John Ashton, Europe Feels The Heat, WWF International, Power Switch Campaign, Gland, Svizzera, agosto 2005; Estratti e traduzione per Eddyburg a cura di Fabrizio Bottini
[...] È chiaro: le Capitali europee avvertono il riscaldamento
Le analisi sui dati climatici del WWF per le 15 capitali del vecchio nucleo dell’Unione Europea, più la capitale polacca Varsavia, rivelano altre sorprendenti statistiche sulle temperature. Nei primi cinque anni di questo decennio, le temperature medie in 13 delle 16 città erano perlomeno di un grado superiori a quelle del primo quinquennio degli anni ‘70.
La temperatura media dell’Europa è cresciuta di 0,95 gradi nel corso del XX secolo e quella globale di 0,6 gradi. Il maggiore incremento rilevato dalla nostra analisi, calcolato secondo metodi diversi ma ampiamente comparabili, ha avuto luogo in meno di trent’anni.
Abbiamo esaminato prima le temperature massime medie estive. Il massimo aumento fra 1970-’74 e 2000-’04 è stato a Londra, con 2º, seguita da Atene e Lisbona, assestate a 1,9º, Varsavia (1,3º), e Berlino (1,2º). Per le altre città o non si registrava un incremento delle temperature utilizzando i massimi estivi, o, in alcuni casi, era difficile ottenere questi dati.
Ad ogni modo, quando analizziamo le temperature estive per queste città, emerge una tendenza simile di aumento. L’incremento maggiore è a Madrid, con 2,2º, seguita da Lussemburgo, a 2,0º, Stoccolma (1,5º), Bruxelles (1,2º), Roma (1,2º), Vienna (1,2º), Parigi (1,0º), Amsterdam (1,0°), Helsinki (0,8º), Dublino (0,7º), e Copenaghen (0,2º).
Oltre a comparare i due quinquenni, il WWF ha anche calcolato le tendenze generali per le 16 città fra il 1970 e il 2004. Riportate su un grafico, le linee di tendenza mostrano un aumento significativo per 14 delle città analizzate, il che rappresenta una prova in più del loro rapido riscaldamento. Solo Dublino e Copenaghen non evidenziano aumenti significativi.
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Il riscaldamento globale è una realtà
Nel corso del XX secolo le temperature medie globali sono aumentate di 0,6º, e la media europea di circa 0,95º. Circa due terzi dell’aumento globale si concentrano a partire dal 1975. La maggior parte degli studiosi del clima concorda sul fatto che il riscaldamento sia dovuto soprattutto alle attività umane. Stiamo esacerbando l’effetto serra, un fatto in sé naturale che intrappola le radiazioni solari creando una “coperta” che riscalda la Terra e la rende abitabile.
Gli effetti sulle condizioni mondiali del tempo
0,6º può sembrare poca cosa. Ma come avviene per le persone, un piccolo rapido aumento di temperatura può avere conseguenze gravi. La maggior parte degli scienziati del clima ritiene che questo incremento sia sufficiente a sconvolgere il delicato equilibrio naturale, producendo eventi estremi come onde termiche, siccità, tempeste.
Non si tratta di un processo lineare. Le temperature più elevate aumentano la quantità di vapore acqueo nell’atmosfera, che a sua volta porta più pioggia e rende alcune regioni più umide. Ma le modalità di circolazione dei venti e degli oceani renderanno altre regioni significativamente più secche. E queste regioni più secche probabilmente sperimenteranno tempeste più intense.
E ahimè,il peggio deve ancora venire.
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Il fattore popolazione: l’effetto serra si accumula
L’aumento delle temperature globali è stato accompagnato da un aumento dei gas serra prodotti dall’uomo. L’anidride carbonica rappresenta l’80% di questi gas. Ne vengono prodotte circa 24.400.000.000 tonnellate ogni anno: circa 12 volte i livelli del 1900. Il singolo maggiore produttore è il settore dell’energia, responsabile per il 37% delle emissioni di CO2 di origine umana, per il 39% in Europa.
La concentrazione di CO2 nell’atmosfera è aumentata del 36% a partire dalla rivoluzione industriale a metà del ‘700, ed è superiore a quella di tutti i tempi negli ultimi 420.000 anni.
Come per il riscaldamento globale, la maggior parte di questo incremento ha avuto luogo negli ultimissimi decenni. Fra la metà del ‘700 e la fine degli anni ’50 i livelli medi di CO2 sono saliti da 280 a 315 parti per milione (ppm). Nel 2004, hanno raggiunto il record di 378.
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L’Italia
I costi umani dell’ondata di caldo del 2003 in Italia sono stati superiori che nelle altre nazioni europee. Secondo le statistiche governative rese disponibili a giugno, sono morte 20.000 persone. Si tratta del doppio delle stime originali, e di una cifra superiore a quella della Francia, sinora ritenuta la nazione più colpita d’Europa. Sono stati rilevati quasi 2.000 incendi di boschi durante quell’estate, e i danni all’agricoltura connessi alla siccità sono stati per un valore di 5 miliardi di Euro.
Quest’estate nel paese si è verificata un’altra ondata di caldo, e una seria siccità. Le temperature hanno raggiunto i 40º in alcune zone, e il governo ha avvertito che erano a rischio circa un milione di persone. In giugno parecchie grandi città, come Roma, Milano, Torino, sono entrate in stato d’allerta per il caldo con decine di migliaia di abitanti (sopratutto anziani) monitorati.
In generale l’Italia è diventata più secca, con una diminuzione delle giornate di pioggia del 14% dal 1996. E al calo delle giornate di pioggia si è accompagnato l’aumento di intensità, delle piogge, con più temporali.
Si prevede che l’Italia sarà una delle nazioni dell’Unione Europea più colpite dal futuro riscaldamento globale, con ulteriore calo del livello delle precipitazioni, e molte altre sempre più prolungate onde di caldo. Sembra che anche il mare Mediterraneo si stia riscaldando rapidamente. Uno studio recente ha rilevato che le temperature del mare attorno all’Italia si sono alzate di quasi 4º fra il 1985 e il 2003. Si prevede che i livelli del mare si alzino fra i 20 e i 30 centimetri entro il 2100, il che minaccia una superficie di circa 4.500 chilometri quadrati di pianure costiere. L’Italia è il terzo maggior paese dell’Unione Europea per quanto riguarda le emissioni di gas serra, e ha uno dei record continentali in termini di basso controllo delle emissioni. Queste sono salite dell’11,6% fra il 1990 e il 2003, e del 2,7% solo fra il 2002 e il 2003. Il settore energetico nazionale dipende massicciamente dal petrolio, che dopo il carbone è la principale fonte di inquinamento da CO2. [...]
Nota: la versione originale integrale del rapporto scaricabile in PDF da questa pagina del sito WWF International (f.b.)
«Le attività in corso riguardano una fase di pre-istruttoria, con la pubblicazione della richiesta e la raccolta di pareri e opposizioni, al termine della quale il ministero dei Trasporti deciderà se avviare l'iter autorizzativo vero e proprio. E' una fase, quindi, nella quale è ancora possibile operare e, a quanto hanno mostrato le istituzioni in questi giorni, cercare di bloccare l'iniziativa». E' questo l'essenziale emerso ieri nel vertice a Roma tra il ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, e il comandante della Capitaneria di porto di Termoli, Luca Sancilio. Al centro dell'incontro il progetto di Effeventi srl che vuole dar vita a un parco eolico al largo delle spiagge di Molise e Abruzzo.
«Se il mostro, con i suoi 54 pali al largo, si può bloccare, lo faremo», questa, a distanza, la risposta di almeno tre amministrazioni, quelle di Vasto (Chieti), Montenero di Bisaccia e Termoli (Campobasso), da dove sono subito partite delibere di consiglio e di giunta contro l'impianto offshore che «darebbe un colpo mortale all'economia turistica della costa e alla pesca». «Questa vicenda - afferma il ministro Di Pietro - ci segnala l'urgenza di definire a livello governativo un piano nazionale per l'energia del vento. Come già fatto per i rigassificatori, occorre che i ministeri interessati definiscano quanta potenza eolica può essere installata nel Paese, quali siano i siti più adatti, quali debbano essere le modalità di sfruttamento e chi possa realizzare i parchi. Come rappresentante dell'Idv - continua il ministro, originario di Montenero - sono favorevole allo sfruttamento di fonti di energia alternativa, ma questo deve avvenire nell'ambito di un quadro nazionale concordato. Non è possibile che un privato decida autonomamente le installazioni, senza un disegno complessivo e senza una concertazione con gli organi e gli enti pubblici interessati».
Parere negativo all'insediamento eolico, che ha creato il subbuglio in Italia, è giunto, dopo lunga sonnolenza, dalla Regione Molise, di centrodestra, che è rimasta per un pezzo in silenzio e che adesso reclama la «titolarità ad esprimere la valutazione di impatto ambientale sulla struttura in questione ed in particolare per le opere a terra». La decisione della giunta regionale è seguita ad una letteraccia, al presidente Michele Iorio, da parte del sindaco di Termoli, Vincenzo Greco, che ha invitato il governatore e i suoi assessori a bocciare il progetto del parco, perché «se a rilevare la presunta illegittimità della procedura sino ad ora intrapresa non sarà la Regione», qualsiasi altro no «sarebbe inutile». Greco ha pure ricordato che la Regione era al corrente del progetto da più di un anno e che attraverso un suo funzionario ha delegato a Roma, cioè ai ministeri competenti, qualsiasi decisione in merito: «E tutto ciò, purtroppo, - ha concluso il primo cittadino - richiama con tristezza alla mente la procedura che ha portato all'installazione a Termoli della turbogas della società Energia spa: anche lì c'è stata la latitanza della Regione».
Contro la posizione ufficiale della Regione protesta Legambiente. «E' un errore - sostiene Edoardo Zanchini, responsabile per l'energia e i trasporti dell'associazione ecologista - l'impianto va fatto. E la Regione, invece di arroccarsi su una posizione ideologica, dovrebbe attivarsi per il miglioramento del progetto, in particolare per quanto riguarda la riduzione dell'impatto dell'allacciamento dei cavi su dune e pinete. La sua rinuncia su questo fronte rappresenta una precisa responsabilità. Il Molise - sottolinea ancora - ha installato solo 54 megawatt di energia eolica. Il solare fotovoltaico è a zero e ora si bloccano le pale in mare. Come pensa di dare il proprio contributo alla lotta ai mutamenti climatici e all'adeguamento della politica energetica agli obiettivi di Kyoto?».
Gli rispondono i Ds: «Questa piccola nostra realtà - tuonano - è ormai divenuta un "grande obeso dell'energia", vittima sacrificale di un processo speculativo in cui nel passato è stata piazzata la centrale a ciclo combinato, poi le pale eoliche sono spuntate come funghi sui monti e per il futuro si vuole collocarle in acqua... E' necessario creare uno sviluppo diverso. Di energia elettrica, da queste parti, ce n'è fin troppa!».
Nota: sul tema dell'energia eolica, la Visita Guidata a Eddyburg (costantemente aggiornata) riassume in modo documentato il dibattito internazionale di questi anni riportato nel sito (f.b.)
Australian Wind Energy Association, Australian Council of National Trusts, Wind Farms and Landscape Values, Rapporto finale Fase I, Identificazione dei problemi, marzo 2005 – Estratti e traduzione per Eddyburg a cura di Fabrizio Bottini
[...] Quali sono le caratteristiche di una wind farm?
Gli impianti di energia eolica [ wind farms] comprendono caratteristicamente:
• una o più turbine (torre, gondola con parti generatrici di energia, pale rotanti)
• infrastrutture di trasmissione (cavi che collegano le turbine ad una sottostazione, e linea di connessione esterna dell’impianto dalla sottostazione alla rete nazionale
• strade di accesso per costruzione e manutenzione
• segnaletica, recinzioni ed altri elementi necessari.
Le caratteristiche che contribuiscono a un potenziale impatto sul paesaggio (positivo o meno) degli impianti per l’energia eolica sono la localizzazione, l’altezza delle torri e turbine, il numero delle torri, il movimento, colori e materiali, infrastrutture di servizio.
Localizzazione
Le strutture di energia eolica sono progettate e collocate per trarre vantaggio dal vento disponibile. Sulla terraferma, le velocità più elevate si trovano in ambienti aperti e/o rivieraschi. Gli impianti hanno anche bisogno di essere ragionevolmente vicini a infrastrutture esistenti della rete nazionale, per poter trasmettere economicamente al consumo l’energia che generano. Questo rende le aree più remote e non abitate problematiche. Ne risulta, che la maggior parte delle strutture di energia eolica in Australia sono o nei pressi della costa, o in zone aperte e linee di crinale, tutte localizzazioni tendenzialmente molto visibili.
Questi ambienti – specie nelle aree costiere – sono spesso di grande valore, per molte ragioni:
• valore sociale, ad esempio spazi per il tempo libero
• valore storico, ad esempio siti di importanza per la cultura indigena
• valore ambientale, ad esempio per le specie avicole migratorie
• valore estetico, per esempio, rupi spettacolari o forme geologiche.
In più, localizzare un impianto eolico richiede di considerare molti altri fattori (come quelli delle caratteristiche tecnici e commerciali) e relativi altri impatti ambientali (come le interferenze elettromagnetiche, quelle per l’aviazione, i rumori).
Altezza di torri e turbine
Le tecnologie attuali per la realizzazione di turbine a vento consentono di collocarle molto in alto sul livello del terreno, per sfruttare venti meno soggetti all’attrito delle caratteristiche topografiche, della vegetazione e delle strutture edilizie. Anche se è possibile costruirne di più alte, quelle australiane tipicamente raggiungono i 120 metri, e consistono in una torre alta 50-80 metri, con pale rotanti che salgono in verticale per altri 40 metri. L’altezza di una turbina può renderla visibile da notevoli distanze, e si può trattare di elementi che spiccano sull’orizzonte se visti dal mare o col cielo come sfondo. Le turbine possono anche essere in vistoso contrasto con le altezze degli altri elementi del paesaggio circostante.
Numero delle turbine
Le turbine organizzate per gruppi offrono l’opportunità di una maggior produzione di energia con quantità di infrastrutture ridotta, a pari megawatt di capacità installata. Ma, nello stesso modo in cui le singole turbine possono essere elementi dominanti del paesaggio per la loro altezza, raggruppamenti di esse possono risultare altamente visibili per la combinazione di altezza, ripetitività, area geografica occupata. Nonostante la maggior parte delle strutture generatrici eoliche esistenti in Australia consista di meno di dieci turbine, la tendenza è verso insediamenti più grandi. Al momento la più grossa wind farm d’Australia è l’impianto di Woolnorth in Tasmania, con 37 turbine e una capacità installata di 65 MW. Esistono progetti di impianti eolici superiori ad una capacità di 100 MW (indicativamente: fra le 50 e le 100 turbine) sono in varie fasi di analisi, fattibilità o iter di approvazione in Victoria, Tasmania, South Australia, Western Australia e New South Wales.
Il movimento
Le turbine a vento si differenziano rispetto ad altri tipi di insediamento nel paesaggio a causa delle grandi parti mobili – le pale del rotore – che automaticamente attirano lo sguardo. Numeroso turbine in funzione, possono avere un impatto visivo particolarmente forte. I rotori in movimento producono anche rumore, il quale, anche se avvertibile soltanto quando si è vicini, può influenzare il godimento del luogo da parte di alcune persone. I livelli sonori sono, comunque, regolati da standards, norme urbanistiche e ambientali, e vanno oltre gli scopi di orientamento del presente studio.
Colori e materiali
Anche i particolari colori e materiali utilizzati per le turbine a vento sono caratteristiche che possono contribuire agli impatti sul paesaggio.
Infrastrutture di servizio
Sottostazioni, strade di accesso, linee di trasmissione elettrica e altre strutture, contribuiscono agli impatti sul paesaggio delle wind farms.
In che modo gli impianti eolici influenzano i valori paesistici?
Nonostante gli impatti sul paesaggio delle caratteristiche fisiche e dei vincoli progettuali degli impianti di generazione eolica possano essere chiaramente documentati, è meno facile definire il modo in cui una wind farm influisca su ciò che è di valore nel paesaggio. Nel dibattito sugli impatti degli impianti rispetto ai valori paesistici, c’è una tendenza alla polarizzazione su punti di vista piuttosto netti. E a dire il vero molti degli effetti menzionati possono essere considerati come positivi o negativo, a seconda della prospettiva dell’osservatore. Ma questa polarizzazione non necessariamente riflette in modo preciso i punti di vista dalla comunità ampia. La vasta maggioranza delle persone può non avere opinioni nette in nessun senso. Negli studi britannici su abitanti che risiedono vicini (al massimo 20 km) alle wind farms una grande maggioranza (74 per cento) riteneva che gli impatti degli impianti eolici sul paesaggio fossero o neutri (51 per cento) oppure non aveva opinione in proposito (23 per cento), nonostante le opinioni tendessero a diventare più nette quanto più ci si avvicinava agli impianti. [...]
Quali sono gli impatti positivi che gli impianti eolici possono avere sul paesaggio?
Nonostante i complessi di energia eolica abbiano concreti impatti sul paesaggio (e in gran parte impatti inevitabili), alcuni elementi del progetto, dimensionali e funzionali delle strutture contribuiscono ad alcuni percepiti miglioramenti.
Estetica
Per molte persone la forma, linee e colori delle turbine a vento sono esteticamente gradevoli. Le linee pulite di torri e rotori, il contrasto col paesaggio e l’uniformità dell’aspetto sono citati come benefici, che in alcuni casi possono anche l’aspetto di paesaggi degradati. Fra le altre cose, si ritiene che i valori estetici per il paesaggio delle wind farms vengano da:
• forme snelle aerodinamiche e scultoree
• solidità e modernità della progettazione
• coerenza e ripetitività degli elementi
• un senso di ordine
• una presenza forte.
Valore simbolico
Una wind farm è simbolo forte e riconoscibile delle nuove tecnologie e della produzione sostenibile di elettricità. Alcune persone accolgono con piacere lo “elemento macchina” della turbina a vento nel paesaggio vedendolo come esempio di lavoro umano in armonia con la natura.
Funzione
Molti intervistati vedono il valore positivo degli insediamenti di energia eolica derivante dalla capacità di offrire un beneficio pubblico (l’energia) utilizzando strumenti rinnovabili.
Sostituzione
Un quarto beneficio percepito degli impianti riguarda lo scambio con altri tipi alternativi di insediamento che offrono lo stesso prodotto con metodologie differenti e spesso in località differenti. L’esempio più semplice è una centrale a carbone, nonostante siano necessarie molte centinaia di turbine per sostituire l’energia prodotta da questo tipo di impianto.
Si noti che, nonostante gli impianti eolici siano una presenza evidente nel paesaggio, l’emissione di gas serra che contribuiscono a ridurre non è altrettanto immediatamente evidente. L’impatto sul paesaggio delle grandi centrali alimentate a carbone – che attualmente producono circa l’84% dell’elettricità in Australia – è comunque “lontano dagli occhi lontano dal cuore” per la comunità.
Quali sono gli impatti negativi che gli impianti eolici possono avere sul paesaggio?
Impatti sulle caratteristiche e scenari del paesaggio
Sia le turbine a vento in sé, che le strutture di servizio (linee di trasmissione elettrica, sottostazioni, strade di accesso ecc.) possono influenzare le caratteristiche del paesaggio. Data la scala e dimensioni di turbine e impianti in generale, il loro contrasto col paesaggio entro cui sono posti, non sorprende che proprio gli effetti su caratteristiche e scenari siano tra gli elementi più contestati.
