Mentre si susseguono riunioni di ministri che fan finta di trovare soluzioni alternative...>>>
Mentre si susseguono riunioni di ministri che fan finta di trovare soluzioni alternative all’ingresso di grandi navi in laguna o discettano sul numero di turisti compatibile con la sopravvivenza della città e dei suoi ultimi abitanti, apprendiamo dalla stampa locale che “il sindaco è in volo per New York per promuovere Venezia”!
Secondo il comunicato ufficiale non si tratta della ennesima gita di piazzisti pataccari che girano il mondo per vendere beni che non sono di loro proprietà, secondo il modello bene spiegato da Tomaso Montanari nel suo articolo “Italia svendesi”, ma di una missione più ambiziosa.
Finalmente una buona notizia per l’urbanistica italiana. Viene dalla Toscana ma dovrebbe avere riflessi ...>>>
Finalmente una buona notizia per l’urbanistica italiana. Viene dalla Toscana ma dovrebbe avere riflessi positivi per l’intero Paese. Mi riferisco alla proposta di riforma della legge urbanistica approvata nei giorni scorsi dalla Giunta regionale. Si tratta di un provvedimento ampio e complesso, ben 226 articoli, che: riorganizza le procedure e le regole relative all’informazione e alla partecipazione (rafforzando i poteri d’intervento regionali); istituisce il monitoraggio dell’esperienza applicativa della legge e della sua efficacia; introduce il suggestivo concetto di «patrimonio territoriale»; valorizza la pianificazione di area vasta; immette le politiche abitative fra i contenuti della pianificazione urbanistica; rafforza le regole di prevenzione e mitigazione dei rischi sismici e idrogeologici; valorizza l’attività agricola e il mondo rurale; corregge il lessico (il «regolamento urbanistico» diventa più correttamente «piano operativo»); riduce i tempi della pianificazione (gli attuali 6 anni in media per i piani comunali dovrebbero ridursi a 2); adegua la legislazione regionale al Codice del paesaggio.
Sono tutti importanti contenuti sui quali avremo occasione di tornare. Ma la svolta dirompente riguarda le norme che inibiscono il consumo del suolo, e soprattutto su di esse si sta concentrando la discussione. Nel presentare la proposta insieme all’assessore Anna Marson, il presidente Enrico Rossi ha dichiarato: «Tracciamo una linea netta tra territorio urbanizzato, in cui concentrare l’attività edilizia, soprattutto promuovendo riuso e riqualificazione, e territorio rurale, in cui non saranno consentite nuove edificazioni residenziali». Ed è esattamente questa la novità che più di ogni altra caratterizza e qualifica la proposta. La cui elaborazione è partita dall’analisi critica delle norme vigenti: in effetti, dal 1990 la Toscana è dotata di precetti volti a contenere il consumo del suolo, la legge vigente (n. 1/2005) prevede che «nuovi impegni di suolo a fini insediativi e infrastrutturali sono consentiti esclusivamente qualora non sussistano alternative di riutilizzazione e riorganizzazione degli insediamenti e delle infrastrutture esistenti» (art 3). Ma soprattutto a causa della carenza di verifiche e di piccole furbizie, la norma non ha impedito il dilagare incontrollato dell’urbanizzazione.
Per rendere davvero efficace la riduzione al minimo del consumo del suolo (obiettivo tenacemente sostenuto dall’assessore Marson) il nuovo disegno di legge (art. 4) introduce la rigorosa perimetrazione del territorio urbanizzato. In sostanza, il territorio di ogni comune è diviso in due parti: quella urbanizzata e quella rurale. All’interno del territorio urbanizzato deve essere concentrato ogni nuovo intervento di nuova edificazione o di trasformazione urbanistica. All’esterno del territorio urbanizzato non sono mai consentite nuove edificazioni residenziali. Sono invece possibili limitate trasformazioni di nuovo impianto per altre destinazioni, solo se autorizzate dalla conferenza di pianificazione di area vasta (alla quale partecipa la Regione) cui spetta di verificare che non sussistano (anche nei comuni limitrofi) alternative di riuso o riorganizzazione di insediamenti e infrastrutture esistenti. Finisce la stagione degli ecomostri e delle villette a schiera.
Meglio di così mi pare impossibile. Il pregio della proposta toscana si coglie appieno confrontandola con le proposte di legge per il contenimento del consumo di suolo presentate in Parlamento negli ultimi tempi: sono finora ben 13 (8 alla Camera e 5 al Senato), presentate dal governo e da quasi tutte le forze politiche. I dispositivi previsti sono in genere molto complicati, certe volte bizzarri, o addirittura controproducenti: anche di questo tratteremo in altra occasione. Mi sembra solo importante ricordare che mentre in tutte le sedi ci si affanna a proporre nuove leggi nazionali, giace dimenticata una buona legge, misteriosamente approvata all’inizio del 2013 (n. 10, «Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani»), che rappresenta una base più che sufficiente per avviare, se non altro in via sperimentale, politiche nazionali e locali di contenimento del consumo di suolo. Ma nel nostro Paese, com’è noto, alla gestione delle politiche si preferisce generalmente la scorciatoia di una nuova legge. È meno faticoso e dà più visibilità.
In conclusione mi permetto di suggerire al presidente Rossi e all’assessore Marson che, mentre si avvia il dibattito in Consiglio regionale, si attivino per far conoscere al meglio su scala nazionale la loro proposta di riforma, rivendicando consapevolmente il primato della Toscana nei temi del consumo del suolo.
Hanno fatto bene ad assegnare il premio Nobel per la pace di quest'anno all'Organizzazione... >>>
Hanno fatto bene ad assegnare il premio Nobel per la pace di quest'anno all'Organizzazione di controllo della produzione delle armi chimiche (OPAC) che si occupa del rispetto delle norme fissate dalla Convenzione del 1993 che vieta la produzione e il possesso di armi chimiche, controllo difficile perché molte materie prime per la fabbricazione delle armi chimiche o usabili direttamente come aggressivi militari possono anche essere prodotte per leciti fini industriali. Il pericolo era stato intuito già nell'Ottocento e la prima Conferenza della pace del 1899 chiese il divieto di produzione delle sostanze che potevano essere usate in guerra; pochi paesi firmarono la convenzione e nessuno la rispettò.
Nomi come fosgene (un intermedio peraltro usato nelle sintesi industriali), yprite, lewisite e poi tanti altri, sono diventati dolorosamente familiari ai soldati in guerra. Le devastanti conseguenze spinsero i paesi industriali ad aderire alla convenzione del 1925 che di nuovo vietava l'uso delle armi chimiche e che rimase anch'essa lettera morta; anzi gli arsenali si dotarono di armi chimiche sempre più raffinate. Durante il fascismo le armi chimiche erano oggetto di studi universitari nelle cattedre di "Chimica di guerra". Il controllo del divieto di tali "merci oscene" è difficile perché la maggior parte è costituita da sostanze "banali" che un paese potrebbe produrre e detenere facendo credere che "servano" per processi o prodotti commerciali come pesticidi o profumi. Non a caso sono state chiamate "la bomba atomica dei poveri" perché possono essere fabbricate con tecnologie e materie prime relativamente semplici e diffuse.
Ci sono voluti molti decenni per arrivare al trattato del 1993 che ha dettato norme più precise per vietare non solo l'uso, ma anche la fabbricazione delle armi chimiche. Il rispetto del trattato è affidato all'OPAC i cui funzionari hanno il compito di esaminare i depositi chimici militari dei vari paesi, di controllare la quantità di ciascuna sostanza "sensibile" a fini militari, di sorvegliare le operazioni di distruzione delle armi esistenti. Quest'ultima operazione è molto complicata e richiede impianti speciali di decomposizione delle varie sostanze, di incenerimento in modo da evitare inquinamento ambientale; sono stati costruiti inceneritori montati su navi che bruciavano le sostanze tossiche in mezzo all'oceano.
Queste le tecniche attuali, ma dove sono finite le centinaia di migliaia di tonnellate di armi chimiche prodotte nel mondo nel corso di oltre un secolo ? Molte sono state gettate in fondo al mare e sono lì, a decomporsi lentamente liberando i loro veleni. Del potenziale inquinante di tali armi avemmo una prova proprio a Bari, settanta anni fa, quando esplose la nave Harvey carica di bombe all'yprite; molte bombe con gas di guerra sono ancora sparse nell'Adriatico.
I funzionari dell'OPAC svolgono un lavoro difficile, politicamente delicato e silenzioso, tanto che ci siamo accorti della loro esistenza in occasione dei controlli in Siria; eppure da tale lavoro dipende la nostra sicurezza dagli effetti dei più insidiosi strumenti di guerra, dopo la bomba atomica.
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L’oltraggiosa ricostruzione negazionista operata l’indomani della tragedia dall’Enel, dai governi, dal Quirinale, dall’intero apparato mediatico di stampa e televisione (l’Unità di Tina Merlin eccezione unica e isolata), è stata lentamente demolita nel corso di un iter processuale estenuante che hanno voluto si svolgesse distante dal Piave (all’Aquila) e, soprattutto, grazie alla tenacia di pochi sopravvissuti e testimoni, che a costo di rifiutare ricchi risarcimenti, hanno voluto andare fino in fondo nella ricerca delle responsabilità. La “svolta”, forse, nella coscienza collettiva nazionale, è avvenuta molti anni dopo grazie all’opera di Marco Paolini. Se volete davvero commemorare quei 1910 morti scaricatevi dal computer e rivedetevi Il racconto del Vajont, registrazione dell’“orazione funebre” andata in scena sulla frana ai piedi della diga nell’anniversario del 1997. Altro che “disgrazia”, “montagna crudele”, evento naturale imprevedibile, tragica fatalità e via mentendo! All’opera c’erano criminali professionisti dell’industrializzazione forzata. Assassini integrati nell’ordinario sistema economico. Mercenari reclutati nelle pubbliche amministrazioni, nelle università, nei giornali dalle società energetiche (Sade e poi Enel).
E’ solo storia passata? Un errore sfuggito al controllo del sistema? Oppure c’è una logica persistente alla origine dei disastri industriali che va ancora individuata e smascherata?
Di questa seconda opinione sono le persone che si sono date appuntamento attorno ad un falò sotto il pauroso sbrego del monte Toc, la scorsa notte, per iniziativa dell’infaticabile giornalista Lucia Vastano, autrice di Vajont, l’onda lunga (Ponte delle grazie, 2008). La lunga catena dei crimini industriali incominciata col Vajont è proseguita a Seveso (10 luglio 1976), alla Stava (19 luglio 1985), con la Moby Prince (10 luglio 1991), con i morti dell’amianto, del Cloruro di Vinile Monomero, con la Thyssen Krupp, con l’Ilva a Taranto… solo per citare i casi più “famosi”. Ma se una frana, un incendio, o un angiosarcoma epatico e una asbestosi hanno la particolarità di essere facilmente riconducibili alla loro causa (perizie dei tribunali permettendo), quante sono le sostanze tossiche nocive, i materiali cancerogeni, gli inquinanti che minano silenziosamente e anonimamente, ma inesorabilmente, la salute delle persone, lavoratori di fabbrica, o abitanti di territori sfortunati o consumatori tenuti all’oscuro dei micidiali cocktail chimici presenti nei cibi industriali e negli oggetti d’uso comune?
Associazioni come Medicina democratica, Medici per l’ambiente e pochi altri singoli, coraggiosi e disinteressati epidemiologi, ecologi, geologi si mettono a disposizione dei comitati e tentano di colmare i paurosi vuoti delle Agenzie per l’ambiente, del Cnr, delle Università che, quando non sono distrutte dai “tagli”, sono finanziate, direttamente o indirettamente, dalle stesse industrie. Coloro che si scandalizzano per le troppe numerose contestazioni dei cittadini contro la presunta pericolosità delle opere infrastrutturali e tecnologiche, fingono di non sapere che nel nostro Paese le commissioni di Valutazione di impatto ambientale sono una barzelletta, tanto sono lottizzate e asservite agli interessi dei “promotori”. Solo qualche bravo e raro magistrato inquirente riesce ad avere le risorse necessarie per svolgere analisi scientifiche serie e neutrali. Ed è per questo che per tanti cittadini l’ultima speranza di fermare le mani assassine della “ragione economica” industriale è riposta nella magistratura. Non più certo nelle istituzioni della politica. Nessun Presidente della Repubblica si è ancora scomodato nel proclamare formali scuse alle vittime del Vajont a nome dello Stato italiano.
