La "popolarità" del gesto tirannico (o del golpe militare) è una giustificazione ammissibile per la violenza alla democrazia? La simpatia dei giornali italiani per chi ha cacciato i fratelli musulmani dal potere in Egitto è un brutto segnale anche per il nostro paese.
Il manifesto, 7 luglio 2013
Non c'è solo la vicenda del diktat del Consiglio supremo di difesa italiano al parlamento sugli F35 a richiamare un nostrano clima egiziano. C'è anche il modo con cui i media democratici e indipendenti stanno raccontando il golpe al Cairo. Dalle colonne del Corriere della sera al Tg3, fino a Rainews 24, è una gara a negare e nascondere che di colpo di stato militare si tratta. La spiegazione data è inquietante. Il colpo di stato dei militari egiziani guidati dal generale-ministro della difesa Al Sisi sarebbe infatti «popolare», perché applaudito da folle oceaniche giubilanti.
L'informazione libera e la sensibilità della sinistra si sono formate, fra l'altro, in questo paese proprio sulla denuncia dei tentativi di colpo di stato, dei vari «rumor di sciabole», di quella ingerenza violenta e stragista più volte tentata per sconvolgere l'assetto della democrazia costituzionale su mandato della "piazza" rumorosa o della maggioranza silenziosa di turno.
Perché questa sensibilità ora dovrebbe ancora valere per l'Italia e non invece per un grande paese arabo come l'Egitto? Visto che il presidente Morsi e il suo partito, i Fratelli musulmani, hanno vinto solo un anno fa democratiche elezioni alla fine convalidate, nonostante denunce di brogli, dagli osservatori internazionali e dalle Nazioni unite? Non è vero, come sostengono a Rainews 24, che per Morsi - alle prese fra l'altro con un dopo-Mubarak di miseria e di imposizioni del Fmi - si è trattato di «29 mesi di incapacità politica»: i mesi sono dodici. Fermo restando il giudizio negativo per le sue gravi responsabilità, per esempio nell'incapacità di rappresentare le trasformazioni sociali in corso nella nuova Costituzione, ancorato com'è ad una visione islamo-centrica, Morsi è stato eletto il 30 giugno del 2012. E allora quanti golpe militari dovremmo augurarci in Italia, contro i governi fallimentari che si susseguono ad esecutivi coalizzati e nemmeno eletti, inconcludenti e per tempi perfino più ridotti? Vogliamo i colonnelli?
Ma il golpe in Egitto, sostiene Antonio Ferrari nel suo editoriale di ieri sul Corriere della Sera, «è popolare». Era forse meno «popolare» quello in Cile del generale Augusto Pinochet dell'11 settembre 1973, quando assunse il potere, ben coordinato dalla Cia, per rispondere - sosteneva - «alle richieste del popolo», quella classe media che da mesi scendeva in piazza contro il governo di sinistra di Allende democraticamente eletto, con proteste oceaniche e rumorose di piazza, mentre i camionisti bloccavano il paese e i commercianti serravano i negozi impedendo gli approvvigionamenti, e i soldati si pronunciavano nelle caserme?
Forse in queste posizioni c'è qualcosa di più di una semplice adesione alla superficialità dominante nell'epoca del lettismo-berlusconismo. C'è, ed è grave, una piena complicità con il silenzio-assenso che sul golpe egiziano viene da Washington. Cioè da molto vicino, visto il rapporto subalterno padrone-servo che gli Stati uniti hanno assegnato all'esercito egiziano, sotto Mubarak, con Morsi e in questi giorni. Mentre il golpe era in corso e le agenzie e i giornali di tutto il mondo titolavano semplicemente quello che era sotto gli occhi di tutti «colpo di stato militare in Egitto», dal Dipartimento di Stato Usa arrivava una specie di bofonchio da tre scimmiette che non vedono, non parlano, non sentono: «Non ci risulta...», è stata la frase lapidaria. Fino alle verità della dichiarazione illuminante di Obama di ieri: «...Si ripristini al più presto il processo democratico». Non pare di ricordare che la necessità dei colpi di stato militari facesse parte del Discorso del Cairo di Obama nel 2009.
Ultima considerazione, come ricordava Gian Paolo Calchi Novati: è già accaduto che ad una affermazione elettorale dell'islamismo politico si sia risposto con un golpe militare o con il violento boicottaggio internazionale, nel 1992 con la vittoria del Fis in Algeria e nel 2006 con quella di Hamas in tutta la Palestina (non solo a Gaza, anche in Cisgiordania). Il risultato di questi interventi ha sconvolto il Medio Oriente e il mondo, allargando le ferite delle sue crisi.
«Diceva Norberto Bobbio che rendere pubblico il potere implica togliergli il velo della segretezza: questa è una delle promesse più importanti della democrazia».
La Repubblica, 7 luglio 2013
Si scoprì alla fine della Guerra fredda che la Stasi, il servizio segreto della Germania comunista, aveva un dossier su ogni cittadino e aveva fatto di ogni tedesco una spia. In una società dove la vita privata delle persone non conosceva segretezza lo Stato godeva della massima segretezza. Nascondimento è potere fuori da ogni controllo. Ci si chiese allora che senso avesse lo spionaggio quando tutti erano spiati. Ma un senso c’era perché se è vero che per essere efficace il controllo deve essere selettivo, è altresì vero che occorre raccogliere tutte le informazioni per poter selezionare quelle “utili”. È pertanto fatale che la schedatura dilaghi a macchia d’olio. All’opposto, non vi è più radicale nemico della segretezza di Stato di un governo fondato sul pubblico e i diritti civili.
Diceva Norberto Bobbio che rendere pubblico il potere implica togliergli il velo della segretezza: questa è una delle promesse più importanti della democrazia. Una promessa che sta insieme alla pace e alla libertà. Alla pace, perché il sistema di segretezza e di spionaggio presume nemici potenziali o effettivi, la preparazione dei conflitti, non della cooperazione. Alla libertà, perché un governo che cela ciò che fa e raccoglie informazioni in segreto non può garantire la protezione dei diritti. I realisti hanno sempre deriso i democratici di idealismo, eppure con la loro proverbiale giustificazione della politica come arte della dissimulazione e della segretezza essi non sanno distinguere tra governo libero e governo arbitrario. Idealisti e realisti si trovano oggi a misurarsi di fronte a quello che sembra essere il caso di spionaggio più pervasivo e totale dalla fine della Guerra fredda.
Non la Stasi ma l’intelligence americana, non la Germania comunista ma gli Stati Uniti sono oggi il problema. In questo caso, i realisti sono gli americani che hanno messo in atto una gigantesca operazione spionistica non solo verso potenziali ed effettivi nemici, ma anche verso amici e alleati militari, come gli Stati europei e la Ue. La ragione accampata è la protezione dal rischio di terrorismo. Evidentemente il governo americano non si fida degli “amici” europei se acconsente a far mettere cimici nelle loro ambasciate e “scheda” la loro corrispondenza elettronica. Che le agenzie di cui si avvale la Cia emulino la Stasi ha del paradossale anche perché la Casa Bianca ha fatto dei diritti umani un cavallo di battaglia per condannare governi autoritari e aiutare movimenti di resistenza e rivoluzionari.
Le rivelazioni di Edward Snowden, l’ex analista del National Security Agency (Nsa), hanno avuto un effetto dirompente per la legittimità internazionale di Barack Obama che da questa vicenda non ne uscirà bene (nonostante la sorprendente docilità dei leader europei). E con lui il Partito democratico, del quale si dice, con buone ragioni, che ora tace perché governa la Casa Bianca, eppure fece in passato un’opposizione durissima al repubblicano George W. Bush su questioni di violazione della privacy e di diritti civili per ragioni di difesa nazionale.
Snowden ha legato insieme come perle di una collana le qualità che sorreggono la democrazia e i diritti e ha spiegato perché si devono controllare le agenzie governative che conservano le informazioni su milioni di persone semplicemente perché potrebbero essere utili al governo in futuro. Dietro il paravento del terrorismo si cela la formazione di un sistema pervasivo di raccolta di dati che un qualunque potentato potrebbe usare a proprio vantaggio. Ecco perché il pubblico deve sapere e togliere il velo della segretezza ai governi, quelli democratici in primi luogo.
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Dove vanno i soldi estratti dalle tasche del popolo e destinati dai governi ad altri popoli? Ecco a chi. «Il 77 percento dei 206 miliardi di aiuti, distribuiti in 23 tranches alla Grecia da Ue e Fondo monetario, è finito nelle tasche della finanza». La denuncia in un rapporto di Attac Austria.
Sbilanciamoci.info, 5 luglio 2013
In un report apparso nel mese di giugno sul suo sito, Attac Austria ha pubblicato i risultati delle ricerche sulla destinazione degli aiuti economici ricevuti dalla Grecia dall’inizio della crisi. Dal marzo del 2010 la Grecia ha ricevuto un totale di 206,9 miliardi di euro suddivisi in 23 tranche da Unione europea e Fondo monetario internazionale. Tuttavia non è stata prodotta alcuna documentazione che riportasse l’utilizzo effettivo di tali risorse. Attac Austria ha quindi deciso di approfondire la questione arrivando a scoprire che il 77% del totale dei fondi di salvataggio sono finiti direttamente o indirettamente nelle tasche della finanza. Il materiale è disponibile sul sito di Attac Austria in tedesco ed inglese.
È necessario prima di tutto un breve riepilogo dei due programmi di salvataggio ricevuti dalla Grecia fino ad oggi. Il primo è stato deciso all’inizio del maggio 2010 tra Unione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale (dopo che il paese ne aveva fatto ufficialmente richiesta il 23 aprile dello stesso anno). Il prestito ha raggiunto i 110 miliardi di euro, di cui 80 messi a disposizione dai paesi dell’Eurozona e 30 dal Fmi. Dei 110 miliardi, 73 sono stati effettivamente trasferiti mentre i restanti 34 sono passati al secondo programma di aiuti.
Il 21 febbraio 2012 è partito il secondo programma di aiuti sulla base delle decisioni prese nel luglio dell’anno precedente. La somma del secondo pacchetto ammonta a 172,6 miliardi di euro, di cui 144,6 messi a disposizione da Efsf e 28 dal Fondo monetario. Dal marzo 2012 al momento della stesura del report di Attac (giugno 2013) del secondo pacchetto di aiuti il paese ha ricevuto 133,891 miliardi.
Le ricerche di Attac Austria hanno rintracciato le destinazioni dei pagamenti sia con l’ausilio di documenti ufficiali sia utilizzando fonti alternative come media e giornali. Il documento specifica in dettaglio la destinazione delle risorse: 58,2 miliardi (28,13%) sono stati utilizzati per la ricapitalizzazione del settore bancario e 101,331 miliardi (48,89%) sono andati ai creditori dello stato greco, di cui 55,44 miliardi sono stati utilizzati per coprire la scadenza di titoli di stato, invece di lasciare ai creditori il peso del rischio per il quale erano già stati indennizzati dal pagamento degli interessi, aggiunge il report di Attac. Altri 36,6 miliardi sono serviti come incentivo per fare accettare ai creditori l’haircut del marzo 2012, mentre 11,3 miliardi sono stati utilizzati per ricomprare pezzi di debito senza valore.
Lisa Mittendrein, responsabile nazionale di Attac Austria afferma: “L’obiettivo delle elite politiche non è quello di salvare la popolazione greca ma il settore finanziario del paese. Centinaia di milioni di euro di risorse finanziarie pubbliche sono stati utilizzati per salvare le banche ed altri istituti finanziari dalla crisi finanziaria che loro stessi hanno causato”.
La destinazione dei fondi alla Grecia documentato dalle ricerche di Attac si scontra pesantemente con l’interpretazione pubblica delle politiche europee di salvataggio del paese, distorta ad arte dalle elite politiche le quali hanno sostenuto fosse la popolazione greca a trarre vantaggio dai prestiti internazionali. È scandaloso, aggiunge Lisa Mittendrein, che la Commissione europea abbia pubblicato report da centinaia di pagine senza specificare dove finissero effettivamente questi soldi.
Ad aver beneficiato dei fondi sono state banche come Eurobank Ergasias, posseduta dalla famiglia Latsis una delle più ricche del paese e speculatori come l’hedge fund Third Point, che hanno intascato 500 milioni di euro dal riacquisto del debito nel dicembre 2012. Come commenta Lisa Mittendrein, “la solidarietà con la Grecia espressa dal Presidente della commissione europea Barroso non si capisce verso chi sia stata”.
Dei 43,6 miliardi (22,46%) destinati alle finanze pubbliche più di 34,6 miliardi sono stati pagati ai creditori sotto forma di interessi, senza considerare che 10,2 miliardi sono andati alle spese militari, sembra sotto pressione dei governi di Berlino e Parigi che avrebbero voluto proteggere gli interessi delle industrie militari nazionali.
Le elite politiche, incalza ancora il report di Attac, nei cinque anni di crisi internazionale hanno fallito anche nell’implementare quelle riforme necessarie per la regolamentazione del settore bancario e dei mercati finanziari, riforme necessarie proprio ad evitare il ripetersi di episodi come questi dove i contribuenti sono costretti a pagare le perdite degli istituti di credito. I governi devono sottrarre questa capacità di ricatto del settore bancario. Ancora peggio, aggiunge il report citando fonti Reuters poi confermate da Marica Frangakis di Attac Grecia, per beneficiare dei miliardi di aiuti pubblici le banche greche hanno utilizzato pratiche poco trasparenti per passarsi a vicenda da conti offhsore prestiti non coperti in modo da attrarre capitale privato ed avere le condizioni per ricevere i fondi di salvataggio.
Occorre prima di ogni cosa maggiore trasparenza da parte delle istituzione internazionali unita ad un cambio radicale di politiche nella gestione della attuale crisi europea e che si evitino in particolar mode manipolazioni utilitaristiche dell’elettorato. Come afferma Lisa Mittendrein, “dopo tre anni di austerità la Grecia ha bisogno di un pacchetto di aiuti che raggiunga davvero la popolazione”.
Il report si conclude con una serie di episodi tanto bizzarri quanto inquietanti scoperti durante le ricerche. Unione europea e Fondo monetario hanno più volte smentito o rimandato di settimane e mesi gli accordi sui pacchetti di salvataggio per esercitare pressioni sulla democrazia greca, nell’autunno del 2011 per evitare il referendum nazionale sulle politiche di austerità e nel maggio-giugno del 2012 per aumentare le probabilità di elezione di partiti vicini alla troika. Con questo gioco perverso di promesse e smentite il governo greco è stato costretto ad emettere titoli a scadenza soggetti ad elevati tassi di interesse. Difficile quindi credere che le istituzioni internazionali avessero davvero a cuore la situazione delle finanze pubbliche greche se hanno forzato il governo di Atene al ricorso a tali misure.
Nel giugno del 2012 una tranche dei fondi del valore di un miliardo è stata utilizzata per finanziare il contributo obbligatorio della Grecia alla creazione del Mes. In sostanza la creazione del Mes ha comportato non solo l’impiego del capitale del precedente Efsf ma anche l’utilizzo di fondi pubblici di quei paesi che il fondo europeo servirebbe a sostenere.
Ma non basta. Klaus Regling, il direttore del Efsf e del Mes nella sua carriera si è alternato piu volte tra grande finanza e politica. Prima di assumere la carica al Efsf ha lavorato per il governo tedesco, per l’hedge fund Moore Capital Strategy, come direttore generale della commissione Economia e affari finanziari della Commissione europea sia per l’hedge fund Winton Futures Fund Ltd. Regling rappresenta il simbolo dell’intreccio tra finanza e politica il quale spiega in parte perché gli aiuti siano finiti in gran parte al settore finanziario.
Una nota negativa arriva dai costi di gestione del Efsf. Nel 2011 il personale che ha gestito il fondo (12 dipendenti) è costato ben 3,1 milioni di euro, una media di 258.000 euro a testa. Al direttore Regling sono stati corrisposti 324.000 euro annuali più eventuali extra. Queste sono le persone, conclude il report di Attac, che hanno deciso per la riduzione del salario minimo mensile a 580 euro in Grecia (510 per i giovani).
L'interessante anticipazione di parte del dialogo sul tema “Democrazia e oligarchie” che si terrà lunedì 8 luglio all’Archiginnasio di Bologna (vedi in calce).
Singolare convergenza di diagnosi e terapia tra due intellettuali molto diversi, ma entrambi "radicali", che guardano cioè alla radice delle cose.
La Repubblica, 6 luglio 2013
GustavoZagrebelsky
Nell’ultima pagina dell’Intervista sul potere, a cura di Antonio Carioti, tu fai cenno al ritorno alla prevalenza delle oligarchie, dopo due secoli di lotte democratiche, come un problema molto grave del mondo in cui viviamo. Mi piacerebbe partire da qui per questo nostro dialogo, di cui il tuo libro-intervista costituisce l’occasione. Anche a me sembra che questa sia la questione politica principale del nostro tempo. Qui c’è forse la chiave per comprendere l’incomprensibile, a iniziare dalla fine della politica e dal trionfo della tecnica, che nasconde alla vista il potere, le sue forme, i suoi attori. In un recente saggio apparso su Micromega, ho definito l’oligarchia come il regime della disuguaglianza, del privilegio, del potere nascosto e irresponsabile, cioè del governo concentrato tra i pochi che si difendono dal cambiamento: sempre gli stessi che si riproducono per connivenze, clientele.