Non si mette in discussione la presenza fisica delle turbine. Per alcuni la dominanza visiva “esprime ispirazione e aspirazione”, ma per altri trasforma in modo inaccettabile le caratteristiche dei luoghi: molti intervistati nei sondaggi dichiaravano che le wind farms contribuivano a una “industrializzazione” dei paesaggi rurali. Un esperto di percezione visiva che ha risposto al sondaggio, offre un punto di vista più accomodante: per questo signore le torri sono “alte, aggraziate, progettate in modo elegante” ma “su larga scala ... invadenti per il paesaggio”.
Prese singolarmente, le turbine eccedono la “scala umana” e possono essere una presenza incombente e inaccettabile per l’osservatore. Gli intervistati hanno risposto che le turbine a vento (sia singolarmente che prese nell’insieme) hanno un alto impatto sulle caratteristiche del paesaggio e sui valori scenografici ed estetici delle comunità.
È in quanto grossi gruppi di turbine, che le strutture per l’energia eolica possono avere gli impatti maggiori sui caratteri e gli aspetti scenografici. Anche se la cosa non è stata quantificata nel nostro sondaggio, un numero maggiore di turbine che coprono una vasta area o si collocano in un importante campo visivo sembrano essere considerate una inaccettabile sottrazione di caratteri e valori scenografici del paesaggio. Studi all’estero – basati sull’ormai superata tecnologia che richiedeva grandi gruppi di piccole turbine – hanno rilevato che il numero ha maggiori effetti sul paesaggio che non le dimensioni. Alcuni studi di Lothian in South Australia indicano, tuttavia, che il nostro è un contesto specifico; vale a dire, che un grande numero di turbine in paesaggi costieri appare negativo, mentre il localizzazioni interne può non apparire così.
In più, le proporzioni delle turbine a vento e il loro contrasto col paesaggio significano che gli impatti sui valori scenografici e il carattere si estendono ben oltre il sito dell’impianto. Nonostante sia aperto il dibattito sulla soglia di distanza per l’interferenza visiva, il potenziale di impatto si estende per distanze maggiori di quelle della maggior parte degli altri tipi di insediamento nel paesaggio. Esiste, dunque, una certa preoccupazione per le interferenze visive nelle aree dove il godimento o il senso del luogo dipende dagli aspetti naturali, ad esempio nei parchi nazionali.
Impatti sui valori culturali Indigeni
Un progettato complesso di impianti eolici può avere significati culturali rispetto agli Indigeni Australiani a causa dei suoi rapporti con la tradizione, o con le pratiche attuali degli abitanti del luogo, o coi tradizionali proprietari o custodi del sito. La presenza di particolari specie vegetali o animali, ad esempio, può avere significati spirituali. Oppure, un luogo può avere significati perché è stato teatro di eventi storici, come un massacro.
Una custode tradizionale che ha partecipato al sondaggio ha riportato che nella sua esperienza le preoccupazioni principali della popolazione Aborigena delle aree costiere rispetto alle wind farms erano l’ostruzione delle vedute sacre, l’allontanamento della fauna (in particolare degli uccelli migratori), e il danneggiamento di siti con altri valori Indigeni tradizionali.
Comunque, la presenza di valori Indigeni in un dato luogo non preclude necessariamente l’insediamento di un impianto, come dimostra la collaborazione tra Framlingham Aboriginal Trust e Pacific Hydro per costruire un gruppo di turbine su terreni di proprietà Aborigena (Deen Marr) a Yambuk, in Victoria.
Impatti sulle attrattive
Le attrattive [ amenity] in questo caso si ritengono separate dagli impatti sui caratteri e i valori scenografici, anche se si tratta di elementi correlati. L’attrattiva di riferisce specificamente al godimento corrente dei luoghi: residenza, zone per il tempo libero, strade turistiche e via dicendo. Oltre al fatto che le turbine sono un elemento visivo dominante, il loro movimento può produrre altri fenomeni visivi con impatti negativi sulle attrattive, e fra questi riflessioni e rifrazioni causate dalle pale, ombre o alternanza rapida ombra-luce.
Si tratta di effetti che tendenzialmente sono sperimentati dalle persone vicino alla wind farm, nonostante la riflessione solare possa essere visibile a chilometri. Va notato comunque che questi effetti vengono valutati nel corso dell’iter di autorizzazione, e se emerge un effetto potenziale sulla qualità dei luoghi sta all’autorità competente al rilascio determinare se tali effetti siano accettabili.
Impatti sui beni culturali
Nessuno degli intervistati nel sondaggio ha fatto riferimento a impatti negativi sul patrimonio edificato. Ciò probabilmente perché questi elementi sono abbastanza ben documentati e tutelati in Australia, e di conseguenza le wind farms sono state collocate lontano da essi. Esiste, ad ogni modo, una crescente consapevolezza fra gli studiosi del settore, che anche i paesaggi geografici dei siti di interesse storico culturale siano meritevoli di tutela. La Carta di Burra stabilisce la necessità di proteggere “tessuto e forme” dei luoghi di interesse storico.
Con gli effetti visivi e paesistici che inducono, il proprio potenziale ruolo dominante, gli impianti eolici possono cambiare l’assetto dei luoghi di interesse storico e influenzare così il loro valore. In uno studio di impatto paesistico in Tasmania, per esempio, si raccomandava che le turbine fossero collocate lontano dalla visuale di un insediamento storico costiero. In più, sono gli stessi paesaggi a poter essere individuati come importanti elementi storici a causa della connessione con la storia dell’insediamento umano e relative culture: valore sempre più diffusamente riconosciuto da documenti formalizzati come il registro del National Trust dedicato ai panorami significativi. Gli ambienti possono essere anche influenzati da una progettazione o localizzazione inadeguata delle strutture eoliche.
Impatti su valori socio-culturali contemporanei e sul senso dello spazio
Alcune delle persone intervistate hanno descritto un legame emotivo, talvolta spirituale, rispetto ai luoghi dove sono state localizzate le wind farms. A volte questi legami sono un fatto condiviso, dalla comunità in genere o da particolari gruppi. In Australia, la costa rappresenta uno di tali luoghi, come attestato dalle numerose citazioni nella nostra letteratura, arte, teatro, musica, produzioni televisive.
Gli intervistati descrivono come in talune circostanze sembrava che questi legami fossero stati influenzati negativamente dall’introduzione degli impianti eolici. In una risposta per esempio si sottolinea come inserire un “elemento macchina” in un ambiente a cui si attribuiva alto valore ne abbia cambiato la percezione e il sentimento, come spazio di riflessione e contemplazione. È difficile ricostruire un’accurata rassegna e comprensione di quanto diffusi siano tali effetti, ma un numero notevole di risposte sono pervase da senso di perdita, da parte di persone con un atteggiamento principalmente negativo verso le wind farms.
Esistono modi di progettazione e localizzazione degli impianti eolici che possano ridurre gli impatti negativi?
Per quanto riguarda alcuni valori – ad esempio, una localizzazione di alto valore biologico – l’unica forma di tutela può essere la non realizzazione degli impianti. Per altri valori, qualche tipo di impatto può essere impossibile da evitare. Ad esempio, in una prospettiva di caratteri e scenari, è impossibile nascondere o schermare un impianto. Data l’altezza delle strutture, le schermature vegetali possono essere utili sono per impedire la vista da un certo punto, ma non della torre. In modo simile, varie operazioni per ridurre al minimo la visibilità degli impianti nel paesaggio – come l’integrazione con la topografia o l’adattamento a linee, forme, colori, intrecci del paesaggio circostante – sono impossibili o molto difficili da realizzare con qualche risultato nel caso delle turbine, e invero possono anche essere poco desiderabili. Invece, un’attenta disposizione che eviti caratteristiche particolarmente sensibili e si concentri sull’ottimizzare le caratteristiche positive degli impianti, è più efficace. Il Wulff (2002) nota che delle tre potenziali opzioni di collocamento delle turbine e vento – mascherare o nascondere; immergere o integrare; evidenziare – “è il mettere in evidenza le torri il modo per ottenere implicitamente il risultato visivo più semplice”.
Tenendo questo in mente, esiste una scelta di possibilità per il progetto, la localizzazione e l’uso delle varie opzioni per ridurre l’impatto di interferenza delle wind farms e migliorare il loro aspetto, rendendole così più accettabili.
Localizzazione e organizzazione
Esistono parecchie organizzazioni planimetriche che hanno il potenziale per ridurre gli impatti sul paesaggio. Ad esempio, gli intervistati nei sondaggi indicano che raggruppare turbine ad evitare linee visuali ed elementi caratteristici del paesaggio ne riduce gli impatti. Ma questo tipo di concentrazioni può anche ridurre l’efficienza di generazione elettrica, e pone problemi alla gestione di altri impatti potenziali. Gipe (2002) suggerisce che una collocazione corrispondente alle caratteristiche del paesaggio esistente – per esempio, a riflettere le linee di crinale in un ambiente collinare, o a scacchiera in un territorio piano – contribuisce alla “leggibilità” degli impianti, con impatti più positivi ed accettabili.
Secondo Stanton (1996), collocare le turbine lontano dai crinali non ne riduce l’impatto, e compromette la correlazione fra paeaggio e funzioni delle turbine: “è un problema di onestà, rappresentare una forma in correlazione diretta alla sua funzione e alla nostra cultura”.
Altezza
Alcuni intervistati nel sondaggio fanno riferimento alla presenza incombente delle turbine: si tratta senza dubbio di una reazione all’altezza delle torri. Molti ritengono che rendendole più basse si ridurrebbe il loro impatto negativo.
Una valutazione di impatto paesistico raccomandava che le torri non superassero l’altezza relativa degli altri elementi caratterizzanti il paesaggio della regione; vale a dire, che dai punti di vista chiave le cime delle turbine dovrebbero essere visivamente equivalenti all’altezza percepita di lontane colline o altri elementi del paesaggio, dve esistenti. Giudizi del genere sono comunque probabilmente adatti ad un particolare contesto paesistico, e non esistono studi noti nazionali australiani relativi all’interferenza visiva relativa in diverse situazioni.
L’altezza delle turbine è un vincolo progettuale: più alte le torri e le pale dei rotori, maggiore la quantità di energia elettrica prodotta. Ne risulta che ridurre altezze o lunghezza delle pale si tradurrebbe in aumento del numero di turbine proposte, che a sua volta potrebbe generare altri effetti indesiderati, come intasamenti visivi, o incrementi nelle quantità di terreno necessarie all’insediamento.
Distanze e densità
La localizzazione di numerose turbine in un paesaggio aperto può produrre impatti negativi secondo alcuni osservatori. Effettivamente, il numero delle turbine di un complesso può essere più dannoso della loro altezza. Uno studio condotto negli Stati Uniti ha rilevato che le persone tendono a preferire turbine più grandi, rispetto a un numero maggiore di turbine più piccole.
In più, gli effetti dei gruppi di turbine possono essere mitigati evitando raggruppamenti densi (che creano ostruzioni visive) e accorpando gli elementi in “gruppi funzionali” con una certa quantità di spazio aperto fra l’uno e l’altro. Questa tecnica può anche essere utile per limitare gi impatti su particolari caratteristiche o visuali.
Concentrarsi sulle caratteristiche positive
È stato rilevato che la relativa accettabilità delle wind farms è conseguenza di come esse appaiono “ben proposte” all’osservatore. Concentrarsi sulle caratteristiche positive – ovvero sulle loro particolarità estetiche (utilizzando linee nitide e materiali moderni), costanza progettuale (turbine del medesimo colore, modello e altezza) e funzionalità (tutte le turbine in movimento, in modo da apparire attive) – è stato citato come cosa importante per assicurare che gli impianti vengano più prontamente accettati.
Un intervistato sottolineava di preferire la presenza di tabelloni informativi sugli impianti, perché questo riduce una percezione negativa degli impatti sul paesaggio.
Nascondere e attenuare le caratteristiche negative
Nonostante la difficoltà di schermare le turbine, è possibile nascondere o limitare le caratteristiche potenzialmente negative di un impianto eolico; per esempio, interrando le linee di connessione fra i vari impianti per evitare conflitti visivi con le turbine stesse, organizzando le strade in modo tale da evitare le zone sensibili e i pericoli potenziali di erosione, ripulendo accuratamente la zona dai residui di cantiere e altri rifiuti.
Colori e materiali
Un’attenta selezione di colori e materiali può ridurre contrasti e impatti visivi delle turbine a vento. Colori attenuati (grigio chiaro, beige e crema, ad esempio) e materiali con finitura sfumata possono ridurre visibilità e contrasto a distanza. D’altra parte, l’uso di colori dal paesaggio circostante può aumentare il contrasto se lo sfondo è il cielo.
A causa delle proporzioni delle turbine a vento, la gran parte delle viste di turbine e rotori avviene sullo sfondo del cielo, quindi spesso si raccomandano colori più chiari. Stanton (1996) sostiene che nelle condizioni britanniche i colori più attenuati e i bianchi debbano essere evitati, dato che ciò suggerirebbe un tentativo di mimesi; raccomanda invece che le torri vengano utilizzate per una “chiara e diretta affermazione”.
METODI DI VALUTAZIONE DEI VALORI PAESAGGISTICI
Cos’è una valutazione paesaggistica?
La valutazione paesaggistica si usa per individuare e determinare valori, significati e sensibilità di un paesaggio; può anche significare una quantificazione delle probabilità che un insediamento influisca su queste qualità. Essa è un importante strumento per due operazioni:
• documentare i valori del paesaggio, il significato e sensibilità di una regione, per individuare i siti adatti, dal punto di vista paesaggistico, a un insediamento di wind farm
• documentare i valori paesistici, significato e sensibilità di un proposto sito per l’insediamento nel contesto regionale, per valutare e quantificare i potenziali impatti di una wind farm su queste qualità, e assicurare che i modi dell’insediamento rispondano positivamente a queste potenzialità di impatto.
Nell’ambito della presente ricerca, vengono considerati entrambi questi aspetti della valutazione paesaggistica, anche se gli Enti associati riconoscono che tale valutazione non è di responsabilità né del settore dell’energia eolica, né di particolari responsabili della costruzione.
Cosa deve prendere in considerazione, e cosa invece no, una valutazione paesaggistica?
Le idee sugli obiettivi e i potenziali di una valutazione paesaggistica variano di molto: alcuni autori usano “valore del paesaggio” solo a significare i caratteri visivi ed estetici di un luogo; altri citano nei “valori del paesaggio” un ampio raggio di qualità, di tipo sociale, Indigene, culturali, artistiche e ambientali. Esiste comunque un consolidato riconoscimento, a livello nazionale e internazionale, dell’artificiosità del separare i valori culturali da quelli naturali, ed esiste una crescente concordia sulla necessità di una valutazione olistica dei valori di paesaggio. È la prospettiva riflessa nell’approccio inclusivo di valutazione dei valori nel luoghi Patrimonio Mondiale, e si rende anche evidente nel nuovo sistema nazionale, dove il “bene” è definito come parte dell’ambiente. I luoghi, compresi i paesaggi, scelti per essere inclusi nella nuova National Heritage List possono essere selezionati per i valori naturali, Indigeni, e/o culturali (storici, estetici, spirituali, e via dicendo). Il temine “ heritage” quindi è sempre più visto come comprensivo sia di valori tangibili che immateriali. Ciò si riflette nelle definizioni della parola adottate dai governi statali e territoriali nel corso della revisione delle leggi in materia.
Il campo di valori paesaggistici che le strutture per l’energia eolica possono influenzare è molto ampio. Le questioni e gli impatti individuati attraverso l’esame della letteratura scientifica e il coinvolgimento degli interessati, comprendono valori molto diversi, come:
• quelli ambientali, ad esempio impatti su uccelli e pipistrelli
• quelli estetici, ad esempio il contrasto delle wind farms col paesaggio
• sociali, ad esempio l’identificazione della comunità col paesaggio
• emotivi, ad esempio le sensazioni di meraviglia, o smarrimento
• culturali, ad esempio, impatti su caratteri di importanza storica o archeologica
La valutazione paesaggistica dunque richiede un approccio interdisciplinare, e sono state sviluppate una quantità di metodologie allo scopo di cogliere tutto l’arco dei valori. Ma nessuna metodologia è universalmente accettata. In più ad alcuni valori (ad esempio, quelli ambientali e storici) corrispondono linee di lavoro bene definite e accettate per valutare livelli e significati, i potenziali impatti di un insediamento su di essi, l’accettabilità di tale impatto, mentre per altri (come quelli estetici e culturali) non ne hanno. Fra le metodologie meno consolidate o solo emergenti, ci sono quelle relative a:
• i valori visivi, estetici e scenografici dei paesaggi
• caratteri e significati del paesaggio
• valori socio-culturali contemporanei, in quanto opposti a quelli storico-culturali, ad esempio il valore dello stato del paesaggio per gli Indigeni contemporanei, o un attaccamento personale ed emotivo a un luogo.
Come deve essere affrontata la valutazione paesaggistica?
Il lavoro pionieristico in questo campo in Australia è avvenuto in gran parte attraverso i primi studi del National Trust, particolarmente in Victoria e New South Wales, e attraverso lo sviluppo di sistemi di gestione delle risorse visive ( Visual Resource Management System / VMS) per le attività di forestazione. La tecnica VMS utilizza approcci derivati dalla tradizione della valutazione formale estetica e dalla architettura del paesaggio, che di norma comprendono:
• classificazione del paesaggio entro tipi caratteristici, e descrizione di tali tipi
• valutazione obiettiva dei valori estetici relativi del paesaggio, espressa in termini di qualità scenografica alta, moderata, bassa, dove l’alta qualità è di solito associata a varietà, unicità, preminenza e naturalità delle forme del suolo, vegetazione e acque, entro ciascun tipo
• determinazione delle capacità del paesaggio di assorbire vari tipi di insediamento sulla base delle caratteristiche fisiche e ambientali
• valutazione di “sensibilità visiva” basata sulla sensibilità relativa al cambiamento di diversi gruppi di osservatori – ad esempio turisti contro boscaioli – quante persone osservano e da quanto lontano.
Questa tecnica si occupa specificamente di graduare i valori scenografici e visivi estetici di un paesaggio. Nondimeno, alcuni adattamenti di essa sono stati comunemente utilizzati nelle valutazioni paesaggistiche per le wind farms in Australia aggiungendo tra l’altro:
• modello computerizzato della visibilità degli impianti dai dintorni (e da punti di vista chiave) in base alla topografia; analisi delle “zone di influenza visiva” o “area vista”
• modello visivo della wind farm e costruzione di “fotomontaggi” che illustrano le potenziali trasformazioni del paesaggio.
Nonostante le tradizioni di valutazione visiva alla base degli approcci VMS li rendano giustificabili e ripetibili, essi sono stati criticati per le seguenti ragioni:
• manca di input dal parte della comunità locale per definire il valore e qualità scenografica
• conferisce maggior peso alle caratteristiche naturali che a quelle culturali (essendo stato sviluppato in gran parte per l’uso in zone naturali)
• i “gruppi di osservatori” sono mal definiti e manca una rigorosa analisi quantitativa delle percezioni dei diversi osservatori
• non vengono riconosciuti i valori più immateriali ed “emotivi” del paesaggio.
