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A posteriori, il titolo “Le varianti del gusto” cui inizialmente avevo rimproverato una certa ambiguità, si è rivelato del tutto confacente al carattere alquanto surreale della discussione. Andrea Emiliani e Pier Luigi Cervellati erano chiamati a difendere quell’impianto teorico e metodologico che, consolidatosi nella Carta di Gubbio, ha permesso, a partire dagli anni ’60, la tutela dei centri storici in Italia e, a Bologna, ha guidato le sperimentazioni di risanamento conservativo condotte dallo stesso Cervellati e premiate in tutta Europa.

Nella Carta di Gubbio del 1960, come noto, la città storica era definita come un “organismo urbano unitario cui va riconosciuta la qualità di bene culturale”. Con uno slancio innovativo avvertito per troppo tempo solo dalle avanguardie urbanistiche, il documento sanciva un passaggio di scala dirompente, dal punto di vista teorico: la città storica non più come somma di elementi, seppur numerosissimi e di altissimo valore storico artistico e architettonico, ma come sistema inscindibile, non gerarchicamente scomponibile, conchiuso architettonicamente e allo stesso tempo urbanisticamente vitale perché preservato da modalità di uso adeguate all’importanza monumentale e alle esigenze della conservazione.

Non semplice ampliamento delle tutele ad immobili non architettonicamente “di pregio”, quindi, ma evoluzione di un paradigma: dalla dimensione dell’elenco a quella del sistema, evoluzione in parte accolta dalla legge ponte del 1967.

Come ha esemplarmente sottolineato Leonardo Benevolo (La fine della città, 2011) si è trattato del “contributo più rilevante dell’Italia alla moderna ricerca internazionale”. E come tale, del resto, questa impostazione si è affermata, negli anni, in molti paesi europei, dalla Francia alla Germania, e , da ultimo, è divenuta punto di riferimento anche per i paesi dell’est europeo, a partire dalla Polonia.

A Bologna, aspetto speculare ed inscindibile di questa interpretazione del centro storico è stata da subito l’attenzione alle esigenze abitative delle diverse componenti sociali. L’investimento a tutela del tessuto urbano era correlato, quindi, con grande lucidità politica e lungimiranza urbanistica, alla tutela delle fasce sociali più deboli : il centro storico come sistema non solo urbanistico, ma sociale, da preservare nel suo complesso, perchè perno vitale di una città più armonica e vivibile.

Quel modello, elaborato normativamente nel Piano del Centro Storico di Bologna del 1972, costituisce uno dei momenti più avanzati di quel decennio riformista che dall’inizio degli anni ’60 ha garantito un autentico progresso civile e sociale al paese. In linea con quanto succederà col volgere degli anni ’70 in tutti i campi della società italiana, non stupisce che questo esperimento abbia allora conosciuto ostacoli politici sempre più poderosi e, a partire dagli anni ’80, abbia cominciato ad essere palesemente contraddetto per quanto riguarda gli aspetti sociali. Espulse verso le periferie intere fasce di popolazione come anche le attività artigianali e il commercio di prossimità, il centro storico di Bologna è divenuto un guscio vuoto, colonizzato da banche e grandi catene commerciali, desertificato al calar della sera o preda di una “movida” invasiva e senza regole, fonte di conflitti e degrado.

Di quel modello, seppur svuotato nell’anima, più a lungo ha resistito l’attenzione al tessuto edilizio che, pur con molte smagliature, è perdurata almeno fino alla metà degli anni ’90. Poi, a poco a poco, colori degli edifici, illuminazioni, insegne, dehors, pavimentazioni storiche: l’insieme dell’arredo urbano ha subito una mutazione progressiva, frutto soprattutto di una indifferenza crescente nei confronti della città storica da parte dell’amministrazione comunale e, almeno da un lustro, anche degli organi di tutela, sempre più “possibilisti” e sempre meno attrezzati culturalmente.

Infine, nel 2009, con l’adozione del RUE (Regolamento Urbano Edilizio), l’ultimo argine viene rimosso: l’assoluta maggioranza degli edifici del centro storico è classificata nella categoria di “interesse documentale”, e ciò significa che su di essi “si opera con le modalità progettuali e le tecniche operative del restauro applicate solo alle parti di pregio storico-culturale o testimoniale, individuate come tali dal progettista sulla base di opportune verifiche e approfondimenti conoscitivi. Gli interventi edilizi ammessi sono: manutenzione ordinaria, manutenzione straordinaria, risanamento conservativo, ristrutturazione edilizia”. E addirittura la demolizione “è assimilata a intervento di manutenzione straordinaria”.

Non solo il centro storico non è più considerato come un organismo unitario, ma addirittura ogni singolo edificio può essere smembrato in una serie di parti di differente valore. Fine della storia.

Le conseguenze non hanno tardato a verificarsi: immobili di impianto settecentesco demoliti, in pieno centro storico, durante la scorsa canicola estiva nell’indifferenza di una città ormai assuefatta, distratta, inconsapevole.

Ironia, prevedibile, della storia, le giustificazioni “ideologiche” che puntualmente vengono ora portate a soccorso del new deal felsineo, ripetono stancamente gli stessi vetusti stilemi che avevano caratterizzato la discussione sull’esperimento Cervellati quasi quarant’anni fa e che, in questo paese di stanca memoria, vengono riciclate senza troppi aggiornamenti: una città “congelata” secondo un principio “storicista” (termine connotato ovviamente in senso negativo), secondo il quale non è concesso all’architetto contemporaneo di lasciare il proprio segno ed è inibita ogni innovazione.

E non è un caso che tali posizioni si dispieghino quasi esclusivamente nell’ambito estetico e si coniughino ad un’indifferenza quasi assoluta nei confronti degli aspetti sociali del fenomeno urbano: si continua a ignorare che problema prioritario, anzi “il” problema delle nostre città è la mancanza di edilizia sociale, di qualità accettabile e in quantità tale da soddisfare una domanda sempre più pressante, a causa di un ampliamento sempre più marcato (immigrazione, crisi economica) di una fascia di popolazione a reddito ormai insufficiente per accedere all’attuale mercato della casa.

In tale contesto, la discussione di qualche settimana fa, ben poteva essere collocata nell’ambito delle esercitazioni surreali.

Con le posizioni di chi, come Cervellati ed Emiliani, riafferma, con ineguagliata passione e lucidità critica nei confronti dei fenomeni odierni, la validità di un modello interpretativo del centro storico si confronta, insomma, uno sguardo corto, incapace di misurarsi con i problemi complessi dei contemporanei sistemi urbani all’interno dei quali, i centri storici (percentuali aggiornate al 2011 e riferite all’Emilia Romagna) costituiscono a malapena il 5% dell’intero territorio urbanizzato.

Ciò significa, nel buon senso delle cifre, che il 95% delle città in cui viviamo sono altro dal centro storico e ben più bisognoso, questo 95%, di interventi di riqualificazione, a partire da architetture di qualità.

Per incapacità di visione organica, certamente, per una sorta di tranquillizzante arretramento concettuale, forse, ma anche, non sempre inconsapevolmente, sotto le pressioni ideologiche che interpretano le esigenze della rendita immobiliare (troppo appetibili, sotto questo profilo, le aree dei centri storici), si continua a rimuovere quello che fu uno dei pochi “scarti” verso la modernità operati dalla nostra cultura, in grado di proporre una lettura del fenomeno urbano più complessa ed organica.

Così, ennesimo sintomo del provincialismo che caratterizza il nostro dibattito culturale, continuiamo a rimettere in discussione acquisizioni altrove ormai consolidate – la tutela dei centri storici – ignorandone per di più gli aspetti tuttora vitali, quelli che Antonio Cederna aveva magistralmente enunciati nella sua premessa a “I vandali in casa”: la complementarietà della città storica e di quella moderna, necessarie l’una all’altra, con modalità interagenti (dalla mobilità alla dislocazione dei servizi), tali da assicurare la tutela dell’una e lo sviluppo dell’altra e, in tal modo, la qualità dell’organismo urbano nel suo complesso.

E non è un caso che il modello bolognese della buona urbanistica sia stato caratterizzato non solo dalle sperimentazioni di risanamento conservativo, ma dal fatto che contestualmente, accanto al centro storico, furono costruiti quartieri periferici architettonicamente dignitosi e rispettosi degli standards.

Nella città che era riuscita a realizzare, in anticipo sull’Europa, una diversa visione della città, imperniata sul rispetto della storia e della dignità dell’abitare, isolate risultano ormai le voci di chi, ostinatamente, continua ad interrogarsi sulla necessità urbanistica ed estetica di un cubetto di lego bianco spuntato in poche settimane in una via del centro.

Diverse studiose e sociologhe hanno formulato una proposta di un "Pink New Deal" che mostra come l´investimento in servizi e infrastrutture sociali potrebbe diventare un volano per tutta l´economia

Che cosa c´è da festeggiare? I femminicidi continuano ad insanguinare le zone più oscure dei rapporti tra gli uomini e le donne. Le giovani donne continuano a fare più fatica dei loro coetanei a stare nel mercato del lavoro in un contesto che è peggiorato anche per questi ultimi. Le lavoratrici con responsabilità familiari lavorano il doppio dei loro compagni, ma guadagnano di meno. La crisi economica di questi anni e le manovre finanziarie dell´ultimo anno gravano in modo sproporzionato sulle donne, come lavoratrici e come principali responsabili del lavoro familiare. Le donne sono viste innalzare di colpo di qualche anno l´età alla pensione, senza che sia aumentata la loro sicurezza sul mercato del lavoro, al contrario. Contemporaneamente si sono viste ridurre fortemente i servizi di cura (per i bambini, le persone non autosufficienti) ed aumentarne il costo. La tenuta di molti bilanci familiari erosi dalla riduzione della occupazione si basa sulla loro capacità e disponibilità ad intensificare il lavoro domestico. Nonostante la presenza di, poche, "tecniche" nel governo l´asimmetria di genere dei costi della crisi sembra accentuata dalle scelte governative. Non va meglio a livello di Unione Europea, al contrario. Con la sua ossessione per il pareggio di bilancio, la UE sembra aver perso il ruolo di importante sostenitore alle richieste di parità e di politiche, anche sociali, necessarie a questo scopo.

Nulla da festeggiare o celebrare, quindi. Piuttosto un ritorno alle origini del senso della giornata dell´8 marzo ed insieme una occasione per ridefinirla. Una giornata non solo di protesta e di bilanci, ma di discussione di una possibile agenda politica ed economica che, prendendo atto della situazione attuale e dei suoi vincoli, proponga alternative realistiche. Ad esempio, diverse economiste e sociologhe hanno formulato una proposta di "pink new deal", che mostra come l´investimento in servizi e infrastrutture sociali (ma io aggiungo anche in ambiente) non aiuterebbe solo le donne, ma potrebbe costituire un volano per l´economia più importante, e più tempestivo rispetto alla necessità di creare occupazione, delle grandi opere. Come la stragrande maggioranza degli economisti a livello internazionale (anche se non quelli che siedono al governo italiano e che dettano le decisioni nella Unione Europea), queste "tecniche" segnalano soprattutto come un eccesso di misure di austerità non solo metta fine alla solidarietà che è stata alla base della costruzione dell´Unione Europea. Può anche uccidere sul nascere ogni possibilità di ripresa – come sta avvenendo per la Grecia.

Un 8 marzo, quindi, per (ri-)cominciare a discutere in pubblico e per proporsi come soggetto pubblico di cui tenere conto. Per rafforzare e continuare la costruzione di un soggetto pubblico femminile. Un soggetto che non abbia la pretesa di rappresentare tutte le donne e di parlare a nome di tutte le donne, ma che si assuma la responsabilità di articolare proposte a partire da una prospettiva che tenga conto in modo esplicito dell´esperienza, variegata, delle donne e dell´impatto sulla loro vita delle decisioni che si prendono. Che si prenda la responsabilità di proporsi come interlocutore nella scena pubblica e nella definizione della agenda pubblica: cercando il dialogo, ma senza temere il conflitto e di disturbare il manovratore.

Un 8 marzo non per festeggiare le donne o parlare di loro, ma per impegnarsi perché le loro proposte entrino nell´agenda pubblica. Perché è urgente disturbare il manovratore prima che il treno deragli.

postilla

Riemergono proposte e rivendicazioni antiche, cancellate dalla corsa alla “modernità” e alla “sostenibilità economica”, dalla sudditanza della politica al mercato, e dalla scarsa consapevolezza delle conquiste raggiunte. Del ruolo delle donne nella costruzione della “città del welfare” in Italia ci siamo occupati più volte su questo sito. Si vedano i testi della visita guidata la donna in eddyburg

Qualche anno fa, se lo ricordano benissimo tutti, il centrosinistra si giocò le elezioni comunali a Roma per via della questione sicurezza e periferie. Il povero Rutelli, candidato a succedergli e almeno per una volta incolpevole, fu in qualche modo vittima sia del caso che di una serie di gaffes straordinariamente infilate una dopo l’altra dal suo predecessore Veltroni. Ne cito un paio a memoria: la promessa di risolvere tutti i problemi di viabilità di un mega centro commerciale con la metropolitana, l’atteggiamento apparentemente fatalistico, quantomeno tentennante, sulle turiste straniere falciate in centro da un pirata della strada. In tutti i casi, in un modo o nell’altro, il sindaco (o il suo ufficio stampa, ma è la stessa cosa al giorno d’oggi) dimostravano platealmente di vivere sulla luna rispetto ai veri problemi dei cittadini, di non capire affatto la città, di averne un’idea astratta, in definitiva di disprezzare i bisogni dell’elettore.

Ad esempio nel caso del centro commerciale, lo sa chiunque (chiunque non viva fra sale riunioni e auto blu, intendo) come il mondo di svincoli in cui vengono progettati prima questi scatoloni, il modello di consumo a cui fanno riferimento, siano da mezzo secolo plasmati sull’automobilismo di massa. Per capirlo fin nelle ossa basta provare una volta o due ad andarci senza auto, e per capirlo ancor meglio osservare le tattiche di avvicinamento di chi (pochi e con poca voce di solito) l’automobile proprio non ce l’ha. Nel caso delle turiste travolte dall’auto a tutta velocità si parlava di persone che avevano alzato il gomito e si aggiravano barcollando per le strade, oppure di comportamento criminale di chi non rispetta i limiti guidando, scordandosi ad esempio che in tutto il mondo esistono anche le zone pedonali, o comunque quelle in cui anche volendo non si può lanciare la macchina grazie ai percorsi e agli arredi. Specie là dove appunto c’è passeggio turistico, si mangia, si beve, ci si diverte. Insomma il massimo rappresentante istituzionale (non solo lui, ovvio) dava l’idea di non capire bene ciò che rappresentava: la città fatta di spazi e di gente che ci sta dentro dalla mattina alla sera. Adesso tocca a Milano.

A Milano non ci sono le elezioni incombenti, perché ci sono appena state e la signora che ha dimostrato di non capire (o non voler capire, chissà) i suoi elettori su temi chiave come vivibilità, periferie, trasporti ecc. è stata educatamente messa alla porta. Fra le grandi notizie sulle trasformazioni urbane, i grattacieli più alti d’Italia, il piano regolatore in discussione, l’Expo 2015, in questi giorni se ne è imposta una piccola, che apparentemente con le trasformazioni urbane non avrebbe alcun rapporto: l’uomo sbranato da un branco di cani randagi mentre passeggiava in un campo. Ecco una possibile trappola per il sindaco, del tipo che alla fine, come centri commerciali, turiste travolte o peggio, si paga alle urne e non solo: cosa sta dicendo la città con questo fatto di cronaca nera, su cui giustamente i quotidiani si stanno soffermando anche nelle pagine nazionali? Per dirla in termini gergali giornalistici, come mai stavolta il cane che morde l’uomo ha fatto tanta notizia? Provo a dare una interpretazione allargata.

Quando leggiamo, ormai un giorno si e uno pure, quelle statistiche sul pianeta urbanizzato, la nostra mente di sicuro evoca delle immagini, a commentare quei numeri, magari anche parecchio diverse dalla classica panoramica della foto redazionale (di solito grattacielo o baraccopoli). Ecco, è su questa immagine che si può giocare un’idea di città coerente, oppure più o meno campata per aria. Ed è sperabile che la smetta di essere quella che emerge dai giornali a proposito del poveraccio sbranato dai randagi “nei campi fra Muggiano e Baggio”, come ripetono ossessivi gli articoli citandosi l’uno con l’altro. Perché fra Muggiano e Baggio di campagna non ce n’è più da diverse generazioni, cerchiamo di capirlo una volta per tutte. Così come non ce n’è più, di campagna, in tutte le cerchie metropolitane in un modo o nell’altro scampate all’edilizia, parchi agricoli ufficiali o spontanei e temporanei. Greenbelt,termine bellissimo ed evocativo ma a cui bisogna dare molta più sostanza, se non vogliamo fare tutti collettivamente la fine dei sindaci, e poi ritrovarci di nuovo a piangere “sorpresi” nuovi guai.

La permanenza di attività agricole in area urbana non la trasforma automaticamente in campagna, soprattutto nel senso che l’uso sociale degli spazi tende ad essere altamente urbano. In campagna ci sono forse ricoveri di fortuna per poveracci senza il becco di un quattrino che non possono permettersi di meglio? In campagna pullulano forse ad ogni piè sospinto carcasse di auto incendiate, piccole discariche abusive, e tutti gli infiniti segnali che il 99,9% dei frequentatori di quei posti non ha mai munto una mucca, né piantato un seme in vita sua? Persino quel tizio che vediamo caracollare col trattore in fondo al fosso di irrigazione, magari lo fa solo part-time per via di legami familiari, mentre in realtà è titolare di un’agenzia di servizi per il turismo. In campagna con gli animali ci si sa comportare, in città no, soprattutto davanti ai mostri sconosciuti lontani discendenti delle mansuete bestiole abbandonate da qualcuno in fondo alla strada asfaltata. Certo, su un viottolo fangoso, ma da cui si distinguono ancora benissimo le insegne al neon dei supermercati, dove vanno a fare la spesa normalmente i contadini metropolitani. Solo, non chiamateli contadini, per favore.

Una volta c’era un modo solo per distinguere la città dalla campagna: dove c’è costruito e dove no, dove si coltiva e dove no. Il famoso pianeta urbanizzato oltre il 50% ci insegna almeno una cosa, ovvero che quella distinzione oggi è carta straccia, superata dagli eventi, insieme alla ideologica poesia agreste (inventata probabilmente da un latifondista). Esattamente un secolo fa il segretario della Garden Cities Association pubblicava un bilancio critico a pochi anni dalla fondazione (*), spiegando che il senso della “terza calamita” di Howard pareva in qualche modo travisato, che tutti parevano aver imboccato la via delle lottizzazioni di villette con giardino, invece di cercare un equilibrio territoriale diverso. Oggi siamo ancora allo stesso punto. Giusto a Milano, fra i primi vagiti progettuali per l’Expo era anche saltata fuori l’idea (non del tutto abbandonata) dei cosiddetti borghi rurali, che sotto sotto sottintendevano una sub-urbanizzazione a bassa densità. Mentre invece il concetto di greenbelt correttamente interpretato è davvero un margine invalicabile di sviluppo edilizio, a cedere il passo a spazi aperti e produzione agricola.

Ma appunto, spazi aperti e produzione agricola non significa discutibile miracolo urbanistico-sociale, ovvero la transustanziazione della popolazione urbana in allegri villici, che si aggirano a proprio agio fra animali domestici e selvatici, mucchi di letame, solchi bagnati di servo sudor. Significa l’idea di trasformare quelli che oggi sono residui di un’epoca finita (cascine, campi, sistemi di irrigazione, alberature)nei segni di un’epoca nuova, e soprattutto spazi neo-urbani. Dove urbana è la mentalità, urbano l’uso, urbane vigilanza e sicurezza. Dove i branchi di mostri almeno non possono nascondersi, e le istituzioni sono presenti tanto quanto fra i sussiegosi palazzi del centro. In definitiva, se capiamo questo, almeno si sarà fatto un passo avanti, e l’ennesima emergenza sicurezza avrà avuto uno sbocco positivo.

(*) Nota per veri appassionati: Ewart G. Culpin, The Garden City Movement Up-To-Date, London 1912

A contare davvero saranno il talento e la competenza di chi ci lavora. Così si sfida Amazon - La catena Waterstones trasformerà i negozi in punti vendita differenziati, a misura dei lettori che li frequentano, dai bambini agli studenti universitari - La presenza della caffetteria avrà senso se nel quartiere non ce n´è un´altra

In tempi di fatturati sempre più magri e con lo spettro del mercato digitale alla porta, i librai si interrogano sul loro futuro. Lo fa in Italia il libraio indipendente Piero, nella defilata Acqui Terme, ma anche il colosso del Regno Unito Waterstones, che dopo aver aperto e trasformato le sue trecento librerie in supermercati della carta stampata, ha annunciato una clamorosa retro marcia.

