per la formazione di una coscienza civica.

Qualche anno fa, un sindaco di sinistra, alla domanda di un giornalista, ha risposto così: “il bene comune si manifesta quando il tuo interesse coincide con il mio”; ovviamente, non con l'interesse di tutti gli altri, dell'intera comunità. Su queste basi culturali, come si può costruire il senso civico, necessario presupposto per una partecipazione attiva e utile alla ricostruzione dell'urbanistica di cui tutti dovrebbero essere attori principali e non semplici comparse?

In questo contesto, costruire la credibilità dell'urbanistica rimane un compito difficile che mi pare debba essere affidato ad un uomo “nuovo”, a un urbanista “nuovo”, che agisca – con lo spirito di chi sta per compiere una grande missione – in nome e per conto della collettività di cui deve interpretare (e guidare) le aspirazioni trasfondendole in un disegno di qualità urbana. Ma c'è da chiedersi se le nuove generazioni vengano formate dalle Università italiane in questa direzione o se, invece, siamo rimasti soltanto pochi ultrasessantenni a subire ancora oggi il fascino nostalgico di quel fare urbanistica rivolto alla costruzione della città pubblica di Giovanni Astengo, Edoardo Detti, Edoardo Salzano, Pier Luigi Cervellati, Vezio De Lucia, e pochi altri, da cui abbiamo attinto i migliori insegnamenti?

In ogni caso una certezza fondamentale c'è: questo uomo nuovo, che si dovrebbe emozionare al cospetto del territorio con l'innocenza di un bambino ma con la consapevolezza dello storico, può sviluppare la propria incisività soltanto sul terreno delle grandi e imprescindibili riforme strutturali del Paese, a partire dalla modifica del Titolo V della Costituzione, cioè dalla riorganizzazione della macchina amministrativa pubblica e dalla necessaria eliminazione delle confusionarie – per usare un eufemismo – quanto inutili e costose Regioni o, almeno, dall'urgente rivisitazione delle competenze in materia urbanistica.


15 agosto 2018. Contributo al dibattito che argomenta come sia solo l'urbanistica di sinistra ad essere morta, mentre quella di destra è assai attiva e modella i nostri territori. Qui i riferimenti al dibattito.

L’urbanistica non è affatto morta.

E’ moribonda l’urbanistica di sinistra, al contrario di quella di destra che invece gode di buona salute e opera quotidianamente.

Gli urbanisti militanti nella sinistra italiana, compreso il sottoscritto, hanno spesso peccato di superbia nel pensare che il loro “fare urbanistica” fosse l’unico, fosse il verbo.

Facevamo coincidere il nostro sistema di valori etici e politici con gli obiettivi della pianificazione e della programmazione territoriale, nell’assunto che l’urbanistica si potesse esercitare solo in quel modo, in ciò supportati e seguiti da una classe di politici e amministratori culturalmente affini, che al cospetto della realtà attuale oggi diciamo bravi, che necessitava di piani che guardassero a un futuro migliore e quindi chiedevano una pianificazione ispirata in tal senso.

In realtà un’altra urbanistica è sempre esistita e esiste tuttora; è l’urbanistica di destra, servile alla speculazione fondiaria, all’interesse del capitale, un’urbanistica che utilizza solo il contratto pubblico/privato per determinare le trasformazioni, che agisce su parti della città ed è quella che oggi prevale e serve, aloo stesso modo di come facemmo noi allora, l’attuale classe dirigente, sia di destra, sia di sinistra, da questo punto di vista con risultati molto simili.

Di fatto, constato un’ovvietà, ma la voglio dire: la sinistra è scomparsa, affogata nella melassa del perbenismo borghese dimenticando la sua matrice culturale, la destra si conferma per considerare il territorio un luogo ove sviluppare interessi economici e quindi libera da vincoli al libero esercizio del profitto. Stessa sorte per l’urbanistica come l’intendiamo noi.

Credo sia morente solo quel tipo di urbanistica che abbiamo visto esercitare negli sessanta-settanta e parte negli anni ottanta, riducendosi ai minimi termini sino ai giorni nostri e questo perché è in estinzione una componente fondamentale del processo di pianificazione; la committenza pubblica di sinistra.

E’ in piena salute invece quell’urbanistica che ritiene il piano, le sue visioni d’insieme, gli obiettivi strategici, solo pesanti impedimenti all’agire, al concretizzarsi delle opportunità che quotidianamente bussano alle porte dei comuni per proporre fantomatiche occupazioni, fantastici sviluppi economici, straordinarie riqualificazioni, ecc, in verità solo edulcorate speculazioni con evitabili sprechi dio suolo.

Siamo in una fase in cui la politica ha rinunciato all’utopia, al sogno, all’immaginazione di futuri migliori, più equi, più solidali, in maggior equilibrio con la natura. Tutte balle!

Ora si chiede velocità, tempi certi, sfruttamento delle opportunità, concretezza, efficienza, libertà di fare, certezza del profitto.

A questa politica quindi non serve più il piano riflessivo, il piano delle invarianti, men che meno il progetto della città pubblica, il piano delle regole, i sistemi delle tutele paesaggistiche, culturali e ambientali, il contenimento della rendita. Ora chiede soltanto progetti fattibili nel breve periodo (leggasi con le risorse economiche effettivamente disponibili), vuole bei progetti (ben rappresentati con rendering e disegni accattivanti), tempi brevi e certi di realizzazione, così che la variante urbanistica trova subito le argomentazioni a supporto per giustificare l’interesse pubblico, supportata da Vas giustificative e mai problematiche.

Oggi alla politica non serve più la visione d’insieme, bensì una visione per parti, per progetti, così che la città è vista non come un complesso organismo dai delicati equilibri e una comunità che esprime bisogni reali e al tempo stesso speranze di maggior qualità di vita, ma come un semplice mosaico di ambiti da trasformare per determinare rendita e profitto: punto e basta.

Io mi sono formato con l’assioma dello standard urbanistico, oggi. ma a dire il vero da un bel po', constato che gli standard sono un fastidio, i verdi pubblici sono considerati solo fonti di spesa per il bilancio comunale, perciò superabili con quelle odiose monetizzazioni che lasciano brani di città fatti di case, lotti privati, e niente altro.

Ho redatto anch’io piani urbanistici con l’intento di contenere la rendita fondiaria attraverso i Peep, i PIP, i piani dei servizi, la perequazione, con “un’ossatura” che oggi è completamente fuori dal tempo. Oggi, la rendita fondiaria è considerata un falso problema già sconfitto, a dire dei nuovi amministratori, con una tassazione locale già molto alta, o superabile con il concorso alla realizzazione di un’opera pubblica; quindi la questione è meramente ideologica, superata.

Con il sistema valoriale dei decenni sessanta/settanta, prima parte anni ottanta e con gli attrezzi d’allora abbiamo applicato la disciplina per programmare lo sviluppo del territorio e la crescita della città governati dalla sinistra e/o comunque da compagini sensibili a quei principi.

Il prodotto del fare urbanistica non era solo pura tecnica ma parte di un processo di cambiamento. Il Piano aveva un’ossatura, un lessico, ma soprattutto aveva un’anima!

