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“Nnpp”, il nuovo movimento “Non ne possiamo più” che Vittorio Emiliani ironicamente propone (l’Unità14.6.2009) riguardo a certe mene postelettorali nel Pd, vorrei applicarlo alla pertinacia con la quale architetti internazionalisti fra i più noti squadernano progetti grandiosi e insensati in ogni luogo che gli capiti sottomano. L’ultima denuncia è di Francesco Erbani su Repubblica del 13 scorso (vedi anche in eddyburg): progetto di Ricardo Bofill per il lungomare di Salerno. Un “Crescent alto come un palazzo di dieci piani visto dal lungomare avrà l’aspetto di un immenso paravento solcato da colonnine che gli danno un marchio postmoderno (ma molto in ritardo)”, cui si aggiunge una manciata di altri edifici per un totale (cito ancora Erbani) di oltre 150.000 metri cubi. Ciò che colpisce in episodi di questo genere da molti anni ricorrenti in diverse città e cittadine, si divide in almeno tre ragioni (a parte l’ovvia domanda dell’imprenditore e/o proprietario): un sindaco (eventualmente sostenuto da una giunta o da un Consiglio comunale) che aspira a iscrivere il proprio Comune nel Guinness dei primati relativi alla tronfiezza architettonica e all’arrendevolezza urbanistica, sindaco che addirittura, come nel caso salernitano, diventa fanatico sostenitore al di là da ogni ragionevole dubbio; un architetto disponibile non solo a realizzare un’opera completamente avulsa dal conteso fisico-sociale per enormità di apparenza e di inconsistenza sostanziale, ma a garantire l’ottenimento senza sconti della montagna di metri cubi edilizi richiesti dallo speculatore di turno colluso «culturalmente» con l’amministrazione pubblica; un architetto, il medesimo, propenso a proporre continuamente la stessa soluzione, come se non sapesse che il problema dell’architettura si presenta ogni volta in maniera diversa e secondo diverse condizioni ed esigenze urbanistiche, solo deciso a imporre la figura manifesto della propria superiore arroganza. Il Crescent di Bofill (lasciamo perdere la pretesa di uguagliarsi alla mirabile opera di John Wood il Vecchio a Bath) passa, lo nota il soprintendente, da Cergy Pontoise a Savona a Montepellier. E, annoto, deriva dall’ormai vecchio ipercolonnare “Les Echelles du Barocque” di Parigi/Montparnasse. Tutto questo non ha niente a che fare con la coerenza d’artista; consegue alla pretesa di reclamare la validità dell’architettura come oggetto in sé e per sé, come forma individuale, a prescindere dalla città, dall’ambiente fisico e sociale, dal paesaggio. Quando poi si tratti di mare e costa sembra che non ci sia scampo: in eddyburg abbiamo denunciato il caso incredibile di Mola di Bari “il meno immaginabile di territori disponibili” coi due fronti a mare “sacrificati alle potenti cubature ideate da Oriol Bohigas, grazie tante al contesto” (Falsificazione dell’architettura e privazione dell’urbanistica, in eddyburg 11.09.2006. Quando l’architetto si innamora di una forma astratta diventata maquette sul suo tavolo da lavoro o rendering di computer, sembra reticente a mollarla caschi il mondo, qualsiasi sia la localizzazione. Riguardo alle città di mare forse è meno noto un caso recente apparso sulle pagine locali di Repubblica/Genova. Mario Botta propone per Sarzana (Sp) una specie di torraccione a fungo, gonfio e altissimo, cilindrico due volte; ma cilindri contraddistinguono anche un suo progetto per Boccadasse a Genova. E prima fece scalpore, nella ricostruzione della Scala di Milano, il volume cilindrico ellittico (di cui non c’era bisogno) come fosse posato sul tetto del neoclassico Palazzo del Biffi e che, nella visione dalla piazza, guardiamo spaesati affiancare il colossale cubo scenico del teatro.

Nnpp. Non dovremmo denominare architettura queste cose e cosone. D’altronde un altro carattere le distingue come oggetti estranei ai contesti: la mancanza di indicazioni circa una attendibile e utile destinazione. Insomma cosa conterranno tali enormi volumi edificati è indifferente. Il corretto, ben studiato, prevedibile utilizzo degli spazi, punto d’onore di ogni progetto legato a una propria necessità, non interessa né allo speculatore, né al sindaco vanitoso, né al progettista famoso. Il “mostro”, come usa chiamarlo, inverato ridistribuirà comunque proporzionati vantaggi alle tre parti.

Il 23 luglio 2009, in Sardegna, sono bruciati 15000 ettari. Non è facile immaginare una superficie incendiata così vasta, qualcuno pensa che tutto questo porti a risultati positivi. Oggi siamo tutti più poveri economicamente, abbiamo meno boschi, paesaggio e possibilità, è come se qualcuno in borsa avesse bruciato i vostri investimenti, i vostri risparmi di 50 anni.

Tuttavia, chi lo ha fatto, deliberatamente, Vi ha sottratto un pezzo di futuro.Non sono certo dei ragazzini annoiati o degli idioti che vogliono liberarsi dei turisti. A Torralba, sul monte Arci, a Arenas, a Loiri, a San Teodoro, no!! Qualcuno, lo fa pensando che qualcosa volga a suo favore, e non è facile capire quale è il ragionamento.

Se entro 15 anni non si può cambiare da una destinazione d'uso ad un'altra, un terreno incendiato, se entro 10 non si può costruirci, e per 5 non ci si può pascolare, a che serve?

Se l'antincendio è professionalizzato e non si assume gente in funzione degli incendi e magari si compensa il servizio per il conseguimento di risultati, a che serve?

Può essere utile per allontanare i già pochi turisti, oppure può essere utile per costruire tra 10 anni, degli agriturismi nelle campagne bruciate. Il bosco non torna in 10 anni, non torna nemmeno in 25, ne, forse, in 50!

Noi tuteliamo gli arginelli dello Stagno di Molentargius per il fenicottero, i Sette Fratelli o il Monte Lora per 4 aquile, la costa di Bosa per i grifoni o l’area di Piscinas per i cervi, e poi, in 10 ore sono bruciati 100 siti di interesse comunitario, 3 parchi, protetti per anni dalle azioni pericolose, puntuali, minute.

Forse molti pensano che questo produca qualcosa di positivo e probabilmente non si rendono conto che non lo porta, che non è possibile e che comunque, tutto ciò, ci condurrà a vivere peggio, noi, loro ed i loro figli e nipoti.

Quando sparisce l'ombreggio, aumenta l'irraggiamento del suolo, i suoli si asciugano prima, l'aridità estiva arriva prima. I suoli asciutti sono più difficili da imbibire, sono meno permeabili, le piogge estive ed autunnali erodono più velocemente lo strato di alcuni cm, superficiale, quello più fertile, che sparisce, scompare e riprende seriamente solo quando la vegetazione è ricca, a foglie larghe (corbezzolo, querce, etc.).

Facendo così aumentiamo le possibilità di inondazione a settembre, ottobre, novembre, e non servono i soldi dell’Unione Europea, non servono i metodi di tutela idrogeologica, e molti morti possibili sono in agguato per frane o inondazioni.

Qualcuno si sentirà in dovere di far tutela, sistemare alvei e regimare corsi d’acqua, privarci di naturalità, di quanto rende più ricca la Sardegna, la naturalità superstite intimamente permeata di vita rurale.

Il recupero da tali situazioni è lento ed intanto noi, autolesionisti, siamo qui a dire che è arido, ma se il suolo è arido, c'è meno condensa e si formano e fermano meno nuvole e piove meno. Noi tagliamo gli alberi, cancelliamo i filari di ombreggio lungo strade e ferrovie, gli eucalipti nelle aree della bonifica e della riforma, abbassiamo il vento al suolo, riduciamo le zone d’ombra, le siepi, gli alberi in città e nei paesi, diminuiamo il fresco, aumentiamo il calore al suolo e l’evaporazione. Il bestiame figlia di meno, ha latte meno ricco e gli allevatori guadagnano meno, i coltivatori anche.

Il caldo non consente di vivere, non consente di pensare, di avere pensieri liberi e incrementare il caldo, la temperatura, vuol dire dover indirizzare risorse per ridurla. Questo è un modo per limitare la libertà di tutti, ognuno vedrà ridotte le possibilità dei propri figli e le proprie, sia economiche che di pensiero.

I morti non sono solo due, i morti sono tanti, ma i non nati sono molti di più perché l’impoverimento sociale e culturale sottrae più vite del fuoco.

Un ettaro non bruciato è vita, vita guadagnata, vita attuale e vita futura, libera, ricca di pensieri, di verde, di fresco, di possibilità.

Le possibilità cancellate in un momento dal fuoco, per 5, 10, 15 anni, sono pari alla durata dell’infanzia di 2 generazioni, che, dove è bruciato, non conosceranno la macchia, il bosco, la sua vegetazione, la sua ricchezza e saranno più poveri, di vita, di pensieri e di possibilità economiche, condannati da qualcuno che aveva pensato che il fuoco è meglio, il fuoco è grande.

Siate intelligenti, ogni ettaro non bruciato sono vite future, benessere e libertà ed una buona premessa per la felicità.

Questa settimana la rubrica dei Cantieri sociali ospita un racconto che viene da Verona. Autrice ne è Tiziana Valpiana, che vive nella città di Flavio Tosi, il sindaco appena condannato per aver detto cose razziste. È una storia piccola piccola, di quelle che piacciono a Carta.

Quasi 500 cittadini e cittadine veronesi hanno proposto «un percorso pubblico per esprimere dissenso verso una città chiusa, discriminante e paurosa e per progettare una città aperta, giusta e gioiosa». Alla fine hanno individuato, come simbolo della città chiusa, discriminante e paurosa l'atto scellerato dell'amministrazione comunale di togliere le panchine dai giardini in cui erano soliti sostare anche stranieri. Togliendo le panchine, si sono ridotti i diritti di tutti: quelli ad una sosta ristoratrice, a giardini pubblici curati, al riposo, alla convivialità, a godere «gratuitamente» della vista della nostra città... Tutti i sabati di maggio alle 12, portando le proprie sedie da casa, i membri del Comitato, e non solo, si sono riuniti nel disadorno e indegno giardinetto di via Prato Santo semplicemente per stare assieme, offrendo a chiunque un aperitivo, una poesia, una lettura, uno spettacolo, a simboleggiare la possibilità di una città aperta, giusta, gioiosa. Il 9 luglio hanno «offerto» a quel giardinetto una verde e luccicante panchina che, certo, non era sufficiente a cancellare il degrado nel quale l'amministrazione lascia questo ed altri luoghi pubblici: ma non era che l'inizio di una riqualificazione voluta e attuata direttamente dai cittadini e dalle cittadine.

La panchina, ben confezionata con elegante fiocco rosso, è stata «scartata» e inaugurata, «a disposizione di chiunque voglia sedersi nei Giardini di Via Prato Santo», recita la targa affissa dal Comitato Verona città aperta.

Visto anche il via vai di giornalisti e fotografi, si sono subito avvicinati dei «curiosi» chiedendoci informazioni e plaudendo all'iniziativa. Molti hanno voluto essere fotografati seduti sulla panchina. Verso le 13 abbiamo acquistato della pizza, delle birre, un po' di frutta e verdura e, contravvenendo ad altra ordinanza, ma sotto gli occhi anche delle forze dell'ordine, abbiamo pranzato lì sulla «nostra» (e vostra) panchina, attirando, nell'ordine, un ragazzo del Senegal che si è unito a noi e sei turisti tedeschi che, stanchi del giro turistico in città e in attesa di andare a vedere Carmen in Arena, avevano cercato un po' di riposo, in mancanza di meglio, appoggiandosi ai tronchi degli alberi. È stata poi la volta di un ragazzo con le stampelle, che sulla panchina ha trovato un po' di riposo.

Al vicino bar, dove siamo andati a prendere i caffè che abbiamo poi sorseggiato sulla panchina, il gestore ci ha fatto presente che in quel giardino mancano anche le strisce pedonali per poterlo raggiungere, pur trattandosi di una meta un tempo frequentata da anziani. Un tempo, perché da quando le panchine non ci sono più - ci aveva fatto notare una signora residente lì vicina che era solita accompagnare il padre in carrozzella - l'accompagnatore è costretto a restare in piedi... C'è stato anche chi (un uomo dal codino grigio) ci ha gridato che su quelle panchine si sedevano anche coloro che «non pagano le tasse», ma quando gli abbiamo risposto che noi le paghiamo, altri non le pagano perché vengono fatti lavorare in nero, altri ancora perché sono evasori, non ha saputo replicare.

Alle 19, ora stabilita per il ritrovo di tutto il Comitato per un aperitivo di inaugurazione, una pioggia torrenziale ha costretto tutti a scappare. Giusto in quel momento è arrivata una macchina dei Vigili urbani, mandati a controllare la «manifestazione», ai quali abbiamo spiegato il senso della nostra azione, lasciandoli stupefatti.

L'indomani mattina, acquistati i quotidiani, abbiamo deciso di andare a leggerli, come si fa in tutte le città del mondo, al giardinetto, sulla panchina...che non c'era più! Su un palo della luce era rimasto affisso un cartello «Come è difficile restare umani. Grazie per la panchina», e come firma un nome di donna. Abbiamo pensato anche al suo grazie quando abbiamo posizionato nello stesso luogo una sedia («A disposizione di chiunque ») e le foto del giorno prima. Sulla sedia abbiamo lasciato un quaderno perché ciascuno possa scrivere ciò che pensa. La prima frase ieri era: «Una panchina è per sempre». Andate a scrivere la vostra fino a quando durerà: un vandalo si aggira per Verona.

L’attacco finale alla democrazia è iniziato. Berlusconi e i suoi sferrano il colpo definitivo alla libertà della rete internet per metterla sotto controllo. Ieri nel voto finale al Senato che ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (disegno di legge 733), tra gli altri provvedimenti scellerati come l’obbligo di denuncia per i medici dei pazienti che sono immigrati clandestini e la schedatura dei senta tetto, con un emendamento del senatore Gianpiero D’Alia (UDC), è stato introdotto l‘articolo 50-bis, “Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet“. Il testo la prossima settimana approderà alla Camera. E nel testo approdato alla Camera l’articolo è diventato il nr. 60.

Anche se il senatore Gianpiero D’Alia (UDC) non fa parte della maggioranza al Governo, questo la dice lunga sulla trasversalità del disegno liberticida della “Casta” che non vuole scollarsi dal potere.

In pratica se un qualunque cittadino che magari scrive un blog dovesse invitare a disobbedire a una legge che ritiene ingiusta, i provider dovranno bloccarlo. Questo provvedimento può obbligare i provider a oscurare un sito ovunque si trovi, anche se all’estero. Il Ministro dell’interno, in seguito a comunicazione dell’autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l’interruzione della attività del blogger, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine. L’attività di filtraggio imposta dovrebbe avvenire entro il termine di 24 ore. La violazione di tale obbligo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000 per i provider e il carcere per i blogger da 1 a 5 anni per l’istigazione a delinquere e per l’apologia di reato, da 6 mesi a 5 anni per l’istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all’odio fra le classi sociali. Immaginate come potrebbero essere ripuliti i motori di ricerca da tutti i link scomodi per la Casta con questa legge?

Si stanno dotando delle armi per bloccare in Italia Facebook, Youtube, il blog di Beppe Grillo e tutta l’informazione libera che viaggia in rete e che nel nostro Paese è ormai l’unica fonte informativa non censurata. Vi ricordo che il nostro è l’unico Paese al mondo, dove una media company, Mediaset, ha chiesto 500 milioni di risarcimento a YouTube. Vi rendete conto? Quindi il Governo interviene per l’ennesima volta, in una materia che vede un’impresa del presidente del Consiglio in conflitto giudiziario e d’interessi.

Dopo la proposta di legge Cassinelli e l’istituzione di una commissione contro la pirateria digitale e multimediale che tra poco meno di 60 giorni dovrà presentare al Parlamento un testo di legge su questa materia, questo emendamento al “pacchetto sicurezza” di fatto rende esplicito il progetto del Governo di “normalizzare” il fenomeno che intorno ad internet sta facendo crescere un sistema di relazioni e informazioni sempre più capillari che non si riesce a dominare.

Obama ha vinto le elezioni grazie ad internet? Chi non può farlo pensa bene di censurarlo e di far diventare l’Italia come la Cina e la Birmania.

Oggi gli unici media che hanno fatto rimbalzare questa notizia sono stati Beppe Grillo dalle colonne del suo blog e la rivista specializzata Punto Informatico( http://punto-informatico.it/). Fate girare questa notizia il più possibile. E’ ora di svegliare le coscienze addormentate degli italiani. E’ in gioco davvero la democrazia!

Razzisti, vergognosi sfruttatori elettorali di problemi irrisolti, classe politica impresentabile che ci porta fuori dal mondo civile … E allora?

Tutto vero, naturalmente, ma: e allora?

L’ennesima sparata di un leghista a caccia di voti facili, come tutte le sparate del genere, è andata perfettamente a segno, a modo suo. Prima si propone l’apartheid sui mezzi pubblici di Milano, una cosa che praticamente in tutto il mondo conosciuto è ritenuta repellente e costituzionalmente impraticabile. Poi a brevissimo termine la solita rettifica: era solo una battuta, per carità. Ma il sasso nello stagno è lanciato, e genera i soliti cerchi. Un incubo di meccanica prevedibilità: un po’ di signore, anziani ecc. per vari motivi frequentatori quotidiani dei mezzi pubblici che iniziano a pensare … beh, questi almeno propongono qualcosa; sul versante opposto, immediato passaggio d’ordinanza all’iperspazio galattico, condito anche da viaggi nel tempo, verso gli anni ’50, l’Alabama, o le leggi razziali fasciste del 1938 …. Tutto condivisibile naturalmente … Ma poi?

Poi, ad esempio, potrebbero a tutti tornare in mente le scenette (assai meglio recitate, elettoralmente parlando) del cognato di Craxi che urlava “fascista, razzista!” a un tranviere reo di aver litigato con gli zingari malamente accampati da mesi sul piazzale del deposito autobus. A telecamere spente, l’eroe dell’integrazione a spese altrui ordinava poi di sgombrarli, quegli zingari, magari per lasciarli accampare in condizioni e impatti anche peggiori altrove.

Le “reazioni” (virgolette d’obbligo) del centrosinistra alla nuova sparata sulle vetture riservate ai bianchi padani mancano anche dell’impatto mediatico delle antiche urla del sindaco milanese socialista: almeno lui strillava in mezzo a quel piazzale. I paladini dei pur condivisibilissimi Valori appaiono confezionare i propri prodotti mediatici in ambiente perfettamente sterile, forse proprio per non rischiare di mescolare le grandi categorie dello spirito alla realtà: quei vagoni della metropolitana che come sanno tutti fanno schifo, e resteranno identici (e pronti ad alimentare nuove sparate) se li si affronta a colpi di de-territorializzata, aulica solidarietà.

Proviamo invece a riassumere la questione in altri termini.

A partire dal fatto che la metropolitana di Milano fa sempre più schifo, perché sono mancati progettualità, investimenti, strategie. Non solo per pensare ad ampliare la rete, con opere che si sa costano moltissimo (e che probabilmente neppure i soldi dell’Expo riusciranno a coprire), ma ad usare in pieno le potenzialità di quella esistente. E sui mezzi di superficie, che sarebbero come ci insegnano le migliori esperienze internazionali complementari alla costosa dorsale sotterranea, le cose vanno anche peggio, appunto con mezzi sporchi, disorganizzazione, poca vigilanza e via di questo passo. I mezzi pubblici sempre più sono usati da chi per un motivo o l’altro non ha alternative, mentre ad esempio certe strategie per il territorio metropolitano sembrano ignorare o sottovalutare gli aspetti qualitativi e quantitativi della rete dei mezzi (a partire dall’idea demente del tunnel autostradale che collega i grandi progetti di trasformazione urbana in corso).

Ma nessuno ha parlato di queste cose, che notoriamente sono al 100% responsabilità di chi governa Milano da molti lustri. Beh: se non è masochismo, poco ci manca.

Nota: su un tema convergente si veda anche il mio commento a un articolo di Ilvo Diamanti dedicato alla Utopia/Atopia della sinistra italiana (f.b.)

Sinistra che era utopica, e ora si scopre atopica: c’è contraddizione? Mi pare di no. Certamente no: utopia e atopia possono tranquillamente coesistere, mescolando l’una i propri potenziali guai a quelli dell’altra.

E ha ovviamente ragione Eddy quando osserva, nella sua postilla all’articolo di Ilvo Diamanti sulla “Sinistra senza Luoghi”, che sembra mancare del tutto qualunque conoscenza di territorio, o forse meglio qualunque rapporto fra questa conoscenza e le idee di governo del futuro.

Ma mi tornano in mente, chissà perché, le facce di un gruppetto di giovani (studenti, presumo) che qualche anno fa alla fine di un convegno, dove fischiava prepotente il vento delle grandi categorie dello spirito, si sono avvicinati al tavolo dei relatori, puntando occhi speranzosi sul sottoscritto (che si aspettava invece di vederli virare verso le superstar accademiche locali). Il loro più audace portavoce, mi chiedeva poi rispettoso come avessi mai potuto escogitare un sofisticato metodo di indagine territoriale come quello che avevo esposto poco prima.

Gettandomi nell’imbarazzo più totale: quale metodo avevo citato? A quale teoria, a me evidentemente sconosciuta, si stava riferendo il mio giovane speranzoso interlocutore? Come potevo al tempo stesso non deluderlo, e cercare di uscire alla svelta da quell’equivoco?

Poi, ascoltandolo un po’ meglio, un raggio di sole ha squarciato le tenebre: il misterioso “metodo di indagine territoriale” che avevo appena esposto, interessando tanto i giovani della platea (e magari annoiando gli altri relatori), era quello di andare a vedere direttamente, e prendere qualche appunto. Fine.

L’interesse di quei ragazzi si era risvegliato perché parlavo di cose che conoscevano, facevano parte della loro vita quotidiana. Cose che però non ritrovavano mai, o quasi mai, nelle riflessioni sul “territorio” con cui si cimentavano nelle aule universitarie: ricche di affascinanti categorie, giudizi, definizioni, quanto disperatamente estranee al mondo tangibile fuori dall’aula. Insomma utopia e atopia in quel caso avevano chiaramente finito di sovrapporsi, confondendosi l’una con l’altra.