Il suo nuovo manager, James Daunt, classe 1963, un riservato e tranquillo esponente della borghesia upper class londinese, intende suddividere la catena di librerie in una quarantina di gruppi più piccoli, diversificati e molto più specializzati. Il che non significa necessariamente abbandonare il modello dei grandi store dall´assortimento prodigioso, i libri di vendita facile o i commessi interscambiabili, ma sicuramente ripensare alla libreria come a un luogo socialmente particolare. «Le singole librerie sono più importanti di Waterstones», dichiara Mr. Daunt, specificando che non esiste un unico modello di catena che necessariamente funzioni.

Perché il vero motivo, oggi, per entrare in una libreria è che si tratta di una buona libreria. La ricetta di Daunt poggia su una rete di manager commerciali responsabili di non più di dieci negozi, che dovranno differenziare e rendere unici i loro punti vendita, in controtendenza, quindi, con le logiche del franchising. Ogni libreria potrà essere diversa: la presenza di una caffetteria avrà senso se nel quartiere dove sorge la libreria non c´è un´altra buona caffetteria, altrimenti non è obbligatoriamente necessaria.

Ci sarà una Waterstones specializzata in libri per bambini (e con scaffali bassi) in quel quartiere residenziale particolarmente popolato di giovani lettori, e una fornitissima di saggistica accanto al Campus universitario. Dare i giusti libri ai giusti lettori, insomma. Una ricetta "mirata" molto diversa da quella che propone il colosso americano Barnes & Nobles, intenzionato, invece, a continuare con il suo modello "generalista", con un fortissimo incremento, però, del reparto tecnologico. L´idea è quella di proporre l´e-book (vedremo come) sullo stesso piano del cartaceo. Con un rischio: quello di mettere il libro, se si allarga l´hi-tech a tutto, nello stesso calderone degli altri strumenti di cannibalismo del tempo libero.

E tra B&N e Waterstones, due modelli opposti, è in corso di definizione un accordo per la diffusione nel Regno Unito del Nook, il lettore e-book anti-Kindle che ha ottenuto un buon successo nel (solo) mercato Usa, e questo perché, dice Daunt, «è evidente che anche noi dovremo vendere libri digitali, dal momento che i nostri clienti li vogliono leggere. D´altra parte lo schermo del computer non è un bel posto dove acquistare libri: è più bello toccarli, sentirli, in un luogo fisico». Ma non basterà esporre Nook a salvare le librerie, così come non lo saranno eventuali aiuti governativi. «Forse in Francia, ma non nel Regno Unito». L´idea del manager di Waterstones è coerente con la reale sfida del momento: nell´epoca della conoscenza e dell´informazione, a fare davvero la differenza sono il talento e le competenze di chi lavora. E di chi sa offrire un sistema coerente di valori fondamentali.

Nonostante tutti gli algoritmi, infatti, i sistemi di suggerimento automatico del "diavolo" Amazon non potranno mai sostituire l´attenzione e la cura di un bravo libraio (come dice Daunt "editori, librai e agenti sono legati: o sopravvivono insieme o resterà un unico ente, Amazon, che rimpiazzerà tutti. Per questo la battaglia è comune"). Ed è proprio nel rapporto umano tra il libraio (e suoi commessi) e il cliente, all´interno di un negozio con una particolare atmosfera, che si gioca tutto. La catena di Borders (fallita) aveva fatto delle librerie dei luoghi dove leggere, bere e mangiare, ma le interazioni personali e le occasioni di arricchimento di un caffè e di un negozio di libri sono completamente diverse. Che cosa cerca infatti il compratore di libri? Stupore e comprensione. Da quando lo conosco, il libraio Piero ordina i quantitativi di libri scegliendoli a uno a uno dai vari cataloghi, e si difende dal marketing imposto dalle case editrici non perché sia particolarmente scontroso o reazionario, ma perché sa prevedere che cosa e a chi venderà.

I Di Giulio di Matera, ad esempio, puntano sulla localistica e sugli autori che possono generare interesse solo in un ristretto numero di chilometri, e questa è un´altra delle strategie annunciate dal management di Waterstones: non tutti i lettori, infatti, si interessano a tutto. Claudio, a Verona, preferisce organizzare le Libriadi con le insegnanti della zona, che saranno più facilmente suoi clienti per lungo tempo, piuttosto che invitare l´autore del momento.

Essere una buona libreria non è però necessariamente una caratteristica degli indipendenti: Daunt stesso dice di ispirarsi al modello di catena vecchio stile, riconoscendo anche in loro una filosofia di incontro culturale con i loro clienti. Occorre diventare sfidanti sulla percezione del luogo, sulla competenza, sulla capacità di scoperta e di suggerimento.

Il buon libraio non ama necessariamente i libri. Ama chi li legge. Roberto Calasso, in una lettera in calce a un saggio per librai (Vendere l´Anima, Laterza), scrisse che «la buona libreria è quella dove ogni volta si compra almeno un libro. E molto spesso non quello o non solo quello che si intendeva comprare quando si è entrati».

I tempi non sono facili: a Bologna rischia la chiusura la vecchia Zanichelli, a Roma dopo la storica Croce e Bibli sta per dare l´addio (lo annuncia il sito Finzioni) Amore e Psiche. Ogni giorno ha la sua pena. Eppure c´è chi, come Daunt, propone dei modelli per resistere. I buoni lettori hanno con le loro librerie un legame simile a quello che si ha con il proprio barbiere: un investimento di confidenza che non si vuole perdere. Che sia la Libreria Central di Barcellona, dove sono presenti le versioni in varie lingue degli stessi romanzi, o la Hatchard´s di Londra, poco importa. Quest´ultima è un gioiellino architettonico specializzato in libri per ragazzi autografati: ogni volta che esce qualcosa di nuovo cerco di passare davanti alla loro vetrina per vedere se ne avessero già una copia firmata. Ecco: c´è scritto che sono librai dal 1797. E poi ho scoperto che è una libreria Waterstones.

Il 23 febbraio del 2002, a Milano, la prima Critical Mass cominciò a pedalare controcorrente facendo della bicicletta il mezzo più efficace per pensare un’altra idea di città. Parla Giovanni Pesce, fomentatore della prima ora

Dieci anni fa, a Milano, un gruppo di pazzi senza meta cominciò a pedalare di sera stravolgendo il ritmo di una città che è cambiata (in meglio) anche grazie all’uso della bicicletta che è ben altro dall’essere «solo» il mezzo per muoversi più moderno e intelligente del mondo. Se qualcuno pensa che Critical Mass sia stata solo un’allegra apoteosi di ruote, telai e manubri per fancazzisti a spasso si sbaglia di grosso. Ne parliamo con Giovanni Pesce, un fomentatore degli albori che questa sera, con un po’ di nostalgia, inforcherà il suo mezzo per il solito appuntamento in piazza Mercanti (ore 22,30). Portate le candeline.

La bici è un’arte e i primi agitatori della Critical Mass l’avevano già capito dieci anni fa. Da allora come si è modificato l’immaginario della bicicletta?


Ciclismo e Artivismo improvvisamente erano diventati la stessa cosa. Critical Mass
fin da subito si nutriva di immagini e arte.
Flyer, poster, musica, poesia, illustrazioni,
 performance. Ricordo che a una delle prime CM milanesi si è presentato con la sua
bici anche Berry McGee, uno dei padri della street art di San Francisco, adesso è diventato una star. Tra gli Artivisti di CM di
tutto il mondo era costante un fitto interscambio di immagini per poster e di altri
manufatti artistici che disegnavano una
nuova estetica della bici. A Milano, e in seguito anche nelle altre città italiane, nascevano mostre, contest di poesia, rave, video installazioni, l’obiettivo era creare un nuovo immaginario e direi che la missione è perfettamente riuscita. I nuovi ciclisti hanno creato una nuova idea di bicicletta e di società che ha lasciato il segno, contagiando viralmente artisti, illustratori, grafici, designer, il tutto poi si è riversato nella moda, su youtube, nella pubblicità, direi che è stato un tassello molto importante per la creazione di un nuovo stile di vita. Non è un dramma se la bicicletta è di moda, anzi.

La prima sgambatella velorivoluzionaria è stata organizzata in inverno. Geniale questa cosa dell’epica invernale, la bicicletta per domare la città inospitale, non solo per rilassarsi con una scampagnata primaverile in compagnia dei bambini.

Era il 23 febbraio 2002. Dieci anni fa. Uno dei messaggi era che è bello vivere tutte le stagioni senza avere paura, prendendosi anche il vento gelato in faccia, fitness e rivoluzione, urban wilderness dicevamo per scimmiottare gli americani. L’idea era: perché fare gli sportivi solo in palestra o alla settimana bianca e non mentre si va a scuola o a lavorare? Milano è una città nordica che ha perso la propria identità locale fagocitata dal piattume climatizzato del tubo catodico, godiamocela lo stesso, saltando sulla bici anche al freddo e al gelo.

I ciclisti più fichi adesso le biciclette se le costruiscono da soli. Autoriparazione come filosofia scaccia crisi e meccanica ridotta all’osso per puntare all’essenziale, un’altra intuizione geniale questa.


La cultura D.I.Y. (do it yourself, fai da te) ha cambiato radicalmente l’uso e l’immaginario delle biciclette soprattutto nelle aree urbane. Gli esemplari autocostruiti sono bellissimi, la bicicletta è un esemplare unico, da collezione, un oggetto artistico ma alla portata di tutti, ognuno può farsi o ripararsi la sua in una ciclofficina pubblica. Non è un caso se la cultura del fai da te e dell’autocostruzione adesso è in piena esplosione anche commerciale.

Non mi sembra che CM abbia mai avuto a che fare con la politica ufficiale, insomma il vostro cavallo di battaglia non erano le piste ciclabili.

Direi di no. Invece di chiedere le cose direttamente al sindaco – e che sindaco avevamo... Critical Mass si rivolgeva direttamente agli altri cittadini praticando una sorta di lobbying orizzontale. Non era una manifestazione rivendicativa, ero «solo» un gruppo di persone che usciva alla sera per bersi un bicchiere di birra o di vino, sempre in bicicletta e sempre partendo dallo stesso punto, proprio per darsi un appuntamento fisso senza tanti sbattimenti, se ci sei vai ti aggreghi e ti diverti... Sembra una cosa solo giocosa ma non lo è, perché così facendo i ciclisti agivano, e agiscono, sui modelli di consumo: un gesto individuale come quello di prendere la bicicletta e uscire, reso visibile e importante facendo «massa critica», è un gesto molto politico, è servito anche, o meglio dovrebbe servire, ad abbattere un tabù. Anche a sinistra.

Cioè?

Il tabù della supremazia «metalmeccanica». Critical Mass ha aperto un doloroso ma necessario dibattito anche a sinistra, laddove l’automobile è ancora considerata un feticcio, come se questi ultimi decenni di (im)mobilità insostenibile non avessero ancora insegnato niente. Il movimento – mai come in questo caso la definizione è perfetta – ha inaugurato un nuovo repertorio di argomentazioni, che sposta l’accento sulla nostra condizione esistenziale di schiavitù dell’automobile. Lo definirei ambientalismo estetico esistenziale: parla di esistenze recluse (ore e ore per rientare dal lavoro), interi popoli (il nostro soprattutto) che vivono incapsulati in ridicoli salottini semovibili, alienati dal territorio, bambini privati della propria libertà di deambulazione. In fondo lo smog è solo uno dei problemi, forse il minore. La civiltà dell’auto è un modello esistenziale, industriale, antropologico. CM ha cercato di alzare il livello del discorso, altrimenti sempre appiattito solo sulla questione sanitaria, lo smog appunto.

Lo spontaneismo puro del movimento su due ruote non è anche il suo limite?


C’è una profonda differenza rispetto ai tanti movimenti strutturati in comitati, esecutivi, assemblee. CM è una coincidenza organizzata, non una manifestazione tradizionale. La testa della CM non esisteva, decideva chi era presente in quel momento. Lo spontaneismo di strada aveva i pro e i contro, ogni tanto si scivolava nella provocazione pura e semplice, c’era sempre un piccolo atto di prepotenza, ma mai niente di importante, occupare la stada era un po’ come giocare a Davide contro Golia, con uno spirito giocoso, almeno una volta alla settimana.

Questi ultimi dieci anni valgono un secolo, il mondo è cambiato. Credi davvero che CM abbia lasciato il segno?


Sì, la «massa critica», almeno quella su due ruote, ha mostrato il volto epico e poetico della bici, ha ridato dignità ai ciclisti urbani uscendo dal territorio delle rivendicazioni politiche classiche (niente petizioni, presìdi sotto il municipio, lettere al sindaco...). E questo atteggiamento, paradossalmente, le ha dato ancora più peso politico. Come è successo negli anni Sessanta per i Provos di Amsterdam. Sono loro, gli artivisti olandesi che hanno creato le condizioni di consenso per inventare la Amsterdam moderna che ancora oggi è un punto di riferimento per tutte le città che si vogliono europee. A Milano, per esempio, la bici cresce del 20% ogni anno, e questo successo lo si deve anche a Critical Mass.

La vicenda dell’affresco vasariano in Palazzo Vecchio su cui anche eddyburg si è soffermata nelle ultime settimane dello scorso anno, si presta perfettamente ad esemplificare lo stato del nostro sistema di tutela e delle politiche dei beni culturali oggi in Italia. Non solo pessimo, ma tendente al farsesco.

Come noto, l’affresco di Giorgio Vasari che ricopre la parete orientale del Salone dei Cinquecento in Palazzo vecchio è stato sottoposto ad alcuni sondaggi alla ricerca di una precedente opera di Leonardo, la mitica rappresentazione della battaglia di Anghiari. L’ideatore del progetto che prevedeva i sondaggi e l’investigazione della parete alla ricerca di un’intercapedine al di là della quale si troverebbe l’affresco leonardesco, è un ingegnere italiano, Maurizio Seracini, collegato con l’Università di San Diego in California: che, dopo anni di tentativi, trovatosi uno sponsor nel National Geographic, ha ottenuto i permessi necessari non solo dal sindaco Renzi – il Comune è proprietario dell’opera - ma anche dalla soprintendente, Cristina Acidini.

Peccato che quest’ultimo passaggio sia stato contestato attraverso una coraggiosa presa di posizione di una funzionaria dell’Opificio delle Pietre dure, istituzione cui era stato richiesto il parere di competenza sulla possibilità di operare i sondaggi senza danno per l’affresco del Vasari. Cecilia Frosinini, responsabile del dipartimento delle pitture a fresco all’interno dell’Opificio, assieme all’ISCR di Roma, la massima istituzione nazionale in tema di restauro, ha espresso una circostanziata critica non solo sulla potenziale pericolosità dei sondaggi a danno dell’affresco, ma sull’intero progetto in questione i cui presupposti scientifici non sono mai stati illustrati pubblicamente e compiutamente.

Ma le preoccupazioni circostanziate di un tecnico di lunga e provata competenza, rilanciate con vigore da Tomaso Montanari in un articolo del 30 novembre, non sono bastate neppure a richiedere, come un elementare atteggiamento prudenziale avrebbe richiesto, un supplemento di verifica. Agli inizi di dicembre sono stati avviati i sondaggi ed è a questo punto, il 5 dicembre, che, mentre Italia Nostra, tramite un esposto alla Procura della Repubblica, sollevava il problema dell’integrità all’affresco vasariano, un contemporaneo appello per l’interruzione delle operazioni potenzialmente invasive, lanciato da un gruppo di storici dell’arte e intellettuali al sindaco e alla soprintendente ha raccolto in pochissime ore molte e qualificatissime adesioni di studiosi di storia dell’arte e di restauro.

Il 6 dicembre, senza nessuna conferma ufficiale, le operazioni di ricerca sono state interrotte e, contemporaneamente, il sindaco ha iniziato una vivace campagna di denigrazione nei confronti dei firmatari dell’appello, da lui, novello Ulisse, accusati di scarso amore per la ricerca e la verità scientifica. La procura, come atto dovuto, ha proceduto ad un sopralluogo sul cantiere di cui si attendono gli esiti.

Nello stallo determinatosi nei giorni successivi, mentre l’appello continuava a registrare un incessante flusso di adesioni, la soprintendente, nella sua doppia veste di responsabile del Polo museale fiorentino e, ad interim, dell’Opificio delle Pietre dure, non ha ritenuto necessarie spiegazioni o commenti ai firmatari dell’appello.

Nel frattempo il materiale prelevato nei sondaggi effettuati è stato inviato per le analisi ad un laboratorio di provincia e sui risultati “secretati” (sic!) dal National Geographic detentore dell’esclusiva, lo scoppiettante sindaco non ha mancato di alludere ad anticipazioni relative a clamorosi risultati.

Infine, dopo settimane di incredibile silenzio, il 23 dicembre la Soprintendente si è finalmente espressa con una lettera a mezzo stampa, affrontando – con molte contraddizioni – solo il tema della pericolosità dei sondaggi. La dichiarazione, sulle cui ambiguità ci sarà sicuramente modo di ritornare, rappresenta ad oggi l’ultimo atto ufficiale della vicenda.

Ad oggi, dunque, mentre i ponteggi serviti per le operazioni ancora ingombrano il Salone dei Cinquecento, ciò che sappiamo di quest’impresa è registrabile esclusivamente sotto l’etichetta “scoop mediatico”. Nessuno di coloro che dovrebbero farlo per ruolo istituzionale ha mai illustrato le premesse scientifiche di quest’operazione. La totale mancanza di trasparenza sulla sua genesi si sposa pericolosamente con la carenza (per usare un eufemismo) di un curriculum specifico dell’ideatore del progetto a ineliminabile, preventiva garanzia della fondatezza del progetto stesso.

Si tratta di lacune non giustificabili non solo nel campo della storia dell’arte, ma della ricerca scientifica tout court, inammissibili, poi, di fronte al potenziale livello di invasività delle operazioni che hanno interessato l’affresco vasariano, pericolo ipotizzato da chi, al contrario, per ruolo e competenza, aveva tutte le credenziali per poterlo fare.

L’episodio va ben al di là di una querelle interna e specialistica fra storici dell’arte. E non perché vi sia coinvolto quel blockbuster mediatico che è Leonardo, ma perché sottolinea spietatamente il degrado cui sono giunte le nostre politiche dei beni culturali.

Dell’uso mercantile del nostro patrimonio usato in maniera spregiudicata anche in questo caso si è scritto con lucidità, ma tale deriva rischia di essere micidiale quando viene ad innestarsi, come a Firenze (ma non solo) in un deserto culturale: da troppi anni la città dei Medici è priva di una programmazione di livello almeno nazionale e si limita ad uno sfruttamento del proprio patrimonio artistico asfittico e privo di una visione di lungo respiro tanto da ricordare il caustico aforisma di Joyce quando di Roma affermava che “fa pensare a quel giovanotto che vive mostrando il cadavere della nonna ai turisti”.

E’ una situazione che caratterizza ormai troppe realtà italiane: oltre a Firenze e Roma, appunto, Venezia, Milano, Napoli, Palermo… pare insomma che al di là di singoli sempre più isolati episodi, la “valorizzazione” del nostro patrimonio culturale sia ormai declinata solo in funzione di un turismo predatorio. E i cui protagonisti sono a loro volta predati, vittime di un’offerta sempre più scadente e da troppo tempo non aggiornata.

Non si tratta solo dell’ormai endemica mancanza di risorse: le troppe iniziative inconsistenti che ancora si succedono (tanto per rimanere a Firenze, si pensi alla dispendiosa vacuità di un evento come Florens), non sono negative solo perché rappresentano uno spreco di risorse, ma perché “inquinano” un contesto e lo vampirizzano e, sostituendosi ad un’offerta culturale degna di questo nome, diseducano, annegando in un’opaca palude di mostre e mostriciattole, eventi e convegni usa e getta (dove facce e argomenti hanno ormai raggiunto un grado di assoluta ripetitività) la possibilità di costruire politiche e azioni non effimere e capaci di ripensare il nostro patrimonio in termini innovativi e conservativi assieme.

Non è un ossimoro, ma una sfida di evoluzione e ripensamento in cui occorre investire tutte le energie possibili: negli ultimi tempi, con una pericolosa accelerazione nell’ultimo biennio, al contrario, a questo ruolo si è costantemente sottratta la principale istituzione di tutela del patrimonio.