I fondamentali studi sul paesaggio della Australian Heritage Commission nell’ambito degli accordi sulle foreste regionali, sviluppati nei primi anni ’90, utilizzavano in modo intensivo le consultazioni locali per quantificare i valori immateriali: legami sociali, spirituali, estetici al luogo. Questo problema del coinvolgimento locale costituisce l’elemento centrale di tensione fra le varie metodologie: esiste una fondamentale divergenza teorica di opinioni, sul possedere il paesaggio una intrinseca oggettiva bellezza che possa essere in qualche modo misurata o comparata, oppure se la bellezza scenografica sia un valore solo soggettivo, attribuito a un’area o particolare paesaggio.
Le valutazioni basate su un giudizio professionale dei valori paesaggistici (ad esempio “qualità scenografiche”) sono talvolta criticate come insufficientemente rappresentative della prospettiva dei gruppi interessati non-professionali. Con questi presupposti, le comunità chiedono sempre più spesso di essere consultate su cosa conta per loro, e questa domanda trova sempre più spesso risposta positiva da parte delle autorità competenti.
Molti dei valori individuati come importanti nel sondaggio non sono facili da misurare o quantificare. Per esempio, è relativamente facile quantificare gli effetti di un insediamento di impianti eolici sui valori tangibili della vegetazione locale; è molto più difficile quantificarne gli effetti su valori immateriali, come i sentimenti di una persona per un luogo. Schwann (2002) suggerisce che, nonostante i valori immateriali presentino una sfida per la pianificazione e valutazione, resta importante verificarli e valutarli. Un efficace coinvolgimento della comunità locale – che consenta al punto di vista collettivo di rendersi evidente, e non solo a quello di chi ha più voce – è ovviamente essenziale da questo punto di vista.
Comunque, perché la valutazione paesaggistica possa essere un’utile guida per la progettazione e realizzazione di impianti eolici, ci deve essere equilibrio fra input soggettivi e quadri generali di carattere professionale che comprendano e documentino tale input. Un approccio testato in uno studio sul sud-est Queensland (anche se non specificamente correlato a un insediamento di tipo eolico) integrava dati di visibilità elaborati dal computer con una dettagliata analisi delle preferenze comunitarie per tipi e caratteri di paesaggio, producendo infine una graduatoria delle “piacevolezze sceniche” del paesaggio. Studi simili sulla percezione sono stati condotti lungo la Great Ocean Road in Victoria, e nelle cittadine costiere di New South Wales e Queensland. Questi approcci possono avere valore per graduare la sensibilità e preferenze riguardo agli insediamenti eolici, nonostante sinora non siano stati condotti studi del genere orientati alle wind farms.
Usando metodi simili, Andrew Lothian (2002) ha condotto studi rilevanti sulla percezione del pubblico (su oltre 300 persone) in South Australia rilevando che le preferenze riguardo al paesaggio sono simili quanto più simili sono i gruppi di età, sesso, livello culturale. Di conseguenza suggerisce che, nonostante esista il potenziale di iniziare un lavoro nazionale di valutazione paesaggistica, è importante prima di tutto completare studi simili in tutta Australia.
Come deve essere misurata, la significatività?
Da una prospettiva di pianificazione, il prodotto centrale di una valutazione del paesaggio è la quantificazione dei suoi valori relativi, in modo tale che possa essere presa una decisione sull’accettabilità o meno di alcuni impatti. Il rapporto sulle reazione della comunità al progetto dell’impianto di turbine eoliche a Portland in Victoria, per esempio, raccomanda che nelle valutazioni future di questo tipo si classifichino i paesaggi “in termini di significati internazionali, nazionali, di stato, regione, e locali”identificando le caratteristiche che contribuiscono in ciascun caso al loro significato.
Esiste un ampio dibattito sul misurare o meno, e come, il significato relativo dei paesaggi. Le diversità di valori che implica l’idea di “valore del paesaggio” creano altre difficoltà nel definire cosa sia significativo in un paesaggio. le risposte alla domanda del sondaggio “Cosa rende un paesaggio più speciale di un altro?” vanno elementi misurabili (ad esempio la diversità delle variazioni topografiche, o presenza o assenza di acqua) all’immateriale (ad esempio, il grado di significati personali e associazioni mentali con un dato luogo); “in mezzo” sta il livello di naturalità o qualità di stato selvaggio di un panorama. Come sottolineato, esistono varie tecniche per classificare l’importanza relativa di un paesaggio e degli elementi in esso. Se il valore debba essere classificato oggettivamente o soggettivamente, è ambito di tensione fra i diversi approcci.
Pochi dei sistemi esistenti affrontano in modo comprensivo tutti i valori potenzialmente significativi. Fra i criteri di significatività utilizzati come parte si un sistema gerarchico di classificazione, negli studi esistenti, ci sono:
• qualità scenica, determinata in modo scientifico, o attraverso la percezione della comunità, o in entrambi i modi
• scarsità, la relativa unicità di un tipo di paesaggio o elemento
• frequentazione e riconoscimento, quanto il pubblico è attratto da un paesaggio, e quante persone e di che tipi ci vanno
• visibilità, il numero di persone che osservano un paesaggio, e da dove lo osservano
• frequenza della rappresentazione artistica, inclusi lavori scritti o visivi, livello di riconoscimento dell’oggetto nei lavori, rapporto dell’artista con un luogo.
È pure rilevante il problema dei limiti di una valutazione paesaggistica. Appare essenziale sviluppare criteri standard per valutazioni solide e ripetibili sui valori paesistici per la localizzazione di impianti eolici nei vari stati e regioni.
Come procedere? Si devono portare a termine valutazioni paesaggistiche per tutte le aree dove è presente la risorsa vento?
Esiste crescente consapevolezza che la valutazione paesistica a scala regionale sia essenziale per comprendere i valori relativi dei paesaggi. L’importanza delle varie caratteristiche dipende in gran parte dalla comprensione del significato relativo di un paesaggio, o di un tipo di paesaggio. Nello stesso modo in cui sono disponibili informazioni su presenza o scarsità di specie e associazioni vegetali a livello regionale, statale e nazionale, anche una valutazione strategica dei valori di paesaggio ha le potenzialità di misurarne il significato.
Al momento, gli impatti paesaggistici delle wind farms sono valutati caso per caso, come risposta a richieste di nuovi impianti. Nonostante ciò sia essenziale per ricostruire gli specifici impatti di un progetto, in assenza di un quadro regionale di contesto dei significati relativi dei paesaggi non è possibile classificare questi impatti. In più, l’impossibilità di individuare i paesaggi particolarmente significativi può determinare conflitti non necessari, e incertezze nella realizzazione degli impianti.
Alcuni governi statali hanno individuato particolari aree, come i parchi nazionali, inadatte per insediamenti di impianti eolici. Le valutazioni paesaggistiche in tali casi possono essere inutili, o ridondanti. Dato che alcuni impatti sono inevitabili, quando si realizza una wind farm, e dato che esistono piani statali, nazionali e internazionali di promozione dell’energia eolica come fonte rinnovabile, i processi di pianificazione devono tener conto planning della necessità di equilibrare le politiche di alto livello relative agli impianti eolici, col desiderio di tutelare i paesaggi.
Nota: il documento integrale e originale (con l’intero testo, le bibliografie, e soprattutto le Appendici metodologiche e di rilevamento) è scaricabile in file PDF dal sito di uno dei due enti responsabili, l’Austrialian Council of National Trusts (f.b.)
Titolo originale: Regenerating Lands and Livelihoods – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
Le terre aride, presenti in oltre cento paesi, coprono un quarto della superficie del pianeta. Degrado e desertificazione di queste terre minacciano il mezzo di sostentamento di quasi un sesto della popolazione mondiale. Il continuo trascurare le superfici aride fragili mette a rischio le popolazioni che dipendono da queste terre. Il loro degrado deve diventare oggetto di attenzione in tutto il mondo.
In India, il problema del degrado delle terre è particolarmente acuto. Non si tratta semplicemente si un processo fisico, ma anche nella stessa misura di un prodotto della scarsa cura e di politiche mal orientate. Finché non modificheremo il sistema di politiche che hanno esasperato il degrado delle terre, gli sforzi materiali per arrestare il processo saranno futili. Ma è importante capire che se col degrado delle terre si distruggono i mezzi di sostentamento di alcuni, la vita di altri dipende proprio dai processi che le degradano.
Circa un terzo dell’area geografica dell’India è interessata da varie forme di degrado. Le stime sul totale variano, dai 75,5 ai 107,43 milioni di ettari, gran parte dei quali localizzati nelle zone aride e semi-aride del paese che dipendono dalle precipitazioni stagionali. In queste regioni aride e semi-aride, il degrado è spesso il risultato di carenze nel processo di sviluppo. Ma nelle zone ben fornite di sistemi di irrigazione e altre infrastrutture, è l’esaurimento delle sostanze nutritive del terreno la causa principale. Il bilancio negativo dei nutrienti in queste zone è di circa 8-10 milioni di tonnellate, con una perdita annuale stimata di 5,8 milioni di tonnellate. Ci sono grandi porzioni di terreni diventate saline e troppo sature d’acqua a causa di progetti di irrigazione. Il degrado indotto dall’infrastrutturazione è una grande minaccia alla sostenibilità dell’agricoltura indiana che si basa sulle risorse naturali.
Il degrado delle terre aride dell’India è il risultato del costante ignorare i loro bisogni e quelli vitali dei loro abitanti. La politica di sviluppo agricolo del paese è trincerata nel paradigma della “Rivoluzione Verde”, che comporta alcuni caratteri ben precisi: forte orientamento verso grano e riso a fertilizzazione chimica intensiva, moltissime risorse investite in impianti chimico-industriali, forte focalizzazione sulle colture intensive in zone irrigate, reti di ricerca e sostegno dei prezzi pensati esclusivamente a promuovere alcune ben precise colture irrigate. Questo paradigma non riconosce i bisogni di investimento di aree naturalmente meno dotate, ignorando così le popolazioni che vivono su queste terre meno fertili. Sono state realizzate infrastrutture per l’irrigazione di enormi proporzioni soltanto per costruire piccole sacche di ricchezza considerate i granai dell’India.
Anche se la sicurezza alimentare nazionale è migliorata col tempo, la pratica di concentrare eccessivamente gli investimenti pubblici in poche regioni si è tradotta nell’abbandono di altre grandi aree della zona semi-arida e sub-umida. Non a caso, queste regioni trascurate sono quelle con maggiori problemi di povertà e insicurezza alimentare locale. La disponibilità di vari input come sussidi, sostegno ai prezzi, ricerca orientate, ha creato un incredibile sbilanciamento a favore del riso e altre colture irrigue. I sistemi di distribuzione pubblica create a sostegno del prezzo di grano e riso hanno anche incoraggiato un allontanamento da altri cereali a basso consumo d’acqua, a favore della produzione di riso, ad alto consumo. Uno spostamento che ha a sua volta prodotto una trasformazione nei consumi, che si basano molto meno sul miglio indiano anche in aree dove tradizionalmente si produce. Gli impatti di questo cambiamento sono squilibri nutrizionali fra gli abitanti locali, e una maggiore vulnerabilità rispetto alla variabilità delle precipitazioni.
Altro risultato di questo cambiamento di colture è una crescente tendenza allo scavo di pozzi profondi per il prelievo dell’acqua. Una sempre maggior dipendenza dai pozzi profondi si è tradotta in una crisi, con un aumento dei suicidi fra i coltivatori che non riescono a scavare questi pozzi, perdono investimenti e fanno bancarotta. Nonostante questa tendenza, l’irrigazione da pozzi profondi cresce molto più rapidamente di quella di superficie.
A causa della diminuzione dell’investimento pubblico, i tipi di colture che si alimentano con le precipitazioni piovose hanno perso attrattiva. Il riso viene reso disponibile attraverso i sistemi di distribuzione pubblica, e così i coltivatori delle aree asciutte alimentate dalla pioggia hanno cambiato strategie, spostandosi verso grandi monocolture che rendono di più. Le pratiche tradizionali che restituivano fertilità ai suoli – attraverso rotazione delle colture, compresenza, coltivazione di legumi – vengono abbandonate. Attenzione e investimenti dei coltivatori si concentrano sulle aree irrigate, e si abbandonano quelle alimentate dalla pioggia. Ce ne sono moltissimi esempi. Ad esempio, dato che i coltivatori ora spargono pochissime quantità di letame sui terreni bagnati dalle piogge, questi non vedono rinnovate le sostanze nutrienti. L’aumento delle paghe dei lavoratori, insieme ai crescenti costi della coltivazione e ai prezzi stagnanti, hanno reso non economiche molte pratiche di agricoltura sostenibile. Di conseguenza, tecniche come la greenmanure sono cadute in disuso.
La monocoltura nei terreni bagnati dalle piogge ha aumentato il livello di infestazione dei parassiti, il che ha portato ad un più elevato uso dei pesticidi chimici. Questo disturba l’equilibrio naturale fra predatori e parassiti. Questi ultimi diventano resistenti ai pesticidi, e occorre investire di più. I debiti – spesso generati dalla spesa superiore per i pesticidi – aumentano a causa delle variazioni nelle precipitazioni piovose e delle siccità.
Anche l’allevamento contribuisce al degrado dei terreni su vasta scala. Il bestiame tradizionale è molto colpito quando cambia il sistema delle colture, perché dipende fortemente per l’alimentazione dai residui delle coltivazioni. L’appropriazione dei pascoli comuni a uso agricolo, la domanda concorrente per il lavoro, la crescita della meccanizzazione, hanno ridotto la quantità di animali. Esistono sistemi di sostegno pubblico all’allevamento solo per la produzione intensiva di latte, e in genere non sono disponibili per il bestiame tenuto in modo tradizionale nelle aree irrigate a pioggia. Ma esso rimane essenziale in queste zone, per la riproduzione e il letame. In pratica non esistono strutture sanitarie per gli animali, al di fuori del ciclo del latte. Anche il riciclaggio delle sostanze nutrienti è diventato un grosso problema. Lo spostamento verso una produzione di latte e latticini intensiva ha creato una domanda di ri-collocamento delle terre e dell’acqua a questi usi. La riduzione del bestiame nei sistemi agricoli dipendenti dalle piogge rende meno diversificata è più esposta alle crisi l’economia agricola.
Tali tendenze, insieme al cambiamento climatico che incrementa la vulnerabilità delle zone dipendenti dalla pioggia, hanno in generale creato una indifferenza dei coltivatori nei confronti delle aree alimentate a pioggia. Questa mancanza di interesse a sostenere la qualità delle aree, del bestiame, delle biomasse, rappresenta una grande causa di degrado. Gli investimenti pubblici in queste aree sono scarsi, e focalizzati principalmente sulla conservazione dei suoli e dell’acqua. Il miglioramento della fertilità non è fra gli obiettivi degli investimenti del governo nello sviluppo dei bacini agricoli. In pratica, i piani di recupero della fertilità del suolo significano semplicemente sussidi per acquistare e sviluppare i fertilizzanti.
Le superfici comuni ne hanno sofferto a causa della crisi dei sistemi di regolazione collettiva. In molti casi, le superfici a pascolo sono state redistribuite a chi non possedeva terra; anche se si tratta di un gesto ben intenzionato, ha semplicemente aumentato la pressione sulle poche superfici collettive rimaste. Le aree boscose che rimangono nelle terre aride sono controllate dal Dipartimento Forestale indiano. Nonostante il diritto del dipartimento su queste superfici venga fortemente rivendicato, non è stato fatto alcuno sforzo degno di rilievo per conservarle o rigenerarle.
Il degrado delle terre a causa degli investimenti per lo sviluppo, d’altra parte, deriva dal loro uso inadeguato. Progetti come canali di irrigazione nelle zone deserte devastano l’ecologia locale aumentando salinità e impregnamento. L’allevamento dei gamberetti nella aree costiere dell’Andhra Pradesh ha determinato la contaminazione delle falde d’acqua dolce con acque salate, con gravi problemi per la disponibilità di acqua da bere. L’eccessivo prelievo di acque sotterranee ha avuto il medesimo effetto di ingresso di acque salate nel distretto di Gujarat.
Stanno creando problemi anche una crescita economica deviata e la globalizzazione. I proventi della crescita in India non hanno in gran parte la popolazione. Col tempo, c’è una percentuale sempre più piccola di persone che si divide una quota sempre più ampia del reddito nazionale. La quantità di persone che dipendono dall’agricoltura è scesa marginalmente da circa il 70% al 60% del totale della popolazione, ma la loro quota del reddito nazionale è drasticamente caduta a poco più del 20%.
Il marchio di fabbrica della globalizzazione dell’economia indiana, è una crescita senza la creazione di posti di lavoro. Il settore industriale e dei servizi, in rapido sviluppo, non assorbe molte persone, e gran parte della popolazione dipende ancora da quello agricolo, che ora deve competere sul mercato globale. Prezzi sempre più instabili e una lenta penetrazione dei prodotti industriali nelle aree rurali, hanno prodotto una devastazione in molte comunità. Artigiani come i canestrai, vasai, fabbri, sono stati colpiti in modo particolarmente pesante. Sistemi produttivi tutti orientati all’esportazione e che usano macchinari pesanti, insieme allo scavo di pozzi sempre più profondi, stanno solo accelerando il degrado delle risorse naturali.
Sta avvenendo una concentrazione nella proprietà della terra, anche se in modo lento; il suo impatto in termini di degrado deve ancora emergere. Esiste una miriade di fattori – la vitalità dei modi di sostentamento tradizionali, i sistemi produttivi, metodi sbagliati di distribuzione dei sussidi, mutamento negli scenari dei mercati globali - che hanno impatti sul degrado delle terre. Il problema è molto più grave e profondo che non la semplice erosione dei suoli. La soluzione deve concentrarsi sul ripristino della fertilità e produttività delle terre, verso incentivi a prendersi cura delle superfici entro i sistemi produttivi alimentati dalle precipitazioni piovose. Ma per essere veramente efficace la soluzione deve andare oltre le pratiche di coltura. Occorre riallocare gli investimenti pubblici, rivalutare l’uso delle risorse naturali nelle economie locali. Soprattutto, il governo si deve concentrare sulle dimensioni umane del problema - l’esistenza precaria dei poveri che abitano le regioni dipendenti dalle piogge – nella lotta al degrado dei suoli.
Nota: A. Ravindra è Direttore del Watershed Support Services and Activities Network ( http://www.wassan.org/ ), gruppo di ricerca sulla gestione delle risorse naturali e la sostenibilità in India
Titolo originale: Report: World Land Use Is Top Environmental Issue – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
La massiccia conversione dei paesaggi naturali mondiali all’agricoltura e ad altri usi umani potrebbe presto iniziare a mettere in forse la capacità dell’ecosistema terrestre di sostenere una popolazione in costante crescita.
Sulla rivista Science del 22 luglio 2005, un gruppo di importanti scienziati presenta l’ escalation della trasformazione di foreste, zone umide, savane, vie d’acqua e altri paesaggi naturali, come la principale potenziale minaccia alla salute umana e alla sostenibilità globale.
”Salvo la collisione con un asteroide, è l’uso del suolo da parte degli esseri umani l’impatto più significativo sulla biosfera” secondo Jonathan A. Foley, cilmatologo dell’Università del Wisconsin a Madison e principale autore del saggio su Science. “Potrebbe essere il problema ambientale più urgente dei nostri giorni”.