E si trattava fra l’altro di un caso alto e raffinato di confusione, ben diverso da quello più o meno praticato dal nostrano centrodestra, riassunto dall’articolo di Diamanti, e che vorrei qui riassumere con lo slogan di “ Earthquake Theme Park”, parco a tema del terremoto.

Cos’è infatti, essenzialmente, un parco a tema? Diamo un’occhiata ai fatti: si recinta un pezzo di territorio, ci si costruisce dentro uno spazio altamente simbolico, “falso” in quanto propone un’immagine del mondo dichiaratamente improponibile fuori da lì, e si fa pagare l’ingresso per godersi la simulazione. Poi scesi dalla giostra si varcano i cancelli nell’altra direzione, e arrivederci alla prossima visita! Manca qualcosa? Ovviamente si.

Mancano il resto del territorio, e tutto ciò che territoriale non è, ma su cui il parco a tema (sin dai suoi esordi, non solo Disneyland, ma anche esempi più antichi come i Sacri Monti) proietta nello spazio e nel tempo la propria luce. È esattamente quello che il centrodestra, ognuna delle varie componenti a modo suo, ma con una manovra complessivamente efficacissima, pratica da anni, e che ha raggiunto il suo punto più alto col terremoto in Abruzzo, e la trasformazione appunto di quel territorio in un recinto fatato, dove le favole sapientemente diventano realtà, e i luoghi carburante ad alimentare il motore dell’immaginario e del consenso. D’altra parte, anche gli altri aspetti diciamo così minori (le piccole giostre di paese che scimmiottano e/o replicano localmente il grande parco a tema) continuano imperterriti a funzionare: dall’ascolto vero o presunto degli interessi dei produttori di ricchezza, alla tutela della qualità degli spazi di convivenza, marchio “sicurezza”.

Come nei migliori parchi a tema, poi, a proiettare la luce della giostra sul resto della città e sulle tenebre della campagna ci pensano i mezzi di comunicazione, se si sanno usare bene. Quel recinto simbolico invade così il resto del mondo: sogno realizzato, o meglio quasi sul punto di realizzarsi, se non fosse per i soliti disfattisti dell’opposizione (per inciso: erano opposizione, al sogno si intende, anche quando erano al governo).

E sull’altro versante? Di solito, silenzio, o borbottio, qualche volta scimmiottature dell’originale, che ovviamente non riproducono affatto l’originale, e non si vendono come l’originale. L’utopia ridotta a misteriosa categoria dello spirito, oggetto di fede, soprattutto intangibile nella vita quotidiana. L’atopia, che si traduce anche nel pensare (quasi automaticamente) ai leghisti appena si avvista un gazebo bianco all’orizzonte. Poi magari si scopre che è una promozione di formaggi, ed è proprio da quel modello che le camicie verdi hanno copiato: non si potrebbe imparare almeno quello? A guardare e imparare, prima di lanciarsi in grandi utopie?

Intendo dire PRIMA, non INVECE: una distinzione che spesso si sorvola.

(*) Nota: curiosamente, Uto-Ato era anche un tormentone cabarettistico di gran successo negli anni ’70, lanciato dall’architetto Mario Marenco in una delle trasmissioni televisive di maggior successo di Renzo Arbore

Il dibattito che ha segnato questo dopo terremoto, o meglio le polemiche, tutto sommato modeste, che anche questa catastrofe ha messo in campo, oltre che sulla ingiustificabile fragilità del cemento armato e della prevenzione che non c’è, ha puntato il dito, complice un gas un po’ misterioso, il radon, sulla previsione dei terremoti.

Credo che non sia necessario, dopo tutto quello che è stato detto e scritto, tornare sul funzionamento di quel gas come precursore e sugli evidenti limiti emersi circa le possibilità offerte ad un intervento di protezione civile. E’ infatti del tutto vero che in giro per il mondo il terremoto resta, e resterà probabilmente a lungo, un evento non prevedibile, che non offre la possibilità di rispondere alle tre fatidiche questioni poste da chi deve gestire un’emergenza: dove, cosa e quando sta per capitare, ovviamente in termini operativamente utilizzabili. Nel dibattito un po’ confuso su giornali e teleschermi, è sembrato tuttavia emergere che ciò che la scienza dovrebbe mettere a disposizione per "fare qualcosa di protezione civile" sia, piuttosto che una previsione, una predizione; cosa che riusciva bene solo a Cassandra, salvo poi non esser mai creduta.

Nessun evento naturale, ovviamente, può essere predetto. Nemmeno la meteorologia, con la quale abbiamo oggi tutti una utile confidenza, predice la pioggia ma semplicemente la prevede, attribuendo implicitamente a quel fenomeno una probabilità di accadimento, magari alta, ma pur sempre una probabilità. E siccome statistica e monitoraggio funzionano in quel contesto bene, spesso quanto previsto si avvera. Spesso, ma non proprio sempre, poiché resta una valutazione probabilistica. Quando poi non succede, poiché molto spesso si tratta di portarsi o non portarsi l’ombrello, fare o non fare una gita, le conseguenze sono relative. Certo, sempre in meteorologia, vi sono anche previsioni diverse, quelle per l’appunto che determinano comportamenti di protezione civile, per esempio all’avvicinarsi di piogge intense e concentrate, di allerta o allarme.

Specialmente in questi ultimi anni, il Dipartimento di Protezione Civile ha diramato frequentemente informative di tale tipo che hanno la funzione di testimoniare il fatto che ciascuno, sul territorio, è stato avvertito e quindi messo in condizione di fare quel che rientra nelle rispettive competenze (preparazione delle strutture di protezione civile, controllo, cautele, evacuazioni, etc.), sotto la loro diretta e unica responsabilità. Poi, se le cose dovessero non andare come da previsione, meglio così.

Per i terremoti le cose sono un po’ più complicate, il radon non sta alla scossa demolitrice come le nuvole nere all’orizzonte gonfie di pioggia, all’alluvione. Ed allora, considerata anche la posta in gioco, per gli imprevedibili terremoti è necessario stressare quello di cui si dispone.

E’ stato detto e ripetuto che oggi la ricerca di settore ha restituito una conoscenza dettagliata della sismicità di questo paese, fino a fornire dei valori delle accelerazioni del suolo durante il terremoto, secondo una griglia che copre tutto il territorio nazionale. E’ verissimo. Ma è anche vero che tale conoscenza ha consentito di stimare il rischio sul territorio nazionale, associando i valori di accelerazione del suolo alla vulnerabilità del patrimonio edilizio (cfr. Rischio Sismico – Agenzia di Protezione Civile - Servizio Sismico Nazionale, 2001). Sotto il profilo strategico, la conoscenza della distribuzione del rischio sismico consente un indirizzo mirato delle risorse –ove ci fossero- in prevenzione, posto che la loro entità per la riqualificazione delle vecchie costruzioni, vero zoccolo duro del problema sismico in Italia, è di dimensioni tali da rendere interventi a copertura totale assolutamente velleitari.

Ma in realtà la capacità di generare analisi di rischio nel paese ha consentito di effettuare altri passi che, alla luce di quanto successo al capoluogo abruzzese, assumono un particolare significato. Ha consentito di elaborare le analisi di scenario che riescono a disegnare con dettaglio -e come si vedrà con buona approssimazione- l’impatto di un determinato terremoto su un altrettanto determinato contesto territoriale, il cui utilizzo riveste una notevolissima importanza per diversi aspetti dell’intervento di protezione civile.

Il terremoto dell’Irpinia dell’80 ha rappresentato una delle peggiori performances di Protezione Civile in emergenza, oltre che per l’intensità dell’evento –nemmeno confrontabile con quello dell’Aquila- anche perché non si seppe per tre giorni cosa fosse accaduto e se le vittime fossero 100, 1000 o 10mila. Un’ora dopo il terremoto del 6 aprile, il Dipartimento di Protezione Civile annunciava anche il numero degli edifici che si riteneva fossero stati colpiti dalla scossa appena avvenuta: dai 10 ai 18mila. Vi è da presumere che presso il Dipartimento della Protezione Civile sia ancora in funzione il SIGE (Sistema Informativo Gestione Emergenza – Servizio Sismico Nazionale, 1997) che, conosciuto epicentro e magnitudo dell’evento dalla rete nazionale di rilevamento, elabora in tempo semireale i dati di vulnerabilità del patrimonio edilizio dell’area interessata dal terremoto.

Si può presumere che il Sistema abbia fornito, anche in questa occasione, un quadro di buona approssimazione di quanto accaduto, attraverso l’intero set di dati che è in grado di produrre: oltre agli edifici interessati dall’evento, quelli inagibili e quelli collassati, le persone coinvolte nei crolli (vittime e feriti) ed una prima stima dei danni. Le relative incertezze della risposta del Sistema possono essere imputate alla parzialità dell’informazione sismologica immediatamente disponibile (le elaborazioni partono dopo pochi minuti, con la prima intensità e localizzazione dell’evento,) ed anche al fatto che nella prima versione non erano state introdotte la così dette stime dicasualties, ovvero l’incidenza, calcolata su una consolidata base statistica, dell’ora dell’evento e del giorno della settimana, del mese dell’anno (che sono determinanti nell’affollamento degli edifici) ed ulteriori valutazioni di vulnerabilità.

Gli scenari, tuttavia, non servono solo dopo, quando il terremoto è già avvenuto -per scongiurare la mancanza di un quadro immediato delle dimensioni del disastro, come accaduto in Irpinia- ma hanno un’importante funzione nella fase preventiva e, soprattutto, nella pianificazione dell’emergenza. E’ del tutto evidente che la sintesi tra il molto che si conosce circa le condizioni geologiche e strutturali di un’area, la sismicità storica del luogo, la vulnerabilità del patrimonio edilizio e infrastruturale, nonché la fragilità del contesto territoriale, consente di avere in buona approssimazione una valutazione dell’impatto di un determinato evento. Anzi, di quegli eventi di diversa intensità che la sismicità storica ci dice essersi già prodotti nell’era in esame, a partire da quelli più forti ma, fortunatamente, più rari. Quella degli scenari è una realtà ormai consolidata a livello scientifico e molto spesso trova una verifica nella drammatica realtà dei fatti.

Nel febbraio del 2001, il Servizio Sismico Nazionale, collocato, dopo la chiusura dell’Agenzia nazionale di Protezione Civile, nel ricostituito Dipartimento della Presidenza del Consiglio dei Ministri, predispose e trasmise un documento intitolato Rischio sismico in Italia che, partendo da una valutazione delle dimensioni del problema sismico nel paese, segnalava anche alcuni punti irrinunciabili di un percorso per la riduzione di tali condizioni di rischio. Un capitolo riguardava le analisi di scenario, nel quale, per L’Aquila veniva segnalata la situazione con la quale la città si sarebbe dovuta confrontare in caso di tre eventi di diversa intensità (max.storico / grave / moderatamente grave):

intensità epic./abit.crollate/abit.inagibili/sup.dan.giata Mmq

X / 7000-24000 / 13000-2400 / 1.5 -2.3

VIII /100-650 / 1500-4500 / 0.15-0.4

VII / 10-120/ 400-1800 / 0.041-0.17

persone coinv.crolli/ vittime /feriti / senza tetto

16000-58000 / 4000-14500 /8000-29000/ 36000-21000

170-1200 / 40-300/ 80-600 / 2900-10000

20-200 /5-50 / 10-100 / 750-3600

L’evento del 6 aprile ha avuto un’intensità a L’Aquila del IX grado della scala Mercalli, andandosi quindi a collocare tra i primi due scenari allora proposti per il capoluogo abruzzese, e conferma l’efficacia di uno strumento di "previsione d’impatto" quale è in definitiva un’analisi di scenario, per altro realizzata ormai otto anni orsono e che si sarebbe dovuto affinare, come affermato nella dettagliata relazione di accompagnamento.

Certo, le analisi di rischio e le analisi di scenario non sono che un contributo alla soluzione dei fatidici quesiti dove, cosa e quando. Il problema, posto in questi termini, ci porta infatti a ritenere che si possa stimare cosa può accadere dove particolari condizioni di rischio (frequenza/intensità dei terremoti e vulnerabilità del contesto) inducono a concentrare l’attenzione, scontando tuttavia il fatto che nessuna indicazione si ha circa la terza incognita: quando.

La domanda allora non può essere che una: si può fare qualcosa anche se i terremoti non si possono "predire", nel momento in cui si hanno, tuttavia, livelli di conoscenza comunque dettagliati? E’una questione molto difficile da affrontare, su cui è mancata in questi giorni un’approfondita riflessione sia sul piano tecnico-scientifico che su quello politico-istituzionale. Riflessione che dovrebbe maturare, prendendo spunto, proprio sul terreno concreto di quanto successo in Abruzzo, attraverso un’inquietante inversione dell’ordine dei fattori: si può rimanere inerti ma con nelle mani determinati livelli di conoscenza, mentre per alcuni mesi uno sciame sismico genera inquietudine tra la popolazione di una città? Messa così la questione, la risposta non è obiettivamente semplice da formulare, e comunque, dovendo inevitabilmente tener conto di quanto poi avvenuto, difficilmente si può trovare una conciliazione tra le ragioni della scienza e i sentimenti della gente.

La questione è invece importante in prospettiva, come contributo alla riflessione invocata. Si potrebbe infatti richiamare l’attenzione sulla differenza macroscopica esistente tra la gestione di un’emergenza e la sua pianificazione. Ecco, in questo paese la prima ha sempre sistematicamente prevalso sulla seconda e, su questo aspetto, deve esser fatto un passo avanti, direi sul piano della cultura di protezione civile. La pianificazione dell’emergenza, specialmente in quelle aree dove gli scenari disegnano le situazioni più preoccupanti, non può essere solo quella della individuazione delle aree per le tendopoli, della predisposizione dei servizi, della organizzazione ed ottimizzazione del volontariato, ed altre cose di questo tipo a cui oggi meritatamente si plaude, importantissime, vitali nell’immediatezza del post terremoto, affidate dall’attuale normativa alla responsabilità degli amministratori locali.

Opportunamente, in quanto procedura complessa da realizzare con omogeneità sulle aree più esposte, il problema dovrebbe essere affrontato dal livello nazionale della pianificazione dell’emergenza, previsto dalla vigente normativa, come si era iniziato a fare nel 1997, in un contesto emblematico rispetto al rischio sismico, quale la Sicilia orientale e l’area dello Stretto di Messina nell’ambito di una collaborazione instauratasi tra l’Agenzia di Protezione Civile e la Regione Siciliana (quest’ultima anche attraverso un finanziamento di 1.5 miliardi di lire).

Il coordinamento venne affidato al Servizio Sismico Nazionale, ma il progetto si arrestò a causa delle modificazioni istituzionali intervenute nel 2001, sebbene avesse fatto già parecchia strada. Quell’esperienza incompiuta individuava nelle analisi di rischio e in quelle di scenario, nonché nell’affinamento delle valutazioni di vulnerabilità, gli elementi centrali di riferimento attorno ai quali costruire il primo Piano nazionale d’emergenza ed aveva, come obiettivo prioritario, la individuazione delle criticità della risposta del sistema territoriale ai terremoti di riferimento. Criticità collegate alla eventuale insufficienza dei livelli organizzativi deputati al superamento dell’emergenza, sostanzialmente in termini di uomini e mezzi.

Ma anche e soprattutto criticità legate alla vulnerabilità del territorio nel suo complesso, alla perdita delle funzioni strategiche ai fini della protezione civile (prefettura, ospedali, etc., come è avvenuto a L’Aquila), alla fragilità dei sistemi infrastrutturali (quanto ritardo avrebbero avuto i soccorsi ai terremotati abruzzesi se una maggiore sollecitazione sismica sugli gli impalcati autostradali li avesse resi inagibili?), dell’edilizia di uso pubblico, ed altro ancora. Criticità, queste ultime, che non possono evidentemente trovare una soluzione all’interno del Piano, ma richiedono il coinvolgimento di altri livelli di governo ed intervento sul territorio, il concorso interistituzionale da attivare nella logica stringente della salvaguardia dell’incolumità della popolazione.

La questione, così posta, crea un nesso forte di interdipendenza tra le problematiche dell’azione in prevenzione (riduzione delle molte criticità presenti sul territorio) e la pianificazione dell’emergenza (essenziale momento di verifica in grado di far emergere quelle, in genere numerose, criticità). Pianificazione che deve essere intesa come strumento dinamico, in grado di innescare un processo virtuoso nel momento in cui richiede, con la forza dell’esigenza di sicurezza, che le criticità evidenziate siano risolte in modo da essere eliminate dal Piano, determinando passo dopo passo un percorso virtuoso verso la ottimizzazione dell’intervento in emergenza, realizzata anche e soprattutto attraverso la riduzione delle vulnerabilità e delle fragilità del territorio.

Nell’affermazione di questa sintesi tra due aspetti fondamentali dell’azione di protezione civile, prevenzione e pianificazione dell’emergenza, possono essere trovate, almeno in parte, le risposte alle domande inquietanti anche di questo dopo terremoto.

Dello stesso autore e sullo stesso tema, in eddyburg:

La prevenzione che non c'è, 7 aprile 2009

La fortuna dell'Italia, 13 aprile 2009

Il problema sismico in Italia, 21 aprile 2009

Sono una contadina interessata agli espropri del progetto ANAS collegamento tra la S.S. n.11 a Magenta e la tangenziale ovestdi Milano.

Ho avuto notizia del bando di espropri grazie al lavoro certosino fatto da una amica del Comitato No Tangenziale dell’Abbiatense Magentino che lo ha ritrovato sul dischetto del progetto definitivo.

A tutt’oggi 7.4.2009, a distanza di più di un mese dalla comunicazione a mezzo stampa sul “ Corriere della Sera” del 4.3.2009 non ho ricevuto alcuna comunicazione di esproprio di miei terreni e considerato che i privati interessati avranno tempo 60 giorni per presentare a ANAS le proprie osservazioni, mi chiedo come faranno le centinaia di persone interessate agli espropri ad adempiere ai ricorsi in tempi brevi.

Questa è la procedura della legge obiettivo e lascia ampi margini di incostituzionalità.

È chiaro che le osservazioni sul mio piccolo terreno saranno del tutto inutili, se non contribuiranno da un lato a informare la popolazione sui rischi che corre in termini di qualità di vita e salute pubblica, se questo progetto verrà portato a termine, dall’altro a porre in atto tutte le iniziative possibili per contrastarlo.

Quando nella procedura di approvazione si invitano le Province, i Comuni, gli Enti Parco,il Gruppo regionale di lavoro,a presentare motivate proposte di adeguamento o richieste di prescrizioni per il progetto definitivo, è evidente che non si tiene in minimo conto il parere dei comitati, delle associazioni, dei cittadini, degli agricoltori, che in questo territorio vivono e lavorano.

Questo progetto ha un impatto ambientale di tale portata che non è possibile non sottolineare il più possibile i potenziali effetti degli svincoli sopraelevati, dei viadotti, dei ponti. Penso per esempio a quello che si costruirà sul Naviglio di Leonardo in prossimità di Cascina Bruciata e che toglierà la visuale della Darsena e della città di Abbiategrasso, là dove si stanno spendendo soldi in ristrutturazioni della Casa del Guardiano delle Acque e in Palazzi storici lungo il Naviglio.

Quando si progetta una tale infrastruttura all’interno di due Parchi, Ticino e Parco Sud, si è rinunciato fin dall’inizio a capire il ruolo dell’agricoltura nella nostra vita, l’importanza della produzione di alimenti per la città, il ruolo dei paesaggi e della cultura agricola con la sua storia impregnata di lavoro e fatica millenaria.

IL TESORO NASCOSTO NEI CAMPI” come lo ha definito Carlo Petrini su la Repubblica, è lì, e ancor più oggi, in tempo di crisi economica e finanziaria, bisognerebbe investire in un settore che può creare occupazione e offrire opportunità per una vita qualitativamente migliore.

Nelle mie osservazioni ad ANAS non chiederò di spostare la strada qualche metro più in là, consapevole che non ha senso proteggere il proprio orticello, ma lavorerò, come ho sempre fatto in questi anni insieme al Comitato No Tangenziale, per fermare questo devastante progetto.

Stanno procedendo i lavori per il raddoppio della tratta ferroviaria Milano Mortara ed è su questa struttura che dovranno fare affidamento i pendolari, sempre che vengano costruiti i vagoni dei treni, e fatte viaggiare le merci, come si fa in tutte le nazioni progredite d’Europa.

Riqualificare il mezzo pubblico, incentivare l’uso collettivo dell’auto privata, sono consigli che bisogna accettare come scommessa se vogliamo ridurre i tassi di inquinamento della Pianura Padana e salvaguardare la salute dei cittadini.

Mi preme a questo punto sottolineare tutto quello che si sta facendo da anni nel nostro territorio per far comprendere la vivacità del settore agricolo e l’attenzione che si sta riaccendendo tra i cittadini.

A partire dal mio piccolo appezzamento, davanti al Centro di compostaggio di Albairate, dove è in atto il progetto di risemina di fioriture spontanee nei campi di cereali.

Lì i cittadini potranno ammirare anche quest’anno i papaveri e fiordalisi seminati in mezzo al frumento.

Quest’anno oltre alla distribuzione di seme gratuito dei fiori sono disposta a regalare la farina di frumento a chi si sarà impegnato ad informare e a lavorare per fermare il progetto della Superstrada.

Il Centro di compostaggio è già il primo esempio virtuoso di riciclo dei rifiuti, dove verrà sparso il compost riducendo la disponibilità di terreno e rendendo più difficoltosa la circolazione dei mezzi agricoli?

Altro esempio è la creazione del “Consorzio Agrituristico Terre d’Acqua”,che da qualche anno offre servizi ai cittadini , ha stimolato la collaborazione tra gli agricoltori , investendo nella multi funzionalità,nel risparmio energetico, nella tutela dell’ambiente e del territorio.

Di pari passo la Guida alle aziende agricole del Parco Sud Milano le ha fatte conoscere e stimolato i contatti tra mondo agricolo e urbano.

Oggi su richiesta dei G.A.S. si sta lavorando per la creazione di un Distretto Equo Solidale del Sud Milano e la fornitura di beni alimentari di qualità e da filiera corta è uno dei presupposti principali per la realizzazione del progetto.