Il nostro Ministero dei beni culturali ha dunque urgentissima necessità di rifondare una politica aggiornata e in grado di contrastare culturalmente l’assalto al patrimonio e al paesaggio in atto nel nostro paese. Si tratta di un’operazione né immediata, né semplice, né spendibile in termini mediatici e non ci sono ricette sicure, ma di sicuro deve possedere caratteristiche di trasparenza e, soprattutto, ripristinare spietatamente e senza deroghe, criteri di competenza: gli unici strumenti efficaci in una navigazione che rischia di essere tempestosa.

E’ tutto ciò che è mancato in questa vicenda del “gratta e Vinci”, ed è per opporsi a questo che decine e decine di studiosi di tutto il mondo – e quanto competenti! – hanno espresso il loro dissenso. Non era, per molti di loro e per ragioni diverse, un atto scontato: anche in questo risiede l’esemplarità dell’iniziativa e assieme la necessità di trasformarla, al di là delle contingenze del singolo episodio, in un’occasione di ripensamento profondo dell’uso del nostro patrimonio. Collettivo e collaborativo: a questo mira ad esempio la richiesta dei promotori di istituire un Comitato di esperti che possa discutere, in piena trasparenza, del progetto e del destino di uno dei luoghi simbolo del Rinascimento.

E al “giovane” Renzi, paladino di quest’impresa, consigliamo nel frattempo di rivedere un film ormai decrepito per i suoi standard (1984), Non ci resta che piangere, laddove gli improbabili e cialtroneschi ingegneri simulati dagli irresistibili Benigni e Troisi incontrano un Leonardo da Vinci dapprima perplesso e poi in grado, lui, di inventarsi il primo treno della storia.

Il presidente del consiglio e il suo governo hanno dunque deciso di rinviare la decisione di abolire il valore legale della laurea universitaria. Non trattandosi di una materia che rivesta particolare urgenza c'è tutto il tempo per decidere con ponderazione e anche per aprire una consultazione nel Paese. Mi sembra un scelta saggia, espressione, forse, di quella saggezza che Asor Rosa ha ricostruito analiticamente sul manifesto come pilastro di questo esecutivo e dell'operazione politica generale su cui si reggono oggi le sorti dell'Italia.

Potrei anche aggiungere che la scelta inaugura un apprezzabile stile di coinvolgimento democratico degli italiani, che oggi vorremmo esteso ad altre questioni: per esempio ai problemi della Val di Susa, al conflitto sul Tav, a cui sinora si è risposto con la militarizzazione del territorio e con la criminalizzazione di una intera popolazione. Ma non sono sicuro di poter essere così magnanimo, per le ragioni che dirò alla fine. Debbo, peraltro, aggiungere che se si fosse proceduto immediatamente all'abolizione del valore legale, il governo avrebbe compiuto un atto di imperdonabile arroganza. E avrebbe ricevuto un contraccolpo di non trascurabile ampiezza.

Come avrebbe potuto, dopo tutto quello che è successo, con il precedente esecutivo? Rammento che il governo Berlusconi, non ha soltanto, per quasi quattro anni , coperto di vergogna e di disonore il nostro paese, ma ha inferto colpi micidiali, i più gravi in tutta la storia della Repubblica, all'intero sistema dell'istruzione. Ha gettato letteralmente sul lastrico la scuola pubblica, dalle elementari alle superiori, ha ridotto nelle condizioni forse più precarie della sua storia recente l'Università. Oggi gli studenti italiani hanno sempre meno borse di studio per poter frequentare i corsi, pagano le tasse più elevate d'Europa dopo quelle del Regno Unito e dell'Olanda, ricevendo servizi sempre più scadenti per assenza cronica di personale amministrativo, spazi collettivi, orari delle biblioteche, rarefazione dei docenti. Al tempo stesso migliaia di giovani con in tasca la laurea con lode, dottorato, master vari, conseguiti talora anche all'estero, non sanno dove sbattere la testa, sono gettati nella più grave angoscia che una persona possa subire: la consapevolezza di avere alle spalle anni e anni di studi, di possedere saperi, idee, energie volontà di essere utile al proprio paese e non sapere che cosa fare un giorno dopo l'altro. E a questa condizione, a tale drammatica situazione, nella sua prima uscita sui problemi dell'Università, il governo avrebbe davvero potuto rispondere con la grave decisione di abolire valore legale alla laurea?

Ma entriamo nel merito della questione. Le argomentazioni più serie a favore dell'abolizione non reggono alla prova. Sostengono i fautori di tale scelta, che nei concorsi pubblici il voto di laurea altera la corretta valutazione dei candidati, premiando spesso gli immeritevoli che hanno strappato a buon mercato, in qualche Università di serie b, un alto voto.

L'abolizione del valore legale metterebbe tutti in condizioni di parità. A questa apparentemente giudiziosa obiezione si possono tranquillamente fornire più risposte. Intanto, quello sollevato, è un problema che riguarda le norme sull'accesso alle professioni, le modalità con cui vengono valutati curricula, titoli, nei diversi concorsi. È lì che caso mai bisogna intervenire se si vuole essere più certi di premiare il merito, ma il valore legale della laurea non c'entra affatto. D'altronde, una cosa è la formazione universitaria, un'altra cosa sono le professioni. Per esempio, per l'accesso dei laureati all'insegnamento scolastico i legislatori italiani hanno di volta in volta varato dispositivi di "abilitazione" alla professione, che si aggiungevano alla semplice laurea e fornivano un vantaggio concorsuale a chi la conseguiva. D'altra parte, nei concorsi pubblici si valuta la prova a cui i candidati sono sottoposti, non è certo il voto di laurea, da solo, a decidere della selezione. E le norme variano comunque da professione a professione.

Gli abolizionisti ritengono invece che senza il condizionamento della laurea la valutazione sarebbe più libera, meno condizionata e premierebbe di più il merito. Ma è davvero così? Faccio notare che un giovane uscito dall'Università italiana ha svolto - a seconda della Facoltà - almeno tra 30 e 50 esami per conseguire la laurea. È stato cioè sottoposto alla valutazione di decine e decine di professori di diversi insegnamenti e ha subito il filtro legale di almeno due commissioni di lauree, se ha conseguito triennale e specialistica. Dunque ha superato innumerevoli "piccoli concorsi". Non c'è merito alla fine di una tale carriera? Perché queste numerose verifiche di formazione e preparazione non dovrebbero avere più per noi una validità legale, utile per valutare il merito di un candidato? Noi ci affidiamo alle cure di un medico perché ha vinto il tale concorso o perché sappiamo che è passato per lunghi studi e ha superato prove e verifiche accademiche lunghe e ripetute? Gli abolizionisti ribattono: ma perché una laurea conseguita in una Università marginale deve avere lo stesso valore di una guadagnata in un ateneo di antico e riconosciuto prestigio? La risposta è, innanzi tutto, che le Università realmente marginali sono davvero poche nel nostro paese. Oggi, che si emarginano quelle telematiche, lo sono ancor meno. Dobbiamo allora colpire e svalutare l'intero sistema universitario italiano? È come se a una persona che zoppica da un piede si prescrivesse il taglio di tutte e due le gambe.

Quello che gli abolizionisti e in generale i "riformatori neoliberisti", ispiratori spesso di queste amenità, non considerano è che le Università italiane non sono state create semplicemente per consentire ai cittadini di accedere ai concorsi, ma incarnano un percorso di formazione. Sono un patrimonio pubblico, che si è consolidato nel tempo, che è fatto della storia delle varie discipline scientifiche, delle diverse scuole accademiche, dei saperi, delle norme e dottrine destinate a formare le classi dirigenti del paese. Le università, da noi più che altrove, sono la sede storica delle diverse comunità scientifiche. In questo grande collettivo di studi si sono formati e si vanno formando non solo dei professionisti, ma il corpo intellettuale della nazione, con la sua identità e i suoi valori condivisi. Qui risiede la legalità, nel senso più alto, dei saperi che il nostro paese produce con la sua straordinaria e creativa operosità. Che senso ha, dunque, smembrare questo patrimonio in cui una parte estesa degli italiani riconosce le sue conquiste più alte? Che senso ha svalutare un lascito straordinario del nostro passato, ingiustamente vilipeso negli ultimi tempi per episodi certamente gravi di corruzione, ma che solo il moralismo indiscriminato e il neoliberismo interessato hanno potuto trasformare in una generale svilimento del nostro sistema formativo?

Ma ostinatamente si perora la necessità di creare una «pluralità di agenzie di accreditamento e di certificazioni a livello nazionale dei percorsi formativi», come si continua a dire. Si vogliono giurie esterne a quelle già esistenti. Queste garantirebbero il riconoscimento del merito. Molti dirigenti di Confindustria spingono in tale direzione, e così alcuni economisti, mai paghi dei fallimenti sotto cui sono state seppellite le loro misere dottrine. Davvero, in Italia, questa sarebbe una soluzione desiderabile? In Italia, paese di antica e lacerante frammentazione? Paese storicamente alle prese con i più gravi problemi di legalità civile di tutto l'Occidente? Si abolisce valore a un titolo garantito da un lungo processo pubblico e lo si mette in mano agli interessi dei privati? Qual è la ratio, se non la superstizione neoliberista, che non vuol vedere l'infinita serie di fallimenti di cui ha costellato la recente storia del mondo? In realtà si vuole continuare a colpire tutto ciò che è pubblico, deregolamentare tutto ciò che è fissato in norme di valore collettivo, come si fa in altri campi: dai contratti nazionali del lavoro agli articoli della Costituzione. Credo che all'intelligenza dei lettori del manifesto posso risparmiare ogni mio commento. Aggiungo solo che è con passi come questi, demolendo un presidio pubblico come la laurea, che si tende a piegare tutte le relazioni a logiche contrattualistiche private, a rapporti dare/avere, e si avanza verso il dissolvimento del tessuto culturale del paese come comunità nazionale.

Devo, tuttavia, concludere con un chiarimento. Tutte le considerazioni sin qui svolte si sono rese necessarie perché ho dovuto stare al gioco e prendere sul serio anche alcune fandonie neoliberali che non meriterebbero alcun commento. Ma quel che occorre dire, e avrei dovuto dirlo subito, è che la questione del valore legale della laurea è solo e semplicemente una astutissima manovra diversiva del governo. Nulla di più. Altro che saggezza, caro Asor, qui si tratta di astuzia raffinata. Con l'aggiunta di tanta professionalità. Il professor Monti e alcuni suoi ministri hanno studiato marketing o comunque ne sono esperti. Oggi l'Università ha un disperato bisogno di soldi, di personale tecnico e amministrativo, di nuovi docenti e ricercatori, di dottorati, di borse di studio. E che cosa orchestra il governo? Tira fuori un coniglio bianco dal cappello per incantare la folla, per dare in pasto ai furori contrapposti questo bel tema e distrarli per un po' dai problemi in cui annaspa l'intero sistema formativo nazionale. Non ci caschiamo. Il ministro Profumo non si faccia illusioni. Metteremo le questioni reali dell'Università al centro dell'attenzione e non sarà facile farci distrarre con qualche trovata pubblicitaria.

www.amigi.org . Questo articolo è stato inviato contemporaneamente al manifesto.

La luminosa sentenza del Tar Sardegna che dichiara illegittimo lo smisurato progetto di Malfatano presenta, ovvio, diversi piani di lettura. Noi troviamo impervi quelli giuridici e disdicevoli i peana e gli inni perché da una sentenza positiva può derivare anche una parte di dolore.

Il dolore proviene in questo caso da una riflessione sulla storia recente di Teulada e sulla sua comunità che negli anni Cinquanta si vide sottrarre per usi militari settemila ettari di costa incantevole e di terre coltivate. Che visse la tragedia di chi lavorava quelle terre e ne fu sradicato improvvisamente non essendone, in molti casi, neppure il padrone e dunque privato di ogni risarcimento. Teulada rimase lontana, per sua fortuna, dal “miracolo petrolchimico” e intravide soltanto, altra fortuna, il “miracolo turistico” dei suoi vicini che oggi hanno uguali drammatici tassi di disoccupazione, ma il territorio devastato. Vide svanire nel suo territorio una comunità di trecento persone, quella dei malfatanesi. Teulada si spopola nei decenni e le percentuali di disoccupazione sono drammatiche, come nel resto dell’intera Isola. E oggi, oltretutto, fa parte di uno dei siti inquinati più vasti d’Italia.

Inizia, anni or sono, il “sogno turistico” proposto da una potente associazione di imprese “continentali” che rileva terreni un tempo agricoli divenuti edificabili. Il progetto inizia il suo iter burocratico, ottiene le autorizzazioni e i permessi che oggi il Tar ha giudicato illegittimi. Insomma, anni or sono, chi amministrava Teulada decise un inverosimile futuro per il paese e incautamente innescò un dramma prevedibile.

Chi amministra una comunità che soffre ancora le ferite per l’esproprio delle aree militari, chi ha visto il declino del sogno industriale e turistico nella sua regione, chi ha già vissuto il trauma delle macerie di baia delle Ginestre, avrebbe dovuto riflettere sull’opportunità di operare scelte già fallite. E sostenere con passione scelte affidate alla consapevolezza della comunità e non a entità mitologiche provenienti da lontano.

Chi amministra deve curarsi che ogni sua azione sia inattaccabile e non tanto fragile da essere annullata da un giudice.

Chi amministra una comunità deve immaginare per chi lo ha eletto e condividere con lui regole e progetti per vivere decorosamente.

Chi amministra deve utilizzare al meglio ciò di cui la storia e la natura lo hanno provvisto e non proporre la cancellazione del proprio passato per sostituirlo con una finzione. Deve risparmiare le risorse naturali e non dilapidarle con spettrali villaggi vacanze.

E ora? Ora che Tuerredda, un diamante di famiglia, è ricoperta di costruzioni in aggiunta illegittime? Ora che l’opinione pubblica isolana e non solo isolana è inorridita per quelle costruzioni? Ora che un tribunale ha dichiarato illecito il progetto?

Sino all’ultimo chi governa Teulada – metafora oggi dell’intera condizione isolana – non ha neppure tentato di immaginare un’economia fondata su un uso durevole delle proprie risorse e la ricerca di una propria vera, autentica autodeterminazione. E ha proseguito nel cupo cammino scelto per i propri amministrati.

Ecco perché insieme al piacere grande di intravedere la salvezza per Malfatano – da cui discenderà la sconfitta di altri progetti come quello surreale degli oltre seimila posti letto nel territorio di Arbus – proviamo anche un’acuta amarezza, un dolore che proviene dal come sarebbe potuto essere e non è stato

Scriveva Marx, ai suoi tempi, che nella società capitalistica i paesi industrialmente più avanzati indicano agli altri il proprio avvenire. Chi è più avanti nello sviluppo anticipa trasformazioni e fenomeni che anche gli altri, più indietro nel processo di modernizzazione capitalistica, conosceranno qualche decennio più tardi.

Questa analisi-profezia, che ha resistito gagliardamente alla prova del tempo, sembrava essersi appannata nella seconda metà del XX secolo, quando un capitalismo incarnato e imbrigliato nelle culture e nelle istituzioni nazionali, sembrava dare a ciascun paese un proprio Sonderveg, come dicono i tedeschi, un proprio originale sentiero. I paesi europei, ad esempio, col loro solido welfare, si distinguevano dagli USA e sembravano capaci di contenere e filtrare i fenomeni più dirompenti che in quel paese facevano da avanguardia. Ma questo scarto è durato poco e, sotto la furia del pensiero unico - che nell'ultimo trentennio ha visto capitolare molti antichi presidi nazionali di costume e di cultura - lo sguardo anticipatore di Marx ha acquistato un nuovo e lucente smalto. Oggi abbiamo la possibilità di osservare sul nascere, e per così dire in vitro, come si afferma e diventa generale tale tendenza, chi sono i soggetti che la promuovono, quali motivazioni la sostengono.

La proposta del governo italiano in carica di prolungare l'orario di lavoro dei negozi è, a dispetto delle apparenze, un sontuoso cavallo di Troia che nasconde nella pancia alcuni fenomeni già all'opera nelle “società più avanzate”. Sembra una semplice iniziativa volta a facilitare gli acquisti dei cittadini-consumatori e naturalmente cova la speranza di innalzare il ritmo dei consumi. Ma essa contiene molto altro, costituisce il tassello di un processo, in atto da tempo, di distruzione di un modello di civiltà. Si fa presto a scoprirlo. E' sufficiente andare a vedere che cosa è accaduto là dove gli orari dei negozi sono stati deregolamentati per tempo.

Negli USA, che sono oggi “ il punto più avanzato dello sviluppo”, è possibile scoprire la trappola in cui sono caduti i cittadini americani, trascinati da decenni in una “bolla consumistica” che alla fine è esplosa con immenso fragore. I fondatori del gruppo Take Back Your Time, riprenditi il tuo tempo, hanno compreso, e denunciano da anni, che la spinta all'iperconsumo cui sono stati spinti i cittadini americani è stato un surrogato della riduzione dell'orario di lavoro. I guadagni di produttività oraria realizzati nell'industria e nei servizi USA non sono stati utilizzati , come era accaduto sino ad allora, per accrescere il tempo libero. Qui si è interrotto un antico percorso delle società industriali contemporanee. Gli incrementi produttivi sono stati monetizzati, tradotti in salario, grazie all'esca lucente di consumi sempre più abbondanti. Dove non bastava il salario, naturalmente, il credito bancario veniva amorevolmente in aiuto dei bisognosi di acquisto. Il risultato, dopo oltre un trentennio di questa gioiosa modernità, è che i lavoratori americani si sono trovati a lavorare in media 50 ore alla settimana e 350 ore annue in più dei loro equivalenti europei. Non c'è di che stupirsi. Come si fa a rinunciare ai sontuosi beni offerti da una smisurata macchina produttiva, a prezzi sempre più economici, resi sempre più indispensabili da una pubblicità senza quartiere? Come si fa rinunciare, se bastano un paio d'ore di straordinario al giorno per avere i dollari necessari a comprare l'ultima consolle, la macchina nuova, una pelliccia da sogno?

Negli USA la deregolamentazione degli orari dei negozi ha accompagnato in parallelo l'aumento della giornata lavorativa e la cosa non stupisce. Questo è il modello che il capitale va imponendo: una giornata completamente occupata dal lavoro, che impone l'utilizzo di tempo supplementare, oltre l'orario diurno, per svolgere il proprio compito di consumatore. I supermercati e i negozi aperti anche di notte, di domenica, nei giorni festivi devono offrire la possibilità di consumare anche a chi non possiede più tempo per se stesso. Certo, il tempo speso nelle compere serali o festive è sottratto alle relazioni sociali, alla famiglia, al dialogo fra persone, alla partecipazione alla vita civile. Ma un pover'uomo o una povera donna, che lavora dalla mattina alla sera, ha bisogno di un risarcimento, ha una necessità vitale di dare sfogo al proprio desidero di acquisto, di soddisfare il proprio ethos infantil e - come lo chiama Benjamin Barber nel suo Consumati - vagando tra le meraviglie merceologiche di un centro commerciale e portarsi a casa qualcosa. Ecco il grande successo conseguito dal capitalismo, quello a cui aspira di trascinarci la grande maggioranza degli economisti, sempre dietro qualche riforma da proporci. In questo modo si è completato il circuito di assoggettamento totalitario dell'individuo al processo di valorizzazione del capitale, che chiede sempre più tempo per la produzione e per i servizi, e ora sempre più tempo per i consumi.

L'uomo a una dimensione è bello e fatto. Nel punto più alto dello sviluppo, al culmine della modernità, gli uomini sono ridotti alla loro funzione primordiale: produrre e consumare, consumare e produrre. In tale ottica, la notte, naturalmente, costituisce una fase parassitaria nella vita delle società avanzate, durante la quale il PIL scende rovinosamente. Ce ne rendiamo conto. Per fortuna i turni lavorativi riescono a mantenere attiva la produzione in tanti settori e il commercio notturno può educare ad avere una idea meno pigra di questa fase della giornata in cui il sole conserva la cattiva abitudine di illuminare l'altra faccia della Terra.

Questa cultura della deregolamentazione, che ha scatenato le furie dei poteri finanziari, frantumato il potere sindacale e precarizzato il lavoro, demonizzato tutto ciò che era pubblico e fatto trionfare anche l'abiezione, purché fosse privata, freme tuttora come un animale ferito per azzannare qualcosa che ancora resiste indenne. Ora tocca al commercio, anche in Italia. E mi chiedo e chiedo che cosa pensa al riguardo la Chiesa, che cosa ne pensano i cattolici, anche quei tanti che stanno nell'attuale governo. Negozi aperti anche di domenica, il giorno del Signore? Perché la proposta recente rientra in quella tendenza del capitale che già abbiamo visto all'opera, e che non vuole fermarsi. In Italia si manifesta, ad es. , nella sorda pressione, più volte espressa da Confindustria, di ridurre le feste comandate, che frenano l'ascesa altrimenti trionfante del nostro PIL. Se fosse per tanti imprenditori, ma anche per tanti economisti che scrivono sui giornali, l'intero calendario gregoriano dovrebbe essere reso più “flessibile”, occorrerebbe togliere ogni residua solennità ai santi ancora festeggiati, rendere laicamente lavorativi tutti i giorni dell'anno, perché siano trascinati nella macchina insonne della crescita.

