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Da qualche giorno la riorganizzazione/riforma del Mibac è entrata ufficialmente in vigore, almeno con gli effetti sanciti nel primo decreto (DPCM 76/2019). Se e come la crisi di governo inciderà sulla piena attuazione della riorganizzazione voluta dal ministro Bonisoli non è dato al momento sapere... (segue)

Da qualche giorno la riorganizzazione/riforma del Mibac è entrata ufficialmente in vigore, almeno con gli effetti sanciti nel primo decreto (DPCM 76/2019). Se e come la crisi di governo inciderà sulla piena attuazione della riorganizzazione voluta dal ministro Bonisoli non è dato al momento sapere, ma certamente è ora chiaro il suo disegno complessivo: molto si è detto su lacune (molte) e meriti (pochi) di questo provvedimento che nasceva con modalità nuove di ascolto di un’ampia platea di interlocutori, ben presto rivelatesi soltanto di facciata. Ricorrenti le accuse di centralizzazione della catena decisionale strettamente connesse ad una conclamata bulimia del Collegio Romano, la cui perdurante ipertrofia è del tutto sganciata – ormai da anni – da qualsiasi valutazione sui risultati ottenuti.

Pochi, e non sostanziali, i mutamenti rispetto allo schema delineato dalla così detta riforma Franceschini e soprattutto privi di una logica riconoscibile che non sia quella della redistribuzione delle poltrone dirigenziali. La sostanziale continuità con l’era Franceschini è però a mio avviso sottolineata da un altro elemento di ben maggiore impatto non tanto sull’assetto del corpaccione ministeriale, ma sul suo ruolo istituzionale e politico. Il paesaggio è di fatto scomparso dall’orizzonte del Mibac. Annullata già da anni la Direzione al Paesaggio, permangono le funzioni di tutela in capo alle Soprintendenze territoriali, le cui difficoltà operative, però, aggravate dai decreti Franceschini, rimangono intatte anche in questo passaggio pentastellato e consentono a stento la gestione dell’ordinario.

Eppure, una delle grandi emergenze del Ministero è proprio quella della pianificazione paesaggistica: in oltre un decennio solo 4 regioni sono riuscite ad adottare un piano frutto di copianificazione e forse solo in un caso i piani possono dirsi il frutto di una collaborazione au pair Stato-Regione, e non l’esito, non felicissimo, di un’operazione diretta integralmente dalla mano regionale, cui gli organi dello Stato hanno contribuito di rimbalzo. Significativo, a tal proposito, quanto sta accadendo per il Piano Territoriale Paesaggistico del Lazio, in fase di approvazione dopo lunghi anni di attesa, che negli emendamenti approvati a luglio azzera il lavoro di copianificazione svolto fra Mibac e Regione Lazio e dove brilla l’assenza di vincoli e tutele sul Centro Storico e sulla Città Storica di Roma.

Certo una simile disinvoltura si spiega con le pulsioni cementizie della Giunta Zingaretti, ligia esecutrice del piano casa Polverini. Ma un simile sgarbo istituzionale si giustifica anche con il vuoto creato dall’abbandono de facto del ruolo di governo del paesaggio da parte del Ministero. Vera posta in gioco della riforma Franceschini è stato sgomberare il campo dalla presenza del Mibact per quanto riguarda il controllo del territorio. Non è forse un caso che i primi decreti della riforma siano stati emanati dopo pochi mesi dallo “Sblocca Italia”, il provvedimento col quale il governo Renzi intendeva inaugurare l’ennesima stagione di mani libere sul territorio per infrastrutture di ogni genere.

Al contempo il paesaggio è stato declassato ad argomento per discussioni accademiche così come è successo con l’inutile Osservatorio sul Paesaggio e l’altrettanto inconsistente “Carta del paesaggio”.
In questi ultimi anni si è così sancito un abbandono che sul piano della politica culturale e istituzionale si era avviato fin dall’inizio del secolo: dal 2004 ad oggi il Ministero non ha mai neppure preso in considerazione l’idea di mettere in atto ciò che l’art. 145, primo comma, del Codice dei Beni Culturali gli assegna, vale e a dire l’elaborazione delle “linee fondamentali dell'assetto del territorio nazionale per quanto riguarda la tutela del paesaggio, con finalità di indirizzo della pianificazione”.
In mancanza di una strategia complessiva, politica e culturale, la pianificazione è apparsa da subito un’operazione estemporanea, affidata alla buona volontà della controparte regionale. Al ritardo dello Stato si è poi sommato il contemporaneo abbandono, da parte regionale, delle pratiche pianificatorie, ovunque bollate come dirigiste e non sufficientemente “flessibili”.

Rimasti ad inseguire le emergenze, i funzionari delle Soprintendenze territoriali non riescono, con sempre maggiori limiti negli ultimi anni, che a concentrarsi sui casi puntuali, ma intanto è la trama complessiva del territorio che si polverizza. Se dal punto di vista politico la vicenda si spiega con la definitiva subordinazione del governo del paesaggio alle ragioni di uno sviluppo ancora e sempre fondato sullo sfruttamento territoriale, da quello culturale ciò che è successo è l’ennesimo, grave sintomo di un ritardo che connota Mibac e accademia nostrana sul terreno degli heritage studies. Questi ultimi ci raccontano, almeno da un decennio, di una visione del patrimonio culturale che –
per dirla con le parole di Laurajane Smith, è – tutto e sempre - politico e conflittuale. E se c’è un luogo del conflitto, questo è quel territorio che in Italia si sovrappone quasi perfettamente al paesaggio.

Gravato da decenni di speculazioni, condoni, alto o altissimo rischio sismico e idrogeologico, con migliaia di centri urbani di importanza storico monumentale preda di fenomeni di gentrification e
overtourism, quando non di abbandono, il territorio continua ad essere, da decenni, il grande malato di Italia. Ma al suo capezzale il Ministero appare sempre meno attrezzato.

In alcuni recenti incontri di esperti sulla revisione della legge urbanistica regionale della Campania, l’assessore regionale al ramo, forse anche mal consigliato dalla sezione locale dell’INU (!), ha manifestato orientamenti che sembrano francamente preoccupanti. Le questioni sono complesse e non è facile ragionarne compiutamente nello spazio di un articolo, ma credo utile evidenziarne tempestivamente almeno il nocciolo principale.

Com’è noto, la legge regionale 16/2004 sul governo del territorio ed il relativo regolamento attuativo 5/2011 hanno previsto di sostituire il PRG, il “piano regolatore generale” della legge urbanistica nazionale del 1942, con il PUC, piano urbanistico comunale, configurandolo secondo un modello a doppia gittata temporale, costituito da un “piano strutturale” valido a tempo indeterminato e un “piano programmatico-operativo” di breve periodo.

Il primo stabilisce le regole per gli usi e gli interventi (in regime di rilascio diretto di atti abilitativi) negli ambiti territoriali da tutelare per motivi di sicurezza idrogeologica o sismica o per la presenza di preminenti valori naturalistici, paesaggistici, storico-culturali, ecologici e/o agroforestali. Esso formula altresì le scelte strategiche fondamentali di riassetto o riqualificazione territoriale e ambientale a tempi medio-lunghi e definisce, infine, gli indirizzi per dimensionare e disciplinare gli eventuali interventi insediativi e infrastrutturali nel resto del territorio, classificato “trasformabile”.

Nei limiti di quest’ultimo il “piano operativo”, che va riformulato a tempi brevi (si può ritenere ogni 5 anni al massimo), individua gli interventi di trasformazione urbana (nuove urbanizzazioni o ristrutturazioni urbanistiche) da porre in realizzazione previa formazione di piani urbanistici attuativi assistiti da convenzioni. Tali interventi possono essere selezionati in un quadro partecipativo sulla base di criteri di fattibilità, anche attraverso un dialogo trasparente ma impegnativo con i soggetti imprenditoriali, perseguendo al contempo – meglio se attraverso procedure concorrenziali – la corrispondenza più efficace a prioritarie esigenze collettive e interessi pubblici.

Si badi, nella versione della Campania la pianificazione a doppio orizzonte temporale si concreta in uno strumento urbanistico unitario, il PUC, articolato in due componenti, e non – come in altre regioni – in due distinti strumenti urbanistici. La Campania prevede anche il RUEC, regolamento urbanistico edilizio comunale, che però formula e approfondisce contenuti in netta prevalenza di tipo normativo, non limitandosi agli aspetti tecnico-procedimentali, ma trattando anche obiettivi prestazionali con particolare attenzione alle questioni ecologiche.

Per aggiornare la legge 16/2004 l’assessore si dichiara orientato a proporre di cancellare l’obbligatorietà della componente operativa motivandola in particolare con l’odierna centralità della rigenerazione urbana e l’impegno a contrastare il consumo di suolo: poiché la rigenerazione urbana coinvolge soprattutto aree già urbanizzate – sostiene – sarebbe a tal fine del tutto sufficiente il solo “piano strutturale”.

In realtà la rigenerazione urbana non può limitarsi a interventi di manutenzione e restauro degli insediamenti esistenti, dovendo anche, se non soprattutto, ristrutturarne profondamente le parti dismesse, incomplete e/o degradate. Essa può perciò essere impostata e gestita con esiti profondamente diversi a seconda che sia governata democraticamente con il fine primario di migliorare le condizioni di vita degli abitanti o invece abbandonata alle occasionalità e discrezionalità del mercato, ovviamente di per sé orientate soltanto al massimo guadagno privato possibile.

Il maggior pregio del modello urbanistico a doppia gittata temporale consiste nel configurare il governo del territorio come un processo continuo, in sincrono con le dinamiche economico-sociali, nel quale il “piano strutturale” assicura la preminenza dei valori costituzionali (sicurezza, salute, paesaggio, cultura, diritti di cittadinanza) e l’obbligatorietà del “piano operativo” costringe – specie in regime di risorse scarse – ad esplicitare le strategie a breve e lungo termine e a rendere trasparenti le scelte di priorità, consentendo inoltre una regìa pubblica condivisa degli interventi trasformativi nella cooperazione pubblico-privato.

Eliminare ora l’obbligatorietà della componente operativa del PUC farebbe regredire il governo del territorio alla vecchia logica (fallimentare) del PRG.

In primo luogo, non si comprende come si pensa di recuperare le antiche contraddizioni relative all’obbligo di indennizzo per la reiterazione dei vincoli sulle aree riservate agli standard urbanistici. Il modello in vigore consente di applicare vincoli conformativi delle proprietà fondiario-immobiliari nella sola componente operativa, con un orizzonte temporale non superiore a 5 anni, in ragione delle effettive disponibilità di risorse o di progetti convenzionati. Senza tale componente operativa, le disposizioni del PUC sarebbero comunque soggette a decadenza e si tornerebbe a trovarsi periodicamente di fronte a “zone bianche”, prive di destinazione e norme urbanistiche, e a dover indennizzare anche la semplice reiterazione del vincolo.

Ancora più rilevante una seconda preoccupazione: la componente strutturale del PUC può certamente definire ogni regola necessaria per la gestione conservativa dell’esistente consolidato, ma non può avere l’esaustività e la preveggenza necessarie per definire ogni indirizzo e direttiva in rapporto a tutte le immaginabili combinazioni di opportunità e convenienze in rapporto alle possibili trasformazioni urbane. Da solo un PUC “strutturale”, come in passato il PRG, non potrebbe perciò che affidare le concrete declinazioni progettuali e, soprattutto, le scelte di priorità alla casualità degli specifici interessi privati fondiario-immobiliari in assenza di qualunque regìa pubblica dell’attuazione del piano.

In tal modo, fra le altre conseguenze negative, sarebbe anche impossibile agire su un tema straordinariamente attuale, quello del raccordo interattivo in forme socialmente utili fra piani urbanistici e piani strategici, all’ordine del giorno in molti comuni grandi e medi e, soprattutto, nella Città Metropolitana di Napoli.

Ci si chiede come ci si possa accingere ad una simile mutilazione della normativa urbanistica della Campania senza il vaglio di un adeguato confronto culturale, politico e tecnico.

Notizia bomba dell’11 aprile 2019. Da «La Stampa»: È per «l’inquinamento di Milano», causa di una broncopatia acuta, che il tenore Marcelo Alvarez ha dovuto rinunciare ad alcune delle recite di Manon Lescaut in scena alla Scala. (segue)

Inquinamento atmosferico

Notizia bomba dell’11 aprile 2019. Da La Stampa: È per «l’inquinamento di Milano», causa di una broncopatia acuta, che il tenore Marcelo Alvarez ha dovuto rinunciare ad alcune delle recite di Manon Lescaut in scena alla Scala. Il cantante argentino ha motivato il forfait sui suoi profili social. Ha saltato tre rappresentazioni di Manon Le­scaut. «Mi sto riprendendo – ha aggiunto. Spero di guarire completamente nei tempi previsti per questo tipo di ma­lattia e ritornare a cantare prima possibile». Non era mai accaduto!

I dati numerici elementari e conosciuti dai cittadini mostrano che Milano e Torino, con 40 μg/mc di Pm10, sono a capo del gruppo di città che ha superato ampiamente per anni il limite della concentrazione media annua di polveri fissato dall’Oms in 20 μg/mc/giorno. Inoltre l’anno 2018 reca l’insegna milanese di «codice rosso»: i 50 μg/mc/giorno sono stati superati in 75 giorni (35 il limite di legge). Considerando anche il limite stabilito per l’ozono, le giornate fuorilegge sarebbero 135; in questo caso il primato spetterebbe a Brescia (150 giorni), sicché l’istinto auto-consolatorio milanese può compiacersi per la comune aria.

Il cielo azzurro intenso per diverse settimane di quest’inverno ci ingannava. Lo smog è come il diavolo, si annida nei dettagli. Per esempio: i pneumatici delle ruote di tutti i veicoli rilasciano al manto stradale milioni d’invisibili particole di gomma o di altro materiale sintetico, che esse stesse risollevano così le respiriamo facilmente.

Abbiamo sopportato per decenni l’inesorabile contributo dei motori diesel all’emissione di particelle immediatamente captate dai nostri bronchi. Erano false le notizie sulla loro minor nocività diffuse dalle aziende automobilistiche e da ingegneri embedded. La stessa insistenza a ripetere che altre fonti, innanzitutto le caldaie alimentate a gasolio, fossero altrettanto o maggiormente responsabili ha in seguito comprovato la capziosa spinta diversiva (peraltro a Milano molti impianti sono stati convertiti al metano).

L’assunzione di «aria diesel» deriva per una parte dal privilegio concesso ai mezzi di trasporto, specialmente ai famosi «camioncini» (in verità molti sono «camion» di media stazza) per il carico e lo scarico delle merci fin nel centro del centro storico: secondo orari che parrebbero scelti da sconosciuti inesperti di vita urbana. Infatti, il permesso dalle 10 alle 14, dalle 16 alle 18 (per i generi alimentari) e dopo le 19 parrebbe riguardoso delle ore di punta riservate al traffico automobilistico, quando i cittadini e gli stessi pendolari sanno che non è più questa la condizione metropolitana. Passate in qualsiasi zona pedonale dalle ore 10 in poi, vedrete mezzi di trasporto e carrelli in continuo andirivieni. Uno spettacolo assurdo giacché ammesso in ore buone per lo spostamento e la sosta pedonali, per lavoro, per svago, per riposo. (Tralasciamo i torpedoni turistici: quando mai se ne sono visti in altre grandi città scaricare, come a Milano, i trasportati insieme a nuvole di gasolio per portarli troppo vicini agli alberghi del centro?).

Le nascite a Milano sono poche, tuttavia è facile credere il contrario osservando la numerosità di pas­seggini e relativi bambini condotti spericolatamente da giovani madri e padri o da nonni lungo i marciapiedi e dove sia possibile non essere immediatamente abbattuti. Lo scarico delle automobili transitanti lungo il bordo del marciapiedi o, peggio, ferme a motore acceso lì o sopra, è all’altezza delle boccucce e dei nasini: sicché, stante un’attesa di vita seconda solo a quella dei giapponesi, i benpensanti non dubitano dell’effetto di mitridatismo, ossia lo stato di immunità grazie all’assunzione costante della materia velenosa in dosi non mortali. Già. Non negano, essi, l’esito effettivo: vita lunga, ma richiedente costante attenzione sanitaria per la minor efficienza dell’apparato respiratorio.

Nondimeno, una ricerca nell’ambito dell’associazione italiana di epidemiologia ci avverte: per incrementi di 10 μg/mc di PM10 si osserva un effetto immediato sulla mortalità naturale (+ 0,51%). Intanto, a sparare raffiche di ve­leno sui piccoli si aggiungono le motoci­clette, con il loro tubo quasi a contatto fisico del piccolo quando esse vagano ondulando sui marciapiedi a motore acceso, dirette velocemente al punto di parcheggio più comodo, im­proprio e illegale; talvolta in posti tracciati in area pedonale.

Le misure antismog attivate a Milano dal 1° gennaio rientrano nel protocollo comune di Lombardia, Pie­monte, Ve­neto ed Emilia-Romagna. Temporanee e misere: divieti orari ai diesel euro 4 e riscaldamento urbano fino a una temperatura massima di 19 gradi, quest’ultimo obiettivo talmente irrealistico che chi lo ha proposto sapeva di con­traffarlo.

La lotta contro la mal-aria, per essere vincente, deve trasformarsi in attacco possente contro: l’inquinamento automotoristico

Inquinamento automotoristico

Il pedaggio che le automobili … (et al.) pagano per l’accesso al centro risente del pensiero originario volto soprat­tutto a combattere lo smog. Pollution charge, la parola d’ordine. Ci son voluti anni di sperimenta­zione per com­prendere (e non tutte le autorità ci sono riuscite) che il nemico della vita urbana è il traffico in se stesso dei mezzi privati, fossero anche tutti dotati di motori senza emissioni dannose e di copertoni in materia incorruttibile. È di Con­gestion charge che è necessario discutere, proponendola molto più costosa mentre maturerà la co­scienza nelle persone che le percorrenze delle automobili devono presentare ostacoli sempre più difficili da aggirare.

Non abbiamo mai sentito sindaci e assessori sostenere progetti di calming traffic e attuarli, tranne l’installazione di qualche cartello o avviso dipinto sul manto stradale indicante «zona 30». Il calming traffic favorisce la tranquillità di vita nel quartiere o nella parte di città mediante un’organizzazione degli spazi residenziali profondamente umaniz­zata, di modo che il passaggio benché lento di un’auto apparirà come quello di un animale feroce in un recinto di eleganti gazzelle. Insomma, ostacolare la motorizzazione privata è un principio da cui può nascere la nuova condi­zione di vita urbana incentrata sul benestare e il benessere dei cittadini, sulla bellezza della nuova vi­sione di strade e piazze coronate dalle case non rovinata dal serpentone di automobili in movimento o fermo al loro piede.

(Il crollo della produzione di automobili, per ora non rispecchiato dall’uso, dovrebbe essere giudicato, in­vece che calamità entro il processo economico, un segnale verde di una sperata liberazione da una sog­gezione affliggente e in definitiva, osiamo crederci, rivoluzione di una forma attuale di vita prossima all’imbarbarimento: vuol dire ricon­quista dell’umano personale e collettivo, corporeo e immate­riale).

La limitazione imposta ai diesel conferma la propensione a trattare l’aria, non l’immane violenza verso la specie umana che la massa di entità mo­torizzate esercita senza tregua. Insufficienti i provvedimenti in favore della bici­cletta (il tema delle piste ciclabili davvero appropriate è sempre all’ordine del giorno), secondario l’effetto bike sha­ring, so­prattutto ingannevoli le dichiarazioni sul rafforzamento del trasporto pubblico. Dovrebbe, quest’ultimo, già in facile prima posizione di una classifica riguardante le sole città italiane, raggiungere tanta nuova potenza da ribal­tare il rapporto col trasporto privato (il cui uso per i pendolari è quasi un obbligo).

È ai tram che occorre assegnare il compito di surclassare i motori personali. Invece l’ultima «razionalizzazione» delle linee (falsità di turno) è consistita in tagli radicali: sbagliata, peccaminosa senza remissione nella misura in cui ha tradito soluzioni tecniche e sociali di cui la tradizione aveva mostrato la giustezza; come le linee tranviarie da pe­riferia a periferia transitanti per il centro. Oggi, altro che rafforzamento: ritenute troppo lunghe sono state brutal­mente amputate di uno dei capilinea, trasposti e concentrati in strade attorno al Duomo, in spazi ardui, inadatti. Ri­configurato lo schema da periferia a periferia, la trasformazione dovrebbe comportare anche il ripristino di binari ab­bandonati e la costruzione di nuove linee.

A proposito di lunghezza. È quella smisurata di certi tram ritenuti esempio di modernizzazione che dovrebbe essere rivista. I milanesi si aspettavano che ne sarebbe derivato l’aumento d’attesa alle fermate, del resto programmato dall’autorità «tecnica» (ma politica!) che li aveva voluti. E si sono adattati a prendere due tram invece di uno rad­doppiando il tempo, se non forzati a tornare all’auto non amata.

Dovremmo osservare la variazione del rapporto numerico fra popolazione residente e automobili; urge però dare la precedenza a quelle dei pendolari. Infatti, credevamo che in quarant’anni gli ingressi giornalieri in Mi­lano fossero diminuiti da circa 800.000 a 500-600.000. Invece, sui quotidiani del 14 aprile e sul sito di Sinistra per Milano ab­biamo letto: «La sorpresa di Area B. Ogni giorno un milione di ingressi in città. Corrette dalle telecamere le vecchie stime di 600 mila. L’assedio delle auto che da fuori irrompono ogni giorno a Milano sarebbe ben più asfissiante di quanto si è sempre pensato. Il nuovo calcolo è un risultato “collaterale” dell’avvio di Area B: in base ai registri delle prime telecamere accese da oltre un mese e mezzo ai limiti estremi della città, i tecnici di Palazzo Marino stanno “correggendo” le stime su cui fino ad oggi si era sempre studiato il traffico».