Attorno al falò, in quel luogo sacro della memoria, ascoltando la storia di Pierina Casanova Stua, sfuggita a due guerre mondiali, ma non alla piena del Vajont, ricostruita da Giampiero Palmeri e raccontata da una compagnia teatrale ladina (www.ilmiolibro.it), e molte altre tragedie contemporanee, la nostra attenzione non va ai morti, ma al dolore non rimarginabile dei nostri amici sopravvissuti, dei parenti, dei figli delle vittime. Nella certezza che l’elaborazione del loro lutto potrà avvenire solo se l’intera società saprà capire che non vi è sviluppo, crescita, benessere se il loro costo comprende la vita anche di un solo essere umano. Solo così diventeremo sufficientemente forti da poter respingere il “ricatto occupazionale”, l’accettazione del rischio, la mercificazione dei nostri stessi corpi.
Casso 6 ottobre 2013
paolo.cacciari_49@libero.it
Sul Corriere della Sera di oggi, 5 ottobre 2013, Antonio Pascale racconta le meraviglie, riprese probabilmente paro paro da un articolo del Wall Street Journal, della cosiddetta città ideale che starebbe per nascere su iniziativa di Facebook. E attenzione alla premessa generale: non su iniziativa del social network inteso come rete di amici o sedicenti tali, ma inteso in senso stretto come progetto della compagnia Facebook, che “sta comprando superfici immobiliari, in una zona, quella della Silicon Valley dove i prezzi sono così alti che, diciamo così, in pochi possono condividere”. Alla fine delle descrizioni, naturalmente abbastanza mirabolanti ma senza entrare in particolari (non sappiamo se si tratti di alta o bassa densità, per esempio, anche se si accenna a un orientamento pedonale), l'articolo esplicita la sua tesi: è un ritorno al modello otto-novecentesco dell'azienda che per favorire al massimo un rapporto diretto e di prossimità coi dipendenti, costruisce un sistema insediativo integrato fabbrica-abitazioni-servizi.
Dato che i toni del pezzo non paiono per nulla apocalittici, si intuisce un giudizio sostanzialmente positivo, o quantomeno sospeso, sull'iniziativa. E sorge spontanea la considerazione: vuoi vedere che a furia di guardarsi indietro, di trasformare qualunque giusta reazione alle fratture della modernità in nostalgia per un passato da cartolina, anche la nostra cultura di base su cosa sia una città, e in che modo si distingua da un grosso castello, o monastero, o fabbrica, è totalmente evaporata? Cosa ci sarebbe mai di ideale, all'alba del XXI secolo, nel ritorno a quelle forme di paternalismo industriale che lo stesso movimento delle Città Giardino cent'anni fa aveva usato solo come vago riferimento architettonico, per il suo “peaceful path to real reform”? Possibile che, a colpi di sensibilità artistica retro del principe Carlo, tutta la carica innovativa di un Raymond Unwin, di un Clarence Stein, si possa risolvere nella caricatura di certe relazioni di vicinato, o meccanico rapporto casa-lavoro?
La città è ben altro che una sommatoria di edifici e attività economiche, riconducibile a certe formulette da catechismo new urbanism, magari lodevoli nelle intenzioni dei progettisti, ma appunto prive di senso se non si accompagnano a una forte idea di cittadinanza, libera scelta, democrazia anche nei rapporti fra capitale e lavoro. Neppure l'autoritario progetto di Steve Jobs e Norman Foster per il campus della Apple a Cupertino, in linea col modello suburbano del parco uffici, immerso nello sprawl di villette sparse, superstrade e centri commerciali, arrivava all'assurdo di incorporare gli alloggi. Riconoscendo quindi, implicitamente, una delle innegabili conquiste sociali dell'anticittà novecentesca: l'allontanarsi, per quanto part-time, dell'individuo e della famiglia dall'oppressione dello spazio-tempo di lavoro.
E non a caso i più radicali critici delle idee ambientaliste di ritorno alla città densa e di relazioni dirette di prossimità, spesso fanno riferimento proprio alla libera scelta del cittadino, auspicando per i problemi energetici, di consumo di suolo, di inquinamento, improbabili soluzioni high-tech anziché la via maestra di una correzione di rotta del modello socioeconomico dello sprawl. Possibile che, cent'anni dopo le riflessioni sul quartiere integrato ma decentrato, e cinquant'anni di critiche all'autoritarismo consumista del suburbio, qualcuno possa ancora considerare positivo un ritorno al modello del villaggio industriale ottocentesco? Quanto lavoro c'è da fare, in termini di divulgazione, linguaggi comprensibili, e magari un po' oltre i soli interessi professionali di parte, per quanto benintenzionati.
Qui scaricabile l'articolo citato dal Corriere della Sera. Qui anche alcune considerazioni sulle correnti diatribe fra opposte fazioni pro e contro lo sprawl e i suoi aspetti diciamo così di libera scelta di mercato. Per finire, e capire che magari ci sono serie alternative pubbliche e democratiche alle company town regressive privatistiche, qui il Piano Regionale per le Città Sostenibili approvato dal consorzio intercomunale californiano per la medesima area un paio di mesi fa.
C' è una ragione fondamentale di opposizione alla TAV in Val di Susa, che emerge poco…>>>
C' è una ragione fondamentale di opposizione alla TAV in Val di Susa, che emerge poco nella discussione, e ovviamente mai nelle argomentazioni dei suoi intrepidi fautori. Una ragione che si aggiunge alla sua inutilità, alla devastazione ambientale che verrebbe a provocare, alla violenza contro una intera comunità. Ciò che si dimentica di ricordare agli italiani è che tale grande opera non si cumula ad altre pur così visibilmente necessarie e vitali per il nostro paese, ma le esclude, ne costituisce una alternativa permanente e probabilmente definitiva.
Dunque, com'é evidente, si tratta di un progetto che, per visione e modo di procedere, si distacca nettamente dal modello di sviluppo economico tardo-novecentesco rappresentato dalla TAV. Non è solo una diversa concezione dell'economia, ma incarna un nuovo modo di procedere dell'azione politica, che non muove imponendo dall'alto piani di modificazione rilevanti dell'assetto ambientale, e invece si mette a servizio delle popolazioni con un rapporto di cooperazione aderente alle multiformi realtà locali. Più democrazia, maggiore partecipazione, più elevato rispetto dell'ambiente, costruzione di economie stabili, esaltazione delle culture locali messe in condizione di aprirsi e arricchirsi nel nuovo scenario cosmopolita che avanza..
Ebbene, è evidente che tra TAV e impegno per la valorizzazione delle aree interne tertium non datur. Sono due strade opposte e culturalmente inconciliabili. Ma proprio questo nodo potrebbe costituire un banco di prova per fare chiarezza all'interno del PD . E' sempre più evidente che i dirigenti favorevoli al progetto della TAV in Val di Susa nel migliore dei casi sono legati a un vecchio modello di sviluppo economico e hanno una visione autoritaria del rapporto tra stato e popolazioni. Nel peggiore, ovviamente, sono collusi e in affari con il mondo delle imprese. Come emerge di tanto in tanto, non certo per denunce che vengano dall'interno del partito, ma per l'azione della magistratura. L'arresto dell'ex presidente della Regione Umbra – interessata costruzione del Tav sotto Firenze - è solo uno dei tanti casi in cui la passione di alcuni dirigenti del PD per le grandi opere fa venire alla luce i torbidi interessi personali che la ispirano.
La crisi, dunque, è oggi una grande occasione di pulizia intellettuale e di onestà politica. E' finita l'epoca dei minestroni elettoralistici grazie ai quali il discorso pubblico del ceto politico può essere infarcito di tutto e del suo contrario. Occorre smascherare sistematicamente chi inganna l'opinione pubblica mettendo insieme obiettivi incomponibili. E' evidente che chi caldeggia l'acquisto degli F-35 lavora per sottrarre risorse alla scuola e all'Università e non è più autorizzato a parlare di “ futuro” e dell' ”avvenire dei nostri giovani”. Cosi come chi è favorevole al nostro “impegno di pace” in Afganistan - che ci costa diverse decine di milioni di euro al mese - non può in coscienza affermare di essere favorevole al potenziamento della sanità pubblica e al pagamento di pensioni decenti per i nostri vecchi. Bisogna avere l'onestà di stare da una parte o dall'altra, Dunque, sono questi temi che potrebbero fare del congresso PD un terreno di contesa di reale respiro strategico.
Per nostra fortuna, la sinistra, in Italia, non finisce col PD. Di sicuro, la sua parte culturalmente più alta e più avanzata, più onesta, sta fuori di esso. Questa parte, com'è noto, ha trovato di recente una forma organizzata provvisoria nell'iniziativa di Rodotà e Landini, La via maestra, che mette al centro della sua azione la difesa della Costituzione e la sua piena attuazione.Il 12 ottobre, a Roma, questa organizzazione darà prova della sua forza e del suo slancio con una grande manifestazione. Contrariamente a quanto ha fatto Angelo D'Orsi, su Micromega on line il 27 settembre, io esorto a partecipare. Si tratta di un gesto politico importante. Ma le lucidissime osservazioni di D'Orsi sono tutte da meditare. Certamente, la dirigenza di Rodotà e Landini costituisce garanzia contro antichi errori, soprattutto contro il patriottismo dei piccoli partiti , contro il velleitarismo minoritario, che in passato hanno prodotto tanti danni. E la rimessa al centro della Costituzione, interpretabile come un progetto politico di società più giusta e avanzata, costituisce un forte collante, non solo ideale, per tenere insieme il multiforme e disperso arcipelago della sinistra. Ma è evidente che la manifestazione del 12 deve essere vista come un punto di partenza, altrimenti l'esperimento naufragherà, com' è successo con il movimento dei girotondi e altre consimili esperienze.
Di sicuro, La via maestra può svolgere un'importante azione di elaborazione e di influenza culturale. Quella pratica oggi abbandonata dai partiti, ormai immersi in un pragmatismo opaco e senza orizzonti. E in questa elaborazione culturale dovrebbe trovare certamente un posto centrale la questione territoriale e ambientale. Non c'è in Europa e forse nel mondo un paese storicamente così dipendente, come l'Italia, dalla salute dei suoi habitat eppure popolato da cittadini e classi dirigenti così clamorosamente dimentichi di questa drammatica originalità. La cultura ambientale e territoriale degli italiani è a livelli infimi. E oggi da noi lo studio della geografia è bandito dalle scuole! Con un'altra cultura nazionale la TAV in Val di Susa avrebbe goduto di pochi consensi. Ma non voglio certo suggerire temi a Rodotà e Landini.Al contrario credo che, perché abbia un futuro, La via maestra dovrebbe selezionare pochi obiettivi, legati all'attuazione della Costituzione, in grado di creare mobilitazione e articolazione territoriale duratura e radicata. Dovremmo imparare dai gruppi dominanti, che utilizzano le catastrofi per imporre le loro scelte come stati di necessità. Il paese subisce oggi una delle più gravi catastrofi della sua storia: milioni di persone senza lavoro. Approfittiamone per imporre una tassa di scopo e finanziare il reddito di cittadinanza. Creiamo un nuovo pilastro del welfare, attuiamo in questo modo la Costituzione, percorriamo l'unica strada che oggi potrebbe restituire in tempi brevi, a milioni di uomini e donne, ai nostri giovani, la perduta dignità del vivere.
Non dirò certo che la caduta del governo Letta era prevedibile. Profezia troppo facile per chi l'ha avversato prima ancora che nascesse. Quel che è da capire oggi è altro ...>>>
Con danni incalcolabili all'onore della Repubblica, all'etica civile del nostro paese. Con l'instaurazione di prassi imbarazzanti e al limite della legalità: quando Angelino Alfano si recava dal Capo dello Stato entrava nelle stanze del Quirinale come ministro o come messo servente di un pregiudicato? E quanto controproducente è stato imporre, non solo agli elettori del PD, ma a tutto il vasto popolo della sinistra, un governo innaturale, che tradiva il voto degli elettori, che vedeva alleato quanto resta di una grande tradizione politica, con il partito azienda di un uomo che milioni di italiani considerano la più grave sciagura capitata all'Italia negli ultimi 20 anni? Quanto nuovo discredito nei confronti del ceto politico portava agli occhi dell'opinione pubblica questo accordo incestuoso tra due partiti tradizionalmente avversi? E non sapevano i fautori delle larghe intese che la crisi italiana è anche morale, di sfiducia dei cittadini nei confronti delle capacità e dell'onestà dei gruppi dirigenti e in primo luogo dei partiti politici? Davvero si poteva pensare che l'accordo di governo fra due screditate oligarchie avrebbe pacificato gli italiani? Come si può pensare di unire i cittadini, galvanizzare il loro spirito di cooperazione per far riprendere slancio e fiducia a tutto il paese, quando esso resta lacerato da disuguaglianze e ingiustizie crescenti, disparità oltraggiose di fortune private, a cui non solo non si mette mano, ma che vengono confermate con atti di governo?