Per nostra fortuna i sindacati, anche quelli di categoria, hanno alzato gli scudi contro la proposta e meritoriamente molti cittadini hanno manifestato la loro contrarietà. Esempio di civismo, maturità, spirito di una civiltà che ancora resiste e dovrebbe fare arrossire tanti zelanti riformatori che ci assordano quotidianamente. E' tutta da verificare, infatti, l'economicità anche per i grandi supemercati e per i centri commerciali, a tenere le luci accese sino a mezzanotte o oltre. Ma, ricordiamo, se tale vantaggio dovesse verificarsi, non è evidente che una simile novità metterebbe in grave difficoltà i piccoli negozi di zona, accentuerebbe la crisi in cui versano, ne costringerebbe molti a chiudere favorendo il processo di desertificazione dei quartieri? E nessuno pensa a quanta economia è nascosta, quanto benessere collettivo, in un quartiere vitale, ben servito da piccoli esercenti, che limita gli spostamenti dei cittadini su lunga distanza, favorisce le mutue relazioni quotidiane, accresce la sicurezza senza bisogno di costose vigilanze e repressioni sicuritarie?

Questa è una dinamica sociale ormai ben nota, ma tanti economisti, e soprattutto gli uomini che si trovano di volta in volta a governare, se ne dimenticano facilmente, pur di lanciare i prodotti del loro marketing politico. Degli esiti sociali di lungo periodo delle cosiddette riforme nessuno si cura, pur di vendere al pubblico un qualche kit, un dispositivo economico che promette di imprimere dinamismo al sistema. E' l'analfabetismo politico della nostra epoca, lo conosciamo da tempo, e non possiamo far altro che additarlo nel suo quotidiano squallore.

Ma la proposta di regolamentare gli orari degli esercizi commerciali ha un valore paradigmatico molto più ampio e generale di quanto fin qui detto. Perché essa, sotto l'aria di voler rilanciare i consumi in una fase di crisi in cui effettivamente la ripresa della domanda svolgerebbe un ruolo equilibratore, instilla nell'immaginario pubblico il veleno del consumismo illimitato, ci mostra l'avvenire di una crescita continua e senza confine dell'acquisto di merci e servizi. Mentre la popolazione mondiale continua a crescere, centinaia di milioni di nuovi ricchi approdano ogni anno ai nostri stessi standard di consumo, i cicli di rigenerazione delle risorse della Terra si vanno arrestando per eccesso di sfruttamento, nella piccola Italia, facciamo la nostra parte simbolica. Mostriamo che si può comprare senza limiti di tempo, giorno e notte. Chiedersi quel che succede alle limitate risorse del nostro pianeta è naturalmente una preoccupazione stonata e fuori posto. I problemi son ben altri e del resto, in questo momento, siamo in emergenza. Come è noto da decenni.

www.amigi.org. Questo articolo è inviato contemporaneamente al manifesto

Titolo originale: The whole economics of the Olympics project have failed absolutely - Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Si potrebbero scrivere parecchi libri sull’andazzo delle Olimpiadi. C’è una quantità sterminata di cose da dire a proposito del Comitato Olimpico Internazionale e di come funziona. E anche parecchio più in generale sull’evento su cui varrebbe la pena di approfondire davvero. Io mi sono occupata delle trasformazioni urbane. Non avevo alcun motivo particolare per occuparmi dell’evento sportivo, ma la cosa ha iniziato a interessarmi quando ho capito che era l’occasione di cambiare radicalmente una enorme porzione della città. Un’altra enorme fetta di tessuto urbano, e ancora col medesimo metodo del privato [come altre, i Docklands ad esempio, di cui ho parlato nel mio libro Ground Control].

Secondo i politici britannici quella era una enorme potenziale riqualificazione urbana. Ma quando si parla di riqualificazione in questo paese si intende in realtà trasformare e segregare enormi zone della città. Si è cominciato coi Docklands e pare adesso siamo arrivati a Stratford City. Non credo che si siano spiegate con sufficiente chiarezza le questioni [che stanno dietro privatizzazione e riqualificazione]. Non è un ambito dove si gioca alla pari. Nessuno ha mai detto che ci saranno perdite in termini di superfici pubbliche, certo si ottiene un parco, ma si tratta di un parco totalmente privato. Non è uno spazio democratico. Cose di cui non si discute mai chiaramente.

L’associazione London Citizens chiede più informazioni su questa carenza democratica [ad esempio non si sa a chi è demandata la gestione del quartiere olimpico dopo i giochi]. E le cosiddette consultazioni pubbliche, che assomigliano molto di più a una mostra itinerante dei progetti, di fatto non sono per nulla occasioni di discussione sul piano. Risulta davvero difficile arrivare al punto. Bisogna capire tante cose, andare oltre le espressioni gergali di certi pianificatori. Il modo in cui queste cose sono decise e proposte sul mercato fa sì che non si capisca mai bene cosa sta accadendo. Succede sempre, ovunque, quando si tratta di riqualificazione urbana.

L’aspetto più scioccante [se guardiamo alla circoscrizione amministrativa che ospita le Olimpiadi, Newham] è quello della casa. Mi sono interessata di Newham proprio perché volevo verificare quelle promesse di case economiche, a fronte della realtà in un contesto di generali tagli al settore. Ho girato per Newham restando totalmente sconvolta dalla situazione abitativa. Che resta del tutto invisibile. Si guarda una casa dal di fuori e tutto pare a posto. Niente fa capire che in realtà lì dentro ci sono 20-30 uomini che dormono in due in letti a castello, in condizioni orribili, con umido e muffa sulle pareti. All’associazione Shelter mi hanno addirittura raccontato che uno dei loro assistiti dormiva in un frigorifero industriale, e tutto resta completamente invisibile. Non appare evidente, come fosse un ghetto, una baraccopoli, niente di tutto questo. Sta nascosto dietro a quanto ci appare come un edificio normalissimo. Ecco qual è la situazione: condizioni in tutto e per tutto da terzo mondo.

Ma tutta la vicenda delle Olimpiadi è piena di aspetti scioccanti. Mi ha colpito il documento di impegno etico [siglato prima dei giochi ma non riconosciuto poi dalla Olympic Delivery Authority sulla base della sua istituzione solo successiva alla firma] del tutto ignorato per quelli che davvero paiono stupidi cavilli legali. Dov’è finito lo spirito olimpico?. Sparito l’atteggiamento dei grandi eventi nazionali del passato. Il motivo – non si tratta proprio di qualcosa di nebuloso – sta nelle leggi. Abbiamo perso del tutto l’idea del bene pubblico da quando nel 2004 essa è stata in silenzio sostituita dalla [necessità] economia. Una cosa già successa negli Usa, e che lì ha provocato una enorme reazione nazionale, titoli di prima pagina. Qui niente. Neppure nel dibattito sul localismo è riemerso il concetto di bene pubblico.

Ed è decollato il turbocapitalismo. Se al centro ci fosse stato il bene pubblico l’ente di gestione del dopo-Olmpiadi non avrebbe potuto dire che l’offerta del Wellcome Trust [1,2 miliardi di euro per trasformare il parco olimpico in un polo scientifico e tecnologico] non era vantaggiosa. Si tratta evidentemente di un riuso molto più nell’interesse collettivo della proposta invece scelta [il parco ceduto a pezzi, un po’ alla famiglia reale del Qatar, altre parti a costruttori privati]. Il meccanismo economico complessivo del progetto olimpico non ha funzionato per nulla, e quando arriva quell’offerta di 1,2 miliardi di euro loro rispondono: “Ma noi possiamo guadagnarci molto di più”. Proprio l’idea di ritornare in possesso di quello spazio, di fronte alla prospettiva di vendere al miglior offerente a pezzi il parco olimpico, è quello che distingue la prospettiva, il tipo di mentalità che ha fatto respingere l’offerta Wellcome Trust. Verifico spesso come il pubblico concordi con me [sui pericoli di un controllo privato dello spazio pubblico], ma è difficile capire tutte le conseguenze impreviste di una serie di scelte che hanno costruito questo contesto, se non si indaga davvero a fondo. Ed è soprattutto necessario discutere, dibattere il più possibile. Il vero problema è che chi comanda non considera affatto questi aspetti.

Chiusi rispetto all’esterno [recinti, o telecamere a circuito chiuso] si finisce per indebolire le interazioni dirette. E uno spazio si fa meno sicuro, sono necessarie altre misure del genere, e aumentano ancora paura e sospetto. Le cosiddette soluzioni messe in campo negli ultimi dieci anni sono diventate il vero problema. Ci fidiamo così poco dei rapporti umani che abbiamo tentato di risolverli con tecnologie in grado di dirci cosa fare, come comportarci. L’interazione umana al massimo sono azioni punitive. Avevamo una serie di figure rappresentanti glia spetti benevoli dell’autorità, dai conducenti di autobus ai guardaparco. Dotate di autorità anche se non potevano dar multe, né indossavano uniformi autoritarie. Nel nome dell’efficienza li abbiamo eliminati, sostituendoli con una falange di guardie private. Costruendo un modo assai diverso.

(naturalmente, per chi non l’avesse già fatto, l’invito è a leggere anche gli altri contributi di Anna Minton su eddyburg.it e mall.lampnet.org)

I giornali pubblicano in questi giorni, anche con una certa evidenza, alcuni particolari sulla fulminea carriera accademica del signor Michel Martone, baby-ordinario prodigio, che aiutano sicuramente a spiegare l’origine della sua indebita famigerata uscita sui cosiddetti sfigati che si laureano, orrore, a 28 anni. Ma in realtà non c’è niente di particolare nel curriculum del sottosegretario, almeno al punto da distinguerlo dalla maggior parte dei suoi colleghi: il percorso sostanzialmente esterno e parallelo della sua formazione, in pratica familiare e autogestita, la cooptazione pilotata sopra e oltre ogni logica o criterio obiettivo, il conseguente consolidarsi di un’idea di sé che produce, quasi automaticamente, quel sottile disprezzo. La cosa particolare, semmai, è che poi l’ha espresso ad alta voce.

Invece di prendersela col personaggio in sé, però, forse sarebbe più utile pensare al contesto generale che l’ha prodotto, magari limitandosi a qualche aspetto specifico, che a mio modesto parere rinvia comunque a un tema generale: sono trascorse generazioni da quando, a parole, siamo passati da una università di élite a una università di massa, ma nessuno sembra aver mosso un dito per adeguarsi. Martone, perfetto esemplare sfornato dal sistema che non dovrebbe esistere più da decenni (e che invece è l’unico legittimato a riprodursi coerentemente) ha sbadatamente urlato ai quattro venti ciò che di solito i suoi colleghi si dicono a voce più bassa in riunione, in commissione, o anche al bar, se non ci sono orecchie troppo indiscrete. Ovvero che l’università di élite è viva, vegeta, unica espressione culturale alta della nostra società, e la cosiddetta università di massa sta lì solo ed esclusivamente a far massa, appunto.

Del resto, perché ci si iscrive, all’università? La risposta di Martone è adamantina, e in linea con certe orrende idee già ventilate all’epoca del ministro (brrr!) Letizia Moratti. Ovvero si studia per migliorare le possibilità di carriera, chi non ce la può fare in questo meglio che impari a tirare di lima, o di scopino. Dimenticatevi, se mai ci avete pensato, se mai ne avete discusso, tutte quelle sciocchezze sui processi di formazione permanente spalmata su parecchi anni, anche discontinua nel tempo, anche mescolata nei temi, negli obiettivi, nelle discipline. Dimenticatevi il ruolo che l’università può svolgere e di fatto svolge eccome (lo dicono ad esempio i documenti ufficiali del programma Erasmus, fra tutti) nel costruire cittadinanza, democrazia, allargare e articolare il vetusto concetto di “classe dirigente”. Macché: l’autista guadagna dieci, l’ingegnere arriva a cento, se hai un MBA magari schizzi a mille. Tutto qui.

In questo caso gli articoli dei giornali sul concorso da professore ordinario di Martone aiutano davvero a capire. L’obiettivo, manco stessimo dentro alla sceneggiatura di Highlander, è vincere, vincere, ne resterà solo uno, affermarsi ad ogni costo. E non farlo, si badi bene, secondo il criterio che in teoria lì più o meno dovrebbe imperare (il contributo al progresso della scienza, comunque lo si voglia considerare), ma in una logica lobbistica e bottegaia da consiglio di amministrazione qualunque. Conta naturalmente il pezzo di carta, ma il resto è tutto azione esterna e parallela: il giovane è immaturo? Si farà, si farà! Garantisce la famiglia. E se questa famiglia, anche in senso allargato, cooptativo, putativo, non c’è o non ha forza sufficiente, allora si: sei uno sfigato. Non sai stare al tuo posto nel sistema delle caste che da millenni tutto domina. Forse sta qui, diciamo anche qui, il senso della parola “casta” tanto di moda oggi.

Titolo originale: The London Olympics: a festival of private Britain - Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

I responsabili dell’organizzazione di Londra 2012 ribadiscono spesso quanto i giochi olimpici di quest’estate siano in grado di lasciare un’eredità del nostro tempo tale da rivaleggiare con quella della Grande Esposizione nel 1851 o del Festival della Gran Bretagna cento anni più tardi. La Grande Esposizione ci ha lasciato musei come il Victoria and Albert, quello di Storia Naturale o della Scienza. Il Festival del 1951 ci ha lasciato il Royal Festival Hall, uno dei più begli edifici pubblici del paese. Eventi straordinari del genere sono un’occasione per verificare lo spirito del tempo, valutare la condizione della società e della democrazia. Come mostrano le recenti crisi, gli scandali, c’è qualcosa che non va nel nostro sistema politico, e nulla lo conferma con più evidenza dei giochi olimpici. Nel 2009 nel mio Ground Control ho descritto le conseguenze della crescente privatizzazione delle città, modello degli anni di crescita economica a base immobiliare e debitoria (si vedano i vari contributi della Minton anche su queste pagine n.d.t.). Un meccanismo iniziato col progetto dei Docklands negli anni ’80, e che col progetto delle Olimpiadi ha raggiunto l’apogeo.

La logica economica sottesa, è che tutte le risorse necessarie sarebbero state raccolte dal privato. Ma con la crisi finanziaria non si è più stati in grado di ottenere prestiti, e così ci ha dovuto pensare il governo ai Giochi, aumentando il contributo pubblico di oltre sette miliardi di euro: il triplo dell’originale. Secondo i calcoli della commissione della Camera dei Comuni, il contributo dei privati alla fine è stato inferiore al 2%. Ma nonostante questo intervento pubblico, Londra 2012 non lascerà in eredità nessun segno di spirito pubblico paragonabile a quelli del 1851 e 1951. Al contrario le trasformazioni saranno totalmente private, e rivendute pezzo a pezzo al miglior offerente. Il Queen Elizabeth Olympic Park – si tratta del primo nuovo parco in Gran Bretagna da oltre 150 anni – non sarà gestito dalla pubblica Royal Parks Agency, ma dai privati; e tutti gli spazi al suo interno, dal villaggio olimpico ai vari impianti, saranno pure privati. Almeno questa sarebbe l’intenzione, anche se la disfatta nella cessione dello stadio pare dimostri la fragilità di questo tipo di accordi.

Poi, l’offerta da un miliardo e duecento milioni di euro del Wellcome Trust, per acquisire Parco e villaggio olimpico, e realizzare una “Silicon Valley Europea” – più due università, museo, case economiche, 7.000 posti di lavoro – è stata respinta dall’Olympic Park Legacy Company. Perché non dava garanzie al contribuente. Adesso il villaggio è stato ceduto a un consorzio guidato dalla famiglia reale del Qatar. Poi c’è l’aspetto, spesso tirato in causa, delle case. Nel progetto di massima del parco olimpico si promettono 11.000 nuovi alloggi. Alla fine non si sa quanti esattamente ne verranno realizzati, l’unica cosa certa è che col villaggio olimpico nel 2013 ne sono garantiti 3.000, metà dei quali di tipo economico. E la definizione di cosa sia una casa economica è tutt’altro che chiara e univoca. Praticamente impossibile da fissare una volta per tutte da quando lo stato non costruisce più le case popolari, e social housing sta solo a significare con sostegno pubblico. Con gli interventi del governo di coalizione gli enti per le case economiche possono arrivare sino all’80% dei prezzi di mercato anche per il social housing, ovvero lo mettono fuori portata per gran parte degli abitanti dell’area olimpica, dove ci sono alcuni dei quartieri più poveri del paese.

Poi c’è la questione del sostegno locale al progetto, che è sempre stata essenziale in tutte le Olimpiadi. Nel 2004, Lord Coe, presidente del Comitato, l’allora sindaco di Londra Ken Livingstone, e John Biggs, vicepresidente della London Development Agency, firmarono un “Impegno Etico Olimpico” con le amministrazioni locali, dove si davano garanzie in termini di posti di lavoro, formazione, casa, e la promessa che almeno il 30% dell’occupazione creata coi cantieri sarebbe stato destinato agli abitanti. Dopo l’assegnazione a Londra nel 2005, l’Olympic Delivery Authority ha rifiutato di onorare l’impegno, con la scusa di essere stata istituita solo dopo la firma del patto. E così la vera eredità olimpica finisce per essere un lungo rosario di accordi saltati e promesse non mantenute da parte di un intrico di enti e imprese. La forte componente di spirito pubblico si sarebbe potuta mantenere solo se l’idea di “bene collettivo” avesse ancora qualche senso nel dibattito politico odierno. Invece tutto è silenziosamente scomparso dagli accordi nel 2004, specchio dell’invasione da parte del mercato del concetto di bene pubblico, del tutto escluso dalla politica. Se gli eventi simbolo rispecchiano le condizioni della società e della democrazia, queste Olimpiadi non sono né sono mai state, in grado di replicare lo spirito pubblico del 1851 o del 1951.

Due mesi fa sono andato a Zurigo per lavoro. Dopo cena decido di fare quattro passi incuriosito da una città che conosco così poco ma di cui, tra architetti, si parla molto. Camminando intuisco quello che potresti aspettarti da una metropoli calvinista, in una serata, a metà settimana, alle dieci di sera, di novembre: un silenzio pressoché assoluto, poche persone che si muovono rapide camminando a testa bassa, le luci calde che traspaiono da dietro le tende delle case intorno a me.

Finché, avvicinandomi a una grande chiesa mi accorgo che l’abside e il suo fianco sono impacchettati da decine di tende, accrocchi di plastica e teloni colorati che si compongono a formare uno strano, fragile, villaggio che prosegue sino alla facciata dove si allargano per ospitare una grande tenda aperta in cui stazionano alcune persone infreddolite. Un riverbero bluastro m’incuriosisce e vedo che all’interno si proietta su un grande schermo Il grande dittatore, ci sono delle sedie, persone che assistono in silenzio, altre, pochi metri distanti, che si raccolgono intorno a un banco che vende prodotti bio e libri.

Mi accorgo di essere appena entrato nel centro degli indignados di Zurigo, a pochi passi dagli uffici della Borsa locale. E tante immagini, video, blog incontrati durante l’anno, prendono improvvisamente una forma fisica chiara, riconoscibile. Una delle cose che più mi ha impressionato durante il 2011 e che, credo, continuerà a produrre conseguenze interessanti anche durante questo nuovo anno è il ritorno evidente della gente a utilizzare gli spazi pubblici come luogo di espressione e di elaborazione politica. Sia Time che Wired-America hanno provocativamente indicato gli indignatos e i riots come “man of the year”, e per me è stato naturale interrogarmi sui luoghi scelti perché tutto questo prendesse forma.

Sembrava che negli ultimi anni le piazze avessero progressivamente perso la capacità di essere quel luogo naturalmente deputato a essere “casa” e “laboratorio” della città e del suo territorio. E’ vero, le piazze sono sempre, naturalmente, usate per festeggiare campionati vinti e feste paesane, per accogliere raduni automobilistici, mercatini natalizi, fiere di qualsiasi genere, comizi elettorali e riti pubblici, manifestazioni e raduni, ma ogni volta avevo la sensazione che quei luoghi fossero sempre più abitati con poca consapevolezza e che tutto fosse consumato in maniera più superficiale e meno identitaria, soprattutto nelle grandi metropoli.