Luciano Canfora
Penso soprattutto a fenomeni macroscopici e istruttivi al tempo stesso. Facciamo un esempio. Il Presidente degli Stati Uniti viene eletto (e sia pure da una minoranza degli aventi diritto, dato l’assenteismo patologico dell’elettorato statunitense) ma le decisioni fondamentali le prendono altri: forze decisive e retrosceniche che possono in fondo infischiarsene dei riti elettorali. Ai fini dell’egemonia politico-militare è necessario un disinvolto e illegale spionaggio informatico? Il Presidente forse ne ignora persino l’esistenza, ma esso viene praticato, da chi ne ha il potere, senza scrupoli anche a costo di gravi crisi con i cosiddetti alleati europei non meno che con gli antagonisti russi o cinesi. Il Presidente predica contro il fiorente e libero commercio delle armi, i cui effetti sono atroci? Ma la potentissima lobby dei produttori di armi paralizza ogni decisione in proposito. Questa è la sostanza della macrorealtà americana, questo è, via via, il modello che si afferma per ogni dove.
Gustavo Zagrebelsky
Parli di “forze retrosceniche”. Sono sempre esistite. Che la politica “sulla scena” delle istituzioni sia una messinscena per distogliere gli occhi del pubblico dalla realtà del potere (che “sta nel nucleo più profondo del segreto”, ha scritto Elias Canetti) è un’idea realistica. Un tempo, il retroscena era visto come il luogo dell’oscurità, degli intrighi, dei complotti, delle cose indicibili: tutte cose negative, da combattere in pubblico, attraverso istituzioni veritiere. Pensiamo, per esempio, alla 'glasnost’ di Gorbacëv che, per un certo periodo, ha coltivato quest’idea. Oggi? Oggi siamo di fronte a qualcosa di nuovo. Le conseguenze sulla vita delle persone sono evidentissime, la matrice anche: il predominio dell’economia sregolata e manovrata dalla finanza speculativa. Ma è una matrice incorporea che, per ora, sembra inafferrabile, non stanabile “sollevando un velo”.
Lunedì 8, ore 20.00, all'Archiginnasio, BolognaDEMOCRAZIA E OLIGARCHIE. Luciano Canfora dialoga con Gustavo Zagrebelsky. Coordina Giuseppe Laterza. Luciano Canfora è autore di Intervista sul potere (Laterza), curato da Antonio Carioti; Gustavo Zagrebelsky ha pubblicato con Ezio Mauro di La felicità della democrazia. Un dialogo (Laterza).
«Uno dei principali compiti culturali che si pongono a qualsiasi gruppo oppresso è di minare o screditare la giustificazione del ceto dominante». Ossia, recuperare l'indignazione all'impegno politico abbattendo l'autorità morale della sofferenza e dell'oppressione». I
l manifesto, 5 luglio 2013
A quei tempi la frustrazione produsse fatalismo di massa, ma anche circoscritte quanto sanguinose insorgenze. La scommessa odierna è quella di una generale passivizzazione, resa ancora più probabile dal fatto che se negli anni Sessanta esistevano accumuli di energia sociale di notevole potenza e per vario utilizzo, oggi la società risulta sfiancata da impoverimenti e precarizzazioni.
Questo è quanto sembrano indicare i barometri delle tendenze collettive, registrando minime oscillazioni statistiche nell'orientamento al voto verso Pd e Pdl, a fronte di una caduta di quello verso M5S e la contestuale espansione a macchia d'olio dell'astensionismo. Dati che confermano l'utilità del condominio di governo per le forze dell'attuale ("strana"?) maggioranza, tranquillamente indifferenti al restringersi della base elettorale. La rendita di posizione consente di definire gli organigrammi ripartendo il suffragio residuo. Dati - soprattutto - che premiano Letta jr. nel suo ruolo di giovane premier, per aver raggiunto il vero obiettivo di mandato che aveva ricevuto insieme all'incarico: evitare le elezioni; pericolose tanto per un Pd perennemente in cantiere come per Berlusconi, che difficilmente potrebbe trovare una collocazione più favorevole di quella attuale.
Ovviamente il cicaleccio ufficiale della politica blatera di tutt'altro: riforme a go-go, disoccupazione giovanile o meno da sconfiggere, rilancio economico da attuare e - naturalmente - ruolo dell'Italia nell'Unione europea da valorizzare.Ma è solo rumore, a coprire i sussurri di una corporazione politica che per continuare a durare deve far sbollire la pressione sociale. E la lancetta che misura il trend positivo nell'operazione in corso è quella che indica il costante diffondersi del disincanto fatalistico. Che consentirà ancora una volta alla corporazione della politica di perpetuare la propria presa sulla società. Visto che, grazie agli sfinimenti di un democristianesimo redivivo, sta consolidandosi in chi sino a ieri si indignava, la convinzione dell'inutilità della protesta.
Si diffonde la sottomissione, mentre ancora una volta i ceti dominanti fissano le priorità di cosa è socialmente necessario (in sostanza la tutela delle proprie funzioni). Quel meccanismo mentale che il sociologo Barrington Moore jr. - in un saggio edito da Comunità nel 1978 ("Le basi sociali dell'obbedienza e della rivolta") - indicava come la modalità più economica per esercitare la coercizione: l'interiorizzazione in termini di apprezzamento da parte delle sue stesse vittime. Una sorta di "sindrome di Stoccolma" applicata alla politica (il vassallaggio psicologico del sequestrato nei confronti dei sequestratori).
Da qui la contromossa suggerita da Moore: «Uno dei principali compiti culturali che si pongono a qualsiasi gruppo oppresso è di minare o screditare la giustificazione del ceto dominante». Ossia, recuperare l'indignazione all'impegno politico abbattendo l'autorità morale della sofferenza e dell'oppressione.Ma chi è pronto a impegnarsi in questo ruolo critico di smascheramento per nuovi inizi democratici? I Cinquestelle, in bilico tra un corso di ragioneria contabile e la Santa Inquisizione? La sinistra di Pd e Sel, con tutti i loro riflessi condizionati di politica politicante? Un'intellighenzia nazionale che in larga misura ha tratto dal postmodernismo solo la sufficienza di uno scetticismo blu refrattario all'impegno? Intanto proseguono indisturbate le operazioni che, sotto il paravento di un'ennesima stagione delle riforme, sterilizzano la rabbia sociale attraverso l'uso sistematico del rinvio.
Qualche giornalista (e qualche giornale) esce dal coro e adopera ragione e conoscenza Sebbene il motivo per criticare l'abolizione delle province non sia prevalentemente nel lavoro.
Il Fatto Quotidiano, 5 luglio 2013
Che non si potessero abolire le Province con un decreto legge è evidente: sono Enti previsti dalla Costituzione, serve una legge costituzionale; che significa doppio passaggio in Parlamento, eventuale referendum, insomma un paio d’anni ed esito incerto. Ma non c’è da strapparsi i capelli: i risparmi di spesa conseguenti all’abolizione non sono granché.
Il problema non è chiamare le cose con un nome diverso; è cambiarle. Se le Province devono davvero essere abolite, questo vuol dire che quello che fanno è inutile. Se invece inutile non è, tanto che è necessario istituire settori di Regioni e di Città metropolitane che facciano le stesse cose che prima facevano le Province, conservando lo stesso numero di dipendenti e di strutture; allora che senso ha abolirle? Quello che si risparmia è qualche presidente e consigliere provinciale in meno. Il che è una bella soddisfazione sul piano politico, ma poco produttiva sul piano economico: a quanto ammontano gli stipendi risparmiati? Intendiamoci: una riduzione della spesa pubblica ottenuta con il taglio di costi della politica è sempre una buona cosa e certamente rincuora i cittadini; ma non ha effetti decisivi sulla crisi. Che invece ci sarebbero se, oltre ai politici, fossero eliminati (in realtà significativamente ridotti in proporzione alle effettive esigenze di servizio) i dipendenti pubblici. E qui siamo nei guai.
Le Province italiane contano circa 60.000 dipendenti; diciamo dunque da 40.000 a 50.000 famiglie (ci saranno pure dipendenti single). Che succede se 200.000 persone mal contate si trovano, dall’oggi al domani, senza mezzi di sussistenza? Che ne è di gente che, il 27 del prossimo mese, non avrà i soldi per pagare il mutuo o l’affitto, per fare la spesa, per riscaldarsi in inverno? Può il Paese far fronte a un’emergenza del genere? E il caso delle Province è solo uno: in Italia gli impiegati pubblici sono 3 milioni e mezzo. Quanti sono inutili? E chi lo sa? Ma il costo di questo ignoto numero di persone, se eliminato, avrebbe importanti effetti positivi sull’economia italiana; e, contemporaneamente, ne avrebbe di disastrosi sul piano sociale e politico. In Grecia ci sono 750.000 dipendenti pubblici, un numero pari a quelli impiegati nel settore turistico che, in quel Paese, significa il 16 % del Pil. Per essere ammessa al piano di salvataggio, la Grecia ha ridotto gli stipendi dei dipendenti pubblici del 20% e ha promesso di ridurne il numero di un quinto.
Se in Italia si applicassero le stesse misure, si dovrebbero licenziare circa 700.000 dipendenti pubblici con conseguenze disastrose sul piano sociale e politico: altro che Alba Dorata, il partito neofascista greco.
Ecco perché l’eliminazione delle Province e la sentenza della Corte costituzionale che le ripristina sono un falso problema. Il problema reale è sempre lo stesso: il lavoro deve essere produttivo; che vuol dire fornire le risorse necessarie per remunerare il lavoratore e garantire un utile; se così non avviene si trasforma in un costo per la collettività. Ma in un Paese in cui “diritto al lavoro” significa dovere per lo Stato di fornire a tutti un posto di lavoro, anche quando ciò è economicamente impossibile, la cosa è trascurabile. Per questo siamo in bancarotta.
«Genealogia significa sviluppare l'analisi a partire da un problema che si pone nel presente». Così, in un'intervista rilasciata nel 1984, Foucault tornava a chiarire l'intento, eminentemente politico, del proprio modo di lavorare in totale immersione nel tormentato mare della storia. Nessun interesse intrinsecamente filologico. Nessuna sorta di manierismo storiografico. Una genealogia non serve a riavvolgere il filo continuo delle identità nel fluire del tempo; sovvertire il presente è la sua vocazione politica. Letto in quest'ottica, il titolo dell'ultimo libro edito per la collana di UniNomade di ombre corte - Genealogie del futuro, a cura di Gigi Roggero e Adelino Zanini, euro 14 - getta luce immediatamente sul terreno strategico del suo scopo, proiettando, tuttavia, un cono d'ombra che soltanto la lettura del testo analiticamente dissipa. Cosa significa sovvertire il presente ricostruendo genealogie del futuro?
Autoformazione militante
È stentorea la formula con cui i curatori aprono l'introduzione al volume. Essa dischiude lo spazio al cui interno la soluzione di un simile nodo acquista, pagina dopo pagina, la propria fisionomia: «formazione militante». Posta in gioco alta, complessa, necessaria. Soprattutto se si considera il suo essere situata, al tempo stesso, come orizzonte tendenziale cui il libro mira e come ciò che, preziosamente, esso realizza. Il gioco di temporalità che già nel titolo del volume spiazza e tiene in sospeso, stabilisce le coordinate del programma politico che sostiene l'impianto del testo: conoscere il passato per comprendere l'oggi; sovvertire l'oggi per rendere possibile il domani. Occorre, in altre parole, divenire consapevoli dei luoghi, delle narrazioni, delle storie di soggettività e conflitto di un passato recente che, ancora, organizza le forme concettuali del nostro pensare la militanza comunista. Genealogie del futuro è questo fondamentale esercizio critico del pensiero. Vi si raccolgono le sette lezioni che lo scorso anno hanno dato vita alla prima esperienza del progetto Commonware. Si tratta di un corso di autoformazione, il cui nome rappresenta la trasfigurazione ironica dei pacchetti didattici delle aziende universitarie, i cosiddetti courseware. Una formazione militante che, tuttavia, non si rivolge solamente ad un pubblico di studenti, ma che apre le porte a tutte le realtà di movimento e a tutte le figure che oggi costellano il variegato panorama del lavoro vivo, nelle contemporanee trasformazioni dello sfruttamento capitalistico.
Nell'introduzione al volume i curatori fissano un punto di fondamentale rilevanza: il sapere è oggi in crisi perché ad essere in crisi è il rapporto sociale al cui interno esso si produce. Tale è il motivo per cui a dover essere riattivata è in primo luogo la funzione critica di un sapere in grado di mobilitare processi conflittuali, dentro e contro la crisi dei rapporti di produzione capitalistici. Il primo ciclo delle lezioni di Commoware - denominato Da Marx all'operaismo - intende riflettere precisamente tale specifica esigenza che si riassume nella volontà di interpretare la critica dei saperi, innanzitutto, come una critica dell'economia politica della conoscenza. Obiettivo che, tuttavia, non si persegue schiacciando la portata di tutta la lezione marxiana sull'interpretazione operaista, quanto piuttosto mettendo entrambe alla prova di un presente che richiede l'attivazione di dispositivi teorici in grado di intersecarlo all'altezza delle sue problematicità. Ecco allora che, attraversando i temi posti dalle più fertili riflessioni dell'operaismo italiano, gli autori delle lezioni riattivano alcuni fondamentali concetti del pensiero di Marx, declinandone il potenziale critico dentro alle metamorfosi del contemporaneo.
Come illustrato lucidamente dalla relazione di Sandro Chignola, tali trasformazioni congiunturali fanno capo principalmente a processi di ridefinizione e riarticolazione dello Stato, inteso, al tempo stesso, come quadro organizzativo dei rapporti produttivi e delle filiere del comando capitalistici. Utilizzando la formula foucaultiana di «governamentalizzazione» dello Stato, Chignola non elabora soltanto la mappatura puntuale di una nuova geografia del potere - in cui lo Stato si trova persistentemente ecceduto da sistemi di governance e da flussi di capitale deterritorializzati -, ma mostra come siano le insorgenze dei governati, collocandosi sempre al di là della capacità di captazione del potere, a costringerlo a riconfigurarsi, nell'incessante tentativo di governare l'ingovernabile.
Il confronto con il presente
In un simile contesto, un programma di formazione militante non può evitare di tornare a confrontarsi produttivamente con le categorie di composizione tecnica e politica di classe (se ne occupano le lezioni di Toni Negri e Sergio Bologna). È infatti di fondamentale importanza riconcettualizzare oggi quello che una celebre formula di Negri definiva, sul finire degli anni Settanta, come il passaggio dall'operaio massa all'operaio sociale. Comprendere come i meccanismi di sussunzione reale della cooperazione sociale estendano le proprie ramificazioni ben oltre il sistema della fabbrica, ben oltre il luogo di lavoro, nelle sfere della riproduzione, nel tempo libero e negli affetti, diviene fondamentale per organizzare, in forme militanti, una politica dei governati.
Genealogie del futuro ci spinge dunque ad analizzare in profondità la stretta connessione che coniuga le nuove forme di valorizzazione del capitale - dallo sfruttamento del lavoro cognitivo a quello del lavoro femminile nell'ambito della riproduzione (versante, quest'ultimo efficacemente sviluppato da Alisa Del Re) - con l'imbrigliamento materiale della soggettività politica delle moltitudini sfruttate. Come spiega Christian Marazzi nella sua relazione su Moneta e capitale finanziario, la nostra contemporaneità è sempre più caratterizzata dalla capacità strategica del capitale di captare il valore fuori dai processi direttamente produttivi. Cooperazione, linguaggio, sapere, relazione, divengono, pertanto, i pozzi senza fondo di una nuova accumulazione che segnala il progressivo divenire rendita del profitto, la realizzazione, cioè, di un plusvalore assoluto, ricavato dallo sfruttamento di un lavoro non pagato.
Lo sforzo di penetrare sempre più a fondo nell'ordine di tali meccanismi sussuntivi necessita quindi di essere accompagnato da un movimento ricompositivo su scala politica. Non a caso la lezione di Federico Chicchi e Salvatore Cominu che chiude il volume è dedicata alla descrizione degli strumenti, valorizzati dall'esperienza operaista, dell'inchiesta e della conricerca. In essi infatti si legano, in un'unica pratica militante, il momento conoscitivo e quello dell'intervento politico. Sovvertire la nostra attualità significa allora sottrarre la cooperazione del lavoro vivo ai meccanismi del proprio assoggettamento, al fine di giocarla creativamente in una nuova conflittualità, teorica e pratica, in grado di leggere ed interpretare solidamente le trasformazioni del capitalismo contemporaneo.
Perchè la riduzione dei diritti dei lavoratori è nemica dell'aumento della produttività.
La Repubblica, 5 luglio 2013
Sostenendo con le sue azioni dal 2004 in avanti il principio che per produrre come si deve bisogna oggi ridurre i diritti dei lavoratori, principio che la Consulta ha ora bocciato, Marchionne non ha ovviamente inventato nulla di nuovo. Ha deciso di seguire la polverosa strada bassa delle relazioni industriali, progettata e costruita in Usa e nel Regno Unito dai governi Reagan e Thatcher degli anni 80, poi percorsa attivamente in Francia e in Germania anche da governi sedicenti socialisti o socialdemocratici, o comunque con l’appoggio dei partiti così denominati. Si veda, nella prima, la legge sulla modernizzazione del diritto del lavoro, e nella seconda la sequela delle leggi Hartz — dal nome di un ex capo del personale cui il governo ritenne di affidare, nientemeno, che il compito di insegnare ai lavoratori ad essere più responsabili. Il che ha significato accettare senza discutere salari “moderati”, potere e rappresentatività dei sindacati in picchiata, condizioni di lavoro sempre più pesanti.
Che è garantita dalla Corte costituzionale. E certo la Consulta avrà le sue ragioni formali a bocciare lo strumento del decreto legge utilizzato senza «la straordinaria necessità ed d’urgenza» ma è paradossale che la controversia su una forma, di cui si fa abitualmente abuso, sia più forte della sostanza politica, del buon senso, dell’emergenza economica, della volontà del Parlamento e della volontà popolare.