Ma, al di là dell'etica civile, di cui il ceto politico italiano sembra aver perso memoria, sbagliate e controproducenti apparivano sin dall'inizio le strategie anticrisi del PDL. Non era noto che quel partito avrebbe lottato allo stremo per abolire l'IMU sulla prima casa? E davvero si poteva pensare che su questo punto si sarebbe trovato un compromesso? Una leggerezza rivelatrice, che mostra i limiti dell'approccio moderato ai fondamenti della crisi italiana. Senza un trasferimento rilevante di ricchezza, sottratta alla rendita fondiaria e finanziaria, a favore del lavoro e del mondo produttivo, la macchina industriale del paese non si rimetterà in moto. Altro che togliere l'IMU sulla prima casa anche alle famiglie ricche, quel 10% che detiene il 50% della ricchezza nazionale! E invece si sono persi 5 mesi per far tornare i conti senza nessun risultato, anzi tornendo indietro: il debito è continuato ad aumentare, il deficit ha superato il tetto fatidico del 3%, forse aumenterà l'IVA, il PIL è ancora in calo, nuovi posti di lavoro zero. Nel frattempo l'industria italiana va in pezzi o viene acquistata a prezzi di saldo dal capitale straniero. Gli ultimi dati ISTAT danno il fatturato industriale di luglio in calo dello 0'8% rispetto a giugno e un – 3,6 rispetto allo scorso anno. Dire che ci sarà la ripresa a fine anno, come fanno Letta e Saccomanni, è uno slogan penoso lanciato dai nostri governanti sin dal lontano 2009. Ormai è un dato immaginario del calendario, come annunciare che sul finire di dicembre arriverà il Santo Natale. Solo che almeno Natale arriva davvero.
Ma allora, come hanno fatto a sbagliare così clamorosamente i dirigenti del PD e il loro supremo ispiratore, Giorgio Napolitano? La risposta ovvia e nota è che non c'erano alternative. Io credo al contrario – insieme a non pochi altri – che le alternative c'erano e che invece è stata perseguita la strada perdente con abilità, calcolo e determinazione.
Lo spazio non consente la ricostruzione storica che il ragionamento meriterebbe. Ma è evidente che dal 2009, con il precipitare della crisi internazionale, le fortune politiche di Berlusconi sono crollate. Qualcuno ricorda i dati dei sondaggi elettorali dell'autunno 2011? Era evidente che l'incanto tra il narratore di ciance e l'elettorato moderato italiano si era rotto. Un gruppo di potere che governava da poco meno di 20 anni presentava al paese un bilancio desolante di fallimenti pressoché in tutti gli ambiti della vita nazionale. Apparve allora chiaro che il centro-sinistra aveva davanti a sé un potenziale di consenso senza precedenti e si candidava a succedere a un governo palesemente allo sbando. Eravamo a uno snodo storico di rilevante portata. E invece Napolitano non sciolse le camere e chiamò Monti. Poco dopo, conclusa l'esperienza Monti, si è aperta una campagna elettorale nella quale il leader del PD, Pierluigi Bersani, chiedeva agli elettori di non farlo vincere troppo, al fine di poter condividere il governo con il moderato Monti. Mai nulla di simile si era visto in tutta la nostra storia politica. E' stato, com' è noto, accontentato. Ma pur avendo vinto di misura il capo dello Stato non gli ha poi consentito di andare in Parlamento e verificare la fiducia. Il resto è noto.
Ebbene, qual' è la spiegazione di questo lucido ma fallimentare percorso strategico? La risposta , che è seria e non moralistica, è una sola: l'onesta viltà intellettuale di gran parte dei gruppi dirigenti del PD. Costoro, divisi al loro interno, sanno perfettamente di essere inadeguati ad affrontare una crisi di tale gravità e ampiezza come quella in cui annaspiamo. E Napolitano lo sa meglio di loro. Hanno costruito un partito d'opinione, incapace di organizzare e rappresentare le istanze popolari, e in grado di far valere una forza di massa negli attuali rapporti di classe che soffocano il paese e che condizionano la ripresa . Essi dovrebbero entrare in conflitto con i gruppi dominanti con cui ormai dialogano come governanti, quando non sono collusi in pratiche affaristiche. Avrebbero bisogno di una capacità di manovra almeno di raggio europeo e invece vegetano nel tran tran quotidiano di una Italia sempre più provincia dell'Impero. E' per questo che il PD non ha osato muoversi da solo in mare aperto. Condividere con l'avversario le responsabilità anche di un eventuale fallimento – oltre a gestire insieme gli effetti socialmente dolorosi dell'austerità - mette al riparo da sconfitte catastrofiche e consente di conservare parte del potere politico fin qui conseguito.
Naturalmente con l'auspicio di “uscire dalla crisi” e puntare più in là a nuove prospettive. Ma, a parte il tamponamento di problemi d'emergenza ( cassa integrazione, esodati, pagamento di debiti da parte dello Stato, ecc) quale strategie era in grado di esprimere il governo delle larghe intese per affrontare la crisi? Oggi è evidente che il distillato strategico della politica economica dei governi neoliberisti è l'aggiornamento di uno schema neocoloniale. Ogni stato deve avere i conti in ordine, il lavoro flessibile, l'amministrazione efficiente, una bassa pressione fiscale perché il capitale finanziario che gira per il mondo in cerca di affari trovi conveniente investire. E dunque muovere la crescita economica, creare lavoro. Organizziamo i vantaggi comparati, in competizione con altri paesi, perché vengano a colonizzarci. Davvero un salto di qualità, sia di visione che di compiti, per la politica del nostro tempo.
Ora l'esperimento è rovinosamente fallito. Ma da esso non bisogna limitarsi a trarre la conseguenza che Berlusconi è uno dei più torvi lestofanti mai apparsi sulla scena politica del globo. Questo, almeno noi, lo sapevamo da un pezzo. La grande e luminosa lezione è che con le tresche trasformistiche della vecchia politica, con i pannicelli caldi delle ricette neoliberiste non si va da nessuna parte. La caduta del governo Letta segna la sconfitta di una linea moderata del centro- sinistra che non potrà non avere conseguenze sui rapporti di forza interni al PD e su tutta la sinistra. A destra le stampelle politiche si sono rotte. Nei prossimi mesi e anni o il PD cambia rotta, affrontando il mare aperto, aprendosi alle realtà in fermento nella società, nelle fabbriche, nei gruppi intellettuali, o trascinerà con sé il paese sempre più in basso, ai margini dell'Europa e del mondo. Certo, se nel frattempo non avremo costruito alternative.
www.amigi.org
Questo articolo è inviato contemporaneamente al manifesto

1. Vista da un satellite, piazza S. Marco potrebbeapparire immutata, perché le dimensioni del contenitore e la densità delcontenuto sono le stesse, ma le tre immagini riportate qui sotto, scattate a quarant’anni di distanza l’unadall’altra parlano di tre città diverse.
Nella prima (1933), lo spazio pubblico è il palcoscenicodelle rappresentazioni del potere, un luogo che normalmente rimane vuoto e si riempie a comando per le adunate delregime.
La seconda (1973), sfuocatacome il mondo che evoca, suggerisce l’idea che la piazza, e quindi la città,appartenga ai cittadini che con il loro lavoro la mantengono viva e ai qualispetta il compito/diritto di progettarne e guidarne le trasformazioni.
Quella odierna conferma (2013) che il passaggio da città vetrina a città merce èormai compiuto ed è difficilmente reversibile.
In questo week end 36 imbarcazioni di grandi dimensioni entreranno nel bacino di San Marco. Solo ieri 12 enormi navi da crociera sono state temporaneamente bloccate dalla manifestazione del comitato No Grandi Navi che da anni combatte contro lo scempio della laguna. Si tratta di imbarcazioni che superano di gran lunga il limite di 40.000 tonnellate di stazza lorda fissato dal decreto Passera-Clini del marzo 2012, emanato per tutelare le coste italiane dopo il disastro della Costa Concordia. Peccato che, solo per Venezia, il decreto ammetteva una proroga in attesa di una soluzione alternativa al passaggio canale della Giudecca -bacino di San Marco.
Quella soluzione non è stata ancora trovata e i passaggi delle grandi navi sono nel frattempo addirittura aumentati: il limite, che sembrava insuperabile fino a pochi mesi fa, di 10 transiti al giorno è stato oltrepassato più volte.
Così, da anni, questi mostri che imbarcano anche oltre 5000 persone fra passeggeri ed equipaggio, che arrivano alle 140.000 tonnellate di stazza lorda e che con un'altezza di oltre 60 metri danno ai passeggeri un'assurda visione dall'alto della città, continuano a stravolgere l'equilibrio fragilissimo della laguna.
Dopo anni di silenzi e di analisi ufficiali a dir poco omertose e assai poco rigorose sui danni, gravissimi, procurati dalle navi da crociera, da qualche tempo, alcune indagini finalmente indipendenti stanno svelando i dati del disastro: inquinamento pesantissimo dovuto a polveri sottili, metalli pesanti, diossine ed altri elementi cancerogeni, erosione dei fondali, danni a rive ed edifici provocati dai fenomeni di risucchio, dalle vibrazioni, inquinamento acustico (anche se ferme alla Marittima, i generatori rimangono accesi a ritmo continuo), enormi quantità di rifiuti da smaltire.
Se questi sono i danni accertati e sul lungo periodo dirompenti, i rischi connessi alle possibilità di un incidente (guasto, errata manovra) la cui probabilità aumenta esponenzialmente all'aumentare del traffico marittimo, sono incalcolabili e con conseguenze quasi certamente irreversibili.
Nonostante la scarsa reattività (per usare un eufemismo) dell'Unesco, organizzazione ormai priva di incidenza, le proteste anche internazionali per questo scempio continuo si sono a tal punto moltiplicate da indurre persino gli amministratori pubblici (da Orsoni a Zaia) fino a poco tempo fa a dir poco ambigui e possibilisti, ad affermare chiaramente che il transito delle grandi navi deve cessare da subito. E si comincia ad ammettere che il passaggio di questi mostri deve essere bloccato non solo in bacino San Marco, ma in tutta la laguna.
Per secoli la Serenissima, proprio per proteggere la prosperità della Repubblica, ha curato l'equilibrio delicatissimo di questo ambiente, provvedendo ad opere di manutenzione costanti e sottoponendo ogni cambiamento a rigorosi principii di gradualità e reversibilità. Gli stessi cui si ispirava la Legge Speciale per Venezia del 1973, poi ampliata nel 1984, ma di fatto disattesa.
Ha funzionato magnificamente per secoli: nei primi decenni del '900 è iniziata invece una manomissione costante, accelerata a dismisura dagli anni '60 in poi, dapprima nel nome di in industrialismo totalmente ignaro delle ragioni ambientali (Marghera) e, negli ultimi decenni, con pari cecità, di un turismo dei grandi numeri che ha ormai ridotto Venezia ad un parco a tema in cui le funzioni della città sono state asservite e stravolte dalle esigenze dell'industria turistica.
Le grandi navi sono il simbolo, l'elemento visivamente più fragoroso di uno stravolgimento ormai compiuto: Venezia non è più una città e le sue istituzioni sono al solo servizio di chi, in vari modi, ha interessi in questo settore: dalle grandi compagnie di navigazione, agli investitori immobiliari, alle catene alberghiere, alla distribuzione commerciale. Il finale di questa partita è purtroppo noto: questo tipo di turismo predatorio finirà per distruggere la risorsa che lo alimenta.
Ma se Venezia è forse giunta ad un punto di non ritorno, l'immagine che ci restituisce è lo specchio di ciò che sta succedendo in troppi centri storici, cominciando da Firenze e Roma. La spietata metafora di Joyce che paragonava gli italiani a quel nipote che campava offrendo la visione a pagamento della nonna defunta si sta avverando, tristemente. È l'immagine di un paese incapace di pensare al proprio patrimonio culturale e paesaggistico in termini diversi dallo sfruttamento economico immediato, incapace di una visione di ampio respiro che, in cambio di una reale sostenibilità di lungo periodo, imponga regole e limiti, e di una politica incapace di governare i fenomeni economici (non solo quelli macro) e quindi destinata ad esserne serva.
In questa partita contro la rovina, ormai giunta allo scadere di ogni tempo supplementare, non avremmo voluto sentire risuonare anche l'ignobile ricatto del lavoro: come, in maniera ancora più grave, sta succedendo a Taranto con la contrapposizione salute- lavoro, anche qui a Venezia si cerca di opporre alle ragioni della tutela del patrimonio e della difesa del territorio (e della salute, anche qui) il ricatto dei posti di lavoro messi a rischio dall'eventuale allontanamento delle grandi navi dalla laguna.