L’articolo di Science è stato scritto da un gruppo di ricercatori ambientali di punta che rappresentano un ampio raggio di discipline, come biologia, climatologia, limnologia, geografia e scienze della terra. Foley dirige il Center for Sustainability and the Global Environment al Gaylord Nelson Institute for Environmental Studies dell’Università del Wisconsin di Madison.
L’uso del suolo, secondo il rapporto, non è più soltanto una questione locale. Si tratta di una forza di importanza globale, coi sei miliardi di umani in competizione per cibo, acqua, vestiti e alloggi. Lo studio, afferma Foley, è un compendio di ricerche scientifiche sulle principali forme di uso del suolo a livello mondiale – agricoltura, insediamento urbano e rurale, deforestazione e alte forme di sfruttamento delle risorse naturali – e dei loro impatti sull’ecosistema.
Secondo Foley, circa un terzo delle terre mondiali ora sono utilizzate per l’agricoltura, e altri milioni di ettari di ecosistemi naturali vengono convertiti ogni anno. Molte delle pratiche agricole, basate su metodi di origine occidentale, richiedono ampio uso di fertilizzanti chimici e modificano ulteriormente il paesaggio per deviare l’acqua verso le zone marginali.
”Anche se le pratiche di uso del suolo a livello mondiale variano notevolmente, il loro risultato finale in genere è lo stesso: acquisizione di risorse naturali per bisogni umani, spesso degradando le condizioni ambientali”, scrivono gli autori.
Il nuovo rapporto di Science sintetizza e riferisce di decenni di ricerche sugli impatti umani nell’ambiente, come i mutamenti nella composizione dell’atmosfera, la copertura del suolo, il ciclo delle acque e la diversità biologica.
Questa rassegna delle pratiche di uso del suolo mondiali, dice Foley, evidenzia il bisogno di una maggiore collaborazione fra scienziati e pianificatori territoriali, idrologi, coltivatori, architetti e professionisti delle sanità, per impedire un ulteriore degrado ambientale.
”I modi di uso del suolo dipendono da molte cause. Riconosciamo la necessità di cibo, acqua, alloggio” dice Foley. “Ma questo produce effetti multipli, e gli scienziati devono guardare al quadro generale. C’è uno spazio importante per la scienza, qui”.
Un esempio, continua Foley, è la trasformazione delle malattie umane e animali a causa del mutamento climatico, che consente agli agenti patogeni di svilupparsi in regioni dove prima non esistevano. Malattie come l’encefalite equina West Nile, malaria, colera, febbre della Rift Valley o virus hanta sono esempi di infezioni emerse in luoghi inediti, e la cui frequenza è aumentata con le trasformazioni nell’uso del suolo e nei sistemi ecologici.
Foley sottolinea il fatto che gli scienziati debbano guardare oltre gli aspetti naturali selvaggi del mondo, e considerare l’intero contesto, comprese città, suburbio e zone agricole, nella valutazione della salute ambientale globale. “Dobbiamo guardale all’uso del suolo in un contesto globale. Si deve prendere in considerazione l’intero sistema”.
Il rapporto mette anche in rilievo alcuni esempi di pratiche di uso sostenibile del suolo, che offrono contemporaneamente vantaggi economici e ambientali:
● l’acquisto da parte della municipalità di New York di diritti edificatori nelle Catskills per aumentare il potenziale idrico della città. Questa operazione ha prodotto un risparmio di 5-7 miliardi di dollari in servizi di potabilizzazione delle acque.
● la localizzazione di piantagioni di caffè a 1 chilometro dalla foresta tropicale intatta, per trarre vantaggio dall’impollinazione naturale, e che ha migliorato di molto la qualità del prodotto e aumentato la resa sino al 20%.
● l’utilizzo di tetti riflettenti, aggiunta di spazi verdi e piantumazione di alberi nelle città per ridurre lo smog, la mortalità legata al caldo, la domanda di elettricità per il condizionamento d’aria.
● lo sviluppo di sistemi basati sulla lotta integrata ai parassiti, e altre tattiche per ridurre il bisogno di pesticidi chimici e aumentare la produzione di cibo. Due strategie sperimentate sono l’introduzione di pesci che si nutrono di zanzare nelle risaie, e la predisposizione di condizioni ottimali per gli uccelli che si cibano di parassiti.
”L eforme di uso del suolo sono andate ben oltre la dimensione semplicemente locale” dice Foley. “Gli impatti a scala globale sono maggiori della somma di eventi locali. L’uso del suolo sta inducendo trasformazioni a scala del pianeta”.
Nota: il testo originale al sito GreenBiz ; altre informazioni sulle ricerche incorso, a questa pagina della University of Wisconsin, Madison (f.b.)
Eolo sa leggere, meglio non truffarlo
Guglielmo Ragozzino
Ai tempi della rivoluzione francese, l'ultimo mese dell'inverno, quello stesso che, senza rendercene conto, stiamo attraversando, si chiamava Ventoso.Ventoso finirà il 20 marzo, lasciando dietro di sé qualche perplessità, qualche domanda. In tutta Italia - anche oggi si parla del Molise e della Toscana, ogni altra regione ha gli stessi problemi - si discute se e come utilizzare il vento per produrre energia pulita.
Togliamo di mezzo ogni forma di parlar-d'altro: lasciamo perdere il risparmio che certo è la nostra prima scelta; e non consideriamo lo stile di vita più sobrio che viene subito dopo. E' un fatto che un certo quantitativo di energia è indispensabile. Non serve che sia crescente, anno dopo anno; anzi il nostro impegno dovrebbe essere di garantirci quanto ci serve con un mionore dispendio di energia. A questo punto dobbiamo vedercela con l'energia che ci serve e scegliere quella che consuma meno natura, quella che produce meno inquinanti, meno scorie nucleari, meno cambiamenti climatici. Petrolio e gas, nella misura minore possibile, per gli usi, oggi indispensabili, nei settori dei trasporti. E poi sole, idroelettrico, vento.
Il vento, come energia non inquinante, è entrato da qualche anno nei programmi di grandi imprese internazionali. Forse è stato il prezzo elevato del petrolio che ha reso necessaria la ricerca di alternative e possibili molte innovazioni in campi prima trascurati.
come risultato, le compagnie elettriche maggiori che in precedenza consideravano il vento come una variante minore, ai margini del lavoro importante - quello di produrre quantità enormi di energia in complessi giganteschi - ora si sono ricredute, oppure, le più pigre, si stanno ricredendo. La tecnica è progredita e l'elettricità nasce ormai dalle pale anche senza un vento molto forte. Con gli accorgimenti della tecnica e gli appoggi finanziari della politica, anche il vento può essere un affare.
A questo punto, con il rovesciamento dell'incredulità precedente nel suo contrario, l'entusiasmo del neofita, tutti progettano il vento, seguendo una moda che poi è complicata dalle leggi nostrane: un po' di eolico consente carbone e gas delle centrali tradizionali. Gli ambientalisti sono in parte sconcertati: quel vento non è più quello che essi auspicavano; spesso anzi è una presa in giro, un ulteriore attacco ai loro valori.
La questione del vento va afrrontata dal governo con urgenza, senza togliere alle regioni il potere di scegliere, ma indicando loro un atteggiamento coerente. Il governo e l'autorità garante devono affidare al vento un ruolo preciso nel piano energetico nazionale, che non deve essere fatto per raggiungere i prezzi più bassi per ogni unità di energia, ma la minima produzione di anidride carbonica, rispettando la democrazia, l'eguaglianza tra i cittadini e il resto della Costituzione italiana, compreso l'antico articolo 9, quando la repubblica che ancora non sa niente di ambiente però « tutela il paesaggio. Dunque il vento deve essere sottoposto a tre diverse forme di controllo: la prima è l'obbligo di utilizzare le migliori tecniche disponibili, senza neppure tentare di usare i rottami dell'eolico altrui; segue l'obbligo di preparare una dettagliata carta dei venti. Non è più il tempo di cercare il vento, fiutandolo, o mettendo all'aria l'indice bagnato; infine, con buon senso e generosità, si deve fare una carta dei luoghi giusti: quelli che non offendono nessuno, quelli che non opprimono gli altri.
Ventoso, un nome che forse è di buon augurio.
Soffia il vento, infuria la bufera
Serena Giannico
«'Sta storia ha il sapore della beffa, perché le comunità locali non sono state sentite per esprimere i propri pareri...». Sulle «pale selvagge» che dovrebbero presto adornare il litorale del Molise spira bufera. Per il progetto della Effeventi di Milano, che intende realizzare una centrale eolica in mare, è rivolta dei cittadini, che hanno costituito un comitato per la tutela del territorio, e dei comuni, che si sono uniti in un secondo comitato. Mentre gli ambientalisti sono in guerra tra loro.
Il piano del parco offshore ha scatenato polemiche e conflitti. Tutti contro tutti. Le amministrazioni di sei comuni - Vasto e San Salvo (Chieti) e Termoli, Montenero di Bisaccia, Petacciato e Campomarino (Campobasso) - sono insorte. «Ogni palo - tuonano i sindaci - sarà alto ottanta metri, ai quali si dovranno aggiungere i venti metri delle eliche. L'intervento sarà su un'area - che verrà pure interdetta alla navigazione - di 25 milioni 600 mila metri quadrati, non lontano dalle spiagge che stiamo cercando di valorizzare, di promuovere e di far conoscere ai turisti di tutto il mondo per le bellezze naturalistiche. Sarebbe il primo impianto del genere nel Mediterraneo e sarebbe così brutto che...». Che loro neppure si soffermano a dire che sono contrari, perché, in realtà, sono inferociti. «Se fossimo stati interpellati, avremmo detto di no - riprendono -. Adesso, però, ci debbono ascoltare. Siamo pronti alla mobilitazione e ad adire le vie legali...».
Intanto hanno chiesto un incontro per il 16 marzo prossimo al governatore Michele Iorio (Fi). Su cui, per questa vicenda, si stanno abbattendo tuoni e fulmini. Gli ultimi sono stati scagliati da Cristiano di Pietro, consigliere provinciale e figlio del ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro. «Siamo pronti - afferma Di Pietro jr - a dare battaglia al governo regionale che prima, con ripicche e strane autorizzazioni, ha dato il via all'iter procedurale e ora grida la propria avversità».
«Ci risiamo - rincara Marcella Stumpo, del Coordinamento ambiente-salute che, assieme alla fondazione "Lorenzo Milani" sta mettendo a punto le osservazioni antiturbine -, sembra davvero che la Regione non perda il vizietto: era da tempo a conoscenza del progetto, ma ha taciuto. Ha tenuto l'iniziativa nascosta e non ha coinvolto la popolazione con conseguenze negative per il territorio. Certo - aggiunge - non era un obbligo di legge informare, ma lo avrebbero imposto la correttezza istituzionale e i più elementari principi di democrazia. Invece anche stavolta è rimasta in silenzio, come per la centrale a ciclo combinato, come per il gessificio, come per la centrale biomasse...».
Il presidente della Regione, bersagliato, e dopo il coro di resistenze che si è levato, ha scritto al presidente del Consiglio, Romano Prodi, al vice, Francesco Rutelli e a sei ministri, dimostrando «la contrarietà alla costruzione del parco». Il ministro Di Pietro, molisano verace, ha nel frattempo chiesto lumi al collega dei Trasporti e convocato per il 14 marzo, a Roma, il comandante della Capitaneria di porto di Termoli, Luca Sancilio, per avere chiarimenti. Ed è stato il putiferio. Così facendo è finito nel mirino dei Verdi, che lo accusano di non essere stato «sensibile» nell'affrontare progetti che sconvolgono altre parti del Belpaese. «Ora - gli viene rimproverato - Di Pietro capisce perché gli abitanti della Val Susa si oppongono al tunnel della Tav? Perché i vicentini e il movimento contro la guerra si scagliano contro la base militare americana? Perché in molti non vogliono il ponte sullo Stretto di Messina?».
Arrivano, dirette, a Di Pietro pure le stoccate di Grazia Francescato. «E' singolare - afferma la deputata dei Verdi, già responsabile del Wwf - che egli scopra la sua vocazione ambientalista solo per quello che potrebbe accadere a Montenero. E' paradossale viste le tante opere ad alto impatto ambientale a cui vorrebbe dare il via libera. Una fra tutte: il corridoio tirrenico che farebbe sparire la Maremma in Toscana».
«Intendiamoci - si difende Di Pietro - sono convinto che l'energia eolica sia un'alternativa valida. Ma va valutato il rapporto costo-benefici. E poi quella è un'area inadatta e unica per il valore paesaggistico, perché ancora vergine. Mi sembra più una speculazione».
Controversie e progetto preoccupano il presidente del Senato, Franco Marini, che ha chiesto al presidente della Provincia di Chieti, Tommaso Coletti, di essere informato su quanto accade. Mentre la Provincia di Campobasso, allarmata, domani si riunirà con urgenza per adottare provvedimenti contro «l'imponente insediamento che andrebbe ad installarsi in prossimità degli arenili, determinando, tra l'altro, la crisi irreversibile del settore della pesca».
Per non parlare dei danni e del rumore generato dalle pale rotanti. Rifondazione comunista ribadisce dissenso «alla selva di torri d'acciaio che si slargherebbe in acqua». Il parco offshore divide anche gli ecologisti. Edoardo Zanchini, responsabile Energia di Legambiente, assicura che «il progetto è stato a lungo esaminato in commissione al ministero dell'Ambiente e che sono stati apportati correttivi per minimizzare l'impatto con i fondali, per garantire l'allacciamento dei cavi elettrici senza interferire sulle dune e sulla fauna». Mentre Legambiente del Basso Molise sottolinea che «il progetto non ha tenuto conto di specifiche peculiarità, quali la vulnerabilità del litorale interessato - infatti è a ridosso di uno dei fronti franosi più estesi d'Europa - e il fatto che è situato nei pressi di un Sito di interesse comunitario. E' una zona - evidenzia - diversamente vocata. E, per essere il primo eolico marino in Italia, va sostanzialmente modificato e rispondere ai requisiti di distanza e prospettiva degli ultimi impianti del Nord Europa».
Il Comitato nazionale per il paesaggio che fa riferimento all'ex ministro Carlo Ripa Di Meana, dichiara: «Quelle torri bianche deturperebbero un luogo idilliaco». Ritenuto pregiato per la presenza del fiume Trigno, per il passaggio migratorio degli aironi, così come per la flora. «Negli anni passati - ricorda Giuseppe Vatinno, responsabile nazionale energia ed ambiente dell'Italia dei valori - nel caso dell'eolico abbiamo assistito ad una sorta di far west, che ha portato a scempi e a bidoni industriali dei quali è ancora disseminato lo Stivale».
Il ministro dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio aggiunge: «Per produrre energia di questo tipo vanno rispettate le condizioni per un suo corretto utilizzo ed è necessaria la pianificazione nazionale degli impianti».
Sul parco eolico molisano, in eddyburg
Titolo originale: Glossary of energy-related terms – Estratti e traduzione per Eddyburg a cura di Fabrizio Bottini [l’ordine è quello alfabetico originale dei termini anglosassoni]
Energia Eolica/Wind Energy— Energia disponibile da flussi di vento attraverso un ambiente, determinati dal riscaldamento di atmosfera, terra e oceani da parte del sole.
Sistema - o Apparecchio - di Conversione dell’Energia Eolica/Wind Energy Conversion System (WECS) or Device — Apparato per convertire l’energia disponibile nel vento in energia meccanica che può essere utilizzata per azionare macchine (mulini per cereali, pompe d’acqua) o generatori di elettricità.
Generatore Eolico/Wind Generator — Uno WECS espressamente progettato per produrre elettricità.
Mulino a Vento/Windmill — Uno WECS utilizzato per macinare cereali, caratterizzato da un rotore posto in alto, termine comunemente usato a descrivere tutti i tipi di WECS.
Curva dell’Energia Eolica/Windpower Curve — Grafico rappresentante la correlazione fra l’energia disponibile dal vento e la sua velocità. L’energia dal vento aumenta proporzionalmente al cubo della sua velocità.
Impianto per l’Energia Eolica/Wind Power Plant — Gruppo di Turbine a Vento collegate a una centrale comune attraverso un sistema di trasformatori, linee di distribuzione e (di solito) una sottostazione. Gestione, controllo e manutenzione sono spesso centralizzate, attraverso una rete di sistemi computerizzati, affiancati da verifiche visive. Si tratta di un termine usato comunemente negli USA. In Europa si utilizza il termine centrale di generazione.
Profilo dell’Energia Eolica/Windpower Profile — I cambiamenti nell’energia disponibile dal vento a causa delle diverse velocità, o profilo di velocità; il profilo dell’energia eolica è proporzionale al cubo del profilo di velocità del vento.
Valutazione delle Risorse Eoliche/Wind Resource Assessment — Il processo di definizione delle risorse eoliche, e dei potenziali energetici, per uno specifico sito o zona geografica.
Rosa dei Venti/Wind Rose— Un diagramma che indica le percentuali medie delle diverse direzioni da cui soffia il vento, su base mensile o annuale.
Velocità del Vento/Wind Speed — I flussi di vento non impediti da ostacoli.
Curva Temporale di Velocità del Vento/Wind Speed Duration Curve — Un grafico che indica la distribuzione delle velocità del vento in funzione del numero cumulativo di ore in cui la velocità supera un limite dato, in un anno.
Curva di Frequenza di Velocità del Vento/Wind Speed Frequency Curve — Una curva che indica il numero di ore all’anno in cui si raggiunge una determinata velocità.
Profilo di Velocità del Vento/Wind Speed Profile — Un profilo di come cambia la velocità del vento a seconda delle altezze rispetto alla superficie del terreno o dell’acqua.
Turbina a Vento/Wind Turbine — Termine utilizzato per definire un apparecchio di conversione dell’energia eolica in elettricità; può avere una, due o tre pale.
Capacità Relativa di Turbina a Vento/Wind Turbine Rated Capacity — La quantità di potenza che può produrre una turbina a vento alla velocità per cui è stata programmata, ad esempio 100 kW a 30 km/h. La velocità relativa del vento corrisponde al punto in cui l’efficienza di conversione raggiunge il massimo. A causa della variabilità del vento, la quantità di energia effettivamente prodotta da una turbina è in funzione del fattore di capacità (ad esempio, una turbina produce dal 20% al 35% della sua capacità relativa in un anno).
Velocità del Vento/Wind Velocity— Velocità e direzione del vento in un flusso indisturbato.
Nota: l’intero Glossario in originale (che riguarda l'insieme delle energie da fonti rinnovabili) è disponibile al sito dello US Department of Energy (f.b.)
Sono pagati (poco) per il fondamentale compito di nutrire un'umanità sempre più numerosa. Ma agricoltrici e agricoltori - la classe di lavoratori più numerosa sul pianeta - dovrebbero essere remunerati anche per i servizi reali di protezione dell'ambiente contro il caos climatico, la perdita di biodiversità e la limitatezza delle risorse idriche; tanto più negli ecosistemi fragili in cui vivono un miliardo di persone povere nei paesi «in via di sviluppo». Paying farmers for environmental services (Pagare gli agricoltori per i loro servizi ambientali) è il focus del rapporto 2007 The State of Food and Agriculture-Sofa (Lo stato dall'agricoltura e dell'alimentazione) presentato ieri a Roma dalla Fao.