È vero che la Corte non è una assemblea politica, ma non è neppure un asettico consesso di tecnici che si pronunciano su questioni che interessano solo gli specialisti. I suoi giudici non vengono chiamati a esercitare il loro compito dal voto degli elettori, ma «non sono lontani ed estranei – ha scritto Valerio Onida – alla vita democratica del paese e ai suoi problemi ». Ebbene, la Consulta non può certo ignorare che tenendo in vita la Provincia ha offerto il suo scudo stellare al peggiore simbolo, non solo sul piano istituzionale, dell’arretratezza italiana, alla casta e all’odioso ceto politico che non vuole accettare per sé i sacrifici che impone a tutti gli altri cittadini.
Ed è sorprendente che ad avere abolito la Provincia sia rimasta solo la Sicilia, che è l’isola della Tortuga, il regno degli sperperi, la regione autonoma dove la casta è davvero speciale grazie al suo statuto speciale – una casta con le sarde l’avevamo chiamata – perché colleziona privilegi di ogni genere, e ha circa quarantamila stipendiati tra dipendenti della Regione, forestali e assunti nelle società partecipate, con una spesa complessiva che supera il miliardo di euro all’anno.
L’abolizione delle Province è stata e tornerà ad essere il cavallo di battaglia (sempre azzoppato) di tutte le opposizioni, lo slogan (sempre tradito) di tutte le campagne elettorali, da De Mita a Berlusconi, da Prodi a Beppe Grillo, a Bersani. Solo la Lega si era battuta apertamente per mantenerle in vita perché per sua vocazione difende tutti i piccoli feudi dell’identità e vorrebbe addirittura moltiplicarli, a cominciare dalla Ladinia come terza Provincia autonoma nella Regione Trentino Alto Adige. D’altra parte, quella provinciale è la sola fetta di casta e di clientele che è rimasta alla Lega. E infatti Bossi minacciò una rivolta nel nome di Bergamo.
Ma la verità è che l’abolizione delle Province, come per magia, ha sempre cambiato natura all’ultimo momento. C’era chi proponeva di cancellare, al posto delle Province, le prefetture; una volta la soppressione divenne trasformazione in area metropolitana; più spesso è stata proclamata e subito insabbiata in attesa di una futura legge attuativa. Insomma, si è sempre fermata davanti all’egoismo della politica. Raccontano che, già ai tempi della Bicamerale, Massimo D’Alema abbia gelato il costituzionalista Augusto Barbera con la seguente battuta: «E se l’inutile fossi tu?». Francesco Storace, che è fascista ma spiritoso, riassunse così la battaglia del governo Berlusconi contro le Province: «Avevamo promesso di abolire le Province e il bollo auto, ed è finita che ora affidiamo la gestione del bollo auto alla province».
E ora anche la morte per accorpamento che fu decretata dal governo Monti benché deludente e tremebonda perché uccideva le identità ma non le competenze (non sottraeva ma addizionava) è stata comunque bocciata come una bestemmia dalla Corte costituzionale per una volta d’accordo con la sola forza politica anticostituzionale che c’è in Italia: la Lega.
Forse in questa resistenza della Provincia non c’è solo l’ostruzionismo del ceto politico che si spinge a negare e a bollare come demagogiche le stime che, se l’abolizione fosse vera e completa, calcolano il risparmio attorno ai 12 miliardi di euro. C’è anche il sarcofago egiziano che l’italiano di strapaese si porta addosso. E va bene che qui il discorso diventa antropologico e non più istituzionale, so che è audace dirlo, ma l’intervento della Corte rischia di fare passare per costituzionale il modello standard dell’idea di Nazione- Italia: «Paese mio che stai sulla collina / disteso come un vecchio addormentato / la noia, l’abbandono, il tempo son la tua malattia …». Nel senso che la Corte potrebbe avere stabilito che non si possono abolire con un semplice decreto l’albero degli zoccoli, le lucciole pasoliniane, la Racalmutometafora di Sciascia, le melanzane e il latte di capra come archetipi di una modesta ma sicura felicità, la vita come una lunga partita a carte che ricomincia ogni pomeriggio e non finisce mai.
Volete la prova del nove? Persino in Sicilia l’abolizione della Provincia rischia di rivelarsi un sotterfugio di allegra tradizione napoletana più che sicula. Il disegno di legge abolisce infatti le nove Province, ma non cancella il livello intermedio tra Comuni e Regioni perché, sempre per specialità di Statuto, darà vita ai liberi consorzi comunali che, con 5 milioni di abitanti, presto potrebbero essere ben 33. Al posto di 9.
Che bello sarebbe se i giornalisti, in Italia, sapessero di che parlano quando affrontano temi un po’ più complessi di quelli della politique politicienne! Soprattutto quando hanno la penna accattivante e godono credito nell’opinione pubblica. Ma l'articolo di Francesco Merlo merita una risposta un po' piò ampia dello spazio di una postilla. A domani
!La Consulta: l'esclusione dei sindacati che non firmano i contratti è incostituzionale. Ora il Lingotto volti pagina. Un colpo per la Fiat: «Ora una legge che ci tuteli». E in Parlamento si discuta di rappresentanza»Il manifesto, 4 luglio 2013
Una bella sorpresa d'estate. O una doccia gelata. A seconda di chi la guardi, la sentenza emessa ieri dalla Corte costituzionale è certamente importante, e potrebbe cambiare i rapporti di forza interni alla Fiat: bene l'ha presa la Fiom, a cui i giudici della Consulta hanno dato ragione. Male, malissimo l'ha accolta l'ad del Lingotto, Sergio Marchionne: che adesso chiede una legge, per operare con certezza sulla rappresentanza.
La vittoria della Fiom, attenzione, consiste nella bocciatura dell'articolo 19 (o meglio, di una parte di esso) di una legge amatissima a sinistra, lo Statuto dei lavoratori: quell'articolo, applicato alla lettera dalla Fiat, aveva escluso la Fiom dalla rappresentanza aziendale. I fatti erano avvenuti quando il Lingotto aveva deciso di uscire dalla Confindustria e crearsi un contratto su misura per le proprie fabbriche, e lo aveva successivamente siglato con tutti i sindacati, tranne la Fiom.
La Fiat aveva a quel punto deciso di applicare alla lettera l'articolo 19, escludendo - legalmente - la Fiom dall'elezione delle Rsa: lo Statuto dispone infatti all'articolo 19 che possano avere Rsa solo i sindacati firmatari del contratto. In realtà non è la formula originaria dello Statuto del 1970 ad aver introdotto queste regole: fu una riforma di quell'articolo, successiva a un referendum del 1995, a definirle. Ma, evidentemente, contro la Costituzione. La Fiom ha deciso quindi di fare immediatamente ricorso, in particolare appellandosi agli articoli 2, 3 e 39 della nostra Carta fondamentale: secondo i suoi legali, l'articolo 19 dello Statuto lede il principio solidaristico e viola i principi di uguaglianza e libertà sindacale, in particolare il «divieto» di discriminazione sulla base dell'appartenenza a un partito o a un sindacato. La Consulta, ieri, ha evidentemente ritenuto fondati i rilievi della Fiom.
La Corte, si legge nella nota emessa alla fine della camera di consiglio, «ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo 19, 1 c. lett. b della legge 20 maggio 1970, n. 300 ("Statuto dei lavoratori") nella parte in cui non prevede che la rappresentanza sindacale aziendale sia costituita anche nell'ambito di associazioni sindacali che, pur non firmatarie di contratti collettivi applicati nell'unità produttiva, abbiano comunque partecipato alla negoziazione relativa agli stessi contratti quali rappresentanti dei lavoratori».
In serata è arrivata una nota molto critica della Fiat: «Con questa decisione - dicono a Torino - la Corte ha ribaltato l'indirizzo che aveva espresso nelle precedenti numerose decisioni sull'argomento nei 17 anni durante i quali è in vigore l'articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori nella sua attuale formulazione. Sembra che la Consulta abbia collegato il diritto a nominare le Rsa alla partecipazione alla negoziazione dei contratti. Se questa lettura è corretta, la decisione non appare riferibile alla posizione assunta dalla Fiom, che, a priori, ha sempre rifiutato qualsiasi trattativa sui contenuti del contratto di Fiat S.p.A. e di Fiat Industrial».
«Fiat - continua l'azienda - ha sempre preso tutte le decisioni di tipo industriale tenendo conto della legislazione vigente e in particolare, dell'articolo 19 dello Statuto, modificato nel 1996 in seguito al referendum del 1995. Ricordiamo che il referendum che ha introdotto l'articolo 19 nella sua presente forma fu promosso da Rifondazione Comunista e dai Cobas con l'appoggio pieno della Fiom». «Viste le incertezze sollevate da questa decisione della Corte, la Fiat rimette piena fiducia nel legislatore affinchè definisca un criterio di rappresentatività più solido e più consapevole delle delicate dinamiche delle relazioni industriali, che dia certezza di applicazione degli accordi, garantisca la libertà di contrattazione e la libertà di fare impresa».
Incassa Maurizio Landini: «La Costituzione rientra in fabbrica - dice il leader Fiom - È una vittoria di tutti i lavoratori. Non ci sono più alibi: il governo convochi subito un tavolo con la Fiat e tutti i sindacati per garantire l'occupazione e un futuro industriale». «È ora - conclude - che il Parlamento approvi una legge sulla rappresentanza». Critica invece la Fim Cisl: «Nella sentenza ci sono contraddizioni». Soddisfazione per la pronuncia da Cgil, Pd, Sel e Prc.
In questo articolo scritto per
il manifesto (3 luglio 2013) il filosofo francese esplora il rapporto tra teoria e prassi, e tra filosofia e sociologia, alla luce dell'opera di Pierre Bourdieu. Con una nota di Fabrizio Denunzio
La riflessione che Pierre Bourdieu ha dedicato ai problemi generali della pratica si è principalmente sviluppata attraverso tre opere: Per una teoria della pratica (1972), Il senso pratico (1980) e Ragioni pratiche (1994). Sono, questi, i successivi tentativi di riscrivere uno stesso testo, arricchito di nuovi concetti, come ad esempio quello di «campo» divenuto operativo dopo il 1980, e alimentato di nuovi riferimenti, senza che, tuttavia, i suoi orientamenti principali ne vengano modificati. Questi orientamenti definiscono il progetto di una «teoria della pratica» che unisce l'intero percorso di Bourdieu e gli conferisce, sebbene lui rifiuti questo termine, una dimensione autenticamente filosofica.
La reticenza di Bourdieu a fare rientrare il suo percorso sotto la categoria del filosofico si spiega con il suo rifiuto della pretesa teoricista che, a titolo di una sorta di platonismo latente, ha attribuito, a torto o a ragione, alla filosofia in quanto tale e che la porterebbe, una volta estratta dalla pratica la sua teoria, a presentare quest'ultima, la teoria, come la verità essenziale della pratica, senza rendersi conto che questa «pratica» di cui la teoria dice di dare la verità, non esiste se non per la teoria da cui essa è costruita: così il principale insegnamento che può impartire una teoria della pratica protetta da ogni deriva liturgica è, giustamente, che quella «pratica» non esiste, o almeno quella non esiste se non per quanti cerchino di determinarne la verità assoluta facendone la teoria, mentre in realtà esistono solo delle pratiche, al plurale, costruitesi e decostruitesi nella storia di cui sono allo stesso tempo i prodotti e le condizioni, poiché sono esse che determinano gli schemi della sua evoluzione.
Illusione filosofica
La migliore critica dell'illusione teoricista, che pretende di pensare «la pratica» nello stesso momento in cui ignora sistematicamente la realtà effettiva delle pratiche, spetterebbe, finalmente, di proporla alla sociologia che, simultaneamente, mostrerebbe la genesi di questa illusione: ed è in nome di questa esigenza critica che Bourdieu, come si sa, è «passato» dalla filosofia, alla quale deve la sua formazione iniziale, alla sociologia di cui egli prevede di formulare, contemporaneamente alle verità che la filosofia manca, la verità dell'operazione di sviamento di queste stesse verità effettuate dalla filosofia.
In effetti, il sociologo, come lo definisce Bourdieu, studia le formazioni pratiche nelle quali il materiale (l'oggettivo) è indissociabile dal simbolico (il soggettivo), secondo un processo di stratificazione inspiegabilmente ignorato da Marx quando, seguendo il percorso tipico del suo materialismo causalista, ha preteso di separare i due piani delle infrastrutture e delle sovrastrutture cercando simultaneamente di installare un rapporto di determinazione univoca dal primo al secondo. Il sociologo, se si interroga sulle condizioni nelle quali perviene alla conoscenza del suo oggetto, sarebbe a dire se si fa epistemologo della sua disciplina e pratica con un massimo di conoscenza critica il suo «mestiere di sociologo», come accade precisamente nel caso di Bourdieu, si trova, dunque, particolarmente ben piazzato e armato per pensare la pratica, o meglio, per elaborare e mettere in opera un concetto di pratica adattata ai suoi interessi teorici e capace di «informarli», nel doppio senso di istruirli e ordinarli per permettere il loro adattamento a un contenuto proprio.
Ma cos'è pensare la pratica nell'articolazione del materiale e del simbolico come lo fa il sociologo? Si tratta semplicemente di sviluppare la conoscenza di questa articolazione, strutturandone quanto più precisamente possibile le procedure, correndo il rischio di reificarle? O si tratta di ben altra cosa, cioè di saper situare se stessi nel punto in cui questa articolazione funziona, sarebbe a dire pensare la pratica considerandola in quanto pratica, in modo da pensarla dentro la pratica, senza uscire dall'ordine della pratica né pretendere di esercitare su di essa uno sguardo sovrastante e disimpegnato, il quale troverebbe in questo disimpegno le sue garanzie teoriche?
È alla seconda prospettiva che, di certo, vanno le preferenze di Bourdieu: lui si è costantemente interessato a pensare la pratica in quanto tale, cioè come pratica nella sua pratica, invece di cercare di estrapolarla con l'obiettivo di pensarla, sarebbe a dire non più «in pratica», ma «in teoria», proiettandola in una specie d'astrazione dove, svuotata di ogni contenuto, funziona a vuoto, esposta ad alternative irrisolvibili come quelle della libertà e della necessità, dell'individuale e del collettivo, della coscienza e della regola, alternative intrappolate che permetterebbero appunto di contrastare una conoscenza della pratica allo stato pratico.
Allora, come accedere a un sapere di ciò che è la pratica allo stato pratico? Bisognerebbe rinunciare ai benefici che si possono aspettare da una spiegazione teorica per rimettersi interamente alla pratica affinché essa, direttamente, dica che tipo di pratica sia? Per uscire da questa difficoltà Bourdieu, all'inizio di Per una teoria della pratica, riformula la distinzione spinoziana dei modi di conoscenza spiegando che «il mondo sociale può essere oggetto di tre modi di conoscenza teorica», che lui definisce «fenomenologica», «oggettivista» e «prassiologica».
La conoscenza in tre mosse
L'approccio fenomenologico del mondo sociale è quello che stabilisce con esso una relazione di prossimità e di familiarità basata su di una sorta di intuizionismo che gli permette presumibilmente di avvicinarlo a nudo nel suo vissuto esistenziale, nella sua esperienza primaria di cui questo approccio si propone semplicemente di dare una descrizione quanto più fedele possibile. L'approccio oggettivista è quello che, al contrario, taglia ogni legame con il vissuto e la soggettività nella quale è immerso, impegnandosi a fare emergere le strutture latenti in azione nella vita sociale che essa dirige all'insaputa dei suoi agenti, quindi senza comunicazione con l'esperienza cosciente che essi stessi fanno spontaneamente. Infine, l'approccio prassiologico, rifiuta le alternative dei precedenti, effettua una qualche sorta di reinserimento della teoria nella pratica e dell'oggettivo nel soggettivo, interessandosi alle condizioni nelle quali il sistema di relazioni che comanda l'esistenza del mondo sociale è assimilato da quelli che ne realizzano la riproduzione sotto forma di disposizioni acquisite o habitus che contano per essi come una seconda natura.
I tre approcci così come sono definiti si situano dialetticamente gli uni in rapporto agli altri in una relazione di superamento, in base alla quale la seconda si dà come obiettivo quello di determinare ciò che, per definizione, è eluso dalla prima, movimento riprodotto per suo conto dalla terza: «Nella misura in cui si costituisce in opposizione all'esperienza primaria, apprensione pratica del mondo sociale, la conoscenza oggettivista si trova sviata dalla costruzione delle teoria della conoscenza pratica del mondo sociale di cui essa produce almeno in senso negativo l'assenza, producendo la conoscenza teorica del mondo sociale in opposizione ai presupposti impliciti della conoscenza pratica del mondo sociale». Sarebbe a dire che, per risolvere l'opposizione oggettivo-soggettivo, altrimenti detto, per sfuggire al dilemma Lévi-Strauss/Sartre, la sociologia deve elaborare una «teoria della conoscenza pratica del mondo sociale» capace di comprendere come, le leggi alle quali questo obbedisce, funzionino in pratica, governando dall'interno e non dal di fuori, le operazioni degli agenti che fanno esistere concretamente questo mondo sociale sotto la stessa forma in cui si presenta nella loro propria esperienza pratica che è, allo stesso tempo, quella della soggettività oggettivata, dell'individuale socializzato, e dell'oggettività soggettivata, del sociale individualizzato. (
«Chiamiamoli dunque con il nome che Snowden e Manning danno a se stessi:
whistleblower, cioè coloro che lavorando per un servizio o una ditta non smettono di sentirsi cittadini democratici e soffiano il fischietto, come l’arbitro in una partita, se in casa scorgono misfatti». La Repubblica, 3 luglio 2013
Continuare a chiamarli così significa non capire la rivoluzione che il datagate suscita ovunque nelle democrazie, non solo in America; e il colpo inferto a una superpotenza che si ritrova muta, rimpicciolita, davanti alla cyberguerra cinese. Già nel 2010 fu un terremoto: i tumulti arabi furono accelerati dai segreti che Manning e altri informatori rivelarono a Wikileaks sui corrotti regimi locali, oltre che sui crimini di guerra Usa. Ora è il nostro turno: senza Snowden, l’Europa non si scoprirebbe spiata dall’Agenzia nazionale di sicurezza americana (NSA), quasi fossimo avversari bellici. Perfino il ministro della Difesa Mario Mauro, conservatore, denuncia: «I rapporti tra alleati saranno compromessi, se le informazioni si riveleranno attendibili ».