Purtroppo, anche stavolta, neanche questo ci è stato risparmiato: la politica ha forse l'ultima occasione per smascherare questo ricatto. Speriamo che lo faccia, subito. Non solo per Venezia.
Sul problema delle Grandi Navi e più in generale di Venezia e della sua laguna, v. eddyburg.it e il suo ricchissimo archivio. E ancora la collana: Occhi aperti su Venezia, dell’editore Corte del Fontego.
Delle Grandi Navi e dei problemi del turismo si parlerà domani, lunedì 23 settembre, nella trasmissione di Rai3 Geo&Geo, h.17.00
L'articolo è pubblicato contemporaneamente su L'Unità on-line, "nessundorma".
Per gli storici e per la storia bastava la sentenza della Cassazione del 1° agosto 2013 a certificare ufficialmente, oggi e per le generazioni future, che Berlusconi è un criminale…>>>
Per gli storici e per la storia bastava la sentenza della Cassazione del 1° agosto 2013 a certificare ufficialmente, oggi e per le generazioni future, che Berlusconi è un criminale. La sua decadenza da senatore – salvo sortite suicide in aula dei parlamentari PD- taglia ora profondamente nella carne della politica, tanto dei suoi alleati che dei suoi avversari. Chiude vent'anni di storia nazionale. Ma la sentenza è stata importante perché – nell'ipotesi improbabile che Berlusconi debba uscire indenne dai processi che l'attendono – mette già il bollo della legalità repubblicana sulla fedina penale del personaggio e colloca nell'indiscutibilità storica la sua condanna. E' un atto formale importante, perché la legalità, in Italia, è diventata opinabile, oggetto di contese. Benché oggi sia lo stesso Berlusconi a mettere la sua firma autentica sotto la propria biografia di delinquente. E' dalla data della sentenza definitiva che egli ha dismesso i panni dello statista e ha assunto quelli del capo eversivo, frenato solo dai quotidiani calcoli di convenienza. Non solo egli non accetta la legge dello stato, ma è all'opera per ricattare il governo, il Parlamento , la Presidenza della Repubblica e lanciare minacce in ogni direzione. Tale violenta insubordinazione illumina sinistramente sia le sue oscure origini di imprenditore che l'intero suo percorso di uomo politico. E' evidente che egli non si è mai fermato di fronte ai vincoli di legalità quando li ha incontrato come ostacoli sul suo cammino. Così come è chiaro che i tanti processi, passati e pendenti, dipendono da questa sua attitudine al crimine, negli affari e nella politica, e che la cultura del personaggio è quella del gangster. Gangster, termine già usato da Eugenio Scalfari, è etimologicamente calzante, perché trae origine da gang, banda e dunque rinvia al carattere organizzato del suo agire delittuoso. La condanna di Previti, compratore di giudici e proposto dal Capo quale ministro della Giustizia– in un processo da cui Berlusconi è uscito grazie alla prescrizione – lo ha provato ampiamente. Non a torto Roberto Saviano – lo ricorda Francesco Erbani su Repubblica del 5 settembre - ha osservato che Berlusconi usa un linguaggio di discredito della magistratura e di rifiuto delle sentenze che è il medesimo dei mafiosi e dei camorristi.
Dunque, tutto racconta che un malvivente è stato per ben tre volte capo dell'esecutivo nel nostro paese e ha dominato per vent'anni la scena pubblica. Non era mai accaduto nella nostra storia né in quella dell' Europa contemporanea. E in effetti il cesarismo criminale mancava alla collezione storica delle nostre perversioni politiche. Una parabola che si chiude nell'ignominia della persona e nel declino generale del paese, trascinato per quasi vent'anni dietro le sue politiche fallimentari. Insisto su tale aspetto – su cui molti commentatori si sono già soffermati – per sottolineare l'abisso da cui usciamo. Per tentare di tracciare una demarcazione di fuoco, tra questa fase e quella che deve necessariamente seguire.
Ma Berlusconi non ha agito da solo, né sul piano criminale né su quello legale. Non mi riferisco alla sua ristretta corte: il più squallido campionario antropologico che abbia mai calcato la scena politica in Occidente. Egli a lungo ha goduto dell'appoggio incondizionato di grandissima parte della borghesia italiana e dei suoi intellettuali. Sino all'esplodere della crisi ha avuto la Confindustria dalla sua parte. Perfino i giovani industriali erano entusiasti di lui. Qualcuno ricorda i raduni annuali nei quali i giovani imprenditori si spellavano le mani in applausi alle sue battute ? Certo, essere un bravo imprenditore non sempre si accompagna all'accortezza politica. Ma scambiare Berlusconi per uno statista non è un errore da poco, benché nazionalmente così diffuso. Ma quanta stampa, anche non alle sue dipendenze, gli ha fatto coro e dato sostegno per anni? Occorrerebbe ricordare almeno gli editorialisti del Corriere della Sera, che hanno messo la propria autorevolezza e quella del loro giornale, con finti contorcimenti – si coniò allora il termine “cerchiobottista” - al servizio del gangster. Ricordo almeno un articolo di Angelo Panebianco, dell'11 novembre 1997. che gridava a « un regime più o meno soft, fondato su un soffocante conformismo », incarnato nientemeno che dal governo Prodi. Un articolo di cui non si sa se stupirsi di più per la faziosità dello scienziato della politica o per l' inconsistenza predittiva del giornalista, che vedeva un regime nascente in un traballante governo, destinato a cadere 11 mesi più tardi. I governi del Cavaliere (proprietario di 3 canali TV, di case editrici, giornali, produzioni e distribuzioni cinematografiche, istituti finanziari) ovviamente, per gli editorialisti del Corriere , fieri liberal e nemici dei monopoli, non incarnavano tali rischi. Ma Berlusconi ha goduto anche dell'appoggio della Chiesa italiana e soprattutto della CEI, fino a quando l'indecenza scandalosa dei suoi comportamenti l'ha reso possibile, e tollerabile agli occhi dell'opinione pubblica cattolica. E qui bisogna dire – e lo dico nel momento in cui papa Francesco sta inaugurando una pagina straordinaria di rinnovamento e di speranza - che la Chiesa, nel mercimonio sistematico con Berlusconi e i suoi governi, ha scritto una delle pagine più opache e scadenti della sua storia recente. Ci siamo dimenticati il rozzo e feroce razzismo di stato praticato dalla Lega dall'alto dell'esecutivo? Ebbene, prima che papa Francesco si recasse a Lampedusa, la Chiesa – evidentemente attenta ai vantaggi economici contrattati con l'esecutivo - ha taciuto o appena balbettato tanto sulla barbarie culturale della Lega che sui migranti respinti o segregati nei CIE, quando non perivano nel Mediterraneo. Per non dire della brutalità integralista con cui le autorità religiose, spesso col concorso di ministri che avevano giurato fedeltà alla Repubblica, sono intervenute per privare i cittadini italiani del diritto a nascere e a morire.
Ma del ventennio fanno parte anche gli avversari del Cavaliere, indubbiamente rimpiccioliti e immiseriti, dall'aver avuto come controparte nulla più che un malfattore, ancorché abile comunicatore di ciance. Raccontano le cronache che Massimo D'Alema abbia agli inizi considerato un vantaggio politico il fatto che Berlusconi fosse gravato da un così enorme conflitto d'interesse. E Luciano Violante ha poi rivelato che ci fu un accordo tra gli ex-comunisti e Berlusconi per non toccare le sue televisioni. Ma vantaggio per cosa? Il vantaggio che si trae dalla posizione di illegalità dell'avversario non può che essere la sua ricattabilità. E la ricattabilità quale beneficio potenziale offre se non quello di realizzare accordi sottobanco ? Ma vantaggio per chi?Per una parte politica, forse, non per il paese. Il non scalfito impero mediatico del Cavaliere, oltre ad alterare gravemente il gioco democratico, ha inferto un colpo mortale al pluralismo della comunicazione, ha fatto delle TV, private e pubbliche, la macchina incontrastata per la colonizzazione consumistica dell'immaginario nazionale. Vent'anni di desertificazione culturale hanno spianato la vita pubblica italiana.
Ma gli avversari hanno anche fatto propri gli stilemi, il linguaggio, la cultura mercantile del magnate televisivo. Chi non ricorda gli elogi di D'Alema per la TV? Ma egli ha trasformato il vecchio PCI – che indubbiamente andava rinnovato – nel partito del leader, che può fare a meno del legame con i territori, delle federazioni e delle sezioni, e che parla direttamente ai militanti, ormai solo elettori, nuovi consumatori di messaggi, tramite la voce televisiva del capo. Naturalmente affinità di linguaggi e di modalità d'azione rivelano affinità di programmi, di orizzonti culturali. In questi vent'anni non abbiamo soltanto subito il danno dell'azione dei governi berlusconiani e la macelleria sociale della sua fase finale, ma anche il calco soffocante di questa versione cialtronesca del neoliberismo sulla sinistra storica. L'attuale governo è l'esito naturale – il “piano inclinato” di cui ha parlato Asor Rosa – di questa affinità di due ceti politici che hanno finito per rassomigliarsi nell'intento di salvare se stessi, prima ancora che il paese. Il voto (obbligato) degli uomini del PD alla decadenza di Berlusconi dovrebbe perciò essere occasione di una rottura definitiva con un passato i cui errori e i cui danni generali sono sotto gli occhi di tutti. Il cambiamento del gruppo dirigente del PD è anch 'esso obbligato. Un cambiamento di uomini, ma anche di strategia e di visione, di modo di operare di un partito. Per questo, fatta la riforma elettorale, il governo Letta – figlio di una legge incostituzionale - deve chiudere. Non è certo sufficiente mandare a casa Berlusconi e il governo delle larghe intese per uscire dalla miseria del berlusconismo, ma certo è un passo preliminare e fondativo.
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Impossibile, in Sardegna, entrare nella questione dei tanti separatismi, sovranismi, indipendentismi, autonomismi, autodeterminazioni e autarchie senza suscitare reazioni... >>>
Questa “corrente di pensiero” consisterebbe nel lasciare ai sardi pieni poteri sul loro paesaggio liberi da Roma ladrona, dallo Stato sopraffattore e dall’algida Europa. Ma i fatti – i fatti e non sofistiche teorie – dimostrano in cosa consista il pericolo. Tutti sappiamo che il nostro Piano Paesaggistico, adottato a maggio del 2006, è la conseguenza provvidenziale del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio.
Però tutti ricordiamo anche come nel 2009, una schiacciante maggioranza di elettori sardi abbia determinato la vittoria dei pasdaran del cemento i quali dichiararono guerra al Piano definito giogo crudele, ostacolo a una indefinita crescita dei sardi i quali fioriscono, si vede, solo se li fertilizzano con il cemento.
Ma il Piano è saldo e resisterà al tentativo sterile, in atto da quattro anni, di cancellarlo. Oggi i fatti – sempre i fatti – dimostrano che senza l’obbligo attuale di modificare il Piano insieme con il Ministero – ossia, se fossimo indipendenti – noi lo avremmo già cancellato per democratica e fiera volontà isolana. Magari avremmo ampliato con molti metri cubi anche nuraghi, domus de janas e tombe dei giganti. Insomma, se fossimo “paesaggisticamente indipendenti” il Piano sarebbe nato e subito morto nella sua culla, la Sardegna.
Però, per fortuna, non esercitiamo nessuna indipendenza paesaggistica. E oggi a difendere il paesaggio dell’Isola c’è il Ministero “lontano”, i suoi uffici “lontani” e leggi concepite “lontano”, imposte dalla tirannide italiana e europea. Mentre i sardi hanno votato per ricoprire d’altri mattoni la loro terra. Lo Stato e l’Europa – i siti di importanza comunitaria andrebbero moltiplicati e rafforzati – costituiscono un sistema imperfetto, d’accordo, ma, nell’attesa vana della “coscienza di chi siamo e dove viviamo”, questa tutela articolata e stratificata esiste ed opera. Dà i brividi l’idea di affidare il paesaggio al capriccio politico di un comune o di una regione, all’estro di sindaci, giunte e consiglieri volatili.
E’ poiché è ovvio che le bellezze e le risorse della Sardegna non sono solo sarde, come Pompei non è dei campani o il Colosseo non è dei romani, poiché è fuori discussione che il patrimonio paesaggistico – e ambientale – non appartiene ad una singola comunità, oggi la temporanea maggioranza politica che governa l’isola non detiene il potere di agire in solitudine su temi che coinvolgono un’intera nazione.