Ora la disciplina è perlopiù impegnata ad applicare la tecnica urbanistica asettica al servizio del privato e del pubblico per smontare ciò che è rimasto dei Piani col risultato di attuare lottizzazioni schematiche, ripetitive, spesso slegate dai contesti circostanti e dai sistemi che strutturano gli abitati.

La letteratura di settore ci ha fatto conoscere i Piano di Gubbio, di Assisi, il Piano Intercomunale del Trentino, il Prg di Modena, il Piano paesistico dell’Emilia Romagna, il PRG di Firenze e di Brescia, leggi regionali come quelle di Toscana ed Emilia Romagna, tutti ottimi esempi di buona urbanistica, talvolta anticipatori di provvedimenti legislativi di grande spessore quali la L.n 765, la L.n 865/71, la L.n 10/1977 e in grado di stimolare dibattiti culturali di notevole spessore, penso alla mancata riforma Sullo ad esempio, che segnarono comunque una crescita della disciplina e la mantenevano al centro del dibattito politico e culturale con autorevolezza.

Intellettuali come Olivetti, Rosi e Pasolini, Calvino, Cederna pur non essendo urbanisti di fatto lo divennero sul campo, con le proprie opere culturali hanno assecondato e sollecitato riflessioni decisive della politica in favore della disciplina urbanistica e contro la speculazione edilizia che imperava con la ricostruzione del dopoguerra. Politici denunciavano speculazioni e corruzione nel governo delle città, per tutti cito Pio La Torre che denunciava dagli scranni del parlamento siciliano la mano della mafia su Agrigento che crollava per colpa della speculazione: l’urbanistica era al tempo stesso capace di denunciare e porsi all’opposizione rispetto al malaffare e alla sciatteria e contemporaneamente di produrre piani di governo del territorio.

Nicolazzi a metà anni ottanta avvia il processo di delegittimazione dell’urbanistica e successivamente Prandini continua il lavoro; si avviano le grandi opere inutili in variante ai piani, poi scoppia tangentopoli e l’urbanistica contrattata emerge come un cancro, infine Lupi, prima come assessore lombardo poi come ministro, con la sua legge urbanistica prima a scala regionale poi nazionale, fa il resto.

La sinistra però segue a ruota, si veda il cedimento della giunta fiorentina sulle aree della Fiat Fondiaria, ma anche delle giunte romane Rutelli e Veltroni, accecate dall’esasperato utilizzo degli accordi col privato finalizzati al recupero delle periferie, ma con risultati assai discutibili e, dulcis in fundo, la nuova L.R 24/2017 della mia regione, l’Emilia Romagna, che sancisce lo smantellamento della disciplina così come l’avevamo praticata e spiana la strada alla mera tecnica urbanistica servile al mercato.

Non è morta l’urbanistica, semplicemente ha preso un nuovo corso, come la politica.

Astengo, Salzano, De Lucia, Nicolini, Insolera, Benevolo, Detti hanno fatto gli assessori del PSI, del PCI, della DC coniugando insegnamento, professione, passione politica. Gli urbanisti impegnati in quegli anni dalle università e dai municipi seppero mobilitare altri settori culturali come il cinema, la letteratura, il giornalismo d’inchiesta, persino il sindacato che indisse il primo sciopero generale sulla casa da cui scaturì la L.n 865/71: da tempo, tutto questo non c’è più!

Allora la sinistra riusciva a distinguersi per le sue proposte capaci coniugare il governo con la lotta per nuove conquiste sociali, scenario completamente diverso rispetto ad oggi in cui quel che è rimasto dell’attuale centrosinistra è impregnato di tanto liberismo.

L’urbanistica del periodo era credibile, convincente, coinvolgente, capace di mobilitare energie positive, perché aveva un'anima, perché osava sfiorare l’utopia, perché aiutava a conquistare spazi di qualità, nuove occasioni di socialità, progettava misurati assetti urbani con al centro i residenti.

Oggi registro una pratica urbanistica perlopiù asettica e neutrale, servile e giustificazionista, unicamente piegata a far corrispondere i programmi di trasformazione urbanistica con piani finanziari che devono dimostrare l’ammortamento dei capitali investiti in sei-otto anni dai fondi d’investimento e una remunerazione del capitale pari al 6%.

Che fare allora? Smetterla di piangersi addosso e assumere le nostre responsabilità civiche,

Io credo occorra ricostruire un fronte intellettuale militante che sappia costruire alleanze con il mondo della cultura, della tecnica, dell’arte e con i cittadini e riproponga le ragioni dell’urbanistica attenta ai bisogni della società, dell’ambiente, in grado di osare per una migliore qualità dell’abitare la città e il territorio. Un’urbanistica credibile e comprensibile.

Suggerisco di andare oltre la lamentela, di non iscriversi alla lista di chi dichiara la morte dell’urbanistica, suggerisco di dar vita a un movimento di opposizione che veda impegnati in prima persona proprio chi ha a che fare con la pianificazione: un movimento che si pone l'obiettivo di far tornare questa questione al centro del dibattito culturale e politico delle realtà locali.

Impariamo da Gramsci, formiamo un blocco intellettuale che promuova i valori che noi attribuiamo alla disciplina inscritta in un moderno programma della sinistra ecologista, credibile, comprensibile anche ai non addetti ai lavori che si contrapponga al “dio mercato”, per il bene dell’ambiente e del territorio e lasciamo di lato i piagnistei che sancirebbero solo la definitiva scomparsa di ogni speranza.

5 agosto 2018. Contributo al dibattito cominciato sul «il manifesto» e ripreso da eddyburg.it, il quale ci invita a «volgarizzare» l'urbanistica per raggiungere un pubblico più ambio per poi sollecitare rivendicazioni di massa. Qui i riferimenti al dibattito.

Saluto con rispetto tutti i tentativi di animare il dibattito sul ruolo dell'urbanistica in Italia, ma la forma e i contenuti mi sembrano troppo spesso miopi e stereotipati.

Mentre i sindaci di Londra e Barcellona parlano di controllare il mercato immobiliare costruendo case popolari, noi continuiamo a parlare di concetti astratti in un linguaggio specialistico. Mi domando se questo atteggiamento, altrove definito "aristocratico", non sia frutto della strategia degli intellettuali di sinistra per ritagliarsi un ruolo di prestigio nella classe dirigente.
I ricchi capitalisti si servono della comunicazione di tecnici e intellettuali per mantenere i privilegi acquisiti con metodi d'ingegneria dell'opinione.
La classe dirigente di sinistra dovrebbe smettere di preoccuparsi di problemi etici o civili di secondo piano, di esprimere opinioni ambigue o incomprensibili, per assicurarsi i favori dei ricchi capitalisti assicurando loro un alibi culturale.

Bisogna dire le cose come stanno.

L'urbanistica è la progettazione del futuro delle nostre città e la pianificazione degli interventi di trasformazione. Il diritto alla città verrà sicuramente calpestato dagli interessi dei più ricchi se il pubblico non interviene con strumenti normativi, fiscali, economici.
Il problema vero è che la gente non ha più consapevolezza dei soprusi che sta subendo e non lo ritiene più un problema fondamentale.
Credo che occorra volgarizzare l'urbanistica per raggiungere un pubblico più vasto, in grado ri reclamare il proprio diritto alla città con gli strumenti democratici.