In un’intervista su questo giornale a Andrea Tarquini, il direttore del settimanale Die Zeit, Giovanni di Lorenzo è più esplicito: «Snowden ha voluto mostrare all’opinione pubblica come i servizi segreti possono mentire, e le reazioni positive dei tedeschi al suo tentativo sono un cambiamento fondamentale per il mondo libero. Un terzo dei cittadini si dice disposto a nascondere Snowden. Un terzo, fa un grande partito». Chiamiamoli dunque con il nome che Snowden e Manning danno a se stessi: whistleblower, cioè coloro che lavorando per un servizio o una ditta non smettono di sentirsi cittadini democratici e soffiano il fischietto, come l’arbitro in una partita, se in casa scorgono misfatti.
La costituzione è per loro più importante delle leggi d’appartenenza al gruppo. Sono i cani da guardia delle democrazie, e somigliano ai rivoluzionari d’un tempo. Vogliono trasformare il mondo, rischiano tutto. Snowden dice: «Non volevo vivere in una società che fa questo tipo di cose. Dove ogni cosa io faccia o dica è registrata». Sono convinti che l’informazione, libera da ogni condizionamento, sia la sola arma dei cittadini quando il potere agisce, in nome del popolo e della sua sicurezza, contro il popolo e le sue libertà. Come i rivoluzionari sono ritenuti traditori, da svilire anche caratterialmente. Infatti sono liquidati come nerd: drogati da internet, narcisisti, impo-litici, asociali. Ben altra la verità: le notizie date a Wikileaks usano entrare nella filiera «tradizionale», trovando sbocco su quotidiani ad ampia diffusione, attraverso articoli di giornalisti investigativi (è il caso di Glenn Greenwald del Guardian, cui Snowden s’è rivolto). Non sono rivelati, inoltre, i documenti altamente confidenziali.
Grazie a Snowden, e a giornalisti come Greenwald, l’Europa s’accorge di essere terra di conquista per l’America, trattata come Mosca trattava i paesi satelliti. Leggendo i rapporti dei servizi Usa pubblicati da Spiegel, i tedeschi scoprono di esser chiamati “alleati di terza classe”: non partner, ma infidi subordinati. La crisi dell’euro ha spinto Obama non a promuovere la federazione europea come l’America postbellica, ma a spiare i Paesi, le loro liti, le comuni istituzioni. Indignarsi per l’intrusione imperiale non basta. Né basta rifiutare gli F-35.
È su se stessa che l’Europa deve gettare uno sguardo indagatore, trasformatore, se vuol svegliarsi dal sonno che l’imprigiona in un atlantismo degenerato in dogma, e che la condanna a restare sempre minorenne. Un’Unione priva di una sua politica estera e di difesa, viziata per decenni dalla tutela americana: questo è sonno dogmatico. Come ipnotizzati, gli europei hanno partecipato alle guerre Usa anti-terrorismo senza mai domandarsi se avessero senso, se fossero vincibili. Senza mai ridiscuterle con l’alleato. Senza chiedersi – oggi che regna Obama – se i droni che uccidono a sorpresa (i targeted killing in zone belligeranti e non: Afghanistan, Iraq, Pakistan, Yemen, Somalia) siano internazionalmente legali. Dogmaticamente digeriscono una Nato che serve solo gli Usa, quando serve. È stato necessario Snowden per capire che gli Usa offendono la legalità che pretendono insegnare al mondo, e screditano le democrazie tutte.
Il manifesto, 2 luglio 2013
D'accordo con Asor Rosa. Se il Pd fosse perduto per una prospettiva di sinistra si aprirebbe una fase non breve per costruire qualcosa che ne prenda il posto. Forse non decenni, ma finchè è possibile la via maestra è lavorare per un'evoluzione positiva. Aggiungo: nell'ambito del centrosinistra. Troppe volte rinnegato come orizzonte di riferimento, con esclusioni cervellotiche in nome della vocazione maggioritaria del Pd, che l'ha portato regolarmente a perdere le elezioni.
Perseguire una via positiva ha il presupposto che il Pd si apra alle forze che vorrebbero aiutarlo ma non sanno da che parte cominciare. Non a caso Asor Rosa scrive di superamento dell'autoreferenzialità e di impegno all'ascolto, di apertura ai movimenti grandi e piccoli della cultura, della società. I referendum contro il nucleare e per l'acqua pubblica hanno lasciato un pessimo ricordo, al punto che Grillo ha potuto intestarseli senza colpo ferire, malgrado non ne avesse il merito.
Il Pd ha un problema, deve ancora spiegare al paese perché ha bruciato la candidatura di Prodi a Presidente della Republica e dopo si è consegnato (tutto) alle "larghe intese" con la destra, essendo chiaro che questo era l'obiettivo dell'agguato. Può un partito, come ne parla anche Tronti, dopo aver fatto una campagna elettorale all'insegna del "mai più" con la destra, sopravvivere a un dualismo di prospettive così radicali senza implodere ?
Fassina sostiene che le larghe intese e il governo Letta, non sono rassegnazione ad un cambio di strategia, ma frutto dell'assenza di alternative credibili. Un'alternativa c'era: sostenere la candidatura di Rodotà, almeno dopo la figuraccia del Pd su Prodi. Questo avrebbe costretto il M5S a fare i conti con il sostegno ad un governo di cambiamento. Oggi è evidente che Grillo ha proposto candidature non sue (uno scherzo del Web ?) con cui poco dopo è entrato in collisione. Bruciato Prodi, lasciato cadere Rodotà, supplicato Napolitano di restare. Solo dopo il governo Letta è diventato non necessario ma possibile. Veltroni sosteneva un'altra soluzione. Fassina con coraggio riconosce che il Pd si è rattrappito proprio mentre sono diventate insopportabili le condizioni di vita di strati sociali fondamentali per il paese, per la sinistra e per la stessa ripresa economica, come ci ha insegnato Krugman.
Con il pessimismo dell'intelligenza riconosce che c'è un rischio di normalizzazione del Pd dopo questa esperienza di governo, con l'ottimismo della volontà Fassina aggiunge che questo Governo bifronte costringerà (spera) il Pd ad avere una propria identità e poiché il Pd non è tutto secco c'è una speranza e il prossimo congresso deve servire a questo.
Condivido con Asor Rosa che la priorità va ai valori e ai programmi che ne discendono. Ad esempio il Pd non può essere agnostico sul presidenzialismo, intero o semi che sia. Neppure sull'autonomia della magistratura. Aprire una stagione di riforme istituzionali che stravolgano il cuore della nostra Costituzione sarebbe un vulnus insopportabile. Fino al referendum abrogativo. La riforma della legge elettorale messa in coda alle riforme istituzionali ha consegnato alla destra un potere enorme.
Tutte le questioni principali da affrontare: globalizzazione, Europa, lavoro, ecc. hanno in comune il problema se debbano essere affrontate prendendo atto dei limiti imposti, oppure se questi debbano essere forzati in nome di un'alternativa culturale, prima ancora che politica, economica, ecc. Subalterni alle classi dominanti e alle loro ideologie oppure no? Se i vincoli europei sono immodificabili ogni paese deve risanare sé stesso. Se l'obiettivo è un'Europa diversa gli spazi si allargano e anche il respiro per il nostro paese diventa maggiore. L'egemonia conservatrice in Europa ci ha spinto a riscrivere la Costituzione e ad approvare il Fiscal compact, che costringerà per 20 anni il nostro paese a rinunciare a 50 miliardi all'anno, malgrado il Pil sia già diminuito per la crisi oltre il 10% e la disoccupazione sia a livelli da incubo. Mentre Obama si cimenta con lo sviluppo sostenibile, la riduzione delle emissioni di CO2 e allude ad un diverso modello di sviluppo.
Movimenti e settori crescenti di opinione pubblica di sinistra sono inascolati, insoddisfatti delle risposte ricevute e della rappresentanza politica. Il disagio sociale non ha risposte. Gli esodati sono una parte del problema pensioni, la cui brusca modifica è stato un colpo di maglio contro l'occupazione giovanile. C'è la protesta cavalcata dal M5S, oggi in fibrillazione ma tuttaltro che scomparso, e c'è un astensionismo che ha raggiunto livelli inediti per il funzionamento della nostra democrazia. Per fortuna la destra soffre più del centrosinistra. Per questo a poche settimane dalla sconfitta nelle politiche ci sono state vittorie importanti nelle amministrative, ma con meno voti. Da qui a cantare vittoria ce ne corre. Rendere credibile un'alternativa politica è problema irrisolto e spiega perché il governatore Rossi abbia invocato il ritorno di Prodi.
Dopo il governo Monti, durante il quale il Pd ha difeso l'indifendibile per poi trovarsi di fronte al gesto dell'ombrello del Pdl, ora Letta rischia di riproporre lo stesso scenario. E' essenziale una nuova Europa, ma l'Italia può fare di più, ma non può con metà maggioranza che rema contro. Non si possono spostare i carichi fiscali dal lavoro alle rendite con la destra contro. Da qui i rinvii, l'esaltazione di misure utili ma non tali da spostare l'asse dell'economia italiana verso lo sviluppo e l'occupazione. Fare quello che si può non è un cedimento se è un passetto verso proposte programmatiche e valori. Altrimenti è galleggiamento e in quest'acqua Renzi nuota come un pesce. L'Ars (associazione per il rinnovamento della sinistra) vuole aiutare a mettere al centro i valori, il programma, per aiutare un percorso positivo di tutta la sinistra, a partire dal Pd. Un esempio: il lavoro. Il lavoro è stato frantumato, diviso, ha pagato il prezzo principale della crisi. 10 punti di Pil sono passati dalle retribuzioni e dalle pensioni alle rendite e ai profitti. 160 miliardi di euro, un'enormità. C'è chi pensa che è un prezzo da pagare. Non è così, ma non ci si può limitare a sognare il ritorno al passato, occorre un nuovo progetto di società e di economia con alla base un lavoro di qualità.
ULa trappola. Il vero volto del maggioritario, Sellerio, 2013 sulla legge truffa 2013 (in preparazione), con postilla
[...] La Costituzione sancisce che l’Italia è una Repubblica democratica, e dal concetto che fa risiedere nel popolo la sovranità deriva il carattere rappresentativo di tutto il nostro ord inamento, al centro del quale stanno le grandi Assemblee legislative, la Camera e il Senato della Repubblica, a cui tutti i poteri sono coordinati e da cui tutti i poteri derivano. [...] Questo è il nostro ord inamento, questo e non altro. È evidente che in siffatto ordinamento l’elemento che si può considerare prevalente, e che certamente è essenziale, è la rappresentatività. È un elemento essenziale per ciò che si riferisce ai rapporti tra i cittadini e le assemblee supreme dello Stato. Ma che vuol dire che un ordinamento costituzionale sia rappresentativo? I dibattiti dottrinali sul contenuto giuridico di questo concetto – e i colleghi che hanno frequentato le università giuridiche come studenti o che tuttora le frequentano come professori lo sanno meglio di me – sono stati infiniti. Li lascio in disparte perché ritengo giusta l’opinione che se questi dibattiti davano scarso aiuto per il progresso delle dottrine politiche, ciò derivava dal fatto che in essi si confondevano rapporti di diritto privato con rapporti di diritto pubblico.
Non possono confondersi i rapporti di rappresentanza e di mandato, quali sono definiti dal codice e dalle leggi civili, con il mandato e la rappresentanza politici. Si tratta di cose diverse. Il più noto e grande dei nostri costituzionalisti moderni, dopo aver dibattuto a lungo questo problema, giunge alla conclusione, che mi sembra la sola esatta, che nel diritto pubblico non si arriva a capire le cose se non si tiene continuamente presente la storicità dei fatti e del diritto s esso. Lo so che una volta fui aspramente rimbrottato da quella parte, perché la nostra visione del mondo sarebbe storicistica. [...]
Una visione storicistica
Quanto male, onorevole Tesauro, ci ha fatto il fascismo! Perché, veda, c’è stato chi al fascismo – e fu il re – sottomise la nazione, sacrificandogli la carta costituzionale. Vi è stato un onorevole De Gasperi che al fascismo sacrificò il proprio partito, mandandolo disperso. Vi è stato chi ha s acrificato al fascismo interessi vitali del popolo, e così via. Tutti, dunque, hanno peccato, tutti coloro che sottomisero al fascismo ciò che era degno di vivere per sé, che aveva un valore, che doveva essere difeso fino all’ultimo; ma chi ha sottomesso a l fascismo il pensiero, la scienza, ha commesso il peccato più grave.
Lei ha peccato contro lo spirito, onorevole Tesauro, e questo peccato non è remissibile. Lei lo sa! La difficoltà da cui Ella non è riuscito a districarsi è di comprendere come mai il deputato, eletto da un gruppo di cittadini, sia rappresentante di tutto il paese. Sono nato a Genova, mi hanno eletto a Roma, rappresento tutta l’Italia. Come mai? Perché? Questo non si comprende, se non si guarda a tutto lo sviluppo del sistema. La cosa – dice sempre Vittorio Emanuele Orlando - , cioè la rappresentanza come tale, è una nozione che non presenta difficoltà se si riconduce a un “fatto esterno e visivo”. Qui affiora, attraverso questa ardita semplificazione, il concetto giusto, che è in pari tempo, vedremo subito, il concetto nuovo della rappresentanza politica e, quindi, dell’ordinamento costituzionale rappresentativo.
Democrazia e geografia
Curioso! Questo concetto nuovo venne formulato la prima volta più di 150 anni fa, nell’Assemblea nazionale francese, nel 1789, dal conte di Mirabeau. “Le assemblee rappresentative – diceva – possono essere paragonate a carte geografiche, che debbono riprodurre tutti gli ambienti del paese con le loro proporzioni, senza che gli elementi più considerevoli facciano scomparire i minori” . Ecco il concetto nuovo, per cui la rappresentanza viene ridotta quasi a un elemento visivo, e quindi immediatamente compresa nel suo valore sostanziale. A questo concetto si riferiscono i grandi pubblicisti il cui pensiero, successivamente, contribuisce a far progredire tutto il sistema delle istituzioni liberali e democratiche. Ecco Cavour, per il quale “il grande problema che una legge elettorale deve risolvere si è di costituire un’assemblea che rappresenti, quanto più esattamente e sinceramente sia po ssibile, gli interessi veri, le opinioni e i sentimenti legittimi della nazione”
Potrei abbondare nelle citazioni. Desidero osservare che esse vengono anche da uomini che non furono di parte democratica avanzata o di parte liberale del tutto conseguente. Ecco il barone Sidney Sonnino, per esempio. “L’Assemblea elettiva – egli dice – dovrebbe stare alla intiera cittadinanza nella stessa relazione che una carta geografica al paese che raffigura. Come le carte si fanno in proporzione di 1 a 20 mila o di 1 a 50 mila, così la Camera dovrebbe potersi dire il ritratto fotografico della nazione, dei suoi interessi, delle sue opinioni e dei suoi sentimenti, nella proporzione del numero dei deputati ai numero dei cittadini”
Il Parlamento specchio del Paese
Così si arriva alla visione, insita fin dall’inizio nella concezione degli istituti rappresentativi, ma elaborata pienamente con una certa lentezza, del Parlamento come specchio della nazione. Fu un costituzionalista inglese, il Lorrimer, che per primo formulò questa idea nel titolo stesso di un suo trattato famoso che parla del Costituzionalismo del futuro o del Parlamento come specchio della nazione.
Un filosofo inglese, Stuart Mill, sviluppando lo stesso concetto, nel suo scritto assai noto di Considerazioni sul governo rappresentativo, asse riva, con piena coscienza, che, arrivati a questo concetto, arrivati cioè a stabilire questa proporzionalità fra la rappresentanza e il paese, si giunge a dare “al governo rappresentativo un lineamento che corrisponde al suo periodo di maturità e di trionfo”
Ruggero Bonghi, da noi, in un articolo sulla Nuova antologia del 16 gennaio 1889, incalzava affermando che se si riesce a ottenere che una nazione si specchi “tutta com’è e quanta è nel suo Parlamento”, allora “il governo rappresentativo sarà assicura to in perpetuo”. Dal Parlamento liberale, per quale ancora poteva prevalere il vecchio principio del diritto pubblico romano, valido per le decisioni ma non per la rappresentanza, che volontà della maggioranza è volontà di tutti, si giunge così, non per ciò che si riferisce al diritto di decisione, che sempre è della maggioranza, ma per ciò che si riferisce alle basi dell’istituto rappresentativo, ad asserire il grande principio nuovo.
Rappresentanza ed equità
E veramente qui si apre un nuovo periodo storico: passiamo dall’epoca liberale all’epoca democratica, dai parlamenti liberali passiamo ai parlamenti e agli ordinamenti democratici. La natura di questo passaggio è chiara, sia nella scienza che nello sviluppo storico. Occorre dire che i costituzionalisti non erano partiti, nella loro indagine, dalla ricerca di un principio nuovo. Erano partiti, piuttosto, da una ricerca di equità. Il Guizot, che esprime questa ricerca di equità nel modo più chiaro, lo asserisce: “Se la maggioranza è spostata per artificio, vi è menzogna; se la minoranza è preliminarmente fuori combattimento, vi è oppressione. Nell’un caso e nell’altro, il governo rappresentativo è corrotto”.