Abbiamo capito: hanno commesso un errore madornale, da licenziamento immediato, invece restano lì come imbullonati alle loro poltroncine mentre tutto è cambiato. Quasi una particolare applicazione del pronunciamento di Tancredi, il nipote del principe di Salina, nel romanzo di I Viceré di Federico De Roberto. Il Sindaco dichiara subito: «più trasporto pubblico e metrò fino a Monza per ridurle». Siamo alla banalità, nonché del male, dell’improvvisazione in-attitudinale di tutti i comandanti, politici e funzionari.

Dove va questo esercito impressionante per numerosità di armati dopo aver varcato i confini del comune? Si muove dividendosi per tutta la città e quando essi cercano sosta, lo fanno in qualsiasi maniera (rispettosa o no delle regole) nelle strade e nelle piazze, anche eludendo i vecchi ricoveri sotterranei (noto esempio, la maggioranza, di una scelta urbanistica fallimentare: richiamo delle auto verso il centro e rovina strutturale dell’estetica urbana). Ad ogni modo i numeri provano che la crisi economica non ha inciso sull’impiego di automobili da parte dei pendolari mentre ha comportato una diminuzione poco indicativa della quantità appartenente ai cittadini residenti.

La popolazione milanese, dopo la lunga ca­duta demografica dal 1972 al nuovo millennio, è ricresciuta soprattutto grazie all’arrivo di stranieri (meno «automobilisti», in proporzione). Questa la condizione attuale: residenti quasi 1.400.000, venti per cento di stranieri, automobili possedute circa una ogni due persone. Sappiamo che una parte non esce dal ga­rage essendo i proprietari abituati a servirsi dei mezzi pubblici, ma il rapporto 1/2 rappresenta un primato negativo nella classifica delle principali città europee. L’obiettivo-sogno comune in Europa sarebbe una città purificata della moto­rizzazione, dotata di una fitta rete tranviaria garante della mobilità come diritto assoluto delle persone: quando l’organizzazione degli spazi sia essa stessa dipendente dal sogno.

Per depurare sia l’aria sia il traffico non possiamo ignorare l’invasione delle motociclette (vedi lo svolgimento del tema nell’articolo Anche l’occhio vuole la sua parte: di orrore. Motociclisti i campioni dell’indisciplina?) Le stimiamo cresciute con il nuovo secolo in progressione più che aritmetica dacché ostentano una quasi naturale capacità riproduttiva, soprattutto a causa dell’inopinato favore che ogni giunta comunale ha loro dispensato e dispensa tuttora. Moderni Minotauri che di moderno non hanno niente, anzi regrediscono verso la condizione di Moloch selvaggio, insofferente di qualsiasi condizionamento.

Insomma, i motociclisti con il loro destriero spadroneggiano nella città senza alcun ritegno: superano del doppio e oltre i cinquanta Km/ora (e ci spaccano i timpani …), occupano la strada a sciami come cavallette, sgusciano veloci sui marciapiedi fra persone e cose senza spegnere il motore, disprezzano i divieti e corrono contromano, percorrono le ciclopiste, superano i tram da entrambi i lati … La vocazione dei motociclisti è la trasgressione, premiata con l’esenzione dalle contravvenzioni e da un pedaggio fosse anche minimo (p. es. 1 €) per accedere all’Area C. Assessori hanno affermato che l’aumento delle motociclette provoca la diminuzione delle automobili. Non è così. La quantità di motociclette è aggiuntiva, non sostitutiva: lo dimostra la disamina sui pendolari e i residenti.

Articolo uscito in contemporanea su Arcipelago di Milano.

Non ci resta che questo se vogliamo vivere, giacché non ci fidiamo dei falsi accordi internazionali (scordati) fra sconosciuti personaggi nelle discussioni sul clima, in verità ridotte a: se accettare o no (segue).

Non ci resta che questo se vogliamo vivere, giacché non ci fidiamo dei falsi accordi internazionali (scordati) fra sconosciuti personaggi nelle discussioni sul clima, in verità ridotte a: se accettare o no un certo aumento, o un altro, della temperatura (media del globo?).
Piantare alberi dappertutto, negli spazi aperti aridi definitivamente persi per sempre all’agricoltura (anche un misero filo d’erba contribuisce alla sintesi clorofilliana) e nelle città cementate senza tregua dal dopoguerra a oggi, in ogni lacerto di terreno (terra) ancora libero o cercando di spaccarne la coltre mortale che le ricopre.

Una studentessa universitaria di archeologia nel n. 1, gennaio 2019, del bimestrale «il novarese» ci avvisa che le foglie delle piante assorbono l’anidride carbonica e altri inquinanti atmosferici e rilasciano in cambio ossigeno pari a un fabbisogno (se l’albero è cresciuto bene) di dieci persone. Cito la giovane Marina De Pieri non tanto per questa funzione arborea, risaputa, ma perché conosce una legge nazionale di enorme importanza riguardo alla piantumazione: la n. 113 del 29 gennaio 1992 che obbliga i Comuni a porre a dimora un albero per ogni nato, con registrazione sul certificato di nascita. Qualcuno ha mai verificato il rispetto di quest’obbligo almeno in una parte dei 7.982 Comuni? Non lo sappiamo. A Novara l’attesa è stata tradita di là da ogni scusante: dal varo della legge a oggi, cita De Pieri, i nuovi alberi avrebbero dovuto essere circa 40.000, mentre il totale delle presenze comprese le vecchie piante arriverebbe solo a 15.600: numero così basso che suscita dubbi sulla capacità/volontà di contarle degli «uffici competenti» (unica fonte della ricerca).

Milano: dapprima possiamo valerci di un vecchio, magnifico libro illustrato a colori (librone 30x21 cm) di Fabrizia Gianni, Via per via gli alberi di Milano. Quali e dove sono i 160.000 alberi della città (Edizioni Il Mondo Positivo, Milano 1987). Poi, proviamo a stimare la consistenza attuale del patrimonio arboreo nel territorio comunale mediante l’applicazione della legge. Del resto l’amministrazione milanese ha potuto giovarsi della scarsa natalità, e della generale regressione demografica dopo il vertice di popolazione del 1972. Ad ogni modo, calcolando il totale dei nati dal 1987 al 2018 secondo una media annuale di 12.000 (tasso di natalità circa 0,8 %, dimostrativo dell’incapacità riproduttiva di un gruppo umano) si sarebbero dovuti piantumarne 384.000 alberi. Aggiunti ai 160.000 (considerati tutti sopravvissuti) costituirebbero un discreto patrimonio arboreo di 544.000 unità.

Benché ora si possano ricavare diverse informazioni dal Geoportale comunale, riguardo alla quantità totale di piante possiamo solo affidarci a una «mappa [in cui] sono indicizzati 235.000 alberi gestiti dal Comune»: gli unici che sono dotazione pubblica, (altre eventuali «gestioni», evidentemente private se esistessero, non possono rientrare nella nostra analisi). Saremmo dunque alla presenza di una risorsa di poco superiore al 40 % di quella conforme agli obblighi di legge, quando dovremmo pretendere, in una condizione pessima dell’aria cui dobbiamo giornalmente sottostare, l’adeguamento a un vecchio modello dell’urbanistica ecologica: obiettivo per il verde urbano un albero per ogni abitante. Traguardo ora difficilmente raggiungibile per mancanza di superfici di impianto, anche supponendo di ricuperarne da infrastrutture ripristinabili a terra adatta (non agraria). Eppure se progettassimo pezzi di bosco fittissimo, da naturalismo massimamente disordinato (magari venti essenze per dieci mq), potremmo credere nell’avvicinamento al risultato.

Elzéard Bouffier è il pastore protagonista di un incantevole racconto scritto da Jean Giono nel 1958 a Manosque in Provenza, L’Homme qui plantait des arbres. Conosciamo due edizioni italiane, la prima di Libri Sheiwiller, Milano 1995, con titolo di fantasia, L’uomo che piantò la speranza e crebbe la felicità, tuttavia poeticamente non estraneo al contenuto, la seconda di Salani Editore, Firenze 1996-98, titolo L’uomo che piantava gli alberi, testo seguito da un’interpretazione di Tullio Pericoli attraverso colorati disegni a piena pagina, se non doppia o tripla. L’io narrante incontra Bouffier prima della Grande Guerra, lungo le chine aride e desolate dell’Alta Provenza, versanti delle Alpi che scendono verso regioni francesi deserte, terra sterile e incolore dove cresceva solo lavanda selvatica. Quale compito si era dato il solitario occupante di terre abbandonate? Dove un paesetto denominato Vergons aveva nel 1913 solo tre abitanti ridotti a creature selvagge in mezzo alle rovine? Voleva ricostruire i boschi come in antico. Preparava ghiande di quercia, separava le buone fino ad averne cento in un sacchetto da tenere in un secchio d’acqua. S’arrampicava sulla cresta, ficcava un bastone di ferro nel terreno, metteva una ghianda nel buco e la ricopriva. Esaurita la scorta ripartiva da capo, magari dopo aver consumato il suo spartano pranzo nella sua casetta. Nei primi tre anni aveva piantato centomila alberi in quel deserto, ventimila erano nati e crescevano.

Il racconto attraversa le vicende della storia europea. Il piano del nostro uomo, se così si può dire, continuerà a realizzarsi, le guerre sfioreranno appena quelle terre quasi sconosciute. Alle querce si aggiungeranno altre essenze, specialmente faggi. A dieci anni dall’inseminazione con le ghiande il narratore vede già uno spettacolo impressionante: «passammo l’intera giornata a camminare in silenzio nella sua foresta. In tre sezioni misurava undici chilometri in lunghezza e tre in larghezza». Il pastore lavorava incurante giacché una sorta di reazione a catena creava la nuova realtà, il vento aiutava a distribuire i semi, ritornava l’acqua nei ruscelli asciutti da secoli. Fortunatamente, quando a metà degli anni Trenta delegazioni ufficiali si accorsero della trasformazione di una intera ragione per opera di un solo uomo, la forza delle cose s’impose e i burocrati non fecero danni. Durante la guerra del 1939 l’enorme lavoro correrà un serio pericolo, infatti si comincerà a tagliare le querce piantate nel 1910 per far legna. A causa della lontananza della ferrovia l’impresa sarà abbandonata.

Il narratore incontrerà per l’ultima volta Elzéard a giugno del 1945. Tutto è cambiato. Un nuovo paesaggio esteso ai quattro orizzonti rendeva incerto il ricordo di una regione tutta rovine e desolazione. Ricostruito il villaggio di Vergons, eretti nuovi casolari. Cambiata anche l’aria. Soffiava un venticello profumato. «Un suono come d’acqua veniva dalla montagna; era il vento della foresta». Il vecchio pastore morirà tranquillo in un ospizio nel 1947. Passati solo otto anni dal 1939 e quasi quaranta dal primo impianto delle ghiande, tutta quella regione era diventata splendente di salubrità e di prosperità. «Più di diecimila persone devono la loro felicità a Elzéard Bouffier».

Disegno di Tullio Pericoli

Giovannino Semedimela è una figura dell’idealizzazione americana, allegoria di un desiderio o volontà di far vivere la terra per far vivere l’umanità. A confronto del pastore provenzale che nel racconto di Jean Giono percepiamo come persona vivente, quasi un nostro avo appartenente alla storia e geografia (se così si può dire) d’Europa, Semidimela ci pare fiabesco, se non al servizio di un apologo per la classe media. Philip Roth, il prolifico autore di romanzi incentrati sulle diverse facce e le contraddizioni della società americana, più efficaci di tanti testi sociologici, ce ne fornisce un abbozzo in Pastorale americana (orig. 1997, Einaudi super ET 1998, 2013): «Grande camminatore, non doveva essere altro. Tutto piacere fisico. Aveva una bella falcata, un sacco di semi e un affetto grande e spontaneo per il paesaggio, ovunque andasse spargeva i suoi semi. Andava dappertutto a piedi… Giovannino Semidimela, là a piantare meli…».

È però dal primo che trarremo la forza fisica e morale per assolvere il dovere dichiarato.

Che deve riguardare, a questo punto, l’aspetto biofisico, ossia la funzione di protezione del terreno e di condizionamento dell’ambiente, preminenti per salvare o ricostituire un buon assetto delle pendici montane e collinari. Infatti, l’Italia è costituita per il 40 per cento da montagne, il 40 per cento da colline, solo il 20 per cento da pianure. Non è poi lontanissimo il passato in cui tutte le pendici e parte delle pianure erano coperte densamente da boschi e foreste naturali. Sono miriadi le cause che ne determinarono la distruzione, man mano tanto più estesa quanto più si affermava il cosiddetto sviluppo economico e una presunta modernizzazione. Se ne cerchiamo un simbolo, lo troviamo nella spaventosa abolizione della coltre di boschi e foreste sulle Alpi e sugli Appennini per sostituirla con enormi superfici innevate lisce come il panno di un bigliardo, lunghe e larghe prive del minimo ostacolo alla pratica dello sci. Convertite da piste ad autostrade, è stato detto da una vecchia guida alpina della Valfurva (patente quarantennale).

Termino con un raccontino. Coppa del Mondo di sci alpino 2000, a Bormio (conclusa il 19 marzo). Il programma per l’assetto delle piste richiedeva l’abbattimento di una spaventosa quantità di pini, non meno di 100.000. Non bastarono proteste e opposizioni manifestate immediatamente non solo dai movimenti ecologisti. Si mobilitò anche una parte della popolazione valtellinese. Al contrario, tutti i giornali, locali e nazionali, sostennero la necessità della distruzione, di sicuro ricompensabile mediante certi vantaggi economici. Gravissimo fu l’allineamento dell’Unità, nonostante la perplessità o la negazione di qualche redattore. Laura Conti, medico, ecologista, comunista, deputata della X legislatura intervenne con un inconfutabile articolo sul quotidiano, ma la risposta fu soltanto una serie di lodi paternalistiche. La critica da parte mia la concentrai in una lettera al direttore aspettandomene la pubblicazione. Che non avvenne. Il direttore, Sergio Staino (questa stessa nomina mostrava a che punto fosse giunta la crisi del giornale) mi scrisse direttamente menando il can per l’aia. Intanto si stagliava all’orizzonte la nemesi, che piombò sul giornale il 28 luglio e lo chiuse.

In memoriam Jean Giono
Milano, 19 marzo 2019

Di quanto? 1,5 – 2 %. Siccome la domanda non poteva aumentare giacché la crisi perdurava (ve­dremo in seguito che molte fabbriche staranno chiudendo, mentre la produzione di automobili crollava del 20 %, dato per noi umani confortante), le oscure centrali economiche imponevano l’aumento dei prezzi di beni primari, specie gli alimentari; non solo la casalinga di Voghera lo notava immediatamente facendo la sua solita spesa. Le cose ne­ces­sarie e irri­nunciabili per la permanenza in vita si acquistano in ogni modo salvo sot­to­porle a una maggior attenzione riguardo al rapporto qualità prezzo.

Comprare comprare com­prare affinché la produzione corra. Schema vec­chio, formula elementare e appros­simativa che, mentre il whirl capitalism s’inceppa e i manovali della globalizzazione non riescono a ripararlo, è stato condiviso da spezzoni di una pseudo-sinistra acco­data ai mar­pioni della speculazione finan­ziaria e indu­striale. Mancanza di cultura, di idee, di fantasia, di risorse morali. Alli­nearsi ai cultori dello scambio ineguale? Ai maestri di altrui rovina? Non doveva, questa recessione, essere colta come occa­sione per ricominciare da capo, per pensare a un modello di società diverso da quello capi­talistico neoliberistico? Non solo socialmente ma econo­micamente insostenibile, se persino co­lossali aziende per­dono buona parte del valore azionario e i banchieri debbono rim­pol­parlo coi soldi dei risparmiatori. Esi­stesse un fantasma comunista dovrebbe denunciare l’il-lo­gica del consumare di più per produrre di più. E dovrebbe bollare con forza la menzogna diventata verità per cervelli alienati al consumismo: che l’aumento progressivo del Pil genera più ricchezza per tutti; quando statistiche sicure dimo­strano il contrario: più reddito e ric­chezza per pochi maggior gran­dezza del divario con chi non ne possiede, né dell’uno né dell’altra.

Enrico Berlinguer, dimenticato se non vilipeso dai dirigenti succedu­tigli (p.es. Piero Fassino), fu chiaroveggente a perorare au­sterità nei consumi, significando vigilanza verso lo spreco. Un bilancio diverso dagli obblighi fissati dalla commis­sione europea. Un’intesa per fondare una nuova sinistra popolare – non un partito tradizionale – do­vrebbe ri­partire dal suo pensiero e proporlo accanto a ela­borazioni contestatrici del concetto di cre­scita confusa con lo sviluppo. Carla Ra­vaioli, l’intransigente studiosa da me ricordata con un articolo nel numero di giu­gno 2017 del bimestrale «il nova­rese» («Crescita» ingannevole, guerra dominante), irri­ducibile accusatrice del ca­pitalismo, spiegava in ogni contro­versia: cre­scita con­cerne le merci e il reddito, sviluppo deve rife­rirsi a tutti i fattori di umanizzazione delle risorse.

Come non vedere che esistono pen­sieri e proposte su economia e società diversi dal dogma ricusabile per iniquità? La decrescita o a-cre­scita, la prospettiva anticonsumi­stica, socialitaria e umanistica, che non appartiene solo al modello di Serge Latouche, potrebbe assicurare essa la soste­nibilità. La sconcertante acquiescenza del centrosi­nistra di un tempo verso l’ossimoro sviluppo soste­nibile era segno di ar­retratezza culturale, infine politica: si vide con quali con­seguenze. Perché non verificare le critiche di un Jared Diamond (Col­lasso. Come le società scelgono di vivere o di morire, 2005, Einaudi) e di tanti altri studiosi? Sembrano manifesto dei nostri gironi. Perché non libe­rarsi della suddi­tanza al liberismo propu­gnando idee e progetti per una di­versa econo­mia, punto di partenza per deviare la rotazione del mondo?
In questo mo­mento (1 febbraio 2019), quasi fossero chiamati a gran voce da noi l’Istat annuncia i numeri della recessione eco­nomica giacché il Pil sarebbe diminuito di 0,2 % dopo un precedente calo di 0,1. Come un segnale di pentimento lanciato dalla dea olimpica Ate, personificazione dell’errore, dice agli umani incorrotti: cogliete l’occasione! Se parliamo di cambiamento, locuzione sproloquiata troppo spesso dagli attuali governanti, noi vecchi sappiamo che rispetto a 60-70 anni fa la spe­ranza socialista è diminuita fino a ridursi, con i nuovi potentati al governo, al sogno infantile come dell’idiota dostoevskiano. 70 anni vuol dire 1948, ossia la sconfitta del Fronte popolare. Ma si ricomin­ciò subito con lena. Socialisti e comunisti, con l’apporto di Unità Popolare (che riviveva la Resistenza) vinsero nel 1953 la batta­glia contro la «legge truffa». La legge elettorale nazionale d'oggi è assai peggiore, idem le re­gole (circa venticin­quennali) per le elezioni locali che hanno ridotto i Consigli a ritrovo di sudditi dei dittatori sindaci e presidenti, con le giunte imbottite di «chiamati»; da un lato i consiglieri di maggioranza gratificati, dall'altro i frustrati. Ep­pure allora si risalì la china a partire dai Comuni. La dimensione ricostituita della sinistra costrinse la Democrazia cri­stiana a trattare, di qui le conquiste sociali che adesso le destre vorrebbero ridiscutere o abolire. Non intendo rac­contare come i nonni ai nipo­tini, preferisco saltare tutti i passaggi di una storia politica che a un certo punto ha pro­dotto un Berlu­sconi, poi il saltapicchio di Rignano sull’Arno, e oggi gridare «al fuoco al fuoco», all’incendio che po­trebbe ridurre la democrazia in ce­nere.

In ogni frangente del secolo breve e all’avvio del nuovo millennio ho cercato di conservar memoria delle parole: sin­goli vocaboli che all’improvviso provenivano da qualcuno o da qualche partito o sindacato o movimento sociale, ridondavano, scadevano nell’abuso, sparivano nel gorgo della miscela linguistica. Torniamo a: cambiamento. Nella mente degli attuali governanti, stando ai fatti e ai propositi dichiarati significa da un lato razzismo al potere, dall’altro riciclaggio di bandiere come stracci social-fascistoidi. Attenzione, anche il bravo Maurizio Landini, nuovo segretario della Cgil, è inciampato nella parola, l’ha esaltata anche lui come obiettivo del movimento sindacale. Vedremo cosa rappresenterà il «cambiato». Spero in una ripresa della battaglia dei perdenti di quest’epoca sul fronte di lotta della classe mondiale ricca e padrona contro la classe operaia e la parte a minor reddito della classe me­dia.
È Henri Le­febvre – finalmente ristampato nel 2014 Il diritto alla città, ed. orig. 1968, nota finale «Parigi 1967 (Centenario del “Capitale”)», Marsilio 1970 – lo stu­dioso francese pre­parato in diverse discipline, uomo totale simile alla figura ipotiz­zata nel suo modello di cam­biamento, a offrirci il senso più veritiero del termine. Direbbe Marx: i filosofi hanno finora interpretato il mondo in modi diversi; si tratta ora di tra­sformarlo. Così, per Lefebvre, occu­parsi del quotidiano signi­fica cambiarlo, liberan­dolo dagli elementi che rendono la vita mediocre, soffocante e banale. È dunque necessario aggiungere ai concetti essenziali marxiani: il quotidiano, il tempo e lo spazio sociale, la tendenza verso un modo di produzione orientato dallo stato.