Firenze, 5 agosto 2018
Angelo Ferrari
architetto, urbanista, paesaggista

Ricordiamo qui una serie di articoli comparsi su eddyburg.it e il manifesto sullo stato di salute dell’urbanistica, la sua mutazione genetica, le sue prospettive e invitiamo a continuare il dibattito.
Il 13 luglio 2018 abbiamo pubblicato l' articolo "Morte dell'urbanistica" di Alessandro Dal Piaz, un commento ad una tesi di Marco Assennato sul ruolo e rilevanza della pianificazione pubblica espressa nell'articolo "Il miraggio della pianificazione nel sacco di Roma", pubblicata dal manifesto il 22 giugno 2018.

Questi articoli si inseriscono in un dibattito sullo stato di salute dell’urbanistica, la sua mutazione genetica, le sue prospettive, che prendeva che prendeva spunto da due precedenti articoli: "Roma, se questa è una città" di Enzo Scandurra, pubblicato su eddyburg il 23 gennaio 2018; "Una disciplina «orfana di padri»" di Paola Bonora pubblicato su il manifesto il 15 giugno 2018, a cui hanno replicato Ilaria Agostini e Enzo Scandurra con l'articolo "Nella mutazione genetica neocapitalista" del 26 giugno sempre sul manifesto.
Sarebbe importante che tale dibattito proseguisse.

Per inviare contributi in risposta al dibattito scrivere a: ilaboniburini@gmail.com, inserendo nell'oggetto "eddyburg:urbanistica.

Un commento alla tesi di M. Assennato pubblicato sul manifesto (22 giugno 2018) sulla pianificazione pubblica nel sistema socio-economico corrente e sul ruolo degli urbanisti.

Ho letto con molta attenzione l’articolo di Marco Assennato intitolato «Il miraggio della pianificazione nel sacco di Roma» (il manifesto, 22 giugno 2018, p.11) e vorrei contribuire in qualche modo ad una discussione delle sue conclusioni.

Richiamando anche precedenti testi di Bevilacqua e Scandurra, Assennato esprime sinteticamente una condivisibile valutazione dell’urbanesimo attuale, condizionato dai dominanti interessi dei proprietari fondiari, dei costruttori e delle banche, chiudendo il suo testo con le frasi: «La pianificazione pubblica, in un sistema che si è fatto esso stesso critico, è solo cattiva ideologia. Ma dentro alla crisi del piano si può e si deve costruire conflitto e sapere. Ha qualcosa da dire, su questo, l’urbanistica? Altrimenti, certo, è morta».

Confesso innanzitutto di non capire in che senso il “sistema” si sia fatto oggi “critico”. Se si tratta delle condizioni sociali e culturali conseguenti al succedersi di crisi del capitalismo, forse la notazione è un po’ banale. Io attribuirei all’espressione “farsi critico” significati connessi con consapevoli processi analitico- valutativi basati soprattutto su categorie concettuali e valori. E perciò mi sembra davvero strano attribuire oggi al “sistema” una qualificazione del genere. Ma forse son io che non ho compreso bene l’intento dell’autore.

È la tesi di fondo sulla pianificazione, però, che mi lascia più che perplesso. Mi sembra che il ragionamento di Assennato sia schematizzabile così: i piani urbanistici odierni sono soltanto strumenti organici al governo capitalistico del territorio, in particolare nelle aree metropolitane; meglio evitare di impegnarcisi; dedichiamoci invece, da urbanisti, a leggerne le contraddizioni per incrementare consapevolezze e conflitti sociali. Non capisco perché mai un atteggiamento del genere debba valere solo per gli strumenti urbanistici. Anche tutte le altre forme di organizzazione collettiva sono oggi sostanzialmente condizionate dal dominio dei meccanismi capitalistici: cosa dovremmo fare, astenerci dalle competizioni elettorali, dalla dialettica su leggi e bilanci, dal confronto sulle politiche locali, riservando ogni nostra energia alla didattica del conflitto in vista di rivolgimenti sociali palingenetici? O non dobbiamo, invece, continuando a scomporre e smascherare ogni messaggio mistificante, utilizzare anche ogni opportunità per mettere a frutto gli spazi, talora interstiziali, talaltra più cospicui, aperti dalle contraddizioni della gestione capitalistica allo scopo di
contrastare gli interessi speculativi particolari e sostenere i diritti collettivi ? Quelli, ad esempio, scritti nella Carta Costituzionale e troppo spesso negletti o compressi?

Proprio i piani territoriali ed urbanistici rappresentano occasioni per cercar di dare concreto spessore alla valorizzazione sociale di quei beni comuni – paesaggio, ambiente, beni culturali, partecipazione – che Assennato sembra invece ridurre a vaghe icone consolatorie da nuove liturgie escatologiche.
È forse venuto il momento di chiedersi se simili atteggiamenti aristocratico-massimalistici non abbiano anch’essi qualche responsabilità nella recente evaporazione della sinistra politica, accanto a quelle, beninteso spaventosamente maggiori, di chi ha semplicemente introiettato l’ideologia, gli obiettivi e gli strumenti del neo-liberismo. Sono convinto che sia oggi sempre più necessario, per chi militi ancora nella sinistra, impegnarsi in modo consapevolmente articolato su tutto il ventaglio di possibilità, alimentando adeguate visioni strategiche alternative, ma senza opportunisticamente abbandonare le trincee dello scontro quotidiano. Anche per tenere davvero insieme teoria e prassi.

Ci scusiamo con i lettori per il ritardo con il quale commentiamo l’ultima proposta di legge del Forum Salviamo il paesaggio «Norme per l’arresto del consumo di suolo e per il riuso dei suoli urbanizzati» del 31 gennaio 2018.

Una proposta completamente nuova e in larga misura condivisibile, lontanissima dal disegno di legge cosiddetto Catania del 2012, successivamente più volte modificato, ma sempre sostenuto dal Forum Salviamo il paesaggio. Nella Premessa all’ultima proposta si prendono invece nettamente le distanze dalle precedenti elaborazioni. Ma la presa di distanze non è argomentata e ci si limita a scrivere che il disegno di legge ex Catania «si è progressivamente svuotato di contenuti e di parametri in grado di fronteggiare adeguatamente l’emergenza consumo del suolo», nient’altro che queste parole. Assolutamente nessuna autocritica riguardo all’inconcludenza del meccanismo a cascata Stato-regioni-comuni-Prg che ha sempre rappresentato la spina dorsale delle precedenti stesure. Comunque, tutto è bene quel che finisce bene e ci pare ragionevole pensare che il radicale cambiamento di linea sia anche conseguenza delle nostre ripetute critiche.

La novità essenziale della nuova proposta sta nel fatto che dalla data di entrata in vigore della legge «non è consentito consumo di suolo per qualsivoglia destinazione» (art. 3, c. 1), anche se la perentorietà è temperata dal «tranne che per i lavori e le opere inseriti negli strumenti di programmazione delle amministrazioni aggiudicatrici [?-n.d.r.], vigenti alla data di entrata in vigore della presente legge» (art. 9, c.1). Chiariamo subito che queste e altre imprecisioni e improprietà tecniche non sono assolutamente da attribuire ad astuzie dorotee ma all’evidente assenza di competenza urbanistica, almeno quella tradizionalmente intesa. Nel testo, prevalgono invece di gran lunga la cultura ecologista e quella dei cosiddetti “beni comuni” arricchita dalle sacrosante interpretazioni evolutive di Paolo Maddalena sulla funzione sociale della proprietà (art. 42 della Costituzione) e quindi sulla legittimità dell’acquisizione pubblica dei beni abbandonati ecc.