Partiti dalla ricerca dell’equità non si poteva però non arrivare alla elaborazione di tutta una nuova concezione politica. Lo sviluppo storico seguiva, d’altra parte, lo sviluppo del pensiero, che lo accompagnava e rischiarava. È uno sviluppo storico che comprende tutto il secolo XIX e nel quale gli anni decisivi furono il 1848 e il 1871. Il 1848 è l’anno in cui appare sulla scena per la prima volta in modo autonomo una classe, la classe operaia, che rivendica non soltanto una rappresentanza e quindi una parte del potere, ma collega questa rivendicazione al proprio programma di trasformazione sociale. Nel 1871 la classe opera ia va assai più in là della rivendicazione di una parte del potere per se stessa. Essa afferma la propria capacità di costruire un nuovo Stato.
Questi grandi fatti storici si impongono all’attenzione di tutti. Agli uomini politici di più chiaro spirito liberale e democratico essi indicano la necessità di fare quel passo che separa i parlamenti liberali dai parlamenti democratici rappresentativi. Di non accontentarsi cioè di dire che la maggioranza rappresenta l’opinione generale, anche quella della minoranz a, ma di costruire un organismo nel quale si rispecchi la nazione, sperando e augurando che questo consenta uno sviluppo progressivo senza scosse rivoluzionarie.
Parlamento e partiti
Vi è poi un ultimo richiamo che pur occorre fare [...]. La nostra Costituzione è una delle poche che [...] introduce nel quadro costituzionale il partito politico e gli attribuisce determinati diritti in rapporto con de terminati doveri. Al partito politico è attribuito il diritto di partecipare a determinare la politica nazionale con metodo democratico. È evidente che il metodo democratico esclude l’anatema [...] contro un partito, qualunque esso sia, a meno che non sia i l ricostituito partito fascista, e che è la sola esplicita eccezione.
TESAURO (relatore per la maggioranza): non è esatto!
TOGLIATTI: attenda, e mi scusi se faccio qualche volta il suo nome. Veda, quando tra i presenti a un’assemblea si muove uno spettro, è inevitabile che quello spettro attiri l’attenzione e ad esso ci si rivolga. Onorevole Tesauro, lei qui è lo spettro del regime fascista [...].
Il governo plebiscitario Giovanni Amendola, nel suo così profondo discorso sulla legge Acerbo, già aveva rilevato il punto cui in questo momento mi voglio riferire, e la cosa era evidente: “Con la legge in discussione, diceva, noi trapiantiamo nel campo elettorale il problema più propriamente politico, cioè quello della costituzione della maggioranza. Si richiede al paese direttamente di designare la maggioranza, di investirla della facoltà di governare. Noi arriviamo, attraverso queste formule dissimulate, le quali tuttavia non possono nascondere la sostanza, al governo plebiscitario”. L’estensore della relazione di maggioranza non poteva confermar questo, a proposito della legge Scelba, in modo più chiaro, e forse non si è nemmeno accorto di dire enormità quando è giunto a scrivere che “la singolarità del sistema proposto non sta, di conseguenza, nell’introdurre il principio del potere conferito alla maggioranza, principio già accolto dal nostro come da altri ordinamenti democratici, ma nel determinare che la maggioranza, alla quale spetta il potere, non è quella voluta dagli eletti al Parlamento, ma quella che al Parlamento è indicata dallo stesso corpo elettorale”. Qui usciamo dall’ordinamento parlamentare, qui siamo in regime plebiscitario, qui si modifica e perfino si confessa di modificare un altro dei lineamenti fondamentali del nostro ordinamento costituzionale. A questo punto mi si permetterà di inserire un’osservazione relativa al tema politico di fondo. L’argomento con il quale tutto si volle giustificare al tempo della legge Acerbo, e tutto si cerca di giustificare anche ora, è che sia necessario fare queste violazioni della Costituzione per creare una possibilità di buon funzionamento delle Assemblee. È evidente che le Assemblee debbono funzionare, chi lo nega? Le Assemblee non possono funzionare se non vi è una maggioranza, perché solo da una maggioranza sorge un governo, anzi da una maggioranza sorge anche il potere supremo del Presidente della Repubblica, per cui voi, proponendo questa legge, tendete a modificare anche la figura del Presidente. Ripeto, nessuno nega che vi debba essere una maggioranza e che si debba governare fondandosi sopra una maggioranza. Però, come si risolve questo problema? In regime parlamentare questo problema si riso lve nell’Assemblea parlamentare, attraverso la capacità politica di colui il quale governa. Voi avete avuto nel 1948, il 18 aprile, la maggioranza per il Parlamento. La vostra maggioranza, anzi, è stata nel Parlamento leggermente superiore a quella che ave vate nel paese. Non ne facciamo questione, perché ciò derivava da imperfezioni che sono di tutti i sistemi elettorali rappresentativi. Il nostro sistema elettorale non era però allora preordinato per costituire una maggioranza e per far eleggere dal paese il governo. Comunque: avete avuto il governo e avete governato. Bene o male? È problema politico. Oggi avete ancora quella maggioranza? Se l’avete ancora, a che scopo una legge come questa, che sovverte l’ordinamento costituzionale dello Stato? Prendetevi un’altra volta la maggioranza, se affermate di averla, e cercate di governare meglio di quanto non abbiate governato finora, mi auguro io, nell’interesse dei lavoratori italiani e di tutta l’Italia. Se non avere più quella maggioranza, ciò nondimeno continuate a essere una forza notevole nel paese, come nessuno nega nel momento attuale.
Accettate di essere nell’Assemblea quello che siete nel paese in realtà. Allora, quando il Parlamento sarà specchio reale di quello che è il paese, proprio allora dovrà mani festarsi la vostra capacità politica, si vedrà cioè se abbiate o non abbiate quel tanto di capacità e di onestà, per cui dovete tener conto dell’esistenza e della forza di determinate minoranze, tener conto che esse rappresentano un bisogno, un interesse, un programma, una spinta ideale non trascurabili e non sopprimibili. Voi questo problema lo volete scartare. Forse perché sia in voi la coscienza di non avere uomini atti a risolverlo? Può darsi. Non nego che sia nei vostri dirigenti questa coscienza. Ma l ’ordinamento costituzionale è quello che è. È rappresentativo, non plebiscitario. Non potete spingerci addietro, a un regime plebiscitario, dal quale uscirebbe non più un ordinamento democratico, ma, per il primo istante, uscirebbe un regime oligarchico. Oligarchia infatti è quell’ordinamento, nel quale è precostituito il gruppo che deve governare; e voi l’avete precostituito, servendovi dei mezzi a disposizione del potere esecutivo, e che non voglio più né definire né qualificare [...]
Non è solo una lezione politica sulla democrazia rapprentativa, sulla sua storia e sulla sua validità. Non è dunque solo uno scritto che ogni cittadino in quanto tale (in quanto homo politicus) dovrebbe conoscere. Ma dà anche interessanti informazioni su una visione della democrazia in quanto tale (in quanto espressione della sovranità del popolo, al di là della dialettica tra d. diretta e d. rappresentativa) e quella del territorio e del paesaggio. Scopriamo infatti le radici lontane dell’espressione Parlamento come specchio della nazione, della democrazia rappresentativa come “carta geografica”, e quindi la comunanza tra il Togliatti, difensore del Parlamento come specchio del Paese e del Croce come “paesaggio volto della Patria, cioè tra i concetti di rappresentanza e di identità. Ci ha sollecitati a rintracciare e rieditare (scaricandolo da questo sito) lo scritto di Togliatti lo splendido pamphlet, denso e leggibile come pochi altri La Trappola, il vero volto del maggioritario, di Luciano Canfora, Sellerio, Palermo 2013 (vedi in eddyburg la recensione di Di Lello sul manifesto)
Quando avremo compreso, oltre singoli episodi, chi è stato il mandante del sequestro e assassinio di Moro sapremo chi ha provocato il passaggio dalla speranza al degrado sociale, economico politico e morale. Le cronache di Miguel Gotor e di Andrea Colombo,
il manifestola Repubblica del 30 giugno 2013
LE TARDIVE rivelazioni dei due artificieri arrivati per primi in via Caetani la mattina del 9 maggio 1978 sono importanti perché contribuiscono a rafforzare un’idea. Quella che sugli ultimi giorni, e in particolare sulle ultime ore di Aldo Moro, le autorità governative italiane, le gerarchie vaticane e il fronte brigatista abbiano stretto un durevole patto del silenzio, della reticenza e dell’oblio. Il primo testimone ha dichiarato di essere giunto sul posto alle ore 11 e di avere constatato che il sangue era ancora fresco, il secondo di avere scorto una o due lettere sul sedile della macchina di cui si è perduta ogni traccia.
In effetti, le dinamiche della morte di Moro costituiscono forse il momento più oscuro dell’intera vicenda, giacché la versione ufficiale fornita dai brigatisti in sede processuale e memorialistica continua a fare acqua da tutte le parti. Anzitutto perché l’autopsia ha stabilito che Moro è stato ucciso intorno alle 10, mentre le Brigate rosse hanno sempre sostenuto di averlo trucidato all’alba e poi, con il cadavere ancora caldo, si sarebbero assunte l’incredibile rischio di trasportarlo dalla periferia di Roma in via Caetani, ossia in uno dei luoghi tra i più controllati dai servizi segreti durante la guerra fredda: a pochi metri da una base del Sisde attiva in Palazzo Caetani; sotto il campanile di una Chiesa ove erano istallati ripetitori per intercettare la vicina sede del Pci; a poche decine di metri dal Ghetto ebraico, una zona presidiata dal Mossad per evitare attentati palestinesi.
Inoltre, fino a oggi appariva del tutto inverosimile che le Brigate rosse avessero lasciato intorno alle 8 di mattina il cadavere di Moro incustodito e poi avessero atteso oltre quattro ore prima di avvisare Francesco Tritto con la celebre telefonata di Valerio Morucci. Infine bisogna ricordare che sul cadavere di Moro, in corrispondenza dei fori dei proiettili, furono trovati dei fazzolettini per tamponare la fuoriuscita del sangue, un macabro particolare sfuggito alla ricostruzione di Germano Maccari, Mario Moretti, Maria Laura Braghetti e Prospero Gallinari, ossia coloro i quali avrebbero dovuto compiere una simile drammatica operazione.
Basti pensare che a tutt’oggi non si conosce l’esecutore materiale dell’assassinio in quanto coesistono tre versioni diverse che lo elevano, sul piano antropologico, al rango di un omicidio rituale: in base ai processi sarebbe stato Gallinari; nel ricordo di Moretti, lo stesso Moretti; secondo Lanfranco Pace, Maccari. Tre mani diverse per un omicidio politico rivendicato dalle Br, che nelle ultime ore dovette subire una torsione imprevista e imprevedibile. E così Moro fu consegnato beffardamente cadavere nelle ore in cui l’entourage di Paolo VI e il ministro Cossiga si attendevano la sua liberazione.
Il manifesto
Via Caetani 35 anni dopo «Cossiga vide il cadavere prima della telefonata Br»
di Andrea Colombo
A prenderla per buona la notizia è effettivamente clamorosa: il corpo di Aldo Moro sarebbe stato ritrovato, il 9 maggio 1978 in via Caetani, con circa un'ora di anticipo sulla telefonata con cui Valerio Morucci, alle 12,13, avvisò il professor Franco Tritto dell'avvenuta esecuzione. L'allora artificiere Vito Antonio Raso sostiene ora di essere arrivato in via Caetani molto prima, in seguito a una segnalazione anonima che denunciava la presenza di una macchina forse esplosiva, e di aver scoperto prima delle 12 il cadavere del presidente della Dc. Non solo: l'allora ministro degli interni Francesco Cossiga sarebbe arrivato molto prima dell'orario ufficiale, intorno alle 14, addirittura prima della scoperta del corpo, insieme al capo della Digos romana Spinella e al colonnello dei carabinieri Cornacchia, braccio destra del generale Dalla Chiesa.
Nel dibattito aperto dall'articolo di Giorgio Lunghini sul lavoro e sul "reddito di cittadinanza" il tentativo di proporre un percorso in 12 punti per uscire dal dilemma più reddito o più occupazione.
il manifesto, 28 giugno 2012, Con postilla e qualche riferimento
Nelle storie parallele della sinistra e dello sviluppo capitalistico, lavoro e reddito hanno sempre costituito due facce della stessa medaglia e camminato nella stessa direzione: più lavoro e più reddito nelle fasi di crescita, meno lavoro e minori redditi in quelle di crisi. Nel tempo sinistra e sindacati hanno conquistato strumenti per affrontare le crisi con ammortizzatori sociali a difesa del reddito anche quando il lavoro diminuiva. Con essi la relazione diretta tra lavoro e reddito veniva incrinata nella convinzione comune che la tenuta dei redditi avrebbe evitato la caduta della domanda e favorito la ripresa dell'occupazione.
Negli ultimi anni un attacco a quella relazione è venuto dal fronte opposto: riducendo il lavoro stabile e sviluppando quello precario, anche nei pochi anni in cui il lavoro complessivo è aumentato, i redditi da lavoro sono diminuiti. Con la crisi, quella relazione è stata ripristinata - meno lavoro e meno redditi in una spirale recessiva di cui non si intravede la fine - ed adesso, tra disoccupati che corrispondono alle definizioni statistiche e scoraggiati con diverse sfumature, le persone cui viene negato il diritto sia al lavoro che al reddito superano i cinque milioni.
In questo contesto, ed a quanto sembra solo nella sinistra italiana, si sta sviluppando un dibattito sulle possibili vie d'uscita che introduce ulteriori elementi di separazione, anzi di vero e proprio divorzio, tra lavoro e redditi: le proposte di reddito di cittadinanza e di reddito inserimento, di reddito minimo e di reddito sociale nascono da questa linea di ricerca e tendono a garantire forme di reddito sganciate dalla prestazione lavorativa. A queste proposte si aggiungono quelle che intendono affrontare la lotta alla disoccupazione agendo non sul reddito, ma sul lavoro attraverso la ridistribuzione delle ore lavorate.
I sostenitori le due opzioni sono mossi dalla convinzione che i livelli di disoccupazione raggiunti non saranno facilmente assorbiti, mentre altri a sinistra vedono in queste ipotesi il pericolo di una accettazione della realtà e di una rinuncia al diritto al lavoro. Siamo di fronte, così, ad un dibattito sul futuro di lavoro e reddito che non è nuovo a sinistra. Senza risalire fino a Marx e Keynes, esso ha alle spalle, elaborazioni affascinanti come quelle degli anni ottanta e di Andrè Gorz, concrete sperimentazioni generali come quella francese sulle 35 ore ed applicazioni emergenziali per affrontare situazioni di crisi di settori produttivi.
Quale è il bilancio di quelle esperienze? Se si esclude quella tedesca nel settore auto che ha ricalcato il modello dei contratti di solidarietà tra lavoratori di una azienda per difendere il posto di tutti, l'esperienza delle "35 ore in un solo paese" è stata di fatto vanificata dalle leggi ferree della competizione globale, mentre le teorie di Gorz sulla distribuzione del lavoro tra persone e nell'arco della vita sono rimaste nel libro dei sogni della sinistra. Ci ritroviamo così con una disoccupazione che ha raggiunto dimensioni senza precedenti in tutti i paesi sviluppati, mentre niente lascia prevedere che ci potrà essere una ripresa con tassi di crescita tali da consentirne il riassorbimento.
Perché è accaduto tutto questo e siamo di fronte oggi ad una crisi che sta trascinando verso il baratro lavoro e redditi insieme? Erano quelle, teorie e pratiche infondate ed utopiche? Sono state promosse in tempi non ancora maturi? Ci sono oggi le condizioni per introdurre una vera e propria rivoluzione nel lavoro che riguarda tempi, redditi e loro distribuzione?
Le risposte debbono muoversi tra due esigenze estreme: quella di misure immediate per alleviare i drammi del lavoro perduto e la disperazione di chi lo cerca invano; quella di soluzioni convincenti e di lungo periodo adeguate al carattere strutturale della crisi. Tra questi due estremi si dovrebbe delineare un percorso di lavoro che vorrei provare a indicare per punti.
1) Una ripresa economica, incentrata sui settori produttivi avanzati, nel recupero - urbano ed ambientale - e nei servizi alla persona è senza dubbio condizione importante per bloccare la caduta e creare nuovo lavoro.
2) Ma questo processo difficilmente potrà dare risultati significativi a breve-medio termine. Quindi misure straordinarie che attenuino gli effetti più pesanti della disoccupazione si impongono.
3)L'istituzione di un reddito di cittadinanza può rispondere a questa esigenza fungendo da ammortizzatore sociale di emergenza.
4) Essa è l'unica capace di saldare presente e futuro introducendo un principio di valore strategico: la ricchezza va distribuita non solo a coloro che contribuiscono a produrla col lavoro prestato nella sfera del mercato creando valori di scambio, ma anche a coloro che prestano attività sociali, cooperative e di cura che generano valori d'uso senza riceverne, però, una remunerazione.
5)In questo modo il reddito di cittadinanza potrebbe diventare uno strumento di "emersione e riconoscimento" di quelle attività e di loro "valorizzazione".
6) Se è vero come è vero che tantissime attività (lavoro domestico e di cura in primo luogo) producono Pil se svolte come lavoro retribuito e valgono zero se svolte gratuitamente nell'ambito familiare e del volontariato sociale, una loro "valorizzazione" tramite un reddito di cittadinanza avrebbe un altro valore strategico: far cadere quel muro che separa artificiosamente lavoro e non lavoro. occupazione e disoccupazione.
7) La distinzione tra occupati e non, infatti, è sempre più lontana dal rappresentare la realtà: all'interno del mondo del lavoro esistono ormai tante posizioni in termini di sicurezza e durata del lavoro che si può parlare di veri e propri mondi differenziati e qualche volta addirittura configgenti. Non molto diversa è la situazione nella sfera dei non occupati dove convivono aree di disperata emarginazione accanto ad aree di creatività e di impegno sociale che, in alcuni casi sono veri e propri avamposti di una nuova relazione tra lavoro e vita.
8) Insomma oggi tra occupati e non si snoda un mondo estremamente variegato in un continuum con mille sfumature. Un mondo ancora molto ancora da indagare, ma certamente non più racchiudibile nello schema classico occupati-disoccupati.