Inoltre il Parco Agricolo Sud Milano ha recentemente istituito un marchio del Parco che concede alle aziende particolarmente impegnate in attività di salvaguardia ambientale e di promozione del territorio rurale, promuovendo il raggiungimento di alcuni obiettivi specifici,secondo le capacità finanziarie e le risorse che sarà periodicamente in grado di mettere a disposizione.

Altro progetto appena avviato è il protocollo di intesa tra Parco e Slow Food per collaborare allo sviluppo di interventi che favoriscano un modello virtuoso di gestione del territorio agricolo,e a sostenere progetti mirati alla valorizzazione del prodotto locale e della filiera corta.

La richiesta di prodotti biologici è in costante aumento,cifre fornite da Bio Bank danno una percentuale di aumento del 92% negli ultimi cinque anni.

Ma dove produrremo tali prodotti? Sotto ponti e viadotti?

Il progetto della Super strada è fortunatamente già diventato obsoleto se si avrà il coraggio di guardare al futuro in un’ottica attenta a salvaguardare le ricchezze e il paesaggio del nostro paese come la “Campagna Stop al consumo di territorio” sta invitando a fare in tutti Comuni e le regioni italiane.

Renata Lovati

Cascina Isola Maria

Albairate

Milano

Nota: il riferimento immedato per gli espropri qui è all'articolo de la Repubblica firmato da Stefano Rossi (f.b.)

postilla

Probabilmente sono ancora in parecchi a credere che la cosiddetta “postmodernità” coincida con una specie di caricatura del vecchio “edonismo reaganiano”, magari mescolata a un po’ del nostrano cinismo arraffone. E invece, leggendo ad esempio queste ponderate riflessioni sulla vita metropolitana nel XXI secolo, salta all’occhio quanto certe suggestioni un tempo patrimonio quasi esclusivo dell’intuizione artistica si siano ormai fatte esperienza quotidiana. Esperienza quotidiana forse di molti, non certo di tutti, e soprattutto quasi mai di chi decide per tutti: e appare pateticamente quanto pericolosamente in ritardo sulla tabella di marcia di uno “sviluppo” che pure impugna come vessillo da lustri.

Ho usato l’espressione “vita metropolitana nel XXI secolo” perché le note sugli espropri di Renata Lovati descrivono esattamente questo contesto, che a ben vedere ripropone tanti degli scenari spaziali e sociali che ci sono vagamente noti: dagli insediamenti utopici comunitari di Robert Owen, attraverso la città giardino cooperativa di Ebenezer Howard e la tecnologica Broadacre di Frank Lloyd Wright, sino alle recentissime riflessioni di alcuni esponenti della nuova urbanistica legate alla cultura ecologista e/o del cosiddetto Chilometro Zero, o Dieta delle Cento Miglia.

Ma al chilometro zero sembra rispondere la cupa e ottusa avidità di chi invece dista anni luce da questi scenari, e ha pensato la Expo 2015 milanese solo ed esclusivamente come vacca da mungere: non a nutrire il pianeta ovviamente, ma qualche miserabile per quanto vorace appetito locale/globale. C’è un modo per resistere all’assalto e replicare al Progetto con un Piano? Gli argomenti, solidi e del tutto postmoderni, come dimostra la nota, non mancano. (f.b.)

È piuttosto ovvio che una buona gestione delle risorse territoriali, “correntemente” attenta alla sedimentazione storica delle conoscenze locali, e parallelamente a innovazione e aggiornamento tecnico e organizzativo, sia un fattore chiave: nella prevenzione dei rischi, e una rapida reazione/ripresa. In sintesi si tratta di “migliorare l’urbanistica per ottenere il migliore equilibrio fra le necessità della popolazione e lo sviluppo economico, e i vincoli imposti dal rischio sismico” [1].

Dunque alcuni aspetti connessi al rischio sismico trovano spazio nella pianificazione “normale” alle varie scale territoriali, con specifico (e forse più conveniente) apporto rispetto alle misure, più note e discusse anche dalla stampa a larga diffusione, che riguardano i vari adeguamenti tecnici, edilizi, infrastrutturali. Esistono insomma numerosi aspetti specifici che caratterizzano normalmente l’approccio disciplinare della pianificazione del territorio e che emergono poi essenziali proprio nei momenti critici: costruzione di un’idea generale e condivisa di spazio, identità sedimentata, sviluppo socioeconomico.

L’area vasta

È alla scala intercomunale/regionale che si trova anche dal punto di vista del piano un preventivo coordinamento fra aree con potenziali danni a costruzioni e infrastrutture, e altre apparentemente “risparmiate”, ma che in quanto inserite nel medesimo sistema integrato anche a brevissimo termine potrebbero subire contraccolpi e generare nuove emergenze. Dunque è implicito nell’approccio del piano il suo ruolo di contenitore anche per interventi di ricostruzione, ripresa, e successiva gestione “ordinaria” del territorio, unendo ad esempio i problemi dei centri antichi e delle aree montane più colpite e a rischio di isolamento, o quelli delle emergenze storiche e monumentali ad alta visibilità anche simbolica ( si pensi ai danni socioeconomici per attività legate al turismo, spesso essenziali per vaste zone), al tessuto funzionale che garantisce vitalità al tutto, e ad altri elementi altrettanto strategici. Uno schema apparentemente oneroso (è la critica più frequente, anche oltre la solita insofferenza al cosiddetto big government) ma che a differenza di qualunque serie di interventi puntuali e/o di settore è fatto per garantire coesione del tessuto sociale e delle attività economiche. A partire dalla possibilità in caso di emergenza di individuare prontamente una “struttura territoriale minima” che riduca quanto più possibile i rischi di abbandono, impedisca processi di disgregazione della complessità e relativa resilienza.

È poi, evidentemente, alla scala del territorio vasto che si applicano i criteri di classificazione per le aree a sismicità elevata, media, bassa [2].

Ancora a questa dimensione il piano può e deve strutturare, anche secondo le classificazioni di rischio, l’organizzazione di spazi e servizi atti a garantire una immediata reazione, come nel caso italiano i centri della protezione civile e strutture connesse, secondo un criterio che poi si articolerà sia nei sistemi locali di scala inferiore che nelle relazioni orizzontali, ad esempio: con mappe del rischio su dimensioni comunali o di maggior dettaglio, aree attrezzate, punti/edifici strategici , aree di emergenza anche in relazione alle densità demografiche [3]. Il tutto nel quadro di un’idea strategica di sviluppo “con riguardo alla difesa dell’ambiente, alla riproduzione delle risorse ambientali, … alla messa in sicurezza delle città storiche, come contributo ad una qualità ambientale globale dei sistemi insediativi” [4].

La pianificazione territoriale diventa così contenitore ideale dei piani per il rischio, e dovrebbe da sola sottolineare l’inadeguatezza del solo intervento emergenziale: i contesti territoriali sono sempre e comunque complessi, specie con la “stratificazione storica che caratterizza il sistema insediativo del nostro paese” [5].

Il comune

La comunità locale è per definizione la scala conforme di qualunque interazione al minimo livello di complessità fra la rete sociale e quella ambientale, anche nella nostra società tecnologica evoluta, ed è anche quella da cui immediatamente muovono (in senso ascendente o discendente) le reazioni all’evento sismico: verifica dei danni, misure per soccorsi e ricostruzione, ripristino di un flusso organico continuo fra emergenza e vita quotidiana. È a questa dimensione che si può favorire e pianificare la permanenza, sviluppo, costruzione di una vera e propria “struttura urbana antisismica”, ovvero quanto rafforza resistenza e reattività all’evento, ma al tempo stesso ha caratteri specificamente di intervento urbanistico, ovvero non ricade negli abituali controlli e coordinamento delle costruzioni e relativi standards di sicurezza[6].

In quasi tutti i contesti, e specie in quelli misti e montani italiani a rischio sismico, un territorio comunale si caratterizza per la compresenza di vari tipi di insediamento: relativamente compatto ad esempio nel centro storico del capoluogo e le sue prime espansioni periferiche, poi le fasce lineari irraggiate lungo le principali arterie interurbane, poi nuclei minori di varie dimensioni e/o insediamento diffuso, più o meno legato alla rete agricola, naturale, paesistica, con vari equilibri nella distribuzione della popolazione e delle attività. Fra gli scopi del piano urbanistico comunale, scopi del resto esplicitamente ricorrenti – sino alla banalità – in qualunque relazione o articolato di norme tecniche, quello di ridefinire l’equilibrio funzionale fra le parti, ad esempio riqualificando la rete delle comunicazioni, o creando nuove centralità, o integrando elementi decentrati, naturali e di paesaggio entro la trama insediativa.

Ottimo esempio in questo senso, le Norme Tecniche del piano regolatore di Foligno, il centro principale colpito dagli eventi sismici di fine anni ’90, che definiscono (art. 6) lo “spazio urbano” come polarizzato, coordinato, connesso dai sistemi della mobilità, verde, servizi e attrezzature. E poi la rete di servizi e attrezzature (art. 25) a sottendere coesione ed equilibrio, coi suoi spazi per istruzione, cultura, sanità, impianti, ivi comprese sedi Protezione Civile e aree di emergenza [7]. Aree queste “finalizzate a soddisfare le esigenze di insediamenti temporanei in caso di calamità naturali” ma che naturalmente “Nelle more, possono essere utilizzate per attività sociali, ricreative e sportive all’aria aperta” [8].

Salta agli occhi come quel “ Nelle more...”, rappresenti proprio uno dei possibili traits-d’union fra un approccio di emergenza e uno di urbanistica corrente, dove l’emergenza/permanenza si traduce nel sommarsi di zone sicure, dimensioni adeguate, buona viabilità e accessibilità. Infine immediata disponibilità, ovvero sostanziale funzione di spazio pubblico, che nel caso di evento sismico si traduce nel luogo deputato alla funzione collettiva principale: di “attesa”, accoglienza, ricovero per la popolazione colpita.

[1] Cfr. ad esempio, California Seismic Safety Commission, Earthquake Loss Reduction Plan 2002-2006, cap. Land Use Element, dove per esteso si afferma che “Efficient use of land is one of the most critical issues in effective loss reduction and recovery from the disastrous effects of earthquakes. Because the risk of loss from earthquakes increases as the population increases, several areas of concern emerge in respect of land use: 1) generally, seismic hazard knowledge is neither adequately incorporated nor consistently applied in land use decision making; 2) acceptable levels of seismic performance in new developments are not clearly understood; 3 environments review procedures are not adequately addressing seismic hazards; [...] Objective: to improve land use panning to achieve optimum balance between the needs for the state’s population and economic growth and the constraints imposed by seismic hazards”.

[2] Nel caso umbro, su cui si basano sostanzialmente le presenti note, Cfr. Fabrizio Bramerini, La Legge 741/81 nella normativa regionale, in Walter Fabietti (a cura di), Vulnerabilità e trasformazione dello spazio urbano, Alinea, Firenze 1999; Cfr. Norme Tecniche del Piano Urbanistico Territoriale dell’Umbria (BUR n. 31, 31 maggio 2000), Art. 50, Criteri per la tutela e l’uso del territorio esposto a rischio sismico.

[3]La Relazione del Piano Urbanistico Territoriale umbro recita a questo proposito: “il modello proponibile … quello di una localizzazione diffusa delle aree da predisporre per l’emergenza. ... per una ripresa sostenibile che tragga dai caratteri del luogo … le ragioni di un nuovo equilibrio”.

[4] Ivi, cap. Opzioni ed Obiettivi del PUT/Beni ambientali e culturali/Centri storici.

[5] Gianluigi Nigro, Pianificazione territoriale ed urbana e riduzione del rischio sismico, in Regione dell’Umbria, Manuale per la riabilitazione e ricostruzione postsismica degli edifici, a cura di Francesco Gurrieri, Tipografia del Genio Civile, Roma 1999, p. 432.

[6] Si tratta in sostanza di uno schema generale insediativo in grado di meglio resistere e reagire alle scosse telluriche, perfezionato attraverso modelli specifici con la denominazione di “struttura urbana minima”.

[7] Comune di Foligno, PRG ’97, Norme Tecniche di Attuazione, aprile 2003.

[8] Ivi.

Non ci sono dubbi sul fatto che sia quanto mai giusto e opportuno sollevare e denunciare i pericoli e le nefaste conseguenze territoriali, ambientali e paesistiche di un eccessivo consumo di quel bene scarso che è il suolo.

Soprattutto di questi tempi.

L’eccessivo e dissennato consumo di suoli che oggi é in atto, ma che rappresenta anche, purtroppo, da lungo tempo un dato costante e peculiare del nostro Paese, non può essere però imputato né ascritto a generici e non ben identificati “nemici o consumatori” del suolo e dell’ambiente né ad altrettanto vaghe e non ben identificate ragioni.

Se non ci si sforza di individuare ed identificare col loro vero nome e cognome le reali cause di questo inaccettabile fenomeno e di identificare da cosa e da dove questo derivi e prenda origine e forza, difficilmente si potranno mobilitare con successo tutte le sane forze e le “anime belle” dell’ambientalismo o proporre e promuovere nuove leggi o regole che, se non ben mirate, saranno destinate, inevitabilmente, a rimanere inefficaci.

1) l’abnorme, smodato e dilagante consumo dei suoli del nostro Paese nasce, riguarda e prende origine, senso, forma e sostanza dalla natura e dall’origine esclusivamente “urbanistica” che ne causa il fenomeno.

O, meglio, dalle carenze, dalle insufficienze e dalle distorsioni create dalla assenza di una pratica corretta, diffusa e riconosciuta di amministrazione, pianificazione e gestione pubblica del territorio rivolta alla valorizzazione e alla difesa di quei beni che sono il suolo, la terra e il paesaggio. Aggravate ed esasperate dalla attuale situazione critica della finanza locale che spinge spesso i Comuni a ricorrere ai peggiori “giochi della rendita” o ad esagerate “concessioni o svincoli o varianti” nella speranza di potere incassare risorse e oneri di urbanizzazione.

E non da altro.

Il problema del consumo e dello spreco dei suoli è un problema solo ed esclusivamente urbanistico e di natura urbanistica, che nasce e prende origine da quella profonda crisi e da quella assenza di funzionamento dell’urbanistica, della pianificazione territoriale e della amministrazione del patrimonio suolo che caratterizza l’attuale momento;

2) l’odierna assenza di una corretta gestione e pianificazione del territorio -potremmo meglio parlare della scomparsa e del sostanziale abbandono in atto di ogni credibile e concreta pratica e regola urbanistica - non deriva altro che da quella riuscita e radicale operazione di smantellamento - una vera e propria “ controriforma” - dei principi, delle regole, dei metodi e degli strumenti di pianificazione, voluta e promossa da quella destra ideologica e “liberista”, “antipianificatoria”, “antiurbanistica”, “sviluppista e cementificatrice”, che ha saputo, negli ultimi due decenni, distruggere quelle poche e faticate conquiste e regole faticosamente introdotte dalla legislazione precedente. Ovvero di quella destra ideologica che in nome del più rozzo laissez faire, cerca di celebrare oggi il suo trionfante credo con il così detto Piano Casa col quale intende dimostrare la completa inutilità, se non la dannosità, di ogni e qualsiasi regola edilizia e urbanistica.

Purtroppo a questa vincente e straripante controriforma non ha saputo - e spesso nemmeno voluto - opporsi una sinistra politica, culturale e ambientalista minimamente decisa e consapevole (troppo spesso, invece, metrocubo-sensibile e anch’essa responsabile, pertanto, della odierna situazione e degli eccessi dei consumi di suolo in atto) che non ha saputo distinguere e orientarsi tra le dichiarate e vaghe esigenze di innovazione e di rinnovamento contro le evidenti volontà e i concreti atti legislativi di controriforma.

Ecco pertanto le ragioni del mio dissenso dalla leggina proposta:

- la leggina presentata si illude di poter intervenire contro gli effetti del consumo dei suoli anziché, come si dovrebbe fare, contro le cause. Essa pertanto ha poco più del valore di una grida, se pur alla ricerca di un facile consenso popolare (chi mai, alla domanda, sarebbe favorevole al consumo dei suoli?); si comporta come se, volendosi contrapporre agli effetti di una violenta e distruttiva guerra in atto, si promuovesse una leggina per stabilire il numero massimo dei morti ammissibili;

- ancora una volta si evita e non si vuole affrontare nel merito il tema della avvenuta distruzione di ogni forma di controllo e di pianificazione del territorio, accettandone passivamente e senza nessuna azione di contrasto l’esistenza;

- ancora una volta non si vuole riconoscere che solo il ritorno ad una corretta e operante pianificazione territoriale-paesistico-ambientale è in grado di definire le regole e le basi per un corretto e razionale controllo degli usi e delle destinazioni del suolo (che non è un problema di controllo solo quantitatativo ma anche, ed eminentemente, qualitativo) e delle eventuali e necessarie “compensazioni ambientali” (ma non nei termini vaghi e confusi come propone il testo);

- ancora una volta non si sanno guidare e non si vogliono mobilitare le sane forze ambientaliste disponibili (e sono molte) per avviare una battaglia di ricostruzione delle regole di una corretta conduzione del territorio contro i disastri prodotti dal becero “ laissez faire” imperante.

On ne change pas la société par décret (C. Montesquieu).

in Eddyburg del 25 novembre 2006, divenuto testo di apertura di Libere osservazioni non solo di urbanistica e di architettura (Maggioli Editore 2008). Il tema della perdita degli spazi pubblici ha impegnato altri colleghi. Valgano, fra i contributi recenti, l’Eddytoriale120 di Edoardo Salzano (20 gennaio 2009) e l’articolo di Marco Romano Archistar fuori piazza in "il Domenicale" e in Eddyburg del 2 febbraio. Constatiamo che l’urbanistica e l’architettura moderne sono state incapaci di trarre insegnamento dalla storia della società e della città, antica e moderna.

Abbiamo perduto sia la piazza che la strada come luoghi di straordinaria manifestazione di socialità e di legame fra questa e l’architettura urbana. Piazze e strade magari ereditate quasi nella veste originaria non entrano più, per così dire, nella pratica intensa di rapporti sociali in spazio pubblico riconosciuto dalla comunità e nello stesso tempo intimamente tuo. Perché quei rapporti non esistono più. Avevano luogo in piazza e in strada ma l’esistenza di queste non ne erano il presupposto, invece costituito dalla data formazione economico sociale; che li determinava, non poteva farne a meno. La strada e la piazza, benché non loro causa diretta, diventavano però spazio urbano, architettonico, funzionale ed estetico che li favoriva, ne assicurava il sostegno e lo scenario. Spazio sociale e, direbbe Marc Augè, simbolico. In definitiva la comunità, come non poteva rinunciare a quei rapporti, così non poteva rinunciare a quel coerente contesto fisico.

Oggi, noi fiduciosi minoritari dell’urbanistica e dell’architettura potremmo forse realizzare strade e piazze belle (intanto non se ne vedono), ben dotate di funzioni richiamanti l’interesse delle persone, ma non possiamo far nulla né può chicchessia politico, sociologo, antropologo, economista riguardo alla rinascita di precedenti relazioni sociali rimpiante. È questa società a negarle, anzi ad averne decretato la morte schiacciate sotto il peso dell’unico moloch venerato: l’individualismo. Questa società non ha la possibilità di ammetterle, di crearle. Non le detiene impresse nei suoi geni.

Eppure dovremmo egualmente (saper) progettare per, dapprima, recuperare e poi realizzare piazze e strade tradizionali, vale a dire spazi incentrati sulla ricostituzione all’aperto del senso di limite, cortina, chiostro, del sentimento di agorà. Senza dimenticare che le piazze e le strade storiche maggiormente vitali furono quelle che insieme a funzioni commerciali, culturali, di servizio pubblico presentavano in larga misura abitazioni. Da tali spazi, se dotati delle destinazioni consolidate dall’uso storico, non per questo conseguiranno direttamente un rapporto comunitario e l’affabilità tra le persone, ma l’andirivieni e l’incontro obbligato in un contesto non solo funzionale ma estetico potranno aprire una falla nella loro solitudine e inserire un soffio di benestare nel cervello e nel cuore. È quello che può succedere quando si vive lo spazio ancora ricco di risorse di una delle sopravvissute magnifiche piazze o strade d’Italia e d’Europa. Non è vero che le ha sostituite l’ipermercato. Qui la frenesia dell’acquisto ad ogni costo divide, aumenta la solitudine di te davanti alla merce spropositata e ai tuoi soldi. E manca l‘influenza essenziale della bellezza architettonica, impossibile perché disdegnata, paventata dagli scopi dell’ipermercatismo.

"Il faut tuer la rue corridor", Le Corbusier. Il movimento moderno ha pagato un alto prezzo quando ha applicato quest’ordine meccanicamente, alla lettera senza capire cosa avrebbe perso la comunità cittadina distruggendo la cortina stradale e risolvendo ogni nuovo intervento urbanistico e architettonico mediante l’"edilizia aperta": corpi di fabbrica separati, distanziati secondo certe norme igieniche, distribuiti più o meno regolarmente nello spazio senza alcuna relazione con luoghi circoscritti di convergenza comunitaria ben distinguibili ("il disastro vero sono i quartieri nuovi delle città europee", Marco Romano). In Italia un protagonista del razionalismo ha cercato di interpretare cautamente il messaggio come gli rispondesse: "tuer? sì ma non troppo". Nacque (ma tardi, nel dopoguerra) il progetto di Piero Bottoni per la "Strada vitale", da un lato accettazione dei principi razionalisti per l’abitazione, dall’altro riproposizione, appunto, della vitalità della strada storica. Costruzioni residenziali relativamente alte perpendicolari al tracciato della strada ed edificio basso continuo lungo i lati per ricostituire l’efficacia della strada storica sia per funzione (tutti i servizi sociali culturali commerciali) sia per forma (la cortina continua). Circa la piazza o il suo parente cortile dell’abitazione il movimento razionalista non ha saputo trarre alcun insegnamento dal passato. Nessuna apprezzabile novità, poi, riguardo ai problemi qui proposti, nel prosieguo delle storie ormai separate dell’urbanistica e dell’architettura.