Cosa sarebbe accaduto al paesaggio sardo senza lo Stato negli ultimi settant’anni? Nessuna legge Bottai, nessuna legge Galasso, nessun Codice del paesaggio. Non avremmo avuto il Piano paesaggistico e, se anche lo avessimo prodotto, lo avremmo cancellato dal 2009 quando vinse la mistica del mattone libero.
Lo Stato sarebbe “invasivo” su questi temi? Altre, altre sono le invasioni.
I sardi che sognano di diventare emiratini, le migliaia di ettari nelle mani di società lontane, spesso adorate dalle nostre devote comunità locali, le vicende di ogni singola speculazione – ancora fatti – dimostrano come la collettività e i suoi rappresentanti siano fragili, come tanti isolani creduli approvino quei progetti. E sono la prova che una vera indipendenza non è nell’animo dei nostri trecentottanta comuni perché un accettabile autogoverno passa per la difesa tenace della propria terra, metro per metro, particolare per particolare. Qua, invece, la vendiamo.
L'autore replica da par suo a un'osservazione critica che, nella postilla a un suo articolo sulla manomissione di piazza Verdi a La spezia avevamo mosso a una sua affermazione. Un chiarimento utile e condivisibile, con tre precisazioni in una ulteriore postilla
Edoardo Salzano, riprendendo con la consueta generosità l'articolo su eddyburg, si è tuttavia detto sorpreso che dalla mia penna sia uscita quell'ultima affermazione: « Se davvero Montanari condividesse quello che gli è scappato dovrebbe rimproverare Ignazio Marini che ha coraggiosamente ripreso l’antico disegno, avviato da Luigi Petroselli, di liberare l’area dei Fori per far ripartire proprio dal centro antico il ridisegno di una nuova Roma, e avrebbe criticato, a Napoli, la prima giunta Bassolino, che proprio dalla liberazione dalle auto della centralissima Piazza Plebiscito (che qualche sprovveduto vorrebbe oggi rinnegare) avviò il “Rinascimento napoletano”, culminato nell’approvazione del PRG del 2004».
Il tema è importante, e la lapidarietà della mia frase poteva in effetti lasciare qualche dubbio. E dunque: è giusto o no che, nell'Italia del 2013, un sindaco di una città storica metta tra i pochi punti della sua agenda politica uno o più interventi sul centro della sua città? Vorrei rispondere, con Michelangelo: sì se questi interventi sono «per via di levare», no se essi si intendono «per via di porre».
In altre parole, togliere le auto va benissimo. Ma nel caso di Roma bisognerebbe anche togliere le autostrade fasciste che schiacciano i Fori: sennò rischiamo di fermarci ad una cosmesi quasi renziana. Quanto al Rinascimento napoletano di Bassolino, è meglio stendere un velo pietoso: Napoli ne è uscita peggio di come ci era entrata.
Io parlavo però degli interventi per via di porre. In teoria neanche io sono contrario ad inserzioni contemporanee in tessuti antichi: ma in pratica queste inserzioni si risolvono nel 90 % dei casi in stupri architettonico-urbanistici fomentati da speculazioni selvagge. Si tratta, dunque, di una scommessa difficilissima.
Ed è qui che mi chiedo: avendo soldi, energie culturali, e tempo limitati, un sindaco di sinistra di oggi deve proprio cimentarsi in quella ardua scommessa, per nulla obbligatoria? Non sarebbe meglio che si dedicasse alla redenzione urbanistica, sociale e culturale delle immense periferie che le ultime generazioni hanno creato? Non si tratta di un dogma: si tratta di puro buon senso.
Prendiamo il caso della mia Firenze. Io non vedo francamente alcuna urgenza di «rilanciare il centro di Firenze» (se lo 'lanciamo' un altro po' ci ritroviamo come a Venezia). Firenze è una città riversa da secoli sul microcosmo racchiuso dai viali. Anzi, sui pochi isolati che stanno tra il Battistero e l'Arno. Una barriera invisibile separa la città del passato (il centro) dalle possibili incubatrici di futuro, l’altra città, materialmente e culturalmente abbandonata a se stessa.
Coerentemente, il discorso pubblico ruota ossessivamente sul centro storico e sul paesaggio toscano, mentre rimuove sistematicamente ciò che sta nel mezzo. Siamo come una famiglia (decaduta) che viva in una grande casa con un salotto splendido e un giardino incantato (entrambi ereditati dagli avi), separati da alcune stanze degradatissime e abbandonate (realizzate da noi), dove vive la maggior parte della famiglia stessa. Ha senso discutere solo della possibilità di spostare o meno qualche ninnolo nel salotto perfetto, o sul rischio di laccare il bellissimo parco? Non sarebbe meglio dedicare le nostre energie politiche, economiche, intellettuali ed artistiche al riscatto urbanistico e sociale delle periferie? Non è questa la vera, drammatica urgenza, a Firenze e in Italia? L'ambizione della nostra generazione si riduce a mettere un irrilevante e discutibile cappello moderno agli Uffizi, o nutriamo la speranza di correggere, redimere, rendere umani gli spaventosi cimiteri verticali dei vivi con i quali noi stessi abbiamo circondato il centro che tanto ci ossessiona?
Ti ringrazio molto per la tua precisazione: non mi aspettavo nulla di diverso. Tre sole precisazioni da parte mia. Non è “generosità ” che mi spinge a pubblicare spesso i tuoi articoli, ma interesse, condivisione, e servizio ai frequentatori di questo sito. Per quanto riguarda Napoli, non è giusto secondo me racchiudere il giudizio su quell’esperienza solo nel confronto tra i primi anni del governo Bassolino e l’oggi; insegnamenti molto utili scaturirebbero da un’analisi del percorso e delle tappe intermedie. Ma certo è un lavoro che spetta più agli urbanisti che agli storici dell’arte. Per Roma, infine, dopo le mie iniziali perplessità mi sembra che la giunta Marino abbia chiarito che non di cosmesi si tratta, ma della ripresa del progetto di Cederna e Petroselli che comprende l’eliminazione della superfetazione di via dell’Impero (non ricordo molte critiche quando lo sconcio interrvento mussoliniano fu canonizzato dal vincolo del Mibac). E' un progetto che concerne l'intera città e non solo il suo centro. Del resto, l'attenzione di Ignazio Marino per le periferie è testimoniata dal fatto che ha scelto, quale assessore all'urbanistica, Giovanni Caudo che da anni dedica alle periferie romane tutta la sua attenzione e il suo impegno scientifico, professionale e umano.
il geografo francese Alfred Sauvy ...>>>
il geografo francese Alfred Sauvy (1898-1990): il primo mondo era quello capitalistico, comprendente gli Stati Uniti e i paesi amici e satelliti occidentali, dal Canada all'Inghilterra, alla stessa Italia; la Spagna era ancora sotto il regime fascista di Franco, la Grecia era ancora governata dai "colonnelli" di destra. Il secondo mondo era rappresentato dall'Unione Sovietica e dai paesi satelliti. C'era poi un "terzo mondo" molto variegato, in genere di paesi arretrati economicamente, molti dei quali si erano appena scrollato di dosso il dominio coloniale di Francia, Spagna, Inghilterra; la Cina stava vivendo la rivoluzione culturale, una contraddittoria ondata di cambiamento, una via comunista indipendente dall'Unione Sovietica.
Il 1973 fu l'anno della svolta. Una ventata di indipendenza scuoteva i paesi del terzo mondo, consci delle ricchezze minerarie e petrolifere fino allora sfruttate dal primo e dal secondo mondo. Poco prima un oscuro colonnello Gheddafi, aveva assunto il potere in Libia con l'obiettivo di nazionalizzare le risorse petrolifere e, tanto per cominciare, aveva aumentato il prezzo del petrolio di cui erano affamati i paesi industriali. Molti paesi produttori di petrolio, sudamericani, asiatici, africani, si erano uniti in un cartello, l'organizzazione dei parsi esportatori di petrolio, meglio nota come OPEC, per accordarsi su produzione e prezzi, in un momento in cui gli Stati Uniti cominciavano a dover dipendere dalle importazioni di petrolio per continuare a far correre le proprie automobili e i treni e i camion e per far funzionare le fabbriche.
In questo turbolento panorama di rapporti internazionali il mondo era attraversato da altre ondate di contestazioni. La ribellione dei negri contro la segregazione e la miseria negli Stati Uniti e nel Sud Africa di Mandela; la contestazione degli studenti americani ed europei che chiedevano al mondo accademico una nuova maniera di insegnare e nuovi diritti; la protesta degli operai che chiedevano maggiore sicurezza nelle fabbriche e nei campi e più giusti salari.
E, come se non bastasse, dagli Stati Uniti era arrivata l'"ecologia", una nuova domanda di un uso parsimonioso delle risorse naturali scarse, di lotta agli inquinamenti dell'aria, del suolo, dei campi, delle acque, generati dalla "civiltà consumistica". In Italia alcuni magistrati, i "pretori d'assalto", si erano messi di lena ad utilizzare le leggi esistenti per denunciare gli scarichi di veleni nell'ambiente, le fogne a cielo aperto, le strade urbane invase dai fumi del velenoso piombo, il pericolo del mercurio nei mari e nei pesci, la tossicità dei pesticidi. L'"ecologia" spaventò ministri, e industriali che, a parole, fecero finta di convertirsi rapidamente ad amici dell'ambiente e della natura. Corsero tutti alla Conferenza delle Nazioni Unite sull'ambiente umano, tenutasi a Stoccolma nel 1972, senza accorgersi che stavano approvando impegni (poi successivamente disattesi) per una lotta all'inquinamento, per la cessazione delle esplosioni delle bombe nucleari, per un uso più giusto delle risorse naturali di ciascun paese, le cose che i paesi del terzo mondo avevano chiesto, pochi mesi prima, nello stesso 1972, nella Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo tenutasi a Santiago, nel Cile.
Il 1973 inoltre era agitato dal vivace dibattito provocato dalla pubblicazione di un libro "sovversivo" intitolato "I limiti alla crescita", che avvertiva: se non si fosse provveduto ad un rallentamento della crescita economica e merceologica, il mondo sarebbe andato incontro a crescenti inquinamenti e ad un peggioramento della salute umana, a conflitti per appropriarsi di minerali e petrolio e prodotti agricoli scarsi e, alla fine, ad un rallentamento e declino della stessa crescita dell'economia monetaria. Uno studio condotto da una società di analisi economiche aveva dimostrato che i costi monetari dovuti ad inevitabili malattie, incidenti, distruzione di beni economici, alluvioni e frane, sarebbero stati di gran lunga superiori alle spese richieste da una nuova politica di difesa ambientale.
Il "che fare" fu esposto nella "prima" relazione sullo stato dell'ambiente in Italia che il governo di centrosinistra aveva fatto preparare dai maggiori studiosi, urbanisti, chimici, biologi, economisti, ecologi, con il coinvolgimento delle prime associazioni ambientaliste; ne era risultato un documento in vari volumi (ormai introvabili) che fu presentato ufficialmente ad Urbino nel giugno 1973. Subito dopo fu costituito il primo ministero dell'ambiente. Quanto fosse necessaria una svolta nella politica ambientale italiana fu dimostrato da altri incidenti e inquinamenti fino alla comparsa, nell'agosto 1973, del colera a Napoli e Bari (ricordata in queste pagine nei giorni scorsi) a riprova della carenza perfino di depuratori urbani; in molte città italiane le fogne finivano non trattate nel mare, col loro carico di inquinanti e batteri (una situazione che, a dire la verità, non è molto migliorata in molte zone, anche del Mezzogiorno, a 40 anni di distanza).
Quanto fossero credibili le denunce espresse nella Conferenza di Stoccolma e nel libro sui limiti alla crescita apparve chiaro in quel 1973. Nel settembre nel Cile il governo del socialista Allende fu abbattuto con un colpo di stato fascista sobillato dalle multinazionali americane che poterono così riappropriarsi delle miniere di rame; nell'ottobre il tentativo di invasione di Israele da parte dell'Egitto, proprio nel giorno della festa ebraica di Yom Kippur, fu respinto col sostegno occidentale e subito dopo i paesi arabi produttori di petrolio decisero di punire i paesi occidentali bloccando le esportazioni e aumentando il prezzo da 3 a 10 dollari al barile.
A partire dalla fine del 1973 la paura della scarsità di petrolio pervase il mondo industriale; oggi si ricordano le domeniche senza auto, le persone che si muovevano sui pattini a rotelle e le code ai distributori di benzina.Il governo italiano, elaborò degli affrettati piani energetici, tutti sbagliati perché non tenevano conto della nuova terribile realtà, la scarsità di risorse naturali a basso prezzo. Sembravano avverarsi le previsioni dei "limiti alla crescita" e cominciò a circolare la sgradevole parola: austerità. Esorcizzata, nei decenni successivi, dalla scoperta di nuovi giacimenti, dalla fine del comunismo, da ondate consumistiche.