Il diritto alla città secondo Lefebvre non esprime semplicemente la rivendicazione di bisogni essenziali. «Esso si configura piuttosto come una qualità specifica dell'urbano, che comprende l'accesso alle risorse della città e la possibilità di sperimentare una vita alternativa alle logiche e ai processi di industrializzazione e di accumulazione del capitale», così Anna Casaglia nell’introduzione della ristampa odierna. Ugualmente, Cesare Bairati nell’introduzione del I° maggio 1970 scriveva: «Questo diritto […] non può che formularsi come diritto alla vita urbana trasformata dal superamento delle leggi del mercato, del valore di scambio, del denaro, del profitto. I fatti economici – anche se permarranno – non saranno più degli obiettivi ma dei mezzi. I nuovi obiettivi saranno valori intellettuali culturali, affettivi, spirituali […]. L’homo economicus si rivelerà solo una parte dell’homo sapiens». Il luogo di questa possibilità sarà «la società urbana, la città intesa come opera continua dei cittadini, come valore d’uso, tempo e luogo della gioia».

Il cambiamento investe in pieno l’urbanistica: riformarla comporta «una teoria integrale della città e della società urbana, alla definizione della quale» dovranno concorrere «filosofi, urbanisti, scienziati, artisti e proletari». In definitiva, Lefebvre si rivolgeva a tutti noi e noi lo abbiamo ascoltato, ma quale breve tratto della strada indicata abbiamo percorso. Oggi dobbiamo ricominciare approfittando delle crepe che sembrano moltiplicarsi nell’edificio del tardo capitalismo (o sono abbagli?). Il suo messaggio resta il medesimo (dopo mezzo secolo): «Il nostro principale compito politico consiste nell'immaginare e ricostituire un modello di città completamente diverso dall'orribile mostro che il capitale globale e urbano produce incessantemente».

Il soggetto sociale trascurato anzi sprezzato in Italia da tutti i governi e dalle opposizioni (anche nella campagna per le elezioni del 4 marzo 2018) su cui dobbiamo pattuire un im­pegno quotidiano dell’immaginabile «nostra» sinistra è la scuola, dagli asili nido all'università. Le varie riforme proposte nei decenni scorsi erano false, privatiste, confessio­nali. Ne cito una (2017) disegnata da Veltroni per cadere in un fallo imper­do­nabile. Credendo di ren­dersi gradito a certi poteri locali opportunistici e trafficoni promise 100 (100!) nuove università sparse sul territo­rio nazio­nale. Come se non conoscesse l'ec­cesso di prolife­razione clientelare delle sedi. Quando sono piccole quindi prive di strumenti moderni non possono istituire ambiti seri di ricerca, né quadri didattici coerenti a una cultura com­plessa. Intanto la condi­zione universitaria dell'esistente è rimasta in fondo alla classifica europea, salvo poche eccellenze bilanciate da diffuse inferiorità. La di­dattica sopperi­sce alla mancanza di pro­fessori e ricercatori di ruolo con insegnanti improv­vi­sati, assegnatari annuali di «contratti di diritto pri­vato» (economicamente mi­seri); la ricerca - lo sanno tutti - è in crisi da de­cenni per mancanza di finanziamenti ade­guati. Quando iniziò un’emigrazione di ragazzi e ragazze cólti e atti a studi di alto livello, politici e rettori parvero sorprendersi. Non capi­vano, non capiscono: poiché non compiono mai indagini serie sulle effettive condizioni della generalità e delle sedi. Eppure ogni membro della classe dirigente potrebbe influire sulla costitu­zione nel bilancio nazionale di risorse finanziarie per la ricerca e l’educazione universi­taria che non li svergo­gnino per la loro esiguità.

Intanto l’insegnamento primario, secondario e superiore non si libera dei lacci imposti al rapporto scuola pub­blica / scuola privata (per lo più confessionale); quest'ultima continua a incassare ri­sorse tolte alla prima. La laicità è in crisi in ogni settore, nella scuola, come nell'altro grande servizio sociale pri­mario, la sanità (SSN), è sulla difen­siva; non decolla verso nuove mete nei primi gradi, anzi recede a causa della disperazione degli inse­gnanti. Il Partito democra­tico era pieno di papisti e di presunti laici cosiddetti fedeli, non potette mai schiodare dall'as­sito su cui è ben fissato il privilegio degli istituti pri­vati e delle famiglie borghesi che ne godono. Attorno alla scuola, che ra­dunerebbe a sé tutte le altre questioni, la nuova sinistra dovrebbe mobilitarsi al massimo secondo una ritrovabile autonomia culturale, rifondata impiegando le infinite risorse dell’opera di Marx riguardo a altrettanti aspetti del cambiamento sociale.
Obiettivi iniziali della rivoluzione scolastica: riduzione a zero degli analfabeti di ritorno; dote minima di istru­zione per la to­talità dei cittadini di­ploma di scuola media di secondo livello, ossia studio nel quinquennio di uno dei licei tematici; ma, in questi, riconsiderazione dei piani di studio iniziando dagli squilibri disciplinari e sot­trazioni culturali provo­cati brutalmente dalla cancellazione di culture unificanti per dare troppo spazio alle specializ­zazioni (vedi la cancellazione o il ridimensionamento della geografia e l’abolizione della storia agli esami di maturità). Dal raggiun­gimento di questi obiettivi deriverà un decisivo aumento degli studenti universitari, infine una proporzione di laureati almeno uguale a quella degli altri paesi europei e, in prospettiva, maggiore. Un primo passo, forse meramente statistico incurante delle arretratezze reali, ma non solo questo. L’aumento delle frequentazioni disciplinari e culturali (scientifiche e umanistiche) richiederà necessariamente una riorganizzazione non burocratica degli studi.


Il Comune di Firenze abolisce gli standard urbanistici. Quello che era sotto traccia nel Regolamento Urbanistico approvato nel 2014, diventa ora palese nel Piano di Recupero della ex Manifattura Tabacchi adottato nel gennaio del 2019. Si tratta di una vera e propria torsione (o se si vuole “distorsione”) sostanziale e giuridica, ma tant’è: il Comune di Firenze, non contento di avere messo in svendita il patrimonio immobiliare fiorentino fa così un ulteriore passo a favore dei developers. Già nell’aureo libretto «Florence, city of the opportunities», il Sindaco Nardella, assiduo frequentatore delle fiere immobiliari, aveva promesso facilitazioni ai potenziali acquirenti nella forma di varianti à la carte. Ma evidentemente le opportunities dovevano diventare ancora più allettanti. Come? L’ultima trovata è stata di eliminare anche quei pochi spiccioli che il DM 1444/1968 richiede ai proprietari costruttori in forma di standard. E’ quanto avviene nel Piano di Recupero della ex Manifattura Tabacchi, un immobile dismesso nel 2001, ora di proprietà della Cassa Depositi e Prestiti e del The Student Hotel, una società olandese che dal 2006 opera nel settore del business immobiliare, a caccia di immobili di prestigio da trasformare in lussuose strutture ricettive.

Il Piano di Recupero prevede che i quasi 10 ettari disuperficie utile lorda del complesso diventino per il 32% abitazioni, per il 39% uffici, per il 18% attività turistiche-ricettive, più qualche pizzico dicommerciale e artigianale. Anche escludendo dal calcolo i circa 300 studentiche saranno ospitati nel nuovo complesso, la legge vuole che siano reperiti standardper 636 abitanti [1]. Comeaggirarla? Basta che le strade e le piazze interne al progetto e a questostrettamente funzionali, che correttamente vengono indicatesia nelle Norme Tecniche di Attuazione sia nella Convenzione, come opere diurbanizzazione primaria, diventino anche opere di urbanizzazione secondaria: e,già che ci siamo, addirittura standard di verde; inpratica, le stesse infrastrutture rivendute due volte. Come, d’altra parte ilTeatro Puccini, la “perla” della Manifattura, conteggiato negli standard, maceduto al Comune di Firenze in cambio volumi di nuova edificazione, quindi nongratuitamente.

La veste normativa viene fornita (o così dovrebbe) dall’art 36 del Regolamento Urbanistico che recita: «Si considerano piazze e aree pedonali gli spazi aperti prevalentemente pavimentati, con attraversamento veicolare precluso o regolato, delimitati e comunque chiaramente identificabili rispetto alle strade carrabili che in essi possono eventualmente confluire. Tali aree, esistenti e di progetto, concorrono, per analogia funzionale agli spazi di verde pubblico-parchi, alla dotazione territoriale specifica (standard DM 1444/1968)». Poco importa all’estensore della norma che a un atto come il Regolamento Urbanistico non è consentito di modificare la ratio delle leggi sovraordinate con interpretazioni e formulazioni che contraddicono la volontà sostanziale del legislatore; inconsistente a tal fine la torsione, più retorica che logica, di una presunta “analogia funzionale” tra piazze e giardini.
Difficile, infatti, comprendere in cosa consista questa analogia, dal momento che le superfici pavimentate e impermeabili non migliorano la qualità dell’aria, non regolano la temperatura, non offrono freschezza e ombra in estate, non fungono da filtro contro gli inquinanti atmosferici, non immagazzinano CO2 e acqua piovana, non favoriscono la biodiversità vegetale. Equiparate così, capziosamente, a verde sono la “piazza centrale”, “l’hotel courtyard”, la “student courtyard,” la “strada degli artigiani”, la “piazza dell’orologio”, il “boulevard”, più due spazi denominati giardini, ma anch’essi piazze pavimentate sia pure con qualche albero ornamentale. In sintesi, il verde viene abolito e i parcheggi in gran parte monetizzati, quindi non usufruibili in loco.

Una nuova Manifattura, privatistica, orientata al lusso, senza gli standard prescritti per legge, dove niente vi è di pubblico se non la possibilità di accedere agli spazi interni del complesso, sedersi al bar dell’albergo o sulle panchine delle piazze, accedere ai negozi o alle botteghe artigiane: ammesso che si facciano, perché per convenzione fino al 20% delle destinazioni può essere cambiato in corso d’opera.

«Attraverso l’iniziativa dei Cento Luoghi, i fiorentini sono stati chiamati a discutere del futuro della loro città, ed è emerso chiaramente quello che vogliono sia il futuro di questo complesso, con la scelta di una netta vocazione culturale e sociale che non aggravi, ma arricchisca la vita del quartiere, senza nette divisioni tra funzioni pubbliche e private…”, così scriveva nel 2010 Matteo Renzi nella premessa al volume Settant’anni in fumo. Storia della Manifattura Tabacchi delle Cascine.

Gli abitanti del quartiere, organizzati in un comitato, hanno sempre chiesto che una parte del complesso fosse usufruibile per attività culturali aperte al pubblico, avanzando diverse proposte, tutte realistiche, tutte fattibili. La risposta è stato un progetto che, nonostante le promesse di conciliare gli interessi dell’investitore con quelli degli abitanti, guarda solo alla convenienza privata. Come dire che premesse e promesse contano poco in politica, niente nei confronti dei cittadini.

Note
[1] Calcolati con il generoso rapporto di 42mq/abitante e non 25mq/abitante come prescrive la legge

Nella scorsa settimana si sono svolti a Milano due eventi rilevanti, anche se di peso assai differente.
Il primo: la manifestazione nazionale “People. Prima le persone” del 2 maggio che ha visto 250.000 persone sfilare unite contro il razzismo dilagante nel nostro paese, in una grande festa multietnica piena di musica e colori. Fra i protagonisti dell’evento il sindaco Giuseppe Sala che si è autocandidato - ed è stato ampiamente accreditato in questo senso dalla stampa - come leader diverso per una città diversa, accogliente e inclusiva. Sala, prendendo la parola di fronte a una folla sterminata che aveva saturato piazza del Duomo, ha dichiarato: “non posso fare a meno di dire grazie di essere qui, la politica si fa in tanti modi, ma non lasciatela solo ai politici, fatela voi”.
Il secondo, immediatamente precedente alla manifestazione del 2 maggio: il convegno del 28 febbraio sul tema “Milano. Una città per tutti? Il futuro di Città Studi si chiama Università” che si è tenuto in un auditorium affollato di residenti del quartiere, studenti e ricercatori; un incontro, promosso da Progetto Lambrate - uno dei componenti dell’Assemblea Città Studi che raccoglie le associazioni e i gruppi che si battono contro lo spostamento delle facoltà scientifiche della Statale nell’area exExpo - per discutere delle politiche urbanistiche milanesi e, in particolare del futuro di Città Studi, con alcuni relatori prestigiosi: Salvatore Settis, Paolo Berdini e Serena Vicari Haddock.
In questa seconda occasione, il Sindaco - e, in particolare, le sue politiche urbanistiche- non ne sono usciti altrettanto bene.

Salvatore Settis ha criticato con convincenti argomentazioni la "sindrome da campus" che presiede alla legittimazione del progetto di decentramento di parte di Città Studi, sottolineando come, nel rapporto tra città e università, almeno nella migliore tradizione europea, siano proprio la ‘commistione’ e la interazione profonda e continua fra tessuto urbano e istituzioni dedicate alla formazione culturale e alla ricerca scientifica avanzata che producono i risultati migliori in termini di eccellenza e di urbanità. La deportazione delle Facoltà Scientifiche nell’area exEXPO, il loro sradicamento da un contesto storicamente vocato a realizzare sinergie fra attività scientifiche e di ricerca (Università Statale/Politecnico/poli ospedalieri di eccellenza) costituirebbe una decisione gravissima: equivarrebbe, per Settis, al trasferimento della Scala o di Brera! Ed effettivamente il paragone non è stato affatto azzardato; anzi, Settis ha colto, come sempre, nel segno: nessuno di noi milanesi ‘informati’ dimentica che uno degli espedienti per legittimare il progetto Tecnocity Bicocca, fu la realizzazione, a costo elevato per la collettività, del teatro degli Arcimboldi, usato come sede provvisoria del Teatro alla Scala per il tempo dei lavori di ristrutturazione e, naturalmente, oggi ampiamente sottoutilizzato. Ma l’esempio è stato ben scelto anche perché il ‘modello Bicocca’ ha costituito il primo segnale di una transizione inesorabile da ‘Milano spa’ a ‘Milano real estate’: ha insomma fatto scuola per tutti i successivi progetti di riuso di grandi aree dismesse che hanno spesso sbandierato funzioni avanzate opportunisticamente proposte e subito abbandonate, hanno privilegiato un forte investimento in comunicazione per poi realizzare funzioni finanziate con denaro pubblico o interventi edilizi meramente speculativi.

Sempre Settis ha evocato con passione l’Articolo 9 della Costituzione (“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”), sottolineando come sia rilevante che la legge fondamentale dello Stato utilizzi proprio il termine Nazione accostato alla funzione culturale e tecnico-scientifica. Non vi è una ragione strategica che giustifichi lo svuotamento, sia pur parziale, di Città Studi; anzi, la decisione appare dettata da motivi del tutto estranei agli obiettivi dell’Articolo 9, poiché non vi è alcun indizio che se ne avvantaggeranno qualità dell’insegnamento e della ricerca, né qualità della vita (sia per i futuri ‘deportati’ in quell’area negletta, che per la vivibilità di Citta degli Studi); e men che meno l’intero paese.

A proposito della deportazione della Statale da Città Studi, vorrei ricordare in rapida sequenza quante volte sono state scomodate le funzioni tecnologiche e scientifiche, dopo il già citato progetto Pirelli Bicocca, per il loro fascino evocativo di modernità, innovazione e miglioramento del “posizionamento competitivo” di Milano. Ad esse si è fatto ricorso per proporre, sempre su aree di proprietà privata, e con la promessa di cospicui finanziamenti pubblici, poli scientifici in campo medico come il CERBA (Centro Europeo di Ricerca Biomedica Avanzata), doverosamente sospeso dalla giunta Pisapia perché localizzato in un’area inserita nel Parco Agricolo Sud Milano; la “Città della Salute” che, purtroppo, prima o poi sarà realizzata sulle aree dismesse ex-Falk a Sesto San Giovanni (un’area di proprietà privata e poco accessibile della periferia metropolitana dove verrà trasferito l’intero sistema ospedaliero di eccellenza di Città Studi - Istituto Neurologico Besta e Istituto dei Tumori) e, buon ultimo, il progetto MIND (Milano Innovation District) promosso da AREXPO (la società a prevalente capitale pubblico partecipata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, dalla Regione Lombardia, dal Comune di Milano, dalla Fondazione Fiera Milano, dalla Città Metropolitana di Milano e dal Comune di Rho) in cui dovrebbero convivere in una felice integrazione Human Technopole e il Campus dei Dipartimenti Scientifici della Statale. In questo caso l’obiettivo consisterebbe nel garantire il riuso ‘qualificato’ delle aree dismesse di EXPO2015 che non hanno trovato per molto tempo alcun operatore privato disposto ad acquistarle. Ma con l’arrivo di Lendlease disposto a realizzare il Campus (e tutto quello che si potrà costruirvi attorno) il problema sembra finalmente superato!
Che vi siano disponibili vaste aree inutilizzate di proprietà pubblica immediatamente adiacenti a Città Studi, come ad esempio lo scalo ferroviario di Lambrate, e grandi aree derelitte come quella ex Innocenti Maserati, sembra a chi ci amministra assolutamente ininfluente, come ha sottolineato, negli interventi successivi alle relazioni, un professore di Matematica, Massimo Tarallo, ironicamente autodefinitosi una “testa calda”.

Paolo Berdini, in perfetta continuità con quanto affermato da Settis, è entrato nel merito delle cause del questionabile successo di Milano: purtroppo tutto da ascrivere alla finanza immobiliare. Ha citato, a conferma, i risultati di una ricerca recentissima del CRESME sull’andamento dei valori immobiliari, dalla quale risulta che si sono ridotti quasi a zero nelle aree interne e nelle città minori; mentre per le grandi città le cose stanno andando diversamente. In particolare, Milano spicca come capitale dell’immobiliare e luogo di eccellenza per l’investimento delle grandi società finanziarie internazionali.
Vale qui la pena di sottolineare, a sostegno della riflessione di Berdini, che già nel 2015 un rapporto sugli investimenti immobiliari esteri in Europa (“Emerging Trends in Real Estate”) aveva segnalato la presenza di Milano, unica città italiana, fra le 10 maggiori piazze europee. Il rapporto aveva suscitato qualche campanilistico entusiasmo nelle pagine locali dei maggiori quotidiani. Ma una lettura più attenta dei fattori attrattivi puntuali relativi alle città inserite nella classifica appariva ben più interessante di quelli relativi ai miliardi investiti nel real estate. Berlino, la più attrattiva della graduatoria, veniva giudicata tale per il suo potenziale di sviluppo nelle tecnologie avanzate, per il capitale cognitivo, per una forte immigrazione di giovani con formazione di alto livello, per la abbondanza di offerta abitativa in affitto a basso prezzo. Anche per tutte le altre città predilette dagli investimenti immobiliari venivano evidenziati alcuni elementi economici e urbanistici favorevoli. Per Milano invece non una parola sui vantaggi localizzativi offerti dalla città, ma soltanto la citazione degli acquisti immobiliari recenti di alcuni grandi investitori internazionali.
I tempi sono davvero cambiati, ha continuato Berdini, rispetto alla prima metà del secolo scorso quando alcuni grandi imprenditori lungimiranti (da Pirelli a Olivetti) investirono in progetti per migliorare la qualità della vita dei lavoratori; o, ancora prima, quando Luigi Luzzatti, fondatore della Banca Popolare di Milano, in qualità di Ministro del Tesoro del secondo governo Giolitti, portò ad approvazione la legge 251/1903 che istituì l’Istituto Autonomo Case Popolari il cui operato ha dato alle città italiane progetti abitativi che costituiscono ancora oggi una risorsa importante dal punto di vista architettonico, della vivibilità e della equità sociale: anche a Città degli Studi.
Il baratro in cui la città è precipitata appare responsabilità preminente di una classe dirigente inadeguata che sta vendendo pezzo a pezzo alle multinazionali le grandi occasioni di rigenerazione urbana; e non estraneo alla perdita di vivibilità è anche l’utilizzo fuorviante della cosiddetta partecipazione che spesso altro non è che marketing cosmetico.

Serena Vicari Haddock ha ragionato sugli effetti sociali delle trasformazioni in atto a Milano, sulla rilevanza degli investitori internazionali che condizionano il mercato immobiliare (più di10 miliardi di euro di investimenti fra il 2007 e il 2013), sull’indebolimento delle risorse regolative in mano all’amministrazione e sulla assenza totale di strumenti di cattura del valore da parte del pubblico.

Sono poi intervenuti, fra gli altri, il già citato Prof. Massimo Tarallo del dipartimento di Matematica, che ha spiegato che il dipartimento perderebbe gran parte dei suoi studenti e che non sono previsti spazi per lo studio individuale (nel progetto Campus è prevista solo la presenza di 2.000 studenti sui 20.000 attualmente iscritti in Città Studi e le aule studio sono sostitute da spazi nei corridoi – definiti “socializing corridors”!) e Marina Romanò dell'Assemblea Città Studi a nome degli agguerriti comitati di cittadini che contrastano il progetto.

L’opposizione dei residenti e di molti Dipartimenti universitari alla spoliazione di Città Studi continua. Ma sperare che vi sia un ripensamento da parte di una amministrazione che ha realizzato EXPO nell’assoluta mancanza di un progetto per il dopo EXPO appare improbabile, data anche la deregolamentazione urbanistica imperante nel contesto lombardo (e milanese). Nella città che svetta inossidabile nelle graduatorie sulla ‘qualità della vita’ grazie al fatto di essere una delle poche città italiane con una (comunque limitata) presenza di start-up innovative e di avere una gestione efficiente dei trasporti pubblici urbani, la pianificazione urbanistica è stata annullata e sostituita dalla cultura delle deroghe e dei diritti edificatori; e ogni scelta insediativa è diventata totalmente discrezionale e affidata al libero gioco del mercato finanziario immobiliare.
Quanto alla partecipazione e al coinvolgimento dei cittadini: non solo è considerata rischiosa, ma anche inutile; più facile contrabbandare per partecipazione le mostre di rendering progettuali ammiccanti in cui si promette l’impossibile; o convincere dell’interesse collettivo di progetti che avvantaggeranno soltanto i privati attraverso il supporto di comitati tecnico-scientifici costituiti da zelanti e servili accademici.