9) In questo nuovo contesto la ridistribuzione del lavoro è il secondo sentiero da percorrere. Essa può offrire risposte all'emergenza nelle situazioni di crisi con contratti aziendali di solidarietà.
10) Ma la ridistribuzione del lavoro può essere anche una risposta strategica alla diminuzione strutturale del lavoro necessario: ridistribuire il lavoro significa mettere in discussione anche i ruoli sociali, la separazione tra lavoro produttivo e lavori domestici e di cura, la relazione tra tempi di vita e di lavoro.
11) Si potrebbe, insomma, pensare ad un contratto nazionale ed europeo di solidarietà per la liberazione del lavoro e dal lavoro.
12)Ed infine: un percorso così ambizioso e complesso può essere tracciato solo da economisti ed esperti senza una partecipazione attiva dei soggetti interessati, delle mille sfumature di occupati e non e senza una sinistra politica e sindacale che elabori, ed a livello europeo, un progetto di futuro di fronte ad una crisi epocale come quella in cui siamo immersi?
Postilla
Nel 6° punto l'autore allude alla questione di fondo: è accettabile il rapporto tra lavoro e persona proprio del sistema capitalistico? A nostro parere no. Abbiamo affrontato questo tema in più occasioni (come in questa nota), e vi ritorneremo. La questione oggi è sintetizzabile in due punti: (1) è necessario definire l'obiettivo da proporsi , cioè quale concezione del lavoro in relazione alla persona si voglia assumere; occorre poi (2) valutare quali siano le proposte necessarie e possibili oggi in relazione alla loro coerenza con l'obiettivo. Quest'ultimo, a nostro parere, deve partire dal riconoscimento del fatto che il lavoro è lo strumento universale che l'uomo impiega per conoscere e trasformare il mondo in relazione ai suoi crescenti bisogni (che non si riducono a quelli elementari): che quindi non può essere "alienato" (finalizzato ad altro da sè, nella fattispecie alla formazione di profitto), e deve essere socialmente riconosciuto (quindi retribuito), quale che sia la sua rilevanza ai fini della produzione di merci. Si veda in proposito il pragrafo "il bisogno, il lavoro" della mia relazione qui)) . Sull'argomento si vedano anche gli articoli di Giorgio Lunghini, Piero Bevilacqua, quelli di Chiara Saraceno, Marco Bascetta e Sandro Mezzadra nella cartelle Lavori e - last but not least - quelli di Carlo Marx e di Claudio Napoleoni
Repubblica, 28 giugno 2013
BERLINO. «La sinistra deve ritrovare il coraggio d’essere creativa come ai tempi di Willy Brandt e di Olof Palme, per affrontare le cupe sfide attuali alla democrazia. E gli intellettuali progressisti devono uscire dal loro assordante silenzio. Se altrimenti finirà male, non si potrà dire “non è stata colpa mia”». Il monito, facile indovinarlo, è di Günter Grass. In un dialogo-contraddittorio con il candidato Spd alla Cancelleria Peer Steinbrück nella sede del partito, a meno di tre mesi dalle elezioni, il Nobel è tornato in campo. Proponendosi come ispiratore e critico scomodo, dalla lingua spietata. Ecco il suo dialogo con Steinbrück, moderato dal più famoso leader Spd dell’Est tedesco, Wolfgang Thierse.
Thierse: Günter, oggi torni in campo. Quando e come decidesti negli anni Sessanta di schierarti con Brandt?
Grass: Quando lui, borgomastro di Berlino Ovest che lottava in piazza a fianco di Kennedy contro il Muro della vergogna costruito dall’Est, venne diffamato dal “cristiano” Adenauer come “figlio illegittimo” ed “esule”, perché Willy fu partigiano in Norvegia. Dovetti superare un duplice scoglio interno, per decidere di propormi a lui come intellettuale impegnato. Lo scoglio dell’ammirazione infinita che io – in gioventù stupidamente sedotto dal nazismo, militare nelle Ss, convinto fino all’ultimo nella vittoria finale del Reich – provavo per lui che in guerra, al contrario di me, aveva già capito come doversi schierare, e che cosa il conflitto in cui io credevo avrebbe provocato alla Germania e al mondo. Avevamo entrambi i media contro: lui per la coerenza di sinistra e la Ostpolitik, io perché considerato un anarchico: i miei punti di riferimento non erano i classici, bensì Albert Camus e Jean-Paul Sartre.
Thierse: Peer, quando iniziò la tua militanza?.
: Nel ’69, poco dopo che Grass aveva fondato l’iniziativa pro-Spd degli intellettuali in campagna elettorale. Fu un segnale grande. Gli intellettuali portarono al fianco della Spd lo Zeitgeist, lo spirito del tempo della società. Ci vorrebbe anche oggi, per la sinistra in Germania e in tutta Europa.
Thierse: Günter, come immaginavi e immagini il ruolo dell’intellettuale impegnato di sinistra?
Grass: Un ruolo di voce scomoda, sempre capace di dire le cose più spiacevoli. Una voce critica: allora saltando la siepe dell’ammirazione sconfinata per Brandt, e critica più che mai oggi contro i troppi silenzi e ritardi della sinistra democratica europea. Allora cercavo di star vicino a Brandt anche nei momenti di depressione. Ma lui aveva una statura che troppo spesso ai leader politici di oggi manca, anche a sinistra. Resisteva alle diffamazioni, ebbe l’idea geniale della Ostpolitik, mano tesa a Polonia e Urss restando fedele alleato degli Usa. Scrisse per l’Onu il profetico Rapporto Nord-Sud, che la sinistra dovrebbe ancora rileggersi oggi. Lui vedeva lontano, capì allora che il divario crescente ricchi-poveri avrebbe portato guerre e terrorismo. Ecco di quali visioni, di quali capacità di avvistare problemi in tempo, sento oggi la mancanza a sinistra. E al tempo stesso c’è bisogno del suo grande pragmatismo nell’azione quotidiana di governo. Ecco perché voglio essere una voce amica, ma molto scomoda per la sinistra europea.
: Ma non sempre Brandt seguì i suoi consigli. Che si aspetta dalla sinistra attuale?.
Grass: Insisto, non sono né hegeliano né un idealista tedesco, furono le polemiche tra Sartre e Camus a formarmi. Il tema sono le scelte necessarie: la sinistra come Sisifo, oggi al pari di allora.
: Insomma, Grass voleva e vuole essere consigliere, mentore, mugugnone, tutto insieme. Può e potrà essere molto irritante. Ma con Brandt mostrò come politici e intellettuali possono condurre un pas-de-deux. Quel tipo di pas-de-deux con gli intellettuali cambiò la Spd. Io mi auguro un nuovo impegno degli intellettuali nel dibattito politico, nella Germania d’oggi. Non lo vedo, purtroppo per la sinistra. L’ultimo grande impegno pubblico degli intellettuali tedeschi fu la querelle degli storici sulle tesi di Ernst Nolte sul nazismo. Oggi pesa il loro silenzio, anche su quel grande ideale di Brandt, una Germania buona amica di tutti i vicini, ideale oggi rovinato dall’inflessibile rigore che Angela Merkel cerca di imporre a tutti. In una Germania dove le disuguaglianze so- ciali si aggravano. Queste sfide, le carenze di noi politici di sinistra e i silenzi degli intellettuali possono minacciare di strappare alla sinistra la sua aspirazione originaria a essere la voce della modernità.
Grass: Ha ragione, i rapporti con i partner europei sono al peggio, la sinistra anche su questo dovrebbe dire di più. Merkel ha una doppia formazione: prima abituata ad adeguarsi per opportunità quando era nella Fdj, la gioventù comunista dell’est, poi alla scuola di tattica del potere ai tempi di Helmut Kohl. Anche il compito di ricostruire i rapporti in macerie con i partner è una sfida per la sinistra in un’Europa e in un mondo dove il rigore, lo strapotere delle lobbies sui Parlamenti, le nuove povertà, allontanano molti elettori e anche noi intellettuali. Weimar cadde perché solo due partiti, Spd e Centro, e troppi pochi cittadini vollero difenderla, non dimentichiamolo.
: Insisto, perché tanti intellettuali rifuggono dall’impegno?
Grass: La generazione mia e di Brandt fu scottata dal nazismo, dalla guerra, dai crimini tedeschi. Oggi s’allontana la memoria del terribile interrogativo di allora, perché una società civile come Weimar cadde sconfitta dal nazismo. Il motivo principale fu che, appunto, pochi la difesero. Anche pochi intellettuali, salvo Tucholsky e qualche altro. Scrittori e intellettuali di oggi sono cresciuti in tempo di pace, non hanno vissuto quelle memorie. Lo stesso vale per i politici. È necessario impegnarsi, ripeto. Per la giustizia sociale, contro lo scandalo della crescente povertà che colpisce anziani e tanti giovani, anche nella ricca Germania. Battersi per un’Europa che diventi politicamente legittimata, con poteri eletti e in equilibrio tra loro. Osare più democrazia, lo slogan con cui Brandt vinse, deve tornare valore centrale della sinistra in tutta Europa. Ripetere parole, frasi, concetti è letale per il letterato, ma indispensabile in politica. La crisi dell’Europa tra povertà e sfiducia nella politica non deve per forza far scoccare l’ora dei nazionalismi populisti, può far scoccare l’ora delle socialdemocrazie. Dobbiamo riuscirci
Preoccupanti legami tra banchieri, privati e pubblici, imbroglioni, e affamatori del "popolo bue". Il manifesto, 28 giugno 2013
Chi o che cosa ha autorizzato i nostri governi a giocare al casinò dei derivati con il denaro degli italiani? Quale regolamento interno, quale legge, quale norma della Costituzione? E perché non se ne può sapere quasi niente? Secondo quanto riferito da la Repubblica (e dal Financial Times) del 26 giugno, il Tesoro italiano è esposto per 160 miliardi di euro (più di un decimo del Pil italiano) con operazioni sui derivati la cui data di stipulazione non è nota. Il governo Monti ne ha rinegoziati nel corso dell'anno scorso per un importo di 31 miliardi, registrando su queste operazioni una perdita potenziale, non ancora giunta a scadenza, di circa 8 miliardi (poco meno dell'importo con cui la ministra Gelmini e, dopo di lei, il ministro Profumo sono riusciti a distruggere sia la scuola che le università italiane). Naturalmente il ministro del Tesoro ha subito smentito ogni rischio, ma quella smentita vale zero. Infatti solo un anno fa su un'altra partita di derivati del Tesoro si era già registrata una perdita di 3 miliardi, saldata dal governo Monti. Su di essa c'era stata una interrogazione parlamentare dell'Idv e una elusiva risposta - «si tratta di un caso unico e irripetibile» - del sottosegretario Rossi Doria; designato a rispondere non si sa perché, dato che si occupa di scuola e non di finanza, materia sui cui è lecito supporre una sua totale incompetenza. Ma se tanto dà tanto, sui 160 miliardi di derivati in essere, le perdite «a futura memoria», che verranno cioè caricate sul bilancio dello stato nel corso degli anni, per poi dire che gli italiani sono vissuti «al di sopra delle loro possibilità», potrebbero ammontare a molte decine di miliardi di lire.
Ma facciamo un passo indietro: da tre anni ci ripetono che la Grecia ha fatto il suo ingresso nell'euro truccando i conti perché, in base al suo indebitamento, non ne avrebbe avuto titolo; di qui i guai - e che guai! - in cui è incorsa successivamente. Successivamente. Perché all'epoca del suo ingresso nell'euro nessuno si era accorto di quei trucchi. Poi si è scoperto che a organizzarli era stata la banca Goldman Sachs, allora diretta, per tutto il settore europeo, da Mario Draghi, nel frattempo assurto alla carica di presidente della Bce, cioè dell'organo preposto a garantire la riscossione di quei debiti contratti in modo truffaldino. E di quei trucchi non si è più parlato.
Ma lo stratagemma a cui il governo greco e Goldman Sachs erano ricorsi per truccare i conti era proprio quello di nascondere un indebitamento eccessivo (secondo i parametri di Maastricht) dietro a derivati da saldare in futuro. Nello stesso periodo - o poco prima, cioè con maggiore preveggenza - il governo italiano sembra essere ricorso esattamente allo stesso stratagemma: ufficialmente per coprire il debito italiano dai rischi del cambio (allora c'era ancora la lira) e dalle variazioni dei tassi di interesse: i derivati sono stati infatti introdotti nel mondo della finanza come forma di assicurazione contro la volatilità dei cosiddetti mercati; ma, come si vede, la funzione che svolgono è esattamente il contrario.
E' comunque del tutto evidente che lo scopo effettivo di quelle operazioni era quello di "truccare" i conti e garantire così anche all'Italia l'ingresso nell'euro. Qui la presenza ricorrente dello stesso personaggio è ancora più dirompente; perché nel periodo che intercorre tra la probabile - non se ne sa ancora molto - sottoscrizione di quei derivati e l'emersione dei primi debiti che essi comportano Mario Draghi è stato direttore generale del Tesoro (l'organismo contraente) dal 1991 al 2001; poi, utilizzando in modo spregiudicato il cosiddetto sistema delle "porte girevoli", responsabile per l'Europa di Goldman Sachs (una delle banche sicuramente coinvolta in queste operazioni), poi Governatore della Banca d'Italia e poi presidente della Bce e in questo ruolo uno degli attori più decisi a far pagare agli italiani - e agli altri infelici popoli vittime degli stessi raggiri - la colpa (in tedesco schuld, che, come ci ricordano i ben informati, vuol dire anche debito) di essere vissuti "al di sopra delle proprie possibilità".
Non basta: ogni sei mesi, ci informa sempre Repubblica, il Tesoro è tenuto a trasmettere una relazione sullo stato delle finanze pubbliche, comprensivo anche dei dati sull'esposizione in derivati, alla Corte dei Conti. Ma in venti anni o quasi, questa si è accorta solo ora dei rischi connessi a queste operazioni e, per saperne di più, ha inviato la Guardia di Finanza nelle stanze del Tesoro; che però si sarebbe rifiutato di esibire la relativa documentazione. Ci ricorda qualcosa tutto ciò? Si ci ricorda da vicinissimo le recenti vicende del Monte dei Paschi di Siena i cui dirigenti - oggi in carcere o sotto inchiesta perché considerati dalle procure di Siena e Roma degli autentici delinquenti - sono riusciti a nascondere alla vigilanza della Banca d'Italia (che combinazione!) una esposizione debitoria incompatibile con il regolare funzionamento di una banca, nascondendola sotto degli onerosissimi derivati, che hanno tenuto rigorosamente nascosti per anni.
Il casinò dei derivati accomuna così le istituzioni di governo del paese alle banche truffaldine (per ora MPS; ma chissà quante altre si trovano nelle stesse condizioni, e non solo in Italia. Mario Draghi al vertice della Bce non ispira certo tranquillità). Per saperne di più, cioè per capire in che mani siamo finiti, in che mani ci hanno messo i governi che si sono succeduti negli ultimi 30 anni (da quando la teoria liberista e il pensiero unico la fanno da padroni e, in termini pratici, da quando è stato portato a termine il famigerato divorzio tra Tesoro e Banca centrale che ha messo le politiche dei governi in balia della finanza: leggi degli speculatori internazionali), basta leggere la sinossi di come funziona il casinò dei derivati che ne fa Luciano Gallino (Repubblica, 26 giugno).
«Nel mondo - spiega Gallino - circolano oltre 700 trilioni di dollari (in valore nominale) di derivati [cioè 700mila miliardi, oltre 10 volte il valore presunto del prodotto lordo mondiale, nota mia], di cui soltanto il 10 per cento, e forse meno, passa attraverso le borse. Il resto è scambiato tra privati, come si dice, "al banco", per cui nessun indice può rilevarne il valore». Ma aggiunge, anche di quel dieci per cento scambiato nelle borse, a definirne il valore concorre solo il 40 per cento [cioè il 4 per cento degli scambi complessivi, nota mia]. «Di quel 40 per cento, almeno quattro quinti hanno finalità puramente speculative a breve termine...Di tali transazione a breve, circa il 35-40 per cento nell'eurozone e il 75-80 per cento nel Regno Unito e in USA si svolgono mediante computer governati da algoritmi...che operano a una velocità anche di 22mila operazioni al secondo...Ne segue che chi parla di "giudizio dei mercati" [praticamente tutti gli esponenti del mondo politico, imprenditoriale, manageriale e accademico europei, nota mia] dovrebbe piuttosto parlare di "giudizio dei computer". «Macchine cieche e irresponsabili - aggiunge Gallino - opache agli stessi operatori e ancor più ai regolatori. E per di più, inefficienti». Ma molto efficienti però, aggiungo io, nel trasferire ricchezza dai redditi da lavoro e dalla spesa sociale ai profitti e alla rendita, compito che nel corso degli ultimi trent'anni hanno svolto egregiamente. E non senza che gli addetti alla "regolazione" dei mercati, siano essi manager o politici, o entrambe le cose grazie al sistema delle "porte girevoli", ci abbiano messo tutta la loro scienza e il loro potere per portare questo trasferimento fino alle estreme conseguenze, quelle che oggi possiamo vedere esposte in vetrina nella catastrofe della Grecia. Ma allora, perché continuare a rimaner sottomessi a un sistema simile? Non è ora di trovare la strada per tirarsene fuori al più presto?
Le pagine su «Americanismo e Fordismo» parlano non solo degli Stati Uniti ma anche della Russia sovietica, e forse parlano della Russia sovietica più ancora che degli Stati Uniti. L'affermazione può suonare paradossale e persino arbitraria; non resta allora che interrogare i testi e il contesto storico.