Dobbiamo ricorrere ad altri momenti del Novecento, soprattutto, per me, al tempo del piano di Amsterdam Sud di Berlage e della sua realizzazione attraverso i generosi architetti della "Scuola di Amsterdam" (Kramer, De Klerk, la Kropholler…). Il metodo berlaghiano di progettazione secondo cui il tutto sia presente nelle parti come le parti lo siano nel tutto – ossia l’urbanistica e l’architettura unite nell’azione – trova completa definizione attraverso un triplice riferimento: alla storia della città (l’isolato edilizio di forma rettangolare allungata), ai fattori istituzionali (le nuova legge del 1901 con regolamentazione promotrice dell’edificazione per blocchi residenziali), ai fattori sociali (la cooperazione, fondata sull’esperienza storica e profondamente radicata nel presente). Gli isolati e i blocchi chiusi concorrono al pieno rendimento del programma d’insieme fortemente coeso entro il quale dominano l’unità architettonica di quattro piani lungo i margini dell’isolato costituente all’esterno cortina stradale e la grande corte interna (50-60 x 100 e più metri), una vera piazza-giardino dei cooperatori e delle loro famiglie accessibile a tutti i cittadini.

Davanti a un pezzo di città moderna formato da strade e isolati Sigfried Giedion, mentore del razionalismo, scriverà: "Se consideriamo l’Amstellaan… ci accorgiamo che essa rientra nella corrente principale dell’urbanistica ottocentesca: la strada domina l’assieme. L’Amstellaan è rappresentativa dell’intero progetto: c’è una riforma, non una concezione nuova". Al contrario per il meno ortodosso dei maestri della generazione degli Ottanta, Bruno Taut, è la strada con gli edifici ai bordi a identificare "il prodigio, la creazione di un’architettura collettiva dove non è più la singola casa ad essere di particolare importanza, ma lo sono le lunghe schiere di case lungo le strade e ancor più l’aggregazione di molte strade in una unità complessa".

Per conto nostro, se pensiamo alla situazione attuale della città e della cultura urbanistica e architettonica, la Amsterdam Sud berlaghiana dovrebbe bastarci adesso. Ottocentesca? Se milanesi dovremmo tenerci stretta volentieri persino una Milano tutta berutiana, mille volte meglio dello sconquasso urbano guidato dagli insensati, spiazzati grattacieli d’autore (per modo di dire).

Milano, 18 febbraio 2009

È stato reso noto che il Cipe, nella riunione che si terrà a giorni, dovrebbe riservare al Ponte sullo Stretto 1,3 miliardi dei cosiddetti Fas (Fondi per le Aree Sottosviluppate). Il ministro Matteoli ha anche fornito delle date per la partenza del progetto: a novembre del 2010 dovrebbero aprirsi i cantieri “e nel 2016 lo Stretto si potrà percorrere in auto”[1]. In una intervista radiofonica di poco successiva, ripresa oggi dalla stampa, il ministro ha anticipato ancora le date (“entro il 2009” la “partenza” del Ponte, non è chiaro con riferimento a quale passaggio del procedimento).

Sebbene l’esperienza suggerisca di prendere con cautela questo genere d’impegni, una cosa però è certa: l’intenzione c’è e la lobby del ponte in questi ultimi anni ha lavorato molto, nel disinteresse delle opposizioni politiche (parlamentari e no) e – quel che più colpisce – da ultimo anche di associazioni e comitati. Oltre alla stanchezza e allo sbandamento deve aver contribuito a questa paralisi la sensazione che l’assurdità del progetto fosse tale da emergere in modo inoppugnabile in questi tempi di crisi e di penuria. Come credere, infatti, che, in un momento in cui mancano risorse per le necessità più urgenti e in cui, nello stesso settore delle costruzioni, persino l’Ance batte cassa per le piccole opere, un impegno di questa portata sarebbe decentemente proponibile?

Né il Ponte può essere ritenuto, al pari di altri interventi infrastrutturali, un possibile volano per la ripresa, dal momento che, anche a prender per buoni i tempi di realizzazione confusamente annunciati, essi saranno in ogni caso troppo lenti perché un qualche apprezzabile effetto anticiclico ne possa mai venire. È quel che ha sostenuto il prof. Giacomo Vaciago, editorialista del “Sole-24 Ore”, persona non ostile all’opera in sé e certo non sospetta di estremismo ambientalista[2]. Non mi risulta però che il suo sensato rilievo sia stato in alcun modo raccolto, e così, nel silenzio, alla maniera di uno sciame di termiti che svuota il tronco lasciando intatta la scorza, la lobby ha continuato e continua a lavorare. Ultima notizia, e indizio che qualcosa di grosso si prepara, Pietro Ciucci, “l’uomo del ponte”, lascia l’Anas e torna alla Stretto di Messina spa.

La tattica del fatto compiuto

L’impressione, anch’essa confortata dall’esperienza, è che ai lobbyisti interessi anzitutto creare dei fatti compiuti, dei punti di non ritorno, quali che siano poi gli esiti immediati. Fu così che, nella primavera del 2006, la Stretto di Messina appaltò l’opera appena due settimane prima del cambio di governo, pur nella consapevolezza che una delle due coalizioni era contraria al progetto e che, in caso di sua vittoria, ciò si sarebbe risolto in un certo danno per la collettività: comportamento solo formalmente legittimo, ma, per usare il termine tecnico, “inopportuno” (come quello, per dirla con i manuali, del dirigente di un’impresa pubblica che effettui massicce assunzioni alla vigilia della chiusura degli stabilimenti), e quindi censurabile e scorretto sia sotto il profilo contabile che del buon andamento. Comportamento che però, purtroppo, nessuna forza politica ritenne allora di condannare come meritava, nemmeno quando poi da parte dei “pontisti” s’invocò lo spettro del danno erariale in caso di revoca dell’appalto.

Al contrario, a riprova della pervadente influenza trasversale della lobby, il nuovo ministro Di Pietro, anziché dare il viatico alla Stretto di Messina, preferì tenerla artificialmente in vita in attesa della sua futura resurrezione[3], guadagnandosi, fra gli altri, il caldo elogio di Totò Cuffaro[4]. In quegli stessi mesi frattanto la stampa locale, soprattutto siciliana, imbastiva una campagna martellante a favore del Ponte, dipinto come il simbolo del riscatto dalla miseria e dall’arretratezza, gioiello che non meglio precisati poteri forti avrebbero voluto “scippare” al Mezzogiorno. Tale battage, intonato al tradizionale vittimismo piagnone e non contrastato da alcuno – dato anche il monopolio assoluto, da quelle parti, della lobby del Ponte sull’informazione – non è stato senza effetti, sia sul piano politico (con le sponsorizzazioni plateali del governatore Lombardo che nel Ponte indicava la “priorità assoluta” per la Sicilia) sia su quello dell’opinione pubblica. È in quel clima che si collocano episodi, che si direbbero comici se non fossero invece infinitamente tristi: come quello dei bimbi di una scuola elementare, che, aiutati dalla maestra, hanno fatto una colletta per il Ponte con i loro piccoli risparmi. Sancta simplicitas, viene da dire.

Apologie e denigrazioni

L’opera di lobbying è proseguita serrata fino a questi giorni. Da segnalare l’apparizione recente del libro di Giuseppe Cruciani (il baldanzoso conduttore di Radio 24), Questo ponte s’ha da fare (Milano, Rizzoli, 2009)[5], intimidatorio fin dal titolo. Chi lo sfoglierà vedrà che si tratta nient’altro che di uno scritto di propaganda, che, pur nell’abbondanza del materiale messo a disposizione dell’autore dalla Stretto di Messina, non possiede nemmeno quel minimo di spessore tecnico che lo avrebbe reso utile sotto il profilo informativo. Il fatto che sia apparso adesso però non è privo d’interesse: ciò testimonia da un lato che la partenza dell’opera è tutt’altro che scontata (altrimenti l’autore e i suoi ispiratori si sarebbero risparmiati il disturbo), dall’altro però che l’intenzione di iniziarla, a dispetto di tutto e di tutti, era e rimane serissima. Per il resto, vi sono affastellati gli usuali argomenti “a favore” già al centro della campagna giornalistica surricordata: il ponte come “simbolo” e monumento, la cultura del fare (“basta con le chiacchiere”), il volano dell’economia e dello sviluppo, e, naturalmente, l’irrisione per gli ambientalisti “catastrofisti”, ridicolizzati perché antepongono le balene e gli uccelli migratori al progresso.

Tutti argomenti che nel selvaggiume della stampa locale avevano già toccato il parossismo, fino ad entrare a far parte, ormai, della sottocultura della piccola borghesia locale collusa e corrotta: le matte risate verso quelli che vogliono difendere le “paperelle”, e tutto il triste repertorio che si sperava appartenesse al passato (Antonio Cederna a suo tempo vi scrisse sopra pagine indimenticabili e, si credeva, definitive, circa l’uomo “che viene prima del camoscio” e simili, leitmotiv storico di tutti gli energumeni del cemento). Su ciò meglio sorvolare. Ma nel caso del Ponte di Messina (e anche del Mose) merita tuttavia aggiungere una precisazione circa un punto che sfugge a molti, anche ad alcuni avversari di questi progetti. Non è affatto vero, come ripetono i demagoghi interessati, che per via di questa o quella specie protetta le grandi opere non si possano realizzare.

Le direttive comunitarie, nello stesso tempo rigorose e intelligentemente elastiche, prevedono infatti che qualora il manufatto sia ritenuto d’importanza “imperativa” e non vi sia alternativa praticabile alla sua realizzazione, il danno da esso arrecato ad un habitat protetto può essere oggetto di una compensazione, previa approvazione delle autorità comunitarie, purché questa sia tale da mantenere o restituire l’integrità del sito. Questi interventi compensativi sono ovviamente complessi e fanno lievitare il costo finale dell’opera. Nel caso del Ponte di Messina però le direttive CEE sono state platealmente disattese, e ciò ha dato origine al contenzioso in sede comunitaria. Se quindi il percorso della “grande opera” sarà fermato per questa ragione, la responsabilità non andrà addebitata agli ambientalisti e alle “anime belle”, ma, per intero, ai progettisti e agli amministratori che non hanno rispettato le leggi[6].

C’è un cliente in attesa

Il grande cliente è la mafia. Una qualche eco ebbe alcuni anni fa il tentativo di cordate legate alla criminalità di Montreal di entrare addirittura tra i finanziatori del progetto[7], ma poca o nessuna attenzione hanno ricevuto i tanti segnali delle attenzioni della criminalità per la grande opera che si vanno moltiplicando sul territorio, praticamente fino ad oggi. Da segnalare fra questi (ma l’elenco è largamente incompleto) l’apertura a Messina, in vista della realizzazione del Ponte, di uno stabilimento della Calcestruzzi spa (tradizionale fornitore di Impregilo e prima ancora di Girola), impresa posta poco appresso sotto amministrazione giudiziaria per collusioni mafiose e per la fornitura di calcestruzzo fasullo[8]; le inchieste sugli appalti della Condotte d’Acqua per la Salerno-Reggio Calabria che nella primavera dello scorso anno hanno portato il prefetto di Roma alla revoca del certificato antimafia alla società[9]; l’interessamento ai lavori per il Ponte della cosca di Villabate (strettamente legata a Bernardo Provenzano) e delle sue diramazioni nel Nord Italia[10], fino alle recentissime rivelazioni dell’operazione “Pozzo”, che ha interessato la mafia di Barcellona Pozzo di Gotto. Quest’ultima vicenda, pochissimo nota, merita qualche parola in più. Ancora una volta è grazie ad un’intercettazione telefonica ed alla sua tempestiva pubblicazione che possiamo essere informati di come l’imprenditore Salvatore Puglisi (P), arrestato per mafia il 30 gennaio scorso, commentasse con un suo interlocutore (G) gli ultimi sviluppi:

“P.: Il Ponte di Messina lo fanno…; G.: Io so che lo fanno… ormai c’è Berlusconi… lo fanno…; P.: Eh… la mia parte di cemento io la devo portare…; G.: Eh… lì ci entri pure tu!; P.: Eh… che faccio non entro io? G.: Eh… allora qua ti conviene… perché poi qua ti fai la strada e sei arrivato… più presto di tutti fai… anche se lì c’è la Margherita [riferito all’impianto di calcestruzzo “La Margherita srl” con sede al Villaggio Pace di Messina]… la Margherita qui abbiamo…; P.: Margherita si fa il suo ed io mi faccio il mio; G.: Ognuno si fa il suo…; P.: Ognuno si fa il suo…; G.: Ah? P.: Ognuno… così lavoriamo tutti…; G.: Così dovete fare…; P.: Non ci scorniamo noialtri… basta che uno si fa il suo…; G.: No… però vedi che ci sono pure quelli di Reggio pure…; P.: Ah? Quelli dell’altro lato…; G.: Ah?…ah… quelli fanno quello di là, l’altra metà…” [11].

La viva voce dei protagonisti è più eloquente di qualsiasi discorso e, al confronto, suonano patetiche le promesse e le raccomandazioni di rigore da parte dei difensori d’ufficio vecchi e nuovi. Dovrebbe ormai esser chiaro che, da un lato, sono i meccanismi stessi della legge obiettivo a facilitare le infiltrazioni, e, soprattutto, che queste sono inevitabili in territori posti sotto il pieno controllo della criminalità, come tutti questi esempi e, ovviamente, i precedenti del porto di Gioia Tauro, del centro siderurgico e della Salerno-Reggio Calabria insegnano. D’altronde, se anche per assurdo i rigorosi controlli promessi fossero possibili ed efficaci, ciò si risolverebbe in una parallela dilatazione dei tempi e delle risorse richieste, e tutto ciò andrebbe contabilizzato in una corretta analisi di costi e benefici, finora del tutto mancata [12].

La lobby all’opera

A riprova del fatto che, come diceva un saggio, nessun libro è del tutto inutile, a questo di Cruciani si deve però almeno un’importante notizia inedita. A p. 138 si narra dell’azione condotta a favore del Ponte dalla Reti, “società di lobbying e public affairs”[13] facente capo a Claudio Velardi (già braccio destro di D'Alema e fondatore del “Riformista”), e si riferisce che Pierluigi Bersani avrebbe suggerito ai lobbyisti: “Andate avanti, così quando arriviamo noi al governo non si potrà più tornare indietro”. E bravo Bersani! Non solo apprendiamo qualcosa in più sul candidato di D’Alema alla guida del Pd, ma abbiamo un’altra conferma, se mai ce ne fosse ancora bisogno, dell’uso spregiudicato del “fatto compiuto” di cui s’è appena detto e di come lavorano le lobbies trasversali. Questo curioso retroscena, ora noto per merito del libro di Cruciani, richiama alla mente un altro dialogo telefonico, quello memorabile tra Fassino e Consorte, dove si parla dell’entrata dell’immobiliarista Marcellino Gavio (azionista Impregilo) nella nota scalata bancaria: “Consorte: Gavio entra perché ha capito che… che aria… che l’aria cambia e siccome lui… Impregilo vuole lavorare con le cooperative…; Fassino: Ho capito, ho capito; Consorte: Non c’è nessuno che fa niente per niente Piero, a sto’ mondo, eh!”[14]. Già, nessuno fa niente per niente.

Berlusconi al Ponte ci tiene

Come stupirsi se quest’opera, così ambita nello stesso tempo dagli industriali del cemento del Nord e dagli ascari governativi del Sud, nonché da tutte le lobbies d’Italia, sia anche in cima alle priorità del Presidente del Consiglio? Oltre a rallegrarci con le solite battute cochon (“Si potrà andare in Italia [sic] dalla Sicilia anche di notte, e se uno ha un grande amore dall’altra parte dello Stretto potrà andarci anche alle quattro del mattino senza traghetti”)[15], fortunatamente il garrulo premier ha avuto modo, nel corso di un comizio tenuto lo scorso novembre durante le amministrative di Abruzzo, di rivelarci anche lui dei particolari interessanti circa le trattative per l’aggiudicazione della gara: “Sapete com'è andata col Ponte sullo Stretto? Avevamo impiegato cinque anni a metter d’accordo le imprese italiane perché non si presentassero separate alla gara d'appalto ma in consorzio... Eravamo andati dai nostri colleghi chiedendo che le imprese non si presentassero in modo molto aggressivo, proprio perché volevamo una realizzazione di mano italiana, e poi avremmo saputo ricompensarli con altre opere pubbliche. La gara d’appalto è stata vinta dal consorzio italiano: poi la sinistra ha distrutto tutto in cinque minuti”.

Come è stato giustamente osservato, “se le parole hanno un senso, il premier spiega di avere – non si sa a che titolo – aggiustato una gara internazionale per far vincere Impregilo sui concorrenti stranieri, invitando quelli italiani a farsi da parte in cambio di altri appalti (pilotati anche quelli?). Ma non è successo niente: siamo mitridatizzati al peggio, anche se in teoria il Codice penale vieterebbe le turbative d'asta. Ma immaginiamo quelle parole in bocca a un Sarkozy, a un Brown, una Merkel, a uno Zapatero, a un Bush, a un Obama. Ammesso e non concesso che, dopo averle pronunciate, fossero rimasti a piede libero, si sarebbero ben guardati dal rinfacciare la questione morale ai loro avversari politici. Berlusconi invece l'ha fatto. E gliel’hanno lasciato fare” [16].

Del resto, tutto si tiene. Chi sa come mai – mi chiedo io a questo punto – Marcello Dell’Utri, in una telefonata intercettata, si diceva certo in anticipo che l’appalto l’avrebbe vinto Impregilo? [17]. La stessa Impregilo che, principale responsabile dello scandalo dei rifiuti a Napoli, è stata salvata dal governo, se non addirittura, appunto, “ricompensata con altre opere pubbliche” (si veda, che so, la grande autostrada costiera in Libia concordata con Gheddafi).

Che fare?

Il tratto unificante di diversi degli episodi che si sono richiamati è la pervasività e la trasversalità della lobby. Dal grosso esponente politico al sindacalista, dal banchiere al giornalista, nessuno ne resta immune. Anche se, ovviamente, il lobbying parte dalla destra affaristica, l’obiettivo più ambito è però guadagnare qualche posizione “a sinistra”, nei giornali e nei partiti, in modo da isolare e mortificare i residui oppositori. Il passo successivo sarà quello di criminalizzarli, qualora, come in passato, volessero manifestare pubblicamente. La vicenda dei rifiuti di Napoli, che vede i responsabili del disastro (industriali ed amministratori) ancora al loro posto e i loro critici (ambientalisti e magistrati) messi sotto accusa e ridotti a sovversivi, costituisce un precedente inquietante, purtroppo avallato o tollerato da quasi tutta la stampa, anche di opposizione.

Non c’è dubbio che la medesima canea, con in più adesso l’accusa di sabotare l’economia in crisi e la ripresa, si scatenerà contro chi volesse scendere in piazza contro il Ponte. Ebbene, questa è una di quelle occasioni in cui bisogna dimostrare che la ragione può averla vinta sulla forza. Oltre al ricorso alle leggi nazionali e comunitarie ed all’informazione dal basso, ho notizia che da parte di molti si propone il ricorso ad uno strumento, poco usato in Italia, ma assai diffuso ed efficace in tutte le democrazie: vale a dire il boicottaggio sistematico delle società, dei gruppi finanziari e delle banche coinvolti nel progetto. A cominciare dalle banche, per altro già in sofferenza per conto loro. Mi auguro che questa proposta sia raccolta: dipende solo da noi, ed è nostro diritto, impedire che un’opera che noi non vogliamo sia finanziata, a beneficio di affaristi e di mafiosi, con i nostri risparmi.

[1] “Il Tempo”, 15.2.09.

[2] “Inserire il ponte sullo Stretto in un pacchetto anti-recessione significa pensare che la crisi durerà almeno cinque anni, non ha senso in un pacchetto congiunturale che voglia dare risposte sul breve-medio periodo” (“L’Unità”, 23.11.08).

[3] Cf. le giuste osservazioni di Carlo Scarpa.

[4]Ponte, il sogno continua, “Giornale di Sicilia”, 26.10.07. Il giorno prima al Senato, con 160 voti contro 149 e il voto determinante dell’Idv, era stato bocciato l’emendamento della maggioranza alla Finanziaria che intendeva sopprimere la Stretto di Messina.

[5] L’opera, mentre scrivo, viene massicciamente recensita sia sulla stampa nazionale (“Sole-24 Ore”, “Riformista”, ecc.) che su quella locale. La simultaneità e il numero dei soffietti permette di farsi una buona idea dell’estensione e delle ramificazioni della lobby.

[6] Su analoghe questioni relative al Mose mi sono soffermato in questo stesso sito.

[7] Questa vicenda e, più in generale, quella degli interessi mafiosi volti alla realizzazione del Ponte è stata assai ben documentata in un lavoro di Antonio Mazzeo, I Padrini del Ponte, che sin dal marzo 2008 attende la disponibilità di un editore alla pubblicazione. Si veda intanto S. Lenzi, Il Ponte sullo Stretto e la mafia, “L’Altra Campana”, II, 1-4 (2004) [ma marzo 2006].

[8] “Giornale di Sicilia”, 1.2.08.

[9] A. Bolzoni, “La Repubblica”, 9 e 13.6.08. Condotte è partner di Impregilo, oltre che nella cordata per il Ponte e nella Salerno-Reggio Calabria, nel Mose e in diversi altri progetti. La revoca è stata successivamente annullata dal Tar.

[10] Testimonianza del collaboratore Francesco Campanella, confermata da quella del costruttore Vincenzo Alfano, siciliano trapiantato in Emilia, arrestato e poi condannato per associazione mafiosa e riciclaggio: “Campanella mi chiamò e mi disse di tenermi pronto e di cominciare a muovermi per i subappalti e i lavori di fornitura per la realizzazione del Ponte sullo Stretto” (“La Repubblica”, ed. Palermo, 23.3.06).

[11] “Gazzetta del Sud”, 3.2.09.

[12] Si vedano, sul Ponte e sulle Grandi Opere in generale, le osservazioni durissime della Corte dei Conti, in particolare la delibera n° 12/2007/G, cf.

[13] Se ne veda il sito.

[14] Conversazione del 17 lug. 2005, cit. in G. Barbacetto, P. Gomez, M. Travaglio, Mani sporche, Milano 2008, p. 347.

[15] “La Repubblica”, 7.5.05.

[16] M. Travaglio, "L'Espresso", 30 dic. 2008.

[17] L. Fazzo, F. Sansa, Ponte sullo Stretto”. Vincerà Impregilo, “La Repubblica”, 3.11.05, cf..