Si è fatto un gran parlare negli anni Novanta dei centri commerciali, dei cinema multisala, degli aeroporti e stazioni, dei cosiddetti “non luoghi”, come degli spazi che le nuove comunità avevano eletto a luoghi pubblici di rapido uso e consumo. Sembrava che le piazze avessero perso anima e significato, che non rappresentassero più, se non per centralità topografica, il cuore sociale di una città, e spesso questa sensazione era confermata da tanti progetti di recupero o di “arredo urbano” inutili, invadenti e fintamente retorici. Sembrava che in un mondo in cui la soglia tra reale e digitale, tra pubblico e privato, tra interni ed esterno, uno spazio tradizionale come la piazza avesse perso il suo senso profondo, la sua qualità più importante, ovvero quello di essere vissuta come una parte importante e riconoscibile nella nostra vita di cittadini.

E, invece, in un momento di crisi profonda che torna a coinvolgere le paure e le emozioni primarie della gente (il lavoro, il cibo, i diritti) le piazze e tanti altri luoghi potenzialmente pubblici ma invisibili agli occhi della gente come i tetti degli edifici, le gru e le impalcature, i ponti, i sagrati delle chiese, tornano ad essere al centro del bisogno di stare insieme, di condividere, di produrre contenuti e di cercare conoscenze comuni. Le piazze degli indignatos spagnoli, Zuccotti Park, i ponti di New York e San Francisco, piazza Tharir a Il Cairo, il sagrato della cattedrale St. Paul a Londra, le decine di micro spazi pubblici occupati nel mondo di fianco ai luoghi simbolici del potere finanziario e politico, i tetti delle fabbriche occupate, sono diventati tanti laboratori urbani capaci di produrre idee, confronti, protesta pacifica e consapevole e, insieme, di entrare in rete moltiplicando potenzialmente su scala globale la loro capacità di produrre cultura critica e consapevolezza sociale.

Non sono state considerate come semplici immagini, quinte momentanee di una scenografia instabile senza significato, ma come casa per tutti, luogo riconoscibile capace di dare ospitalità e senso allo stare insieme e al condividere un bisogno di cambiamento che parte dall’occupare fisicamente e dal vivere insieme un’esperienza di rinnovamento radicale. Se dovessi immaginare quale potrebbe essere considerata la migliore architettura del 2011 e, probabilmente, quella potenzialmente più interessante del nuovo anno, non avrei dubbio nell’indicare la piazza, nella sua straordinaria, universale capacità di essere tornata al centro della vita di una società globale, che spesso confusa e intorpidita nel suo rapporto con i luoghi, è tornata a considerarla un “inedito” centro per produrre anticorpi necessari per affrontare diversamente i tempi inquieti che stiamo vivendo.

Mi riferisco all’interessante e puntuale articolo di Francesco Erbani Ue, soldi ai contadini che salvano il paesaggio, pubblicato da Repubblica e ripreso da eddyburg

La PAC nasce come politica settoriale, come intervento di stampo prettamente economico: erano gli anni immediatamente successivi alla guerra e il deficit alimentare dei sei Paesi fondatori della Comunità Europea rappresentava una emergenza, così come la necessità di sostenere un settore che aveva un peso economico e occupazionale ancora molto significativo.

Da allora le cose sono radicalmente cambiate: il contributo al Pil dell’agricoltura è calato, cosi come la quota degli occupati. In più la filosofia dell’intervento pensato all’indomani della stipula del trattato di Roma si era resa manifestamente inadeguata già nei primi anni settanta quando il tema delle eccedenze prese la ribalta anche mediatica e divenne il simbolo dell’insostenibilità ambientale, finanziaria e commerciale di quel progetto di politica agricola. Il progresso tecnico aveva aumentato le rese e svuotato le campagne, le politiche che schermavano gli agricoltori dal mercato consideravano l’agricoltura più un sistema assistito che una branca produttiva.

Cosi, all’inizio degli anni Novanta, il cambio di rotta e l’affermarsi dell’idea di una politica agricola che associasse alla sua funzione di politica economica, anche quella di politica ambientale e territoriale. Si apre un ciclo di riforme che progressivamente riduce l’importanza degli obiettivi economici, riducendo enormemente la distorsività dell’intervento, ed enfatizza quelli territoriali e ambientali.

Oggi entriamo in un’era diversa, in cui i mercati sono più turbolenti che in passato, in cui il cibo torna a divenire risorsa strategica, in cui l’agricoltore è esposto a rischi imprenditoriali maggiori che in passato. I censimenti ci indicano una riduzione importante delle superfici coltivate e in molte aree il rischio di disattivazione di porzioni importanti di tessuto agricolo è un rischio reale.

L’agricoltura sta rischiando di diventare più debole, nella stessa competizione nell’uso dei suoli che l’articolo richiama come una delle principali cause di degrado paesaggistico e ambientale del nostro territorio. I fenomeni che Erbani nel suo articolo addita come principali nemici della biodiversità e della tenuta ecologica e idrogeologica di ampie porzioni del nostro territorio nazionale.

Credo che la particolare condizione dell’agricoltore, anello debole della catena alimentare su cui spesso si scaricano le grandi incertezze che stanno caratterizzando i mercati agroalimentari in questi ultimi anni, richieda ancora una politica agricola che sia anche politica economica. Sposare una visione della PAC come politica ambientale, rischia di pregiudicare la continuità della funzione economico - produttiva dell'agricoltura, che pure è indispensabile per assicurare le funzioni ambientali richiamate dallo stesso Erbani. Va bene promuovere la produzione di beni ambientali da parte dell'agricoltore, ma perché ciò avvenga in maniera continuativa e diffusa l'attività agricola deve essere sostenibile anche sotto il profilo economico. Altrimenti il rischio è quello di perdere le preziose funzioni, dalla lotta al cambiamento climatico alla salvaguardia ambientale e paesaggistica, sempre richiamate dall’articolo.

La linea deve essere quella di perseguire un duplice obiettivo: sostenibilità economica e sostenibilità ambientale. Un concetto che oggi viene tradotto nello slogan "producing more polluting less" (produrre di più inquinando meno) anche nella prospettiva di una riedizione, a distanza di quasi mezzo secolo, dell'emergenza della sicurezza alimentare.

Quindi si alla promozione di una agricoltura più verde, ma si anche a strumenti che possano continuare a sostenere la funzione economica del settore agricolo. Attorno alla sua vitalità ruota la possibilità di tenere e valorizzare quel mosaico paesaggistico, territoriale e quel patrimonio di tradizioni e culture locali che trova espressione nel nostro paesaggio rurale e nella nostra offerta di ricchezze agroalimentari.

postilla

Il problema sotteso alla domanda conclusiva della nota (l’Autore è assessore alle Risorse agroalimentari Regione Puglia e coordinatore della Commissione politiche pgricole nazionale) è davvero gigantesco. Ci troviamo in un mondo dominato da un’economia (e un sistema di valori) che si basa sulla riduzione d’ogni bene a merce, e quindi sull’asservimento integrale del valore d’uso al valore di scambio. Il valore d’uso (la regione per cui determinati prodotti e servizi sono utili all’uomo e alla SUA crescita) è utile solo perché è laa base necessaria del valore di scambio. A tal punto che si inducono i consumatori a desiderare prodotti che non servono perché possano comprarli, e quindi permettere ai padroni dell’economia di ottenere valore di scambio (danaro). La leva che comanda l’insieme degli eventi economici (e sociali) è il massimo arricchimento di chi detiene il potere. In questo quadro lo spazio delle attività che si riferiscono in modod essenziale al valor d’uso è particolarmente difficile. Come trovare spazio, nell’uuso dei territori rurali, all’agricoltura che serve ad alimentare (e ad allietare) le popolazioni, quando sono più convenienti, sulla base del valore di scambio e dei profitti percepibiil, le colture sostitutive della benzina dei carburatori delle automobili , o quelle esportabili nel mercato internazionale? Per non parlare dell’altro aspetto della sottrazione di suolo ai bisogni vitali dell’umanità, che è la sovrapproduzione di aree urbanizzate.

Occorre cercare, con pazienza, le basi teoriche e pratiche di un’altra economia rispetto a quella capitalistica: questa non è stata l’unica a regolare i rapporti tra l’uomo e il suo ambiente, non è detto che sia l’ultima. Può non esserlo, se l’uomo di oggi impiega meglio il suo pensiero e le sue pratiche. Tra queste, anche quella di incoraggiare (e pagare) un uso dell’agricoltura finalizzato a valori (quali il paesaggio, la bellezza, la salute) che nell’economia di oggi non sono riconosciuti tali. Certo, perché questo accada è necessario che la Politica torni a comandare sull’Economia: occorre che gli obiettivi della società siano dettati dalla crescita dell’uomo e non del so portafogli (meglio, del portafoglio di pochi).

Una sintesi dell’elaborato consultabile nel file pdf allegato.

In Italia, la tutela giuridica dei beni artistici e culturali nasce già dagli editti e decreti degli stati preunitari, ma le prime leggi organiche dell’Italia unita sono la legge n.1089 sulla “tutela delle cose d’interesse storico-artistico” e la legge n.1497 sulla “protezione delle bellezze naturali” entrambe del 1939. Nel 1948 la Costituzione della Repubblica in coerenza con la storia della tutela italiana, inserisce tra principi fondamentali all’art.9, “la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Negli anni la tutela giuridica è passata da un concetto “estetico-percettivo” (cose d’arte e bellezze naturali) alla concezione di “beni culturali” e “beni paesaggistici ed ambientali”. Così è stato stabilito che “la tutela consiste nell’esercito delle funzioni e nella disciplina delle attività dirette, sulla base di un’adeguata attività conoscitiva, ad individuare i beni costituenti il patrimonio culturale ed a garantirne la protezione e la conservazione per fini di pubblica fruizione”. Dal 1977, le regioni italiane hanno potuto legiferare in modo esclusivo e indiretto sull’architettura rurale, attraverso alcune normative riguardanti il paesaggio, lo sviluppo agricolo, l’agriturismo e il turismo rurale o con norme in materia urbanistica e di edificabilità in zona agricola oppure attraverso misure e bandi di finanziamento europei del P.O.R. 1994-99. Ma solo nel 2003, con la legge n.378, “Disposizioni per la tutela e valorizzazione dell’architettura rurale” lo Stato ha legiferato sugli edifici o fabbricati rurali e gli insediamenti agricoli realizzati tra XIII ed il XIX sec., che costituiscono testimonianza dell’economia rurale tradizionale della nazione. Nel 2004, è stato emanato il “Codice dei Beni culturali e del paesaggio” (D.lgs 42/2004 s.m.i.) che nel suo articolato comprende tra i “beni culturali” all’art.10 comma 4, l) le architetture rurali aventi interesse storico od etnoantropologico quali testimonianze dell’economia rurale tradizionale; come pure i “beni ambientali” da tutelare nella pianificazione paesaggistica delle regioni all’art.135, comma 4, lettera d) valori paesaggistici riconosciuti e tutelati, con particolare attenzione alla salvaguardia dei paesaggi rurali e dei siti inseriti nella lista del patrimonio mondiale dell'UNESCO.

Il 6 ottobre 2005, il Ministro per i Beni e le Attività Culturali ha emanato un Decreto, che definisce come individuare le diverse tipologie di architettura rurale presenti sul territorio nazionale, gli interventi ammissibili a contributo, le specifiche tecniche d’intervento e nello stesso D.M. viene istituito il Comitato Paritetico per l’architettura rurale. Dopo quest’ultimo atto normativo nazionale, nel 2005 la regione Liguria approva un Bando dal titolo “Salvaguardia e valorizzazione delle tipologie d’architettura rurale nei comuni dell'entroterra ligure”, nel 2006 la regione Campania emana invece la Lr. n.22/2006 "Norme in materia di tutela, salvaguardia e valorizzazione dell'architettura rurale" che si ispira alla L.n.378/2003. Mentre, nell’ottobre 2008, il Ministero per i Beni ed attività culturali pubblica la direttiva “Interventi in materia di tutela e valorizzazione dell'architettura rurale” (2008). Nel 2009, prima la Sardegna e poi il Veneto emanano bandi per accedere al Fondo nazionale per la tutela e valorizzazione dell’Architettura rurale. Ad oggi, pur sollecitate dal Ministero BCA, nessuna regione italiana ha ottenuto i contributi per la tutela e valorizzazione dell’Architettura rurale.

Dopo questo excursus sulla normativa di tutela l’Italia, siamo passati alla verifica dell’efficacia delle norme sull’architettura rurale nella regione Puglia ed in particolare dove è più densa ed articolata la presenza del patrimonio della “pietra a secco” (p. a s.). Se esaminiamo le aree con vincolo di tutela paesaggistica della L.1497/39 e decreti “Galassini“ L.4321/8% si può notare come queste aree di tutela del paesaggio interessino in minima parte le aree con costruzioni p.a.s., anche, dove, come nella Murgia dei Trulli, il Piano paesistico vigente (PUTT/p. 1998) aveva perimetrato l’area “Valle dei trulli” da sottoporre a sottopiano. Invece la tutela “monumentale” dei beni della p. a s. (L.1089/39), interessa alcuni rari grandi trulli o masserie, anche se naturalmente fa eccezione il centro storico di Alberobello, che ha un vincolo di zona monumentale e panoramica dal 1910, di tipo paesaggistico dal 1970 ed infine un riconoscimento dell’UNESCO 1996.

Oggi in Italia esiste una legge nazionale specifica sulla tutela dell’architettura rurale, ed in più alcune leggi regionali, ma persiste un contrasto tra tutela e trasformazioni urbanistiche ed una frammentazione delle competenze degli Enti che a vario titolo operano su tali beni culturali. Inoltre, la crisi dell’economia agricola ha portato all’abbandono dei suoli agricoli meno vocati e alla trasformazione del paesaggio agrario a causa dell’agricoltura intensiva, che riduce gli addetti e la necessità di risiedere nelle case sparse. In particolare i vecchi fabbricati in “pietra a secco”, sono oggi destinati o alla distruzione o all’alienazione turistica.

L’ultima parte del lavoro è dedicata all’esame dei nuovi strumenti di tutela: il primo di questi sono i Programmi triennali regionali per l’architettura rurale. L’associazione Italia Nostra della Puglia ha preparato un Proposta di Legge regionale “Norme per la tutela e valorizzazione dell’architettura rurale” d’iniziativa popolare (5 comuni o 15.000 firme di cittadini), e che dovrà essere accompagnata da una legge regionale per gli “Interventi di trasformazione urbanistica edilizia delle zone agricole”. Nel 2010 è stato adottato il Piano Paesaggistico Territoriale Regionale (PPTR) che oltre alle analisi del “Patto città-campagna”, alla carta dei Beni regionale dei culturali ha anche, predisposto un allegato con “le linee guida per il recupero, la manutenzione e il riuso delle’edilizia e dei beni rurali” ed in particolare “le linee guida per il restauro e il riuso dei manufatti in pietra a secco”. Si era ipotizzato qualche anno fa per le aree come la Valle d’Itria, di istituire un “Parco rurale” come “Paesaggi terrestri e marini protetti” classificati dall’UICN. Un altro strumento di promozione dell’identità collettiva e del patrimonio culturale, ambientale e paesaggistico sono gli “ecomusei” quali luoghi di museo permanente nel territorio per i quali di recente è stata approvata la LR 15/2011 d’istituzione degli ecomusei della Puglia.

L’intervento giunge alla conclusione che serva una “tutela integrata” che sia coordini le leggi, i piani, gli enti e le risorse per un recupero del valore patrimoniale ed identitario del patrimonio della “pietra a secco”.

«I diritti sono diventati un lusso? L' “età dei diritti” è al tramonto ?» Si poneva queste inquiete domande Stefano Rodotà, su Repubblica del 20 dicembre, a proposito della messa in discussione dell'articolo 18 da parte del ministro Fornero, di Confindustria e vari altri esponenti del mondo politico italiano. Non sono domande né retoriche, né allarmistiche, come si tende di norma a far credere, minimizzando l'oltranza che intanto si fa strada. L'idea di far crescere l'occupazione rendendo più agevole il licenziamento dei lavoratori, ancorché empiricamente infondata, è una testata d'ariete contro uno dei pochi diritti del lavoro che rimangono ancora in piedi nel nostro paese.

Per comprendere sia l'inefficacia pratica e controproducente della misura invocata, che il carattere sostanzialmente devastatore di diritti fondamentali della persona, è sufficiente un breve sguardo storico. Basta osservare quanto è accaduto al mondo del lavoro nei paesi di antica industrializzazione negli ultimi 30 anni per capire che le misure a cui esortano i “modernizzatori” sono un altro passo verso una costituzione materiale che riduce la democrazia a una casa vuota. L'attuale situazione del mercato del lavoro, in cui si invocano nuove facilitazioni al capitale perché esso investa, e crei nuova occupazione, è infatti figlia di una storia che si tende a dimenticare. Pochi, infatti, ricordano, che essa stessa è il risultato storico della inedita, straordinaria facilità con cui le imprese hanno potuto disporre della forza lavoro negli ultimi decenni. Se al termine globalizzazione si toglie la crosta di retorica che lo nobilita, si vede facilmente che essa è consistita in questa gigantesca operazione: i circa 960 milioni di lavoratori attivi nei paesi sviluppati e in alcune enclave del Brasile e di pochi altri stati, nei giro di due tre decenni sono stati messi in diretta concorrenza con oltre due miliardi di portatori di forza lavoro disponibili in Cina e India e negli altri paesi in via di sviluppo. Le delocalizzazioni di USA, Europa, Giappone non sono solo servite alle imprese per fare lauti profitti utilizzando i salari da fame di vaste popolazioni rurali, spesso devastando il loro ambiente senza tutele. Questo è ben noto. Il loro fine è stato e continua ad essere anche quello di immettere la classe operaia sindacalizzata in questo nuovo e immenso serbatoio mondiale di forza lavoro, bloccando le sue rivendicazioni, costringendola in forme di subordinazione sempre più stringenti e socialmente frantumate. E' questa l'anima più travolgente della globalizzazione: la formazione di un mercato del lavoro di oltre tre miliardi di persone, il più vasto della storia, nel quale gli operai appena arrivati costituiscono, per il capitale occidentale, lo standard vantaggioso in cui trascinare tutti gli altri. Oggi, queste analisi sono proposte, significativamente, da studiosi e commentatori liberal americani, che possono ormai osservare con qualche distacco le cause profonde della presente crisi. Studiosi come Walman e Colamosca, con con largo anticipo, e poi Paul Mason e Luo Dobbs, il quale ultimo ha intitolato un suo recente libro, senza mezzi termini, War On The Middle Class, (guerra ai ceti medi e popolari) insieme a tanti altri mostrano nitidamente in quale sontuosa cucina è stato preparato il pranzo che sta squassando il mondo. L'impoverimento degli strati popolari in USA è infatti all'origine di tutto. Se questo grande paese doveva continuare ad essere la locomotiva dei consumi, e trascinare così la crescita mondiale, come si poteva quadrare il cerchio se le manifatture emigravano in Cina, i salari operai ristagnavano ? Chi continuava a riempire di stuff, di mercanzie inutili il carrello del supermercato? Gli stessi lavoratori e il ceto impiegatizio, naturalmente. Un miracolo tecnologico? Niente affatto! Una trovata del capitale finanziario, un passo in avanti verso la modernità direbbero tanti nostri commentatori, vale a dire l'indebitamento di massa delle famiglie americane. Le quali hanno continuato a comprare, non solo stuff, naturalmente, ma anche case a buon mercato, con mutui ben congegnati, per la gloria universale dello sviluppo.

Quel che è accaduto dopo, con l'esplosione della bolla finanziaria, è storia nota. Meno nota, o comunque meno connessa agli svolgimenti appena accennati, è la politica degli stati industrializzati, compreso ovviamente il nostro, di fronte alle spinte che venivano dal nuovo mercato mondiale del lavoro. Quali sono state le politiche che i governi, tanto di destra che di sinistra, hanno adottato per fronteggiare una situazione così inedita, che travolgeva in tempi rapidi assetti lungamente consolidati? Essi, più o meno all'unisono, si sono adoperati per rendere più agevoli le condizioni competitive dei rispettivi capitalismi nazionali nel nuovo spazio mondiale. E lo hanno fatto con vecchie e nuove politiche: tramite la riduzione del peso fiscale alle imprese, riducendo gli spazi del welfare, ricorrendo alle “riforme del mercato del lavoro”, che la cosiddetta Europa continua a invocare a gran voce.