Fino alla nuova crisi iniziata nei primi anni duemila; con crescenti instabilità politiche e militari, ondate migratorie dai paesi poveri verso i paesi ricchi; sono oggi ben visibili ingiustizie e discriminazioni etniche, sociali, religiose, in una popolazione mondiale che è raddoppiata rispetto al 1973; una sfacciata opulenza di pochi di fronte alla miseria della maggioranza dei popoli. Anche oggi le rivolte in Africa settentrionale e centrale, nel medio Oriente, nell'Asia centrale, hanno la loro origine nella protesta contro il tentativo dei paesi ricchi di appropriarsi a basso prezzo del loro petrolio, rame, coltan, ferro, uranio, tungsteno, terre rare, dei loro prodotti forestali e agricoli, le merci che tengono in moto la società dei consumi e dei rifiuti.
Eppure la cura di queste malattie planetarie era stata indicata già nel Settantatre nella forma di una maggiore giustizia e minore avidità; perché non l'abbiamo adottata ? Siamo ancora in tempo ?
Il Sindaco di Firenze, Matteo Renzi, è fermamente intenzionato a realizzare due parcheggi sotterranei... >>>
"I fiorentini sono tornati in centro ma per riportarci la residenza servono i parcheggi, è il concetto che da anni Renzi va ripetendo" (Repubblica, 27 agosto 2013). Non ci si aspetterebbe un'idea così arretrata da un politico che si presenta come innovatore. Autentica innovazione sarebbe se il Sindaco così si rivolgesse ai fiorentini: "cari cittadini, l'Oltrarno, storicamente popolare, diventerà una casa confortevole per i residenti e per gli ospiti; un quartiere dove lo spazio pubblico pedonalizzato accoglierà attività commerciali e produttive di eccellenza: artisti, artigiani, laboratori, negozi; come accade in tante città del nord Europa,- il quartiere sarà progressivamente liberato dal traffico privato, ciò che conviene sia a giovani e forestieri senza automobile, sia a una popolazione anziana che non vuole usare il mezzo privato se non nelle occasioni strettamente necessarie, ma preferisce un efficiente sistema di mezzi elettrici, con risparmio economico e di salute. Sono convinto che si riportino gli abitanti nel centro storico liberandoli dalla schiavitù dell'automobile, non rafforzandone la dipendenza e legando i valori immobiliari al possesso di un posto macchina.
Purtroppo non è così e si persevera nel progetto quanto mai arretrato di incentivare il traffico automobilistico all'interno delle città storiche, mentre, nonostante le pessime esperienze di Firenze Mobilità e Firenze Parcheggi (la realizzazione e gestione dei parcheggi di Fortezza da Basso, Alberti, Beccaria, si sono tradotte in consistenti perdite per il Comune), il Sindaco di Firenze rimane uno sponsor convinto di tutto ciò che gli viene proposto nelle forme del project financing. E l'ultima iniziativa del Comune, l'annuncio di un avviso pubblico affinché le nuove destinazioni del Regolamento Urbanistico siano prospettate dai privati piuttosto che dall'amministrazione, è coerente con questa ideologia. Il risultato è una politica, non solo totalmente sbagliata da un punto di vista funzionale, ma anche iniqua socialmente: in cui la città è considerata come una palestra di iniziative e arricchimenti privati, compensati da qualche beneficio finanziario per l'amministrazione se le cose vanno bene (e finora non è stato così). Follia urbanistica o strategia di 'appeasement' con i privati, In entrambi i casi non si tratta di un buon viatico per colui che si presenta come l'innovatore della politica italiana.
E’ possibile oggi, e soprattutto è giusto, modificare radicalmente i luoghi sensibili della città senza coinvolgere i cittadini? C’è chi pensa di no; anche noi, ma.... Il Fatto Quotidiano, 4 settembre 2013, con postilla
Ci si chiede ancora una volta come sia possibile pensare di stravolgere una piazza centrale di una città, senza coinvolgere i cittadini, cioè i legittimi titolari dei diritti sulla città, calpestando un diritto sancito dalla nostra Costituzione e ignorando che la Comunità europea dispone che i progetti co-finanziati Ue siano condivisi con la popolazione. La battaglia dei cittadini della Spezia è una battaglia di civiltà, in difesa di un bene comune e dell’assetto storico di una piazza italiana, che appartiene al patrimonio culturale del Paese, tanto più in una città che ha perduto parte del suo patrimonio artistico e che dovrebbe concentrarsi sulla conservazione di quello residuo operando interventi di restauro, rispettosi dei valori identitari, e non avventurarsi in discutibili operazioni milionarie di facciata del tutto decontestualizzate. Del progetto di Daniel Buren si può pensare ciò che si vuole (io lo ritengo assai brutto), ma ciò che davvero non capisco è come un sindaco di sinistra, invece di concentrarsi sulle periferie, preferisca gingillarsi con un centro storico che può solo rovinare. E questo non è un problema estetico: è un problema democratico.
L'auspicio è un messaggio nella bottiglia. Si desidererebbe, al prossimo congresso del PD, nientemeno che una collettiva autocritica del gruppo dirigente. Simile, per lo meno nelle motivazioni etico- politiche, a quella personale di Goffredo Bettini ( Manifesto,13/8/), orientata da due specifici indirizzi. Il primo riguarda la revisione della politica di liberalizzazione e formazione di un mercato finanziario deregolamentato, a cui il PD ha contribuito, come tutti gli altri partiti socialisti e socialdemocratici europei. Mentre il secondo, coerente e legato al primo, riguarda la spinta fornita sino ad ora alla “flessibilità del lavoro”, il nuovo, moderno servaggio del nostro tempo, la creazione di un esercito di precari, che ha sostituito l'esercito industriale di riserva di marxiana memoria. Come è facile intuire, si tratta dei due assi strategici di una politica che è all'origine della presente crisi e al tempo stesso la ragione dell'attuale impotenza di partiti e governi e in primo luogo della sinistra. Come tutti gli altri partiti, il PD ha rafforzato i poteri dominanti e indebolito e tagliato i legami con le classi sociali che a lungo avevano costituito la propria base di riferimento, il proprio punto di forza. L'autocritica mostrerebbe facilmente che il partito degli ex comunisti (e successive incarnazioni) ha vissuto , sul piano dell'elaborazione culturale, sui cascami rimasticati dell'avversario storico. Un presa d'atto che, ovviamente, non ha fini di autoafflizione penitenziale, ma dovrebbe servire a ridisegnare l'intero progetto riformatore.
Esiste un'altra strada, tuttavia, più realistica, che potrebbe aprire una prospettiva all'intera sinistra italiana. Proviamo a simulare uno scenario molto semplice. Nichi Vendola lascia il posto di presidente della Puglia e si dedica interamente a dare una struttura più solida al suo partito. Ad es. rendendo più ampio e visibile il gruppo dirigente di Sel – che conta politici bravi e di lunga esperienza – rafforzandolo con nuovi elementi, auspicabilmente giovani, portatori di esperienze, culture e geografie dell'Italia di oggi. In questo modo Sel apparirebbe un partito meno dipendente dal suo leader. Vendola e il nuovo gruppo potrebbero dedicarsi più sistematicamente a battere territori e periferie d'Italia, là dove conflitti e movimenti hanno fatto emergere figure di potenziali dirigenti. Qui Sel potrebbe incontrare militanti in grado di presentarsi ai cittadini non con il volto delle vecchie, ancorché rade, figure di apparato, ma con l'aspetto di una società civile che si autorappresenta al meglio delle sue possibilità. Un partito così potrebbe essere alimentato da un programma politico che Sel, ovviamente, già possiede anche se mortificato dall'alleanza fallimentare con il PD. Ma puntando essenzialmente su due assi fondamentali. Il primo riguarda il lavoro e in primissimo luogo il lavoro della gioventù. Non era mai accaduto nella storia d'Italia che almeno due generazioni di giovani venissero lasciate senza possibilità di occupazione e senza prospettiva di vita. E' un suicidio della nazione di proporzioni inaudite, dal momento che tra questi giovani si trovano centinaia di migliaia di laureati, ricercatori, studiosi: l'élite di un moderno paese industriale.
Dunque, la richiesta del reddito di cittadinanza dovrebbe uscire dalle nebbie della propaganda elettorale e trovare formulazioni concrete e pressanti. Crediamo che l'evoluzione “naturale” di una società industriale dovrebbe essere l'accorciamento della giornata lavorativa e la distribuzione del lavoro su una più vasta platea di occupati Ma i rapporti di forza totalmente sbilanciati a favore del capitale – resi tali anche dalla ritirata dei partiti di sinistra dalla rappresentanza politica della classe operaia - spinge gli imprenditori a cercare strade più profittevoli nell'uso flessibile della forza-lavoro e nella speculazione finanziaria. Non abbiamo altra strada, per molti anni ancora, che la redistribuzione parziale dei redditi attraverso un atto politico. Pensare che la “ripresa” porterà il mercato del lavoro, a breve, a una condizione di normalità, significa svilire l'attività stessa del pensare.
Il secondo asse strategico dovrebbe riguardare le prospettive dell'Unione. E qui occorre partire da una presa d'atto. L'Europa attuale è morta da tempo nella coscienza dei cittadini europei. Se ne erano avuti significativi segni, già prima della crisi, con il no di Francia e Olanda al referendum del 2005 sulla Costituzione europea. L'Unione si può rilanciare solo attraverso una severa critica dei modi in cui essa è stata realizzata. Altrimenti si suonano solo le trombe stridule della retorica. E la critica deve risvegliare e far leva – dobbiamo pur dirlo – sull'orgoglio nazionale, mortificato dalla politica di austerità della Troika. Davvero si può credere che non sia successo nulla, nella coscienza degli italiani, nel constatare che le condizioni della loro vita dipendono dal fanatismo di ristrette oligarchie straniere?Naturalmente la critica all'Unione dovrebbe essere accompagnata da quello che è clamorosamente mancato: uno sforzo di 'alleanza con gli altri paesi paesi mediterranei e il Portogallo per ridiscutere il debito e avviare una prospettiva politica all'altezza delle sfide che si aprono in questo angolo del mondo.
Crediamo che, collocata in tale prospettiva, Sel potrebbe attestarsi nella prossima campagna elettorale su una percentuale del 10% e forse oltre. L'ottimismo della previsione si fonda su alcune basi certe. La prima è sicuramente data dal fallimento cui è condannato il governo Letta. Un esecutivo che spende mesi della propria attività per partorire il mostriciattolo dell'abolizione dell'IMU, mentre il paese va a picco, è un piccolo monumento all 'attuale tragedia italiana. E non sono certo le promesse della ripresa che conforteranno i milioni di cittadini indebitati e senza lavoro nei prossimi mesi ed anni. E' certo che le condizioni sociali dell'Italia peggioreranno ancora, visto che l'arretramento economico non si è ancora fermato. E dunque il PD pagherà la sua politica moderata, peraltro condotta insieme a un partito che fa scudo al suo capo criminale: un uomo condannato dalla giustizia italiana, che continua a sconvolgere il nostro sistema costituzionale e ad avvelenare lo spirito pubblico. Non meno consensi Sel potrebbe sottrarre al movimento 5 Stelle. Il fallimento di questa formazione è sotto gli occhi di tutti. A un movimento, nato e cresciuto grazie alla corruzione e alla impotenza dei partiti tradizionali, non sarà perdonato di aver contrapposto, sul piano politico e parlamentare, nulla più che una onesta inettitudine. Per non dire dell'impoliticità irrimediabile di Grillo e del suo socio.
C'è infine una condizione storica di fondo da considerare. Come ha ricordato di recente Ilvo Diamanti (Un salto nel voto, Laterza), le antiche fedeltà elettorali si sono ormai dissolte. Le inerzie che tenevano idealmente legati milioni di persone, da decenni, a uno stesso partito hanno ormai ceduto. Nulla è più garantito ai detentori di vecchi e onorati marchi.
Un così probabile successo elettorale farebbe di Sel il centro del sistema politico italiano, punto di riferimento di gran parte dei movimenti sociali, capace di attrarre il consenso di gruppi e figure intellettuali di larga influenza nazionale. Nessun governo sarebbe possibile senza di essa. Allora l'alleanza con il PD potrebbe avvenire su nuove basi e sconvolgere gli assetti del suo gruppo dirigente. Nuovi scenari a sinistra.