Condivido ampiamente le considerazioni (vedi Carta, n. 2/2009) sulla necessità di difendere la legittimità di un ragionamento sul dimensionamento dei pesi insediativi, oggi subordinato alle necessità indotte dalle restrizioni economiche cui sono sottoposti i bilanci comunali e all'indicazione quasi esplicita loro data dalla illegittima soppressione nel TU sull'edilizia (prima coi decreti Bassanini, poi con Tremonti che l'ha sancita, infine con Prodi che l'ha estesa al prossimo triennio) dell'obbligo di versare gli oneri urbanizzativi in un conto vincolato (art. 12 della L.10/77 Bucalossi) all'esecuzione di opere urbanizzative. Si sarebbe dovuto, semmai, articolare ulteriormente quell'obbligo vincolando le somme derivanti da monetizzazioni di standard non ceduti ad un ulteriore capitolo destinato esclusivamente ad acquisizione di nuove aree, per evitare di trasformare le aree pubbliche non attuate in finanziamento di opere pubbliche (così come per altro verso fanno i cosiddetti standard qualitativi di molte legislazioni regionali, prima fra tutte la Lombardia).

Si è spalancato così il saccheggio della cassaforte (o cassa-debole?) del territorio, di cui registriamo via via gli effetti devastanti. Bisogna però stare attenti a non opporvi il mito del solo risparmio di suolo, se contemporaneamente non si mantengono i limiti di densità insediativa: concentrare maggiori pesi insediativi in spazi urbani più ristretti ed in edifici più alti, come propongono le politiche dell'assessore Masseroli a Milano (1 mq/mq di indice territoriale!), ma anche la perequazione sui 17,5 mq/ab dei servizi generali mai attuati nei PRG (tra cui 15 mq/ab di parchi territoriali) con nuovi indici virtuali aggiuntivi, non migliora affatto la sostenibilità insediativa e ambientale. Eppure è un'inganno in cui l'ambientalismo o l'ex-ambientalismo più o meno ingenuo spesso si lascia coinvolgere (da Legambiente a Chicco Testa).Si passerebbe, così, dagli indici novecenteschi di densità insediativa e dotazioni di spazi pubblici a quelli ottocenteschi di superficie coperta e altezza (quest'ultima liberalizzata), invece di aggiungervi quelli del XXI secolo di pressione antropica (acqua, aria, traffico, rifiuti).

Che VAS (strategica, appunto, cioè di lungo periodo) seria si può fare sui PGT previsti dall'ultima legge urbanistica lombarda se l'unico orizzonte delle trasformazioni urbane è il quinquennio successivo, senza più alcun obiettivo strutturale di lungo periodo? E' con questo equivoco che l'assessore Masseroli giustifica i 700.000 abitanti in più consentiti a Milano nel nuovo PGT, ma sbandierando la riduzione di consumo di suolo. Non è facile far capire all'opinione pubblica che così la qualità urbana e ambientale non migliora, ma è nostro dovere sforzarci di farlo, difendendo le conquiste storiche degli Anni Sessanta-Settanta e sussumendole in quelle di sostenibilità ambientale, invece di bollarle come vetusti ferrivecchi, come piacerebbe ai convergenti neoliberismi di diversa provenienza.

La commissione Ambiente della Camera dei Deputati ha costituito un gruppo ristretto con il compito di verificare le possibilità di convergenza su un unico testo legislativo sui “Principi per il governo del territorio”. Allo stato attuale sono tre i testi depositati. I primi in ordine di tempo (29 aprile 2008) vedono quali firmatari rispettivamente Lupi (Pdl) e Mariani (Pd). In autunno è stato depositato (15 ottobre) anche un terzo disegno di leggi a firma di Mantini (Pd). L’Istituto nazionale di urbanistica ha infine reso pubblico un suo autonomo testo, nella speranza di poter svolgere un ruolo di mediazione tra i tre disegni di legge all’esame del gruppo ristretto.

1. Il fallimento del liberismo applicato alle città

La prima considerazione riguarda l’impianto culturale che sorregge le quattro proposte. Sono tutte permeate da due convinzioni: che il futuro del territorio possa essere delineato con il concorso della proprietà immobiliare e che si possa fare a meno della fondamentale legge sugli standard urbanistici che, come noto, riconosceva esteso sull’intero territorio nazionale il diritto alla quantità minima di spazi per servizi pubblici e verde.

A questi due elementi la legge Lupi aggiunge anche l’aberrazione che la pianificazione non è attività pubblica autonomamente esercitata dalle autorità rappresentative della volontà popolare, ma che si debba passare “da atti autoritativi ad atti negoziali” con la proprietà fondiaria.

Queste leggi sono dunque figlie del neoliberismo applicato al territorio e alle città. Nell’ultimo ventennio si è affermata la convinzione che il mercato svolge più efficacemente il proprio ruolo propulsivo se privo di regole, sono i meccanismi della concorrenza a determinare gli equilibri. Questa concezione valida per la produzione di merci – e non accettata neppure da molti economisti liberali- è stata estesa anche alla città e alla pianificazione. In questi anni, anche senza l’approvazione di nuove leggi in materia di urbanistica[1], trionfa l’urbanistica contrattata e la programmazione negoziata: è il volano economico (di un’economia basata sulla rendita) a rappresentare il motore delle trasformazioni[2].

Nell’estate del 2008, poche settimane dopo il deposito delle prime due proposte di legge, scoppia la crisi dei mutui subprime su cui era stata fondata la vincente offensiva liberista. Affermava nel 2007 Allen Sinai,uno dei più importanti economisti di Wall street, già consulente di Bush senior e di Clinton: “Forse in Europa non ci si rende conto dell’importanza e della centralità del mercato immobiliare in America. Ad esso è legato tutto, a partire dai consumi che sono continuamente finanziati dai prestiti ulteriori che le banche erogano a fronte di rivalutazioni dell’appartamento, per cui serve che questo si rivaluti senza soste. E’ un meccanismo in virtù del quale si finanzia la maggior parte dei consumi americani che sono il motore dell’economia”.

Mattoni di carta sostenevano l’espansione economica mondiale. Alcuni analisti affermano che i titoli spazzatura ammontano a oltre 3.000 miliardi di dollari. Se si pensa che il piano di investimenti del presidente Barak Obama ammonta ad un di circa 900 miliardi di dollari, si comprende cosa abbia prodotto l’economia senza regole.

Le quattro leggi di riforma sul governo del territorio arrivano dunque fuori tempo massimo, nel pieno di una crisi economica mondiale causata proprio dai principi che esse sostengono. Le leggi in discussione alla Camera sono dunque superate dall’evidenza e dalla profondità della crisi e non esiste linea emendativa che possa ricondurle a coerenza con la prospettiva del ripristino delle regole attualmente in atto in tutti i settori dell’economia.

2. Conoscenza e attività legislativa

Questa critica generale diviene ancora più negativa se si tenta di fare un bilancio oggettivo su quanto è avvenuto in questi anni in cui, con o senza la legge Lupi, il piano urbanistico è stato sostituito dalla logica dei “progetti urbani complessi”ritagliati sulla proprietà fondiaria.

Dal punto di vista dell’effetto quantitativo la concezione liberista ha raggiunto i suoi scopi poiché negli ultimi dieci anni la produzione edilizia è stata, come noto, elevatissima in tutto il paese: si è costruito ai ritmi dei due decenni del dopoguerra quando c’era una tumultuosa dinamica demografica. Ma la qualità delle nostre città ha invece subito un processo opposto: qualsiasi osservatore dotato di onestà intellettuale conviene sul fatto che le città hanno peggiorato in termini di funzionamento e di qualità urbana complessiva.

Prima di emanare la nuova legge, il legislatore avrebbe dunque il dovere di analizzare gli effetti sul territorio e sulle città dell’abolizione dell’urbanistica. Il Ministero delle infrastrutture potrebbe essere investito dal compito di fornire in tempi brevi qualche sintetico indicatore sullo stato delle trasformazioni avvenute. Solo a titolo esemplificativo, dovrebbero essere resi di dominio pubblico i dati sull’occupazione di suolo prodottasi dal precedente studio di Giovanni Astengo confrontandola con le dinamiche demografiche. Dovrebbero essere resi di dominio pubblico i dati sullo spopolamento dei centri storici. Ancora, la mappa dei grandi outlet e ipermercati aperti con tanta disinvoltura. O, infine, i dati sulla produzione edilizia pubblica in confronto con i fabbisogni di disagio abitativo. Sono soltanto alcuni indicatori, ma è indispensabile che il Parlamento proceda con cognizione di causa al varo di una legge di tale importanza. Servirebbe dunque uno scatto di consapevolezza da parte del legislatore tesa ad aprire una discussione senza pregiudizi culturali su quali siano le ricette migliori per riportare ordine nelle nostre città. Gli strumenti tecnologici a disposizione permetterebbero un lavoro in tempi brevi: con pochi mesi si potrebbe avere il quadro dell’assetto territoriale del nostro paese.

Nel giacimento di informazioni accumulate in tanti anni, non si trova infatti nessuna città o territorio che attraverso il metodo del progetto urbano abbia raggiunto di assetti qualitativamente migliori. Del resto, nei pochi casi in cui non siamo stati di fronte a ulteriori espansioni abbiamo assistito a gravi manomissioni dei tessuti urbani con un unico denominatore: l’aumento del carico urbanistico in termini quantitativi e funzionali.

3. Il grande assente: il contenimento dell’uso del suolo

Il fenomeno unificante delle trasformazioni degli ultimi due decenni è senz’altro il consumo di suolo che viaggia da tempo fuori da ogni controllo. Nessuna delle tre proposte parlamentari affronta efficacemente la questione. E’ vero che la proposta Mariani introduce la tematica del contenimento del consumo di suolo sia nei principi (comma b dell’articolo 3) sia nel capo della disciplina urbanistica (articolo 18. Qualità del territorio rurale), ma siamo sempre all’interno di considerazioni di dubbia efficacia. Mancano infatti precisi indirizzi e norme cogenti che obblighino i comuni alla dimostrazione di assenza di alternative di riuso di aree urbanizzate o di edifici già costruiti prima di impegnare nuove porzioni di suolo agricolo, così come manca l’inclusione delle “aree rurali” tra quelle protette ope legis dal Codice del paesaggio.

Soltanto la proposta dell’Inu prtesenta una formulazione convincente ripresa sostanzialmente dalla proposta di legge presentata da eddyburg nel 2006 (articolo 4).

4. Resta la valorizzazione dell’ambiente

Se manca il tema del contenimento del consumo del suolo è invece largamente presente il concetto della “valorizzazione dell’ambiente”. Esso è contenuto in tutte le proposte e raggiunge formulazioni pericolose, come nel caso del testo Mariani quando all’interno delle relazione (pag. 5) afferma: “Di particolare importanza nella riforma sarà il passaggio dalla tutela dei beni paesaggistici a quellapiùcomplessiva della tutela e valorizzazione dei paesaggi, così come previsto dalla Convenzione Europea sul paesaggio”. L’uso della “valorizzazione” come concetto positivo, sempre nel testo Mariani, porta ad affermare (art. 15, comma 3, punto b) che le scelte strategiche del piano, e cioè quelle finalizzate a delimitare i grandi ambiti del paesaggio da sottrarre alle trasformazioni, devono armonizzarsi “con la disciplina di tutela e valorizzazione dell’integrità fisica del territorio”. Il fatto è che nel linguaggio corrente, orrendamente semplificato, al termine “valorizzazione” è sempre sotteso il termine “economica”, e “valorizzare”diventa sinonimo di “commercializzare”, “mettere a reddito”, trasformare in “merce”..

5. Basta con gli standard urbanistici

I “progetti urbani complessi”di questi anni approvati attraverso l’accordo di programma prevedono sempre consistenti aumenti di peso urbanistico. L’unica difesa delle popolazioni e dei comitati è l’invocazione del rispetto del decreto sugli standard urbanistici del 1968. Si sono potute ridurre alcune previsioni edificatorie dimostrando la mancanza di spazi pubblici. In questo senso, particolarmente negativo è il fatto che i quattro progetti di legge abrogano l’istituto delle dotazioni minime estese all’intero territorio nazionale, sostituendolo con la possibilità che ogni regione definisca le proprie.

Ma un’ulteriore trappola è contenuta nell’elenco (quando viene fornito), delle categorie che contribuiscano alla soddisfazione delle dotazioni territoriali. Tra di esse ne sono infatti presenti alcune che non appartengono a fattispecie pubbliche ma sono svolte oggi dai privati. Senza alcuna qualificazione “pubblica” sono infatti citate, ad esempio, la “sanità” e “l’innovazione e la ricerca”. Il rischio evidente è quello che al raggiungimento delle dotazioni territoriali vengano conteggiate funzioni svolte dal privato che non hanno alcuna relazione con la soddisfazione di bisogni sociali.

6. Lo strumentario dell’urbanistica liberista

L’urbanistica liberista resta il pilastro delle leggi. Solo alcune sottolineature.

Permane il vago concetto della concorrenzialità. Si sostiene che il piano strutturale può contenere alternative da sottoporre a procedura concorrenziale in sede di piano esecutivo. Mi sembra la più evidente certificazione della fine dell’urbanistica come è stata fin qui attuata: il futuro delle città verrebbe infatti deciso sulla base di alternative proposte dai più potenti gruppi immobiliari.

Compensazione e premialità appaiono in tutte le proposte. Senza tener nel minimo conto quanto è avvenuto (specialmente a Roma) mediante l’uso della compensazione urbanistica, essa viene resa lo strumento cardine della pianificazione. Si dice addirittura (proposta Inu, ad esempio) che la compensazione è utilizzabile anche nei confronti “dei vincoli ablativi di edificabilità” con cui si demolisce l’impianto vincolistico accettato dalle stesse sentenze della Corte costituzionale: anche i vincoli paesaggistici devono essere “compensati”.

Credo che queste brevi note[3] siano sufficienti all’illustrazione delle principali caratteristiche delle leggi. Sarebbe auspicabile che sulla pagina di eddyburg arrivassero contributi critici che aiutino alla definizione di una organica critica alle quattro proposte legislative.

[1] E’ il caso di ricordare che è stato soltanto per l’impegno degli urbanisti di eddyburg se nel 2006 non è stata approvata dal Senato la legge Lupi che era stata invece licenziata dalla Camera dei deputati nel 2005.

[2]Durante i due anni del secondo governo Prodi, eddyburg fece una battaglia frontale contro un provvedimento di legge che avrebbe messo al parola fine alla pianificazione del territorio: il progetto dell’on. Capezzone che intendeva favorire l’attività imprenditoriale attraverso il rilascio dell’autorizzazione a costruire in tempi ristrettissimi e comunque a prescindere dalle destinazioni urbanistiche. La cultura neolibersta ha prodotto vere e proprie aberrazioni giuridiche di cui non c’è traccia nei paesi europei di più solida cultura liberale.

[3] Le note di merito sulle leggi che abbiamo redatto si concentrano quasi esclusivamente sui testi più accettabili e trascurano l’analisi dell’inaccettabile legge Lupi. La critica puntuale al suo impianto è nel volume La Controriforma urbanistica, Alinea editrice, Firenze 2005, e in numerosi scritti raccolti nella cartella “Tutto sulla legge Lupi

Pochi minuti dopo aver ricevuto le dimissioni di Salvatore Settis da presidente del Consiglio Superiore dei Beni culturali, il ministro Sandro Bondi ha nominato al suo posto l’archeologo Andrea Carandini che negli ultimi tempi ha acquisito molte benemerenze dicendo alcuni “sì” alla linea del governo, da ultimo al trasloco dei Bronzi di Riace alla Maddalena per il G8 e al commissariamento delle aree archeologiche di Roma e Ostia, e attaccando “i Talebani della conservazione”. Dunque era tutto pronto, era tutto predisposto da giorni. Da quando sul “Giornale” – quotidiano della famiglia Berlusconi (elemento di finezza non trascurabile) – Bondi aveva attaccato frontalmente Salvatore Settis, uno degli intellettuali più prestigiosi, direttore della Normale di Pisa, chiedendogli di cessare dalle critiche rivolte alla politica del governo in materia di beni culturali (tagli, commissariamenti, rinvii, ecc.) e ordinandogli, in pratica, di allinearsi o di dare le dimissioni. Non contento, il ministro aveva pure preso di mira l’ottimo soprintendente di Pompei, l’archeologo Pier Giovanni Guzzo, che pure ha dovuto subire in questi anni e mesi tutta una serie di commissariamenti, calati dall’alto, uno più fallimentare dell’altro. Fra l’altro Andrea Carandini è a capo degli esperti che dovrebbero “confortare” il commissario alle aree archeologiche romane il commissario straordinario Guido Bertolaso e il suo vice, l’assessore capitolino Marco Corsini. Non c’è qualche conflitto di interessi in questo Carandini uno e bino?

Sarà dunque Andrea Carandini (o il vice, ancora in carica, l’ex ministro e soprintendente Antonio Paolucci) a convocare la prossima riunione del Consiglio Superiore che si presenta assai movimentata. Ieri, infatti, dopo la lettura della limpida e incisiva lettera di dimissioni di Settis (nessuno può mettere il bavaglio alla cultura) e di due altri componenti del Consiglio, Andrea Emiliani e Andreina Ricci, e, dopo l’uscita del presidente dimissionario dalla sala, il consigliere anziano Tullio Gregory ha deciso di concludere lì la seduta. C’è stato soltanto il tempo di approvare, significativamente all’unanimità, l’ordine del giorno di piena solidarietà a Settis. Che Bondi, dimostrando di ignorare dove si trova, nella lettera al “Giornale” aveva trattato alla stregua di un dirigente del Ministero (cosa che non è mai stato).

A quel punto, il ministro, evidentemente col pieno appoggio di Berlusconi, è andato avanti come una ruspa, ignorando anche la mediazione di Gianni Letta esortato a ciò dalla presidente del FAI, Giulia Maria Crespi, e non tenendo in alcun conto le proteste sdegnate di tutte le associazioni. Il governo vuole mano libera nel ridurre al silenzio i soprintendenti, nel cancellare vincoli e obiezioni, per poter fare quanto vuole: immettere manager esterni nell’amministrazione, esautorare i dirigenti attuali, rimandare sine die i piani paesaggistici previsti dal Codice Settis-Rutelli (e già allontanati di sei mesi), autorizzare la cementificazione dell’Agro romano, del litorale ostiense e di quant’altro, trasferire competenze decisive al Comune di Roma e, dopo, ad altri grandi Comuni, dividere musei, monumenti e siti archeologici fra quelli che possono rendere e quelli invece che non incassano soldi privatizzando la gestione dei primi. E’ una strategia che Silvio Berlusconi persegue da quando era ministro Giuliano Urbani, il primo a proporre la privatizzazione dei maggiori musei italiani.

Quando i direttori delle più grandi collezioni del mondo protestarono contro questo progetto e, in Italia, Giuseppe Chiarante, allora vice-presidente esecutivo del Consiglio Nazionale dei Beni Culturali, si unì a loro, egli venne con altri (Luca Odevaine e il sottoscritto) subito epurato e il Consiglio, di fatto, non fu più convocato. Subentrarono a noi Suni Agnelli, lo storico Piero Melograni e l’ex presidente della Corte, Giuseppe Mirabelli. I quali accettarono tranquillamente e vennero poi presi in giro con la sostanziale chiusura “per lavori in corso” del CN. Allora l’opposizione parlamentare si disinteressò della cosa. Che accadrà ora?

Ora la questione di fondo si ripropone con maggior drammaticità, rischia infatti di venire travolto in poche battute l’intero impianto legislativo delle tutela a favore di un decisionismo tutto politico che ritiene d’impaccio e puramente consultivo il ruolo dei tecnici del Ministero e delle Soprintendenze. E’ vero che c’è di mezzo l’articolo 9 della Costituzione (“La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”), ma nei fatti il suo aggiramento, grazie anche al Titolo V della Costituzione che pesa sulla coscienza del centrosinistra, verrà perseguito con ogni mezzo. Per puntare a valorizzare quanto può venire commercializzato.

Fra i componenti superstiti del Consiglio Superiore alcuni appaiono decisi a presentare le dimissioni da questo organismo ritenendo che sia inutile restarvi dentro a fare le belle statuine (o a non venire convocati come accadde con Urbani) e pensando che sia molto più utile provocare con un gesto collettivo un forte dibattito politico-culturale nel Paese. Altri invece propenderebbero per rimanere e combattere una sia pur formale battaglia in nome della cultura della tutela. Il problema è, più che mai, politico. Si scontrano infatti due strategie: una tendente a liquidare il Ministero e una storica tradizione di tutela – che rimonta alle leggi medicee e pontificie - in nome di una fruttuosa messa a reddito dei beni culturali e del paesaggio (già massacrato dalla speculazione); l’altra tesa invece a difendere la nostra legislazione e prassi di tutela come fatto di civiltà (cultura che fu dello stesso Giuseppe Bottai autore nel 1939 di due leggi fondamentali) avendo il sostegno e l’appoggio dei più grandi studiosi di tutto il mondo. La prima è stata fatta propria dal centrodestra. La seconda sarà fatta propria dal centrosinistra? Al di là di alcune singole voci levatesi anche ieri (De Biasi, Ghizzoni, Tocci, Giulietti, Della Seta, lo stesso ex ministro Rutelli), si aspettano prese di posizione forti e convincenti in proposito dai vertici del Partito Democratico e dell’Italia dei Valori.

Come abbiamo potuto leggere dalle notizie ANSA del pomeriggio e così come anticipato da un paio di giorni, Salvatore Settis si è dimesso dal ruolo di Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali. Pochissimi minuti dopo la conclusione della rapida riunione in cui è stata sancita questa decisione, le agenzie stampa hanno diffuso il nome del successore designato dal ministro Bondi. Naturalmente, che in presenza di palesi, profondi contrasti su molte delle decisioni adottate da questo governo in ambito culturale fossero, da un lato, inevitabili le dimissioni del professore e, dall’altro, legittima la sua sostituzione, è evidenza che non vale neppure la pena ribadire.

Ma molti sono gli indizi che questa vicenda sia stata opportunamente "guidata" verso un esito che consentisse l’allontamento di una voce ormai troppo scomoda, senza creare eccessivi clamori. Eppure Settis, ormai da anni osservatore critico di grande competenza e difensore delle sorti del nostro patrimonio culturale (si vedano i molti interventi riportati in eddyburg), non può certo essere definito quale personalità poco incline al dialogo, o arroccata su posizioni di oltranzismo radicale: criticato anzi, a volte anche da eddyburg, per eccesso di mediazione. Con tutto questo insanabilmente distante da atteggiamenti di servile acquiescenza, evidentemente i soli ad avere possibilità di accettazione in questi nostri tempi oscuri.