Cominciamo dal contesto. In quel momento a Mosca, il cattolico francese Pierre Pascal saluta la rivoluzione d'ottobre come l'avvento di una società in cui ci sono «solo poveri e poverissimi» e la cui nobiltà morale consiste nella distribuzione più o meno egualitaria della miseria. Siamo portato a pensare alla polemica del Manifesto del partito comunista, secondo cui i «primi moti del proletariato» sono spesso caratterizzati da rivendicazioni all'insegna di «un ascetismo universale e un rozzo egualitarismo»: non c'è «nulla di più facile che dare all'ascetismo cristiano una mano di vernice socialista». Si comprende allora la posizione di Lenin, che nell'ottobre 1920 dichiara: «Noi vogliamo trasformare la Russia da paese misero e povero in paese ricco»; per conseguire questo risultato occorre «un lavoro organizzato», al fine di assimilare «le ultime conquiste della tecnica», compreso il taylorismo americano.
Tutto ciò agli occhi di Pascal è solo sinonimo di «americanizzazione». Su questa linea di pensiero si colloca in Francia Simone Weil, che nel 1932 giunge alla conclusione che la Russia ha ormai come modello l'America, l'efficienza, il produttivismo, «il taylorismo». A partire di qui, la filosofa francese rompe con Marx, considerato responsabile di non aver compreso un punto essenziale: è «il regime stesso della produzione moderna, cioè la grande industria» a dover esser messo in discussione; «con quei penitenziari industriali che sono le grandi fabbriche si possono fabbricare solo degli schiavi, e non dei lavoratori liberi». Si potrebbe dire che agli occhi di Weil l'autore del Capitale era affetto da un «americanismo» ante litteram.
Conviene infine tener presente Martin Heidegger, che nel 1942 proclama: «Il bolscevismo è solo una variante dell'americanismo». Sul versante opposto, è quanto mai eloquente la posizione nel 1923 assunta da Bucharin: «Abbiamo bisogno di sommare l'americanismo al marxismo».
Una volta ricostruito il contesto storico, possiamo procedere alla lettura dei testi. Nell'apprezzare l'«americanismo» (o certi suoi aspetti), Gramsci è in piena coerenza col suo rifiuto, espresso già nel momento in cui saluta la rivoluzione d'ottobre, di identificare il socialismo col «collettivismo della miseria, della sofferenza». No, questo stadio dev'essere superato «nel minor tempo possibile».
Sono gli stessi Quaderni del carcere a sottolineare la continuità con il periodo giovanile, allorché fanno notare che già «'L'Ordine Nuovo' (...)sosteneva un suo 'americanismo'». Possiamo ora comprendere meglio il quaderno «speciale» 22, dedicato a «Americanismo e fordismo». Leggiamo il § 1: «Serie di problemi che devono essere esaminati sotto questa rubrica generale e un po' convenzionale di Americanismo e Fordismo». Siamo in presenza di un tema «generale» che rinvia a una molteplicità di problematiche e anche di paesi e che viene trattato con un linguaggio «convenzionale», data la necessità di stare in guardia contro un possibile intervento della censura fascista.
Il quaderno 22 così chiarisce quello che è in discussione: «Si può dire genericamente che l'americanismo e il fordismo risultano dalla necessità immanente di giungere all'organizzazione di un'economia programmatica e che i vari problemi esaminati dovrebbero esseri gli anelli della catena che segnano il passaggio appunto dal vecchio individualismo economico all'economia programmatica».
Si fa qui riferimento agli Stati Uniti o alla Russia sovietica? È difficile per il primo paese parlare di «passaggio» all'«economia programmatica». Il quaderno che stiamo analizzando si chiude (§ 16) con l'affermazione per cui negli Usa, contrariamente ai miti, non solo la lotta di classe è ben presente ma essa si configura come la «più sfrenata e feroce lotta di una parte contro l'altra».
E dunque, le pagine su americanismo e fordismo ci consegnano non un Gramsci che si sta congedando dalla tradizione comunista, ma un Gramsci che, in polemica con le posizioni alla Pierre Pascal e alla Simone Weil, chiama il movimento comunista a «valorizzare la fabbrica», a respingere una volta per sempre le nostalgie pre-industriali di segno populista e pauperista e a pronunciarsi per un marxismo depurato di ogni residuo messianico. È anche per questo che i Quaderni del carcere rivelano ancora oggi una straordinaria vitalità. Alcuni processi ideologici meritano attenzione.
1) La straordinaria fortuna di cui ha goduto e gode nella sinistra occidentale un filosofo quale Heidegger, campione di un anti-industrialismo e di antiamericanismo (che è al tempo stesso un anti-sovietismo) da Gramsci giudicato «comico» e «stupido».
2) Soprattutto nella stagione del '68 assai diffusa era a sinistra la tendenza che liquidava la riflessione di Gramsci quale sinonimo di subalternità al produttivismo capitalista, allo stesso modo in cui tre decenni prima Simone Weil aveva bollato Marx quale profeta di una «religione delle forze produttive» fondamentalmente borghese.
3) Ai giorni nostri, mentre a partire dalla Francia, nonostante la crisi e la recessione, si diffonde il culto della «decrescita» caro a Latouche, in un paese come l'Italia la sinistra cosiddetta radicale sembra talvolta contestare l'alta velocità in quanto tale. Indagare di volta in volta l'impatto ecologico e il costo economico di una linea ferroviaria è legittimo e anzi doveroso; è invece sinonimo di luddismo respingere l'alta velocità in quanto tale.
4) La sinistra occidentale guarda con grande diffidenza o con aperta ostilità a un paese come la Repubblica popolare cinese, scaturita da una grande rivoluzione anticoloniale e protagonista di un prodigioso sviluppo economico, che non solo ha liberato diverse centinaia di milioni dalla fame e dalla degradazione ma che finalmente comincia a mettere in discussione il monopolio occidentale della tecnologia (e quindi le basi materiali dell'arroganza imperialista). E come i populisti degli anni '20 e '30 condannavano quale espressione di «americanismo» lo sviluppo industriale della Russia sovietica, così oggi non sono pochi coloro che a sinistra bollano la Cina odierna come una brutta copia del capitalismo statunitense.
Non c'è dubbio: il populismo è tutt'altro che morto. Ma è proprio per questo che la sinistra ha più che mai bisogno della lezione di Antonio Gramsci.
Anche l’economia sovietica era capitalistica, con la differenza, non marginale, che la proprietà dei mezzi di produzione era dello Stato. Le regole generali di sistema economico non erano quindi sostanzialmente diverse da quello “occidentale”, a partire dalla questione fondamentale del “valore”. Resta comunque del tutto aperto il problema (certo non estraneo al pensiero di Marx nè a quello di Gramsci, e del comunismo italiano da Togliatti a Berlinguer))della costruzione di un sistema economico radicalmente diverso da quello capitalistico, cioè basato sull’alienazione del lavoro: problema che costituisce il discrimine tra le posizioni “rivoluzionarie” (favoriamo, sia pur gradualmente, la formazione un sistema economico sociale del tutto diverso) e quelle “riformiste” (aggiustiamo il capitalismo ed “esportiamo “ le contraddizioni che esso crea.). La crisi del riformismo, e la ricomparsa di posizioni non classificabili come "riformistiche, come quelle di Latouche, nascono dalla crescente convinzione del fatto che le nuove contraddizioni del capitalismo globalizzato non sembrano più “esportabili”, come è stato in tuta la fase dell’imperialismo coloniale.
«La diversità e la cooperazione sono un bene e un arricchimento, non un disturbo o un intoppo da superare. La democrazia è deliberazione tra diversi non semplice decisionismo per una massa di identici».
La Repubblica, 27 giugno 2013
La nostra democrazia sta attraversando una fase di tensioni e schizofrenie che non cessano di stupire. Il fondatore del blog antipartito Beppe Grillo transita il suo movimento dalla società al Parlamento, salvo poi lamentare il fatto che gli eletti del Movimento 5Stelle obbediscono al popolo italiano invece che a lui o al suo blog. Parlamentarista dichiarato quando in Parlamento i suoi non c’era ancora, sfodera ora una vocazione autoritaria e dispotica che col Parlamento va poco d’accordo. Il carattere deliberativo delle istituzioni democratiche impone un’attenzione alle differenze di vedute e una pratica della tolleranza che mal si adatta con i capipopolo. Non vi è dubbio che la strada del leader plebiscitario possa sembrare quella più semplice e naturale in tempi di crisi; quella che meglio pare adattarsi al maggioritarismo e che riesce a unire una massa larga nel nome di un capo rappresentativo. In questa impazienza con la democrazia deliberativa e parlamentare il leader del M5S si trova in sintonia con il leader del Pdl, il quale ha in questi anni portato parte dell’opinione di centrodestra (e non solo) a condividere vocazioni presidenzialiste.
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La Repubblica, 26 giugno 2013
Uscito di prigione dov’era finito per aver esagerato con i suoi traffici, il finanziere Gordon Gekko dice al pubblico stipato in sala che, guardando il mondo da dietro le sbarre, ha fatto delle profonde riflessioni. E le condensa in una domanda: «Stiamo diventando tutti pazzi?» La scena fa parte di un film su Wall Street, ma la stessa domanda uno poteva porsela giovedì 20 giugno mentre gli schermi tv e tutti i notiziari online sparavano ancora una volta notizie del tipo: “I mercati prendono male le dichiarazioni del governatore della Fed”; “crollo delle borse europee”; “bruciati centinaia di miliardi”; “preoccupati per il futuro, i mercati affondano le borse”. E, manco a dirlo, “risale lo spread”.
Esistono due ordini di motivi che giustificano il chiedersi se – cominciando dai media e dai politici – non stiamo sbagliando tutto preoccupandoci dinanzi a simili notizie di superficie in cambio di ciò che realmente significano. In primo luogo ci sono dei motivi, per così dire, tecnici. Nel mondo circolano oltre 700 trilioni di dollari (in valore nominale) di derivati, di cui soltanto il dieci per cento, e forse meno, passa attraverso le borse. Il resto è scambiato tra privati, come si dice “al banco”, per cui nessun indice può rilevarne il valore. Ma anche per i titoli quotati in borsa le cose non vanno meglio. Infatti si stima che le transazioni che vanno a comporre gli indici resi pubblici riguardino appena il 40 per cento dei titoli scambiati; gli altri si negoziano su piattaforme private (soprannominate dark pools, ossia “bacini opachi” o “stagni scuri”) cui hanno accesso soltanto grandi investitori. Di quel 40 per cento, almeno quattro quinti hanno finalità puramente speculative a breve termine – niente a che vedere con investimenti “pazienti” a lungo termine nell’economia reale. Non basta. Di tali transazioni a breve, circa il 35-40 per cento nell’eurozona, e il 75-80 per cento nel Regno Unito e in Usa, si svolgono mediante computer governati da algoritmi che esplorano su quale piazza del mondo il tale titolo (o divisa, o tasso di interesse o altro) vale meno e su quale vale di più, per avviare istantaneamente una transazione. L’ultimo primato noto di velocità dei computer finanziari è di 22.000 (ventiduemila) operazioni al secondo, ma è probabile sia già stato battuto. Ne segue che chi parla di “giudizio dei mercati” dovrebbe piuttosto parlare di “giudizio dei computer”. Con il relativo corredo di ingorghi informatici, processi imprevisti di retroazione, episodi d’imitazione coatta, idonei a produrre in pochi minuti aumenti o cadute eccessive dei titoli, del tutto disconnessi da fattori reali.
In sostanza, i mercati finanziari presentati al pubblico come fossero divinità scese in terra, alla cui volontà e giudizio bisogna obbedire se no arrivano i guai, sono in realtà macchine cieche e irresponsabili, in gran parte opachi agli stessi operatori e ancor più ai regolatori. E, per di più, pateticamente inefficienti. Soltanto dal 2007 in poi la loro inefficienza è costata a Usa e Ue tra i 15 e i 30 trilioni di dollari. Emergono qui i motivi politici per guardare ai mercati in modo diverso da quello che ci chiedono. Cominciando, ad esempio, a rivolgere ai governanti e alle istituzioni Ue una domanda (un po’ diversa da quella di Gekko, ma nello stesso spirito): se in effetti sono i mercati ad essere dissennatamente indisciplinati, perché mai continuate a raccontarci che se noi cittadini non ci assoggettiamo a una severa disciplina in tema di pensioni, condizioni di lavoro, sanità, istruzione, i mercati ci puniranno?
In verità una domanda del genere governi e istituzioni Ue se la sono posta da tempo, pur senza smettere di bacchettarci perché saremmo noi gli indisciplinati. Fin dal 2007 la Ue aveva introdotto una prima Direttiva sui mercati degli strumenti finanziari (acronimo internazionale Mifid). Non è servita praticamente a nulla, meno che mai a temperare la crisi. Ma governi e istituzioni Ue non si sono arresi. Prendendosi non più di cinque o sei anni di tempo, intanto che i mercati finanziari contribuivano a devastare l’esistenza di milioni di persone, si sono messi alacremente al lavoro per elaborare una Mifid II. E poche settimane fa l’hanno sfornata – in ben tre versioni differenti. Esiste infatti una versione del Consiglio dell’Unione, una del Parlamento europeo e una della Commissione europea. Gli esperti assicurano che nel volgere di un anno avremo finalmente una versione definitiva, che emergerà dal “trialogo” fra le tre istituzioni. Quando entrerà pienamente in vigore, nel volgere di un biennio o due dopo l’approvazione come si usa, anche i mercati finanziari saranno finalmente assoggettati a una robusta disciplina, non soltanto i cittadini che han dovuto sopportare, a colpi di austerità, il costo delle loro sregolatezze. Saranno trascorsi non più di otto o dieci anni dall’inizio della crisi.
È tuttavia probabile che di una vera e propria azione disciplinare i mercati finanziari non ne subiranno molta, e di certo non tanto presto. In effetti, il meno che si possa dire della tripla Mifid è che le divergenze fra le tre versioni sono altrettanto numerose e consistenti delle convergenze, mentre in tutte quante sono pure numerose e vaste le lacune. Da un lato ci sono notevoli distanze nei modi proposti per regolare le piattaforme di scambio private (i dark pools), le transazioni computerizzate ad alta frequenza, l’accesso degli operatori alle stanze di compensazione. Dall’altro lato, non si prevede alcun dispositivo per regolare i mercati ombra; vietare la creazione e la diffusione di derivati pericolosi perché fanno salire i prezzi degli alimenti di base; limitare l’entità delle operazioni meramente speculative. Ovviamente, tra divergenze e assenze le potenti Lobbies dell’industria finanziaria ci guazzano. Sono già riuscite a ritardare l’introduzione di qualsiasi riforma di una decina d’anni dopo gli esordi della crisi, una riforma che sia una di qualche incisività a riguardo sia dei mercati sia del sistema bancario; se insistono, magari riescono pure a raddoppiare questi tempi. I governi e le istituzioni Ue hanno dunque larghi spazi e tempi lunghi davanti, per insistere nel disciplinare i cittadini invece dei mercati finanziari.
«
La natura umana è polimorfa, non si esaurisce in una dimensione utilitaristica: individualismo e socialità si coniugano». Insomma, l'"uomo a una dimensione" è un errore storico. L'ultimo libro del filosofo e psicoanalista Sergio Caruso.
Il manifesto, 26 giugno 2013
Il fatto che alla recente scomparsa di Margaret Thatcher non abbia fatto seguito un'apologia corale del suo operato si deve probabilmente agli effetti della crisi economica nella quale siamo tuttora immersi. La recessione di questi anni, infatti, sta contribuendo a ridimensionare l'egemonia esercitata dall'impostazione politico-ideologica dell'ex-premier britannico nel corso dell'ultimo «inglorioso» trentennio, dimostrando ogni giorno di più, anche ai più scettici, l'inadeguatezza del neoliberismo e della teoria economica mainstream. Di quest'ultima appaiono oggi inadeguate non solo le prescrizioni di politica economica (liberalizzazioni e privatizzazioni), ma anche gli stessi presupposti antropologici, a cominciare dal principio della razionalità utilitaria ed egoistica dell'individuo, ovvero il modello dell'homo oeconomicus.
L'idea, cara alla Lady di ferro, secondo la quale il solo protagonista dell'agire sociale sarebbe l'individuo razionale ed egoista, in grado, con il suo operato, di garantire prosperità e benessere per tutti, non soltanto esce malconcia da un confronto con la realtà sociale ed economica, ma risulta inoltre sempre più insostenibile alla luce delle recenti acquisizioni delle scienze umane. Lo mostra bene nel suo ultimo libro Sergio Caruso, filosofo, psicologo e psicoanalista fiorentino, già fra i traduttori e curatori, nel 1973, de La ricchezza delle nazioni di Adam Smith (Homo oeconomicus. Paradigma, critiche, revisioni, Firenze University Press, 194 pp., euro 16,90).
L'homo oeconomicus è un modello interpretativo che può avere (e storicamente ha avuto) diverse possibili declinazioni e varianti; è un «labirinto concettuale», per addentrarsi nel quale il lavoro di Caruso offre utili criteri di orientamento. Muovendosi all'interno di molti ambiti disciplinari (dalla psicologia sociale all'antropologia filosofica, dalla filosofia politica alle neuroscienze), Caruso fornisce al lettore una tipologia e una storia del concetto, soffermandosi anche sulle principali obiezioni ad esso mosse. Così facendo egli offre gli strumenti per una critica (in senso kantiano) dell'homo oeconomicus, ovverosia per una disamina delle sue (circoscritte) potenzialità e dei suoi (molti) limiti; particolarmente evidenti, questi ultimi, nelle semplificazioni operate da politici, giornalisti e docenti delle business schools.
La diffusione e la ricezione della categoria di homo oeconomicus si sono sempre accompagnate a malintesi e luoghi comuni, a cominciare dalla presunta paternità smithiana del concetto. Ne La ricchezza delle nazioni, una simile categoria interpretativa non compare, ed è solo con l'affermazione della teoria economia marginalista, fondata sull'utilitarismo di Jeremy Bentham e John Stuart Mill, che si consolida l'astratto modello dell'uomo egoista e razionale. Il primo economista a fare uso dell'espressione homo oeconomicus sembra sia stato Alfred Marshall; la sua diffusione fra Otto e Novecento si deve invece agli economisti neoclassici italiani, Maffeo Pantaleoni e Vilfredo Pareto, i quali ne fecero un asse portante del proprio edificio teorico.