La flessibilità, eccola l'altra lucente parola della modernità. Questa è stata individuata come la carta vincente per sostenere la competizione con Cina e India. Vale a dire la riduzione dei lavoratori a uno dei tanti fattori inerti della produzione, simile alle materie prime e ai macchinari, che vengono utilizzati a seconda della necessità. Quando non servono stanno in magazzino. Che grande passo in avanti per promuovere la crescita! Quale salto di civiltà ci fa compiere il capitalismo dei nostri anni, che mai aveva avuto così tanti volenterosi apologeti in tutta la sua storia! Ma chi si è ricordato del fatto che gli imprenditori bisognosi di essere aiutati nella competizione erano e sono spesso gli stessi che avevano delocalizzato in Cina o in Romania? Chi comprende questo passaggio storico decisivo, che si è consumato sotto i nostri occhi ? Sono le imprese, americane o europee, quelle stesse che si sono create, a loro esclusivo vantaggio, le condizioni della competizione mondiale, a chiedere al ceto politico di poterla fronteggiare con l' ormai definitivo servaggio della forza lavoro. Vale a dire accrescendo le condizioni delle loro convenienze di partenza e acuendo le disuguaglianze che stanno trascinando il mondo in una crisi senza sbocco. Questo è l'andamento del corso storico degli ultimi 30 anni, che oggi si vuol far passare come una realtà naturale, uno stato di necessità a cui non si può resistere, da assecondare, naturalmente con le riforme. Riforme, ecco le consunte parole con cui una intera generazione del ceto politico mondiale maschera la propria ormai inoccultabile impotenza.

Rendere più agevole al capitale l'uso della forza lavoro non solo non è la soluzione, ma la causa prima del presente disordine mondiale, poggiante su un sovrastante dominio di classe. Se ne persuada il ministro Fornero, e tutti gli zelanti salvatori dell'Italia, i nuovi posti non nasceranno rendendo più facili i licenziamenti dei lavoratori. A frenare gli investimenti non sono certo le condizioni del mercato del lavoro, come mostrano del resto recenti ricognizioni presso le imprese. L'abolizione dell'articolo 18, inutile allo scopo, costituirebbe un altro piccolo passo verso la barbarie: condizione a cui si perviene, ovviamente, con la giusta gradualità, perché gli uomini hanno bisogno di un po’ di tempo, ma poi si adattano a qualunque abiezione. Se anche nell'animo dei cristiani i dogmi neoliberali sono diventati articoli di fede, occorrerà rifondare qualche nuova religione, o l'umanità è perduta.

www.amigi.org. Questo articolo è inviato contemporaneamente a il manifesto

Eddyburg ha salutato l’avvento del governo Monti con il commento “meglio una banca che un lupanare”, siamo proprio sicuri? Credo che i provvedimenti finora adottati e soprattutto le sue intenzioni programmatiche vadano esaminate con molta attenzione per evitare che il sollievo per la temporanea rimozione di Berlusconi ci renda orbi come gli editoriali strapuntino di Scalfari. La posta in gioco è alta. Non si tratta di scegliere tra una puttana di buon cuore o un banchiere cattivo, come in Ombre rosse, ma di capire che al motto di “coesione” stiamo consegnando senza resistere tutti i beni comuni agli investitori.

Coesione sociale senza giustizia sociale

“Piove sul giusto e sull’ingiusto. Solo il giusto si bagna, l’ingiusto gli ha rubato l’ombrello” , dice il proverbio cinese.

Spread e coesione sono le due parole più ossessivamente ripetute da giornalisti e politici. Una è sinonimo di divisione, divario; l’altra di unità, unione. Coesione, però, non è sinonimo di giustizia. I rematori di una galera si muovono allo stesso ritmo imposto dalla frusta del padrone. Remano coesi, si potrebbe dire, così come i forzati che raccolgono cotone o costruiscono strade legati ad una catena che li fa muovere come un’entità unitaria. Coesione senza giustizia è il modo migliore per usare il lavoro di molti a vantaggio del profitto di pochi. Che un intero popolo sia indotto non solo a dissanguarsi per questo obiettivo, ma a riconoscerlo come suo, è un capolavoro di retorica, la vera alzata d’ingegno dei professori.

D’altronde come spiegano gli strateghi militari, chi vince l’infowar, la guerra dell’informazione, vince la guerra, inclusa quella attualmente in corso che, a scala mondiale, il capitale ha scatenato contro il lavoro.

Ladri di merendine

Per giustificare alcune misure del governo, che perfino i suoi esegeti più convinti fanno fatica ad apprezzare, si dice che hanno avuto solo 17 giorni per metterle a punto. In realtà sono anni che i professori stanno sperimentando il loro programma, ed è proprio in base a questa loro competenza che sono stati chiamati/inviati.

Il pilastro fondante del loro modello economico, e del progetto politico che ne deriva, consiste nel dare un prezzo a tutto quello che può diventato oggetto di compravendita, privatizzarlo, tassarlo. Il che vale per tutto, dall’acqua all’aria, dall’istruzione alla salute, dai semi di grano alle bombe. Solo benessere o sofferenza umana non trovano spazio nei loro algoritmi, a meno che non possano essere convertiti in voci contabili.

Poco sorprende, quindi, se invece di investire in prevenzione, rendere le città meno inquinate, promuovere e consentire stili di vita meno malsani, il governo stia studiando la possibilità di tassare il cosiddetto cibo spazzatura e di utilizzare il relativo gettito per costruire ospedali, ovviamente da regalare ai privati. Trattandosi di una tassa regressiva e palesemente classista/razzista - ormai solo i figli dei ricchi mangiano la marmellata fatta dalle nonne – la sua introduzione non è inverosimile. Restiamo in attesa di una tassa sulle biciclette per finanziare i circuiti di formula uno e di un censimento, seguito da esproprio, delle piantine di basilico per finanziare le multinazionali che producono ogm.

La città revanchista

Gran parte dei provvedimenti attuati e di quelli allo studio riguardano la casa, intesa esclusivamente come base imponibile. Non ci si occupa degli squilibri territoriali e sociali accentuati dallo smantellamento del patrimonio residenziale pubblico, né della situazione di colpevole abbandono nella quale sono state lasciate molte aree urbane. Quel che solo conta è, nell’immediato, quanto si può ricavare grazie al fatto che gli italiani sono stati costretti a diventare proprietari della casa dove abitano e, in prospettiva, quanto si potrà ricavare da più efficienti e competitive modalità di uso del patrimonio edilizio.

E’ innegabile l’abilità dialettica mostrata dal professor Monti a proposito di questi temi. Non si può non esser d’accordo, infatti, sulla necessità e opportunità di una adeguata tassazione dei beni immobiliari. Il gettito, però, dovrebbe andare alle amministrazioni locali per erogare servizi ai cittadini e attuare, così, almeno una parziale redistribuzione della rendita incamerata dai singoli proprietari.

Purtroppo non è questo lo scenario auspicato e previsto. Solo una parte delle tasse sugli immobili rimarrà ai comuni, i servizi locali che non sono ancora stati distrutti o privatizzati dovranno esserlo al più presto, l’imposizione avvantaggia fortemente e intenzionalmente i grandi patrimoni. Anche le detrazioni ammesse – come lo sconto concesso ad una famiglia con due figli - ricca o povera, evasore fiscale o onesto contribuente – ma non all’anziano che vive solo - si traducono in forse piccole, ma non meno odiose, conseguenze. La vera e propria punizione, poi, con aliquota di seconda casa, di coloro che, possedendo l’abitazione nella quale vivono i genitori, non li cacciano e mettono a reddito la proprietà, è la misura più rivelatrice dello scarto fra i retorici appelli al sostegno della famiglia e alla solidarietà generazionale e le intenzioni del governo. Non è dato sapere se, nelle simulazioni elaborate da Monti e dai suoi boys, incoraggiare la delocalizzazione di questi vecchi improduttivi in appositi ospizi e ricoveri è una misura dalla quale ci si aspetta la crescita del pil.

Non è dato sapere, nemmeno, dove si trovano i 6 milioni di famiglie che, si è vantato Monti oer sostener che si tratta di una manovra equa, non dovranno pagare la tassa sugli immobili. Siccome è improbabile che questi casi non siano stati mappati, la riluttanza a rendere pubblica l’informazione è un segnale inquietante circa le reali intenzioni del governo.

Oltre che della manovra già adottata, infatti, la casa sarà il fulcro anche dei prossimi interventi legislativi, a cominciare dalla revisione del catasto. Di questa riforma, in linea di principio, utile e necessaria, non si conoscono ancora i dettagli. C’è, però, una dichiarazione di Monti che non può non suscitare preoccupazione. Invece di spiegare come una più adeguata corrispondenza tra valori di mercato e valori catastali servirà a restituire alla collettività plusvalori indebitamente incamerati, Monti ha detto che la riforma servirà a individuare coloro che “magari involontariamente, compiono l’abuso” di abitare in una casa per la quale non pagano abbastanza tasse. Più precisamente servirà a delimitare le microzone urbane nelle quali i valori catastali più si discostano dai valori di mercato.

Per comprendere il significato e la portata di tale dichiarazione bisogna tener conto di due elementi. Innanzitutto, la riforma del catasto è presentata come una misura (forse l’unica insieme ai licenziamenti ) per la crescita. Il che vuol dire che la presunta futura crescita economica dell’ Italia non si baserà sull’ agricoltura, sull’ industria manifatturiera e tanto meno su innovazione e ricerca, ma sul mattone, nelle due varianti di grandi infrastrutture ed edilizia. In secondo luogo è verosimile che l’attenzione non sarà più rivolta all’edilizia in genere- quella un pò cafona dei condoni berlusconiani- ma a quella più di classe, nelle aree di prestigio.

Secondo i rapporti preparati dai dipartimenti real estate delle grandi banche d’affari, infatti, le prospettive d’investimento immobiliare in Italia solo promettenti solo in alcune zone, soprattutto nei quartieri centrali e nelle parti di città storiche con più potenzialità di sviluppo turistico.

Se in nome della sbandierata trasparenza il governo rendesse pubbliche la mappa delle microzone di prestigio – in attesa della revisione del catasto potrebbe farsele prestare dal fondo immobiliare di qualche banca, anche Banca Intesa ne ha uno molto ben attrezzato - i cittadini potrebbero rendersi conto degli effetti che la revisione dei valori catastali produrrà sulla composizione e distribuzione della popolazione delle città, soprattutto dei centri storici.

Potranno, cioè, capire che la riforma non contiene elementi di giustizia sociale, ma che al contrario:

- rendere insostenibile la tassazione sulla casa per anziani, pensionati e famiglie a basso reddito che ancora si ostinano ad abitare nei centri città significa obbligarli a vendere

- questo non è un effetto imprevisto e indesiderato, al contrario è parte della strategia di valorizzazione delle città che devono essere liberate dai poveri per poter essere sviluppate - finora si era agito demolendo quartieri e abitazioni di proprietà pubblica, adesso non potendo mandare l'esercito a sgombrare chi abita a casa sua si induce il cittadino che "non sta più sui mercato" a spostarsi

- la scelta di commisurare le tasse sulla casa alla dotazione di servizi disponibili nel quartiere accrescerà la segregazione sociale. E' forse questo l'elemento più perverso della strategia Monti. Invece di usare le tasse per fornire una dotazione minima di servizi a tutti e costruire così una città meno ingiusta, si persegue il disegno opposto. La città non è un diritto o, piuttosto, tale diritto è proporzionale al potere d'acquisto. Se i poveri non possono più permettersi la città, che la cedano agli investitori e se ne vadano altrove.

postilla

Come in un puzzle, le misure di cui scrive Paola Somma (aveva inviato il suo intervento a capodanno, ma si era impantanato tra gli auguri) si collocano in un quadro che è riduttivo definire preoccupante; altro importante tassello, nel campo delle politiche territoriali, sono le scelte per le Grandi opere (inutili, costose e spesso dannose), affidate al ministro passera ma secondo una filosofia che sembra condivisa. Come moltissime delle iniziative di questo governo sono misure che vengono presentate dai protagonisti con argomentazioni logiche, e questo consente di discuterle: come si fa in questo articolo. Il cui contenuto condivido pienamente. Aggiungerei che lo scandalo è anche il fatto che, se è giusto tassare i redditi da patrimonio non meno (e magari più) dei redditi da lavoro; sarebbe giusto che tra i primi andassero anche tassati, seriamente, i redditi da patrimonio finanziario e non solo quelli da patrimonio immobiliare

Su questo tema (o accanto ad esso) ce n’è un altro, che nell’opinione pubblica sembra confondersi con esso: queste misure hanno a che fare con l’antica battaglia degli urbanisti contro la rendita fondiaria urbana? Su questo argomento bisognerà tornare. Mi sembra però che il rapporto sia molto marginale. Le misure montiane prelevano una parte del reddito , reale o virtuale, dei cittadini imponibili. L’obiettivo dei tentativi di riforma urbanistica (dai tempi di Nathan e Giolitti agli inizi del secolo scorso, a quelli di Fiorentino Sullo e della stagione delle riforme degli anni Sessanta dello stesso secolo) era il cosiddetto “plusvalore” : il maggior valore venale acquisito dai beni immobili (aree ed edifici) per effetto di decisioni e investimenti pubblici. La sede giusta per incamerare parte consistente di quel valore sembrava essere (ed è) quello della vendita. Ma di questo non si parla. Non ne parla nessuno, neppure a sinistra. Ed è facile comprendere perché. Ma occorrerà ragionarne più ampiamente.

Per una volta si può dirlo: la sinistra ha ragione da vendere, quando sostiene che i cattivi d’animo non esistono, che tutto dipende dalla società, dall’ambiente in cui si cresce, dalle occasioni colte o mancate di rispondere a corroboranti stimoli. Infatti basta vedere da dove spuntano in stragrande maggioranza i nostri profeti della secessione, del particolarismo, della ermetica chiusura localistica e familista rancorosa contro il resto del mondo, per capire tante cose. Se si volesse tracciare un confine politico tra le attuali componenti della destra italiana, ad esempio, inutile scomodare le scienze sociali e i guru della sottile interpretazione: basta un bravo geometra, dotato preventivamente degli indirizzi. Scoprirà, o per meglio dire verificherà, la corrispondenza fra tassi di urbanità, tassi di secessionismo, prospettive specifiche del razzismo eccetera.

Qualche anno fa, quando il fenomeno leghista usciva (quantitativamente) dal puro folklore locale, qualcuno ci provò pure, a fare degli accostamenti geografici, ivi comprese alcune simpatiche teorie sui rapporti fra percentuali elettorali e linea padana delle risorgive. Umidità relativa della secessione a parte, qualcosa ci beccava, confusamente ma ci beccava. Poi da oltreoceano, dove le scienze sociali sono di solito praticate da chi prima si è preso la briga di studiare almeno qualche anno, è arrivata una conferma sistematica sulla componente geografica di certi atteggiamenti reazionari. Ma si è anche capito chiaramente che l’umido dei fossi (o magari dei torrenti dove si pesca il salmone) non c’entra nulla. La discriminante è quella classica urbano/rurale, o più precisamente, nel terzo millennio del “pianeta delle città”, la linea di demarcazione è il confine urbano/suburbano.

Adesso arriva anche la conferma storica, stimolata dalla ormai lunga sequenza di sciocchezze e strafalcioni inanellata dai probabili e improbabili candidati alle primarie Repubblicane, e contorno di comprimari Tea Party. Giustamente, studiosi e commentatori si sono chiesti: ma da dove arriva questa fauna? Chi li ha slegati? Possibile che siano spuntati dal nulla? E la triste risposta conferma l’interpretazione sociale della sinistra. Sono cresciuti negli ambienti segregati villettari, non solo loro, ma anche i loro antenati politici: più villettari, più reazionari, più infanzia da soli in giardino, più idee sceme per la testa da grandi. Se la diagnosi esatta del male è della sinistra, la terapia però stavolta arriva direttamente dalla cultura legaiola. Ebbene si: aiutiamoli a casa loro, cambiandogli la casa. Nel senso di dare più urbanità ai buchi neri dello spirito che sono quei quartieri incazzati nascosti dietro la siepe con cane abbaioso. Se volete saperne qualcosa in più, dell’infinita serie dei reazionari storici in villetta, leggete I Repubblicani Odiano le Città, di Daniel Denvir su Alternet 3 gennaio.

Antonella Agnoli è una vera eretica. Autrice di un pamphlet rivolto
alle amministrazioni locali in cui spiega perché è necessario investire nella pubblica lettura e aprire i locali a tutti, non solo a studiosi e studenti

La biblioteca è un servizio di base, trasversale, che offre qualcosa a tutte le categorie di cittadini: vecchi e giovani, professionisti e disoccupati, casalinghe e immigrati. Copre un arco di interessi vastissimo e quindi è un sostegno vitale anche per altre strutture culturali come i musei, i teatri, i cinema. Occorre promuovere il coordinamento e l’integrazione fra tutti questi servizi». Caro sindaco, parliamo di biblioteche (Editrice Bibliografica) è un altro tassello che Antonella Agnoli, bibliotecaria et alia in un paese in cui (quasi) nessuno legge, sottrae al muraglione ideologico che sta intorno all’idea di cultura, di intellettuale e di privilegio culturale e che è il principale fortilizio che soffoca la mobilità tra le classi sociali nel nostro paese. Ed è quindi un altro tassello aggiunto al concetto di democrazia.

Se ne Le piazze del sapere. Biblioteche e libertà (Laterza, 2009), Agnoli ha scritto che prima di fare cultura è

necessario fare alfabetizzazione e che entrare in una biblioteca in Italia significa, invece e troppo spesso, essere costretti a valutare la situazione sociale nella quale ci si trova, in base all’esperienza in altri ambienti pubblici e all’arredamento e che dunque «occorre pochissimo tempo a un potenziale lettore per capire, grazie a una quantità di indizi, quale sarà il suo posto all’interno dell’istituzione e valutare se rischia di rendersi ridicolo o di perdere la faccia» -, in questo pamphlet si rivolge direttamente alle amministrazioni locali per spiegare e dimostrare come, anche in tempo di crisi, sia possibile e pure necessario investire nelle biblioteche di pubblica lettura.

Perché dire alle persone i libri che devono leggere è ideologia, lasciare che leggano e basta è democrazia. E quindi possibilità di evoluzione ancora prima che di rivoluzione. Le biblioteche di pubblica lettura, al contrario delle biblioteche di conservazione che pure «sono state sempre un oggetto di valore collocato nelle nostra città come un vaso cinese in salotto, che potrebbe esserci oppure non esserci» dal 1972 sono una responsabilità degli enti locali e spesso sono vissute come un «optional affidato alla buona volontà e alla lungimiranza della singola amministrazione» e non come la risorsa energetica che sono. «Nella crisi, la biblioteca è un’ancora di salvezza per i ceti più deboli, i giovani che non riescono a trovare un lavoro, i bambini che hanno bisogno di crescere in un ambiente stimolante e di fare esperienze culturali che in famiglia non potrebbero avere».

Tuttavia per essere davvero una risorsa energetica la cultura continua Agnoli ha bisogno di una società che pensa e che ama pensare. Tutto il lavoro saggistico, e tutto il lavoro che Antonella Agnoli ha fatto e fa sul territorio la direzione della biblioteca di Spinea (Venezia), l’ideazione della Biblioteca San Giovanni di Pesaro, il capillare giro di presentazioni de Le piazze del sapere in ogni minimo comune, biblioteca, circolo di lettura, presidio del libro italiano, scuole gira intorno al concetto che il libero accesso ai libri è condizione necessaria e sufficiente alla salute, al mantenimento e all’adattamento, in epoca di accelerazione e manipolazione dell’informazione, del concetto di democrazia e della democrazia in sé. «Non si riflette abbastanza sul paradosso di un pianeta dove l’informazione è (relativamente) alla portata di tutti mentre l’impoverimento culturale della vita collettiva è palese».

Antonella Agnoli, come tutti coloro che sono padroni di un’ortodossia, è una vera eretica, le sue proposte per le biblioteche di pubblica lettura in tempo di crisi spaziano dalla possibilità di usare i locali delle biblioteche di conservazione e di pubblica lettura per matrimoni, feste di compleanno, mercatini di libri usati, come location per pubblicità, tutte proposte che rappresentano la reale possibilità di aprire un luogo considerato storicamente per studiosi, studenti, curiosi e intellettuali, a tutti.

La sopravvivenza di una biblioteca garantisce e leggendo Agnoli si esclama «è vero!» la possibilità, a chi non può consentirselo per ragioni economiche o di lingua, di accedere alla rete, alla modulistica per bollette, pensione, alla possibilità di compilare un curriculum vitae. «Come i sindaci di un secolo fa non avevano dubbi sulla necessità di realizzare le fognie e di portare l’acquedotto nei loro comuni, così oggi si deve guardare alle connessioni a banda larga come a un diritto basilare dei cittadini, un bene comune importante quanto l’acqua».