Dobbiamo infine aggiungere che la proposta è stata elaborata con la partecipazione di ben 75 esperti di varie discipline, fra i quali alcuni più o meno vicini anche a eddyburg (Paolo Berdini, Paola Bonora, Luisa Calimani, Stefano Deliperi, Salvatore Lo Balbo, Paolo Maddalena, Luca Martinelli, Luca Mercalli, Antonio Perrotti, Redazione di Altraeconomia, Sauro Turroni e altri).

Per concludere, ci pare indispensabile che eddyburg prenda atto con soddisfazione della novità, sperando che si possano sempre più avvicinare i nostri punti di vista.

Ci riferiamo in particolare alla proposta di legge patrocinata da eddyburg del 3 giugno 2013 che considera la salvaguardia del territorio non urbanizzato parte integrante della tutela dell’ambiente e del paesaggio, e perciò fa capo alla competenza legislativa esclusiva dello Stato, ai sensi dell’art. 117, comma 2, lett. s) della Costituzione. Il che si traduce in una significativa compressione delle competenze legislative delle regioni, secondo noi indispensabile per raggiungere risultati soddisfacenti in tempi ragionevoli.
N.B.
In un articolo del 2015 "Eddyburg e le norme del consumo di suolo" si riassumono le posizioni e l'operato di eddyburg sulla questione.

L'urbanistica italiana illegittima per la corte di (in)giustizia europea: si sa la giurisprudenza europea e' sovraordinata agli ordinamenti nazionali. Anche in questo bisognerà cambiare i rapporti con l'europa! Leggi qui.

arcipelagomilano.org, 19 giugno 2018. Tutto l’opposto della città metropolitana milanese e dell’Italia in genere, dove i governi metropolitani non hanno reali poteri né di regia, né di controllo.

Da qualche tempo Arcipelago si interroga sul perché lenostre Città Metropolitane, e in particolare quella di Milano, raccolgano cosìpoco interesse da parte delle amministrazioni coinvolte e dei Sindaci – tutti!– là dove ci si aspetterebbe, a fronte di una importante innovazioneistituzionale, se non qualche entusiasmo almeno qualche segno di ‘messaggioricevuto’. Abbiamo avuto un Piano Strategico puramente retorico, quasi senzacifre, che non coglie i veri problemi, le vere sfide e le vere priorità del nostroterritorio; vediamo decisioni urbanistiche anche rilevantissime (come adesempio quelle in merito al futuro degli scali ferroviari milanesi e altrasferimento delle facoltà scientifiche dell’Università Statale nelle areeexEXPO) in cui la Città metropolitana non è né coinvolta, né considerata, némenzionata; una quota irrisoria del tempo politico-istituzionale degliamministratori locali viene dedicata agli affari metropolitani; un senso diinutilità dell’istituzione pervade ormai non solo la politica ma anche ilcomune sentire dei cittadini.

Perché?
La risposta sta in alcuni limiti – se non errori – vistosissimi della legge Del Rio, ampiamente identificati fin dall’inizio. Una controprova? Il cammino spedito, veramente innovativo, con normale confronto di interessi diversi ma ampiamente e consensualmente superati, dell’iter di costruzione e messa a regime delle Métropole francesi, avviate in perfetta contemporaneità con le nostre. Presento qui un sintetico bilancio di questa esperienza fino ad oggi nel caso della Métropole du Grand Paris.