Arrivo al titolo di questa breve nota. Il sindaco che invita 250.000 manifestanti, riuniti a Milano per protestare contro il razzismo, a “non lasciar fare la politica solo ai politici” appare come il simbolo paradigmatico della schizofrenia di una amministrazione che sfrutta a proprio vantaggio la maturità espressa dalla parte migliore dei cittadini nel nome dei quali amministra.
Verrebbe voglia di rispondere al sindaco: “siamo d’accordo…e non vogliamo lasciare fare la politica urbanistica alle Ferrovie dello Stato, né a Lendlease!”

Mi pare indispensabile ricordare ai lettori più giovani che il piano del centro storico di Bologna dei primi anni Settanta del secolo scorso è stato una pagina fondamentale della moderna cultura urbanistica. Con quel piano si affermò operativamente il principio, fino ad allora sostenuto solo sul piano teorico, che l’intero centro storico è un monumento e che quindi gli unici interventi ammissibili nel suo ambito sono i restauri. Ebbero origine così il concetto e la disciplina del restauro urbano che da Bologna si diffusero nel mondo. E a dare maggiore prestigio all'esperienza fu il fatto che si trattava di un piano per l’edilizia economica e popolare volto a bloccare l’esodo dal centro dei ceti sociali più sfavoriti a favore delle famiglie benestanti. Utilizzare per il restauro conservativo la legge per l'edilizia economica e popolare significava riconoscere che l'integrità di un centro storico è anche subordinata alla presenza di abitanti di diverse condizioni sociali, in particolare tutelando mestieri e ceti sociali originari che per secoli ne hanno contribuito a determinarne le caratteristiche.
Pierluigi Cervellati, progettista del piano non è un archistar, ma era l’assessore dell’amministrazione comunale, sindaci i comunisti Guido Fanti e Renato Zangheri.

La nomina da parte di Luigi Di Maio di Lino Banfi (si pronuncia benfi) come membro della Commissione italiana dell’Unesco ha sollevato qualche perplessità o, addirittura, contrarietà dai soliti intellettuali rosiconi della (ex) sinistra, che magari avrebbero voluto qualcuno competente in materia: che ne so, un Salvatore Settis o un Tomaso Montanari; o uno dei tanti laureati in materie come architettura, archeologia, storia dell’arte. Qualcuno potrebbe dubitare che lo spessore culturale dei film interpretati dall’ attore, come “l’allenatore nel pallone 1 e 2”, “al bar dello sport”, “la dottoressa ci sta col colonnello”, sia un viatico sufficiente per un incarico così delicato.

Ritengo, invece che Banfi sia l’uomo giusto al posto giusto, fondamentalmente per due motivi.

Il primo è che sta dilagando la moda di candidare e consacrare come patrimonio intangibile dell’umanità, piatti o addirittura vere e proprie cucine, ad esempio, quella francese e messicana. Tra i piatti, oltre il Keskek turco, il Kimchi della Corea del Sud e la Birra belga, anche la Pizza. Già ci immaginiamo i severi commissari dell’Unesco in giro per le pizzerie di tutto il mondo a controllare che la mozzarella sia di bufala, l’impasto ben lievitato, il forno a legna debitamente riscaldato; un lavoro di titanica capillarità che ci eviterà di mangiare (anche in Italia), pizze con formaggio truciolato e base precotta, per non parlare degli altri paesi…una bella soddisfazione. Inoltre quale migliore testimonial di Banfi per la candidatura delle orecchiette con cima di rape, importante passo per il riscatto del Sud dal secolare abbandono.

Il secondo motivo è che Banfi non può fare di peggio di quanto hanno fatto finora i commissari – italiani e non – che frequentano le commissioni Unesco e che, talvolta, scendono in piacevoli missioni per controllare lo stato dei beni tutelati. La costiera amalfitana, che dopo la consacrazione Unesco ha visto un vero e proprio boom di abusi edilizi. L’area archeologica di Agrigento dove le costruzioni illecite che circondano i templi sono in gran parte in attesa di demolizione (nonostante che l’amministrazione abbia stanziato nel 2017 ben 30.000 euro a tale scopo). Venezia e la laguna assediate dalle grandi navi da crociera e violentate dal Mose. Firenze, minacciata dal sottoattraversamento Tav e da un aeroporto incastrato tra autostrada e Università, prossimo alle ville medicee, anch’esse patrimonio dell’umanità. E Roma, caput mundi, dove Mac Donald si è insediato nei luoghi più centrali e simbolici, Roma assediata dal traffico e dalla spazzatura, stravolta da un turismo mordi e fuggi. E chiudiamo qui per carità di patria l’elenco dei disastri italiani, che al più hanno meritato una benevola tiratina di orecchi da parte dei commissari dell’Unesco.

Ciò che gli esperti dell’Unesco sembrano non capire è che i centri storici non sono avulsi dal loro contesto degradato e che la loro salvaguardia deve necessariamente partire da una riqualificazione delle periferie; che le città non sono fatte soltanto di edifici, di strade e di piazze, ma anche e soprattutto di un tessuto sociale che i provvedimenti di tutela non prendono in alcuna considerazione. Fuggiti i cittadini, fagocitate le abitazioni dagli affitti turistici e dai B&B, i centri antichi sono ridotti a scheletri mercificati, privi di vita propria: Esemplare di questa politica, il Sindaco Dario Nardella, che, da vero piazzista, offre nelle fiere immobiliari il patrimonio edilizio fiorentino più pregiato - palazzi e i complessi storici - a prezzi scontati e con varianti à la carte incorporate.

Ritornando a Lino Banfi, siamo sicuri che quando terrà i suoi discorsi, magari in inglese, a difesa dell’eredità mondiale del nostro paese, avrà un buon successo di pubblico e terrà in alto il nome dell’Italia; farà ridere con la sua comicità, volgare sì, ma in fin dei conti bonaria. Non come quella tragica e feroce dei nostri governanti.

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Cominciando dalla domanda: quale sarebbe la velocità minima di un treno alla quale applicare l’aggettivo «alta»? Non c’è un’unica risposta, in Europa si sono succeduti lungo tre decenni diversi modelli reali, specialmente nelle regioni francesi, tendenti a raggiugere man mano nuovi traguardi, accantonando però obiettivi assurdi. Il problema non consiste solo nell’ottenimento della tal velocità, ma di un sistema che comporta la costruzione o ricostruzione dell’armamento coerente (cioè tutta l’impiantistica ferroviaria ed energetica) e, altrettanto, dei treni; questi che a causa della noiosa ridondanza dell’acronimo TAV sembrerebbero l’unico oggetto del programma. Esempio nostrano: nella Milano–Roma è appunto l’armamento a non ammettere velocità massime «alla francese». In Francia si può viaggiare a 300 km/h e oltre, non è serio porsi tale traguardo nel nostro paese per una qualsiasi durata di viaggio.

Quando furono compiute nel 2006 le prove sulla (famigerata… vedi avanti) Milano–Torino si raggiunsero «in un punto» i 352 Km/h. E lì rimasero come un santino. Di quest’opera resa possibile dalla berlusconiana Legge obiettivo dovrebbero, gli interessati al tema delle infrastrutture, ricordare gli elementi fondamentali prima di affrontare discussioni oneste attorno alla Torino–Lione. Fino a quando?

Chi ha occhio per dare un primo giudizio indicativo sulle costruzioni osservandole al vero, prima di conoscere l’intero quadro dei dati normativi, tecnico-costruttivi, tecnico-politici e così via, è invitato (da me, novarese di origine) a percorrere l’autostrada da Milano a Torino, i cui lavori di ricostruzione dovuti alla presenza anzi al pretesto della nuova ferrovia sono durati fino all’altro ieri, circa quindici anni. Potrebbe essere distratto, il nostro alla guida, dall’impressionante spettacolo offerto dai manufatti di calcestruzzo armato. I viadotti della ferrovia – per la fittezza delle pilastrate, tanta da apparire come mostruosa muraglia continua e per l’altezza e lo spessore delle travature – e i rifacimenti esorbitanti dei cavalcavia e dei ponticelli dimostrano come le imprese abbiano sfruttato spudoratamente, al fine di lucro illegittimo o ingiusto, il lassismo della legge obiettivo, ossia una straordinaria mancanza di regole per buone azioni e buone spese. Tutto questo è una parte notevole seppure non preponderante dell’intera spesa sopportata dello stato; aggiungendo l’imponente opera riguardante propriamente la ferrovia, sappiamo, infatti, che il costo totale espone, come una bandiera gialla della peste a bordo, una cifra spropositata, tale da meritare un’inchiesta che invece nessuno, nessuna parte politica, nessuna istituzione pubblica ha preteso.

Guardiamo i numeri e giustifichiamo l’aggettivo «famigerata» . Siamo stati informati oltre dieci anni fa del costo della Torino–Milano confrontato da Il Sole 24 ore (2007) con quello di una linea ferroviaria francese, analoga per varie caratteristiche, la LGV Est européenne: da Torino a Novara costo di 62,4 milioni di euro al Km contro 16,6 dell’esempio francese. Per la tratta da Novara a Milano poi, all’epoca non ancora finita, previsione di 74 milioni al Km! Incidiamo nella pietra i totali: 7,8 miliardi + 2,9: 10,7 miliardi. Prezzi della follia: la distanza da Milano Centrale a Torino porta Susa è di 126 km, il tempo di percorrenza non meno di 50 minuti cui occorre sommare circa 12 minuti per raggiungere lentamente Torino Porta Nuova. Di quale alta velocità coerente con i costi dell’opera stiamo parlando? Ricordo l’accusa di Giorgio Bocca: la pianura padana da Torino a Novara squarciata, devastata, cementata dalla linea ferroviaria dell’alta velocità… Per risparmiare un quarto d’ora di viaggio si è piantata nella più fertile e bella pianura d’Italia una gigantesca linea Maginot.

Ritorno all’osservazione dei manufatti lungo l’autostrada durante il rifacimento che non pareva finire mai e finalmente a opere (quasi) concluse. Altrettanto impressionante dal punto di vista dello spreco «volontario» di cemento e ferro, e di altre materie (non sappiamo però a chi accollare le – sconce – paratie anti-suono) appare la ricostruzione dei caselli e, soprattutto, dei percorsi per accedervi dalle strade comuni (o l’inverso). In questo caso la visione dimostrativa rischia l’allucinazione, giacché non vige la realtà di collegamento tra due punti dettato dalla razionalità, ma la fantasia di scollegamento rinviante a lontani punti aleatori nello spazio, come fossimo dentro il mondo di Flash Gordon e dell’imperatore giallo Ming rappresentato nei fumetti della nostra infanzia: astronavi d’ogni tipo incrociate con tracce spaziali ad anello, a saetta, a spirale, quaggiù impiegate per ottenere una smisurata lunghezza del tragitto completamente avulsa dalla logica geometrica, quindi una spropositata quantità di lavoro e di materiali.

Le ragioni del TAV in Val di Susa sono diventate totalmente politiche. Anche prescindendo dalla conclusione dell’analisi costi/benefici, è sempre più difficile esaltare un’opera la cui effettiva necessità non è mai stata dimostrata, né di qui né di là delle Alpi; non si capisce come sia iniziato lo scavo di un tratto del «tunnel di base» in Francia. Se ammettessimo la realizzazione, lo faremmo senza conoscerne la destinazione effettiva. A cosa servirà? Che cosa trasporterà? Gli accordi internazionali e i contratti prevedono trasporto di merci e passeggeri. Merci? Con quale disinvoltura o insipienza si disquisisce di merci che viaggerebbero, per esempio, a 250 Km/h? Qualcuno ci prende per i fondelli.

Chi non vorrebbe che la movimentazione di una miriade di materiali si spostasse dalla strada alla ferrovia; ma nel caso in esame gli accordanti e gli specialisti ci hanno ingannato, spacciando moneta falsa. Macché trasferimento dall’una all’altra; non può darsi, anche tecnicamente, l’uso della medesima struttura per i pesantissimi treni merci e per i veloci convogli passeggeri. Un documento del coordinatore per il progetto Laurens Jan Brinkhorst, divulgato dalla rivista francese Reporterre, rivela che in futuro per trasportare le merci fra Italia e Francia (quelle stesse che secondo i nostri saccenti richiederebbero un tunnel di oltre 50 km nelle montagne) potrà essere utilizzata la linea ferroviaria esistente, recentemente ristrutturata e gravemente sottoutilizzata. Le merci, pochissime oggi, anche se aumentassero di tre-quattro volte nel futuro, transiteranno tranquillamente sui binari e nella galleria attuali. [1].

Non possiamo non domandarci a chi servirà questa TAV (femminile improprio) se realmente costruita. Esclusa la mercanzia, quanti torinesi con l’aggiunta di qualche milanese approderanno a Lione, per che fare? Se liberi e colti pensatori, per godere la bellezza della città dei due fiumi, la Saône e il Rodano.

note
[1] Cfr. T.A.V. in Val di Susa. Un buio tunnel nella democrazia, di Marco Cedolin, Ed. Arianna Remainder, 2009.

Catturato con il padre mentre cercava di raggiungere la Terra Promessa dopo il lunghissimo viaggio dal suo paese agli Stati Uniti, Felipe Alonzo-Gomez è stato trasferito in quattro luoghi diversi di detenzione in poche ore, ed è morto per cause ancora ignote.

L’ultima vittima del dramma dell’emigrazione dal Centro America è Felipe Alonzo-Gomez: un bambino guatemalteco di 8 anni, catturato con il padre mentre cercava di raggiungere la 'Terra Promessa' dopo il lunghissimo viaggio dal suo paese agli Stati Uniti. Trasferito in quattro luoghi diversi di detenzione in poche ore, è morto per cause ancora ignote.

Ma anche il dramma dei bambini separati dalle famiglie e incarcerati non appena attraversato il confine sta assumendo proporzioni bibliche. Negli USA, da decenni era stata abbandonata la politica di segregazione dei bimbi senza genitori in grandi orfanotrofi, per via dei gravissimi danni psichici che ne erano derivati. Ma per i figli dei migranti non c’è alcuna pietà: si calcola che oggi siano almeno 14.300 i bambini separati dalla famiglia e i minori non accompagnati che il governo federale ha ammassato e segregato in centri di detenzione.

Chi presiede al controllo dell’immigrazione è il Department of Homeland Security: istituito dopo l’11 settembre da George W. Bush, accorpa attualmente in un unico ministero tutte le istituzioni e agenzie federali che si occupano della sicurezza interna (molte iniziative persecutorie promosse dal DHS, ad esempio quelle dirette alla identificazione dei ‘dreamer’ - i giovani emigrati da bambini negli Stati Uniti che Trump si prefiggeva di espellere - sono state efficacemente contrastate dagli stati e dalle città “santuario”, vedi su eddyburg.it)

La attuale responsabile dell’Homeland Security (purtroppo una donna) ha scaricato la responsabilità dell’atroce destino di Felipe su “i contrabbandieri, i trafficanti, i genitori che mettono a rischio i minori imbarcandosi in questo viaggio difficile e pericoloso verso Nord”.

Un vero e caritatevole ‘pensiero di Natale’ da parte di un’emula di Erode!

Il quartiere di Città degli Studi è sotto attacco speculativo e a rischio di declino.
Il rischio maggiore risiede nelle sedicenti "scelte strategiche" dell’attuale amministrazione (e del governo regionale) a favore del decentramento delle Facoltà Scientifiche della Università Statale nelle aree ex EXPO. Ma anche il principio dell’"indifferenza funzionale", che presiede alle trasformazioni puntuali del tessuto insediativo, non è da sottovalutare, poiché tende a indebolire la vocazione storica del quartiere a favore di una banale residenzialità. In entrambi leggiamo lo stesso disegno di sudditanza agli interessi dei proprietari di aree e degli operatori finanziario-immobiliari che condiziona le decisioni in materia urbanistica dell’amministrazione locale. Milano si conferma la "mecca del real estate": anche nelle piccole trasformazioni. (m.c.g.)
Qualche anno fa scrissi per la rivista Meridiana una riflessione sulle vicende urbanistiche milanesi dalla deindustrializzazione degli anni ’70 in poi, dal titolo “Milano: da metropoli fordista a mecca del real estate[1]. Sottolineavo che, da almeno tre decenni, si stavano realizzando, in un contesto di regole sempre più flessibili e adattabili, grandi progetti ad alto contenuto comunicativo e modesto contenuto funzionale, e una complessiva radicale perdita di mixité e crescente gentrificazione della città consolidata. Milano, così facendo, stava esaurendo o compromettendo le sue preziosissime risorse territoriali e di patrimonio costruito più centrali rese disponibili dalla deindustrializzazione (quelle che i francesi avevano opportunamente denominato jachères, a sottolinearne la irriproducibilità e quindi la necessità di gestirle attraverso progetti di rigenerazione con Società di Economia Mista di esclusiva regia pubblica e sottoposte a un formalizzato controllo di conformità da parte dell’amministrazione locale). Milano, sposando un modello neo-liberista, con una continuità indifferente al mutare delle maggioranze politiche che hanno amministrato la città, trascurava il tema degli urban commons (esternalità positive, beni pubblici, common-pool resources); di fatto, poneva una pesante ipoteca anche sulle sue prospettive future di sviluppo economico e di vivibilità.

Oggi è sottoposto alla minaccia della speculazione finanziario-immobiliare il quartiere di Città Studi, storicamente vocato alla funzione universitaria: con l’inaccettabile progetto di decentramento / ‘deportazione’ di tutte le Facoltà Scientifiche dell’Università Statale nell’area ex EXPO.
Ma non è di questo progetto indesiderabile che voglio trattare in questa breve nota (anche se eddyburg continuerà a seguirne con attenzione critica le vicende: perché se venisse realizzato, non abbiamo difficoltà ad affermare che si potrebbe tradurre - citando il compianto Peter Hall - in un “great planning disaster”).
La mia riflessione si concentra invece su un tema di apparente minore impatto: su un intervento puntuale di sostituzione edilizia che sembra però configurarsi come un caso di scuola dell’urbanistica neoliberista milanese. Il principio che lo presiede è l’indifferenza funzionale: inventato dalla giunta Moratti di centro-destra, ma legittimato dal Piano di Governo del Territorio approvato dalla giunta Pisapia ed ereditato senza ripensamento alcuno dall’attuale amministrazione. Il caso è interessante perché riguarda un intervento di sostituzione funzionale nel cuore di Città Studi, promosso da un’imprenditoria dinamica e ‘moderna’; e perché sembra annunciare quanto potrebbe accadere in futuro nella rigenerazione del quartiere, una volta rimosso l’ingombro della Facoltà Scientifiche e dei grandi ospedali specializzati (Istituto dei Tumori e Besta): e cioè la messa a disposizione di grandi risorse territoriali all’interno del tessuto consolidato della città abbandonate al gioco del libero mercato quanto alle funzioni da ospitare.
Il progetto intende sostituire, con un banale intervento di edilizia residenziale, l’edificio dell’Istituto Rizzoli per l’insegnamento delle Arti Grafiche, fondato nel 1951 da Angelo Rizzoli per la formazione professionale di tecnici per il settore editoriale. Si tratta di un edificio di chiara impronta razionalista che, una volta trasferita altrove la sede della scuola, avrebbe meritato, a parere di molti, un intervento conservativo; certamente non la demolizione[2]. Come ben si sa, la rigenerazione ‘alla milanese’ (che ormai è imitata in tutto il paese) ha per prima privilegiato, con i Piani di Governo del Territorio, il binomio demolizione/ricostruzione rafforzato attraverso cospicui premi volumetrici. In genere, con contropartite assai modeste, quando non inesistenti, per la collettività.
Il progetto attuale per l’edificio Rizzoli, il solito immobile destinato a edilizia residenziale di ‘pregio’, sostituisce un inqualificabile progetto precedente approvato durante il governo Moratti (assessore Masseroli) che aveva suscitato la mobilitazione indignata dei residenti nelle vie finitime caratterizzate da un tessuto di edifici bassi sul modello “città giardino” intercalati da dipartimenti universitari. Si trattava allora di un vero e proprio “ecomostro”, come fu immediatamente definito dai residenti: un palazzo, alto 65 metri, con 600 unità abitative fittiziamente destinate a studentato, quattro piani di parcheggi interrati per 170 auto (rampa d’accesso in via Giuseppe Colombo) e vari negozi. Un progetto che aveva comunque non solo ottenuto il via libera dell’amministrazione comunale, ma anche il sostegno entusiasta dell’allora Rettore del Politecnico. Fallita la società proprietaria dell’edificio e rivenduta la proprietà alla società Armoniae srl, il nuovo progetto sembra procedere in maniera speditiva verso l’approvazione, malgrado le osservazioni critiche e le richieste di riduzione della volumetria avanzate dai residenti.
Un aspetto, abbastanza inusuale nei progetti di trasformazione milanesi, sembra costituire il punto di forza della proposta avanzata dai nuovi proprietari (attualmente rappresentati dal consigliere Mirko Paletti): l’impegno della società a procedere immediatamente al pagamento degli oneri richiesti dal Comune, fra cui rientrerà anche la realizzazione di opere di urbanizzazione secondaria a scomputo per la riqualificazione del Centro Balneare Romano di via Ponzio: in particolare della vasca della piscina antistante il Politecnico di Milano, ormai totalmente degradata, che costituisce una risorsa importante, e sottoutilizzata, per gli abitanti di Città Studi.
È un aspetto indubbiamente positivo: a Milano, il pagamento degli oneri o la realizzazione delle opere a scomputo arrivano sempre con grandissimo ritardo rispetto alla realizzazione dellevolumetrie destinate al mercato (bastino, a puro titolo di esempio negativo, i grandi progetti di trasformazione di Porta Nuova e City Life; per non parlare dei veri e propri scandali come il progetto di Porta Vittoria).
In questo caso, sembrerebbe che il cronoprogramma delle opere si sia finalmente invertito, come avviene in tutte le grandi città civili; ma, inutile sottolinearlo, con significativi vantaggi aggiuntivi per l’operatore. In primo luogo, il cambiamento di destinazione d’uso (cosa che non avviene invece nelle grandi città civili dove desterebbe scalpore il principio dell’indifferenza funzionale); e inoltre, incrementi volumetrici rilevanti ottenuti attraverso la possibilità di trasformare la superficie dell’auditorium sotterraneo del Rizzoli (2.000 mq di slp) in ulteriori appartamenti ai piani alti.
L’Istituto Rizzoli occupava 7.000 mq,: però con due piani sotterranei, e 5 piani fuori terra; il progetto attuale prevede invece la destinazione a parcheggio dell’interrato e del piano terra (che non costituiscono slp), mentre i piani fuori terra diventeranno 10! Ma trasformare gli interrati in ampliamenti generalizzati che, come in questo caso, non sono stati adeguatamente valutati in termini di carico urbanistico e di tutto quello che ne consegue dal punto di vista ambientale, appare totalmente inaccettabile.
Le lettere inviate ufficialmente dal comitato residenti per contestare alcuni aspetti cruciali del progetto e ottenere ascolto non hanno ricevuto sinora alcuna risposta. La cosa non desta stupore, anche se l’indignazione rimane. La voce dei cittadini stenta a trovare dei canali formali di espressione e di attenzione, perché la partecipazione è ingrediente sempre declamato dall’amministrazione milanese, ma, in realtà, sempre ostacolato e marginalizzato.
La prospettiva futura di smantellamento di tutti o gran parte degli edifici delle Facoltà Scientifiche per trovare un qualche destino alle aree ex EXPO, dopo che l’asta era stata disertata dagli operatori privati, incombe minacciosa su questo quartiere storico della città. Come si intenderà operare su Città Studi? Facendo un passo indietro, sulla scorta del parere negativo espresso da molte Facoltà Scientifiche, molti lavoratori dell’università, studenti e residenti del quartiere? Oppure, come ormai appare più probabile, procedendo in un progetto inaccettabile perché indifferente al patrimonio storico architettonico accumulato nel tempo e alla vocazione pubblica di eccellenza di questo quartiere (che richiederebbe invece decisi interventi di potenziamento della vivibilità attraverso servizi di qualità fruibili sia dalla popolazione universitaria che dai residenti)?
Questo grande interrogativo fornisce una ragione in più per continuare a contrastare anche le trasformazioni puntuali quando provochino dissonanza, distruzione del patrimonio architettonico storico e perdita di identità.
oggi
domani
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[1] Gibelli M. C. (2016), in Meridiana, n. 85.
[2] Ricordo bene la reazione indignata di Marco Dezzi Bardeschi quando, camminando lungo via Giuseppe Colombo, gli mostrai l’edificio dell’Istituto annunciandone la demolizione!

