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Ida Dominijanni
Ode al paese grande
10 Aprile 2009
Articoli del 2009
“É una commedia dell'assurdo nascondere le crepe del Palazzo sotto le macerie di case qualsiasi”. Il manifesto, 10 aprile 2009

Nessuno è senza colpa, dice Giorgio Napolitano ridando alle istituzioni l'onore e l'onere di parlare di responsabilità, anzi di «irresponsabilità diffusa». Parola fuori campo, come fuori campo cerca di restare il presidente della Repubblica rispetto all'occhio invadente degli obiettivi, «non sono venuto qui per farmi fotografare da voi, fatevi da parte, non rompete!». L'opposto simmetrico del presidente del consiglio, che da lì va e viene per farne cento e spararne mille, ma sempre in favore di telecamera.

Di responsabilità non sta bene parlare, ammonisce regolarmente in prima serata tv il mantra della squadra di governo: adesso è il tempo del dolore, della solidarietà, degli aiuti. Bisogna sospendere i cattivi sentimenti e stringersi attorno alle vittime con i sentimenti buoni. Bisogna sospendere la polemica politica e prendere esempio dal paese reale, dalla società civile che si sta rivelando civilissima, dall'orgoglio degli abruzzesi che è più forte del terremoto, dai volontari che accorrono da ogni dove senza ideologia. «L'Italia è un grande paese». Fine del mantra. Poscritto: mandate soldi, lo Stato non ne ha, ma nel grande paese ne circola in abbondanza (sarà per l'evasione fiscale).

Le catastrofi e i traumi collettivi sono sempre un'occasione d'oro per riformulare il discorso pubblico: certe parole vanno fuori corso, certe altre schizzano in primo piano e il senso segue a ruota, anche a seconda di chi le pronuncia o le tacita. Mettere in contrapposizione il dolore per le vittime e la denuncia delle responsabilità è un'operazione cinica e bara che si commenta da sé: sono i lutti senza responsabilità quelli che non si elaborano mai e che aprono la pista alla coazione a ripetere, sempre lo stesso delitto e sempre senza colpa.

L'ode in rima baciata al Grande Paese, invece, qualche commento se lo merita. Ci mancherebbe pure che non fossimo solidali, che non accorressimo in soccorso, o che tutti ce ne andassimo gaudenti al mare dotati di crema abbronzante secondo i consigli di chi sappiamo. Ma quando l'elogio della società civile deborda in bocca alla compagnia di governo, rafforzato per giunta dalla sistematica ingiunzione a «lasciar perdere la politica» di fronte all'ira degli elementi, non si tratta più di un omaggio alla virtù civica, ma di una autodimissione dalla virtù politica. Questo è infatti precisamente lo spot che gli uomini di governo ci stanno mandando a ripetizione: c'è una catastrofe naturale, non ci sono responsabilità e non c'è colpa, non c'è illegalità e non c'è impegno di legalità, la politica non c'entra niente e deve solo tacere di fronte al lutto, il governo sta facendo di tutto e di più ma il pallino vero, la possibilità e la responsabilità, l'oggi e il domani, stanno in mano vostra.

Politica dell'antipolitica. Più colpevole e più irresponsabile del solito, di fronte al lutto. Corroborata dall'attivismo del premier-imprenditore, con l'imprenditore che fornisce le ricette al premier, una dieci cento Milano2, l'esperienza c'è, potete fidarvi. Più che ammaccato e più che ferito nelle sue pretese seduttive al vertice di Londra fra i grandi della terra, gira fra le macerie d'Abruzzo come uno fra tutti, abbraccia gli sfollati come uno di loro, elogia la virtù civica come uno di noi. Forza dell'empatia, debolezza del mimetismo. Anche la commedia dell'assurdo fa parte dei tratti del «grande paese». E' una commedia dell'assurdo nascondere le crepe del Palazzo sotto le macerie di case qualsiasi.

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