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Fra il 1974 e il 1980 il governo italiano predispose tre o quattro "piani energetici"; poi, dopo lunghi silenzi, nel 2012, negli ultimi giorni del governo Monti, è stata redatta una proposta di "strategia energetica" di cui non si è più saputo niente, per cui l'Italia continua a procedere a tentoni, sotto le pressioni esercitate da contrastanti interessi. Prendiamo un caso che riguarda la Puglia. Immaginiamo che si voglia sostituire il carbone, molto inquinante, impiegato nella centrale termoelettrica di Brindisi con il gas naturale che è meno inquinante. Naturalmente sarebbero molto scontenti gli importatori di carbone; sarebbero contenti gli ambientalisti e gli importatori di gas naturale. Ma il gas naturale potrebbe arrivare in Italia mediante gasdotti dai grandi giacimenti russi e asiatici e questo piacerebbe ai venditori di tubazioni, ma potrebbe piacere di meno alle popolazioni, per esempio del Salento, che subirebbero il disturbo ambientale del terminale del gasdotto trans-Adriatico TAP.
La soluzione non piacerebbe neanche alle imprese che sono interessate all'importazione, con navi frigorifere, del gas naturale liquefatto dai giacimenti dell'Estremo Oriente e che vorrebbero costruire nell'Adriatico degli impianti di rigassificazione, quelli che riportano il gas naturale liquefatto allo stato gassoso, pronto per la distribuzione. Ma l'uso dei combustibili fossili (carbone o petrolio o gas) nelle centrali elettriche non piace ai fabbricanti e venditori di impianti solari e di motori eolici, tanto "ecologici", finora generosamente finanziati con pubblico denaro, i quali neanche piacciono a molti ambientalisti. A questo punto fanno sentire la loro voce anche quelli che producono elettricità bruciando i residui agro-industriali, le cosiddette biomasse, o i rifiuti urbani e industriali nei cosiddetti "termovalorizzatori", operazioni anche queste finanziate con pubblico denaro e contrastate energicamente da molti ambientalisti. Comunque le importazioni o di carbone, o di petrolio, o di gas naturale, o di impianti fotovoltaici o di pale eoliche, comportano la necessità di dipendere da paesi esportatori con cui si devono avere buoni rapporti, anche se ci sono antipatici.
Senza contare che i pubblici finanziamenti o incentivi dell'una o dell'altra fonte di energia si traducono in un aumento del prezzo dell'elettricità pagata dal consumatore finale. Elettricità, poi, per fare che cosa ? Per far aumentare il numero di automobili elettriche, forse meno inquinanti? Una scelta che non piacerebbe ai venditori di prodotti petroliferi e neanche all'industria automobilistica che dovrebbe cambiare gli attuali cicli produttivi; molti autoveicoli a benzina o gasolio dovrebbero così essere rottamati, e sarebbero contenti coloro che si occupano di riciclo degli autoveicoli fuori uso. Con la disponibilità di elettricità abbondante alcuni potrebbero pensare di diffondere stufe elettriche e condizionatori di aria; in questo caso dovrebbero essere rifatti molti edifici e sarebbero contente le imprese edili.
Eccetera: il ragionamento potrebbe infatti essere esteso a tutti i settori economici e produttivi che hanno bisogno di energia. Una soluzione dovrebbe essere cercata partendo, alla rovescia, dai fabbisogni di energia nei diversi settori economici - industria, trasporti, agricoltura, abitazioni, servizi - decidendo poi con quali fonti di energia è possibile soddisfare tali fabbisogni, con l'obiettivo di un aumento dell'occupazione e di minori costi per i consumatori, tenendo presente che non è vero che un aumento del benessere nazionale richiede un aumento dei consumi di energia. Una decisione, ad esempio, di consumare "meno energia" consentirebbe di diminuire i danni ambientali e le importazioni di fonti di energia, privilegiando quelle, non molte, ma neanche poche, disponibili in Italia.
Dato per scontato che non si possono accontentare tutti - interessi del carbone, del petrolio, del gas, degli inceneritori di biomasse e rifiuti, dei venditori di impianti solari ed eolici, dei vari gruppi di ambientalisti e delle popolazioni coinvolte in opere pubbliche e impianti- la soluzione può essere soltanto politica: la redazione di un piano energetico discusso e approvato in Parlamento, esteso ai prossimi (diciamo) dieci anni, che decida chi accontentare e chi scontentare, nell'interesse degli unici che dovrebbero contare veramente, i lavoratori e i cittadini.
Forse le attuali crisi, economica e ambientale, possono essere entrambe curate da una rinascita della cultura e degli studi sul futuro... >>>
Ne viene un senso di scoramento, soprattutto nelle generazioni più giovani che sembrano avere perso la speranza. Su, studiosi, ingegneri e sociologi, chimici e filosofi, provate a ricominciare a interrogarvi sul futuro. Su; governanti, provate a immaginare come vorreste il vostro paese e i vostri cittadini e a fare politica a questo fine.
Vocabolario della lingua italiana che da lui prende nome, tradiscono il buon senso e la cultura per accodarsi al senso comune. Il tarlo della falsa "modernità ha davvero scavato a fondo
Il vocabolario Zingarelli 2013 è sicuramente un’opera di gran pregio. Oltre 143.000 voci, 72.000 etimologie, 5.400 parole dell’italiano fondamentale, 9.000 sinonimi. Più di 1.000 schede illustrano le sfumature di significato che esaminano gruppi di parole analoghe definendone l’uso e il contesto più appropriati. Poi ci sono 3.000 parole da salvare, per esempio intrepido, ineffabile, rigoglio, sfarzo, pavido, nitido, che tendono a essere dimenticate perché televisione e giornali privilegiano coraggioso, indescrivibile, grande sviluppo, lusso, pauroso, chiaro, sinonimi più comuni ma meno espressivi. Queste e altre qualità dell’opera si leggono nella quarta di copertina dello Zingarelli 2013.
C’è un parco urbano in riva al lago di Varese. E’ un luogo molto frequentato da diverse categorie di cittadini che vi giungono per godere degli ampi spazi a prato, dell’ombra degli alberi, della vista del lago con il Monte Rosa sullo sfondo. Si trova di fianco al vecchio lido con la piscina scoperta affollata in estate ed è attraversato dalla pista ciclabile che corre tutto attorno al perimetro lacustre. Sotto la chioma degli alberi sono sistemati una seria di tavoli e panchine e sono numerosi coloro che vi arrivano attrezzati per il pic nic. Un tempo vi erano anche le strutture per cuocere i cibi alla brace, rito di socializzazione oggi relegato ai giardini delle case unifamiliari che deve per forza essere chiamato barbecue, anche se è presente nella cultura di molti popoli. I fuochi nel parco, si rese conto l’amministrazione comunale nel 2010, con tutte quelle piante potevano essere pericolosi e poi c’era il problema dei residui della cottura. Quindi via i bracieri ma, soprattutto, via gli stranieri, forse le maggiori presenze nei momenti in cui nel parco aleggiavano le basse ed olezzanti nuvole di fumo di carbonella.
In città vi è un’altra area verde ad alta frequentazione multietnica e si trova nel mezzo di un quartiere popolare, nascosto alla vista da chi passa sul viale che divide in due settori quell’insediamento di edilizia economico-popolare. Vi giocano a calcio molti ragazzi stranieri, a volte mischiati agli italiani, in squadre improvvisate o in tornei auto-organizzati. Sulle altalene un po’ arrugginite si divertono i bambini del quartiere e molti di loro sono stranieri. Secondo il piano regolatore l’area non è un parco pubblico, anche se di proprietà comunale, ed è edificabile. Vi erano le difficoltà finanziarie del comune, come ha sostenuto l’amministrazione della città nel 2010, alla base della scelta d’inserire l’area nel piano delle alienazioni, ma, secondo l’opinione dei molti residenti che, grazie ad una raccolta di firme hanno bloccato la vendita, è più probabile che ci fosse la volontà di disfarsi della manutenzione di un luogo prevalentemente frequentato dagli immigrati.
Altri settori della città molto frequentati dagli stranieri, che sono il 12% della popolazione residente, sono stati trasformati o sono in procinto di esserlo. Le panchine di due viali vicini ad un quartiere con il 40% di popolazione straniera sono state tolte o sostituite con sedute individuali ben distanti le une dalle altre, e tutto ciò a seguito della cosiddetta ordinanza anti-bivacco. Il grande piazzale posto tra le due stazioni ferroviarie, che ospita il terminal delle linee del trasporto extraurbano ed il mercato tre volte a settimana, diventerà il fulcro del progetto di unificazione delle stazioni ed ospiterà un edificio multifunzionale con posteggio interrato. Dove verrà spostato il mercato o se sarà semplicemente eliminato non è dato saperlo ma nel frattempo si moltiplicano le dichiarazioni contro l’eccessiva presenza di ambulanti stranieri da parte di esponenti della Lega Nord, partito che governa la città da 20 anni.
Alla fine degli anni ’80 il mercato cittadino era stato trasferito dalla piazza che l’aveva ospitato per secoli al grande piazzale tra le stazioni per far posto ad un centro commerciale con annesso posteggio interrato multipiano. La piazza già del mercato oggi è di fatto null’altro che la copertura del sottostante posteggio, separata dal livello della strada da una serie di fioriere ed elementi di arredo che definiscono una sorta di percorso verde per raggiungerne l’ingresso. Questo luogo un po’ appartato si è nel tempo tramutato in punto d’incontro per gruppi di stranieri, in prevalenza maschi ed africani, ed ora viene costantemente stigmatizzato come il luogo più degradato del centro cittadino. Anche in questo caso si attende l’attuazione del progetto di riqualificazione della piazza che prevede la sostituzione dell’adiacente caserma, dismessa da decenni, con il teatro realizzato al posto del vecchio mercato coperto, il cui spostamento genererà la valorizzazione immobiliare dell’area su cui sorge.
Nelle strategie di governo di questa città, dove ancora sono evidenti gli effetti di un importante passato industriale, la presenza degli stranieri è affrontata come un problema, un elemento di disturbo e di degrado. La Lega Nord, che esprime da 20 anni il sindaco ha imposto al governo della regione modifiche alla legge urbanistica per contrastare il sorgere di luoghi di culto e di esercizi commerciali gestiti dagli immigrati e, contemporaneamente, le condizioni di accesso all’edilizia residenziale pubblica si sono orientate a misure di maggiore difficoltà per chi non è italiano.
Il frequente riferimento alla qualità dell’ambiente costruito della città, da parte dei suoi amministratori, ha come risvolto la chiusura a qualsiasi trasformazione che ne snaturi il suo essere “a misura d’uomo”, con il centro curato come se fosse il salotto di casa, l’area pedonale per lo shopping di lusso ed i quartieri residenziali “immersi nel verde”. Tutto molto diverso e culturalmente distante dalla metropoli che si trova solo a poche decine di chilometri, evocata quando il fatto di cronaca nera sbatte lo straniero in prima pagina, per poi aggiungere che “da noi” queste cose non succedono.
Il fenomeno, tuttavia, non è nuovo. Era iniziato con il boom economico, più di mezzo secolo fa, quando la città aveva preso ad essere luogo di elezione per decine di migliaia emigrati dal Sud d’Italia in cerca di lavoro nelle fabbriche del Nord. La conseguenza fu una grande trasformazione sociale e demografica mal sopportata da coloro che volevano preservare la città dalle turbolenze dello sviluppo economico. I suoi amministratori puntarono tutto sul marchio “città giardino” per attirare chi scappava dalla vicina metropoli sovraffollata, inquinata e violenta. Il modello residenziale proposto, in alternativa alla densità volumetrica e demografica della grande città, era la casa unifamiliare ed una buona dotazione di servizi, tutti facilmente accessibili in pochi minuti di tragitto in auto. E soprattutto c’era una limitata commistione con chi veniva “da fuori”, al massimo concentrati nei quartieri di edilizia popolare o nei nuclei storici abbandonati da coloro che, nel frattempo, si erano costruiti la casetta con giardino.
Su questo terreno culturale, dove ciò che è locale, autoctono, è oggetto di culto ed i valori da difendere sono quelli della ”nostra gente” , si è propagato il consenso al partito che ha preso il posto della vecchia classe politica, cancellata dalle inchieste sulla corruzione di inizio anni ’90. Senza mai evocarla, in questi decenni si è radicata l’idea che esista una “razza” che abita da sempre questa terra e discende direttamente dalle tribù che nel neolitico s’insediarono sulle sponde dei numerosi laghi di questa regione subalpina, lasciando tracce oggi conservate nel museo civico. Agli abitanti della città è bene ricordare che il ceppo insubrico-padano è l’origine della loro comunità e, a questo scopo, l’amministrazione pensò di allestire una capanna palafitticola nel parco sul lago, poi data alle fiamme. Sembra che gli autori del gesto vandalico fossero italiani, secondo la testimonianza resa ai carabinieri da alcuni ragazzi stranieri presenti sul luogo.