L’esperienza del Grand Paris

Sotto la presidenza di Hollande, sono state approvatein Francia alcune leggi importanti per il governo e la gestione del territorio:la legge MATPAM (Loi de Modernisation de l’Action Publique Territoriale etd’Affirmation des Métropoles) del 2014 che ha individuato e prescritto unpercorso innovativo per l’istituzione di governi metropolitani con estesecompetenze (1) e, sempre nel 2014, la legge ALUR (Loi pour l’Accès auLogement et un Urbanisme Rénové) che, al Titolo Quarto (Moderniser lesdocuments de planification et d’urbanisme), attribuisce alle associazioniintercomunali, anziché ai singoli comuni, la competenza in materia dielaborazione dei piani urbanistici: il Plan Local d’Urbanisme/PLUcomunale dovrà dunque trasformarsi, nei tempi prescritti, in Plan Locald’Urbanisme Intercommunal PLUi) (2).
L’1 gennaio 2016 si è ufficialmente costituita la Métropoledu Grand Paris (Décret n. 2015-2012 del 30 settembre 2015) che raggruppa123 comuni appartenenti a 3 dipartimenti (Hauts-de-Seine, Seine-Saint-Denis eVal-de-Marne) e altri 7 comuni di dipartimenti limitrofi: per un totale di 7milioni e mezzo di abitanti.
Parigi ha da sempre costituito un grande attrattore difunzioni pregiate concentrate nel comune centrale e, malgrado lo storico impegnoriequilibratore dello Stato (3), ha continuato a costituire un formidabilemagnete: perché nella capitale si sono accumulati i grandi progetti deiPresidenti della Repubblica di turno e perché anche a Parigi si è registratauna ri-centralizzazione delle funzioni terziarie nel cuore dell’areametropolitana negli anni ’80, gli anni della fortuna della deregolazioneurbanistica. Il risultato è stata una crescente disparità e dicotomiacento-periferia, una crescita abnorme dei valori fondiari e della congestionenella città centrale, una evidente sottoutilizzazione delle potenzialità disviluppo e di modernizzazione della corona metropolitana.
La risposta coerente è stata l’innovativo modello digoverno (e non solo di governance) avviato con l’istituzione della Métropoledu Grand Paris. Oggi essa è impegnata su due fronti principali: laistituzionalizzazione di un livello strategico di pianificazione a scalametropolitana e l’attribuzione di competenze in materia di pianificazioneurbanistica non più alla scala dei singoli comuni, ma di associazioniintercomunali di notevole estensione e dimensione demografica.
Si tratta in questo secondo caso di 12 Territoire –che hanno acquisito lo statuto di Établissements publics territoriaux (EPT)– relativamente omogenei e individuati come la “scala pertinente” (più di300.000 abitanti per ogni EPT) per svolgere compiti di attuazione e gestionedegli indirizzi e delle scelte del governo metropolitano, e per elaborare ipiani di destinazione d’uso dei suoli.
Questo progetto di vera e istituzionalizzatacooperazione intercomunale è affidato dunque alla regia, al coordinamento ealla valutazione di compatibilità da parte del neonato governo metropolitano.La Métropole du Grand Paris è infatti un Établissement public de coopèrationintercommunale (EPC) “à fiscalitè propre” (vale a dire dotato diautonomia fiscale) e costituisce l’attore strategico per l’elaborazione dellepolitiche di pianificazione, strategiche o di settore, di area vasta.
La prima differenza, dunque, rispetto allo sciaguratomodello proposto nella legge Del Rio e inverato nelle ectoplasmatiche CittàMetropolitane italiane, è immediatamente evidente. Nel caso della regioneurbana della capitale francese, così come per tutte le nuove Métropole(alcune, come Lione, ancora più avanzate nel loro statuto costitutivo data lalunga e positiva esperienza di pianificazione di area vasta) (4), consiste nelfatto che i comuni sono stati ‘obbligati’ a rinunciare a molte competenze inconsiderazione dell’efficacia maggiore di politiche e piani di scalaintercomunale.
Quali compiti spettano alla Métropole du Grand Paris? Sono moltoampi, per garantire una gestione lungimirante e integrata del territorio. Sitratta di tutti i piani di settore per lequestioni di rilevanza metropolitana (economia, ambiente, società, cultura,grandi servizi) e, naturalmente, di tutte le competenze in materia dipianificazione territoriale e urbanistica di inquadramento strategico (Schéma de Cohérence Territoriale/SCOT), grandiprogetti di rilevanza metropolitana, costituzione di riserve fondiarieattraverso l’esercizio del droit de preémption e la creazione di ZAD (Zonesd’Aménagement Differé), politica della casa e in particolare dell’edilizia residenziale pubblica,gestione di tutti i dispositivi contrattuali Stato/comuni relativi aifinanziamenti per le politiche sociali urbane, regia e controllo dei grandiprogetti di rigenerazione e trasformazione urbana attuati in partenariatopubblico/privato (ZAC) (5) – sottoposti oggi a una procedura di approvazionecongiunta Metropoli/Comuni -, gestione di tutte le risorse finanziarie allocatedal centro per la realizzazione di edilizia sociale. Solo per le strategie e legrandi decisioni in merito ai trasporti la competenza rimane saldamente attribuitaalla regione Île-de-France.
Il percorso di istituzione dei governi metropolitani èstato complesso, e non privo di resistenze e aggiustamenti, ma va nelladirezione giusta: quella di un modello istituzionalista/cooperativo nel quale –sia nelle grandi opzioni strategiche di riduzione della ‘doppia velocità’territoriale che nelle scelte locali di destinazione d’uso dei suoli e neigrandi progetti di trasformazione urbana – non è più il comune l’attore dellatrasformazione, ma la Métropole con compiti di regia e controllo dicompatibilità dei piani e progetti urbanistici intercomunali affidati ai Territoire(6).
Vediamo qualcosa in comune con il modello italiano diCittà Metropolitana? Qualcosa in comune con l’ectoplasma metropolitanomilanese?
Nulla!
Qui in Italia i governi metropolitani non hanno realipoteri né di regia, né di controllo, essendo entrambi nelle mani dei comuni enon avendo risorse finanziarie proprie: limiti macroscopici facilmenteprevedibili e previsti fin dall’inizio (7). Qui nella ‘Grande Milano’, malgradola sbandierata e continua evocazione della sua collocazione ai vertici delsistema urbano europeo (o addirittura globale!), il municipalismo ottuso e lacrescente doppia velocità cuore/hinterland rappresentano l’effetto perverso diuna totale assenza di progettualità alla scala territoriale pertinente.
Vediamo qualcosa in comune fra i nostri sedicentiprogetti di rigenerazione/trasformazione urbana e le ZAC?
Nulla!
In Francia, anche soltanto l’idea che un modello‘autoritativo’ possa essere sostituito da un modello ‘negoziale’ – comeautorizzato nella legislazione urbanistica lombarda e divenuto ormai prassinormale nel nostro paese (8) – sarebbe impensabile. Certamente i progettinegoziati hanno in quel paese una lunga tradizione, ma la regia e la decisioneè spettata, e continua a spettare, sempre e comunque all’attore pubblico; oggispetta ai governi metropolitani… con buona pace dei nostri amministratoricomunali, in particolare in area milanese, succubi agli obiettivi di rendita e capitalgain dei grandi proprietari fondiari (9) e pervicacemente ignari deivantaggi offerti dalla integrazione territoriale.

Note

(1) Per una comparazione critica più dettagliata della legge Del Rio in rapporto alla legge MATPAM, si veda Gibelli M. C. (2014), “Milano città metropolitana fra deregolazione e nuova progettualità” in Meridiana, n. 80.

(2) Una competenza esclusiva, quella sul piano urbanistico, faticosamente conquistata dai comuni francesi soltanto da ‘pochi anni’: dagli inizi degli anni ’80 dello scorso secolo e già in parte ridimensionata con la riforma urbanistica del 2000 e la conseguente trasformazione del POS (Plan d’Occupation des Sols) in PLU (Plan Local d’Urbanisme) sottoposto, dal 2000 in poi, a verifica di compatibilità con il piano di inquadramento sopracomunale (SCOT). Si veda al proposito: Gibelli M. C. (2018), “In Italia, ci pensa il mercato; invece, in Francia i piani urbanistici diventeranno intercomunali!”, eddyburg.it, 10 febbraio

.(3) Sono ben note le politiche molto interventiste sperimentate già negli anni ‘60 per attenuarne la primazialità: a livello dell’intero territorio nazionale con le Métropoles d’équilibre promosse dalla DATAR e, a scala metropolitana, a partire dallo SDAU di Delouvrier e la conseguente politica delle Villes Nouvelles interconnesse con il polo centrale dalla rete di treni regionali (RER).

(4) Gibelli M. C. (2015), “Grand Lyon Métropole e Città Metropolitana Milanese: un confronto impari”, eddyburg.it, 25 ottobre.

(5) La consolidata procedura di ZAC (Zone d’Aménagement Concerté), normata da leggi nazionali già negli anni ’60 e successivamente sempre migliorata, consente il ricorso a procedure in deroga al piano urbanistico nel tessuto consolidato, in aree degradate o sottoutilizzate della città, per realizzare progetti di rigenerazione/trasformazione urbana; ma a condizione che siano garantite trasparenza, equilibrio finanziario ed equa ripartizione dei benefici fra pubblico e privato. Naturalmente, è all’attore pubblico che spettano regia e controllo.

(6) La Métropole du Grand Paris sta attualmente sovrintendendo alla elaborazione in corso dei nuovi PLUi dei 12 Territoire.

(7) Camagni R. (2014), “Gli statuti metropolitani e l’esempio delle métropoles francesi”, arcipelagomilano.org, 14 ottobre.

(8) Altre legislazioni regionali si sono purtroppo allineate a questo nuovo ‘stile’: buona ultima, ma forse la peggiore, la legge urbanistica dell’Emilia Romagna, approvata nel dicembre scorso.
(9) Con qualche felice eccezione…ad esempio la variante al Piano di Governo del Territorio approvata dal Comune di Gorgonzola nell’aprile 2018 che ha tagliato le previsioni edificatorie contenute nel previgente PGT del 2011 di ben 1.500.000 mq, e introdotto il contributo straordinario per i piani attuativi in variante

    Il superuovo. 8 giugno 2018. Un articolo di introduzione a Auroville. Tra l'esperimento sociale e il sogno, la città è stata fondata nel 1968. Virtuosa da molti punti di vista, l'insediamento è più vicino a una riserva che a una città. (i.b.)

    Cinquanta anni fa un gruppo di giovani fondò la città di Auroville nello stato del Tamil Nadu, in India. L’idea fu di Mirra Alfassa, nota con il nome di “Mère” (“La Madre”), collaboratrice e seguace de filosofo indiano Sri Aurobindo. La “città dell’aurora” funziona in modo autosufficiente grazie all’energia solare e si fonda sull’agricoltura biologica ed il riciclaggio della quasi totalità dei materiali. Si struttura sulla proprietà collettiva, senza leggi e forze dell’ordine e coltiva l’arte spontanea, la quiete e la meditazione.