Un altro fraintendimento deriva dalla sovrapposizione del paradigma dell'homo oeconomicus al (presunto) economicismo di Marx. Ne è un esempio la posizione assunta dal teorico della decrescita Serge Latouche (autore da cui Caruso prende le distanze sin dalla premessa), il quale accusa Marx e il marxismo di universalizzare la categoria dell'economico, vera e propria «invenzione» del mondo capitalistico. A una simile tesi basterebbe obiettare che fu proprio un marxista fra i più raffinati, Antonio Gramsci, a proporre una critica serrata del concetto di homo oeconomicus in quanto astrazione astorica. Secondo il comunista sardo, infatti, non avrebbe senso usare tale categoria al singolare (come fa l'economia politica neoclassica), ma andrebbe semmai ipotizzata l'esistenza di differenti homines oeconomici, riferibili ai diversi agenti economici tipici dei vari modi di produzione succedutisi nella storia: il feudatario, il servo della gleba, il capitalista, il salariato, e via di seguito. Astrazioni, certo, ma valide solo in quanto storicamente determinate.
Cosa resta da salvare, dunque, dell'homo oeconomicus? Da un confronto con le scienze umane emerge che di tale concetto possono essere ammesse solo le versioni più «moderate», ossia quelle meno impegnative dal punto di vista antropologico, da intendere sempre come finzioni metodologiche valide in riferimento a determinati contesti storici. Risultano invece insostenibili le varianti sostantive, ovvero quelle che pretendono di individuare nell'egoismo razionale l'essenza dell'umano. Queste versioni dell'homo oeconomicus hanno avuto tanto successo fra i teorici dell'economia (e non solo) in quanto hanno svolto la funzione di surrogati di una teoria psicologica quasi sempre assente all'interno del discorso degli economisti, offrendo per di più una comoda ideologia passepartout, funzionale al mantenimento del sistema capitalistico.
La ricerca psicologica e le neuroscienze confermano che la natura dell'uomo è polimorfa, e che pertanto l'homo oeconomicus convive con l'homo reciprocans, l'homo loquens, l'homo curans, l'homo ludens, l'homo faber e via di seguito. La dimensione economico-utilitaria non esaurisce mai, in altri termini, lo spettro delle tante componenti del comportamento umano. È ormai ampiamente dimostrato che il cervello dell'homo sapiens è «programmato» per essere (anche) empatico con i propri simili, e che nell'animale-uomo le pulsioni individualistiche convivono, da sempre, con le tendenze prosociali.
Il problema, a questo punto, sembra essere quello, classicamente marxiano, di come creare le condizioni storiche affinché le potenzialità prosociali dell'uomo possano liberamente esplicarsi al di là di una società fondata sulle classi e lo sfruttamento. Un problema, come si vede, non da poco.
La Repubblica, 26 giugno 2013
È un testo da leggere, perché in quelle righe soffia lo Spirito del Tempo. Il proposito di chi l’ha redatto è narrare la crisi ( narrazione è termine ricorrente) e la morale è chiara: se l’Europa patisce recessioni senza tregua, significa che le sue radici sono marce, e vanno divelte. Berlusconi lo disse già nel febbraio 2009: la nostra Costituzione fu «scritta sotto l’influsso della fine di una dittatura da forze ideologizzate che vedevano nella Costituzione russa un modello». Sapeva di avere il vento in poppa. Oggi è azzoppato da una sentenza che lo giudica un fuori-legge, ma che importa se il pericolo vero è la Costituzione (solo Vendola chiede le dimissioni). Anche JPMorgan è accusata dal Senato Usa di speculazioni fraudolente, ma che importa. La radice europea è il delicato equilibrio tra poteri fissato nelle Carte postbelliche. È il bene pubblico e l’uguaglianza. C’è un problema di retaggio, pontifica il rapporto: un’eredità di cui urge sbarazzarsi, in un’Unione dei rischi condivisi. Troppi diritti, troppe proteste. Troppe elezioni, foriere di populismi (è il nome dato alle proteste). All’inizio si pensò che il male fosse economico. Era politico invece: altro che colpa dei mercati. Unico grande colpevole: «Il sistema politico nelle periferie Sud, definito dalle esperienze dittatoriali» e da Costituzioni colme di diritti fabbricate da forze socialiste. Ecco lo scatto che compie la storia: una crisi generata dall’asservimento della politica a poteri finanziari senza legge viene ri-raccontata come crisi di democrazie appesantite dai diritti sociali e civili. Senza pudore, JPMorgan sale sul pulpito e riscrive le biografie, compresa la propria, consigliando alle democrazie di darsi come bussola non più Magne Carte, ma statuti bancari e duci forti. Le patologie europee sono così elencate: «Esecutivi deboli; Stati centrali deboli verso le regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso sfocianti in clientelismo; diritto di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo». Di qui i successi solo parziali, in Sud Europa, nell’attuare l’austerità: «Abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle Costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)».In tempi più lontani si suggeriva di correggere la democrazia «osando più democrazia »: lo disse Willy Brandt. Non così quando la Cina vince senza democrazia.
E non s’illuda chi vuol rafforzare i diritti riversandoli in una Costituzione europea. Se il guaio è l’eredità, il testamento svanisce e i padri costituenti vanno uccisi: non ovunque magari - Berlino sta rafforzando il suo Parlamento e la Corte costituzionale - ma di certo nei paesi indebitati, dove guarda caso la Resistenza fu popolare e vasta. Il rapporto di JPMorgan è uscito prima che, la notte dell’11 giugno, venisse chiusa l’Ert, equivalente greca della Rai, aprendo una falla nelle torbide larghe intese di Samaras. Di sicuro il colpo di mano sarebbe stato applaudito: anche l’informazione non-commerciale è costoso bene pubblico di cui disfarsi. La trojka (Commissione europea, Bce, Fondo Monetario) ha ottenuto molto, concludono i sei economisti autori del rapporto. Ma il mutamento cruciale, delle istituzioni politiche, «neanche è cominciato». «Il test chiave sarà l’Italia: il governo ha l’opportunità concreta di iniziare significative riforme».
Alla luce di rapporti simili si capisce meglio la smania italiana, o greca, di nuove Costituzioni; e l’allergia diffusa alle sue regole fondanti, che vietano l’uomo solo al comando, l’ampliarsi delle disuguaglianze, la svendita delle utilità pubbliche. L’economista Varoufakis s’allarma: «Murdoch e simili saranno in estasi: l’Ert smantellato diverrà un modello per privatizzare la Bbc, o l’Abc in Australia, o la Cbc in Canada ». O la Rai. Si capisce infine la trepidazione di costituzionalisti come Gustavo Zagrebelsky: ferree leggi dell’oligarchia imporranno una riscrittura delle Costituzioni che svuoterà Parlamenti e democrazia.
Discutendo il presidenzialismo, Zagrebelsky vede in azione il perturbante: «Penso che il tema andrebbe trattato non come fosse al centro di una guerra di religione, ma guardando empiricamente come funziona il presidenzialismo nei vari paesi». Colpisce l’accenno alle guerre di religione, perché fideistica è l’apparente sfrontatezza degli economisti di JPMorgan. Il neo-liberismo s’irrigidisce in credo, come intuì nel 1921 Walter Benjamin nel frammento Capitalismo come religione.Invece di una svolta, di un rinnovamento, abbiamo una sorta di anticipato Giudizio Universale al cui centro c’è il binomio punitivo colpa/ debito. In tedesco Schuld significa le due cose ed è parola «diabolicamente ambigua », ricorda Benjamin. Non prefigura redenzioni, ma trasforma l’economia in divina legge di natura, e volut amente perpetua «un’inquietudine senza via d’uscita». Siamo prede del Destino, fatto di sventura e colpa: «una malattia dello spirito propria del capitalismo». Chi la pensa così ha un credo, per di più autoassolutorio. La storia delle nazioni, quel che hanno costruito imparando dagli errori: non è che un incomodo, ribattezzato status quo.
In un libro appena uscito, Roberta De Monticelli parla di catarsi mancata dall’Italia, di una speranza «non aperta al vero se non ha memoria» (Sull’idea di rinnovamento, Raffaello Cortina). Il rapporto di JPMorgan non ha contezza di tragedie e catarsi.
È vero, le Costituzioni sono la risposta data ai totalitarismi. I cittadini devono poter protestare, se dissentono dai governi. Quando l’articolo 1 della nostra Carta scrive che la Repubblica è fondata sul lavoro, afferma che economia e finanza vengonodopo, non prima della dignità della persona. Quando l’articolo 41 sostiene che l’iniziativa economica privata è libera, ma «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana», ricorda che il bene pubblico è legge per i mercati. L’Unione sovietica ignorava la legge. La Resistenza ci ha affidato questo retaggio. Ha generato, contemporaneamente, sia l’unità europea, sia la lotta alla povertà e il Welfare. Sfrattare le Costituzioni vuol dire che l’Europa sarà autoritaria, e decerebrata perché senza memoria di sé. Per altro è nata, conclude De Monticelli: «Perché le leggi di natura scendessero giù, nel fondamento muto delle nostre vite, e in alto invece – al posto del cielo e delle stelle – fossero poste leggi fatte da noi, fatte per porre un limite a ciò che c’è in noi di violento e di rapace (...) Fatte soprattutto perché la giustizia cosmica non c’è, perché l’ordine del cosmo è per noi umani cosmica ingiustizia ». Demolire le Costituzioni in nome della cosmica giustizia dei mercati: questo sì sarebbe colpa-debito, e inquietudine senza via d’uscita.
Il manifesto, 26 giugno 2013
Le domande poste da Asor Rosa martedì scorso sono utili a evitare di sprecare il congresso del Pd e, così, impoverire la democrazia italiana e europea (non è cieca presunzione riconoscere l'assenza o la marginalità di alternative progressiste credibili al Pd. Non a caso, Asor Rosa prende le distanze dalle «danze macabre che qualcuno, molto sollecitamente, ha iniziato e con grande entusiasmo, intorno al presunto cadavere del Pd»). Una premessa prima di rispondere. La scelta del Pd di promuovere e sostenere il governo Letta non è la rassegnata accettazione dell'impossibilità di un cambiamento progressivo nel secolo asiatico. È la scelta di affrontare la sfida nelle condizioni date, segnate da rapporti di forza economici, sociali, culturali e politici drammaticamente sbilanciati e dall'arretramento insostenibile, effettivo e temuto, delle condizioni materiali di vita delle persone, in particolare della classe media popolare, oltre che delle fasce sempre marginali. Sarebbe stato illusorio affidarsi a una collocazione all'opposizione per trovare scorciatoie nelle risposte. I risultati elettorali sono inequivocabili: Idv da una parte e Lega dall'altra, all'opposizione del governo Monti, sono quasi scomparse dopo le ultime elezioni politiche.
Sarebbe altrettanto illusorio credere che un ritorno alle precedenti incarnazioni della sinistra ridimensioni gli ostacoli, innanzitutto di ordine culturale, oggi di fronte a noi. Siamo stati all'opposizione come Ds dal 2001 al 2006. Siamo vissuti di rendita anti-belusconiana, così da evitare la fatica della ricostruzione di una forza autonoma di cambiamento progressivo. Siamo rattrappiti.
È vero: «Non esiste, non è mai esistito, un governo al di sopra delle parti». Il governo Letta non è al di sopra delle parti. È di due parti, alternative, temporaneamente insieme al governo. Il racconto del presunto interesse generale assoluto, ossia slegato da interessi materiali specifici, derivato da principi oggettivi, interpretati da super-tecnici detentori esclusivi della verità, viene meno. Il governo Letta ha le potenzialità di riaprire la dialettica politica. La politica torna a essere visibile dopo il mascheramento tecnico, super partes, dell'impianto liberista tentato nella stagione montiana. Nel governo Letta si possono confrontare due ideologie alternative, due linee politiche e programmatiche espressione di interessi materiali diversi. Sul piano culturale è un salto di qualità: la riapparizione della politica sul terreno dell'economia. Insomma, per quanto paradossale possa apparire, il governo Letta, proprio perché rimuove la rendita anti-berlusconiana, è una opportunità di disvelamento o di maturazione: il Pd è costretto a esprimere la propria identità di forza del cambiamento progressivo nel confronto-conflitto-compromesso quotidiano con il Pdl. Identità alternativa al berlusconismo, non anti-berlusconiana. Il Pd o nuota o affoga nel mare in tempesta. Non è più possibile galleggiare e lasciarsi trasportare dalla corrente.
È in grado il Pd di sostenere sul piano culturale prima che politico e organizzativo il confronto-conflitto-compromesso? Soprattutto, è possibile riattivare a scala europea qualcuno degli strumenti nazionali di regolazione dell'economia spazzati via dalla liberalizzazione dei movimenti di capitale e di merci e servizi? Non lo so. So che il rischio di normalizzazione ideologica e culturale intravisto da Asor Rosa nel governo delle larghe intese è reale. So anche che l'offensiva centrista e culturalmente subalterna di Matteo Renzi, ben dissimulata dal giovanilismo rottamatore, aggrada gli interessi più forti. So, però, anche che le radici culturali del Pd non sono tutte rinsecchite, i suoi insediamenti sociali pur terremotati esistono, la sua classe dirigente amministrativa e politica, spesso poco visibile ai grandi media, è di qualità in tanti territori. So, anche che, qui e ora, evitare la sfida del governo sarebbe stato esiziale. Rinviare la battaglia a tempi migliori, dopo la dovuta auto-critica di errori e omissioni, dopo un adeguata preparazione di impianto, di organizzazione, di alleanze sociali e politiche e di classe dirigente, dopo la costruzione a carico di altri di scenari meno sfavorevoli nell'euro-zona, avrebbe voluto dire condannarsi alla marginalità e lasciar allargare il fossato tra una società disperata e una politica autoreferenziale. Un rischio troppo grande per essere corso, non per il Pd, ma per le milioni di persone più in difficoltà. Le emergenze economiche e sociali, oltre che democratiche, e la fase costituente aperta nell'Unione europea richiedono, qui e ora, il combattimento.
Per combattere e avanzare è decisiva un'analisi corretta della fase. Per capire dove siamo è utile alzare lo sguardo oltre i nostri confini. Cogliere le condizioni di debolezza di tutte le forze della sinistra europea, al governo o all'opposizione, siano esse più o meno radicali. Riconoscere «lo svuotamento politico e culturale del centro-sinistra e del Pd» quale fenomeno comune alle sinistre europee in quanto determinato dallo svuotamento della democrazia nazionale. Rilevare, ovunque, l'avanzata di movimenti populisti e nazionalisti, insieme al rinvigorimento delle destre, in quanto capaci di illudere nella riconquista della sovranità perduta attraverso regressioni nazionaliste. Insomma, accettare che la causa primaria della difficoltà di rappresentanza degli interessi sociali legati alla produzione e al lavoro, denunciata da Asor Rosa, è l'inefficacia della politica prigioniera della dimensione nazionale. Dire chiaro che sono pericolosi i tentativi di scaricare sulla rappresentanza, sui partiti e su ogni forma di mediazione tra la folla e il capo, l'inefficacia della democrazia. Denunciare che sono aperti a sbocchi reazionari i propositi di ricostruire poteri decisionali attraverso l'investitura mediatica e elettorale diretta di un capo. E convincere che l'unica strada per recuperare sovranità e capacità di governo democratico è l'irrobustimento politico dell'Unione europea. Un progetto da realizzare non soltanto nella dimensione istituzionale, ma sul terreno della rappresentanza politica e sociale. Innanzitutto, un partito organizzato, strutturato, federato a scala europea, dotato di una cultura politica autonoma per ridare incisività alla democrazia e senso alla rappresentanza.
Alla rappresentanza di chi? Alla rappresentanza di una parte. Perché un partito è parte, come sottolinea Mario Tronti. Non contenitore per la raccolta indifferenziata di interessi tenuti insieme sul piano elettorale da un leader mediaticamente efficace per un governo di intrattenimento. Quale parte? Il Pd deve rappresentare le persone che lavorano disponibili al cambiamento progressivo: lavoratori dipendenti e precari, lavoratori autonomi, professionisti e imprenditori. Non un interclassismo de-vertebrato. Ma un progetto politico come piattaforma per l'alleanza di interessi diversi orientati verso la rigenerazione europea della civiltà del lavoro evocata dall'articolo 1 della nostra Costituzione. A partire dalle persone che lavorano in condizioni di subordinazione, in forme tradizionali o inedite, oltre i confini classici del lavoro dipendente. Perché nella dimensione della produzione rimangono, drammaticamente aggravate e differenziate, asimmetrie di potere tra chi organizza il lavoro e chi offre il lavoro. Perché lo smarrimento antropologico denunciato dalla dottrina sociale della Chiesa può essere affrontato, come ricorda Pierre Carniti in "La risacca", soltanto a partire dal senso del lavoro per la dignità della persona e per la costruzione della comunità. Dal lavoro come fatto sociale. Quindi, un neo-umanesimo laburista come orizzonte del progetto politico.
Insomma, il Pd non è perduto. Nella sfida del governo può perdersi. Come altri grandi partiti si sono persi all'opposizione. Ma può anche, dal governo, battere il ferro per forgiare "l'anello mancante". Portare avanti, nella tempesta, la costruzione del progetto avviata negli ultimi anni. Perché il progetto per un partito è, secondo le parole di Alfredo Reichlin, la funzione storica che svolge. Sono i cambiamenti reali che porta a compimento. Non è un compito da delegare a un ceto politico da giudicare dalla finestra. È un cimento collettivo che le energie morali, intellettuali, politiche e sociali progressiste devono affrontare insieme.