Quella del rapporto difficile, nella gestione delle trasformazioni urbane, tra diverse "etnie" e popolazione autoctona, non è notoriamente questione che riguardi solo Varese o le amministrazioni a cui partecipa la Lega. Solo per fare un esempio, il caso del muro di via Anelli a Padova (sindaco Zanonato, oggi ministro) dimostra come il problema sia più diffuso e come la matrice comune, al di là dell’orientamento politico delle amministrazioni, sia la nota questione della sicurezza, reale o percepita. La relazione diretta tra Varese e il razzismo però si manifesta patologicamente, anche sulle cronache dei quotidianii1 E’ facile sottolineare il razzismo delle recenti dichiarazioni di esponenti della Lega a proposito della ministra Kyenge, ma forse è più interessante analizzare come la città roccaforte di questo partito – e delle mitologie che lo sostengono - abbia affrontato la questione di una ragguardevole presenza di cittadini stranieri e la relazione tra politiche della Lega e scelte precedenti, delle amministrazioni democristiano-socialiste poi spazzate via da tangentopoli, riguardo alle trasformazioni della città.
Che sia la fondazione del mito autoreferenziale della “città giardino” (così si autodefinisce la città nella tradizione locale, nulla a che vedere con utopie urbane internazionali), in opposizione alla vicina metropoli ed alle commistioni della sua popolazione, il terreno sul quale ha attecchito quel mix di esaltazione delle radici e di oscurazione degli elementi alloctoni di cui è fatto il localismo identitario della Lega? La risposta alla domanda necessita un’indagine approfondita e per il momento mi limito a ricordare quante analogie io abbia trovato tra le descrizioni dei territori dell’America bianca fatte da Rich Benjamin nel suo Searching for Whitopia (qui la recensione per Carta) e questo pezzo di Lombardia nord-occidentale. Qui si è formata, a metà anni ’90, l’idea che la regione dei laghi prealpini definisca un preciso ambito geografico transregionale e transnazionale denominato Insubria, cioè terra di quel popolo celtico cui s’ispira l’associazione, nata in quegli stessi anni, molto attiva nel promuovere iniziative culturali di tipo identitario.
Questa Utopia alpino-padana è stata troppo spesso scambiata con il folklore di un movimento politico dal vasto radicamento popolare, mentre è il frutto di un vero progetto territoriale, fondamentalmente antiurbano e ruralista, che mette al centro il ritorno alle radici, alla terra nel senso di luogo fondativo dell’identità di un popolo. Che al centro di questo territorio ci sia una città e la sua area urbana, che conta quasi 250.000 abitanti, è del tutto ignorato e guai se a ricordarlo sono gli stranieri che della città usano gli spazi pubblici ed i servizi, ovvero tutto ciò che differenzia la condizione urbana dal mito ancestrale della vita rurale che si vorrebbe far diventare realtà.
1 Almeno dal 1979, quando i tifosi della locale squadra di basket ospitarono la squadra di Tel Aviv Maccabi con cori inneggianti lo sterminio nazista.
Possibilmente poco rumoroso, e servizievole.
L'articolo è pubblicato contemporaneamente su L'Unità on-line, "nessundorma"
Usi civici, la storia, la proprietà, l’uso della terra. In Sardegna tutto questo è finito dentro due articoletti di una legge scarna. >>>
Il Consiglio regionale ha approvato con una discussione afona una legge ritenuta urgente da tutti i gruppi. Poche righe scivolose per modificare l’uso dei suoli nei 380 Comuni sardi.
Dall’assessorato all’urbanistica dicono con sguardo sfuggente che non si tratta di provvedimenti sul paesaggio ma di chiarimenti e – parola avvelenata – semplificazioni. Eppure il titolo della legge recita: ”Norme urgenti in tema di usi civici, di pianificazione urbanistica, di beni paesaggistici”.
Nessuna discussione in aula, neppure sui singoli articoli. Nulla. Solo silenziose alzate di mano. Qualche intervento “per diritto di voto”. Contrari solo i consiglieri Lotto e Solinas del Pd e Sechi di Sel. Sorprendente l’onorevole Gian Valerio Sanna, uno degli ostetrici del nostro Piano paesaggistico, allineato con la legge che in realtà favorisce il cemento travestito da interesse pubblico.
Certo, è credibile che alcune intricate situazioni di fatto avessero urgenza di essere sanate. Ma cosa può accadere dopo questa legge? Secondo i proponenti nulla di negativo e, anzi, si scioglierebbero alcuni nodi.
Invece sarà l’ennesimo salvacondotto per fare quello che si vuole del nostro suolo, uno strumento per rendere più facile la trasformazione e cancellazione degli attuali usi civici che sono una barriera contro la frenesia edificatoria.
Gli usi civici vincolati ope legis fin dalla Legge Galasso del 1985, definiscono gli utilizzi possibili di terre pubbliche e rappresentano da millenni la complessità del nostro modo di essere, di vivere, di occupare e utilizzare i luoghi. E’ giusto liquidarli con uno scheletrico articolo di legge e senza una discussione? No, certo.
Neppure per l’onorevole Sanna conta che le terre destinate a usi civici siano considerate un bene paesaggistico dal Codice Urbani e dal nostro Piano? E non conta che Regione e Comuni non possano in solitudine, senza lo Stato, decidere cosa è o non è considerabile bene paesaggistico? E il fatto che la tutela del paesaggio prevalga su ogni altro interesse secondo la Costituzione e la Corte? Neppure una parola. Solo l’indebolimento sostanziale di un istituto ultramillenario.
Questa legge sarà impugnata e un giorno si pronunceranno i giudici. Ma intanto la subiremo.
La semplificazione consisterebbe nel dare la possibilità ai Comuni di “proporre permute, alienazioni, sclassificazioni e trasferimenti dei diritti di uso civico secondo il principio di tutela dell'interesse pubblico prevalente”.
Ma “l’interesse pubblico” è un’espressione vaga e azzardata. Abbiamo visto quale interesse prevalga e quale sia il destino dei luoghi, soprattutto quelli più belli e preziosi. Li rosicchiano sino a che non ne resta più nulla anche in nome dell’interesse pubblico. E l’onorevole Sanna lo sa.
Facile immaginare quale sarà l’uso una volta che si sclassificherà un sito. Vedremo entro l’anno come i comuni sclassificheranno i loro usi civici e se la Regione approverà.
Non è da profeti di sciagure aspettarsi un tornado di mattoni, di eolico e fotovoltaico con un Piano Paesaggistico svuotato, privi di un Piano energetico. Affoghiamo nel cemento e gli usi civici sono un argine alla speculazione. Casomai dovevamo rinforzare gli argini e non facilitarne la cancellazione un pezzo per volta.
Un’altra perla splendente inanellata da questa legge ribadisce una norma avversata un anno fa dai partiti della “sinistra” e dall’onorevole Sanna i quali, con una torsione improvvisa, hanno votato a favore.
Il Consiglio ha ribadito che si può costruire a meno di 300 metri dagli stagni e proseguire sereni il disfacimento del nostro paesaggio. Un accordo difficile da comprendere, oppure troppo facile. E anche questa, si vede, è semplificazione. Basta un’alzata di mano.
Le talpe sono notoriamente animali dotati di scarsissima vista. Così deve essere Mauro Moretti, amministratore delegato... >>>
La talpa Moretti dichiara in un'intervista alla Nazione del 31 luglio 2013 "Non è che abbiamo voglia di delinquere ... Ci si deve dare una mano ... non si può pensare che chi deve fare delle cose, specie un gruppo come il nostro, abbia chissà quale interesse a volere effettuare operazioni contro la legge, non se ne capirebbe il motivo ... Poi dovremo affrontare il problema delle rocce di scavo (dopo la verifica dell'idoneità della fresa, nda), capendo quale legislazione dobbiamo rispettare."
Moretti non è stato in grado di leggere, le delibere della Giunta regionale toscana del 31 gennaio 2011, del 24 aprile 2012 e del 15 ottobre 2012, estremamente dettagliate nei contenuti tecnici formulati dal Nucleo di valutazione ambientale. Riassumiamo le conclusioni dell'ultimo documento: la 'duna schermo', da realizzare nella miniera di Santa Barbara a Cavriglia (AR), è autorizzata a patto che le 2.800.000 tonnellate di materiale di scavo contaminato dalla fresa siano trattate come rifiuti e come tali analizzate e bonificate. A meno che non si avveri l'auspicio (intercettato) espresso da Busillo, tecnico della Seli, la società proprietaria della talpa. "Serve il Decreto (Sviluppo, nda) perché il materiale viene chiamato col nome giusto, rocce e terra proveniente dagli scavi e quindi l'Enel (?) dà l'autorizzazione allo stoccaggio permanente..." . Questione nominale, una bazzecola, che può essere risolta semplicemente riclassificando il materiale di scavo da rifiuto a roccia e terra, sia pure allo stato semiliquido; ci penserà a 'dare una mano' il Ministro Lupi? Si sa che la talpa ha la vista corta, ma sa ben scavare nel sottosuolo del lobbismo. Appaiono, perciò, imprudenti o impudenti le dichiarazioni del Sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti, Erasmo D'Angelis, che annuncia per settembre 2013 la ripresa dei lavori. Ma, in attesa, la legislazione da seguire è chiarissima; a meno che l'interesse di effettuare operazioni contro la legge, sia - guarda caso - di far risparmiare sui costi di smaltimento che sarebbero ben più consistenti per Nodavia, società controllata da Coopsette - partner delle FSS in molti lavori, fra cui la stazione Tiburtina - che nel gennaio del 2013 ha chiesto al tribunale di Reggio Emilia di essere ammessa al concordato preventivo.
Particolare da non trascurare l'indagine in corso da parte della Procura di Firenze (gennaio 2013) su 31 soggetti, funzionari ministeriali e dirigenti di aziende, fra cui Maria Rita Lorenzetti (Pd), ex presidente della Regione Umbria e presidente dell'Italferr (società di progettazione del gruppo Ferrovie), cui vengono contestati l'abuso di ufficio, l'associazione a delinquere e la corruzione, ''svolgendo la propria attività nell'interesse e a vantaggio della controparte Nodavia e Coopsette (soggetti appaltanti)". Né del tutto secondario il fatto che una delle ditte incaricate in subappalto dello smaltimento di fanghi sia legata alla camorra dei Casalesi. Ma si sa, Moretti ha una vista troppo corta per occuparsi di questi aspetti, anche se non ha alcun interesse ad agire contro la legge.
Matteo Renzi, battuto da Bersani come candidato premier, si ripresenta come unico candidato in grado di portare il Pd alla vittoria...>>>
Matteo Renzi, battuto da Bersani come candidato premier, si ripresenta come unico candidato in grado di portare il Pd alla vittoria nelle prossime elezioni. Autorevoli opinionisti, inizialmente ostili, hanno cambiato idea e lo vedono ora come l'estrema possibilità di salvezza di un partito lacerato e perdente: Matteo Renzi, in grado di recuperare voti sul fronte moderato e in effetti assai più gradito agli elettori di destra che di sinistra; una candidatura a premier - in stile Pdl - fatta sul personaggio e non sulla politica. Questa è appunto la domanda: quale è la politica di Matteo Renzi, ovverosia quali sono i valori e gli obiettivi che propone al paese? Domanda cui non è facile dare risposta, data l'evasività di Renzi su questo punto e dato il fatto che il suo programma per le primarie è collocato su un piano quasi esclusivamente efficientista, fatto di ricette come 'snellire', 'semplificare', 'ridurre la burocrazia', e simili.
Tuttavia, spesso ci si dimentica che Renzi è da quattro anni Sindaco di Firenze e che i suoi valori, la sua politica, possono essere valutati su quanto ha fatto o non ha fatto per la città. Ricordiamo solo quattro casi significativi: l'approvazione del Piano Strutturale, la pedonalizzazione di piazza del Duomo e dintorni, l'avviso pubblico affinché che le nuove destinazioni del Regolamento Urbanistico siano proposte dai privati piuttosto che dall'amministrazione, la previsione di parcheggi sotterranei nelle piazze del centro storico, costruiti e gestiti in project financing. Queste operazioni ci raccontano molto di Renzi: la pedonalizzazione dell'area centralissima di Firenze (di per sé una buona idea) è avvenuta senza alcuna considerazione su cosa sarebbe accaduto in altre parti di città, ora ancora più invivibili per il traffico ed è contraddittoria con la scelta sciagurata di portare e radicare nuove macchine nelle piazze medievali.