Non che il ruolo ecologicamente benefico dell'agricoltura sia scontato. Anzi, come ha detto Jacques Diouf, direttore dell'agenzia Onu, quest'attività «potenzialmente può degradare le risorse naturali del pianeta - suolo, acqua, atmosfera - o valorizzarle, a seconda delle decisioni prese da oltre due miliardi di persone» le quali ne ricavano le fonti di sussistenza e alle quali vanno offerti incentivi adeguati perché si sentano invogliati a offrire servizi ecologici adottando migliori pratiche agricole. Va detto che attualmente sono all'opera piuttosto una quantità di sussidi perversi, ad attività agroalimentari nocive per l'ambiente, energivore e idrovore; sussidi poco vantaggiosi per i piccoli contadini e profittevoli per l'agrobusiness. Alcuni esempi sono: le sovvenzioni alle esportazioni alimentari da parte di Ue e Usa; i sussidi agli allevamenti anche intensivi e alle colture mangimistiche; gli incentivi agli agrocarburanti; quelli ai costi energetici dell'irrigazione, come all'uso di fertilizzanti e pesticidi di sintesi. Rimuovere o ridurre tali elargizioni aiuterebbe assai a riorientare i modelli produttivi. Il resto lo farebbe appunto l'attribuzione di un valore economico-monetario ai servizi invece utili: l'immagazzinamento di carbonio (mentre attualmente l'agricoltura è responsabile del 30 per cento di tutte le emissioni di gas serra), il controllo delle inondazioni, la fornitura di acqua pulita, la conservazione della biodiversità. La sinergia di fattori quali minore deforestazione, rimboschimento, riduzione di una eccessiva lavorazione del terreno, incremento della copertura del suolo, una migliore gestione dei pascoli, e perché no la produzione di energia solare, eolica e da scarti (ben più problematici gli agrocarburanti) potrebbero portare all'immagazzinamento di oltre due miliardi di tonnellate di carbonio tra il 2003 e il 2012, secondo i calcoli della Fao.
Il meccanismo di mercato degli incentivi pubblici (o privati, le modalità possibili sono varie) necessita di una definizione dei soggetti aventi diritto, il che a sua volta rimanda all'annosa questione della sovranità e dei diritti di proprietà. E non è privo di rischi (fra cui il notorio effetto scaricabarile, se settori responsabili di ingenti emissioni climalteranti potranno liberarsi di ogni responsabilità passando un obolo a contadini rispettosi del clima...) ma può funzionare se abbinato ad altri interventi come l'informazione, il trasferimento di tecnologie e perché no i divieti di pratiche desuete e dannose. Uno degli esempi più precoci in un paese del Sud del mondo è il Programma di pagamento nazionale dei servizi ambientali del Costarica, destinato a chi manteneva in piedi superfici forestali; è stato la carota che ha accompagnato proficuamente il bastone delle restrizioni legali ai tagli. Un altro esempio riguarda la Cina: che nel 1999, dopo una serie di inondazioni devastanti, lanciò il programma Grain for Green per accrescere la copertura forestale intorno ai bacini dello Yagntze e del Fiume Giallo, per bloccare l'erosione: i contadini si impegnavano a destinare a bosco una parte dei terreni e in cambio ricevevano cereali, denaro e piantine.
Ma sono tuttora relativamente pochi i programmi per i servizi ambientali che mirano agli agricoltori e ai terreni agricoli dei paesi in via di sviluppo.
Non sappiamo quando ma il disastro arriverà
di Pascal Acot
Il rapporto della Commissione europea sul clima è abbastanza allarmista, per non dire catastrofico per i Paesi del Sud, Italia compresa: alla metà del XXI secolo i Paesi freddi del Nord dell’Europa potranno beneficiare della ricchezza del turismo, a discapito dei Paesi del Sud. Le conseguenze economiche potrebbero essere drammatiche, specialmente per l’Italia, la Grecia e la Spagna
Gli esperti stimano che le perdite dovute alla fine dei flussi turistici possano aggirarsi sui cento miliardi di euro circa. Oltre a ciò, i decessi in sovrappiù rispetto alla media, imputabili alla canicola o alle forti temperature, potranno aumentare molto, raggiungendo un totale di 87.000 casi l’anno qualora il riscaldamento medio fosse pari a tre gradi centigradi.
Ma gli esperti rendono noto anche che se la lotta contro l’emissione dei gas serra riuscisse a contenere a "soli" 2,2 gradi centigradi l’aumento della temperatura, il numero dei decessi in sovrappiù rispetto alla media potrebbe essere limitato a 36.000. Infine, le tragiche conseguenze cagionate da un eventuale innalzamento delle acque del Mediterraneo, dal degrado delle risorse ittiche e dall’aumento del numero degli incendi delle foreste avrebbero un costo quantificabile anch’esso in decine di miliardi di euro.
L’accuratezza della maggior parte di queste cifre deve indurre ad accogliere con una certa prudenza questo documento. Da un lato perché le previsioni climatiche su più decenni non sono molto affidabili: i climatologi non sanno ancora con precisione se l’aumento della nuvolosità amplificherà l’effetto serra trattenendo i raggi infrarossi di calore che la Terra potrebbe riflettere verso lo spazio profondo o se, al contrario, la copertura nuvolosa ispessita ci proteggerà dall’irraggiamento di calore del Sole. Dall’altro lato perché non è possibile prevedere con esattezza, sulla base della proiezione nel futuro della situazione contingente, quali saranno le reazioni politiche degli Stati europei in materia di lotta contro gli effetti del riscaldamento, considerata la tragica instabilità di alcuni e tenuto conto delle difficoltà ascrivibili alla povertà in tutta la parte occidentale e meridionale del Mediterraneo.
Ciò nondimeno, il problema sollevato da quanto abbiamo potuto conoscere del documento dell’Unione Europea, è da valutare con grande serietà. Se anche non siamo certi della velocità e dell’impatto generale del riscaldamento, sappiamo però che esso è in procinto di aver luogo e sappiamo anche che se non siamo in grado di scongiurarne tutti gli effetti, possiamo forse renderli meno gravi. Il merito dell’Unione Europea, in questo caso, è quello di mettere in allerta l’opinione pubblica sul fatto che al di fuori delle grandi mete turistiche, saranno i Paesi più fragili ad esserne maggiormente colpiti.
Per quanto riguarda il turismo, colpiscono le cifre proposte: secondo il rapporto si dirigeranno verso il Sud per le loro vacanze soltanto cento milioni di persone l’anno. È evidente quindi che il problema sollevato è ancora più grave da un punto di vista economico: nei Paesi direttamente interessati si impone una seria vigilanza. Il problema deve essere affrontato sensatamente. La situazione, tuttavia, non è nemmeno lontanamente paragonabile ai problemi che le risorse idriche della regione pongono e porranno. La quantità di acqua disponibile lungo il bacino del Mediterraneo è più o meno costante. Al contrario, la crescita demografica (in Egitto, in Turchia, in Algeria e in Marocco), lo sviluppo delle attività agricole, industriali e turistiche – i campi da golf si moltiplicano ovunque – provocano un aumento sistematico della domanda. Il riciclaggio delle acque sporche non è sufficientemente rapido e lo "stress idrico" segna pesantemente e duramente la vita degli abitanti del Maghreb e del Medio Oriente. Pertanto, in questa regione ogni abitante dispone mediamente di meno di 2.000 metri cubi di acqua ogni anno, compresi gli usi per l’agricoltura e l’industria.
Al contempo, gli scontri e i combattimenti ai quali assistiamo per il possesso delle risorse idriche nel Medio Oriente potrebbero – ahimè! – intensificarsi: basti pensare che già oggi un israeliano consuma il quadruplo dell’acqua di cui usufruisce un palestinese e che l’accordo di Taba firmato a Washington nel 1995 prevede di concedere l’82 per cento delle acque della Cisgiordania agli israeliani e il rimanente ai palestinesi. Analoghi scontri per l’acqua sono da temersi tra Turchia, Siria e, a termine, anche l’Iraq, tutti Paesi attraversati dall’Eufrate, fiume controllato dai turchi nell’Anatolia sud-orientale.
In seguito a questo rapporto, possiamo attenderci nuove raccomandazioni in materia di risparmio delle risorse idriche e più in generale in tema di riduzione delle emissioni di gas serra. Tali raccomandazioni resteranno tuttavia lettera morta se basilari e fondamentali decisioni politiche non saranno prese per tutti gli anni a venire, in tema di pace nella regione e di aiuti allo sviluppo dei Paesi più poveri del bacino del Mediterraneo.
L’autore, filosofo e storico della scienza, ha scritto fra l’altro "Storia del clima – Dal Big Bang alle catastrofi climatiche"
Traduzione di Anna Bissanti
Europa 2070, la catastrofe del clima
di Andrea Bonanni e Alberto D’Argenio
bruxelles - Sdraio e ombrelloni sul Mar Baltico, ulivi e pomodori nelle Ardenne, tonnare o spadare al largo delle coste scozzesi e svedesi. Alluvioni, desertificazione, erosione delle coste e un’ecatombe di morti per il caldo eccessivo nei Paesi del Mediterraneo, che oggi sono il paradiso dei turisti e dell’agricoltura di qualità. Sono questi i risultati a cui giunge Peseta, un catastrofico studio voluto dalla Commissione europea per analizzare "il costo dell’inazione" in materia di cambiamenti climatici. Il rapporto dovrebbe accompagnare un ampio pacchetto di riforme in campo energetico che la Commissione si accinge a proporre ai governi con lo scopo di ottenere una drastica riduzione delle emissioni di anidride carbonica e di altri gas ad effetto serra, responsabili per il surriscaldamento del pianeta.
L’obiettivo delle proposte avanzate dalla Commissione è una riduzione delle emissioni pari al 30 per cento entro il 2020 per arrivare al 50 per cento entro il 2050.
Dallo studio emerge che proprio i Paesi del Sud dell’Europa, come Italia, Spagna e Grecia, che oggi sono i meno attivi nella riduzione delle emissioni nocive, verranno maggiormente danneggiati da un surriscaldamento del clima. L’Europa meridionale, scrive il rapporto, soffrirebbe di «siccità, calo della fertilità del suolo, incendi ed altri fattori indotti dal cambiamento climatico».
Peseta considera due scenari. Lo scenario A ipotizza che, di fronte ad una generale inazione, le emissioni di anidride carbonica triplichino entro la fine del secolo, inducendo un surriscaldamento medio di tre gradi nel periodo 2071-2100 rispetto al periodo 1961-1990. Il secondo scenario prevede che, grazie ad iniziative isolate di contenimento delle emissioni, la concentrazione di anidride carbonica si limiti a raddoppiare provocando un aumento medio della temperatura di 2,2 gradi.
Gli effetti sulla salute, secondo lo studio, che però precisa di non avere preso in considerazione il fattore di acclimatamento della popolazione, sarebbero devastanti. Il maggior numero di decessi dovuti al calore, secondo Bruxelles, supererebbe nettamente il calo di vite perdute per colpa del gelo. Lo scenario A prevede un aumento di 86 mila morti all’anno. Lo scenario B conterrebbe i danni a 36 mila vittime in più.
Le cose in Europa andrebbero meglio per gli agricoltori. Ma solo per quelli del Nord, che vedrebbero aumentare i loro raccolti in proporzione variabile dal 3 al 70 per cento. Mentre nelle regioni del Sud il calo della produzione agricola varierebbe da un meno 2 ad un meno 22 per cento. Anche gli stock di pesce, pur colpiti dall’acidificazione delle acque marine, si dovrebbero spostare verso nord.
L’innalzamento del livello dei mari comporterebbe un grave fenomeno di erosione delle coste. L’acqua salirebbe da 22 a96 centimetri nello scenario A, da 17 a74 centimetri nello scenario B. Il costo dell’erosione, se non si corresse ai ripari con misure di adattamento, potrebbe arrivare a 42 miliardi di euro nello scenario peggiore e a 9 miliardi di euro per quello meno catastrofico. I danni causati dalle alluvioni aumenterebbero tra il 19 e il 40 per cento per il bacino dell’Alto Danubio, e tra l’11 e il 14 per cento per quello della Mosa.
Il cambiamento climatico influirebbe anche sul turismo. La migrazione di villeggianti dal Nord al Sud Europa rappresenta oggi un sesto del flusso turistico mondiale e riguarda ogni anno 100 milioni di persone che spendono una media di 100 miliardi di euro.
Ma tutto questo potrebbe cambiare. «La zona con eccellenti condizioni climatiche, che è attualmente intorno al Mediterraneo (in particolare per il turismo balneare) - scrive il rapporto - si sposterà a nord, forse fino al Mare del Nord e al Baltico. Lo stesso vale per il rapporto tra sviluppo turistico e disponibilità dell’acqua». Di fronte alla catastrofe estiva, l’unica consolazione che lo studio concede agli operatori turistici del Sud Europa è che «comunque, le condizioni climatiche in primavera e autunno dovrebbero migliorare».
Commoner :"C’è una sola speranza cambiare le tecnologie"
Antonio Cianciullo
ROMA - «In Europa ve la ricordate bene l’estate del 2003. Il termometro che arrivava ai 40 gradi, l’agricoltura in ginocchio, le ondate di calore che si abbattevano senza tregua sulle città. L’intero continente è uscito stordito da quell’esperienza traumatica, risvegliandosi dall’incubo con 35 mila cittadini in meno, 35 mila vittime del cambiamento climatico. Ebbene quel disastro che, secondo alcune ricerche, poteva capitare solo una volta nell’arco di secoli, è destinato ora a diventare la norma». Nel suo studio di New York, Barry Commoner, l’ecologo sui cui libri si sono formate generazioni di ambientalisti, non si stupisce per il rapporto della Commissione europea. Nel 1971, nel suo Il cerchio da chiudere, aveva anticipato la necessità di governare il ciclo dei gas serra e adesso i numeri gli danno ragione.
Lo studio ordinato dall’Unione europea ipotizza una catastrofe da 11 mila morti l’anno entro un decennio: le previsioni diventano sempre più pessimiste anno dopo anno. Le vecchie stime erano sbagliate o volutamente sottovalutate?
«L’attenzione si era concentrata sulle conseguenze graduali del global warming, come se fossimo di fronte a un meccanismo che si andava alterando in maniera preoccupante ma regolare. Ora invece ci troviamo di fronte all’altra faccia della medaglia: le accelerazioni improvvise. Sterzate brusche, imprevedibili nella loro esatta dinamica, che portano al moltiplicarsi delle ondate violente di calore e degli uragani».
Forse c’è stato anche un ritardo culturale. Abituati alle fluttuazioni fisiologiche del tempo non abbiamo capito subito cosa significa una fluttuazione del clima.
«Esattamente. Non si tratta di una stagione turistica che salta o di qualche raccolto rovinato. E’ cambiata l’energia in gioco: il calore in più trattenuto dall’atmosfera modifica la portata degli eventi estremi aumentandone il numero e l’intensità. Gli scenari che oggi vengono fatti propri da istituzioni importanti come la Commissione europea non fanno che dare un volto preciso a una tendenza già chiara da tempo».
Eppure è mancata la capacità di reazione. E ancora oggi alle grida d’allarme non fa seguito un’iniziativa concreta per ridurre l’emissione dei gas serra. Vuol dire che cambiare rotta è troppo costoso?
«E’ vero il contrario. E’ troppo costoso non agire. Già il rapporto Stern prevedeva una perdita del 20 per cento del prodotto mondiale lordo per colpa del cambiamento climatico. Mentre la rivoluzione tecnologica in direzione delle fonti energetiche rinnovabili comporta un guadagno».
Non le sembra di esagerare un po’?
«No, sono investimenti che danno profitti a breve. Anche il singolo cittadino può sperimentare come l’uso dell’energia solare permette di ridurre la sua bolletta elettrica. E nei paesi in via di sviluppo il mercato potenziale è enorme: per chi abita in un villaggio non collegato alla rete elettrica il vantaggio delle rinnovabili è ancora più evidente e immediato».
Il costo di base delle tecnologie pulite resta però nelle mani dei ricchi. Senza un investimento consistente nei paesi industrializzati non si riuscirà a tagliare i gas serra che minano la stabilità climatica.
«Non ci sono alternative. La diagnosi è chiara: per salvare le nostre società e le loro economie bisogna uscire dalla dipendenza dal petrolio e dai combustibili fossili. Bisogna lanciare il fotovoltaico e le rinnovabili, aumentare l’efficienza energetica e trasferire il traffico dalla gomma al ferro».
I sei anni di presidenza Bush non sono andati in questa direzione.
«Ma, nonostante le resistenze della Casa Bianca, le maggiori industrie, comprese quelle del petrolio e della chimica, hanno riconosciuto la necessità di frenare il cambiamento climatico. E questa necessità si può trasformare in una grande opportunità. Il sistema produttivo degli Stati Uniti sta perdendo colpi, subisce una concorrenza a cui, utilizzando i vecchi schemi, non riesce a far fronte: la svolta tecnologica imposta dagli sbalzi climatici è l’occasione per un rinascimento industriale».
Con che tempi?
«Quello che manca sono i programmi nazionali di riconversione industriale ed energetica. Se c’è una decisione politica, il risultato può essere raggiunto in cinque anni».
L’augurio per il 2007?
«Che il nuovo Congresso americano riesca a chiudere il capitolo della guerra in Iraq, legata alla vecchia logica del controllo del petrolio, e ad aprire la battaglia contro i cambiamenti climatici».
Termoli - Scempio al largo. Imponenti torri che svettano tra le onde. Potrebbe presto cambiare il paesaggio costiero del Molise, ventisei chilometri di litorale in più punti martoriati dal cemento e che custodiscono già una centrale turbogas, che terrorizza la popolazione, e diverse rischiose aziende chimiche. Adesso, nelle pieghe delle brezze primaverili, spunta un progetto della ditta Effeventi srl, con sede a Milano, che ha scelto questo fazzoletto di meridione per realizzare il primo parco eolico in mare d'Italia. Un tratto d'Adriatico costellato di... pali d'acciaio. L'impianto coprirebbe, in maniera devastante, uno specchio acqueo di 25 milioni 527 mila e 500 metri quadrati, di cui 3 milioni 150 mila di area demaniale e sorgerebbe dirimpetto alle spiagge del piccolo centro di Petacciato (Campobasso), tra tre e cinque miglia dai lidi di Termoli e Campomarino, a sette dal bagnasciuga di Vasto (Chieti), a un paio da quello di Montenero di Bisaccia - paese del ministro Antonio Di Pietro - e a 21 dalle isole Tremiti. Andrebbe, quindi, a incastonarsi nei pressi dello splendido arcipelago pugliese e in un sito rinomato e frequentato per i caratteristici fanghi generati da una slavina naturale.
Cinquantaquattro le turbine da installare, della potenza complessiva di 162 megawatt e che dovrebbero produrre energia elettrica per 450 milioni di chilowatt annui, che potrebbero soddisfare il fabbisogno di 120 mila famiglie.
Il ministero dei Trasporti ha autorizzato l'istruttoria, avviata da un paio d'anni, ordinando, qualche settimana fa, alla Capitaneria di porto di Termoli, la pubblicazione all'albo pretorio del Comune degli atti con i quali si dà avviso dello scellerato progetto. Ciò vuol dire che sono scattati i 30 giorni utili alla presentazione delle osservazioni al piano. Trascorso questo periodo - e resta ormai poco tempo - non sarà accettato alcun reclamo e si darà ulteriore corso alle pratiche, già a buon punto. L'iter per i permessi e lo studio d'impatto ambientale, infatti, sarebbero quasi ultimati.