Il pretesto usato da Bondi per attaccare, con toni di sprezzante arroganza, il professor Settis, è stata l’intervista rilasciata da quest’ultimo all’Espresso nella quale venivano semplicemente ribadite, con toni molto pacati, alcune delle molteplici ragioni che negli ultimi mesi hanno indotto molti osservatori, studiosi, intellettuali italiani e stranieri a parlare di vera e propria dismissione del Ministero voluto da Giovanni Spadolini e di smantellamento di un sistema della tutela che, pur nel progressivo depauperamento delle risorse finanziarie e tecniche in atto ormai da molti anni, ha saputo preservare, nel suo complesso, il patrimonio culturale del nostro paese, perché rimanga un bene pubblico.

In attesa di leggere, domani su Repubblica, la lettera di dimissioni nella quale Settis ribadisce le proprie ragioni, oltre a dichiarare la piena solidarietà di eddyburg a lui e agli altri membri – Andrea Emiliani, Andreina Ricci – che l’hanno seguito in questa decisione, una primissima considerazione può essere fatta a caldo.

Ben pochi commenti merita il successore designato, Andrea Carandini, già da mesi allenatosi ad assurgere al ruolo di archeologo di corte con un accorto dosaggio di attacchi al personale delle Soprintendenze - "i talebani della conservazione" - ed entusiastiche approvazioni, a prescindere, di ogni desideratum del potere politico in materia culturale, crociera dei bronzi di Riace compresa.

Lo sconcerto suscitato nel mondo accademico nazionale ed internazionale dalla scelta di un personaggio la cui reputazione scientifica ha subito più di una incrinatura dopo le ultime boutades reclamizzate a mezzo stampa, dimostra purtroppo la distanza dei parametri di giudizio dell’insieme del mondo scientifico rispetto a quelli adottati da chi ci governa.

Un elemento apparentemente collaterale delle modalità con cui si è svolta la riunione del Consiglio svoltasi questo pomeriggio ci appare illuminante: subito dopo aver letto le ragioni delle proprie dimissioni, il professor Settis avrebbe sollecitato una discussione aperta sui temi da lui proposti e, dunque, non certo sul destino del proprio ruolo, ma esattamente sulle diverse visioni di politica culturale che venivano a confrontarsi fino a confliggere: argomento principe cui il Consiglio Superiore sarebbe chiamato a dedicare massimamente le proprie risorse intellettuali.

Con una tempestività degna di miglior causa, il membro anziano subentrato a presiedere la riunione ha interrotto la seduta, impedendo de facto lo svolgersi di una libera discussione, pratica, quest’ultima, cui chi ci governa dimostra in ogni occasione la propria totale estraneità.

E’ invece esattamente questo che occorre fare ora, in tutte le sedi, suscitando quell’esercizio della critica che appare così pericoloso da dover essere stroncato in ogni forma.

Al contrario, come ci ha insegnato Rossana Rossanda, ‘affilare la ragione, invece che le spade, resta il nostro mestiere’.

Non era stato facile mantenere e ri-affermare l’idea del Centro storico come bene comune, sia in senso culturale che economico, contro ogni tentativo post bellico di appropriazione da parte di interessi privati particolari fossero grandi banche o gruppi immobiliari o l’insieme degli interessi commerciali. E ciò nonostante che già Ricardo avesse individuato nell’insieme delle azioni dei singoli aggregati all’interno della città il fattore determinante del diverso valore della terra urbana rispetto a quella agricola circostante e nonostante il valore di custodia di un immaginario collettivo stratificato nel tempo fosse alla città riconosciuto da storici ed urbanisti e implicito nella cultura dei suoi abitanti negli stessi comportamenti “relazionali” con cui vie, piazze e edifici erano utilizzati.

Ne fa fede la difficoltà con cui agli inizi degli anni ‘70 Pierluigi Cervellati tentò e in parte realizzò a Bologna quella che resta una delle operazioni più ardite ed innovative dell’urbanistica italiana e cioè il recupero di pezzi di città storica sia in senso edilizio che socio culturale sottraendoli alla inevitabile deriva di un degrado fisico e/o funzionale assieme con l’espulsione dei ceti più deboli dal cuore della città. Operazione che letta con gli occhi dell’oggi appare ancora più meritoria e “politica” perché capace di affermare il diritto dei cittadini a non essere deprivati di un bene di cui la loro stessa presenza contribuiva a determinare il “valore”.

Ricordo bene, allora ero studente di quella Facoltà, lo scandalo con cui venne accolta dal prof. Piero Sanpaolesi titolare della cattedra di Restauro dei monumenti alla facoltà di Architettura di Firenze e suo Preside, la proposta avanzata dalle commissioni del movimento degli studenti di tenere un insegnamento sul tema del “Restauro/recupero dei centri storici” che da Bologna sembrava diffondersi come tema rilevante in tutte le città storiche.

Quella operazione ebbe seguito e imitatori di maggiore o minor successo persino fuori dai confini nazionali e conobbe anche in qualche caso una certa continuità di azione da parte delle istituzioni di alcune piccole, medie e grandi città italiane, ma la spinta politica e sociale per la conservazione del bene comune centro storico si spense a poco a poco certo non senza avere conosciuto momenti di vera e propria gloria come nel caso del netto prevalere dei sostenitori della chiusura al traffico veicolare del centro storico nel/i referendum a Bologna; e ciò contro una manifesta coalizione di interessi commerciali ed immobiliari e di egoismi privati. Certo gloria effimera chè non bastò a convincere il governo della città a darle seguito “cedendo”, letteralmente, il campo a chi il referendum aveva perduto, sia nel senso di adottarne il punto di vista che di progressivamente lasciare solo a quegli interessi e ai loro portatori la possibilità di avere parte sulle decisioni in merito.

Dalla vicenda bolognese esce una storia quasi paradigmatica della progressiva espropriazione alle società urbane del loro centro come luogo di incontro di discussione, di vita di relazione con gli altri e della consegna dello stesso alla prevalente funzione del consumo nei modi e con i tempi determinati dagli interessi economici degli operatori commerciali progressivamente affermantisi e/o imposti su qualsiasi altro interesse comune. Parabola che lì ha prodotto anche un Sindaco (Guazzaloca) “di settore” ma ovunque conseguenze oltrechè culturali e politiche anche urbanistiche rilevanti.

Gli spazi di vie piazze rese disponibili a qualunque manifestazione di valenza commerciale, il trionfo dei dehors senza regole né spaziali (transitabilità compromessa degli spazi pedonali), né estetiche (chiusura di prospettive visuali, uso di strutture e materiali incongrui con il contesto), né ambientali (sprechi energetici e di materiali), i ponteggi dei cantieri in corso divenuti enormi cartelloni o schermi pubblicitari. La vendita ai privati degli edifici del patrimonio pubblico o addirittura di spazi verdi e persino le ordinanze sindacali che vietano la sosta delle persone su scalinate, panchine, piazze

E ancora, lo spazio di vie e piazze conquistato definitivamente dall’automobile in moto o in sosta a vantaggio di pochi (chi compra il privilegio di vivere in centro compra anche il privilegio di parcheggiare sotto casa!?) e a scapito dei pedoni e della possibilità di un utilizzo “lento”, “gratuito”, “estatico” e “sostenibile”. Inciso: a Tokyo e Kyoto l’auto in centro può essere parcheggiata solo in spazi privati.

Non solo lo spazio pubblico del centro storico viene alienato ad uso privato in vari modi: concessioni d’uso, pagamento sosta, vendita spazi pubblicitari etc, ma addirittura negli sviluppi più recenti delle politiche del traffico (Sirio, Ecopass e simili) si ripropone in nuove forme la “enclosure” di un “common” (le barriere tecnologiche immateriali hanno sostituito i recinti e le siepi) vendendone il diritto di accesso a chi ha la possibilità di comprarlo

Piano piano il bene comune posseduto dalla comunità urbana e disponibile per tutti, da usare e godere spesso insieme, è diventato uno spazio contenitore di beni da consumare in modo individuale e discriminato. L’allontanamento dal centro storico degli spazi in cui si potesse consumare il delitto di una produzione culturale alternativa e autogestita (centri sociali e spazi liberi) o addirittura praticare modalità di abitare “diversi” (case occupate o comunitarie) è stata l’azione generalizzata di complemento delle amministrazioni urbane.

Non so dove sia stato coniato per la prima volta il taxon con cui vengono ora connotati i centri storici soprattutto in Toscana e in Emilia: “Centro Commerciale Naturale”; accomuna su cartelli, mappe e pieghevoli di produzione istituzionale San Quirico d’Orcia a Pienza, Vignola e Reggio Emilia, solo per esemplificare. Certo l’inventiva promozionale usata dalla sinistra (?) che governa quelle terre a ricreare per lo “sciame inquieto” ( come lo definisce Z. Bauman) dei consumatori lo stesso appeal che hanno ipermercati e città degli outlets, trasformando il Centro Storico in Centro Commerciale Naturale, denota una sicura convergenza con l’ideologia mercantile che anche il centro destra promuove nelle città da lui governate..

Così si esprime l’appello contro la chiusura di COX 18 uno spazio milanese animato da Primo Moroni: “Lo stesso centro storico da tribuna delle idee e di incontro è stato progressivamente trasformato in un luogo destinato solo al consumo opulento, a vetrina infiocchettata della moda” (il manifesto 29/01/2009 pag.20).

La distruzione di un immaginario condiviso che vedeva il centro storico come bene comune si consuma così in un bipartisan silenzio rotto da rare e flebili voci. Ad epigrafe si potrebbe adoperare la scritta apposta da “mano criminale” proprio a Milano su un divieto di accesso alla zona ecopass:

“ZONA A PENSIERO LIMITATO”. (M. Philopat, Il primo amore. Il cuore eretico di Milano, in il manifesto cit)

E’ singolare. Da almeno 10 anni una vasta platea di economisti che ha voce e influenza pubblica non ha cessato un momento di ricordarci che i «consumi americani tirano la crescita». Sono gli americani, ci ricordavano, che alimentano lo sviluppo con il loro formidabile ritmo di consumo. Nessuno di costoro lasciava cadere, sul proprio entusiastico compiacimento, qualche ombra di perplessità. Eppure, oggi, tra tali commentatori non si trova un solo economista che voglia ricordarsi del nesso tra perseguimento della «crescita infinita» e iperconsumo americano. E tra questi e la crisi oggi in atto. Il tracollo del sistema bancario e le distruzioni in corso nell’economia reale vengono spiegate con poche categorie disciplinari ( basso tasso di sconto del dollaro, debito estero, ecc) e con la violazione delle regole, con l’imbroglio finanziario. Per il resto nulla da obiettare. E il consumo che tirava la crescita ? Non ha niente a che fare con il disastro attuale?

Cominciamo col rammentare – informazione di cui in genere gran parte degli economisti non sa che farsi – che gli Americani, il 5% della popolazione mondiale, con quel consumo che tirava divoravano e divorano circa il 30% delle risorse mondiali. E’ una vecchia storia imperiale che si ripete in altro modo. Al culmine della sua espansione territoriale, negli anni ’30 del ‘900, la Gran Bretagna controllava, a vario titolo, un numero così grande di colonie da coprire 1/4 delle terre emerse del globo, 125 volte la propria superficie. Un territorio di riserva indispensabile a sostegno della macchina produttiva e degli elevati standard di consumo dei cittadini britannici. Quasi sempre la prosperità dell’Occidente si è fondata su risorse che altri popoli non hanno potuto utilizzare. Anche oggi lo «stile di vita americano» si regge su un immenso territorio di riserva, sullo sfruttamento di risorse altrui, utilizzati grazie alla vasta influenza economica, politica e militare degli USA, e pagati con il dollaro, moneta di riserva e mezzo universale di pagamento.

Quel territorio oggi consiste anche nei salari da fame degli operai cinesi e del resto dei Paesi del Sud del mondo, nei bassi costi delle loro materie prime, che hanno consentito ai consumatori degli USA di divorare interi continenti di merci senza generare inflazione, rendendo possibile alle imprese americane di tenere bassi i propri salari, di realizzare profitti crescenti che si riversavano nel ribollente calderone della speculazione finanzaria. E’ così che i cittadini americani, operai e classe media, sono stati spinti al consumo malgrado la loro emarginazione sindacale e la stagnazione del loro reddito: tramite l’indebitamento. Che trovata! La corsa allo sviluppo illimitato ha spinto infatti a un mutamento storico del ruolo delle banche: nate per finanziare le imprese, esse si sono messe a prestar soldi direttamente ai cittadini, perché continuassero a consumare all’ infinito. L’indebitamento crescente delle famiglie è stato lo strumento « per continuare a crescere», come recita il mantra del conformismo economicistico universale. Già nel 2003 il debito insoluto dei cittadini americani era di 1 miliardo e 800 milioni di dollari. Gran risultato. Ma questa è la faccia nascosta del recente successo americano, quello glorificato da schiere infinite di economisti, pifferai che hanno cantato la gloria di questo capitalismo ad ogni angolo di strada. Una montagna di debiti delle famiglie. La costruzione del « maledetto imbroglio» finanziario con i mutui subprime, non è che l’estensione e il perfezionamento di un modello già in atto, esteso al settore immobiliare, che serviva peraltro ad alimentare la grande macchina dell’edilizia.

Quel consumo, dunque, si è retto, per almeno un quarto di secolo, sul progressivo indebitamento dei privati e sull’idrovora finanziaria a scala mondiale messa in piedi dall ‘impero americano. « Dati del Fondo monetario internazionale – ha ricordato di recente Silvano Andriani – mostrano come tutte le aree del pianeta, compresi i paesi emergenti, stiano finanziando con esportazioni di capitali gli Stati Uniti».

Rammento tutto ciò non tanto per sottolineare la scadente qualità predittiva delle scienze economiche oggi dominanti. Su questo terreno siamo tutti fallaci, anche se non tutti con pari responsabilità. Ma per richiamare aspetti che all’angustia disciplinare di questi saperi sfugge, per così dire, in radice. Il consumo, a quanto si sa, si realizza attraverso la dissipazione di risorse naturali. Ora, chiedo, non ci sono nessi tra l’iperconsumo americano e occidentale e i colpi subiti dalla natura negli ultimi decenni? Non è una lamentazione estetica, ci mancherebbe. Sotto l’assedio di una cultura economica da Paese povero, che guarda al mondo fisico con tale voracità predatoria, non pretendiamo tanto. Ma per natura qui si intende la perdita di immense superfici di terra per erosione e desertificazione, l’impoverimento biologico dei mari, l’abbattimento di foreste, l’inquinamento di fiumi e laghi, la dissipazione di risorse non rigenerabili, l’alterazione del clima, i danni inflitti a uomini, animali e cose. Per natura qui si intende economia, ricchezza, parte della quale addirittura misurabile in termini di PIL. Continueremo come prima? E ancora: non c’è nessun nesso tra l’iperconsumo occidentale, che vuol giungere sino alle lontane galassie, e la crescita degli indigenti nel mondo? Nessun legame tra il miliardo di affamati – gloria imperitura del capitalismo contemporaneo – recentemente censito dalla FAO e la politica di protezione agricola di USA e UE, il debito dei Paesi poveri, il dominio delle imprese occidentali nelle economie del Sud.? Continueremo come prima?

Ma oggi le risorse – su cui si fonda il consumo – appaiono sempre più limitate. Nuove frontiere, che l’Occidente aveva cancellato, si alzano a delimitarle e a difenderle. Anche i Paesi così detti in via di sviluppo ben presto pretenderanno che il loro stile di vita, come quello americano, « non sia negoziabile».E’ un mutamento di vasta portata. Ma il carattere finito del nostro Pianeta non muta, né cambia la sua natura di ecosistema complesso e vulnerabile. Perciò niente potrà più continuare come prima . E allora? Ci limitiamo a chiedere nuove regole, a invocare finalmente correttezza e un nuovo senso etico al capitalismo?

Il più grande errore politico che oggi si possa commettere è di credere che le soluzioni alla crisi presente- che non sia una semplice normalizzazione temporanea – possa venire da una cultura che la crisi ha generato e sostenuto con i suoi stessi unilaterali e fallaci fondamenti.

L'articolo è stato inviato anche a il manifesto

Da tempo stavamo lavorando a un progetto di mappatura degli spazi pubblici. Nel dicembre 2008 abbiamo valutato la possibilità di partecipare a un bando di concorso, indetto dalla fondazione della Banca etica, per il finanziamento parziale della ricerca. I tempi molto stretti e il periodo dell’anno nel quale cadeva la scadenza (31 dicembre 2008) non ci ha consentito di coinvolgere nella presentazione del progetto tutti i partner che lo condividevano e con i quali contiamo comunque di proseguire la collaborazione. Inseriamo qui di seguito stralci della proposta presentata secondo lo schema stabilito.

Titolo: Conoscenza condivisa, responsabilità sociale, azione solidale. Partiamo dagli spazi pubblici nella città: un’iniziativa pilota.

2. LA PARTNERSHIP

Descrizione della partnership

Obiettivi

La partnership tra Zone, Legambiente Padova ed eddyburg.it ha come obiettivo quello di mettere a punto un modello di mappatura degli spazi pubblici esistenti, previsti e desiderati, delle loro caratteristiche e possibilità di utilizzazione a fini sociali, dei rischi cui sono sottoposti e delle azioni volte alla loro difesa e valorizzazione sociale (sia spontanee che programmate, sia promosse da associazioni, gruppi e comitati sia condotte dalle istituzioni preposte).

Tale obiettivo postula la necessità di costituire una partnership che abbia la capacità di:

(1) impostare un modello di ricerca / azione scientificamente e metodologicamente fondato;

(2) sperimentarlo localmente sul campo mediante un’azione sia di livello tecnico (mappatura dei luoghi e delle loro caratteristiche oggettive) che sociale (coinvolgimento degli abitanti nel riconoscimento dell’identità / utilità / desiderabilità);

(3) raccogliere una serie significativa di casi presenti a livello nazionale, relativi sia a buone pratiche che ad azioni di difesa di beni pubblici territoriali, anche in vista di una propagazione del modello di cui ai punti precedenti;

(4) costruzione di un bagaglio di conoscenze e azioni possibili, cui possano attingere attori e istituzioni che condividano le premesse del lavoro e i principi alla sua base;

(5) disseminare i risultati raggiunti in proiezione di azioni future anche a un livello europeo e mondiale.

Modalità

Nell’ambito del coordinamento generale effettuato da Zone si costituiranno:

(a) un comitato di esperti (di cui in allegato si fornisce la composizione e le competenze), che presiederà alla ricerca di base, all’impostazione scientifica e metodologica e fornirà supporto tecnico ai due team operativi, monitorandone le attività e i risultati;

(b) un team operativo, con base a Padova e coordinato da Legambiente Padova, per la mappatura a livello locale;

(c) un team operativo, con base a Venezia e coordinato da eddyburg.it, per la mappatura a livello nazionale.

La collaborazione / integrazione dei due team operativi avverrà, con il coordinamento di Zone, anche per l’organizzazione delle attività e degli eventi comuni (workshop, seminari, convegni, pubblicazioni, validazione e disseminazione dei risultati e delle conoscenze). Zone sarà responsabile dell’amministrazione del progetto e della sua gestione finanziaria.

Caratteristiche

Legambiente Padova ha svolto con successo numerose azioni volte a individuare i rischi derivanti da tentativi di privatizzazione e commercializzazione di spazi pubblici significativi, a fornire sostegno tecnico ed operativo alle azioni di rivendicazione sociale dell’uso di tali spazi, ottenendo rilevanti successi anche nel confronto con le istituzioni locali. La sua natura di componente di un’associazione di dimensione nazionale consente di offrire un utile supporto sia per la mappatura delle buone pratiche di difesa e utilizzazione sociale degli spazi pubblici presenti in altre regioni italiane, sia per disseminare su campi più vasti i risultati che saranno raggiunti nella ricerca proposta. A livello locale, la sua struttura, gli esperti dei quali può avvalersi e le sue esperienze rendono questa associazione particolarmente idonea a svolgere il lavoro sul campo, a coadiuvare nell’operazione di individuazione e mappatura degli spazi pubblici, per connettere in questa operazione sia le capacità tecniche che le azioni di abitanti, cittadini, gruppi e istituzioni presenti sul territorio.

L’associazione Zone ha svolto una significativa esperienza di ricerca e di lavoro sul campo, affrontando un tema relativo all’organizzazione degli spazi pubblici come strumento di azione sociale in un’area degradata, coordinando diversi gruppi, esperti e associazioni di professionalità, culture e nazionalità diverse. Ha coordinato associazioni ed esperti di diverse nazionalità organizzando convegni, seminari e workshop, su temi attinenti l’argomento della ricerca, al Word Social Forum 2007 (Nairobi) e all’European Social Forum 2008 (Malmö). Può avvalersi di un gruppi di esperti (ingegneri, architetti, pianificatori) soci volontari dell’associazione, e di un coordinatore esperto in attività di direzione di team pluridisciplinari.

Eddyburg.it svolge da anni un’attività di formazione, diretta e indiretta, attraverso:

(a) l’inserimento nel sito di materiali atti a conoscere, comprendere e criticare sia le idee e le pratiche mediante le quali l’habitat dell’uomo viene minacciato sia le azioni promosse o promuovibili per migliorarne le condizioni;

(b) l’organizzazione delle edizioni annuali della Scuola estiva di pianificazione;

(c) la presenza e disponibilità sul territorio dei numerosi esperti che al sito fanno capo, e che collaborano diffusamente con gruppi, comitati e reti impegnati nella difesa delle qualità sociali, culturali e storiche del territorio.

Il pool di esperti di cui può disporre fornisce ampie garanzie sulla serietà scientifica della collaborazione al progetto, e la notevole visibilità del sito nella rete internet è una risorsa rilevante per la discussione e disseminazione dei materiali della ricerca e come strumento stesso di raccolta dei casi studio a livello nazionale. L’associazione tra i tre partner, fondata su forti analogie delle azioni svolte nel passato da ciascuna di esse e da comunanza nelle finalità e nei principi, consente di connettere in un’unica rete esperienze di lavoro, risorse conoscitive e comunicative, capacità specifiche e connessioni con aree culturali diverse, ponendo le basi per ulteriori azioni comuni.