La biblioteca, è insomma un luogo di confronto, discussione, alfabetizzazione e cultura. «La perdita dell’abitudine a ritrovarsi e confrontarsi in piazza, al bar, dal parrucchiere è uno dei molti motivi che rendono la nostra democrazia un guscio vuoto».

Odio la parola vocazione, tuttavia mi pare che per lei la diffusione della cultura somigli abbastanza a una vocazione... sono stati la scuola, l’università, i libri, le persone?

«Se sono quello che sono lo devo alla politica, non certo alla scuola. Non so bene chi mi abbia insegnato a leggere e scrivere, ma sono sicura che dai 14 ai 18 anni l’unica cosa che mi interessava era andare a ballare. Se dicessi che la cultura è stata per me una vocazione fin dall’infanzia penso che finirei nell’ultimo girone dell’inferno dantesco: dopo la maturità sono andata a Roma e invece che fare l’università frequentavo giovani artisti e la cellula di Potere Operaio (prima che fosse messo fuori legge). L’università, ripresa più volte, non l’ho mai finita, c’era sempre qualche cosa di più importante da fare. Penso che negli anni Settanta il Pci sia stato l’università di un’intera generazione».

Perché ha deciso di lavorare su, con e per le biblioteche?


«La biblioteca l’ho scoperta quando me ne hanno data una da fondare: prima non ci ero mai entrata. Avevo fatto la campagna per il referendum sul divorzio, e poi quello sull’aborto e così avevo conosciuto il sindaco di Spinea, una città-dormitorio alla periferia di Venezia. Non sapevo nulla, ma a me piace fare cose nuove, organizzare luoghi e attività dove le persone possano stare insieme quindi ho iniziato dalla biblioteca per bambini, scommettendo che i genitori che accompagnavano i figli si sarebbero prima o poi accorti che era un posto piacevole anche per loro. Ho cercato di raggiungere le giovani coppie con figli, comprato i libri di Munari e sperato che funzionasse. Ha funzionato. Quando me ne sono andata, nel 2000, era passato in biblioteca il 50% di cittadini».

Nell'immagine: Giuseppe M. Crespi «Scaffale di libri», 1725

Domandare “Che ne pensi della guerra” a uno qualsiasi dei giovani attivi per la vittoria dei referendum, il riconoscimento dei “beni comuni”, il diritto allo studio, il prevalere di “No Tav”, o che altro, probabilmente comporterebbe una reazione tra stupita e scarsamente interessata: di chi ritiene la condanna della guerra una scontata ovvietà.

E però questo accade in un mondo in cui le guerre, piccole e grosse, sempre più sono la normalità: praticate a tutte le latitudini, per le ragioni più diverse, di fatto accettate come uno strumento inevitabile, addirittura “normale” dei rapporti tra nazioni, popoli, gruppi; politica condotta con altri mezzi, come da tempo ci è stato spiegato, cui tutti, di fatto senza eccezione, si adeguano. Lontanissime oggi e – si direbbe – ormai impensabili, quelle gigantesche manifestazioni pacifiste prodottesi praticamente in tutto il mondo sul finire del secolo scorso, delle quali il New York Times ha parlato come della “seconda potenza mondiale”.

In questa situazione è di particolare interesse l’appello per il taglio delle spese militari (di cui anche Liberaziones’è occupata con una impegnata intervista a firma di Giorgio Ferri) lanciato da Alex Zanotelli, combattivo Padre comboniano, direttore di Nigrizia. L’interesse riguarda non pochi aspetti dell’impianto complessivo del testo, d’altronde per più d’una ragione difficilmente destinato a trovare ascolto sia nel mondo politico cui esplicitamente si rivolge, sia in quello imprenditoriale indirettamente chiamato in causa; ma comunque forse capace di sollecitare riflessioni oggi assenti dal discorso politico, non soltanto italiano.

“La corsa alle armi è insostenibile, oltre ad essere un investimento in morte”, afferma Zanotelli. E, al di là della appassionata condanna della guerra in quanto tale, in qualche misura scontata da parte di un religioso (che non manca di deplorare il silenzio osservato in proposito da gran parte delle gerarchie ecclesiastiche e della Chiesa militante), mostra una precisa e dettagliata conoscenza dei conti pubblici del nostro paese, e insieme la capacità di individuare e deplorare la scarsità di logica e di civica consapevolezza che presiede alla distribuzione delle nostre sempre inadeguate risorse disponibili: 27 miliardi di euro dell’ultimo Bilancio Difesa , cui si aggiungeranno nell’immediato futuro altri 17 miliardi per l’acquisto di 131 cacciabombardieri F 35 ; mentre per la partecipazione alla “missione“ in Libia si prevede all’incirca una spesa di 700 milioni di euro, da sommarsi a quelle per l’impegno in Afganistan, ecc. “Se avessimo un orologio tarato su questi calcoli, vedremmo che in Italia spendiamo oltre 50.000 euro al minuto, 3 milioni all’ora, 76 milioni al giorno”.

Ma ciò che più scandalizza Zanotelli è che alla spesa di 27 miliardi di euro in armi, corrisponda il taglio di 8 miliardi destinati alla scuola e ai servizi sociali… “Vogliamo sapere che tipo di pressione fanno le industrie militari sul parlamento per ottenere commesse. (…) Quanto lucrano con queste guerre aziende come la Fin-Meccanica, l’Iveco-Fiat, la Oto-Melara, l’Alenia Aeronautica (…) E quanto lucrano le banche in tutto ciò, e quanto va in tangenti ai partiti…”

“Potremmo recuperare buona parte dei soldi per la manovra semplicemente tagliando le spese militari,” è la conclusione di Zanotelli. Che molti certo giudicano ingenua e semplicistica, ma che forse invece potrebbe prospettarsi come una ipotesi almeno temporaneamente risolutiva. E forse anche potrebbe sollecitare l’attenzione dei tanti giovani e meno giovani in vario modo impegnati ad allargare la loro riflessione sulla guerra; e - al di là della concreta distruttività della sua funzione specifica - scoprirne la presenza e il senso di categoria portante, mentale e comportamentale, decisiva di ogni scelta di vita, sociale e privata, in ogni momento della nostra società, nel lavoro come nei rapporti personali. Per arrivare forse anche alla scoperta di come la guerra non sia un problema privo di nessi (non solo di natura psicologica e di generica distruttività) con la crisi ambientale, ma al contrario in essa oggi giochi un ruolo decisivo. (Proprio a queste problematiche qualche anno fa ho dedicato un libro Ambiente e pace – una sola rivoluzione, Milano 2008).

Chiunque abbia percorso un territorio attraversato dalla guerra (edifici ridotti a macerie senza identità, celebri monumenti azzerati in cumuli di materiali illeggibili, strade non più rintracciabili nel loro percorso, fiumi esondati dagli argini distrutti, ogni verde cancellato in campagne senza più alberi né culture…) sa che cosa significhi il passaggio della guerra su un qualsiasi territorio; e parlo riferendomi ai miei personali ricordi, cioè di una guerra nemmeno paragonabile alla capacità distruttiva degli armamenti moderni… Oggi d’altronde non si tratta più solo di devastazione di luoghi percorsi dalla guerra. Oggi è la produzione medesima degli armamenti più moderni (atomici in particolare) a causare squilibri e inquinamenti micidiali per ampi spazi prossimi alle fabbriche. Che cosa possa significare il loro uso, nessuno per ora fortunatamente lo sa: assurda produzione di una deterrenza, il cui utilizzo è internazionalmente vietato. Ma forse qualche economista potrebbe obiettare che anche questo dopotutto significa tanto buon Pil, a sostenere la crescita…

E qua ancora una volta, inevitabilmente, ci si imbatte nell’assurdo obiettivo (cui più volte mi sono richiamata anche su questo giornale) di una crescita senza limiti, inseguita in un pianeta che ha dimensioni e disponibilità non dilatabili a richiesta: incapace pertanto sia di alimentare una produzione in crescita esponenziale, sia di neutralizzare i rifiuti, liquidi solidi gassosi, che ne derivano. Come il terrificante deterioramento degli ecosistemi dimostra.

In realtà, si tratta di ripensare il mondo… Impresa di cui solo una situazione limite potrà forse tentare l’azzardo. Ma ne siamo poi tanto lontani?

Questo articolo è stato inviato contemporaneamente al quotidiano Liberazione

Bene la Regione Toscana su Casole d'Elsa, ma ora è tempo di cambiare. Il 3 novembre 2011 la Giunta regionale toscana, su proposta dell'assessore al territorio Anna Marson, ha 'adito' la conferenza paritetica interistituzionale nei confronti della variante di 'riallineamento' del Piano strutturale di Casole d'Elsa. Il riallineamento, in voga in non pochi comuni toscani, significa che un Regolamento urbanistico difforme (in genere sovradimensionato) rispetto al Piano strutturale, viene sanato a posteriori da una variante allo stesso Piano strutturale. La conferenza paritetica è una 'commissione' politica cui può adire l'ente che rileva profili di contrasto fra un proprio piano vigente e un strumento urbanistico approvato da un'istituzione di livello inferiore, ciò che si verifica tipicamente nel rapporto Regione-Comuni. L'iniziativa può essere adottata anche su proposta di associazioni di cittadini (in questo caso proponenti sono stati la Rete per la difesa del territorio e l'associazione CasoleNostra, anche se la Regione ha agito 'motu proprio'). La conseguenza più drastica può essere la messa in salvaguardia delle previsioni difformi, quando la conferenza esprima in proposito un parere negativo e queste, invece, siano confermate dal Comune.

Casole d'Elsa, come è stato già pubblicato da eddyburg, costituisce un caso limite dell'anarchia comunale promossa e sostenuta da Riccardo Conti, precedente assessore del territorio. Il suo padre padrone è Piero Pii, prima sindaco per il Pd, poi passato a una lista civica appoggiata dal Pdl, recentemente rinviato a giudizio insieme ad altri 14 politici e tecnici del Comune per abuso edilizio.

Pii è l'ispiratore e sostenitore di un piano che prevede, fra le tante magagne puntualmente rilevate nell'osservazione regionale, 140.000 mq di superfici produttive coperte, (ridotte di appena 4.000 mq a seguito dell'osservazione) in un comune che non arriva a 4.000 abitanti. Vi è, dunque, un motivo di soddisfazione per associazioni e cittadini che si battono per il contenimento del consumo del suolo, per la salvaguardia dei terreni agricoli e per il rispetto della legalità e va dato atto al nuovo assessore al territorio di usare l'unico strumento a sua disposizione per cercare di porre un argine al disastroso consociativismo edilizio, quando non peggio, vigente fra politici e costruttori: soprattutto se si pensa che la precedente amministrazione regionale solo due volte in tre anni aveva adito la conferenza.

Tuttavia, occorre essere consapevoli che i contenziosi amministrativi hanno un esito incerto, sono sottoposti ad arbitraggi politici e comunque non possono essere assunti come una normale modalità di gestione del territorio. Ben venga un'effettiva concertazione fra diversi livelli istituzionali nella formulazione dei piani (dubito che ciò sia avvenuto e avvenga in molti casi), ma una volta che questi siano approvati devono essere rispettati e le regole devono valere per tutti. Quindi bisogna cambiare la legge di governo del territorio della Regione Toscana che dà la possibilità ai Comuni di (auto)approvare i propri strumenti urbanistici infischiandosene di leggi e piani e lascia a Regione e Province – queste ultime del tutto assenti - l'unica chance di rincorrere gli avvenimenti con procedure speciali, incerte e potenzialmente soggette a ogni tipo di pressione.

«I diritti sono diventati un lusso? L'età dei diritti è al tramonto?» Si poneva queste inquiete domande Stefano Rodotà, Repubblica del 20 dicembre, a proposito della messa in discussione dell'articolo 18 da parte del ministro Fornero, di Confindustria e vari altri esponenti del mondo politico italiano. Non sono domande né retoriche, né allarmistiche, come si tende di norma a far credere, minimizzando l'oltranza che intanto si fa strada. L'idea di far crescere l'occupazione rendendo più agevole il licenziamento dei lavoratori, ancorché empiricamente infondata, è una testata d'ariete contro uno dei pochi diritti del lavoro che rimangono ancora in piedi nel nostro paese.

Per comprendere sia l'inefficacia pratica e controproducente della misura invocata, che il carattere sostanzialmente devastatore di diritti fondamentali della persona, è sufficiente un breve sguardo storico. Basta osservare quanto è accaduto al mondo del lavoro nei paesi di antica industrializzazione negli ultimi 30 anni per capire che le misure a cui esortano i "modernizzatori" sono un altro passo verso una costituzione materiale che riduce la democrazia a una casa vuota.

L'attuale situazione del mercato del lavoro, in cui si invocano nuove facilitazioni al capitale perché esso investa, e crei nuova occupazione, è infatti figlia di una storia che si tende a dimenticare. Pochi, infatti, ricordano, che essa stessa è il risultato storico della inedita, straordinaria facilità con cui le imprese hanno potuto disporre della forza lavoro negli ultimi decenni. Se al termine globalizzazione si toglie la crosta di retorica che lo nobilita, si vede facilmente che essa è consistita in questa gigantesca operazione: i circa 960 milioni di lavoratori attivi nei paesi sviluppati e in alcune enclave del Brasile e di pochi altri stati, nei giro di due tre decenni sono stati messi in diretta concorrenza con oltre due miliardi di portatori di forza lavoro disponibili in Cina e India e negli altri paesi in via di sviluppo. Le delocalizzazioni di Usa, Europa, Giappone non sono solo servite alle imprese per fare lauti profitti utilizzando i salari da fame di vaste popolazioni rurali, spesso devastando il loro ambiente senza tutele.

Questo è ben noto. Il loro fine è stato e continua ad essere anche quello di immettere la classe operaia sindacalizzata in questo nuovo e immenso serbatoio mondiale di forza lavoro, bloccando le sue rivendicazioni, costringendola in forme di subordinazione sempre più stringenti e socialmente frantumate.

È questa l'anima più travolgente della globalizzazione: la formazione di un mercato del lavoro di oltre tre miliardi di persone, il più vasto della storia, nel quale gli operai appena arrivati costituiscono, per il capitale occidentale, lo standard vantaggioso in cui trascinare tutti gli altri. Oggi queste analisi sono proposte, significativamente, da studiosi e commentatori liberal americani, che possono ormai osservare con qualche distacco le cause profonde della presente crisi. Studiosi come Walman e Colamosca, con largo anticipo, e poi Paul Mason e Luo Dobbs, il quale ultimo ha intitolato un suo recente libro, senza mezzi termini, War On The Middle Class, (guerra ai ceti medi e popolari) insieme a tanti altri mostrano nitidamente in quale sontuosa cucina è stato preparato il pranzo che sta squassando il mondo.

L'impoverimento degli strati popolari in Usa è infatti all'origine di tutto. Se questo grande paese doveva continuare ad essere la locomotiva dei consumi, e trascinare così la crescita mondiale, come si poteva quadrare il cerchio se le manifatture emigravano in Cina, i salari operai ristagnavano? Chi continuava a riempire di stuff, di mercanzie inutili il carrello del supermercato? Gli stessi lavoratori e il ceto impiegatizio, naturalmente. Un miracolo tecnologico? Niente affatto! Una trovata del capitale finanziario, un passo in avanti verso la modernità direbbero tanti nostri commentatori, vale a dire l'indebitamento di massa delle famiglie americane. Le quali hanno continuato a comprare, non solo stuff, naturalmente, ma anche case a buon mercato, con mutui ben congegnati, per la gloria universale dello sviluppo.

Quel che è accaduto dopo, con l'esplosione della bolla finanziaria, è storia nota. Meno nota, o comunque meno connessa agli svolgimenti appena accennati, è la politica degli stati industrializzati, compreso ovviamente il nostro, di fronte alle spinte che venivano dal nuovo mercato mondiale del lavoro. Quali sono state le politiche che i governi, tanto di destra che di sinistra, hanno adottato per fronteggiare una situazione così inedita, che travolgeva in tempi rapidi assetti lungamente consolidati? Essi, più o meno all'unisono, si sono adoperati per rendere più agevoli le condizioni competitive dei rispettivi capitalismi nazionali nel nuovo spazio mondiale. E lo hanno fatto con vecchie e nuove politiche: tramite la riduzione del peso fiscale alle imprese, riducendo gli spazi del welfare, ricorrendo alle "riforme del mercato del lavoro", che la cosiddetta Europa continua a invocare a gran voce.

La flessibilità, eccola l'altra lucente parola della modernità. Questa è stata individuata come la carta vincente per sostenere la competizione con Cina e India. Vale a dire la riduzione dei lavoratori a uno dei tanti fattori inerti della produzione, simile alle materie prime e ai macchinari, che vengono utilizzati a seconda della necessità. Quando non servono stanno in magazzino. Che grande passo in avanti per promuovere la crescita! Quale salto di civiltà ci fa compiere il capitalismo dei nostri anni, che mai aveva avuto così tanti volenterosi apologeti in tutta la sua storia!

Ma chi si è ricordato del fatto che gli imprenditori bisognosi di essere aiutati nella competizione erano e sono spesso gli stessi che avevano delocalizzato in Cina o in Romania? Chi comprende questo passaggio storico decisivo, che si è consumato sotto i nostri occhi? Sono le imprese, americane o europee, quelle stesse che si sono create, a loro esclusivo vantaggio, le condizioni della competizione mondiale, a chiedere al ceto politico di poterla fronteggiare con l' ormai definitivo servaggio della forza lavoro. Vale a dire accrescendo le condizioni delle loro convenienze di partenza e acuendo le disuguaglianze che stanno trascinando il mondo in una crisi senza sbocco. Questo è l'andamento del corso storico degli ultimi 30 anni, che oggi si vuol far passare come una realtà naturale, uno stato di necessità a cui non si può resistere, da assecondare, naturalmente con le riforme. Riforme, ecco le consunte parole con cui una intera generazione del ceto politico mondiale maschera la propria ormai inoccultabile impotenza.

Rendere più agevole al capitale l'uso della forza lavoro non solo non è la soluzione, ma la causa prima del presente disordine mondiale, poggiante su un sovrastante dominio di classe. Se ne persuada il ministro Fornero, e tutti gli zelanti salvatori dell'Italia, i nuovi posti non nasceranno rendendo più facili i licenziamenti dei lavoratori. A frenare gli investimenti non sono certo le condizioni del mercato del lavoro, come mostrano del resto recenti ricognizioni presso le imprese. L'abolizione dell'articolo 18, inutile allo scopo, costituirebbe un altro piccolo passo verso la barbarie: condizione a cui si perviene, ovviamente, con la giusta gradualità, perché gli uomini hanno bisogno di un po di tempo, ma poi si adattano a qualunque abiezione. Se anche nell'animo dei cristiani i dogmi neoliberali sono diventati articoli di fede, occorrerà rifondare qualche nuova religione, o l'umanità è perduta.

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Si è conclusa il 27 novembre a Milano, al Museo della scienza, la mostra, promossa dalla Ambasciata di Norvegia, sulla straordinaria figura di Fridtjof Nansen, scienziato, esploratore polare, diplomatico e statista, commissario per i rifugiati della Società delle Nazioni, insignito del Premio Nobel per la Pace. La sua dedizione alle questioni umanitarie salvò la vita a migliaia di persone dopo la Prima Guerra Mondiale e a innumerevoli altre restituì identità con un certificato che portava il suo nome .

Fridtjof Nansen nacque in Norvegia il 10 ottobre del 1861 a Store Fr”on, vicino ad Oslo. Quest’anno è dunque il 150° anniversario della sua nascita, il centesimo della scoperta del Polo Sud.

In gioventù si dedicò agli studi delle Scienze Naturali, poi alla zoologia e con l’obiettivo di studiare la vita degli animali polari nel loro ambiente nel 1882 si imbarcò sul motoveliero Viking, compiendo osservazioni sulla deriva dei ghiacci, sulle temperature lungo la colonna d’acqua, rielaborando le teorie sulle correnti artiche osservando che il ghiaccio si formava in superficie e che le acque più calde della corrente del Golfo passavano sotto le acque più fredde superficiali.

Compì osservazioni sulla vita delle foche , delle balene e di altre forme di vita animale nell’Artide..

Al ritorno, iniziò un lungo periodo di studi presso il Museo Zoologico di Bergen di cui fu nominato curatore Nel 1886, grazie ad un premio conferitogli dal Museo per una pubblicazione, si recò a Napoli alla Stazione Zoologica, dove per alcuni mesi, compì ricerche, pubblicandone i risultati.

A Napoli maturò l’idea che anche in Norvegia dovesse essere realizzata una stazione analoga a quella che prende il nome da Anton Dohrn e in seguito promosse la fondazione di 2 laboratori di biologia marina a Bergen e a Trondhejm.