Secondo la società lombarda che vuole realizzare il parco off-shore - così viene tecnicamente chiamato - la mega struttura, per la quale è stata chiesta una concessione demaniale di sessant'anni, sarebbe «salutare» per il territorio. Questi i benefici elencati «per il mancato consumo di 90 mila tonnellate di idrocarburi»: 420 mila tonnellate in meno di anidride carbonica immessi nell'atmosfera in un anno, 600 tonnellate di anidride solforosa, 800 di ossidi di azoto e 43 tonnellate di polveri sottili.
«La società Effeventi - spiega l'avviso che occhieggia dalle bacheche del municipio di Termoli - preparerà il fondale, erigerà i pali di fondazione mediante una nave speciale munita di gambe d'appoggio e dotata di gru a martelli idraulici». I «piloni» avranno un diametro di cinque metri e saranno inseriti ad una profondità di 50 metri. Seguiranno i lavori di posa dei cavi, anch'essi invadenti, e d'interconnessione. Diversi fili si allacceranno ad una cabina di trasformazione piantata sulla terraferma e ad una linea «volante» che si andrà a collegare alla rete elettrica nazionale. «Il montaggio - affermano ancora i documenti - verrà completato sistemando la torre eolica con la gondola contenente il generatore e successivamente il rotore e le pale». Le torri metalliche si innalzeranno per 80 metri al di sopra del livello del mare. Si staglieranno possenti e ingombranti. Inutili per questo spicchio di Sud, a tratti ancora povero e che, nonostante le proteste, ha dovuto accogliere una centrale a ciclo combinato che non voleva e che teme. A cui sono state regalate industrie alle quali, secondo una recente ricerca dell'Istituto superiore di sanità, potrebbe essere collegato l'incremento delle malattie tumorali, che si aggira mediamente intorno al 17 per cento, sfiorando, in alcune zone, addirittura aumenti del 42 per cento.
Dei 25 mila ettari di pali eolici la Regione, guidata da Michele Iorio, era a conoscenza, dato che l'avvio della procedura amministrativa è stata pubblicata sul Bollettino ufficiale del 16 dicembre 2005. Ma ha glissato la faccenda. Un disastro contro cui l'amministrazione provinciale di centrosinistra, «pur non avendo ricevuto alcuna comunicazione ufficiale da parte di enti», è scesa in campo esprimendo «sgomento e disapprovazione». «E netta contrarietà - rincara il presidente Nicola D'Ascanio - anche per ciò che riguarda il metodo, contrassegnato da elementi di clandestinità procedimentale. Potremmo ritrovarci un insediamento eolico deleterio». Per i piccoli pescatori che tirano avanti con fatica e reti e per le attività turistiche, economiche e sociali che stentano. «Un impianto rovinoso - tuona Luigi Lucchese, responsabile Legambiente nel Basso Molise - che annienteranno la vita marina e creeranno degrado in luoghi che, con sforzo, stiamo cercando di tutelare e valorizzare». In rivolta anche il vicino Abruzzo, il cui assessore regionale all'Ambiente, Franco Caramanico, dichiara: «Provvederemo ad attuare le misure per difendere e salvaguardare il nostro litorale«. In subbuglio la marineria, mentre l'associazione ecologista Patria di Termoli riflette: «Stiamo assistendo alla crocifissione del Molise, che non riceverà benefici da questo parco delle brutture». E che a breve potrebbe vantare dolci arenili con dune, fiori rari e vista... pali. Altro che... favola blu.
Sulla questione dell'energia pulita parte la scommessa per un'ambiente sostenibile e proprio in Sicilia dove recentemente sono state convocate sedute consiliari nei vari Comuni per gli impianti eolici.
Il ministro dell'Ambiente Altero Matteoli ha inaugurato le eliche dei 43 aerogeneratori da 850 Kw ciascuno; sulle montagne di Partitico, Alcamo e Camporeale, la zona del parco eolico, c'erano anche Totò Cuffaro, il presidente dell'Anev (Associazione Nazionale Energia del Vento), Francesco Ferrante di Legambiente, il vicepresidente della Regione Sicilia, Francesco Cascio e il responsabile della ditta Ivpc per la Sicilia. Questo parco Eolico permetterà la produzione potenziale di 100.000.000 di KWh con un risparmio di 190.000 barili di petrolio, pari a circa 30.000.000 di litri all'anno ed è stato realizzato dal Gruppo Ivpc. Si prosegue così decisamente verso il raggiungimento degli obbiettivi di produzione di energia di fonti rinnovabili nel mercato interno dell'elettricità, fissati dalla direttiva comunitaria nel 25% entro il 2010, traguardo a serio rischio che può essere raggiunto solo con un'azione decisa ed incisiva.
Per il ministro Matteoli «L'energia eolica è la scommessa che dobbiamo fare per il futuro. In Italia, siamo un pò in ritardo perchè c'è stato un forte dibattito, ma speriamo di poter raggiungere l'obiettivo del 25% di energia prodotta dal vento entro il 2012. In posti come questo produrre energia dal vento è un risultato eccezionale. Per questo dobbiamo trovare le sedi adeguate per impiantare l'eolico».
Attualmente le richieste per la realizzazione di campi eolici in Sicilia sono 150, su otto impianti già funzionanti. Spiegano gli addetti ai lavori che : «Si tratta di un parco eolico da 36,55 MW realizzato dal Gruppo Ivpc costituito da 43 aerogeneratori sviluppanti ciascuno una potenza massima nominale pari a 850 Kw. Gli aerogeneratori sono collegati tra loro ed alla cabina primaria denominata Partinico 2-Alcamo, costituente il punto di consegna dell'energia alla rete elettrica nazionale, da cinque linee elettriche interrate».
«Ricade in un'area che presenta ottime caratteristiche di ventosità per cui l'impianto eolico appare una scelta opportuna in questo sito che tral'altro è facilmente accessibile ed utilizzato a tutt'oggi quasi esclusivamente per pascolo o per colture che possono coesistere con l'impianto, quindi il parco eolico è perfettamente compatibile con l'assetto territoriale. è importante considerare che 43 generatori da 850 Kw ciascuno, eviteranno l'immissione in atmosfera di oltre 50mila tonnellate annue di anidride carbonica. Una centrale eolica è una vera e propria centrale elettrica, ma l'elettricità prodotta ha una caratteristica unica, che la differenzia da quella prodotta da tutte le altre tipologie di centrale elettrica: è assolutamente pulita, ottenuta senza inquinamento e senza emissione di gas-serra o di radiazioni elettromagnetiche di qualsiasi tipo e con il minimo impatto ambientale sull'ecosistema».
«Una centrale eolica è costituita da una serie di aerogeneratori disposti secondo geometrie ben predeterminate al fine di non creare ostacoli reciproci tra le macchine e di consentire la migliore esposizione verso le direzioni predominanti dei venti. Un generatore eolico è costituito da una torre, sulla quale é fissata una capsula di forma aerodinamica, una navicella contenente il generatore elettrico e un rotore formato da tante pale progettate per sottrarre al vento parte della sua energia meccanica. Il principio di funzionamento degli aerogeneratori è lo stesso dei mulini a vento: il vento che spinge le pale. Ma nel caso degli aerogeneratori il movimento di rotazione delle pale viene trasmesso ad un generatore che produce elettricità».
Possiamo notare il Parco eolico e gli impianti ad occhi nudo volgendo lo sguardo verso le montagne del palermitano all'interno del territorio del Golfo di Castellammare verso Camporeale e le montagne che nascondono ai nostri occhi Piana degli Albanesi e Portella della Ginestra.
L'unica domanda che bisognerà porsi ora è l'aspetto economico: se l'impianto eolico farà risparmiare milioni di barili di petrolio ogni anno e considerato lo stato dell'energia in Italia e in Sicilia, bisognerà anche sapere quale costo o quale risparmio ne deriverà per le economie dei cittadini, gli utenti che pagano la bolletta: questo ancora non è stato dato sapere. Ma soprattutto, visto che l'energia prodotta dal Parco Eolico sarà immessa nella Rete elettrica nazionale, che tipo di benefici, e se ce ne saranno, potranno essere ricondotti alla Sicilia che ha già l'esperienza del prezzo della benzina alto nonostante sia una zona produttrice di petrolio.
Negli ultimi anni una vera e propria trasformazione sta avvenendo in tutti i campi dell'energia e dell'approvigionamento e produzine oltre che gestione della stessa energia e dei servizi indispensabili alla vita moderna industrializzata: il Parco Eolico, che chiamato Parco può far pensare a una cosa in subordine di matrice solo ambientalista mentre si tratta essenzialmente di un modo di produzione non inquinante o comunque non sfruttando il petrolio, il Parco Eolico dunque è solo l'ultimo anello di congiunzione di un programma più vasto di riforma della produzione e della gestione dell'energia.
In cantiere, e non senza polemiche e dubbi, esistono infatti anche i Termovalorizzatori (ne sono previsti 4 in Sicilia, uno a Bellolampo a Palermo e su cui gli ambientalisti sono contrari); e per la gestione delle acque e dei rifiuti è previsto l'Ato: su queste cose per il momento sembra minima l'attenzione dell'opinione pubblica che sembra accettare le trasformazioni senza una precisa idea di quello che può essere il futuro, un futuro che intanto per ora con il parco Eolico è già presente in forma operativa. Ma esiste anche un altro futuro, più decisivo per le economie dei cittadini e di cui ancora poco si conosce: le bollette dei consumi dell'energia, dell'acqua e dei servizi connessi di cui non si sa ancora nulla.
«Quando soffia il vento – continuano gli ingegneri a spiegare – le pale si mettono a girare e l'energia cinetica è trasformata in energia elettrica dal generatore della navicella. L'energia così prodotta viene convogliata su un trasformatore che ne innalza la tensione prima che venga immessa nella linea di trasmissione».
Di regola, i moderni aerogeneratori entrano in azione quando la velocità del vento si avvicina ai 20 km/h, esprimono il massimo rendimento fra 40 e 50 km/h, e si disattivano intorno ai 110 km/h.
«Il problema maggiore – continuano gli ingegneri – che deve affrontare la produzione di energia eolica, infatti, è la naturale incostanza dei venti, che si traduce in un funzionamento discontinuo degli aerogeneratori. Per questo motivo, sono ritenute adatte all'installazione di aerogeneratori soltanto le località caratterizzate da una velocità media annua del vento di almeno 21 km/h. Le turbine convertono direttamente l'energia cinetica del vento in energia meccanica utilizzata per la generazione di energia elettrica. L'aerogeneratore opera a seconda della forza del vento. Per cominciare a funzionare è necessario che la forza del vento sia di almeno 4-5 m/s, ad elevata velocità (20-25 m/s) invece l'aerogeneratore per motivi di sicurezza si pone automaticamente in posizione di stallo. L'energia elettrica generata dalla turbina a 690 Volt, viene convogliata alla basa della torre, in una cabina dove viene trasformata da 690 Volt a 20.000 Volt. Queste cabine di trasformazione ospitano anche le unità di controllo di ciascuna turbina ed alcune unità di corrente reattiva oltre alle apparecchiature di controllo per il monitoraggio centrale. Dalle cabine l'energia prodotta viene convogliata, tramite cavi interrati, alle sottostazioni dove viene trasformata da 20.000 a 150.000 Volt e quindi immessa nella rete nazionale».
«La terra possiede risorse sufficienti per provvedere ai bisogni di tutti, ma non all’avidità di alcuni»; questa affermazione del Mahatma Gandhi centra il cuore del problema delle risorse e al contempo è quanto mai profetica. La radice del termine risorse si trova nel verbo latino surgere e come l’acqua sgorga dal terreno, la Terra Madre elargisce copiosamente beni per la nostra vita comune.
Va da sé che questi beni debbono essere utilizzati con giudizio e parsimonia, non solo perché sono un patrimonio comune, ma perché la rinnovabilità della natura ha bisogno di tempi lunghi. Ma il buon senso e la responsabilità verso i processi naturali hanno lasciato il campo a uno sfruttamento illimitato nel nome dello sviluppo e dell’economia di mercato. L’insegnamento di Francis Bacon ha condizionato per secoli e fino a oggi i nostri comportamenti: «La natura è una prostituta; noi dobbiamo domarla, penetrare i suoi segreti e incatenarla secondo i nostri desideri». Aver concepito la natura come un ammasso di materie prime da trasformare in "ricchezze" ci ha portati a un drammatico impoverimento delle risorse naturali.
Con queste premesse le più grandi doglianze e paure riguardano la perdita di quelle risorse che garantiscono l’attuale sistema produttivo ed energetico. Il progressivo depauperamento di giacimenti di petrolio, carbone, gas naturali fa presagire un nuovo Medio Evo. Il dibattito si rivolge, giustamente, alle energie rinnovabili, alla moderazione nei consumi, all’implementazione delle ricerche o alla riproposizione di vecchie scelte come quella del nucleare.
Esiste, insomma, una predominanza delle risorse fossili così forte e determinata che pone in seconda linea quel mondo naturale e quei beni comuni che sono alla base della nostra vita biologica. Mentre nei paesi ricchi l’attenzione è puntata sulla crisi delle risorse fossili, nei paesi del Sud del mondo invece spaventa soprattutto la crisi delle risorse viventi.
La contrapposizione sull’utilizzo dei prodotti agricoli per produrre carburanti o cibo è significativa. La metà dei posti di lavoro nel mondo è legata alla pesca, all’agricoltura, all’economia di raccolta e di produzione del cibo; le risorse viventi sono fondamentali per le cosiddette economie di sussistenza.
L’acqua, l’aria, la fertilità dei suoli, per non parlare dello stato di salute delle foreste, degli oceani, dei fiumi e della biodiversità del mondo animale e vegetale sono sempre più minacciati dal fatto che la natura è diventata un oggetto di dominio. Il bilancio finale comincia a rendere conto degli ingenti danni provocati alle risorse naturali e all’ecosistema. C’è una teoria che descrive come l’uomo, convinto di dominare la Natura e di averla a sua completa disposizione, utilizzi la tecnica per trovare soluzioni ai singoli problemi; ma per ogni risposta tecnologica che escogita, ecco presentarsi nuovi e più gravi problemi, causati proprio da quella che doveva essere una soluzione. Tutto ciò è quanto mai calzante per il pianeta oggi e sembra che ci abbia fatto raggiungere il limite estremo. La situazione impone ben più che un semplice mutamento di rotta: impone un radicale cambio di mentalità, un pensiero più complesso, più umiltà e senso di responsabilità nei confronti dell’ambiente, degli ecosistemi, della Terra Madre.
Violare i limiti di rigenerazione della natura significa aggravare la scarsità delle risorse: i fiumi si inaridiscono, i suoli perdono fertilità, l’aria diventa irrespirabile, le foreste scompaiono. Perché insistere a superare i limiti che la terra ci impone? Così non si fa che crearne dei nuovi, di limiti, finché non sarà più possibile rimediare.
Scriveva Ungaretti:
L’uomo, monotono universo, / crede allargarsi i beni / e dalle sue mani febbrili / non escono senza fine che limiti.
La gestione del limite diventa il primo esercizio di sostenibilità, non soltanto ambientale.
Ma per farlo bisogna rinunciare alla crescita economica come unico criterio di progresso umano. In questo quadro l’uso spregiudicato delle risorse genetiche apre nuove frontiere, nuovi rischi e pone un problema di giustizia. Il 20 per cento della popolazione mondiale utilizza il 75 per cento delle risorse globali.
Acquisita quindi la consapevolezza dei limiti biofisici non si può ritenere equa e giusta l’attuale spartizione delle risorse e la crescente privatizzazione dei beni comuni. Da un lato il materiale genetico è diventato una risorsa da brevettare, dall’altro lato dopo la privatizzazione delle terre comuni oggi si assiste alla privatizzazione massiccia delle risorse idriche e delle sementi. Combattere contro la privatizzazione dei beni comuni e per la loro tutela e valorizzazione è una scelta di civiltà e democrazia. Molti di questi beni e di queste risorse appartengono di diritto alle comunità locali e indigene, sono parte integrante delle culture tradizionali. Dalle risorse naturali queste comunità ricavano alimenti, erbe medicinali, materiali per il loro abbigliamento e le loro abitazioni; le stesse risorse naturali ne hanno segnato la storia, la cultura e la spiritualità.
I saperi tradizionali sono da sempre i veri tutori della biodiversità, della rigenerazione e del risparmio delle risorse. Quante volte i saperi delle comunità indigene hanno rivelato proprietà naturali utilizzate poi per la produzione di medicinali e cosmetici senza che si riconoscesse loro la primogenitura di queste scoperte o l’indu
I nostri beni comuni che dobbiamo difendere
CARLO PETRINI
«La terra possiede risorse sufficienti per provvedere ai bisogni di tutti, ma non all’avidità di alcuni»; questa affermazione del Mahatma Gandhi centra il cuore del problema delle risorse e al contempo è quanto mai profetica. La radice del termine risorse si trova nel verbo latino surgere e come l’acqua sgorga dal terreno, la Terra Madre elargisce copiosamente beni per la nostra vita comune.
Va da sé che questi beni debbono essere utilizzati con giudizio e parsimonia, non solo perché sono un patrimonio comune, ma perché la rinnovabilità della natura ha bisogno di tempi lunghi. Ma il buon senso e la responsabilità verso i processi naturali hanno lasciato il campo a uno sfruttamento illimitato nel nome dello sviluppo e dell’economia di mercato. L’insegnamento di Francis Bacon ha condizionato per secoli e fino a oggi i nostri comportamenti: «La natura è una prostituta; noi dobbiamo domarla, penetrare i suoi segreti e incatenarla secondo i nostri desideri». Aver concepito la natura come un ammasso di materie prime da trasformare in "ricchezze" ci ha portati a un drammatico impoverimento delle risorse naturali.
Con queste premesse le più grandi doglianze e paure riguardano la perdita di quelle risorse che garantiscono l’attuale sistema produttivo ed energetico. Il progressivo depauperamento di giacimenti di petrolio, carbone, gas naturali fa presagire un nuovo Medio Evo. Il dibattito si rivolge, giustamente, alle energie rinnovabili, alla moderazione nei consumi, all’implementazione delle ricerche o alla riproposizione di vecchie scelte come quella del nucleare.
Esiste, insomma, una predominanza delle risorse fossili così forte e determinata che pone in seconda linea quel mondo naturale e quei beni comuni che sono alla base della nostra vita biologica. Mentre nei paesi ricchi l’attenzione è puntata sulla crisi delle risorse fossili, nei paesi del Sud del mondo invece spaventa soprattutto la crisi delle risorse viventi.
La contrapposizione sull’utilizzo dei prodotti agricoli per produrre carburanti o cibo è significativa. La metà dei posti di lavoro nel mondo è legata alla pesca, all’agricoltura, all’economia di raccolta e di produzione del cibo; le risorse viventi sono fondamentali per le cosiddette economie di sussistenza.
L’acqua, l’aria, la fertilità dei suoli, per non parlare dello stato di salute delle foreste, degli oceani, dei fiumi e della biodiversità del mondo animale e vegetale sono sempre più minacciati dal fatto che la natura è diventata un oggetto di dominio. Il bilancio finale comincia a rendere conto degli ingenti danni provocati alle risorse naturali e all’ecosistema. C’è una teoria che descrive come l’uomo, convinto di dominare la Natura e di averla a sua completa disposizione, utilizzi la tecnica per trovare soluzioni ai singoli problemi; ma per ogni risposta tecnologica che escogita, ecco presentarsi nuovi e più gravi problemi, causati proprio da quella che doveva essere una soluzione. Tutto ciò è quanto mai calzante per il pianeta oggi e sembra che ci abbia fatto raggiungere il limite estremo. La situazione impone ben più che un semplice mutamento di rotta: impone un radicale cambio di mentalità, un pensiero più complesso, più umiltà e senso di responsabilità nei confronti dell’ambiente, degli ecosistemi, della Terra Madre.