    Dal sito auroville.org


    Fin dai suoi albori è stata definità come la “città utopica“, tralasciando il fatto che, in quanto tale, è impossibile realizzarla concretamente. La città può crescere e sopravvivere grazie ai finanziamenti dell’Unesco, della Comunità Europea e del Governo Indiano. Il loro largo investimento nel progetto garantisce un bilancio annuale complessivo di circa cinque milioni. Ed ecco che vediamo decadere i maggiori motivi di prestigio e vanto dei cittadini dell’aurora: l’autosufficienza e la pace. I due valori sono strettamente legati tra loro e intrattengono una relazione triadica con l’elemento fondamentale: i soldi. Non possiamo non considerare questo fattore e tralasciare il triangolo che Renato Zero non aveva considerato: è naturale che con la disponibilità pressochè infinita di risorse i motivi di conflitto all’interno della comunità vengano meno; la città, nata da un impulso spontaneo e dalla volontà di meditazione, è diventata praticamente un mero esperimento sociale in cui l’artificialità fa da padrone.

    Dal sito auroville.org

    Il modo di vivere all’interno di Auroville ricorda la “città dei maiali” descritta da Platone nel secondo Libro della Repubblica: è una città giusta e ben funzionante ma emergono chiaramente due differenze rispetto alla città “sana” costruita mentalmente da Socrate: questa pone le sue fondamenta sul bisogno degli individui che può essere meglio soddisfatto all’interno di una comunità che vive all’insegna dell’okeiopragia ossia il principio di specializzazione. In un secondo momento Platone–Socrate introduce la moneta ed ecco la seconda differenza con Auroville: la città dei maiali è una città economica che intrattiene scambi commerciali con l’esterno pur mantenendo la sua autonomia ed autenticità. La città dell’aurora, invece, è quasi rinchiusa in una bolla, i suoi abitanti sembrano vivere un estraniamento dalla realtà poichè non costretti a guadagnarsi da vivere, ma sovvenzionati come cavie di un bell’esperimento che devono starsene buone, coltivare la terra, pregare, volersi bene e vivere felici e contente. L’esperimento è sicuramente riuscito, ma non può essere considerato come un modello esportabile e universale proprio poichè pecca di totale dipendenza da fonti esterne. E’ un ibrido tra un angolo di paradiso ed un inferno potenziale a rischio implosione nel caso si dovessero fermare i sovvenzionamenti. Una città che manca di specializzazione tra i suoi membri, inoltre, è probabilmente condannata a restare ferma e a non progredire, totalmente estraniata rispetto ad un mondo che forse il progresso lo rincorre in modo troppo vorace.

    Tornando a Platone e procedendo nella lettura del dialogo emerge ulteriormente l’inadeguatezza di una città come quella di Auroville: Glaucone, interlocutore di Socrate e signore del dialogo, evidenzia come l’uomo non può essere solo bisogno: l’uomo è desiderio e nella città dei maiali lo spazio per il desiderio non c’è; l’appellativo “suino” non è da intendere in senso dispregiativ, ma indica coloro che si accontentano di poco.

    Ovviamente la città del desiderio tanto lodata da Glaucone è Atene ed i problemi non mancano anche qui: una città desiderante è facilmente portata alla degenerazione ed è su questo filo conduttore che Platone porterà avanti i restanti otto Libri dell’opera.

    Nonostante tutti i suoi limiti è importante evidenziare che la città dell’aurora, pur essendo artificiosa, pur essendo poco realistica, pur essendo a tratti moralmente ingenua e quasi perbenista, offre lo spaccato di un mondo alternativo, non realizzabile,ma alternativo. I valori dell’uguaglianza, del rispetto della natura e del prossimo, della gentilezza, della riflessione, se attualizzati potrebbero costituire un punto di partenza per una riflessione meno sognante e più concreta sulla nostra realtà di uomini desideranti in un mondo altrettanto desiderante.

    Tratto dal sito qui raggiungibile.

    Qui invece potete raggiungere il sito di Auroville, nel quale potete anche trovare una sezione dedicata all'urbanistica e all'architettura.

    la Repubblica, Napoli, 28 aprile 2018. Ricordando un vigoroso "Partigiano dell'ambiente", combattivo precursore di quanti da allora combattono per difendere storia e natura del mondo in cui abitiamo. Uno dei fratelli e maestri dei fondatori di eddyburg. Con postilla

    «Amici e studiosi ricordano l’urbanista che difese la bellezza e guidò Italia Nostra»

    L’incontro è promosso da Istituto italiano per gli studi filosofici, Assise Città di Napoli e Italia Nostra. Partecipano Franco Barbagallo, Alessandra Caputi, Rosanna Cioffi, Vezio De Lucia, Guido Donatone, Francesco Erbani, Marta Herling, Massimiliano Marotta e Giuliana Tocco.Vent’anni fa moriva Antonio Iannello, architetto, presidente di Italia Nostra a Napoli, poi segretario generale dell’associazione. È stato un tecnico, un militante, un intellettuale, un politico. Ma non è semplice identificare un tratto prevalente: la fondatezza delle sue osservazioni ai piani di recupero dei paesi dell’Irpinia dopo il terremoto oppure la lettura degli idealisti napoletani, di Benedetto Croce, dei classici del meridionalismo – più Fortunato di Salvemini – che lo facevano poi riflettere sulla forma dello Stato repubblicano e maturare un’avversione verso “l’inganno federalista”?
    Iannello è stato certamente un ambientalista. Ma neanche questa definizione coglie gli aspetti della sua personalità e della sua storia.

    Forse l’incrocio fra la dimensione militante e quella intellettuale rende non solo la complessità del personaggio, ma spiega le forme in cui la sua presenza, per tanti aspetti dirompente, agisce sulla scena napoletana e campana e poi su quella nazionale per oltre un trentennio. Contro il Grand Hotel Amalfitana, il mostro di Fuenti, studia accuratamente le norme paesaggistiche, usa le denunce penali, gli esposti amministrativi, le campagne di stampa; prova a convincere amministratori locali, parlamentari e dirigenti politici; tallona un ricco signore che vive accanto all’albergo, trascina nell’agone intellettuali come Elena Croce. E quando si accorge che le vie percorse non bastano, durante un’assemblea minaccia di indossare una cintura carica di dinamite e di farsi saltare davanti all’albergo.

    Ha condotto tantissime battaglie per l’integrità del centro storico napoletano e nelle stanze del ministero dei Lavori pubblici ha riscritto, d’accordo il direttore generale dell’urbanistica, Michele Martuscelli, il piano regolatore – siamo nel 1972 – che prevedeva demolizioni e ricostruzioni nei Quartieri Spagnoli, attraversati poi da una strada che sarebbe corsa parallela a via Toledo. Fra le modifiche imposte quella per cui i confini del centro storico sono allargati “a tutto l’organismo urbano realizzato fino ai primi anni del Novecento”.

    Negli ultimi anni di vita riprenderà questi temi lavorando a una proposta di legge, promossa da Walter Veltroni, per una tutela ope legis dei centri storici nella loro interezza. Della legge non si è fatto più nulla.