3.2. DESCRIZIONE DEL PROGETTO E ATTIVITÀ PREVISTE

Premessa

Gli spazi pubblici sono un patrimonio sotto il profilo culturale, sociale, economico: essi caratterizzano l’identità di un popolo, determinano le condizioni sociali della vita degli abitanti, sono il prodotto di investimenti e decisioni pubblici, costituiscono il lascito per le generazioni future. Nel passato gli spazi pubblici hanno costituito l’obiettivo di significative lotte sociali, spesso coronate da successo. Oggi, in molti casi, sono l’oggetto di fenomeni preoccupanti di degradazione, esclusione, privatizzazione. Sono al tempo stesso, e sempre più spesso, l’obiettivo di azioni sociali per la loro difesa. In Italia e in Europa cresce il numero dei comitati, dei gruppi, delle associazioni, spesso tendenti ad aggregarsi in reti più ampie, per la loro difesa e promozione. Occorre che gli abitanti di oggi si riapproprino degli spazi pubblici (esistenti, previsti, desiderati) per poterli difendere, conquistare, utilizzare, tramandare. Per riappropriarsene il primo passo da fare è conoscerli: a questo innanzitutto serve la mappatura la degli spazi pubblici che proponiamo.

Obiettivi del progetto

Il progetto propone di elaborare e sperimentare un processo di ricerca-azione di mappatura degli spazi pubblici, che coinvolga associazioni, cittadini, ricercatori ed esperti, diretto a comprendere la condizione attuale degli spazi pubblici nelle sue componenti fisiche, sociali ed economiche, al fine di sollecitare una maggiore responsabilità ambientale e sociale e di innescare un’azione di pianificazione dello spazio sociale, intesa come azione collettiva e solidale. Questo processo si costituisce come progetto-pilota in quanto mira ad essere applicato in altre realtà locali per la costruzione di mappe degli spazi pubblici alla scala comunale e provinciale e ad estendersi a comprendere ulteriori esempi di spazi pubblici a rischio e di buone pratiche (progettazione, uso, gestione, finanziamento degli spazi pubblici) nel territorio nazionale. Gli obiettivi specifici del progetto sono di tre ordini:

(a) Conoscenza.

Il progetto si propone di approfondire la conoscenza della condizione degli spazi pubblici nella società contemporanea italiana, a partire dal sapere scientifico e dal lavoro sul campo con cittadini, esperti e istituzioni. Una comprensione adeguata richiede il concorso di saperi tecnici e saperi locali. I primi sono essenziali per cogliere le caratteristiche oggettive dei luoghi (la storia della loro formazione, le caratteristiche della loro struttura fisica, le suscettività della loro utilizzazione sociale, i costi per la loro formazione e manutenzione ecc.) e per poter comparare spazi analoghi in contesti diversi. I saperi locali sono essenziali per cogliere il modo in cui gli spazi pubblici esistenti sono percepiti dagli utilizzatori, quali caratteristiche sono considerate positive e negative, quali sono le aspettative d’uso e di sistemazione di spazi pubblici previsti e non realizzati, quali sono i desideri in merito a spazi o a usi non ancora riconosciuti come pubblici. Il progetto riconosce nell’interazione tra i due saperi nell’affrontare la conoscenza degli spazi pubblici un contributo al recupero di una convergenza tra intellettuali e popolazione, tra depositari di un sapere speso reso astratto e lontano dal reale e una realtà sociale privata dall’intelligenza critica delle cose.

(b) Responsabilità ambientale e sociale

Attraverso una maggiore conoscenza degli spazi pubblici si può stimolare una maggiore responsabilità sociale e ambientale da parte dei cittadini, istituzioni e interessi coinvolti e una maggiore consapevolezza nel far riconoscere a tutti gli abitanti il diritto alla città. Il diritto cioè, oltre che ad usare un’abitazione appropriata, ad accedere e usare tutti i luoghi utili e belli della città: le scuole e il verde, il mercato e l’ambulatorio, il giardino e l’edificio storico, la sponda del fiume e la piazza, il luogo di culto e il teatro e così via, per creare una dimensione collettiva più serena, vivibile ed emancipata. Il progressivo declino dell’uomo pubblico ha fatto smarrire la consapevolezza della necessità e possibilità di concepire e realizzare la città come un bene comune dove le esigenze e i bisogni dei suoi abitanti sono garantiti, dove è possibile accedere senza difficoltà ai servizi essenziali, dove è piacevole incontrarsi, dove le iniziative culturali consentono di affrancarsi dal pensiero unico ed elaborare un pensiero critico.

Il progetto riconosce nel sistema degli spazi pubblici non solo un elemento fondamentale all’organizzazione di una città e al buon funzionamento di una società, ma anche uno strumento di emancipazione della società stessa. Negli spazi pubblici si riversano le differenze, le contraddizioni e le diverse appartenenze, ma le regole della vita pubblica e la proprietà pubblica, permettono di vincere la sopraffazione di uno sull’altro, di costruire e ricostruire attraverso le trasformazioni della società, nuovi spazi e modi di condivisione, diventando quindi anche luoghi di apprendimento reciproco, in cui diritti e responsabilità cercano equilibrio.

(c) Azione solidale

Il riconoscimento della città come bene comune, oggi non pienamente garantito, richiede uno sforzo di pianificazione affinché le attrezzature di interesse collettivo siano previste in quantità adeguate e localizzate in modo opportuno. La loro progettazione, il loro uso e la loro gestione richiedono sapienza, responsabilità ed etica. Un uso intelligente delle risorse economiche delle amministrazioni locali è sempre più necessario per accrescere la consistenza degli spazi pubblici e migliorarne l’uso. Questo necessita di una capacità e di un impegno da parte delle istituzioni. Richiede inoltre una coscienza collettiva del valore delle risorse comuni, quali sono gli spazi pubblici, e soprattutto di un’azione solidale da parte della popolazione affinché l’impegno delle istituzioni, degli esperti, dei professionisti coinvolti nella progettazione e gestione sia diretto alla cura, salvaguardia, utilizzo collettivo di questo patrimonio senza che ciò significhi piegare a logiche finanziarie ciò che deve misurarsi in termini di equità, benessere e felicità.

Costituire intorno e per la mappatura degli spazi pubblici una rete di gruppi, associazioni, cittadini, esperti che concorrono alla conoscenza degli spazi pubblici, in tutte le loro dimensioni, costituisce la prima azione solidale per la loro difesa, migliore progettazione e gestione.

Metodologia

Il progetto propone di costruire delle mappe degli spazi pubblici esistenti, previsti negli strumenti urbanistici e desiderati come pubblici per le loro caratteristiche intrinseche o per nuove esigenze sociali, con attenzione all’uso sociale degli spazi e ai conflitti che in essi si dispiegano. I criteri adottati per la definizione, descrizione e mappatura degli spazi pubblici saranno individuati al fine di evidenziare elementi fisici (localizzazione, accessibilità, forma, estensione), sociali (fruizione, attività, conflitti), economici (attraverso quali risorse è stata finanziata la loro formazione e lo è la loro gestione).

Tre tipi di azioni strettamente collegate tra loro verranno impiegate: ricerca, sperimentazione e apprendimento-divulgazione.

Ricerca.

Essa mira a costruire le basi scientifiche e metodologiche del processo, approfondendo innanzitutto il concetto di spazio pubblico nella società contemporanea attraverso una ricognizione della letteratura sinora prodotta dai diversi campi disciplinari (urbanistica, sociologia, psicologia, antropologia, storia, geografia) nel tentativo di elaborare definizioni, individuare categorie di spazi pubblici ragionevolmente distinte tra loro, proporre parametri atti a descrivere compiutamente le loro caratteristiche fisiche e sociali. Un‘analisi della normativa e degli strumenti urbanistici disponibili in materia (standard urbanistici e territoriali, specifiche componenti della pianificazione ecc.) sarà inoltre necessaria per comprendere le potenzialità e i limiti di questi nel soddisfare bisogni e desideri e nel far fronte alle difficoltà di vario ordine che sembrano ostacolare, nella società contemporanea, la possibilitò di realizzare sistemi di spazi pubblici adeguati. La ricerca provvederà anche ad individuare una metodologia specifica per i due diversi tipi di sperimentazione.

Sperimentazione

Per cogliere la varietà dei contesti e dei fenomeni in atto in un territorio complesso come quello italiano (complesso per la storia della sua formazione, per le differenze tra le condizioni sociali e amministrative delle sue parti, per la dimensione e localizzazione dei suoi insediamenti), il processo prevede di operare sia alla scala locale, attraverso un progetto di “Mappa degli spazi pubblici locale”, che a quella nazionale, attraverso l’avvio, alla scala nazionale, della costruzione di una “Mappa nazionale degli spazi pubblici a rischio e delle buone pratiche”.

La sperimentazione alla scala locale inizierà dalla selezione dell’area d’intervento e dalla costituzione di una rete dei gruppi, organizzazioni, cittadini. Seguirà il lavoro sul campo di rilevamento degli spazi e dei conflitti attuali o potenziali. La restituzione del lavoro sul campo su una mappa geo-referenziata, collegata a una base di dati contenenti tutte le informazioni raccolte ne sarà l’elaborato conclusivo.

La sperimentazione alla scala nazionale inizierà con la costruzione di una cartella web “Spazi pubblici a rischio e buone pratiche” sul sito eddyburg.it e con la costruzione di una rete di corrispondenti (attuali auto iscritti alla newsletter di eddyburg.it, reti di comitati per la difesa del territorio, siti e referenti di associazioni, gruppi, comitati attivi nel settore ecc.). All’attivazione dei corrispondenti e alla fornitura di un modello di scheda di rilevamento farà seguito la raccolta dei materiali segnalati. Adottando la rete dei corrispondenti si eddyburg si procederà a una valutazione campionaria della loro attendibilità. Una mappa geo-referenziata, collegata a una base di dati contenenti tutte le informazioni raccolte, sarà l’elaborato conclusivo.

Apprendimento-Divulgazione:

Apprendimento e divulgazione sono due facce d’una medesima operazione. Divulgare significa condividere la conoscenza con persone che non hanno partecipato, o non hanno partecipato totalmente, al processo della sua costruzione; apprendere significa aver maturato una maggiore consapevolezza mediante la condivisione della conoscenza.

Saranno protagonisti delll’appprendimento/divulgazione soggetti a diversi livelli: i cittadini che hanno partecipato e quelli che saranno successivamente coinvolti/informati; gli esperti e del settore (studenti, urbanisti, funzionari pubblici), gli animatori sociali (operatori di associazioni, ecc.) che avranno partecipato, e quelli che parteciperanno agli eventi reali e virtuali di disseminazione.

Il programma prevede lo svolgimento di seminari, l’organizzazione di una giornata di studi, dedicata alla mappatura degli spazi pubblici, nell’ambito della Scuola estiva di pianificazione organizzata da eddyburg.it e Zone (V Edizione: “Città e spazi pubblici: declino, difesa, riconquista”) la diffusione di pubblicazioni editoriali e on-line, il coinvolgimento di giornalisti della carta stampata e dell’etere (con particolare riferimento alle testate televisive più sensibili agli argomenti trattati). Si promuoverà l’organizzazione di eventi locali (visita guidata/giornata sul campo, costruzione locale della mappa, serate di discussione, eventi simbolici, contatti con l’amministrazione e i soggetti locali che si occupano degli spazi pubblici; particolare attenzione si porrà ai rapporti con le realtà scolastiche, a scala locale e a scala nazionale).

Attività

(A) Ricerca e Metodologia - Aprile -Settembre 2009 (6 mesi)

A1) Studio preparatorio.

Temi affrontati dalla ricerca: concetti (spazio pubblico, spazio comune, conflitto, rischio, standard, ecc.); gradiente pubblico degli spazi urbani; la norma e gli strumenti urbanistici; categorie e requisiti degli spazi pubblici; usi sociali degli spazi

A2) Metodologia per la mappatura degli spazi pubblici, del loro uso sociale e dei conflitti, sia a livello locale che nazionale. Organizzazione di due workshop in cui verranno discussi i temi affrontati dalla ricerca preliminare e poste le basi per la messa a punto della metodologia. Al workshop parteciperanno gli esperti e i responsabili delle varie attività.

A3) Stesura dei documenti e dei modelli (questionari, schede, ecc.)

(B) Sperimentazione Mappa Locale - Ottobre 2009-Maggio 2010 (8 mesi)

B1) Raccolta materiale esistente, lavoro di tavolino e primi sopralluoghi per la costruzione di una mappa di riferimento su cui lavorare.

B2) Forum sugli spazi pubblici. Preparazione e svolgimento di 4 workshop con associazioni, esperti, e attori per la costruzione partecipata della mappa degli usi sociali e dei conflitti. Raccolta e schedatura delle informazioni. Apertura di un blog di discussione.

B3) Elaborazione dei dati e restituzione cartografica. Costruzione della mappa degli spazi pubblici attraverso la realizzazione di un Sistema Informativo Georeferenziato (GIS)

B4) Organizzazione e svolgimento di due seminari pubblici: uno dedicato all’introduzione al tema degli spazi pubblici e presentazione delle attività di mappatura e un secondo dedicato alla presentazione dei risultati della ricerca e della mappatura finale.

(C) Sperimentazione Mappa Nazionale - Ottobre 2009-Maggio 2010 (8 mesi)

C1) Costruzione della pagina web e della call

C2) Raccolta, schedatura e sistemazione delle segnalazioni ricevute. La call rimane aperta 6 mesi. Contatti con associazioni.

C3) Elaborazione dei dati e restituzione. Costruzione della mappa degli spazi pubblici con utilizzazione del GIS.

(D) Divulgazione - Aprile 2009-Novembre 2010 (20 mesi)

D1) Workshop per la mappatura degli spazi pubblici – Giornata di formazione all’interno della Scuola di Eddyburg 2009.

D2) Pubblicazione su eddyburg.it di 8 aggiornamenti e invio di 8 Newsletter previa costruzione di un indirizzario.

D3) Pubblicazione editoriale dei risultati raggiunti, nei suoi aspetti teorici (concetti, definizioni, metodologia), pratici (la costruzione delle mappe), partecipativi, …

D4) Workshop sugli spazi pubblici /Standard urbanistici alla scala territoriale – Giornata di formazione all’interno della Scuola di Eddyburg 2009.

D5) Convegno Pubblico conclusivo

(E) Monitoraggio - Aprile 2009-Novembre 2010 (20 mesi)

E1) Svolgimento di quattro incontri (settembre 2009, novembre 2009, giugno 2010,

novembre 2010) tra gli esperti, responsabili delle attività e capo progetto.

E2) Stesura relazioni e rendicontazioni

(F) Amministrazione Progetto - Aprile 2009-Novembre 2010 (20 mesi)

F1) Coordinamento

F2) Amministrazione e Rendicontazione

3.3 Obiettivi, risultati attesi e monitoraggio del progetto

Il monitoraggio del progetto e la valutazione dei risultati sarà effettuata secondo criteri qualitativi e quantitativi. Rispetto ai tre obiettivi, si raggiungerà il risultato atteso se:

Conoscenza: (a) la mappatura degli spazi pubblici a livello locale sarà in grado di coprire un territorio comunale (min 20.000 ab.) o un settore urbano che comprenda centro storico e periferia (min.50.000 ab.) e sia in grado di individuare, entro tale territorio, gli spazi pubblici, le loro caratteristiche, e i conflitti ad essi connessi; (b) la mappatura a livello nazionale raccoglierà almeno 50 casi studio tra “buone pratiche” e “spazi pubblici a rischio”; (c) dal convegno e dalla pubblicazione conclusivi emergeranno, espressi con chiarezza comunicativa, metodo, azioni svolte, risultati conseguiti, nonché indicazioni innovative (cioè non ancora descritte nella letteratura del settore) sulle azioni da svolgere.

Responsabilità ambientale e sociale: (a) la mailing list della newsletter raggiungerà almeno i 2000 contatti; (b) le associazioni, movimenti, gruppi, cittadini, partecipanti ai workshop della mappatura locale raggiungeranno le 20 unità (ogni ente conta per uno); (c) i seminari pubblici avranno un’affluenza di almeno 100 partecipanti l’uno; (d) il convegno finale raggiungerà un’affluenza di almeno 300 partecipanti.

Azione solidale: (a) cittadini, associazioni, movimenti, amministrazioni pubbliche intraprenderanno nuove azioni (mappatura secondo criteri analoghi a quella sperimentata, nonché progettazione, difesa, gestione, uso) in accordo con i principi e le premesse che animano questo progetto; (b) centri di ricerca, fondazioni e simili istituzioni attiveranno progetti di ricerca, tesi di laurea e di dottorato, borse di studio e analoghe iniziative per affrontare il tema degli spazi pubblici in modo coerente ai principi alla base di questo progetto.

3.4 IMPATTO SOCIALE ED ECONOMICO SUL TERRITORIO

Impatto sociale

Gli spazi pubblici sono un grande patrimonio (culturale, sociale, economico) messo a rischio dai processi di commercializzazione e privatizzazione dello spazio urbano in atto in Italia (come in Europa e nel mondo). L’appropriazione da parte degli abitanti del loro sistema di spazi pubblici è la migliore garanzia della sua difesa, conservazione, fruizione, valorizzazione sociale e ambientale e della sua utilizzazione per il miglioramento della vivibilità urbana.

L’impatto sociale del progetto sul territorio è costituito dal grado di appropriazione da parte degli abitanti del loro sistema di spazi pubblici, e dipende dal modo e dalla misura in cui la popolazione interessata avrà partecipato alla mappatura, ne avrà condiviso obiettivi e principi, si sarà riconosciuta nei suoi risultati.

Il progetto si propone perciò di saldare strettamente il momento tecnico (fondato sul necessario spessore scientifico e culturale) con quello sociale, scegliendo per quest’ultimo tutta la gamma delle espressioni della società ma privilegiando quelle che, nell’Italia di oggi e nell’area della sperimentazione sul campo (Padova) appaiono più sensibili e attive. In primo luogo, quindi, ci si assicurerà l’adesione di associazioni, comitati, gruppi spontanei di cittadini, lavoratori, abitanti già costitutivi e operanti sul territorio, sia quelli che lo stesso svolgimento del progetto può stimolare ad emergere.

Ma si stabiliranno anche (soprattutto in riferimento alla mappatura di scala nazionale) rapporti di collaborazione con le reti organizzate e con le strutture (quali i Cantieri sociali) nelle quali già convergono strategicamente pluralità di movimenti di base, con quelle organizzazioni sindacali che hanno allargato sistematicamente la loro attenzione dalla fabbrica al territorio, con le istituzioni locali che hanno assunto la difesa e riqualificazione sociale degli spazi pubblici come tema di particolare impegno amministrativo. Costituisce impatto sociale sul territorio anche il sapere prodotto dal progetto, in quanto costituirà fonte e materiale di riferimento per esperti, istituzioni, associazioni che intendano operare secondo i medesimi indirizzi.

Impatto economico

Gli spazi pubblici costituiscono (come si è detto) un grande patrimonio economico. Unpatrimonio realizzato e valorizzato nel corso di decenni e secoli, per le decisioni e gli investimenti di generazioni di uomini. Negli anni recenti questo patrimonio (questo bene comune) sta cambiando di segno: privatizzazione e commercializzazione lo stanno sottraendo al consumo comune, usi contrastanti con la stessa natura degli spazi (le piazze trasformate in parcheggio) li degradano, la mancanza di manutenzione e di cura li deteriorano. La parti aperte e non costruite (i parchi, i boschi, le rive) vengono cementificate e asfaltate.

L’impatto economico del progetto è costituito dalla difesa stessa di questo patrimonio,condizione sine qua non per poterne godere oggi e per poterlo tramandare alle future generazioni. La sua permanenza, il suo accrescimento e miglioramento sono d’altronde condizioni essenziali per la qualità della vita sociale. Una città dotata di spazi comuni abbondanti e ben distribuiti, organizzati per una fruizione libera e aperta da parte di tutti gli abitanti, ricchi di funzioni collettive e di spazi naturali, luoghi d’incontro e di ricreazione, di rigenerazione psico-fisica e d’interrelazione sociale, sono essenziali per il benessere degli abitanti, per la loro salute, per la loro felicità.

L’approfondimento della conoscenza degli elementi del patrimonio costituito dagli spazi comuni può infine suggerire (come ulteriore elemento dell’impatto economico del progetto) modi più sapienti di utilizzarli nell’interesse sociale. Ad esempio, l’uso integrato di risorse per utilizzatori appartenenti a diverse fasce di fruizione (esempi: le attrezzature delle scuole aperte a tutti i cittadini nelle ore extrascolastiche, gli uffici pubblici utilizzati per la ricettività studentesca nei periodi di ferie), l’integrazione pubblico-privato per determinati spazi d’uso promiscuo (esempio: l’uso pubblico di aree agricole di proprietà privata) possono ridurre le spese di gestione ed allargare le possibilità di fruizione.

3.5 CONTINUITÀ E REPLICABILITÀ

Ilmodello di mappatura sperimentato sul campo (livello locale) sarà formulato in modo tale da essere applicabile a realtà diverse: per dimensione, per caratteristiche territoriali e sociali, per natura dei soggetti che intendano utilizzarlo. Se esso avrà successo e se i risultati saranno diffusi con l’ampiezza necessaria esso potrà essere utilizzato in molte altre parti del territorio italiano.

I partner che condividono questo progetto hanno già definito alcune ulteriori aree di collaborazione nell’ambito della Regione Veneto, allargando la partnership ad altre analoghe strutture con le quali solo ragioni di tempo non hanno consentito di avviare fin d’ora la collaborazione (Cantieri sociali Carta, Rete delle Camere del lavoro – CGIL). Anzi, nel corso stesso del processo di ricerca / azione ci si propone (avvalendosi delle reti di contatti dei tre partner) di attivare anche in altra realtà processi analoghi.

É ipotizzabile che in alcuni comuni che hanno in corso la redazione di strumenti di pianificazione si imposti il lavoro sugli spazi pubblici (ad esempio, nella redazione dei “piani dei servizi” previsti da alcune legislazioni regionali) adottando criteri e metodi proposti dal progetto. É ugualmente probabile che alcune delle realtà associative con cui si prenderà contatto nel corso della “mappatura degli spazi a rischio e delle buone pratiche” (livello nazionale) concorreranno alla ricerca non solo trasmettendo informazioni sulle loro esperienze, ma partecipando alla sua implementazione adottandone sperimentalmente il modello per effettuare operazioni sul campo.