Violare i limiti di rigenerazione della natura significa aggravare la scarsità delle risorse: i fiumi si inaridiscono, i suoli perdono fertilità, l’aria diventa irrespirabile, le foreste scompaiono. Perché insistere a superare i limiti che la terra ci impone? Così non si fa che crearne dei nuovi, di limiti, finché non sarà più possibile rimediare.
Scriveva Ungaretti: "L’uomo, monotono universo, / crede allargarsi i beni / e dalle sue mani febbrili / non escono senza fine che limiti".
La gestione del limite diventa il primo esercizio di sostenibilità, non soltanto ambientale. Ma per farlo bisogna rinunciare alla crescita economica come unico criterio di progresso umano. In questo quadro l’uso spregiudicato delle risorse genetiche apre nuove frontiere, nuovi rischi e pone un problema di giustizia. Il 20 per cento della popolazione mondiale utilizza il 75 per cento delle risorse globali.
Acquisita quindi la consapevolezza dei limiti biofisici non si può ritenere equa e giusta l’attuale spartizione delle risorse e la crescente privatizzazione dei beni comuni. Da un lato il materiale genetico è diventato una risorsa da brevettare, dall’altro lato dopo la privatizzazione delle terre comuni oggi si assiste alla privatizzazione massiccia delle risorse idriche e delle sementi. Combattere contro la privatizzazione dei beni comuni e per la loro tutela e valorizzazione è una scelta di civiltà e democrazia. Molti di questi beni e di queste risorse appartengono di diritto alle comunità locali e indigene, sono parte integrante delle culture tradizionali. Dalle risorse naturali queste comunità ricavano alimenti, erbe medicinali, materiali per il loro abbigliamento e le loro abitazioni; le stesse risorse naturali ne hanno segnato la storia, la cultura e la spiritualità.
I saperi tradizionali sono da sempre i veri tutori della biodiversità, della rigenerazione e del risparmio delle risorse. Quante volte i saperi delle comunità indigene hanno rivelato proprietà naturali utilizzate poi per la produzione di medicinali e cosmetici senza che si riconoscesse loro la primogenitura di queste scoperte o l’industria pagasse il dazio per essersene appropriata... Molta parte della povertà nel mondo è dovuta a queste forme di appropriazione indebita. Brevettare i semi e la biodiversità, privatizzare l’acqua, affidare l’agricoltura al monopolio delle multinazionali significa dare il colpo di grazia alle economie di sussistenza e al lavoro femminile nelle immense campagne del mondo. Molti gruppi di persone nel Terzo mondo, in particolare le donne rurali e i popoli indigeni, possiedono conoscenze e pratiche produttive assolutamente sostenibili, capaci di rinnovare la fertilità della terra, di conservare l’acqua, di selezionare i semi. La prosperità di queste comunità è direttamente proporzionale alla capacità dei loro membri di condividere le risorse, con equità e parsimonia.
Lo sfruttamento illimitato delle tecnoscienze e del mercato rispetto alle risorse naturali e alla sostenibilità ci imporranno di riflettere sul nostro universo culturale occidentale, modernista.
La superiorità dell’economia sulla natura e sulla cultura sta alla base della crisi delle risorse e della sostenibilità. Come dice Vandana Shiva: «In un mondo finito, ecologicamente interconnesso e soggetto alle leggi dell’entropia, i limiti naturali hanno bisogno di essere rispettati. Non possono dipendere dai capricci e dalle convenienze del capitale e delle forze di mercato».
Per capire quanto il denaro non sia convertibile alla vita è forse opportuno ricordare la saggezza dei Nativi americani quando affermavano: «Solo quando avrai abbattuto l’ultimo albero, pescato l’ultimo pesce e inquinato l’ultimo fiume, solo allora capirai che non puoi mangiare i soldi».
Titolo originale: Hurricane center chief issues final warning – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
MIAMI — Frustrato dal fatto che né i politici né la gente sembrano dargli ascolto, il direttore del National Hurricane Center, Max Mayfield, mette fine alla sua carriera di 34 anni nell’amministrazione federale, alla ricerca di un nuovo pulpito da cui lanciare il proprio sgradevole messaggio: l’uragano Katrina non è stato niente, in confronto a quello grosso che deve ancora arrivare.
Mayfield, 58 anni, abbandona il suo ruolo di alto profilo al National Weather Service più convinto che mai che gli abitanti del sud-est degli Stati Uniti stiano rischiando una tragedia senza precedenti continuando a costruire abitazioni vulnerabili nella zona delle tempeste tropicali, e non pianificando percorsi di evacuazione rapida.
Indica i sette milioni di abitanti sulla costa della Florida meridionale.
“Andremo a finire con una tempesta sufficientemente forte, in un’area densamente popolata, tale da provocare un enorme disastro” spiega. “Conosco persone che non ne vogliono sentir parlare, e in genere anch’io sono molto positivo, ma davvero ci stiamo preparando a un grosso disastro”.
Sono oltre 1.300 le morti attribuite in tutta la Costa del Golfo all’uragano Katrina, il più alto costo umano da un evento atmosferico negli USA da gli anni ‘20.
Ma Mayfield avverte che si potrebbero avere dieci volte tante vittime per quello che vede come l’inevitabile abbattersi di una enorme tempesta, nell’arco dell’attuale fase a elevata attività di uragani, che si prevede durerà altri 10-20 anni.
La sua previsione apocalittica di migliaia di morti e milioni di senzatetto propone un lato opposto della personalità che si era imposta alla guida del centro uragani.
Mayfield è diventato una celebrità nazionale durante le tempestose stagioni del 2004 e 2005, comparendo sulle reti televisive con aggiornamenti orari degli uragani Charley, Ivan, Frances e Wilma mentre questi colpivano i Carabi e il Sud-Est. Il suo atteggiamento calmo e la paterna sincerità, gli hanno guadagnato la fiducia di milioni di spettatori in cerca di indispensabile orientamento per la sopravvivenza.
E sostiene che le sue fosche previsioni non devono per forza avverarsi.
Esistono le tecnologie per realizzare edifici sviluppati in altezza in grado di sostenere il vento degli uragani, e tempeste tropicali più potenti di quelle sperimentate negli ultimi anni. Gran parte delle architetture di Hong Kong sono state pensate per sopportare i tifoni, e gli alberghi e appartamenti di Kobe, Giappone, dopo che un terremoto nel 1995 ha devastatola città, sono vantati come indistruttibili, spiega.
Quello che manca negli Stati Uniti è la volontà politica di prendere e attuare decisioni difficili sui regolamenti edilizi e urbanistici, superando le resistenze dell’influente mondo delle costruzioni e di una pubblica amministrazione che vuole ancora scommettere sul fatto che la tempesta grossa non colpirà mai, dice.
“Fa bene al fisco” consentire che si costruiscano edifici sulla linea di costa, spiega Mayfield a proposito della riluttanza dei politici a scoraggiare i progetti insediativi che espongono gli abitanti ai rischi delle tempeste.
“Non vorrei che i costruttori se la prendessero con me, ma è il loro settore che si oppone in modo più deciso a migliorare le regole edilizie”.
Anche i consumatori devono chiedere costruzioni più solide, aggiunge Mayfield. Le imprese guadagnano di più rispetto ai propri investimenti migliorando tappezzerie e finiture che con la sicurezza al di sopra dei criteri minimi fissati dagli stati, spiega.
In quanto alto dirigente pubblico, a Mayfield è stato proibito di cercare un lavoro nel settore private mentre era ancora alle dipendenze del governo. Ma martedì, suo ultimo giorno in carica, ha spiegato che spera di iniziare una seconda carriera come consulente nella pianificazione dell’emergenza e nell’intervento per le calamità naturali. É particolarmente interessato alle potenzialità di iniziative pubblico-private di studio dei casi di disastri naturali a scopo informativo.
Immagina un servizio di valutazione delle calamità naturali simile a quello del National Transportation Safety Board, che esamina cause e conseguenze degli incidenti aerei e negli altri settori dei trasporti.
“Quando il NTSB verifica problemi strutturali come causa di un incidente aereo, non capita che quel modello continui ad essere prodotto con le medesime caratteristiche e problemi” spiega.
Invece con le calamità naturali gli stessi errori che mettono a rischio le vite umane vengono replicati anno dopo anno, in costruzioni non sicure e pianificazione urbanistica inadeguata, dice.
Mayfield racconta anche di star meditando una collaborazione con chi sostiene la necessità di regole urbanistiche e edilizie più severe.
“Non è solo un problema di previsioni. Qualunque cosa faccia, voglio che contribuisca a cambiare i risultati” dice, ammettendo frustrazione rispetto alla persistente disattenzione pubblica per le campagne federali e locali per stimolare consapevolezza e preparazione agli uragani.
Anche dopo la devastante stagione del 2004 e del 2005, dice, meno del 50% delle aree a rischio si sono dotate di piani di evacuazione.
Pur critico rispetto alla risposta della Federal Emergency Management Agency alle devastazioni di Katrina a New Orleans, avverte a proposito di un eccesso di dipendenza dal governo federale nelle emergenze. É rimasto sconcertato vedendo le agenzie federali che distribuivano acqua e ghiaccio in Florida meridionale dopo l’uragano Wilma dell’ottobre 2005, quando c’erano i negozi aperti ed era potabile l’acqua del rubinetto.
“Non si deve aspettare la prima risposta dal governo federale. Il governo non può e non deve fare tutto, altrimenti si crea una cultura della dipendenza”.
Mayfield loda l’amministrazione statale della Florida per il ben organizzato programma di risposta alle calamità naturali, e per le azioni verso una migliore sicurezza edilizia, che contrastano con quelle di altri stati del Golfo del Messico i quali, afferma, ancora non hanno le stesse regole per le costruzioni estese a tutto il territorio.
Anche se nome e viso di Mayfield sono abbastanza noti da farne oggetto di attenzione per qualche speranza presidenziale, ride all’idea di presentarsi candidato.
“Oh, buon dio, no! Non è proprio il mio genere”, risponde.
Al centro uragani del campus alla Florida International University, il successore di Mayfield sarà Bill Proenza, direttore del National Weather Service pe la regione del Sud. Abitata da 77 milioni di persone, l’area ha “il sistema atmosferico più attivo e potenzialmente pericoloso del mondo” secondo l’agenzia cugina, la National Oceanic and Atmospheric Administration.
Proenza, 62 anni, ha cominciato la sua carriera meteorologica come dipendente dell’ufficio di Miami nel 1963. Da direttore di 50 uffici regionali con 1.000 dipendenti in tutta l’area meridionale negli ultimi otto anni, ha una lunga esperienza di collaborazione con il personale del centro uragani per quanto riguarda previsioni e monitoraggio.
“É uno dei motivi per cui non ho alcun problema a lasciare l’incarico” spiega Mayfield, dichiarando il proprio timore che la stagione abbastanza tranquilla degli uragani nel 2006 abbia lasciato i responsabili delle aree a rischio ancora più passivi.
Nota: sul "caso" dell'uragano Katrina, degli interventi per la ricostruzione ecc., gli articoli proposti nelle varie sezioni da Eddyburg e eddyburg_Mall sono raccolti anche in una Visita Guidata (f.b.)
Titolo originale: The good life means more greenhouse gas – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Pechino - Pi Heyang chiude con circospezione la portiera della sua futura prima automobile. Poi fa scivolare la mano lentamente sulla carrozzeria splendente, toccando quella berlina cinese Tianjin Weizi con delicatezza, come se fosse fatta di stoffa finissima.
”Questo cambierà la nostra vita” dichiara solenne l’autista di autobus di Pechino, con moglie e figlio al suo fianco nel salone del concessionario.
A parecchi chilometri di distanza sulle strade piene di smog di Pechino, una sala esposizioni è stipata da migliaia di persone che sbirciano gli stand dove sono in mostra le nuove case disponibili nelle lottizzazioni suburbane. Si proiettano video, i danzatori si esibiscono, le scritte al neon in inglese mostrano nomi di quartieri come Rich Garden o Canal Side Upper Strata Life.
”Vogliamo spazio, verde, libertà” dice Han Yu, venditore di telefonini, dopo che lui e sua moglie hanno firmato i documenti per acquistare a 105.000 dollari un appartamento di tre stanze in condominio nella fascia orientale di Pechino. “Eccoli qui”.
È il nuovo Cinese Dream: automobili e suburbi. Come il suo corrispondente American, è una buona notizia per molta gente: probabilmente una pessima notizia per il Pianeta Terra. Lo stesso boom economico che sta catapultando ogni anno milioni di cinesi nella middle class ha fatto del loro paese la fonte di gas serra - e relativo riscaldamento globale - in più rapida crescita del mondo.
La sete cinese di carburanti contribuisce a spingere i prezzi mondiali del petrolio a livelli record, e il paese si sta confermando come elemento chiave nel dibattito sul mutamento climatico, e contemporaneamente jolly in grado di determinare la salute dell’economia internazionale.
I leaders cinesi riconoscono il riscaldamento del pianeta come problema serio, e hanno iniziato una campagna coordinata per tagliare le emissioni di gas serra del paese, in gran parte determinate dal consumo energetico. Il governo spende miliardi di dollari – nessuno sa esattamente quanti – per incrementare il risparmio energetico, chiudere le fabbriche sputa-fumi e ridurre le emissioni delle centrali elettriche. Allo stesso tempo, però, i progressi in termini di efficienza sono stati superati dalla crescita inarrestabile nell’uso dell’automobile, nella produzione di energia, nelle attività industriali.
Nonostante il governo cinese non pubblichi dati sulle emissioni di carbonio, la maggior parte degli analisti stranieri stima che la quantità di anidride carbonica sia seconda solo a quella degli Stati Uniti a livello mondiale, e in crescita, dal 5% al 10% l’anno: la più rapida dei grandi paesi. Si prevede che la Cina supererà gli Stati Uniti, prendendo il primo posto, entro il 2025, con un aumento complessivo delle emissioni di gas serra mondiali dal 12 al 20 per cento.
Secondo il protocollo di Kyoto, la Cina e altri paesi in via di sviluppo sono esenti dai tagli obbligatori di emissioni a cui devono adeguarsi le nazioni ricche. I funzionari cinesi sostengono che questi limiti impedirebbero loro di emergere dalla povertà, e sottolineano che le nazioni industriali sono responsabili per la grande maggioranza delle emissioni che provocano il riscaldamento globale.
L’amministrazione Bush afferma che l’esenzione della Cina è ingiusta, e questo è uno dei motivi per cui il Presidente ha tenuto fuori gli USA dai protocollo di Kyoto nel 2001. Il riscaldamento globale è in cima all’agenda del vertice G8 dei paesi più ricchi che si apre oggi in Scozia. Gli altri sette membri hanno promesso di aderire al trattato di Kyoto.
I sostenitori dell’amministrazione dicono che il boom economico della Cina si regge su sregolatezza e sprechi. La Cina utilizza il triplo di energia per ogni dollaro di prodotto interno rispetto alla media mondiale, e 4,7 volte quella degli Stati Uniti, secondo un recente studio del Dipartimento per l’Energia USA.
Ma i funzionari di Pechino difendono la posizione governativa.
”La Cina vuol fare la sua parte contro il riscaldamento globale, e abbiamo intrapreso molte azioni” dice Zhou Dadi, direttore generale dell’Istituto di Ricerche sull’Energia, l’agenzia centrale governativa per le politiche sull’argomento. Cita numerosi passaggi chiave degli anni recenti, come:
● una nuova legge approvata in febbraio per sostenere l’adozione di fonti energetiche rinnovabili, come l’eolico e i piccoli impianti idroelettrici
● la diffusione di nuove forme di risparmio energetico attuata attraverso gli impianti domestici
● gli standard di emissioni delle automobili da abbassare entro il 2007, in modo più rigido delle attuali norme USA
● l’inizio della costruzione di nove linee ferroviarie ad alta velocità – le prime del paese – per collegare le grandi città
Ma anche Zhou ammette che a queste azioni corrisponde d’altra parte una sempre più forte spinta economica.
”Sui mezzi di comunicazione passano moltissimi messaggi che tentano di convincere le persone ad adottare modi di vita americani, come un’auto di lusso, una casa molto grande” dice. “È questo, che vogliono tutti, ora. Fa parte dello sviluppo, è una fase storica. L’efficienza energetica è funzione di tutto questo”.
Grazie ai ritmi nazionali di crescita incandescenti, con una media di circa il 9% l’anno, anche un lavoratore – come Pi, il guidatore di autobus – è in grado di comprarsi una macchina. Pi dice che lui e sua moglie, Feng Xiaoe, contabile, hanno risparmiato per anni, e con qualche aiuto da parte del fratello e dei genitori sono stati in grado di pagare l’intero prezzo di listino della nuova auto, di 9.000 dollari.
”Possiamo uscire di città nei fine settimana” dice sorridendo. “Possiamo andare a pescare, a far volare gli aquiloni”.
I modelli base sono anche più accessibili per chi ha redditi medi. Una berlina Geely senza aria condizionata e radio, motore da 1000 cc. costa circa 3.600 dollari. I funzionari governativi sperano che alla fine tutte le famiglie cinesi abbiano un’auto: obiettivo sostenuto dalla potente industria automobilistica nazionale cinese.
Di conseguenza, la ampie superstrade realizzate di recente a Pechino e altre città sono spesso bloccate da ingorghi sino a tarda sera. Il numero di auto nella sola capitale è raddoppiato negli ultimi cinque anni, sino a 2 milioni, e le vendite di automobili in Cina si prevedono in crescita del 17% quest’anno, dopo il 15% del 2004 e il 37% del 2003. E c’è ancora parecchio spazio per la crescita, dato che la proprietà dell’auto viene stimata a circa 12 milioni: meno dell’1%, una piccolissima frazione del 74% USA.
Le biciclette, un tempo il mezzo di trasporto principale, ora sono proibite su molte strade principali delle grandi città. Piste ciclabili e marciapiedi sono stati sacrificati in molti casi a spazi più ampi per le auto.
Le città a livello nazionale si sono ampliate in suburbi, con le amministrazioni municipali a vendere le aree rurali inedificate, sloggiare i contadini in affitto e sostenere la realizzazione di insediamenti suburbani, campi da golf e centri commerciali. Nel corso di pochi anni, i consueti cartelli che inneggiavano al Partito Comunista al potere sono stati sostituiti da luccicanti tabelloni che reclamizzano case: “ Gran Lusso!” “ Vivere in una Dimora di Campagna!”, “ Pace Bucolica!”.
Molti analisti internazionali dicono che questa nuova enfasi sui consumi sta rendendo la Cina dipendente da un alto consumo energetico.
”Il fronte mondiale per lo sviluppo sostenibile non sta nella giungla amazzonica. È nelle città” dice Nicholas You, direttore della pianificazione strategica di Habitat, l’agenzia ONU per la casa, che di recente ha pubblicato uno studio su 10 città medie cinesi.