«Confesso […] che ho trovato più straordinari gli otto minuti di applausi tributati a Mattarella all’inizio dello spettacolo, battimani calorosissimi e per nulla scontati […]; platea, palchi e gallerie, tutti in piedi […] rivolti verso il palco reale dove il nostro Presidente, imbarazzatissimo, accompagnato dalla figlia e dal sindaco Sala, continuava a far timidi cenni di ringraziamento che sembravano dire “basta, non esagerate”. Un gesto di chiarissimo significato politico che sembrava a sua volta voler dire “grazie di esserci” e forse anche “grazie di essere qui con noi a Milano”. E’ vero che non era una platea molto popolare (ma gli applausi sono stati tanti anche nella piazza […]); era però composta da persone che quel gesto lo hanno voluto fortemente, consapevoli del suo valore e soprattutto del suo significato politico». Paolo Viola, nella recensione su ArcipelagoMilano della prima rappresentazione alla Scala dell’opera Attila, di Verdi, 7 dicembre, Sant’Ambrogio.

Si può dire? sono rimasto di stucco. Non avevo ancora assorbito l’incazzatura con malumore e senso di disfatta politica e umanista a causa della sottoscrizione presidenziale senza alcun se o ma del Decreto Sicurezza. Il peggior atto, un’azione di fascistica concretezza da parte del governo impersonato e simboleggiato dal lombardo Salvini. Incapace, questi, di adempiere le più strombazzate dis-utilità sociali, si muove sfrenato nell’arraffare potere d’ogni parte approfittando dell’enorme vuotezza della società italiana. Per un triplice uso: picconare la Costituzione nelle parti di alto valore comunitario, cancellare ogni possibilità di autonomia e di difesa delle istituzioni sociali e sindacali storiche, istituire smoderate liberalizzazioni private coronanti il nuovo primo governo ego-centristico, esclusivo concessionario di obbedenti corporazioni. Come avvenne dopo il 1922 mediante la Camera dei fasci e delle corporazioni. Tutto questo appartiene al Decreto Sicurezza e alla sua interpretazione [1], in aggiunta a provvedimenti già adottati dal ministro degli interni del tipo: ognuno diventi cittadino armato per sparare agli umani illico et immediate, nel pericolo magari immaginato.

Non è vero che il presidente della repubblica non abbia alcuna facoltà di intervento sulle deliberazioni governative. Decreti respinti in prima istanza per ottenere correzioni se ne sono visti. Non pretendevamo tanto dall’onesto e cauto Sergio Mattarella. Ma in una situazione politica come l’attuale, zeppa di tormentose novità e di gravi rischi nell’andamento della democrazia, egli ha avuto l’occasione di erigersi al disopra dell’arrogante Salvini, e l’ha persa. Almeno una moral suasion avrebbe dovuto indirizzargli. Il super-cattolico Oscar Luigi Scalfaro, uno dei più tenaci difensori della legge fondamentale dello stato, l’avrebbe fatto. Terminato il periodo presidenziale, lo ascoltammo a Milano in Piazza Duomo, accanto ad altre autorità, commentare la Carta e rivendicarne l’alta portata politico-sociale con veemenza e rara chiarezza.

L'assassinio di Moro (9 maggio 1978) e la morte di Berlinguer (11 giugno 1984) segnarono duramente ancora due volte il corpo di un paese che, lo vedremo in seguito, non sarebbe stato capace di uccidere il «mostro» tenuto da sempre entro di sé e di costruire almeno una socialdemocrazia antagonista del capitalismo improduttivo e corruttivo. L’«oggi è ben altro» (in senso positivo) dichiarato da chi ricorda lontane e affliggenti vicende non convince. Invece che uccidere il «mostro» il popolo è passato da un'accettazione all'altra di oltranzismi degenerativi politici, economici, sociali. Non è il caso di far una rassegna punto per punto, basta fissare due picchetti della storia recente, di partenza e di arrivo, dal 1994 al 2018, da Berlusconi a Salvini, costui icona del razzismo al potere: roba mai vista.

Qui a Milano, nella micro-sinistra culturale in opposizione verso un'amministrazione usurpante il nome di centrosinistra, vanitosa e cantante in noioso coro filastrocche sulla «attrattività» di Milano, ci domandiamo: «Che fare?». Vorremmo grandi manifestazioni. Difficili se non impossibili. Dobbiamo anteporre le dimostrazioni per non dimenticare gli attacchi fascisti, le stragi di innocenti, esempi il 12 dicembre 1969 alla banca dell’agricoltura in piazza Fontana (pochi giorni fa la commemorazione affollata) e il 27 luglio 1993 al Pac, Padiglione di arte contemporanea. Dobbiamo continuare a battagliare per mezzo della scrittura, denunciare gli errori, disvelare le fanfaronate degli amministratori, abbattere il «colmo…offerto dalla situazione milanese dove la maggioranza PD fa un gioco sfacciato a vantaggio di interessi privati»[2]. Battiamoci per chiamare cittadini e visitatori a quei luoghi della cultura meno soggetti al «Turismo inquinante»[3]; la città ne presenta ancora grazie a un originale precedente economico-sociale, l’esistenza di una borghesia industriale produttiva non dominata della finanziarizzazione e di una forte classe operaia urbana: destinate a risolvere la contraddizione antagonistica a favore di un buon funzionamento della città nei settori vitali.

Siamo obbligati, ora, a causa di un incredibile intervento del sindaco Giuseppe Sala, a tornare al tema della riconversione dei sette scali ferroviari svuotati della vecchia funzione. Un lungo silenzio è seguito al periodo delle discussioni, delle (inutili) commesse progettuali illegali e del rifiuto del concorso… e altro. Il più importante problema urbanistico attuale di Milano sembra sia stato gettato dalla finestra dell’ufficio dell’assessore Pierfrancesco Maran (urbanistica, verde, agricoltura) e raccolto dal sindaco che passava per caso lì sotto, pronto a enunciare finalmente la destinazione del famoso milione e 300 mila metri quadrati. La conosceremo in un’intervista ritrasmessa da Radiopopolare (ascoltata il 10 dicembre). Premessa: «Noi non facciamo case “popolari”». Seguito: «Le Ferrovie facciano quello che vogliono. Basta che il 30 per cento sia riservato a edilizia convenzionata» (sottolineatura nostra). Conclusione di una storia locale di significato pedagogico universale: il Comune di Milano nega l’occasione di cingere il territorio urbano con opere volte al bene dei cittadini, in particolare grandi parchi; e abbandona gli scali al programma di sempre che FS vogliono realizzare: trasformarli in rendita fondiaria ed edilizia totalizzante attraverso le più libere, incontrollate accumulazioni di volumetrie: applicando una densità territoriale capace di produrre diversi milioni di metri cubi. Così la richiesta del Sala, stante la sostanziale identità della convenzionata con l’edilizia tout court, non è altro che consentimento alla cementificazione dell’intera superficie.

Note

[1] Il Decreto Sicurezza è una legge repressiva anche nei confronti degli italiani. Rende reato il blocco (anche non violento) delle strade o delle ferrovie, proibisce l’assembramento di persone, impone il Daspo (Divieto di accedere alle manifestazioni sportive) e gli sgomberi. Ma la maggior imposizione risiede nella negazione dei principi di solidarietà e di uguaglianza che sono alla base della Costituzione. Infatti, prevede per i migranti l’abolizione della protezione umanitaria, il raddoppio dei tempi di trattenimento nei Centri per il rimpatrio (Cpr), lo smantellamento dei centri Sprar (Sistema per i richiedenti asilo e rifugiati) affidati ai Comuni, la soppressione dell’iscrizione anagrafica con pesanti conseguenze, l’esclusione all’iscrizione del servizio sanitario nazionale e la revoca di cittadinanza per reati gravi.

[2] Jacopo Gardella, in una lettera del 6 giugno 2018. In un passo della risposta accenno al ribaltone dell’urbanistica e altro in ex regioni rosse e a Bologna: «Dove esistevano le migliori gestioni dell’urbanistica ,i progetti consapevoli del rapporto necessario con la condizione sociale, proprio lì la classe politica dirigente ha voluto (una scelta culturale oltreché politica) gettare il destino del territorio e della città nelle mani delle aziende, degli speculatori, dei finanzieri: sono essi che devono dirigere, comandare (possiamo impiegare con perfezione linguistica il termine di classe egemone e classe dominante insieme)», 7 giugno 2018.

[3] Titolo di un articolo per eddyburg, 11 aprile 2005, di Carla Ravaioli (1923-2014), coraggiosa ad affrontare un tabù, a rompere un idolo e a rischiare pesanti critiche dai DS (Democratici di sinistra). «Quella sinistra che non ha mosso un dito almeno per definire una propria visione del problema e separarla da quella dominante, dei governi succedutisi in mezzo secolo e delle stesse popolazioni», così lo scrivente in Coraggiosa Carla Ravaioli, in eddyburg pochi giorni dopo, 22 aprile, poi in L’opinione contraria, Libreria Clup, Milano 2006, p. 11.

Ogni anno delle piogge intense, magari imputabili al cambiamento climatico che surriscalda il pianeta, tanto per dare la colpa a qualcuno, fanno uscire l’acqua [...] si invoca lo stato di “calamità naturale” [...] Nessuno prende in considerazione che non c’è niente di “naturale”. Segue

Ogni anno delle piogge intense, magari imputabili al cambiamento climatico che surriscalda il pianeta, tanto per dare la colpa a qualcuno, fanno uscire l’acqua dagli argini di fossi, torrenti, fiumi, sulle colline e nelle pianure, allagano e distruggono sottopassi, strade con i tombini che esplodono, campi coltivati con i loro faticati raccolti, fabbriche e abitazioni, strade e ferrovie. La risposta delle autorità è sempre la stessa: si invoca lo stato di “calamità naturale”, il che vuol dire chiedere allo stato qualche soldo, che arriva sempre in ritardo, per ricostruire nello stesso posto, le stesse cose che sono state spazzate via dalle acque, per rimborsare le perdite dei beni alluvionati o dei raccolti perduti.

Nessuno, cittadini, alluvionati, governanti, prende in considerazione che non c’è niente di “naturale”; si continua ad autorizzare costruzioni, edifici e strade, sulle rive dei fiumi e dei torrenti, sul fianco delle colline, dove fa comodo ai proprietari dei suoli i quali non pensano che le loro stesse proprietà andranno in rovina, un anno o l’altro. Ogni anno nel nord e al centro e nel sud e nelle isole d’Italia, le alluvioni fanno danni da mezzo secolo a questa parte. I governanti promettono iniziative per la difesa del suolo, emanano decreti che finanziano appalti per opere che saranno spazzate via uno o dieci anni dopo.

Io credo che chi propone o approva o modifica leggi, non sia mai andato con gli stivaloni nel fango a spalare detriti, non sia mai sceso sul greto di un torrente, altrimenti avrebbe osservato che le alluvioni sono figlie di una chiara violenza contro la natura e richiedono soluzioni altrettanto chiare. L’acqua da miliardi di anni ha “l’abitudine” di scendere dall’alto al basso lungo le strade di minore resistenza; quando trova un ostacolo lo aggira e si crea delle vie di scorrimento più comode, oppure lo sposta e lo porta in basso, siano sabbia, pietre, piante.

D’altra parte la forza delle acque è rallentata e frenata dalla vegetazione spontanea, e così nei millenni le acque hanno “disegnato” le valli e hanno creato le pianure che sono poi diventate fertili, attraversate da fiumi che portano incessantemente al mare il loro carico di sostanze solide disciolte o in sospensione. Purtroppo il fondo delle valli e le pianure, là dove corrono le acque, sono stati e sono gli spazi più appetibili economicamente e là sono sorti villaggi e poi paesi e poi città, con le loro strade e “ponti” e sottopassaggi, con i loro “fiumi sotterranei” di fogne. Tutto guidato dalle leggi “economiche”, cioè si è costruito dove c’erano interessi e proprietà privati o dove le opere costavano meno o erano più comode.

Con l’aumento della popolazione e del “benessere” le presenze umane hanno invaso gli spazi dove scorrevano le acque, hanno distrutto, con quartieri e strutture “sportive”, la vegetazione che rallentava il moto delle acque, ogni intralcio agli affari e al “progresso”. E le acque si vendicano, sono diventate più aggressive e veloci, è aumentata la erosione del suolo, sono diminuiti gli spazi per il libero scorrimento delle acque e queste, ad ogni pioggia più intensa si espandono e allagano le zone circostanti. Le fotografie e le immagini cinematografiche delle alluvioni sono più eloquenti di un trattato di geografia: guardate come i torrenti sono stati imprigionati in stretti canali, come il loro greto sia intasato da pietre, vegetazione, tronchi, come il diboscamento ha lasciato esposte all’erosione grandi superfici delle valli,

Eppure i rimedi sono noti. Il primo è sradicare la dannosa idea che, pur di “portare a casa” qualche soldo nei comuni e nelle regioni, pur di favorire imprese private, si possano autorizzare costruzioni e opere che intralcino il moto “naturale” delle acque. La seconda ricetta consiste nel mettere al lavoro delle persone che puliscano i fossi e i torrenti eliminando almeno i principali ostacoli al moto delle acque per permettergli di scorrere nelle loro vie ”naturali”, che svolgano la funzione di “sentinelle” delle acque. La prima cosa che Roosevelt fece quando divenne, nel 1933, presidente di un’America in piena crisi, piena di disoccupati, con il territorio devastato, fu la creazione dei corpi civili giovanili per la difesa del suolo, costituiti da giovani disoccupati, appartenenti a famiglie disagiate, col compito di svolgere proprio le operazioni di cui parlavo prima.

Si pensi che i soldi spesi e previsti in una delle tante recenti alluvioni per parziale rimborso dei danni sofferti dagli alluvionati, potrebbero assicurare un salario per un anno a migliaia di “sentinelle” delle acque. Con l’effetto che l’anno dopo, due anni dopo, dieci anni dopo, si eviterebbero dolori e danni e distruzioni che costerebbero, alla comunità, ben più di quella cifra. Spero che qualcosa si muova, un giorno o l’altro.

L’urbanistica del progetto di opposizione ai devastatori del territorio e volta al bene comune ha dovuto ritrarsi nelle catacombe delle città, nel freddo e nell’oscurità. Segue

L’urbanistica del progetto di opposizione ai devastatori del territorio e volta al bene comune ha dovuto ritrarsi nelle catacombe delle città, nel freddo e nell’oscurità; nella luce superiore vige un’urbanistica usurpatrice del nome per essere invece un’altra cosa in attesa del giusto titolo; forse DOCG?

Tutto – dopo cinquant’anni di cammino dell’Italia da Bel Paese a Malpaese [1] – ricominciò allo scorcio del secolo breve dischiuso al proemio del nuovo millennio. Un documento programmatico scritto da un collega per la giunta municipale di Milano (Documento di inquadramento…) annunciava che la costruzione della città deve basarsi sulla libera dinamica dell’imprenditoria fondiaria ed edilizia; con essa l’ente pubblico concerterà… che cosa? (dubitavo) se non la già avvenuta decisione o propensione comune di rifiutare un qualsiasi piano generale o, qualora ne esistesse uno vigente, di variarlo a morsi successivi in coerenza a un raccomandabile «gioco delle forze»?

Esemplare antecedente, giacché gli amministratori pubblici e la potenza imprenditrice si erano mossi d’intesa anni prima, caso stupefacente fra altri minori, la vasta operazione edificatoria alla Bicocca sui terreni liberati dall’insediamento industriale Pirelli [2]. L’espansione in-calcolata di Milano sarebbe avvenuta lì non sulla base, almeno, di un’idea generale di città manifestata e discussa, una scelta sostenuta da ragioni plausibili e più convincente di altre possibili, insomma una dimostrazione che gli interessi generali della cittadinanza, la miglior vivibilità della metropoli esigevano una vasta urbanizzazione proprio lì; ma perché l’indiscusso industriale, già autorevole rappresentante del profitto capitalistico che non aveva saputo far rivivere e fruttare secondo la doppia funzione, economica e sociale, era scivolato nel campo della rendita, presunto avversario storico del profitto. In ciò confortato da tre atti: consenso entusiasta di sindaco e assessori estranei a un sentimento nobile del progetto pubblico; glorificazione da parte di una borghesia votata a spericolati guadagni nella finanza, nell’edilizia e nel commercio; rispetto compiaciuto di una sinistra ossimorica definita liberale.

Troppo nota per indugiarvi se non per un rapido appunto, la vicenda urbanistica si dipanò in maniera coerente alla madre Pirelli di tutti i successivi ribaltamenti e tradimenti culturali: avvenimenti, storie, cronache… nuove legislazioni, personaggi accondiscendenti, parole di noto sputtanamento riscoperte e rilanciate come emblemi di modernizzazione (negoziazione, contrattazione, accordo di programma…) fino a concludersi in morte delle ultime due sopravvivenze: il famoso modello bolognese, capovolto nell’esagerazione masochistica dichiarata, ossia alienare la pianificazione e ogni progetto ai padroni della rendita e dell’edificazione intanto che l’ente pubblico anticipa il consenso e il supporto magari oneroso; il meno famoso ma adeguatamente propagandato nuovismo urbanistico toscano, pronto dopo una lunga gestazione per un’applicazione rispettosa del bene pubblico, respinto dai benpensanti consiglieri «licenziando» l’autore [3].

L’urbanistica «di lotta e di governo» (effettiva, non parolaia) sembra esseri esaurita con l’azione di coloro che l’hanno praticata negli anni Cinquanta e Sessanta. Pochi progettisti, giovani dediti a contrastare la proliferazione di un’edilizia privata affaristica e brutta, la pianificazione di comodo o la non-pianificazione, assumevano nei comuni di sinistra il compito di amministratori nei settori coerenti alle loro competenze. Non poteva bastare però la scelta di un’esigua solitaria minoranza a fermare, se non per qualche anno e per singole località, la rovina della città, del territorio libero, del paesaggio. Ma un segno di capacità politico-professionale alternativa, un’istanza di moralità furono trasmessi a chi volesse raccoglierlo.