    Si è impegnato affinché l’arenile di Bagnoli si liberasse dall’Italsider, e poi, da funzionario della Soprintendenza, ha scritto il vincolo sull’area. Ha messo sotto accusa l’abusivismo, ha battuto alcune delle zone più pregiate di Napoli e della Campania afflitte da questa piaga, ha fotografato gli illeciti, ha sfidato energumeni minacciosi. E quando è diventato segretario generale di Italia Nostra ha sfidato le coperture politiche degli abusivi, ha attaccato i dirigenti comunisti che offrivano alibi a chi costruiva illegalmente. Difficile sintetizzare in poche righe le iniziative svolte sul piano nazionale. Basti segnalare che si deve a lui gran parte del lavoro che porta al decreto e alla legge Galasso.

    Merita invece segnalare lo stile di Iannello, la sua etica radicale, lontana però da ogni forma di estremismo, una professione di fede laica che lo porta a coltivare un profondo ideale repubblicano. Dall’etica alla morale: Iannello combatte, alterna tattiche legali e pratiche più militanti, ma non scade mai nel protagonismo, al presenzialismo preferisce l’elaborazione dietro le quinte.

    Questo atteggiamento è una delle conseguenze dell’assoluto disinteresse di sé, dell’incapacità di formulare un pensiero, di praticare un’azione badando a un tornaconto personale. Iannello ha fama di irregolare, e questa gli costa l’isolamento persino dentro Italia Nostra, difeso però da Antonio Cederna (ma la condotta scapigliata è anche un pretesto: non convincono la sua opposizione alle operazioni immobiliari della Piana di Castello e dell’area di Novoli a Firenze e all’insediamento turistico di Baia Sistiana, vicino a Trieste).

    Niente meglio di una lettera del 1983 fornisce la misura dello stile di Iannello. A Pozzuoli, dopo un episodio di bradisismo, l’allora ministro Vincenzo Scotti promuove la realizzazione di un nuovo quartiere, a Monteruscello. A Iannello il ministro propone un incarico come collaudatore. Non accetto, risponde Iannello. Che aggiunge: «Gli inderogabili doveri che un professionista ha verso la collettività mi inducono però ad offrirLe la mia consulenza assolutamente disinteressata e a titolo gratuito per collaborare con Lei al fine di scongiurare un errore storico contro l’incomparabile patrimonio culturale dei Campi Flegrei».

    postilla

    Voglio ricordare qualche episodio delle battaglie di Antonio Iannello, che ho vissuto con lui. Vi accenna Francesco Erbani nel suo libro
    Uno strano italiano. Antonio Iannello e lo scempio dell’ambiente (Laterza, Roma-Bari 2002). Antonio era povero in canna, sempre sovraffaccendato e fuggitivo con mille battaglie da condurre contemporaneamente. Ed era una miniera di informazioni utili alla lotta per la buona causa. All’epoca mi occupavo delle riviste dell’Inu (Istituto nazionale di urbanistica). Stava scrivendo per la rivista Urbanistica un articolo nel quale svelava le torbide vicende di un piano regolatore di Napoli. Doveva finirlo, ma passavano i giorni e lui non concludeva mai l’articolo. Per fortuna in quei giorni era mio ospite. Una mattina uscii di casa mentre lui ancora dormiva, portai via con me con me le sue scarpe. Non potette uscire, nel suo borsone stracolmo di carte non aveva neppure le ciabatte. Gli toccò rimanere a casa e concludere, finalmente, l’articolo.

    Qualche anno dopo esplode a Firenze lo scandalo delle aree di proprietà della Fiat e della Fondiaria, che la giunta di sinistra vuole rendere edificabile in deroga al Prg vigente (che destina l’area a parco pubblico). Un nostro amico, Manlio Marchetta, aveva appena pubblicato un articolo sulla rivista Edilizia popolare nel quale denunciava il fatto. Parlo della cosa con Antonio e chiedo, con lui, un incontro al responsabile dell’urbanistica della direzione del Pci, cui porto l’articolo con la critica di Marchetta. Intanto a Firenze l’assemblea cittadina del Pci sta discutendo della questione, con una forte propensione all’accordo. Mentre stiamo raccontando la vicenda al responsabile degli enti locali per ottenere il suo intervento Antonio, per nulla tranquillizzato dall’atteggiamento del funzionario del Pci si precipita nello studio di Achille Occhetto, allora segretario nazionale del Pci, lo convince e lo induce a telefonare al Pci fiorentino e a bloccare la decisione.

    Così era Antonio Iannello, il Partigiano dell’ambiente. Del tutto privo di “rispetto umano” quando si trattava di far rispettare una buona causa, pronto a mettere in gioco la sua faccia, le sue povere risorse finanziarie e le sue ricchissimo risorse dialettiche quando si trattava di far prevalere, contro la forza degli interessi privati, quelle della tutela degli interessi pubblici e dei beni comuni

    Abbiamo invitato i nostri collaboratori ad aiutarci a creare un fuoco di sbarramento contro la riproposta di una legge inutile, e anzi dannosa, sul consumo di suolo. Ecco il contributo di Vezio De Lucia, che per primo aiutò i lettori di eddyburg a comprendere e a controproporre

    È stato recentemente presentato al Senato un impegnativo e ambizioso disegno di legge sulla riduzione del consumo di suolo a firma di quattro illustri esponenti di Liberi e uguali: Loredana De Petris, Vasco Errani, Pietro Grasso e Francesco Laforgia. In questa prima nota ci limitiamo (scrivo a nome di eddyburg) a segnalare i difetti fondamentali della proposta rinviando l’approfondimento a successivi interventi. Non posso non partire dal dispositivo istituzionale basato sull’implicito ricorso al 3° comma dell’art. 117 della costituzione relativo alla legislazione concorrente (alle regioni la potestà legislativa, allo Stato la determinazione legislativa dei principi fondamentali).

    In buona sostanza quella proposta da Leu è una legge cornice che non si allontana dal disegno di legge governativo (in discussione dal 2012) approvato dalla Camera dei deputati nel maggio 2016 e rimasto fermo al Senato nella scorsa legislatura. Da subito eddyburg assunse una posizione contraria sostenendo che il meccanismo previsto finiva con l’affidare l’effettivo potere decisionale a regioni e comuni e che la riduzione del consumo del suolo non sarebbe mai stata realizzata proprio dove più necessaria e urgente.

    Sapendo per esperienza che le sanzioni e i previsti debolissimi poteri sostitutivi sarebbero rimasti inefficaci. In alternativa formulammo una nostra proposta […] che fa capo al 2° comma dell’art. 117 (legislazione esclusiva dello Stato), e in particolare alla materia indicata alla lettera s): tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali. Una proposta fondata sul rapporto diretto Stato-comuni, scavalcando le regioni (sull’esperienza urbanistica delle quali sarebbe necessario e urgente un lavoro critico, inevitabilmente intriso di delusione, facendo salve, almeno finora, solo la Toscana e la Puglia). Un testo semplicissimo, quello di eddyburg, solo quattro brevi articoli che definiscono il territorio urbanizzato e non; consentono le trasformazioni insediative e infrastrutturali che comportano impegno di suolo solo nell’ambito delle espansioni recenti (parte del territorio urbanizzato); ammettono specifiche deroghe solo con provvedimenti eccezionali.