La continuità e la replicabilità non sono previste solo dopo la conclusione del progetto, ma nel corso stesso della sua realizzazione. La continuità e replicabilità successive avranno invece una portata più ampia. Ci si propone di informare sul progetto e sul suo svolgimento partner stranieri per un suo sviluppo a scala europea, giovandosi dei contatti già attivi da parte dei soggetti promotori. Un primo canale già aperto è quello costituito dal Forum permanente sul Diritto alla città, di cui è già avviata la formazione all’indomani dello svolgimento del Forum sociale europeo 2008 (cfr. http://openesf.net/projects/urban/project-home).

Se tanti nuovi quartieri residenziali italiani fanno schifo, una ragione c’è. Antistorica. Se le nostre città sono coronate da piazze – che altre civiltà ignorano – non è per un caso bensì per un meraviglioso retaggio etico ed estetico. Una sfida durevole a mostrare quel che valiamo. Chi vuol progettare faccia i conti col passato, con la sua tensione estetica e umanistica

Il disastro vero non è lì, nelle opere talvolta stravaganti e sempre molto costose degli archistar, che con il tempo verranno innocuamente dimenticate come le riviste patinate che le rincorrono, il disastro vero sono i quartieri nuovi delle città europee, dove la cittadinanza dei cittadini è stata disperatamente vulnerata e che purtroppo dureranno invece centinaia di anni.

Quartieri di solito disegnati da professionisti di minore notorietà e qualche volta proprio da questi architetti che, pur rinomati per le loro opere architettoniche, non resistono alla tentazione di firmare anche qualche vasta lottizzazione allineata con gli altri disastri.

Il nuovo quartiere di Santa Giulia a Milano, firmato da sir Norman Forster. Il progetto del nuovo quartiere della Falck a Sesto San Giovanni, firmato da Renzo Piano. Il quartiere fiorentino, firmato da Marco Casamonti e ora sotto l’occhio della magistratura. La collina di Erzelli, a Genova, nelle versioni di Renzo Piano e di Mario Bellini. Eccetera.

Che questi architetti, quando viene loro chiesto il disegno di un brano di città, invece di ritrarsi e riconoscere la loro modesta competenza, siano pronti ad applicarsi in un campo del quale sanno nulla, mostra come l’antica e nobile arte di progettare le città – quella che le ha fatte così belle – è diventata da cinquant’anni un campo così privo di principi solidi, di una dottrina condivisa, di un insegnamento universitario fondato su manuali, di un mestiere riconoscibile e incontrovertibile, che chiunque ritiene di potervi impunemente scorrazzare, qualsiasi nuovo assessore all’urbanistica e qualunque architetto cui un committente privato richieda il piano di lottizzazione dei suoi terreni: molto spesso è il medesimo architetto cui chiederebbe il progetto della propria villa ma altrettanto spesso quello la cui notorietà aiuta a legittimare operazioni immobiliari di dubbia congruità.

Perché sono disastri? Chi autorizza un giudizio così perentorio, che peraltro molti condividono, come Oriol Bohigas?

Uno spazio libero e intimo

Da molto tempo molti lamentano la carenza di una soddisfacente vita collettiva e l’attribuiscono alla mancanza di spazi nei nuovi quartieri, tant’è vero che qualche anno fa il Comune di Roma lanciò il programma di “cento nuove piazze” per rivitalizzare la periferia, e cento nuove piazze si propose di realizzare di lì a poco anche il Comune di Torino, ma i risultati di tanta buona volontà furono agghiaccianti.

Il fatto è che la condizione essenziale di una piazza è di essere tale, cioè di essere costituita da uno spazio libero circondato e delimitato da case abbastanza alte perché alla vita collettiva occorre riconoscibilità e intimità. Ora, i quartieri progettati dopo il 1950 sono fatti di corpi di fabbrica disposti liberamente – vale a dire senza un criterio in qualche modo riconoscibile e consolidato e condivisibile – intorno a spazi vuoti privi di una specifica destinazione, se non talvolta per il gioco dei bambini o per altre modalità connesse all’uso residenziale: che ora, cresciuti i bambini, restano desolati monumenti all’insipienza dei progettisti, come sottolineava qualche anno fa il film L’odio (La haine, 1995, regia di Mathieu Kassovitz).

Dunque le nuove piazze erano di fatto spazi informi che l’arredo avrebbe dovuto riscattare: e ovviamente alla irrimediabile desolazione dei luoghi venne così aggiunta l’evanescenza delle loro nuove sistemazioni.

Se dessimo dunque ascolto a quanto sembrano reclamare i cittadini o comunque a quanto le amministrazioni comunali sembra percepiscano dei loro desideri – se avviano codesti programmi è forse perché ritengono che lo slogan delle cento piazze abbia una qualche favorevole risonanza nel loro elettorato –, ci sarebbe da attendersi che almeno nei nuovi quartieri venissero evitati gli errori del passato: ma invece non sembra sia così, sembra che coloro cui ne è affidato il progetto non possano liberarsi dall’idea moderna che la città nuova non debba per principio assomigliare all’antica.

Questa sorta di schizofrenia produce mostri, produce appunto l’epocale disastro europeo dopo le dittature del secolo breve.

Se invece ci proponiamo di riprendere il filo interrotto della città europea, se riteniamo cioè che le piazze debbano ridiventare, come un tempo, uno dei temi costitutivi della bellezza di una città e forse l’occasione perché le persone riconoscano, nel confronto con gli altri, la propria identità di cittadini, allora occorrerà disegnare piani regolatori che abbiano al loro centro ideale sequenze non di spazi pubblici generici – come recita una volgata insipiente – ma precisamente le piazze, che sono prima di tutto temi collettivi e solo secondariamente sono anche spazi pubblici. Anche i cessi stradali, i vespasiani, sono pubblici, ma non a quelli veniva affidata la bellezza della città e nemmeno – se non in forme marginali e notturne – la socialità cittadina.

Ma nel ricorrere alle piazze occorre conoscerne il senso, perché le piazze – una originalissima invenzione europea che invano cerchereste nelle città dell’Islam o nella lontana Cina – hanno ciascuna un proprio tema sociale, un proprio nome.

Tutti sappiamo riconoscere la piazza principale di una città, sappiamo cercarla perché siamo certi che in tutte le centomila città europee – villaggi o capitale che siano, da Edimburgo a Trapani e da Siviglia a Cracovia – la troveremo, proprio come troveremo la chiesa principale e il palazzo municipale. Se poi guardiamo meglio, vedremo le piazze dei conventi che nel Duecento i frati degli ordini mendicanti pretendevano davanti alle loro chiese, per sottolineare sul piano simbolico che la loro predicazione non era un compito da portare a termine nel cerchio chiuso della loro chiesa ma era diretta a tutta la cittadinanza, soprattutto agli eventuali eretici che vi sarebbero transitati, magari per caso.

E l’occhio amorevole e attento vede la piazza del mercato, dove venivano concentrate le bancarelle e, sotto i portici, le botteghe, per evitare di vederle nella piazza principale, di fronte al palazzo municipale, dove avrebbero intaccato la sua dignità, mentre il vescovo non aveva nulla in contrario ad averle di fronte alla cattedrale.

Così noi riconosciamo i portici delle botteghe, a Venezia, nella piazza davanti a San Marco, mentre la piazzetta davanti al Palazzo Ducale era la piazza principale dove quanti ne erano interessati tessevano i loro intrighi politici.

Poi riconosciamo la piazza della chiesa, concepita quando Alvaro da Cordoba divulgò la Via crucis nel Quattrocento, ma anche la piazza monumentale, con i palazzi privati o pubblici più prestigiosi ma senza botteghe – come piazza della Scala a Milano – o addirittura programmate con un’architettura rigorosamente unitaria, come le place royale francesi o le plaza mayor spagnole o come piazza san Carlo a Torino, piazza Mazzini a Catania o Piccadilly Circus a Londra.

E poi, dall’Ottocento, le piazze dedicate alla gloria della nazione, con le banche, gli istituti nazionali (l’Inps, l’Inail, ecc.), ma anche i monumenti ai cittadini che più si sono distinti nella sua costruzione culturale e politica, Raffaello a Urbino piuttosto che Pietro Vannucci a Perugia, e Vittorio Emanuele II o Garibaldi quasi dovunque.

Beninteso, la loro riconoscibilità non impedisce che la medesima piazza sia insieme – come piazza del Duomo a Milano – una piazza principale (perché tutti i cittadini vi accorrono spontaneamente quando un avvenimento mette in gioco l’appartenenza alla comunità), la piazza della chiesa, la piazza del mercato (perché è circondata da portici sotto i quali vengono aperte le botteghe), una piazza monumentale (perché scena di palazzi con la medesima veste architettonica) e infine una piazza nazionale con al centro la statua di Vittorio Emanuele II.

Queste piazze sono poi connesse tra loro dalle strade tematizzate (la strada principale con i suoi negozi, la strada monumentale con i palazzi dei maggiorenti, la strada trionfale con il suo fondale prospettico, la passeggiata alberata con una larghezza fuori del consueto, i boulevard uno di seguito all’altro, e i viali che ci accompagnano verso le altre città), strade, come le piazze, ben distinguibili una dall’altra.

Nel corso dei secoli i cittadini delle città europee hanno impresso il desiderio di fare della città un’opera d’arte, di farne la culla della bellezza, disponendo con una persistente e grandiosa volontà estetica le piazze e le strade tematizzate, in una loro deliberata successione, in sequenze che fino al 1950 raggiungevano i quartieri più nuovi e più lontani evitando così la loro emarginazione simbolica. Ecco per esempio a Firenze la strada monumentale, gli Uffizi, in sequenza con la piazza principale, piazza della Signoria, seguita subito dalla strada principale, via dei Calzaioli, dalla piazza del Duomo con il Battistero, dalla strada monumentale fatta di palazzi privati, primo di tutti il palazzo di Cosimo de Medici, poi la piazza del convento davanti a san Marco e infine la piazza nazionale, piazza della Libertà, circondata da un colonnato uniforme che la rende monumentale.

Desiderio divino della bellezza

Queste straordinarie sequenze, che riconosciamo subito in ogni altra città, sono il frutto di una deliberata volontà estetica dei cittadini europei che per otto secoli hanno dovunque dato forma alla loro urbs. La nostra città non è infatti l’esito del desiderio di condurre una vita piacevole accanto alla corte del sovrano, come sosteneva nel Settecento Cantillon, o delle convenienze commerciali, come sostenevano i positivisti dell’Ottocento, e neppure è un congegno meccanico, una machine à habiter con il medesimo rigore funzionale di una fabbrica vera e propria come, con terribili conseguenze, sosteneva Le Corbusier, ma è prima di tutto una creazione dello spirito, del desiderio divino della bellezza.

Progettare una città per gli uomini, per i suoi cittadini, è cosa semplice che non richiede il gesto geniale di un architetto famoso che forse la storia ricorderà, ma è un modesto lavoro, un mestiere che non richiede genio ma comporta invece, piuttosto, una conoscenza specifica dei cittadini e delle altre città.

Di costoro nessuno ricorda i nomi. Se molti sanno chi ha progettato la cupola di San Pietro a Roma, nessuno sa bene, neppure la Guida rossa del Touring, a chi dobbiamo il sublime tridente di piazza del Popolo, a chi dobbiamo l’invaso del campo di Siena, e chi ha progettato la croce di strade di Palermo, che l’ha resa una delle città più belle d’Europa, è molto meno noto di John Soane, che ha progettato nell’Ottocento a Londra la banca d’Inghilterra.

Chi disegna un nuovo quartiere sappia tutte codeste cose, sappia per averla riconosciuta in tutte le città europee questa antica e radicata sapienza, e sarà allora in grado di dare una risposta rigorosa alla domanda che in questa nostra società va emergendo, nelle richieste e nei programmi stessi delle nostre amministrazioni comunali, nella nostra collettività, nella nostra civitas.

Ed è questa grandiosa e pervasiva volontà estetica, sedimentata nei secoli nelle città europee, che dovrebbe essere al centro di una politica della bellezza, di quella bellezza della quale oggi un ministro dichiara di voler promuovere la ricerca e la protezione.

Le note che seguono sono una sintetica presentazione di alcune prime lettura che si consigliano ai frequentanti la Scuola di eddyburg 2008. Riguardano argomenti che saranno sviluppati nelle lezioni,oppure premesse a una loro piena comprensione. I titoli in neretto corrispondono a testi che si possono scaricare dall’elenco in fondo a auqesta pagina. Quelli sensibili sono link ad altre pagine di eddyburg.

L’analisi dell’equilibrio/squilibrio tra vita pubblica e vita privata è illustrato nella trilogia di Richard Sennett: Il declino dell’uomo pubblico, Palais-Royal e La coscienza dell’occhio.

Il primo saggio, pubblicato per la prima volta nel 1974, è una storia sociale della città, con particolare riferimento alla città del XIX e XX secolo. Nel capitolo “La fine della cultura pubblica” si descrive come l’uomo pubblico sia divenuto sempre più ‘privato’ e passivo nei confronti di una società ‘relegata’ nel reame intimo del nucleo familiare e dove il discorso politico diviene inquinato da psicologismi ‘fatti in casa’.

Nel secondo libro, un romanzo ambientato nella Parigi e nella Londra degli anni 1830-40, si racconta di due fratelli in cerca della propria personalità e riconoscimento sociale. Sennett mette in evidenza come la complessità di una città arricchisca la vita degli individui che la società definirebbe ‘falliti’ secondo la scala di valori del mondo che li circonda.

Il terzo testo è di nuovo un saggio che mira a porre in relazione l’architettura, la progettazione urbana e la pianificazione di una città con la sua vita culturale.

La città di Batman di Elisabetta Forni indaga sulla complessa trama che lega i bambini e la città e “prova a far parlare i bambini del malessere e delle violenze di cui sono vittime in una società che ha riprodotto ovunque un modello urbano adultocentrico e segregante.”

In particolare nel capitolo La crisi dello spazio pubblico urbano” affronta il tema centrale del libro: la declassificazione degli spazi pubblici a luoghi di conquista dei più forti, dove l’auto ha la meglio sui pedoni, dove l’uso commerciale si appropria e recinta spazi che oramai solo nominalmente sono pubblici. Si veda anche in eddyburg la recensione di Giancarlo Consonni.

Il punto di vista femminile è raccontato nel libro curato da Antonietta Mazzette “L’Urbanità delle donne”. Un percorso del fare e vivere la città al femminile in cui si raccontano luoghi e vissuti assumendo come punto di vista le pratiche urbane delle donne. Nell’introduzione, “Trasformazioni urbane e vissuti delle donne”, vengono riassunti i tre grandi temi assunti per analizzare le esperienze di riqualificazione e rigenerazione urbana avvenute in Italia negli ultimi due decenni:

- La creatività e professionalità femminili come elementi di rigenerazione femminili

- Le fatiche del vivere in città

- Le nicchie di potere delle donne e l’organizzazione della città.

Tempo, accessibilità e mezzi di trasporto nella città contemporanea sono affrontati da Maria Rosa Vittadini in “La città accessibile”.

Henri Lefebvre, nel brano “Livelli di realtà e analisi”, tratto dal libro “Il diritto alla città” propone un modo di leggere la città per livelli, da quello globale legato ai processi generali esterni ed interni alla città, a quello più prossimo legato alla quotidianità, al modo di vivere, abitare; per ordini e dimensioni.

Edoardo Salzano, in "Paura in città", ragiona sulla percezione della paura, la difficoltà di rapportarsi con il “foresto”, l’affievolirsi della dimensione pubblica e la necessità di rivendicare gli spazi pubblici per superare tutto questo.

Nel libro “La Metropoli Consumata” di Antonietta Mazzette e Emanuele Sgroi, il capitolo conclusivo, Quali politiche urbane per quali effetti sociali”, svolge riflessioni e considerazioni sulle politiche urbane, in particolare quelle di rigenerazione e riqualificazione dei centri urbani, e sui loro effetti controversi. Gli autori si domandano se le politiche urbane siano regolatrici del consumo o invece siano anche esse rivolte alla promozione del consumo, dell’acquisizione e dispersione d risorse tra cui il suolo, la qualità ambientale, il territorio. Si veda anche in eddyburg la recensione di Fabrizio Bottini.

Quei non-luoghi sono espressione e, a un tempo, strumento di una profonda trasformazione del mondo che è azionata oggi da quel complesso di poteri che trova del neoliberismo la sua ideologia-non ideologia. Una trasformazione che sta riducendo ogni bene a merce, ogni cittadino a consumatore, e ogni diverso a nemico. E non a caso i due requisiti più apprezzati dagli outlet villages vestiti da finti paesi o da baracconi da fiera, come dalle “cento piazze” delle ferrovie e degli aeroporti, sono costituiti da dallo shopping e dalla sicurezza.

Qualcuno definisce i non-luoghi come “spazio democratico”. Ma democrazia significa essere padroni del proprio destino, mentre la “gente” che affolla i non-luoghi assomiglia alle folle del film Metropolis: massa di soggetti schiavi di un potere che, benché invisibile e impersonale, non è per ciò meno autoritario.

Bisogna governare i super-spazi, si dice. Ma per farlo occorre in primo luogo rendersi conto che essi, oltre a essere espressione di quella trasformazione del mondo, ne sono anche strumento. Favorirne la crescita, renderli più accattivanti, significa accrescere la potenza d’uno strumento di per sé malevolo. Governarli deve significare invece riprendere e rinnovare gli strumenti del controllo pubblico delle trasformazioni, a cominciare dalle utilizzazioni delle diverse parti della città: arricchire di spazi comuni e di luoghi aperti dello scambio (non solo mercantile) le periferie; restituire alla complessità e alla ricchezza sociale della vita urbana, gli spazi pubblici; ripristinare in ogni parte della città quella mixitè che ne è l’attributo più rilevante. Privilegiare, insomma, gli obiettivi sociali del governo della città su quelli mercantili.

Nella speranza che i cittadini, grazie a una democrazia rinnovata, siano più potenti della WalMart, dell’Ikea e delle altre multinazionali, le quali pianificano e progettano la città di un domani inquietante.

Sull'argomento vedi anche Mazzette su eddyburg, Erbani su Repubblica del 31 ottobre 2007, Tozzi su il manifesto del 23 ottobre 2007, e il testo di Agnoletto, Delpiano e Guerzoni

Carissimo Eddy, il tuo intervento sul tema della paura in città è veramente centrato e chiaro. Proporrò all’Amministrazione di utilizzarne lo spirito, nel documento preliminare al PUC.

Condivido l'importanza della creazione di spazi pubblici, per i quali a volte non servono nemmeno altisonanti e griffati interventi architettonici. Nel caso del mio Comune abbiamo concluso un piccolo intervento in questa direzione: si è trattato in gran parte solo di togliere (traffico d'auto, parcheggi, spazzatura).

È un intervento che mi rende felice, perché è stato un po’ attuare quello che ricordi sempre tu citando Calvino: “cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

In definitiva si è trattato di recuperare lo spazio all'interno del centro storico, sede della vecchia ferrovia,togliere 100 posti macchina, mettere qualche albero panchina, e il paese ha cambiato volto. Prima era uno sporco intestino, ora è un tinello e soggiorno , i bambini giocano ovunque ,ci si dà appuntamento e si discute di politica e anche di urbanistica.

Come dici tu non è che con la creazione di spazi pubblici si possano risolvere i problemi dell'integrazione e della paura , ma intanto una città più vivibile si frequenta e si ama di più.

Allego alcune immagini, che rappresentano lo spazio com’era, e come è diventato.

Cara Carla, le immagini che mi mandi (e che allego in un .pdf in cui le ho montate) sono molto efficaci. Se dappertutto, in ogni città, invece di pensare a grattacieli e a monumenti pensati per épater le bourjois si lavorasse nella direzione di un recupero della civiltà (perché di questo si tratta con gli interventi come il vostro), credo che alla fine anche la società cambierebbe un poco. È una grande responsabilità quella che noi urbanisti abbiamo. Non è sufficiente predicare che occorre tornare dall’oggettistica al’urbanistica: bisogna anche saperlo fare, dove è possibile farlo nel concreto, e utilizzare queste possibilità per far comprendere ai cittadini che una città a misura di società è possibile. Magari lavorando con loro.

Per la città le piazze sono importanti: lo erano nella sua storia, potranno esserlo per il loro futuro. Le piazze sono i luoghi grazie ai quali privato e pubblico, le due dimensioni essenziali della vita umana, trovano il loro equilibrio. Sono la cerniera tra la città e la società: tra le pietre dell’urbs e lo spirito della civitas. Sono la rappresentazione e l’anima della città poiché sono il luogo dello scambio: della compresenza di persone appartenenti di ceti, età, mestieri, condizioni sociali diversi, e quello dell’incontro con il “foresto”, il diverso, quello da cui si può apprendere e a cui si può insegnare, e attraverso il quale la nostra comprensione del mondo aumenta e la nostra vita diventa più ricca.

Senza la piazza la città sarebbe un mero aggregato di case, di edifici privati. Aperte al mondo, pubbliche, luogo dove si svolge con quotidianità un gran numero di funzioni urbane: questi i tre requisiti essenziali della piazza. Una “piazza” chiusa, riservata solo ad alcuni ed esclusa ad altri non è una piazza (se vi piacciono gli anagrammi potete dire che è una pazzia). Una “piazza” che non appartenga alla comunità cittadina ma a un privato, il quale possa disporne a suo piacimento, è anch’essa una pazzia. Come lo è una “piazza” ridotta a luogo di passaggio, o a deposito di automobili, o a mera esibizione di merci uguali dappertutto.

Eppure è un questa direzione, nella direzione della mistificazione e dell’alienazione, che gli eventi, e le forze che li governano, dirigono le nostre piazze. Due esempi. La pubblicità per l’operazione “Centostazioni: cento nuove piazze italiane”, dove la sicurezza e lo shopping sono le due connotazioni delle “nuove piazze”. La recente manifestazione bolognese “la civiltà dei superluoghi”, dove si proclama che “outlet, centri terziari dell'interscambio, aeroporti, stazioni ferroviarie, fashion district, centri commerciali, sono gli spazi di successo della nostra società” e che quindi bisogna “comprendere e non rifiutare questi ambiti nel progetto della città futura”. Una città a misura di mercato.

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