Tuttavia i pazzeschi sconvolgimenti divenuti normale processo decostruttivo del territorio nazionale ebbero anche l’effetto di ricacciare quelle capacità e quelle istanze. La frana di Agrigento (19 agosto 1966) fu singolo evento che quei giovani-maturi videro come reductio ad unum di un intero universo di malefatte. La relazione al ministro Mancini di Michele Martuscelli, l’ingegnere direttore generale dell’urbanistica al ministero dei lavori pubblici, presidente della Commissione d’indagine sulla situazione urbanistico-edilizia di Agrigento, fu clamorosa, estesa com’era, fuor d’ogni localismo, alla denuncia di una particolare «gravità della situazione urbanistico-edilizia dell’intero paese che [aveva] trovato in Agrigento la sua espressione limite» [4]. Così essi presero la relazione Martuscelli come un altro emblema: della ritirata già avvenuta dell’urbanistica professionale dinnanzi alla perdurante devastazione del paese, quando non attrice deuteragonista in questa stessa.

Intanto era moribonda l’architettura umanista, già separata dall’urbanistica e, per questo, indebolita anziché rafforzata dall’autonomia come si era potuto credere. Agonizzava quale mestiere civile comunitario, negazione dell’individualismo sprezzante i contesti sociali e spaziali teso all’esclusiva esaltazione del sé – anche quando il risultato appariva irrimediabile errore e offensiva bruttura a chi esercitava i propri sensi e dunque sapeva riconoscere appropriatezza, utilità e bellezza,. Era ancora ventesimo secolo quando i giovani invecchiati potettero individuare un efficace simbolo di quelle edificazioni in forma neoliberista e ghiribizza di grattacielo, noncuranti del contenuto, che sarebbero proliferate nel Ventunesimo: era nato a Londra il gherkin di Norman Foster, l’architetto padrone di cento architetti-robot al suo servizio (“cetriolino” dissero gli inglesi, che poi è uno spaventevole cetriolone, o una supposta per King Kong centuplicato).

La resistente ricerca di un nuovo sentimento sociale ed estetico della costruzione rifiutava la sudditanza al mondo dell’impresa dominante. Ma non poteva scalfire l’orrore della montante edilizia ostile all’architettura, e doveva dividere lo scarso spazio culturale dimenticato ai margini del processo produttivo con la debole benché dignitosa architettura desunta da una riedizione di modelli d’antan. Frattanto sorsero le professional consulting interdisciplinari per rispondere alla domanda di progettazione a scala vasta, ma non durarono molto. Il passaggio al progetto industrializzato poi computerizzato doveva riconoscere il dominio non più soltanto del mercato economico stricto sensu e delle imprese imperanti [5], ma di un mercato politico-culturale nuovo, universale, potentissimo, a cui obbedire per poter edificare gli oggetti, quali quando dove come esso, un re, un moloch, li voleva. Qui si può chiudere il cerchio contornandone il gherkin e bollare la mania di grattacielo inchiodata nella mente di troppi architetti felici di soddisfare il moloch [6].

Note

[1] Ho nominato in diversi testi l’inventore di questo attributo: il giornalista di «Repubblica» Giovanni Valentini, nel 2003.

[2] Vedi in eddyburg il mio primo approccio a questo tema: Le Nuove Milano estranee. L’architettura servile, 30 ottobre 2004, poi in Parole in rete. Interventi in eddyburg, giornale e archivio di urbanistica politica e altre cose, Libreria Clup, Milano 2005, p. 142.

[3] Per questi avvenimenti (Bologna e Toscana) vedi in eddyburg il mio articolo Storie locali. Morte della sinistra, strapoteri e omologazione, 7 maggio 2018.

[4] Chi, magari per ragione d’età, non conosce bene la vicenda agrigentina dovrebbe farlo mediante «Urbanistica», n. 48, dicembre 1966, che vi dedica la gran parte del fascicolo (peraltro preceduta da due brevi memorie sulle rovinose alluvioni di Firenze e di Venezia - 4 novembre dello stesso anno, cioè meno di tre mesi dopo il disastro agrigentino).

[5] Ad ogni modo anche gli imperatori cadono. I milanesi conoscono la storia di Salvatore Ligresti, della figlia Giulia (proprio ora ritornata in carcere) e altro. Decine di raggruppamenti di grattacieli per uffici (4÷8 ognuno per un totale di una cinquantina ) circondano le periferie, come a voler mostrare una formidabile capacità di controllo sulla vita della città. Fallimenti e ruberie, condanne e fughe. Ma quella corona di edifici dotati anche di due piani abusivi poi sanati inopinatamente svuotandoli e conservando le strutture e la copertura, rimane lì a svergognare non solo gli autori ma anche gli amministratori comunali degli anni ligrestiani trionfanti.

[6] La vicenda architettonica del concorso per Ground Zero, quanto vero o falso non si sa, è stata dominata da stolti esibizionismi personali, tutti sotto la bandiera del Guinness dei Primati e tutti mancanti di moderatezza espressiva. Ce lo aspettavamo, ha vinto il grattacielo più alto, di Daniel Lebeskind, che a Milano contribuirà alla costruzione di City Life – cosiddetta – nel luogo dell’ex Fiera Campionaria, dispensando insieme agli altri due progettisti, Arata Isozaki e Zaha Hadid, insensatezza e tristezza urbana.

(segue)

Introduco questo breve articolo con la selezione dei titoli di altri, scritti nel corso di una dozzina d’anni specie per eddyburg, poi pubblicati in libri delle edizioni Libreria Clup o Maggioli. Ne ho aggiunti tre apparsi nel sito arcipelagomilano. Il problema dell’abitare nel senso più esteso è trattato in ognuno dei testi secondo le prerogative richieste da un semplice articolo di giornale volto soprattutto alla denuncia delle inadeguatezze, ma anche descrittivo di specifiche condizioni urbane e sostenuto dalla polemica sociale-politica, ancorché sbrigativa. Voglio dire che la scientificità insita nella definizione di «Questione delle abitazioni» (come in Engels - e vorrei dire gramscianamente «quistione») appartiene ad altre ricerche approfondite, sui testi e sul campo, per esempio quelle effettuate ai tempi del mio insegnamento di urbanistica (di per sé non avulso dall’architettura) correlato con quello di insegnanti di composizione architettonica. Ma, in definitiva, l’insieme degli articoli e il presente tassello aggiuntivo spero che costituiscano una buona base per conoscere la larghezza della «Casa».

Inevitabili certe sovrapposizioni e ripetizioni.

- Esiste ancora una «questione delle abitazioni»?, in eddyburg, 10 novembre 2005, poi in L’opinione contraria, Libreria Clup, Milano, 2006, p. 103.
- Avere non avere casa a Milano, idem, 17 marzo 2006, poi in idem, p. 147.
- La casa della città pubblica. Bigino di storia per la scuola di eddyburg, in eddyburg, 18 giugno 2006, poi in idem c.s., p. 165.
- Allora esiste ancora il problema della casa?, in eddyburg, 5 marzo 2008, poi in Libere osservazioni non solo di urbanistica e architettura, Maggioli, Santarcangelo di Romagna, 2008, p. 143.
- Come dare l’ultima mazzata alla città pubblica, in eddyburg, 8 gennaio 2010, poi in Promemoria di urbanistica, architettura, politica e altre cose, Maggioli, 2010, p. 129.
- Un po’ di conti sulla casa, in eddyburg, 25 novembre 2010.
- Equivoci, ambiguità ed errori del censimento, in eddyburg, 8 maggio 2012
- Com’era Milano e com’è al tempo dell’Esposizione Universale, in arcipelagomilano, 22 aprile 2015.
- Scali ferroviari: “Rito ambrosiano” e nuovi ritualismi, in arcipelagomilano, 9 novembre 2016.
- Ultime note sulla casa, in eddyburg, 14 febbraio 2017.
- Realtà e propaganda nella condizione urbana, in eddyburg, 22 febbraio 2018.

Lodo Meneghetti, 6 settembre 2018

Durante il fascismo nulla poteva ostacolare l’attuazione di una politica demaniale reazionaria riguardo a una grossa parte del patrimonio pubblico in terreni: cioè la loro svendita, destinatari i potenti imprenditori edilizi collusi con l’alta gerarchia fascista. Diversamente, l’Istituto autonomo per le case popolari, grazie a una parziale indipendenza proveniente dall’attività originaria, esibiva risultati discreti benché non riuscisse, per divieto dell’alta gerarchia fascista, a provvedere alle spaventose condizioni abitative degli operai pendolari settimanali costretti a vivere in stalle abbandonate, masserie diroccate e baracche ai margini della città e nei co­muni limitrofi. (Le Indagini sul problema delle abitazioni operaie in provincia di Milano, di Piero Bottoni e Mario Pucci, impressionanti anche grazie all’apparato fotografico, furono loro commissionate nel 1938 dall’amministrazione provinciale e pubblicate l’anno seguente).

Dall’immediato dopoguerra il pretesto dell’urgenza trasforma la ricostruzione in una tumultuosa edificazione privata e una speculazione immobiliare che non avranno mai fine. Subito, nel 1945, Ernesto Nathan Rogers avverte che «ricostruire con criterio significa rispondere con la tecnica alle esigenze della morale». Un popolo può dirsi realmente civile se ricostruisce secondo un ordine di precedenza coerente agli interessi della società, ossia se risponde con chiarezza alla domanda per chi ricostruire. ENR non ha dubbi, si deve ricostruire per i lavoratori, per i loro bisogni: casa e lavoro ma anche scuole, ospedali, musei. Sulla stessa lunghezza d’onda e nello stesso momento Piero Bottoni pubblica da Görlich il libretto La casa a chi lavora, estensione di un articolo apparso in Domus dell’agosto 1941, Una nuova previdenza sociale: l’assicurazione sociale per la casa. Ma, a chi credeva in un forte rilancio della politica sociale della casa basteranno tre anni per verificarne l’insuccesso se non il fallimento. Il più anziano dei razionalisti, Enrico Griffini, in un saggio su Edilizia moderna del dicembre 1948, scrive di orrendo disastro milanese, di decadenza morale e civile, di ordine edilizio sostituito dal caos: «Una licenziosa e babelica febbre costruttiva conduce questa nostra città a imbruttirsi oltre ogni previsione, perdendo tutta la sua organicità e l’unitaria bellezza formata e difesa dai nostri padri nella pazienza dei secoli».

Eppure, grazie alla fiduciosa vocazione di personaggi resistenti in amministrazioni pubbliche o sul fronte della cultura urbanistica e architettonica, la casa popolare cercava di farsi largo nella città benché non riuscisse a bloccare un’attività privata senza scopi sociali che come una marea sarebbe montata sempre più su se stessa – non solo abitazioni, uffici di ogni tipo – andando a occupare gli spazi prima poveri di attrattive per le bande armate della speculazione. Ad ogni modo bisognava rilanciare la dotazione pubblica danneggiata dai bombardamenti o impedita durante la guerra: case dell’Iacpm, Incis (Istituto nazionale case impiegati statali), case comunali e di altri istituti delegati a possederne o a realizzarne. Esemplare la nascita del QT8, con la nomina di Piero Bottoni a commissario da parte del Comitato di liberazione (11 maggio 1945). Troppo noto il QT8 per indugiarvi, va detto però che se fosse permansa una dedizione degli amministratori pubblici eguale a quella che aveva permesso la rivoluzione della funzione stessa della Triennale, non saremmo costretti a riconsiderare oggi le denunce di Rogers e di Griffini. Nuovi quartieri di edilizia popolare se ne realizzeranno specialmente negli anni Cinquanta e Sessanta, ma gl’interventi saranno ultra-periferici e malamente progettati. Unica eccezione il quartiere Feltre, favorito sia da una progettazione di diversi architetti coordinati da Gino Pollini, sia dalla prossimità del parco urbano del torrente Lambro.

Milano si avviava a un drastico cambiamento sociale. La città, pur sospinta verso l’affermazione del proprio ruolo finanziario e commerciale, presentava una corposa entità di operai o assimilati e di posti di lavoro industriali. Delle persone attive, 47,5 % dei residenti, il 54,3 % erano operai. Gli stabilimenti industriali in città dovevano richiamare anche una parte di forza lavoro da fuori, come si evince dalla differenza fra attivi e addetti. Nei decenni successivi a Milano imperverserà il rivolgimento demografico, economico, sociale. Gli abitanti residenti continuano a diminuire, sicché il milione e182.000 del primo censimento del nuovo millennio rappresenterà l’estremo di un impressionante crollo demografico. La successiva inversione di tendenza sarà dovuta esclusivamente all’ottenimento della residenza di immigrati stranieri, così che la città potrà riconquistare una consistenza demografica almeno non inferiore a quella del 1951.

Gli operai stabili per abitazione (residenti), occupati in città o altrove, che a suo tempo superavano la metà della popolazione attiva e dunque imprimevano un potente marchio di classe lavoratrice tradizionale, diminuiscono molto più velocemente dell’intera popolazione e degli attivi totali, così che il loro peso, già ridotto al 10 % entro la fine del secolo, risulta oggi trascurabile. L’industria è sparita da Milano, vuoi per abolizione pura e semplice vuoi per delocalizzazione, ma il processo di azzeramento lungo gli anni ha colpito molto più pesantemente il risiedere operaio che il lavorare, mentre si susseguivano ondate di terziario che allagavano spazi di ogni specie, in primis quelli residenziali.

I quartieri popolari di una volta non bastavano ma servirono. Al contrario: da un lato, amministratori comunali prima estranei a una cultura europea in materia di case popolari, poi, da oltre tre decenni, fedeli interpreti dei principi fondiari ed edilizi liberisti, da un altro lato la terziarizzazione selvaggia: queste le cause essenziali che hanno provocato l’espulsione da Milano di famiglie e persone di quei ceti ma, ormai avvenuta la trasformazione strutturale e occupazionale, hanno anche impedito nuovi ingressi in città per risiedervi ai lavoratori del terzo settore (gli operai dell’epoca attuale) che avrebbero potuto diminuire la penosità del rapporto casa lavoro. Non da oggi non occorre essere operai per essere poveri o comunque inidonei a fronteggiare gli oneri imposti da una città come Milano.

Il terziario milanese, si sa, è pieno di lavoro a termine, precario, faticoso anche se franco dalla tuta sporca d’olio di macchina; se non è provvisorio è comunque spesso sotto la minaccia del licenziamento. Cosa possono offrire alle classi disponibili per lavori veri e seri i settori decantati ineguagliabili in Europa, anzi nel mondo, come la moda (del resto man mano venduta ad atelier stranieri) e il design ridotto a rappresentazioni di forme malthusiane o di stranezze, in generale tradimento della grande tradizione milanese, epitome di utilità e di bellezza, conclusa molto prima della fine del secolo breve. Del commercio generale e generico meglio tacere, per quel dominio di mafia e ‘ndrangheta che lo contraddistingue.

Le famiglie e le persone resistenti in città nonostante tutto, rappresentano il rimanente della classe d’antan, non più propriamente classe mancando uno specifico rapporto di produzione, infatti sono per lo più pensionati anziani – compresi gli ex occupati in lavoro non operaio ma a basso salario – soprattutto donne. La struttura della popolazione milanese è sbilanciata verso le fasce d’età elevate. Anni fa, quando la popolazione era maggiore, demografi e sociologi descrissero in maniera fulminante uno dei caratteri dominanti della struttura demografica milanese: essere donne, essere vecchie, essere sole. Le donne erano ben l’80 % dei residenti ultrasessantenni soli, a loro volta una presenza relativa forte mentre cominciavano a diminuire le fasce d’età giovanili, in seguito man mano sempre più ridotte.

Oggi sappiamo che la decadenza demografica milanese deriva anche dalla struttura d’età sempre squilibrata nella stessa direzione (per ora è troppo scarsa l’incidenza dovuta ai giovani immigrati). La malaresidenza, oltre alla malasanità, infierisce più che nel passato; la proporzione conta più della numerosità assoluta e proprio per questo la città ne risente maggiormente l’effetto. I pensionati, le donne sole anziane, i nuovi poveri, gli ex affittuari di case popolari costretti all’acquisto o ad arrangiarsi in un mercato libero criminoso rappresentano il volto oscurato di una Milano che crede di accecarci con le luci violente della moda, delle fiere, delle strade di negozi e atelier in buona parte in mano alla mafia legale degli investimenti commerciali e finanziari.

L’Aler (Azienda invece che Istituto) ha tradito l’eredità dell’Iacp migliore, coerentemente al cambiamento del nome, il secondo può scusare la propria inerzia con le conseguenze degli atti di un sindaco (Albertini,1997-2006) industrialotto lombardo, deciso da subito, disse, ad amministrare il municipio come un condominio. Il Comune ha privatizzato le migliori delle sue case estromettendo i vecchi inquilini mentre ha lasciato degradare quelle affittate alle famiglie dal reddito per così dire inadeguato; la peggior giunta comunale liberava begli edifici in zone pregiate affittati da decenni a popolo residente con il pretesto di ristrutturarli; poi, magari trascorsi due decenni come nell’incredibile caso (dimenticato?) dei 157 alloggi di piazzale Dateo, negava il diritto al rientro e decideva di guadagnarci vendendoli a prezzi di mercato preferibilmente a un unico imprenditore-speculatore. Altro pretesto quello di reinvestire in alloggi popolari nell’estrema periferia «meno costosi di tre volte», sempre secondo il sindaco Albertini. Da qualche anno il Comune si è accollato una parte modesta del patrimonio di Aler, ma per ora non si conosce l’auspicata politica sociale di sinistra nella gestione delle assegnazioni, della manutenzione, del rapporto fra proprietà e affitto.

Allora, a Milano (in Lombardia) è cambiata la qualità del servizio sanitario nazionale. Molti cittadini (etiam ego) hanno sperimentato sulla propria pelle l’arretramento dalle posizioni di eccellenza invidiate dalle altre regioni. Lo spostamento delle risorse a favore di un numero enorme di cliniche private convenzionate e ad ogni modo il privilegio ideologico e pratico riservato al privatismo più ricco corrispondono al decadimento dell’offerta pubblica. Siamo giunti al momento in cui a Milano e in Lombardia la malasanità si afferma come sistema sociale ed economico. Dovremo aggiungervi la constatazione di una malaresidenza, seconda fettuccia di un legaccio che rende irreversibile la difficoltà di vita di tante famiglie.

7 agosto 2018. Quattro più altri dodici, sono i braccianti morti in Puglia nel viaggio avanti e indietro dai campi; uno è l’autista morto nell’esplosione di un camion di gas sull’autostrada, eccetera... (segue)

Quattro più altri dodici, sono i braccianti morti in Puglia nel viaggio avanti e indietro dai campi; uno è l’autista morto nell’esplosione di un camion di gas sull’autostrada, eccetera. E in un solo giorno e si tratta di quei pochi che sono finiti sulle pagine dei giornali, senza contare gli altri che restano noti soltanto alle famiglie e all’INAIL.

I sedici morti del Foggiano erano in viaggio perché impiegati nella raccolta dei pomodori, proprio quelli che compriamo nel negozio freschi per l’insalata, o come conserve in bottiglia o che vengono esportati a beneficio dell’economia italiana. Insomma morti per la produzione di merci. Perché le merci non si producono a mezzo di denaro, e neanche a mezzo di merci, e neanche soltanto a mezzo di natura, come è stato scritto, ma si producono a mezzo di lavoro umano, di donne e uomini in carne e ossa.

Detta così, è una frase banale, ma in realtà si pensa poco, anche perché esistono dati molto limitati, sul “contenuto in lavoro” di ciascuna merce. Eppure sarebbe utile chiedersi chi ci ha permesso di possederla; se non altro per dire almeno un grazie.

Facciamo un piccolo esercizio proprio con una bottiglia di conserva di pomodoro: innanzitutto occorre il lavoro degli agricoltori che preparano la terra e seguono la crescita della pianta di pomodoro, poi quello di chi lo raccoglie, un lavoro faticoso sotto il sole, che abbiamo visto “assegnato” proprio ai più poveri e ai più affamati, spesso sfruttati da chi preleva parte dei loro magri salari per alloggiarli in modo indecoroso, per trasportarli avanti e indietro del campo con quei “pulmini” altrettanto indecoroso. E non sono solo stranieri, ma anche italiani poveri, perché ci sono anche italiani poveri che si adattano a qualsiasi lavoro --- e non chiamiamoli “umili” lavori --- per sopravvivere.

I pomodori fanno poi un lungo cammino, spesso in un camion guidato da un lavoratore esposto a tutti i pericoli della strada, amplificati dalla fretta e dal caldo e dalla stanchezza. Alla fine arrivano alla fabbrica dove altri lavoratrici e lavoratori li lavano, selezionano, avviano alle macchine che li trasformano in sugo.

Nella stessa macchina alla fine del ciclo la conserva viene posta in una bottiglia di vetro che è stata fabbricata da altri lavoratori, in qualche lontano posto, fondendo ad alta temperatura sabbia silicea e soda e altri ingredienti, ciascuno fabbricato da altri lavoratori che non sanno dove il vetro andrà a finire e chi dovrà ringraziare il loro lavoro, senza il quale la conserva di pomodoro non arriverebbe mai al negozio. La bottiglia deve essere sigillata con un tappo metallico, fabbricato da qualcun altro e sulla bottiglia va applicata con la colla una etichetta, l’una e l’altra fabbricata da altri lavoratori. Infine la bottiglia di conserva viaggerà su automezzi guidati da un lavoratore e, una volta arrivata nel negozio, potremo portarla a casa grazie al lavoro della cassiera. Quante persone faticano, soffrono, talvolta muoiono per soddisfare le nostre necessità, anche per una banale bottiglia di conserva di pomodoro.

Esistono statistiche che indicano quanti addetti o quante ore di lavoro sono assorbiti ogni anno da ciascun settore produttivo, ma il numero di ore di lavoro e il numero di addetti dicono poco su “chi” sono quelli che dedicano un’ora della propria vita per produrre un euro di ricchezza, o un chilo di merce, o per permettere ad una persona ad una merce di percorrere un chilometro, e su dove quei “chi” hanno lavorato, su una piattaforma petrolifera, guidando un camion o un treno, davanti ad un macchinario, o mungendo una mucca, eccetera.