    La nostra proposta è del 2013, da cinque anni non abbiamo perduto occasione per riproporla e sottoporla a discussione in tutte sedi per noi praticabili. Per ultimo, nella dura contestazione condotta per un anno insieme a molti benemeriti (associazioni ed esperti) contro la terribile legge urbanistica regionale dell’Emilia Romagna, purtroppo approvata nel dicembre scorso (ma con il voto contrario dei consiglieri di maggioranza di Sinistra italiana ed Mpd). Eppure, nell’ambito delle iniziative legislative della sinistra nessuno ha dato peso alla nostra proposta, né dal punto di vista dell’opportunità politica, né dal punto di vista della tecnica legislativa (che forse il contenimento del consumo del suolo non coincide perfettamente con la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali di cui alla lettera s dell’art. 117, comma 2?).

    Si colloca qui la riflessione che sottoponiamo ai presentatori del disegno di legge, esponenti di una nuova sinistra che pensavamo dovesse far propria la pratica di sviluppare una vasta e anche difficile discussione sui temi più importanti e controversi, e non imboccare subito scorciatoie rimodulando precedenti proposte inefficaci o inconcludenti. Sappiamo bene che la proposta eddyburg è radicalmente innovativa in quanto abbandona la materia urbanistica – e quindi la competenza regionale – a favore della tutela dell’ambiente di competenza esclusivamente statale e perciò, secondo noi, presumibilmente più produttiva di risultati concreti.

    Il disegno di legge che stiamo discutendo è centrato invece sull’azione regionale che assume un ruolo totalizzante. Spetta infatti alle regioni di adottare “opportuni criteri, parametri e percentuali di riduzione del consumo di suolo coerenti con l’obiettivo […], da articolare a scala comunale o per gruppi di comuni, sia in termini di direttive per la pianificazione, sia in termini di disposizioni immediatamente operative, tenendo conto delle specificità territoriali, paesaggistiche ed ambientali, delle caratteristiche qualitative dei suoli e delle loro funzioni ecosistemiche, nonché delle potenzialità agricole, dello stato della pianificazione territoriale, urbanistica e paesaggistica, dell’esigenza di realizzare infrastrutture e opere pubbliche, dell’estensione del suolo già urbanizzato e della presenza di edifici inutilizzati;” (art. 3, 3° comma, che continua implacabile per altre sei, sette righe).

    L’articolo si configura come una dilettantesca riforma urbanistica che ignora tutti i vigenti strumenti di pianificazione. E conferma le linee ispiratrici del disegno di legge che, fin dall’art. 1, cita, fra i riferimenti fondativi, la discutibilissima convenzione europea del paesaggio e non il codice del paesaggio (decreto legislativo 42/2004), né le altre due leggi caposaldo (e le successive modifiche) sulla difesa del suolo (183/1989) e sulla protezione della natura (394/1991). Sono di conseguenza trascurate le pianificazioni specialistiche, i piani paesaggistici, quelli per la difesa del suolo, quelli per la protezione della natura sostituiti dal citato art. 3, comma 3, da improvvisate novità come il “piano del verde e delle superfici libere urbane” (art. 6) e da una congerie di norme (immancabile la delega al governo per la rigenerazione urbana, art. 5), anche benemerite come la tutela degli uliveti, della viticultura e dei pascoli (artt. 11, 12 e 13).

    Ci fermiamo qui, non senza rilevare che Loredana De Petris, Vasco Errani, Pietro Grasso e Francesco Laforgia, presi da tante cose inedite, hanno dimenticato l’abusivismo. Da Roma in giù, continua imperterrito a consumare spazio aperto, nella sostanziale assenza (talvolta con la complicità) delle regioni. Quelle stesse regioni che dovrebbero garantire la progressiva riduzione del consumo del suolo. Ricordiamo infine che l’azzeramento (non la riduzione) del consumo del suolo è disposto dal piano regolatore di Napoli approvato nel 2004 e dalla legge urbanistica della Toscana del 2016. Coraggio compagni, sia a Napoli che in Toscana la vita (e l’attività edilizia) continuando come prima, meglio di prima.

    errare humanum est, perseverare diabolicum. Con riferimenti

    I senatori e senatrici – La Forgia, De Petris, Errani, e Grasso - hanno presentato l’ennesima proposta di legge sul consumo di suolo senza aver capito niente di due cose: che cos’è il consumo di suolo, e come funziona il processo delle decisioni nel sistema amministrativo e istituzionale in Italia. Questo secondo vizio è senza dubbio peggiore del primo: essendo senatori e senatrici, cioè membri del supremo consesso legislativo ordinario italiano dovrebbero sapere come funziona l’insieme del sistema istituzionale di cui costituiscono, immeritatamente, il vertice.

    Siamo veramente stufi di dover ripetere su queste pagine (e in numerosi testi e discorsi in varie sedi), che una proposta di legge come quella che stancamente ripropongono non servirà a nulla.

    Poichè siamo stanchi, ci limitiamo a inserire i collegamenti a due dei numerosi articoli pubblicati su queste pagine. Essi rivelano minuziosamente le cause per cui la strada sulla quale stolidamente insistono non consente di raggiungere i risultati desiderati nemmeno alla scadenza lunghissima (mezzo secolo) che costituisce il loro velleitario obiettivo. Non sarà più rimasto un palmo di terra da salvare.

    Eppure la soluzione, immediatamente praticabile, ci sarebbe, come a suo tempo abbiamo proposto. Qui la proposta di legge Disposizioni per la riduzione del consumo di suolo e i due articoli di eddyburg citati: A partire dalle buone intenzioni del ministro, il Parlamento approda a una legge inservibile” con la quale si confermano e precisano le critiche all’allora proposta di legge, qui oggi sostanzialmente ripresa, e la seconda proposta di eddyburgUna proposta di legge per la salvaguardia del territorio non urbanizzato” l’unica che, tra l’altro, consentirebbe convincenti risultati in tempi brevi.

    Ulteriori riferimenti

    Si veda su questo sito il punto di vista di eddyburg sulle norme sul consumo di suolo, febbraio 2015.
    Sulla disinformazione in corso, sull'uso pretestuale dei termini "contro il consumo di suolo" e sugli equivoci che ne derivano si veda di Virginia Sala La legge arenata che ha creato una metropoli, di ottobre 2017, e di Edoardo Salzano Consumo di suolo: un terribile equivoco, giugno 2017.
    I numeri e le ragioni per cui non si può aspettare ancora di intervenire con una legge di Salvatore Settis Il suolo devastato dai partiti inerti, febbraio 2018 e di Giacomo Pellini Consumo di suolo, città italiane sempre più cementificate, maggio 2017. Si vedano inoltre su eddyburg numerosi altri articoli. Tra l'altro, i seguenti: di Vezio De Lucia Consumo di suolo a un passo dal baratro, giugno 2013 e Nessuno ferma il consumo di suolo, luglio 2016, di Cristina Gibelli, Neologismi in libertà: «compendi neorurali periurbani, gennaio 2015, di Ilaria Agostini Due leggi per il suolo, maggio 2015, nonché l'eddytoriale n. 169 dell'11 dicembre 2015.

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