Al ritorno in patria pubblicò le sue ricerche sul sistema nervoso e conseguì il titolo di dottore in scienze naturali.

Ancora molto giovane Nansen, all’età di soli 26 anni, decise di intraprendere una spedizione per attraversare da costa a costa la calotta glaciale della Groenlandia, ancora inesplorata, elaborando un piano dettagliatissimo e meticolosamente studiato, e questo metodo sarà una costante di tutte le sue future attività. Partì nel 1888 con 5 compagni sulla baleniera Jason, la futura Stella Polare della spedizione artica del duca degli Abruzzi, alla volta della inaccessibile costa orientale della Groenlandia con l’intenzione di tagliare dietro di sé tutti i ponti, altra costante di ogni sua azione, in modo da essere obbligato a raggiungere la costa occidentale, data l’impossibilità di venire soccorsi nella inaccessibile costa orientale.

La baleniera venne stretta dai ghiacci e Nansen riuscì a raggiungere la costa con una scialuppa dopo un mese di tentativi, affrontando un ambiente del tutto ostile, dopo essersi lasciato alle spalle la sicurezza rappresentata dall’imbarcazione principale. La spedizione dopo un viaggio lungo e faticoso attraverso la calotta glaciale raggiunse a settembre la costa occidentale della Groenlandia. Durante questo percorso massacrante Nansen e i suoi uomini raccolsero scrupolosamente dati di carattere scientifico, annotandoli puntualmente.

Compiuta la traversata dell’isola, nel maggio dell’anno dopo, il 1889, poterono tornare in patria accolti come trionfatori.

Iniziò per Nansen una intensa attività di conferenziere in diversi paesi europei e venne anche nominato curatore del museo di Oslo. Maturando le osservazioni fatte anni prima sulle correnti polari e convintosi del fatto che una forte corrente est-ovest doveva scorrere dalla Siberia verso il Polo Nord, mise a punto un nuovo e più impegnativo progetto, quello di raggiungere il Polo utilizzando le correnti artiche. Deciso a dimostrare la validità della sua teoria, Nansen stilò le caratteristiche di cui doveva essere dotata un’imbarcazione per resistere alla pressione del ghiaccio. Il suo piano era quello di navigare verso est lungo il Passaggio a Nord-Est fino alle Isole della Nuova Siberia per rimanere poi congelati nel ghiaccio. L’equipaggio sarebbe rimasto a bordo della nave mentre essa veniva spinta insieme ai ghiacci a ovest verso il Polo Nord e gli stretti tra le Svalbard e la Groenlandia.

La spedizione lasciò Christiania (l’attuale Oslo) nel giugno 1893 con provvigioni sufficienti per cinque anni e combustibile per otto. Il “Fram” navigò a est lungo la costa settentrionale della Siberia. A circa 100 miglia dalle Isole della Nuova Siberia Nansen cambiò rotta puntando verso nord. Il 20 settembre, a una latitudine di 79 gradi, il “Fram” si trovò imprigionato nei banchi di ghiaccio. Nansen e i suoi uomini si prepararono a lasciarsi trasportare dalla corrente a ovest in direzione della Groenlandia.

Il “Fram” non venne spinto così vicino al Polo Nord come aveva sperato e così Nansen decise di raggiungere il Polo, portando con sé uno dei suoi uomini, Hjalmar Johansen. Sbarcarono sul ghiaccio il 14 marzo del 1895, circa due anni dopo la partenza da Oslo. Il loro tentativo non ebbe successo. Le condizioni atmosferiche erano peggiori del previsto: la strada era spesso sbarrata da dorsali di ghiaccio e da tratti di acqua libere dal ghiaccio che furono causa di notevoli ritardi. Alla fine, a 86° gradi e 14’ nord, decisero di tornare indietro e di dirigersi verso la Terra di Francesco Giuseppe. Nansen e Johansen non avevano raggiunto il Polo, ma ci erano andati più vicino di qualsiasi altro esploratore prima di loro. Riuscirono a ritornare e finalmente giunsero nel giugno del 1896 a contatto di una spedizione inglese nell’arcipelago di Francesco Giuseppe. Ad agosto poterono tornare in Norvegia, oltre tre anni dopo la partenza.

Anche il Fram dopo 3 anni si era nel frattempo liberato dalla morsa dei ghiacci e navigava alla volta della Norvegia.

Le teorie di Nansen si erano dimostrate esatte perché il Fram aveva seguito la corrente di cui egli aveva postulato l’esistenza. Inoltre la spedizione aveva raccolto preziosissime informazioni sulla corrente, i venti e le temperature, dimostrando inoltre in modo inconfutabile che non esisteva terraferma vicino al Polo sul lato eurasiatico, ma un oceano profondo e coperto di ghiacci. Per la nuova scienza chiamata oceanografia, il viaggio del “Fram” fu di grandissima importanza. Per Nansen esso significò un punto di svolta: da quel momento fu proprio l’oceanografia a diventare il centro delle sue ricerche.

Il ritorno in patria fu trionfale, Nansen divenne ospite di Corti e capi di Governo di tutti i principali paesi, ottenne onorificenze, lauree ad honorem, divenne professore di Zoologia all’università di Oslo, pubblicò in sei volumi le ricerche fatte durante la spedizione col Fram e si impegnò a realizzare in Norvegia di un grande centro per lo studio della oceanografia.

Fu in contatto con Scott e con tutti gli altri esploratori polari dell’epoca e aiutò Amundsen a pubblicare i risultati della sua spedizione attraverso il passaggio Nord Ovest con il Gjoa.

La fama e la stima conquistata fecero di Nansen un uomo pubblico a cui vennero affidati compiti di natura politica, soprattutto in campo internazionale, fino ad essere nominato ministro di Norvegia a Londra, dove negoziò trattati che garantivano al suo paese l’integrità territoriale.

Il Fram continuò ad essere utilizzato per spedizioni artiche e in seguito venne utilizzato da Amundsen per la spedizione del 1911 in Antartide dove riuscì a raggiungere il Polo Sud.

I grandi viaggi da esploratore di Nansen ebbero termine, ma egli continuò a compiere ricerche fornendo dati accuratissimi sia sul Mare di Norvegia sia sulla circolazione delle acque nel nord Atlantico, compiendo nel 1911 e 1912 missioni sulla Frithjof della marina militare norvegese e sullo yacht inglese Veslemy nelle acque delle Svalbard.

In seguito nel 1913 a bordo del Correct della Compagnia Siberiana compì una missione lungo le coste artiche della Siberia, conoscendo le popolazioni indigene delle coste artiche siberiane e il popolo russo, spingendosi fino a Vladivostok attraverso la transiberiana, pubblicando poi le osservazioni effettuate durante il lungo viaggio.

Nel 1914, mentre si avvicinava la prima guerra mondiale, Nansen compì una nuova crociera oceanografica nell’Atlantico Nord Orientale sulla nave Armauer Hansen, che si concluse a luglio, poche settimane prima dello scoppio della guerra.

Nel 1917, essendo la neutrale Norvegia stretta nella morsa della fame, Nansen venne inviato negli Stati Uniti come Ministro plenipotenziario, dove negoziò difficili accordi volti a non condurre il suo paese in guerra, assumendone addirittura la personale responsabilità nelle more di decisioni che il Governo in patria non riusciva a prendere.

Al termine della guerra , nel 1919, Nansen , nominato Presidente della Lega Norvegese della Società delle Nazioni fu inviato a Londra per allacciare rapporti con la corrispondente società inglese.

Nel frattempo, consapevole del dramma che stavano vivendo centinaia di migliaia di uomini travolti dalla guerra e dalla rivoluzione sovietica, decise di rivolgersi direttamente ai capi dei paesi vincitori, chiedendo loro di creare una Commissione avente lo scopo di inviare viveri e medicinali in Russia.

La proposta, benché accolta, fallì per i conflitti fra le fazioni russe che si fronteggiavano e per l’ostruzionismo degli emigrati russi e ciò provocò sofferenza e morte per centinaia di migliaia di persone, con grande dolore di Nansen che scrisse parole molto amare nel suo libro “ La Russia e la Pace” sull’inumano comportamento di numerosi responsabili politici.

Nel 1920 Nansen partecipò come rappresentante della Norvegia alla prima riunione a Ginevra della Lega delle Nazioni e fu incaricato di presentare un dettagliato piano per il rimpatrio dei prigionieri di guerra che a centinaia di migliaia erano ammassati in condizioni disumane in campi di concentramento in Russia, Siberia, Caucaso, Turkestan. Solo in Germania e in Francia 200 mila russi erano rinchiusi in campi di concentramento.

La Croce Rossa non era in grado di affrontare un problema di tali dimensioni e Nansen presentò un progetto con il quale individuava le modalità per rimpatriare via mare i prigionieri.

Il piano venne approvato e Nansen fu nominato alto commissario per il rimpatri dei prigionieri e grazie alle sue grandi doti di organizzatore nel 1921 aveva già rimpatriato 350 mila persone e alla successiva assemblea della Lega delle nazioni egli potè annunciare di averne riportati a casa 427.886, spendendo una cifra di molte volte inferiore a quella preventivata.

Purtroppo altri immani problemi umanitari erano esplosi, provocati dalla guerra e dalle rivoluzioni: solo i profughi russi erano circa 2 milioni e a Nansen venne assegnato il nuovo compito di occuparsi di questa grave emergenza alla quale si aggiunse quella ancor più grave dei bambini per i quali lanciò un appello a tutto il mondo attraverso l’Unione internazionale per la salvezza dei bambini, che però fu raccolto positivamente solo da 15 paesi. Purtroppo per crudeli ragioni politiche per l’avversione nei confronti della rivoluzione bolscevica moltissimi bambini perirono per la fame e gli stenti.

Moltissimi profughi non avrebbero più potuto tornare nei paesi dai quali erano fuggiti ed avevano perso cittadinanza e documenti ed erano dunque apolidi, privi di uno stato giuridico: Nansen propose di dotarli di un certificato , che prese il nome di “certificato Nansen” che consentì di ridare personalità giuridica a milioni di apolidi.

Quasi tutti i governi riconobbero il valore del certificato, che non portava in testa lo stemma di nessun paese bensì il nome di Nansen e che rimase in vigore fino al 1953.

Numerose furono le crisi che Nansen dovette affrontare per conto della Lega delle nazioni, nelle cui assemblee prese più volte la parola parlando in favore del disarmo, contro il colonialismo, per la riparazione dei danni di guerra. Una crisi riguardò Corfù dopo l’uccisione di alcuni ufficiali italiani.

Cercò di fare ammettere la Germania nella lega delle Nazioni e diede un notevole apporto alla Convenzione sulla Schiavitù e all’Atto per la pacifica risoluzione delle controversie internazionali e si occupò del popolo armeno, massacrato dai turchi nell’indifferenza degli altri paesi.

Fu a capo della commissione nominata dalla Lega delle Nazioni con il compito di aiutare gli Armeni, che avevano costituito una federazione con le altre repubbliche transcaucasiche, Georgia e Azerbajan, dopo le stragi compiute dai turchi di Kemal , a ricostituire la propria economia. L’aiuto fornito fu grandissimo e prezioso, consentendo l’ammodernamento dell’agricoltura, il rifacimento degli impianti idrici, la ricostruzione delle strade e la riconquista di una condizione di maggiore tranquillità.

Nel frattempo continuava incredibilmente anche la sua produzione scientifica, puntualmente pubblicata.

Nel 1923 gli fu conferito il premio Nobel per la Pace , nel 1925 fu nominato Rettore della università di Sant’Andrea.

Si spense nel 1930, non riuscendo a partecipare alle spedizioni di sorvolo dell’Artico con i dirigibili della società Aeroartic di cui era stato nominato presidente.

Straordinariamente significativo l’omaggio che gli rese nell’intervento commemorativo alla assemblea della Lega delle Nazioni, Lord Robert Cecil che ne ricordò il servizio reso alla pace e ai deboli e ai sofferenti, “senza riguardo per i suoi interessi, e per la sua salute , lavoro che portò immensi benefici ai più diseredati degli uomini”.

Mi piace ricordare , a conclusione di questo sommaria descrizione della vita e dell’opera di uno straordinario scienziato e benefattore dell’umanità , quello che scrisse di lui un esploratore polare forlivese, Silvio Zavatti , di cui ho ritrovato recentissimamente un dattiloscritto originale nella biblioteca del Museo nazionale dell’Antartide a Siena sulla vita di Nansen nel quale è scritto : “quando morì si disse che Nansen aveva rappresentato l’uomo nel senso più vero e alto della parola per le straordinarie imprese che lo portarono a confortare ed aiutare centinaia di migliaia di uomini travolti dalle guerre”.

L’autore è membro della Commissione Scientifica per la Ricerca in Antartide

Che cosa può rendere attuali e perfino per tanti versi affascinanti gli scritti, di e su un decennio ormai lontano, di un protagonista della scena culturale italiana degli ultimi 40 anni? Forse basterebbe la qualità storica del periodo in questione: gli anni '60, senza dubbio il decennio epico della seconda metà del XX secolo, la pagina più intensa e più alta della storia italiana dello scorcio finale dell'età contemporanea. Con studiata foga iperbolica – ma con molti elementi di verità - Alberto Asor Rosa (Le armi della critica: Scritti e saggi degli anni ruggenti (1960-1970) , Einaudi Torino 2011 pp.VII-LXIX, 368) la definisce « la più ciclopica trasformazione delle proprie strutture sociali, economiche, produttive – e però anche intellettuali e culturali – dai tempi della caduta dell'Impero romano in poi». Un decennio, come vedremo, su cui gravano interrogazioni fondamentali che arrivano al nostro tempo. Me nella Prefazione storica che organizza i saggi, in parte usciti in edizioni precedenti - e che a mio avviso vale, da sola, per nitore analitico e tensione esistenziale e civile, l'intero libro – c'è anche dell'altro.

Asor Rosa racconta in questo saggio il proprio ingresso nel mondo dell'impegno politico e al tempo stesso l'inquieta esplorazione dell'universo intellettuale che gli stava intorno e che e a quell'impegno doveva fornire fondamenti di senso e prospettive. Si tratta di pagine autobiografiche all'interno delle quali si snodano vicende, che solo in parte sono personali, perché riescono a coinvolgere nel racconto, sullo sfondo dei processi del decennio, la vicenda di un gruppo intellettuale tra i più significativi dell'Italia della seconda metà del secolo. Amici e sodali dell'avventura politica e culturale di Asor Rosa, in quegli anni, erano Mario Tronti, uno dei padri dell'”operaismo,” Toni Negri, oggi teorico molto influente, Massimo Cacciari, filosofo e politico a tutti noto, Umberto Coldagelli, diventato il maggiore studioso di Tocqueville in Italia, Aris Accornero, l'unico operaio italiano pervenuto alla cattedra universitaria e sociologo del lavoro, Rita di Leo, sociologa anch'essa e studiosa della composizione sociale dell'URSS e dello stalinismo, Manfredo Tafuri, storico e teorico dell'urbanistica precocemente scomparso. La storia dei gruppi intellettuali, tema negletto nel paese di Gramsci , trova nelle prime pagine della Prefazione indicazioni e suggestioni che danno il senso di un'epoca e anche non poche piste di ricerca.

La cifra essenziale della tensione teoretica dell'autore e del gruppo – molto più affollato dei nomi noti appena ricordati – è soprattutto una: il rapporto diretto con il pensiero di Marx, per afferrare con profondità analitica ciò che si voleva conoscere direttamente, la classe operaia di fabbrica. Asor Rosa ricostruisce il suo personale percorso – con uno sforzo costante, da storico di mestiere, di rendere impersonali le vicende che lo riguardano - di avvicinamento a Marx e delle scoperte che ne ha ricavato. E nel testo fa rivivere pagine dai Grundrisse o dal Capitale, che ancora oggi gettano lampi di bagliore conoscitivo ineguagliati sulla società del nostro tempo. E trovo davvero incontrovertibile l 'affermazione perentoria in cui si lascia andare : « Chi, anche oggi, non ha letto e meditato Marx non è in grado di capire in che mondo viviamo». Una verifica immediata? Osservate, con un rapido sguardo, il profilo intellettuale del ceto politico della sinistra ufficiale e ne troverete plastica ed esaustiva conferma.

Le pagine di questo saggio, tuttavia, si fanno leggere con singolare passione per un'altra ragione. Perché Asor Rosa ci trascina nella insolita bivalenza della sua personalità e nella spiazzante originalità del suo percorso esplorativo: che mette insieme Marx, Leopardi, Nietzsche e i grandi autori della letteratura europea. Forse il nucleo più ardimentoso di tutto il ragionamento, sempre esemplarmente rigoroso, del saggio sta nel tentativo, a mio avviso riuscito e persuasivo (ma potrei essere condizionato da affinità di sentire) di mettere insieme, diciamo, le forme di estrazione del plusvalore nelle società capitalistiche avanzate, descritte da Marx , con questo incantevole verso di Leopardi : «Dolce e chiara è la notte e senza vento». La teoria rivoluzionaria e la poesia, la lotta per l'emancipazione di una classe oppressa e la ricerca di una visione profonda e disincantata della condizione umana. Sfere assai distanti fra di loro, ma in realtà tenute insieme da una medesima tensione: la libertà del pensiero da tutti i condizionamenti, da tutti gli idola, la sovrana conoscenza della realtà e della “verità”, il poter collocare la propria opera transeunte nell' universo di senso che solo la grande poesia può regalarci. Con Nietzsche - «un grandioso continente di pensieri» - le cose sono più facili, anche se non meno avvincenti. Alcune riflessioni del filosofo tedesco sulla classe operaia – di folgorante inattualità - danno al ragionamento dell' autore una convincente rotondità.

Nella Prefazione Asor Rosa pone una questione storica che meriterebbe una discussione più ampia di quella possibile in queste note. Egli sostiene che in Italia, in quegli anni , «un forte sviluppo in presenza di una forte conflittualità , una forte conflittualità in presenza di un forte sviluppo avrebbero garantito a tutti quel salto che invece non c'è stato e da cui è scaturita l'attuale decadenza». Prima di entrare nel merito, io vorrei preliminarmente osservare che in tale riflessione dell'autore riaffiora una tensione, direi una vibrazione morale costante in tutta la sua opera di storico della letteratura. E' quell' «amarezza del pensiero e dell'intelligenza» , ch'egli attribuisce in questa Prefazione a Machiavelli, dipendente dallo scarto, che segna tutta la nostra storia - e che l'autore ritrova ogni volta che si occupa di Dante, di Machiavelli, Guicciardini, Leopardi – quello scarto tra le incomparabili potenzialità delle nostre energie e intelligenze nazionali e gli scadenti esiti statuali che ne sono di volta in volta derivati. Anche negli anni '60 sarebbe accaduto qualcosa di “antico”. La tesi contiene degli elementi di verità storica che andrebbero esplorati in maniera più circostanziata. Io credo, tuttavia, che forse la “mancata risposta” alla potenzialità contenuta nei conflitti, sia da spostare più avanti, e da concentrare soprattutto sul piano della cultura politica Non posso fare a meno di ricordare che gli anni '70 non furono di semplice opposizione, da parte delle classi dirigenti italiane.

Alla pressione operaia e popolare, in certi casi, si rispose con riforme importanti: la nascita delle Regioni (non senza effetti indesiderati, soprattutto al Sud) lo Statuto dei lavoratori, la nascita, nel 1978, del Sistema Sanitario Nazionale, un processo parziale, ma importante di democratizzazione dei corpi di polizia. E al tempo stesso, in quel decennio, vi furono conquiste politiche e di civiltà: l'affermazione delle sinistre nelle grandi città, la vittoria referendaria per il divorzio, mutamenti di costume e di rapporti tra genitori e figli, la ventata libertaria del movimento femminista. Naturalmente quelli sono anche gli anni della reazione stragista da parte di potenze oscure della società italiana, e poi del terrorismo.

Dunque, alcune trasformazioni importanti sono pur venute da quei conflitti. Nella società sono continuate modificazioni culturali profonde. Quel che è rimasto imballato, certamente, è stato il sistema politico. Forse perché i due maggiori partiti troppo a lungo non hanno goduto di piena autonomia nazionale. Ma quel che mi sento di dire, per ciò che riguarda la sinistra, è che il vecchio Partito comunista aveva esaurito, già negli anni '80, la sua progettualità strategica. Tardivamente e mal riformato, ha perso rapidamente, nel corso degli anni '90, la capacità di leggere i movimenti profondi che il capitalismo stava promuovendo. Il vasto sommovimento globale messo in atto dal neoliberismo è stato non a caso, anche dal gruppo dirigente di quel partito, scambiato per una nuova frontiera della modernità.

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