Senza contare che ormai, con la globalizzazione, il ”chi” ha lavorato per farci avere la merce o l’oggetto che stiamo usando può avere la pelle di qualsiasi colore e vivere in qualsiasi paese della Terra. Ogni tanto ci sono risvegli di conoscenza e di coscienza quando qualche forma di violenza raggiunge le pagine dei giornali; è stato il caso della scoperta che il minerale contenente tantalio, in Congo, era estratto da lavoratori quasi schiavi. La storia del coltan insanguinato, dei diamanti insanguinati, è stata conosciuta, spesso grazie alle organizzazioni missionarie.

Ma la storia naturale del lavoro è ancora più lunga; le merci usate non scompaiono; li chiamiamo “rifiuti”, quelli domestici urbani, quelli “speciali”, 150 milioni di tonnellate all’anno in Italia. Ci siamo sempre detto che i rifiuti non scompaiono, che è opportuno smaltirli correttamente, che anzi è meglio riciclarli, ma si pensa poco anche qui a “chi” fa queste operazioni che molti non farebbero neanche per sogno; li sento, dalla finestra della mia camera, la mattina presto, quando svuotano i cassonetti facendo i conti con l’inciviltà di tanti animali urbani che lasciano le “immondizie” per terra, magari gli stessi che si lamentano perché un giorno gli “operatori ecologici” non sono venuti a svuotare i cassonetti.

Per non dire che una parte dei rifiuti viene esportata dove altri lavoratori, in genere in qualche paese povero, per pochi poveri soldi, spesso donne o bambini, razzolano fra tali rifiuti dei ricchi per ricavarne qualcosa di vendibile o di ancora utilizzabile. E chi poi pratica il recupero, per esempio, di metalli e materiali utili dai rifiuti elettronici che ne contengono in quantità, lo fa spesso fra fumi e acidi tossici.

Si lavora per soldi, naturalmente, per una paga che il datore di lavoro misura sulla base del prezzo a cui venderà la merce per assicurarsi un profitto, per cui la paga non ha niente a che fare con la fatica, il dolore, i bisogni, la vita delle lavoratrici o dei lavoratori. E’ il capitalismo, bellezza. Se non ti va bene, questa è la porta. Ma ci sarà mai un mondo in cui il lavoro è felicità, orgoglio di fare cose buone e non solo armi o veleni, un mezzo con cui la lavoratrice e il lavoratore offre una parte della sua vita per risolvere problemi umani dei suoi simili ?

Articolo inviato contemporaneamente a il manifesto.

“Lavorare fa male alla salute”. E’ il titolo di un libro scritto da Jeanne Stellman e Susan Daum, pubblicato nel 1973 e subito radotto in italiano da Feltrinelli, una amara e spietata...(segue)


Lavorare fa male alla salute”. E’ il titolo di un libro scritto da Jeanne Stellman e Susan Daum, pubblicato nel 1973 e subito tradotto in italiano da Feltrinelli, una amara e spietata denuncia delle tante cause di morte e di dolore a cui sono esposti milioni di persone nell’ambiente delle fabbriche, dei cantieri, delle miniere.

Immaginate una guerra che non risparmia donne e bambini, durante la quale, nel mondo, ogni anno, 3 milioni di persone muoiono subito e per le ferite, le mutilazioni, le lesioni e le malattie riportate per cause di lavoro, e in cui 350 milioni di persone soffrono per incidenti avvenuti negli anni precedenti. Solo in Italia ogni anno i morti per il lavoro sono oltre 1000 e gli incidenti sul lavoro oltre mezzo milione. Questa guerra è in corso, continuamente, e le persone di cui parlo sono operai e contadini, guidatori di treni o navi o camion, fabbricano automobili o edifici o scavano carbone nelle miniere e pietre nelle cave. Di questi morti e feriti non esistono neanche statistiche esatte perché molti sono lavoratori non protetti, non registrati dalle agenzie delle Nazioni Unite o dai singoli governi. Spesso le morti o le malattie privano una famiglia dell’unica fonte di reddito.

Nel settembre 1943 nasceva a Roma l'associazione nazionale fra lavoratori mutilati e invalidi del lavoro (ANMIL) che il 19 settembre di ogni anno ricorda le vittime del lavoro. A livello mondiale la International Labour Organization ha deciso di dedicare un giorno, il 28 aprile di ogni anno, al problema dei pericoli e della sicurezza sul lavoro, quest’anno col tema della vulnerabilità dei giovani lavoratori.

Secondo il pensiero corrente sarebbe finita l’esistenza della “classe operaia”; si dedica molta attenzione all’ecologia e alla difesa della natura e dell’ambiente che sono intorno a noi. Si finisce però per dimenticare che la prima ecologia si ha nell’ambiente di lavoro dove un enorme numero di persone, alcuni miliardi nel mondo, vengono ogni giorno a contatto con le mani e col corpo con sostanze tossiche, operano in condizioni di pericolo, sono esposti a rumori e anche a sempre nuove forme di nocività.

Non si dovrebbe morire, e neanche ferirsi o ammalarsi per il lavoro, che non è una cosa astratta, il mezzo per portare a casa un salario o stipendio, ma è la più importante attività umana, quella che permette a ciascuno di noi, di muoverci, di scaldarci, di avere ogni giorno nei negozi gli scaffali pieni delle merci che desideriamo.

Si dimentica, o si fa finta di non sapere, che in ciascuna merce o sevizio (assistenza medica, mobilità, turismo, istruzione, eccetera) c’è “dentro” abilità e fatica e dolore - e anche morte - di qualche persona, donna, uomo, adulti o ragazzi, vicina o lontana.

Comunque le statistiche sulle morti per il lavoro sono ingannevoli perché vengono contabilizzati solo coloro che muoiono direttamente, cadendo dalle impalcature, o colpiti da getti di metalli incandescenti, o travolti da un macchinario o da un trattore, o in breve tempo dopo l’incidente; molti altri muoiono a mesi o anni di distanza per le conseguenze dell’assorbimento, durante il lavoro, di polveri o sostanze tossiche o cancerogene.

Il caso più clamoroso è quello dei morti fra gli operai che hanno maneggiato l’amianto, una delle perverse sostanze cancerogene che da oltre mezzo secolo sono presenti intorno a noi, un lento veleno che proviene dagli isolamenti termici e acustici, da tubazioni, recipienti e tettoie di amianto-cemento, dai freni degli autoveicoli, e che continua a minare la salute di coloro che son ancora esposti all’amianto nelle operazioni di rimozione, eliminazione e smaltimento di manufatti contenenti le pericolose fibre.

L’amianto è solo una delle molte nocività presenti nell’ambiente di lavoro. Da decenni le organizzazioni dei lavoratori si battono per eliminarle; nei paesi europei solo dopo lunghe e dure lotte, dopo varie inchieste parlamentari, sono state ottenute delle leggi che migliorano (che dovrebbero migliorare) le condizioni di lavoro e diminuire i pericoli e per informare i lavoratori sui pericoli da cui sono circondati e a cui sono esposti, spesso senza saperlo. Ci sono voluti anni per eliminare i più tossici fra i solventi clorurati impiegati nelle lavanderie “a secco”, o il benzene nelle colle impiegate nella produzione di scarpe, o per imporre le maschere di protezione per gli addetti alla verniciatura a spruzzo.

Spesso le norme non sono osservate perché rallentano il lavoro o impongono maggiori costi e minori profitti “ai padroni”; purtroppo spesso il pericolo “non si vede” e non si sente e i tumori o le malattie si fanno sentire a molti anni di distanza, come si è visto nel caso dell’intossicazione da cloruro di vinile o dai fumi delle cokerie o dagli altri silenziosi veleni, tanto che è difficile, anche a fini di assicurazioni e risarcimenti e responsabilità dei datori di lavoro, riconoscerli come la vera causa di molte morti.

Nocività, pericoli e veleni mutevoli nel tempo in seguito a “innovazioni” tecniche, all’uso di nuove materie prime, alla diffusione di nuove attività, come quelle che hanno a che fare con lo smaltimento dei rifiuti urbani e industriali, anch’essi di composizione mutevole a seconda della provenienza. Nelle stesse università e nei centri di ricerca ci sarebbe moltissimo da fare, per chimici, ingegneri, medici, merceologi, per aiutare i lavoratori a conoscere le sostanze pericolose con cui vengono a contatto.

I morti per il lavoro meritano al più qualche frettolosa riga nella cronaca dei giornali. Mi piacerebbe che le città, per ogni morto per il lavoro, proclamassero il lutto cittadino, dal momento che si tratta di persone che hanno dato la vita per assicurare una frazione del benessere di cui ciascuno di noi gode. Ci sono delle città in cui una via o una piazza è dedicata ai “Caduti sul lavoro”; sarebbe importante che di loro si parlasse nelle scuole, dal momento che i ragazzi di oggi sono pure i lavoratori di domani.

Alla fine ci siamo intesi” dice Angela Merkel evocando, a commento della crisi politica italiana, il parallelo delle trattative con Alexis Tsipras nell’estate 2015, dopo che l’Unione europea – spalleggiata dal vecchio establishment greco pronto a sollevare eccezioni di incostituzionalità – era intervenuta ad agitare spauracchi d’ogni sorta contro il referendum promosso dal premier appena eletto sul famigerato memorandum.

Tsipras allora non cedette, replicando alle minacce con una retorica serena ma determinata (tutt’altra cosa rispetto alle sparate del Salvimaio) che convinse il suo popolo al “No”. Ma l’Unione (questo il senso vero dell’intraducibile verbo sich zusammenraufen usato dalla Merkel, che vale “trovare un modus vivendi nonostante gli scontri e imponendosi autocontrollo”) impose poi il proprio diktat con le irriferibili minacce “al chiuso” nel drammatico vertice del 12 luglio, al termine del quale la linea politica di Tsipras fu stravolta, e rotolò la testa del ministro Varoufakis.

Keine sorge, troveremo un compromesso anche con gli italiani, dice la Merkel. Il commissario Oettinger, con il suo greve accento del Baden, ha solo il torto di parlare più chiaro quando professa fiducia nel nuovo “governo tecnocratico” di Roma e richiama il fatto – testuale – che “i mercati, le quotazioni dei bond, l’evoluzione dell’economia italiana potrebbero essere così drastici (einschneidend, propriamente “taglienti”) da fornire agli elettori l’indicazione di non votare populisti di destra o di sinistra”. L’applicazione è diversa, ma i criteri sono in fondo gli stessi (“l’impennata dello spread”, “le perdite in Borsa”, “l’allarme degli investitori”) richiamati da Mattarella nel suo discorso per silurare il governo Conte.

Singolari parallelismi. Nel 2013, per l’elezione del presidente della Repubblica, il Movimento 5 Stelle candidò con entusiasmo “uno dei vostri”, ovvero Stefano Rodotà, già presidente del principale partito della sinistra, e capace di intuire il potenziale di cambiamento e di aria nuova insito nel Movimento, se fatto reagire con le forze migliori del Paese: la risposta dell’establishment fu la chiusura a riccio; cinque anni dopo, la sinistra è ridotta a un ruolo di comparsa, e il Movimento è per metà in mano a Salvini. Nel 2018, nell’individuazione del ministro dell’Economia, la Lega propone “uno dei vostri”, ovvero Paolo Savona, già ministro nel governo Ciampi e vecchia (e discutibile) volpe della finanza, nonché capace di dire (da una prospettiva essenzialmente di destra) parole chiare sui difetti strutturali della moneta unica: la risposta dell’establishment è venuta domenica, e rischia di avere conseguenze ancor peggiori.

Si può sostenere che in ambedue i casi le forze proponenti giocassero in realtà un’altra partita, strumentale alla loro crescita ulteriore in termini di consenso dopo il prevedibile niet del sistema: può darsi. E del resto fra le due personalità corre un abisso – il governo Conte che si annunciava (come denunciato anche all’interno del Movimento da alcune voci libere) sarebbe stato sotto molti profili un incubo o una baraonda, e si sarebbe probabilmente incagliato in breve tempo, lasciando macerie. Tuttavia, la strategia di depotenziare il voto di milioni di italiani e di silenziare certe istanze col richiamo allo spread o al volere dei mercati, può pagare alla breve, per esempio evitando al Paese il trauma di ministri lepenisti pronti a effettuare rimpatri di massa – ma difficilmente funziona alla lunga. O si condivide la prospettiva di Oettinger (spaventare gli italiani per ridurli a più miti consigli nelle urne) oppure è una pia illusione che la destra “moderata” (per tale, ormai, viene fatto passare Silvio Berlusconi!) possa mantenere le posizioni in un Nord arrabbiato (lo mostreranno le imminenti elezioni comunali), o che la sinistra, desertificata dal perdurante renzismo e da mesi evanescente, possa davvero recuperare fiato drenando i “sinistrorsi delusi” di un M5S votato alla deriva gialloverde.

Si è creata una lacerazione istituzionale dolorosa; si è finito per aizzare la folla contro i giochi di palazzo e le agenzie di rating; si è schiacciato il M5S (fin troppo ingenuo di suo) sull’egemone Salvini; si è fornita una formidabile sponda a chi piccona il sistema seminando sfiducia nelle istituzioni e nell’Europa, o denigrando la democrazia rappresentativa.

Certo: la Grecia di oggi, imbambolata dalla sfiducia, svuotata di tutti i suoi asset strategici, umiliata e illusa con un misero avanzo primario di cui non si avverte alcun beneficio, vegeta in una cupa rassegnazione che forse, dopo anni, tornerà a premiare i vecchi partiti nelle elezioni del 2019. Ma non è affatto detto (ed è poi veramente auspicabile?) che in Italia accada lo stesso.

Questo articolo è inviato contemporaneamente a Il Fatto quotidiano

Così, hanno vinto le mamme no-inceneritore dopo anni di lotta contro il presunto “termovalorizzatore”di Case Passerini, l’impianto in grado di bruciare 200.000 tonnellate di rifiuti... (segue)
Così, hanno vinto le mamme no-inceneritore dopo anni di lotta contro il presunto “termovalorizzatore” di Case Passerini, l’impianto in grado di bruciare 200.000 tonnellate di rifiuti l’anno che doveva sorgere nella piana fiorentina, in prossimità della pista del nuovo aeroporto. Una lotta che ha portato in piazza migliaia di persone, condotta come le donne sanno fare, con inventiva, mobilitazione, allegria, inclusiva e allo stesso tempo distinta dalle opzioni e dalle strategie amministrative.

Il progetto, deciso politicamente nel 2005, aveva ottenuto una Via positiva nel 2014 e un’autorizzazione unica ambientale nel novembre 2015, ma era stato bloccato dal Tar regionale della Toscana nel 2016. Ora il Consiglio di Stato ha confermato la sentenza del Tar con grande scorno del sottobosco politico, quello che si ricicla nelle controllate pubbliche, nella fattispecie in Hera che insieme ad Ato Toscana controlla Q Thermo, la società che avrebbe dovuto realizzare l’impianto, con la nota distintiva di un presidente rinviato a giudizio per bancarotta e indagato per corruzione.

Le sentenze del Consiglio di Stato e del Tar hanno annullato l’autorizzazione ambientale con una motivazione che potrebbe fare scuola e che getta luce su una prassi consolidata di illegalità, tollerata dalle amministrazioni e incoraggiata dei politici. La prassi è di eludere le prescrizioni legate a varie forma di valutazione poste a difesa dell’ambiente e della salute pubblica, in primis la Via.

Il consiglio di Stato non ha trovato niente da eccepire sull’iter procedurale seguito da Q Thermo, ma rilevato che non sono state realizzate, né realizzabili, le misure compensative necessarie per mitigare gli effetti inquinanti dell’impianto, in particolare le opere di rinaturalizzazione e di creazione di nuovi boschi circostanti, opere non più fattibili perché su di esse si sovrappone la pista del nuovo aeroporto. Entrambe le sedi giudiziarie hanno, inoltre, affermato che in linea di principio i provvedimenti compensativi di un’opera impattante devono essere realizzati prima della sua entrata in esercizio e non rimandati a un futuro indeterminato; aggiungiamo, con la speranza che la loro memoria si perda nel tempo.

Una vittoria gravida di conseguenze che si applicano perfettamente all’altra grande opera che incombe nella piana fiorentina, il nuovo aeroporto di Firenze. E qui conviene fare un passo indietro e ricordare che nel 2003 la società Aeroporto di Firenze (AdF) aveva proposto l’incremento di voli e passeggeri dell’aeroporto esistente, ottenendo un decreto di compatibilità ambientale: tuttavia con prescrizioni ritenute da AdF troppo onerose e perciò impugnate con ricorso al Presidente della Repubblica. L’impugnativa era stata discussa nel 2012, ma i suoi esiti tenuti nel cassetto dal Ministero dell’Ambiente, né comunicati alla Regione Toscana. Ora, finalmente, per la tenacia di Gianfranco Ciulli, coordinatore dei Comitati per la salute della Piana Prato-Firenze, sappiamo che il ricorso era stato respinto; ma il suo occultamento ha permesso a AdF di tirare avanti come se niente fosse: prescrizioni contestate, confermate dal Consiglio di Stato e dal Presidente della Repubblica e ignorate in modo illegale e pretestuoso.

La storia si ripete, o così si vuole, per la Via del nuovo aeroporto, dopo che opacità e collusione tra privati e istituzioni statali sono state consacrate del Decreto legislativo 104 del 2017. Applicando il Decreto, che permette a proponente e autorità competente di mettersi d’accordo sul grado di definizione del progetto, già ridotto da “definitivo” a “di fattibilità”, sono state ammorbidite o eliminate molte delle prescrizioni condizionanti il parere positivo alla Via. Ma alcune di quelle rimaste in piedi, se rispettate, renderebbero impossibile la più volte annunciata apertura della nuova pista, sempre entro due anni dall’ultimo annuncio e progressivamente spostate dal 2017 al 2020. Diventa, perciò, decisivo il ruolo dell’Osservatorio, preposto a monitorare la realizzazione del progetto e a verificare l’ottemperanza di quanto prescritto nel parere di compatibilità ambientale.

Ed ecco un accordo in variante tra ENAC e Ministero dell’Ambiente che esclude dall’Osservatorio i Sindaci dei Comuni interessati dal nuovo aeroporto a favore di un unico rappresentante, Dario Nardella, Sindaco della Città metropolitana, strenuo sostenitore del progetto, uomo di Renzi, oltre che rappresentante politico dell’establishment fiorentino. Un Osservatorio, centralizzato, lontano dai cittadini e dai loro interessi, vicino ai poteri forti, possibilmente opaco e inefficiente, con l’obiettivo di rimandare alle calende greche e infine di vanificare i provvedimenti compensativi più importanti, in primis la creazione di nuove aree lacustri a compensazione delle oasi faunistiche che saranno distrutte dalla nuova pista.

Cosa faranno ora Toscana Aeroporti ed Enac, dopo la sentenza del Tar che pone la parole fine al progetto dell’inceneritore sancendo che le opere compensative destinate a ridurre l’impatto ambientale devono essere fatte prima della realizzazione del progetto sottoposto a Via e non rimandate a un futuro imprecisato e incerto? Seguiranno la stessa strategia di non ottemperare a quanto prescritto o premeranno per qualche provvedimento legislativo ad hoc? Dopo la Legge Madia che sbilancia grandemente a favore dei privati i ruoli e i pesi nella Conferenza di Servizi e il Decreto 104, scritto sotto dettatura di Confindustria, c’è da aspettarsi di tutto.

(segue)

Bisognerebbe abolire nella discussione politica e sul modo di vita nel paese la parola «sinistra» o la locuzione «di sinistra». Si diventa abitudinari nel linguaggio specialmente quando prevale la mediocrità e la ristrettezza verbale nella comunicazione, non solo fra le classi povere; anzi oggi è la classe nello stesso tempo egemone e dominante a imporre l’uso generalizzato di uno smilzo vocabolario necessario sia a se stessa che detta legge, sia agli sfruttati che chiedono, perorano. Una buona cultura generale, una «lingua salvata» (Canetti) non abita più qui. «Sinistra» nella storia sociale europea è sempre corrisposta a un scelta precisa nell’azione e nell’intenzione, chiare e distintive; l’esempio della rivoluzione francese travalica il puro dato della collocazione dei deputati a destra o a sinistra del presidente dell’assemblea.

Dove gli ideali e le idee? Dove le realizzazioni socialdemocratiche, non dico socialiste, nelle amministrazioni regionali o comunali giacché la scena nazionale, dopo il quarto di secolo berlusconiano (e Berlusconi è ancora lì), presenta solo il sorprendente tempo breve di un gradasso Matteo Renzi per il partito del quale si è pur continuato a parlare di centrosinistra: partito che ha cancellato nell’acronimo la s (Pds) di «sinistra», per conservare la d, democratico (ci mancherebbe), approfittando della mancanza di cultura nelle sue file e fuori per far credere di ispirarsi alla tradizione rooseveltiana dell’omonimo partito statunitense, peraltro ridotta a deboli ricordi dopo le sconfitte elettorali al senato e alla camera e l’uscita di scena di Barack Obama. È badando ai fatti che anche il più generoso degli analisti politici non riuscirà a trovare alcun segno di riforma d’avanguardia o realizzazioni di tipo comunitario dove una presunta sinistra detenesse in questo secolo o detenga il potere, anzi strapotere (giunta comunale o giunta regionale e attinenti maggioranze). Dico strapotere e spiegherò più avanti.

Come una nemesi saettata dal cielo da un urbanista sincero d’altri tempi, ora vige il tradimento dell’urbanistica pubblica e sociale anche nei punti di maggior resistenza. Ah, il mito emiliano bolognese. Si è visto il nuovo modello. Le «sette città» bolognesi come i peccati capitali, o il settimo sigillo aperto dall’Agnello, da cui le strombettate trionfali dei sette angeli che non impediranno l’avvento di grandine e fuoco misto a sangue. O come la settima delle età dell’ansia, un’ultima città inquieta prossima alla morte (Auden/Bernstein, The Age of Anxiety, 1947). I bravi bolognesi d’antan, convinti di aver realizzato il miglior esempio di pianificazione generale e locale, se sopravvissuti si sono ritrovati nel nuovo contesto culturale ultraliberista, anzi reazionario, soggetti al più tristo patto col diavolo, quasi fossero il povero soldato col suo violino (Ramuz/Stravinskij, 1918) ma non giustificati dalla stessa sprovvedutezza.

E l’ultimo mito toscano? La rattristata Anna Marson ha creduto di far la rivoluzione (in urbanistica) e s’è trovata sola, sguarnita da ogni parte, salvo il gesto consolatorio di qualche collaboratore. Nella carta d’Italia che rappresenta il colore politico regionale dopo le ultime elezioni (impiegando i vecchi schemi), Emilia-Romagna e Toscana esse sole appaiono in rosso. Di buona memoria, come usa dire. Il distacco da tutto il resto, centrodestra o cinque stelle, è menzognero poiché un’omologazione generale ha cancellato le differenze, quelle profonde, credute irreversibili. La mondializzazione ha in sé l’italianizzazione, uniformità piatta dalla Vetta d’Italia a Capo Passero. Un colossale schiacciasassi si è aggirato dappertutto discendendo dal monte settentrionale al mare siciliano spianando ogni corrugazione.

Poteri e strapoteri oligarchici di sindaci, presidenti, giunte: ammessi da una normativa antidemocratica che i partiti della sinistra (eravamo ancora ben dentro al secolo scorso) avrebbero dovuto boicottare invece che sottoscrivere in ossequio al peana della stabilità. Sindaci e presidenti governano super-garantiti dalla numerosità post-legale della maggioranza, con le loro giunte imbottite di tecnici o amici non eletti. Ad ogni modo, per assurdo se ne poteva approfittare in senso progressista; come la destra poteva farlo in senso conservatore. Sarebbe stato scontro degli opposti. Così dove primeggiava, la formazione politica ritenuta di centrosinistra avrebbe potuto ottenere risultati superiori alle attese in ogni campo, avendo per presupposto i diritti e il bene della classe lavoratrice. Primo obiettivo: cercare di ribaltare gli esiti della nuova lotta di classe, quella, descritta da Luciano Gallino, dei ceti borghesi o arrivisti, ricchi vincitori contro i ceti subalterni poveri e perdenti (L. G. La lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza 2012). E dove stava all’opposizione, nonostante la punizione numerica causata dalla regola elettorale, avrebbe potuto superare la frustrazione e scatenare battaglie d’impedimento, d’ostacolo all’amministrazione conservatrice o reazionaria.

La sinistra approvò la nuova legislazione rivendicando un principio assoluto di autonomia locale, l’esigenza di democrazia capillare, la garanzia di libertà da qualsiasi controllo d’ordine politico-amministrativo superiore. Non erano motivazioni, queste, di vecchie battaglie di comunisti e socialisti? Eh, no. Quando ci battevamo per una vera autonomia locale il potere di sindaco e giunta era in tutti i sensi estraneo all’enormità dell’attuale condizione oligarchica. In primo luogo tutte le deliberazioni della giunta, fosse anche quella per lo spostamento di un tombino della fognatura, dovevano essere approvate dal Consiglio comunale, luogo non fittizio di discussione democratica fra posizioni diverse e opposte, spesso al limite dello scontro; in ogni caso difficoltosa (non esistevano premi spropositati di maggioranza). Poi le delibere dovevano sottostare al taglieggio della giunta provinciale amministrativa, alias prefettizio (ossia lo stato). Controllo di legittimità, la formula; al contrario, visto il merito lo scopo consisteva nell’ostacolare e respingere le decisioni dei Comuni di sinistra su pressione della Democrazia cristiana.

Tuttavia l’azione dei Comuni rossi trovava la strada per distinguersi in realizzazioni locali differenti da quelle delle amministrazioni bianche e alleati grigi o rosa sottomesse alla ragion di stato e, sempre, agli interessi del padronato (termine non più in uso, ma largamente espressivo). Guardiamo l’urbanistica. Non tutto splendeva a sinistra nel piano regolatore e attinenze, per misurata competenza e anti-velleitarismo previsionale; ma non erano pochi i casi di questo tenore. Si videro anche tentativi quasi rivoluzionari: al di là della scontata dotazione dei servizi sociali, un disegno organico e strategico di terreni ricostitutivi di demanio pubblico attraverso l’esproprio (Milano possedeva fino agli anni Trenta un ampio patrimonio fondiario. Ci pensarono podestà e compari a smantellarlo, svendendone buona parte a cricche speculatrici e a pesci grossi dell’economia). Ancora: quando la rivista «Urbanistica» (direttore Giovanni Astengo) pubblicò nel fascicolo n. 41 del 1964 i primi Piani di Zona, si notava che almeno un Comune rosso non aveva adottato progetti di quartieri emarginati in lontane periferie per non turbare la continuità di riproduzione reddituale nell’aggregato urbano.

Omologazione, dicevo. Riguardo alla pianificazione urbanistica locale esiste una sola tendenza, un solo progetto egemonico: liberismo impietoso, spesso culturalmente provocatorio nell’essenza di servizio agli appetiti del «padronato» (guarda caso) ora indentificato come finanzieri, speculatori fondiari, industrialotti (i grandi industriali magari illuminati almeno a 60 watt si sono estinti), imprenditori edili e imprese di costruzioni.

Quando fu diffusa la nuova maniera dei bolognesi, talmente esagerata nell’aver gettato il destino della città in mano al Moloch per natura dedito a distruggere i beni dell’umanità e del singolo uomo, qualcuno credette di poter vantare, qui a Milano, una diversità, una distinzione motivata con noti vecchi titoli – capitale economica e capitale morale… capitale della moda e del design: eppure, i primi scaduti come una cambiale fasulla dell’ex campione milanese del mercato immobiliare Ligresti, i secondi propagandati come «attrattività» mondialista di una città che in quattro decenni era riuscita a perdere mezzo milione di residenti e si è salvata dal temibile crollo demografico grazie a 250.000 immigrati extracomunitari, sfruttati silenziosamente nei lavori trascurati dai milanesi, autoctoni o alloctoni che siano [1].

[1] Ho scritto diversi articoli in eddyburg su Milano. Per chi volesse inserire l’attuale in una informazione critica ampia se non esaustiva, ne elenco alcuni ritrovabili nel sito:
- Com’era Milano e com’è al tempo dell’Esposizione, 9 aprile 2015.
- La contesa degli identici a Milano, madre della compravendita, 21 aprile 2016.
- I sindaci: l’urbanistica è mia, 15 maggio 2016.
- Meno «rito ambrosiano» ma nuovi ritualismi, 21 settembre 2016.
- Negli anni Ottanta ci invitavano a berla, Milano, ora ci chiamano a darle l’incenso, 17 novembre 2016.
- MILANO ONALIM. La vita d’oggi in città, 17 marzo 2017.
- Realtà e propaganda nella condizione urbana, 22 febbraio 2018.


Spetterà alle inchieste, e agli storici, stabilire come sia stato possibile che martedì a Parigi 1200 black bloc incappucciati - peraltro ben annunciati - abbiano potuto prendere indisturbati la testa del corteo del 1 maggio e abbandonarsi ad atti violenti tra Austerlitz e Bastille, venendo contenuti solo tardivamente da una polizia assai mal condotta (severe in proposito le parole del leader del sindacato CGT Philippe Martinez, ad onta dei trionfalismi del ministro dell’interno Collomb). Di certo la declinazione violenta e repressiva della manifestazione (109 arresti) ha giovato al presidente in carica per almeno due motivi. Da un lato, a breve termine, ha creato un precedente che potrebbe intimidire (giustificando ogni contromisura) la grande manifestazione contro il governo indetta da partiti e associazioni per sabato 5 maggio (“la fête à Macron”): una dimostrazione che, nel cuore di una stagione di scioperi ostinati in tutti i settori della vita pubblica francese, vuole rappresentare una prima “spallata” se non al presidente almeno all’arroganza del suo potere, refrattario al dialogo sociale e assai disinvolto nella prassi parlamentare.

D’altro canto, le violenze hanno obliterato le vere ragioni di un corteo eterogeneo e colorato, che era in grado di dar voce a istanze disparate in una prospettiva di lotta comune. Non sono frasi fatte. In Piazza della Bastiglia nel pomeriggio di martedì si trovavano banchetti e volantini di ogni genere; molti, com'è naturale, parlavano di questioni francesi: la mano libera alla finanza selvaggia, il taglio delle tasse ai più ricchi, la legge restrittiva sul diritto d’asilo, l’indifferenza alle questioni ambientali, il nuovo sistema selettivo di accesso agli studi, la regionalizzazione dell’orientamento universitario, la demolizione del diritto del lavoro, le privatizzazioni di ferrovie, aeroporti e giochi d'azzardo, le nuove lotte per il reddito di cittadinanza, per la tutela dell’ambiente, per la cogestione delle imprese, per una nuova Banca nazionale.

Ma a queste rivendicazioni si mescolavano fisicamente, sul campo, una serie di questioni internazionali connesse con l'attuale modello di sviluppo e di governo del pianeta, e tutte incarnate non da improbabili opinionisti in doppiopetto bensì da folti gruppi di uomini e donne dei Paesi interessati: in pochi metri s’incontravano così il genocidio dei Tamil in Sri Lanka, i nefandi accordi per il rimpatrio dei migranti del Mali, le atrocità del regime iraniano, il movimento per la liberazione della Cabilia, la lotta dei Palestinesi per una loro patria, le legittime aspirazioni a uno stato dei Curdi (scesi in piazza a centinaia e centinaia), gli arresti ingiusti di comunisti sauditi, presidenti brasiliani, giornalisti turchi e dissidenti marocchini, e via dicendo.

In nessun’altra città la presenza di così tante comunità radicate e vigili sul destino proprio e del mondo intero si congiunge a una riflessione così matura e severa sui limiti della società neo-capitalista, non nell’ottica di difese corporative di vecchi privilegi ma nella prospettiva di un fascio di problemi da affrontare su scala globale: è per questa caratura internazionalista e interclassista (dagli studenti ai ferrovieri ai sans-papiers: anche persone che in teoria dovrebbero farsi la guerra tra loro) che, al di là delle nostalgie del cinquantenario, il riaccendersi del maggio francese fa paura all’establishment.

A volte, anche fuori dalle piazze, basta poco per farsi capire: i cinque attori che in un teatro di Montmartre danno vita alla pièce di Judith Bernard Amargi! (dal nome della cancellazione del debito nell’antica Mesopotamia) illustrano in un'oretta con precisione e garbo come qualmente il sistema del debito, descritto nei suoi presupposti storici e teorici da Solone a Piketty, stia portando il mondo alla catastrofe morale e materiale, nella fattispecie all’eventualità di un vasto conflitto armato. La via d’uscita immaginata sul palcoscenico (una complessa società senza più proprietà lucrativa né banche, fatta di cogestione e microcredito e salario universale) può sembrare utopistica, ma ha senz'altro il merito di offrire un’alternativa alla rassegnazione, o ad una pericolosa involuzione destrorsa e nazionalista.

Anche le tragedie, nel nostro paese, vengono utilizzate come strumenti per la privatizzazione di parti importanti di città. Una tragedia della mancata accoglienza dei migranti in Sicilia viene trasformata in un affare immobiliare a Milano. (m.p.r.) con riferimenti

Nell’articolo pubblicato sulle pagine milanesi de la Repubblica, "Barcone a Milano, progetto a rischio", 30 aprile 2018, sempre acritiche quando si tratta di commentare i grandi progetti urbanistici, si manifesta una certa preoccupazione: forse il “Barcone dei migranti” non arriverà nel cortile della ex Facoltà di Veterinaria.

Quella tragedia rimane incancellabile nella nostra memoria: 700 vittime annegate nel 2015, intrappolate nella stiva di una carretta del mare affondata nelle acque antistanti Augusta. Mancava poco al salvataggio, reso vano dalla criminale disattenzione di un comandante ubriaco.

Il recupero del relitto è stato guidato da una task force della Marina Militare e quello delle salme da una équipe medico-scientifica che è stata capace di dare un nome alle vittime per affidarle al dolore dei parenti e a una sepoltura degna.

Quando questo terribile evento, che era stato affrontato con la pietas dovuta, ha cominciato a perdere il suo significato profondo? Quando si è pensato di utilizzarlo a supporto del progetto di trasferimento delle Facoltà Scientifiche dell'Università Statale dal quartiere di Città Studi nell’area exEXPO e della valorizzazione immobiliare delle aree liberate. Il Barcone dovrebbe infatti essere collocato nel cortile della ex Facoltà di Veterinaria come prima testimonianza di un futuro “Museo dei diritti umani”.

La decisione appare chiaramente strumentale e criticabile; una critica da non confondere, ovviamente, con le reazioni ostili dei leghisti e dei razzisti dei quali brulica la città.

Che ci sia un ampio disaccordo nel merito del progetto fra coloro che subiranno le conseguenze del trasferimento da Città Studi (studenti, ricercatori e professori delle Facoltà Scientifiche e residenti del quartiere) è a tutti ormai noto. Che il governo Gentiloni abbia destinato 500.000 euro per il viaggio di trasferimento a Milano del Barcone forse è meno noto ai non milanesi: un cinico espediente per sviare l’attenzione da un ennesimo progetto fortemente desiderato soltanto dai proprietari di un’area, quella dove si è svolta EXPO; che non è attrattiva per il mercato [1].

Ma il viaggio del Barcone sembra in forse. Il sindaco Sala, si riferisce nell’articolo, dopo aver incontrato il sindaco di Augusta nel cui mare sono annegati i migranti (e che ha ripetutamente chiesto di realizzare un “museo della memoria” dedicato a tutti i migranti annegati nel Mediterraneo), ci sta ripensando. Anzi, meglio: ‘si cava fuori’ e scarica sulla Università Statale, e in particolare sul Rettore e il Senato Accademico, la responsabilità della decisione finale; anche perchè il sostegno finanziario al progetto, promesso dal governo in carica prima delle elezioni politiche, è diventato completamente aleatorio.

Giuseppe Sala è d'altra parte sempre stato convinto che siano altri, e non il governo locale, a potere/dovere decidere in ultima istanza dell’urbanistica milanese; è da decenni un convinto sostenitore del ‘mercato’: degli standard qualitativi, della contrattazione pubblico/privato senza valutazione ex ante e senza regole di trasparenza, dei Programmi Integrati di Intervento, della perequazione estesa, del 'mix flessibile'. Da quando è stato eletto sindaco, ha proceduto senza incertezze in questa direzione ormai consolidata dai sindaci che lo avevano preceduto: in primis, con l’ADP sugli Scali Ferroviari, successivamente con il progetto di svuotamento del quartiere storico vocato alla scienza più importante della città, per citare soltanto i due casi più rilevanti.

Ingannano il suo garbo, la sua propensione al sorriso, la sua buone educazione, una certa, sempre più inusuale fra i sindaci del nostro paese, attenzione al linguaggio della solidarietà? Ma Sala bifronte è comunque un più che fedele sostenitore della ricetta urbanistica di Lupi che tanti danni ha prodotto al tessuto sociale della città. Così come lo è il suo assessore all’Urbanistica Pierfrancesco Maran.

Purtroppo, oggi più che mai, a Milano non sono soltanto i privati speculatori che ragionano (ovviamente) da privati speculatori e gli amministratori locali che ragionano da privati speculatori, ma anche parte cospicua della ‘lobby universitaria’: della quale fanno parte certamente il Rettore della Statale Vago (che non sembra essere un grande ‘visionario’) e, soprattutto, i più che navigati urbanisti del Politecnico che, da Pisapia in poi, hanno sempre garantito il supporto tecnico-scientifico alle peggiori operazioni di privatizzazione della città. Sono loro che hanno ricevuto dal Comune l’incarico per la “definizione di nuovi scenari urbani nell’ambito di Città Studi”. Inutile dire che la scelta dei collaboratori, anche in questo caso come in tutti i precedenti, non è avvenuta sulla base dei requisiti scientifici, ma della ‘fedeltà alla linea’. Chi ha intelletto per capire, occhi per vedere e, soprattutto, attenzione alla tutela delle vocazioni storiche dei quartieri milanesi e alla vivibilità della città, non ci sta. Chi ha a cuore il destino dei migranti, si indigna una volta di più.

[1] Le quote di AREXPO S.p.A risultano così ripartite: Regione Lombardia, 34,67%; Comune di Milano, 34,67%; Fondazione Fiera Milano, 27,66%; Provincia di Milano, 2,0%, Comune di Rho: 1%.


riferimenti

Sul trasferimento delle Facoltà Scientifiche di Città Studi nell’area ex Expo si vedano su eddyburg gli articoli di Marina Romano Milano Città Studi. Cittadini che non si rassegnano, di Giorgio Origlia Città studi: si dirà che il trapianto è riuscito ma il donatore è morto?, di Ennio Galante Città degli Studi: 3 domande a lorsignori, l'appello del gruppo cittadinanza attiva e comitato FAI Che ne sarà di città degli studi?, di Giancarlo Consonni Che azzardo l’università sui terreni dell’Expo, uno sguardo d'insieme delle trasformazioni in corso a Milano di Gianni Barbacetto e Marco Maroni Ancora grattacieli e cemento, il nuovo sacco di Milano

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. E certo non ci dispiace sentire la Farnesina, una volta tanto, fare la voce grossa perfino con un paese amico come la Francia. E tuttavia avremmo preferito - e non da oggi - che una tale coralità di sdegno si fosse manifestata per quel che ormai da qualche anno accade alla frontiera di Ventimiglia. In questa linea di confine, dove una lunga catena di disperati cerca di raggiungere la Terra Promessa del Nord Europa, la Francia, i governanti francesi hanno allestito una barriera che è diventata una macchina di persecuzione dell'immigrato. Un dispositivo di caccia allo straniero ormai sin dentro i nostri confini, per l'appunto. I governi della Francia, del Paese dove è fiorita la cultura della tolleranza e l'idea suprema dell'umana fraternità come scopo della politica; il paese dove da sempre trovano asilo i perseguitati, hanno offerto al mondo l'immagine più meschina e degradante del proprio paese. A partire dal socialista Hollande - uno dei tanti che, in Europa, ha fatto strame della propria tradizione politica – meritatamente cancellato dalla geografia politica francese.

Gli italiani e gli europei, grazie alle immagini della TV, hanno potuto osservare a quale doloroso calvario i gendarmi francesi condannano centinaia di giovani africani e mediorientali, che tentano la sorte attraversando di notte, a temperature insostenibili, i valichi alpini, come quello del Monginevro. Gli italiani e gli europei hanno appreso del trattamento riservato a Beauty, una donna di trent'anni, incinta, malata di linfoma allo stato terminale, fornita di permesso di soggiorno e fatta scendere dal pulman che la portava in Europa, perché il marito era “irregolare”. Un episodio raccontato dalla stampa democratica in tutti i suoi atroci particolari.

Un episodio in cui la ferocia diventa oscena e la Francia, un paese opulento e sottopopolato, espone la sua immagine al disonore del mondo. E tuttavia, se non ci inganniamo, solo Marco Revelli ha avuto il coraggio intellettuale di dire quello che i commentatori perbene, rispettosi sino alle virgole dell'ordine costituito, non osano dire: «È impossibile pensare che dietro questi comportamenti reiterati non ci sia un ordine dall’alto. Che dietro la vergogna del Monginevro non ci sia l’infamia dell’Eliseo, e la firma di quell’Emmanuel Macron che a parole si presenta come campione di europeismo e di libertà, comprensivo delle ragioni dell’Italia e critico della sua solitudine sul tema migranti, ma che nei fatti alza muri come un Orbán qualunque. Ma è anche necessario aggiungere che al fondo di ogni catena di comando ci sta un uomo, che quell’ordine lo esegue. E che chi nella neve dei 1.900 metri ha vessato, offeso, esposto alla malattia e alla morte altri esseri umani, perseguitato i soccorritori e angariato i fragili, porta per intero la responsabilità della propria abiezione» (il manifesto, 1.4.2018).

E qui Revelli individua una questione di prima grandezza, perché oggi il potere, soprattutto quello supremo, ama nascondersi, magari dietro un sorriso affabile e sorridente. E in questo caso affida alle divise dei gendarmi frontalieri i compiti operativi dei suoi nascosti comandi. Come potrebbero, del resto, delle semplici guardie agire con tanta pervicace ferocia senza un comando politico dall'alto, del Ministero degli interni, e come questo potrebbe imporre un tale indirizzo senza l'avallo del Presidente? Se tale catena di comando è un fatto ben noto ed ovvio degli stati contemporanei, se ne trae una conseguenza che bisogna avere il coraggio di smascherare: la viltà del potere più alto.

Bisogna guardare dentro questa divisione del lavoro interna alla macchina del comando politico, dentro, direbbe Foucault, la “microfisica del potere”. Perché se Macron lucra consensi elettorali con la sua politica di ostentata ostilità agli immigrati, non è poi lui a subire conseguenze personali di eventuali e immaginabili ritorsioni. Nessuno, infatti, può pensare che la sofferenza inflitta ai disperati che cercano salvezza in Francia, non venga conosciuta da chi medita attentati terroristici nelle nostre città. E non è difficile immaginare quali nuove, rabbiose motivazioni tratrà dal rinfocolato desiderio di vendetta generato da tanti episodi. E tuttavia, quando la follia omicida lo spingerà, la sua azione rispetterà l'asimmetria e le maschere del potere che reggono il mondo. A essere colpiti e morire saranno cittadini innocenti.

Articolo inviato contemporaneamente a il manifesto

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