Lo sprawl urbano cinese, sostiene You, è meglio pianificato e a intensità energetica inferiore rispetto all’anarchica e incontrollata esplosione di città come Nairobi in Kenya, o Lagos in Nigeria. Ma dice anche che le dimensioni senza confronti della Cina, con più di un quinto della popolazione mondiale, tendono a far diventare giganteschi anche i più piccoli errori.
”È evidente che se la Cina continua a urbanizzarsi nei prossimi 20-30 anni, con altri 300 milioni di persone a migrare verso le città e suburbi realizzati ovunque, si verificheranno trasformazioni irreversibili nel consumo di energia” dice You.
A livello nazionale il consumo energetico cresce circa del 15% l’anno, e le amministrazioni locali stanno realizzando una quantità di centrali energetiche a carbone per prevenire i blackouts che hanno perseguitato le città nelle estati recenti. Il governo centrale prevede che ci sarà un gap del 5% fra produzione elettrica e consumo a livello nazionale quest’anno, con cadute di tensione parziali e totali in aumento.
La Cina ricava il 67% della sua elettricità dal carbone, e con riserve stimate a coprire un fabbisogno di 500 anni ai livelli attuali di produzione, ha pochi incentivi economici all’uso di combustibili alternativi.
Né esiste una diffusa consapevolezza riguardo al riscaldamento globale, o al bisogno di spostarsi verso energie più pulite, dicono gli esponenti dei piccoli gruppi ambientalisti cinesi, molti dei quali sostenuti dall’estero.
”La conoscenza delle energie rinnovabili è ancora molto scarsa” dice Yu Jie, analista politica di Greenpeace a Pechino. “Ed è un problema”.
Ma nei circoli più elevati governativi molti funzionari iniziano a vedere lo spreco energetico e l’inquinamento come una minaccia di lungo periodo per l’economia e la salute pubblica cinese. Questi leaders hanno promosso la nuova legge per le fonti rinnovabili di febbraio, un risultato che molti analisti stranieri considerano senza precedenti in una nazione in via di sviluppo.
La legge richiede che i gestori della rete acquisiscano energia da produttori eolici, solari, di geotermia, impianti idroelettrici di piccole e medie dimensioni, e offre incentivi finanziari, attraverso un fondo nazionale, per lo sviluppo delle energie rinnovabili. Fissa l’obiettivo di aumentare la quota del rinnovabile dal 3 per cento degli attuali consumi al 10% entro il 2020. Ma realizzazioni e gestione delle tecnologie da fonti rinnovabili sono molto più costose dei convenzionali carbone, petrolio e gas, e il costo della riconversione è stimato a 80 miliardi di dollari.
Le lobbies industriali stanno lottando duramente per annacquare le regole di attuazione, di cui si prevede l’emanazione in novembre. Fra gli aspetti più controversi, se i gestori di rete saranno obbligati a pagare prezzi artificialmente più alti per l’energia da fonti rinnovabili: come accade in Germania, che è diventata leader mondiale in questo campo, dopo aver approvato questo tipo di sostegno nel 2001.
Gli ambientalisti cinesi sostengono che il demonio sta nascosto nei particolari.
”Tutto dipende da quanto sarà ambizioso il governo centrale” dice Yu, di Greenpeace. Se le decisioni sui prezzi sono lasciate nelle mani delle amministrazioni locali, aggiunge, l’attuazione può essere lasciata alle compagnie di proprietà provinciale, note come le “tigri elettriche”.
Nel quadro dello sforzo per aumentare le fonti energetiche non inquinanti, il governo sta anche iniziando il più grosso programma di costruzione di impianti nucleari dagli anni ‘70. Sono previsti ben 40 nuovi impianti nucleari nel prossimi 15 anni, che vanno ad aggiungersi ai nove esistenti, a creare una capacità di 40.000 gigawatt. Questa campagna può essere in parte sostenuta dall’amministrazione Bush: la U.S. Nuclear Regulatory Commission ha approvato una richiesta della Westinghouse Corporation di costruire quattro dei reattori, e la banca U.S. Export-Import ne ha approvato i 5 miliardi di dollari di garanzie sul prestito. Il principale concorrente della Westinghouse è un consorzio franco-tedesco.
Ma la scorsa settimana, nel pieno del crescente clima anti-cinese in Congresso, c’è stata una maggioranza di 313 voti contro 114 per bloccare il finanziamento alla Westinghouse. Le prospettive al Senato sono incerte.
Anche con l’attuale programma di espansione, il nucleare contribuirà solo per il 4% all’energia cinese nel 2020, dal 2,3% attuale. Per contro, gli impianti nucleari degli Stati Uniti forniscono il 20%, in Europa il 35%.
Ma la debolezza principale nella campagna cinese per l’efficienza energetica e la riduzione delle emissioni può essere l’incapacità del governo di mettere in pratica le proprie deliberazioni.
Per esempio, la campagna sul risparmio energetico è tranquillamente ignorata a Pechino e nelle altre principali città. Le luci in molti edifici commerciali restano accese tutta notte, e anche i complessi in corso di costruzione spesso vengono illuminati in modo brillante da cima a fondo, come fossero il palco di un festival.
In dicembre, l’Agenzia Statale per l’Ambiente ha guadagnato i titoli di prima pagina in tutto il paese per aver chiuso 32 nuovi impianti a carbone costruiti da amministrazioni locali in violazione degli standards federali sulle emissioni. Ambientalisti cinesi e stranieri hanno visto in questa mossa un segno che il paese sta finalmente prendendo sul serio le norme per l’inquinamento.
Ma queste chiusure hanno avuto pochi effetti. Semplicemente, tutti gli impianti hanno pagato multe di 200.000 yuan (circa 24.000 dollari), la cifra massima prevista dal governo federale, e hanno ricominciato a funzionare in pochi mesi: nella maggior parte dei casi senza nemmeno tentare di adeguarsi alle regole. “Abbiamo un detto: se ubbidisci alla legge, ti costerà caro; se la violi, ti costerà meno” dice Ren Haiping, ricercatore politico per l’agenzia dell’ambiente.
Sottolinea anche che i funzionari dell’agenzia fuori da Pechino erano sotto il controllo diretto dei funzionari provinciali o municipali, anziché del quartier generale centrale. “Se i nostri funzionari nelle province chiudono un impianto, per esempio, possono essere licenziati dal sindaco” dice Ren. “È molto triste. Facciamo quello che si può, ma non è molto”.
Nota: il testo originale al sito del San Francisco Chronicle (f.b.)
Fra le energie cosiddette “alternative”, ovvero che si discostano dal modello tradizionale petrolio/carbone e che hanno (o dovrebbero avere) un basso impatto sullo sfruttamento delle risorse, quella eolica è probabilmente la più discussa in Italia. Ciò si deve evidentemente alle caratteristiche peculiari del nostro paesaggio naturale e antropizzato, al suo ruolo nel costruire l’identità nazionale e locale, e al conseguentemente ampio dibattito che l’insediamento (reale, auspicato, studiato) delle turbine genera.
Quello che segue è un elenco dei contributi comparsi sinora su Eddybug e su eddyburg_Mall, sommariamente suddiviso nei tre ambiti del dibattito nel contesto e sui casi italiani, internazionali, degli studi scientifici e proposte normative.
Il dibattito in Italia
La lettera di Mario Agostinelli e Massimo Serafini (che si firmano come appartenenti al Contratto Mondiale Clima ed Energia) dell’8 giugno 2005 pubblicata dal manifesto, e indirizzata al presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, da cui il titolo: Mulini a Vendola. Gli Autori in sostanza chiedono che nel decidere le proprie politiche energetiche la regione tenga conto dell’urgenza di agire contro il riscaldamento globale, e non applichi la prevista moratoria per gli insediamenti di turbine, nell’attesa di emanare nuove norme a proposito. Ancora sulla questione pugliese, l’intervento per Eddyburg dell’urbanista Luigi Longo, pubblicato il 10 giugno col titolo Le fonti rinnovabili, per quale sviluppo? A partire dalla lettera di Agostinelli-Serafini, e dalla constatazione dello stato di fatto nell’area foggiana, Longo sostiene la tesi secondo cui il territorio/paesaggio pugliese possa essere considerato sovracccarico in termini di impianti eolici. La conclusione, come emerge anche dal titolo, è che – in questo come in altri casi - oltre al “quanto” sia anche il caso di chiedersi “a quale fine”.
Altra regione ventosa, e conseguentemente “appetita” dagli interessi legati all’energia eolica è la Sardegna. Lo ricorda Sandro Roggio nel suo Attenti al paesaggio ( il manifesto, 12 giugno 2005), sottolineando la necessità e opportunità anche qui di una mortoria per meglio verificare gli impatti sul paesaggio. Ancora Sandro Roggio nella sua lettera a Eddyburg del 20 luglio 2006, Perché andare cauti con l'eolico in Sardegna, sottolinea il ruolo centrale della pianificazione territoriale paesistica, contro decisioni arbitrarie ed emergenziali.
Antonio Pignatiello dal Quotidiano di Sicilia il 16 giugno 2005, in Eolico: la nostra scommessa per il futuro, racconta una inaugurazione di impianti alla presenza del Presidente della Regione e dei rappresentanti di Legambiente. Il tono prevalentemente ingegneristico delle argomentazioni mostra se non altro una scarsa rilevanza del dibattito sociale diffuso nella decisione: probabilmente sostituito in questo caso con la cooptazione della Associazione ambientalista.
Il Comitato Liberiamo il Vento di Faeto, in provincia di Foggia racconta su Eddyburg nell’agosto 2005 la “Disastrosa esperienza del Parco Eolico”. L’interesse particolare di questa testimonianza sta nel raccontare nei particolari gli “effetti a terra” del sistema a turbine, che come non sempre risulta chiaro ha i suoi impatti maggiori nella rete di strade, centraline, recinzioni ecc. che sono indispensabili al funzionamento effettivo delle più visibili torri e pale.
Il giornalista de la Repubblica Giovanni Valentini, con un suo articolo del 17 luglio 2006 intitolato Quelle mille battaglie d’Italia contro i moderni mulini a vento giudica: “Combattere l’eolico in nome dell’Ambiente è […] un controsenso che non sta né in cielo né in terra”. Anche sulla scorta di quanto proposto e riassunto sinora sul sito, Eddyburg rrisponde documentatamente a Valentini.
Difende a spada tratta l'eolico l’ex ministro dell’Ambiente Edo Ronchi, responsabile per la “sostenibilità” dei DS, in un articolo su l’Unità del 9 giugno 2005, intitolato Energia, vai dove ti porta il vento. Sulla base di una serie di dati e ragionamenti, Ronchi chiede e si chiede se, posto che comunque un impatto sul paesaggio pare inevitabile, esso non sia un prezzo minimo di fronte ai vantaggi in termini di incremento della disponibilità di energia “sostenibile”.
Anche in Italia si apre la questione degli impianti off-shore, con un progetto sulla costa del Molise. Ne danno conto Serena Giannico, Un mega parco eolico sulla costa del Molise (il manifesto, 7 marzo 2007), e un gruppo di articoli ancora dal manifesto, 11 marzo 2007, raccolti sotto il titolo Via col vento. Di nuovo Terresa Giannico sul manifesto del 15 marzo giudica pressoché chiusa la questione dell'impianto off-shore dopo un intervento contrario del ministro (molisano) Di Pietro: Il Molise Cambia: Via quel Vento!
Il dibattito internazionale
Jonathan Leake sul Sunday Times del 24 aprile 2005, col titolo Regno Unito: l’invasione delle turbine a vento, partire da un caso di opposizione apparentemente di tipo Nimby e piuttosto elitaria, l’autore presenta la spaccatura fra le organizzazioni ambientaliste sul peso da attribuire alla questione energetica nazionale e globale, e all’impatto territoriale delle wind farm. L’articolo di Mark Townsend per l’ Observer domenicale del 22 maggio 2005, La battaglia dei mulini a vento, si concentra soprattutto sui temi del consenso all’insediamento, con quello che ne segue in termini di stabilità o mutamento del ruolo del paesaggio, tradizionale o “modernizzato”, nell’identità nazionale e locale. L’indagine condotta da Steffen Damborg per conto della Associazione Danese per l’Industria Eolica e pubblicato nel 2002 col titolo L'atteggiamento del pubblico verso l'energia eolica, su un campione di studi internazionali presenta un ampio spettro di opinioni molto articolate, e di casi specifici particolari ma estendibili. Anthony De Palma, in Le fattorie dello stato di New York piantano una nuova coltura: elettricità dai mulini a vento, descrive un “riuso” apparentemente senza grandi conflitti o problemi di alcuni territori agricoli, The New York Times, 13 marzo 2006 (su Mall Ambiente). John Vida, sul Guardian del 2 giugno 2006 racconta come Una turbina radicalmente nuova porterà l’energia eolica direttamente in città, e come implicitamente la risposta non stia solo nelle grandi centrali (su Mall Ambiente).
Sul Guardian del 5 gennaio 2007, Polly Toynbee si schiera decisamente: Non si può permettere che i , riferendosi ai quadri locali dei partiti che per raccogliere facili consensi bloccherebbero gli stessi impianti strategici approvati dai loro organismi centrali (su Mall Ambiente).
Anche nella positivista e istintivamente modernista America, crescono le perplessità sulle turbine eoliche. Sono tutti Nimbies? Se lo chiede Laura Tepper, in Via dal Vento della Centrale, The Next American City , primavera 2007. E si risponde: no. Un altro articolo di Wendy Priesnitz dal Natural Life Magazine, luglio-agosto 2007, pone una domanda più netta: Le turbine a vento sono pericolose? La risposta è naturalmente No/Ma.
Allarga il campo della riflessione Carla Ravaioli, che nella sua Opinione per Eddyburg del 20 luglio 2006, a partire da una polemica tutta italiana su Il pessimo indotto dell’eolico, critica il modello generalmente industrialista tradizionale che a scala mondiale si applica anche alle energie “alternative”
Metodi, Procedure, Regole
L’Eddytoriale del 17 luglio 2005 riprende con un giudizio negativo della proposta pro-eolico di Agostinelli-Serafini. Dal punto di vista del metodo, meglio evitare che decisioni affrettate in una logica di emergenza finiscano per esporre il territorio a danni evitabili: la questione va affrontata in primo luogo con un programma che tenga conto dei danni e dei benefici delle diverse forme di produzione energetica, in una logica non meramente settoriale.
La relazione del Comitato Nazionale per il Paesaggio (dicembre 2004, proposta su Eddyburg nel giugno 2005) intitolata La produzione di energia elettrica sfruttando la forza del vento, articola una serie di parametri tali da consentire in generale e nei casi particolari una valutazione dei pro e dei contro, a seconda dei contesti, della tipologia di impianti, di altri fattori. In particolare, noto ed evidente è il tema dell’impatto delle turbine sulla vita degli uccelli: Impianti eolici: la Lipu per una moratoria (settembre 2005) anche di carattere internazionale, di nuovo per valutare pro e contro di una tecnologia che sembra proporre una crescente gamma di impatti negativi
Il rapporto della britannica Sustainable Development Commission, maggio 2005 dal titolo L'energia eolica, la pianificazione territoriale, il paesaggio,esamina i rapporti degli insediamenti col sistema delle politiche territoriali pubbliche, perché i vari criteri di tutela decisione e promozione del planning system si possano applicare al meglio anche nel caso delle turbine. Il Glossario Eolico Minimo dal sito statunitense del Department of Energy, di cui Eddyburg pubblica alcuni ESTRATTI nel giugno 2005, chiarisce alcune terminologie tecniche su impianti e coponenti. Lo studio australiano condotto in collaborazione da un gruppo economico e uno ambientalista, la Wind Energy Association e il Council of National Trusts, Impianti eolici e valori del paesaggio, esamina le potenziali interazioni (possibili, difficili, impossibili) fra gli elementi costitutivi della rete dell’energia eolica e quelli dei paesaggi. Le combinazioni e argomentazioni sono di grandissimo interesse anche per altri contesti.
Sustainable Development Commission, Wind Power in the UK (maggio 2005) – Estratti e traduzione per Eddyburg a cura di Fabrizio Bottini
[...] 5 – Energia eolica e pianificazione
Sommario:
• le domande per impianti eolici di dimensioni piccole e medie sono gestite dalle autorità urbanistiche locali
• i grandi progetti sono gestiti direttamente dal Segretario di Stato per l’Industria e il Commercio, o dal governo Scozzese
• esistono in tutte le nazioni che costituiscono il Regno Unito politiche di pianificazione tali da offrire una guida per le decisioni locali sugli insediamenti di impianti per energie rinnovabili
• è richiesta una Valutazione di Impatto Ambientale per la maggior parte degli impianti eolici: essa deve essere di carattere generale e sviluppata in modo approfondito
Questa sezione del Rapporto esamina da vicino il sistema e le politiche di pianificazione per quanto riguarda i progetti di impianti eolici. Il quadro delle politiche di pianificazione e procedure di autorizzazione si sta gradualmente affinando – dovrà continuare a farlo – perché il Regno Unito possa conseguire i propri obiettivi nello sviluppo delle energie rinnovabili.
5.1 - I processi di pianificazione per progetti di impianti eolici
Tutti gli insediamenti di impianti eolici nel Regno Unito devono richiedere adeguati permessi e/o autorizzazioni. Per tutti gli impianti energetici in Gran Bretagna sulla terraferma con potenza superiore ai 50 MW, e per quelli al largo oltre 1 MW, l’autorizzazione non è rilasciata dalle autorità urbanistiche locali, ma gestita direttamente dal Department of Trade and Industry (DTI) (per Inghilterra e Galles) o dallo Scottish Executive (per la Scozia) ai sensi della Sezione 36 dello Electricity Act 1989xvii. Tutti gli altri progetti sono approvati dalle autorità urbanistiche locali.
In Nord Irlanda, tutti gli impianti eolici necessitano di autorizzazione rilasciata dal Department of Environment, e ai sensi dell’articolo 39 dello Electricity (Nord Irlanda) Order 1992, tutti gli impianti energetici oltre i 10 MW devonoa vere anche il consenso del Department of Enterprise, Trade and Investment.
Per i progetti eolici di dimensioni maggiori (di solito quelli sopra i 5 MW), il costruttore deve produrre per legge una Valutazione di Impatto Ambientale indipendente (vedi Box 5), che analizzi questioni specifiche come il paesaggio, i rumori, gli effetti su flora e fauna selvatica. I risultati della VIA sono resi pubblici in uno Environmental Statement (ES), il quale è un documento disponibile che può essere utilizzato nel corso del processo di autorizzazione. È accompagnato da un sommario non-tecnico, che deve essere redatto in linguaggio accessibile ed essere liberamente e gratuitamente disponibile, di solito a cura del costruttore. Molti costruttori mettono queste informazioni a disposizione sui loro siti web, una buona pratica che va incoraggiata.
Le decisioni di piano in sede locale
Per progetti di impianti eolici di potenza inferiore ai 50 MW, il costruttore deve richiedere il permesso all’autorità urbanistica locale ( Local Planning Authority / LPA). In Inghilterra, la competenza di solito è dei consigli di distretto, tranne nelle aree con una sola entità congiunta responsabile, come in alcune grandi città. In Scozia e Galles, l’autorizzazione è gestita da autorità congiunte, e in Nord Irlanda è l’Assemblea nazionale a controllare direttamente del decisioni si piano attraverso sei uffici regionali.
Nella maggior parte dei casi, le domande vengono prima esaminate da funzionari della LPA, che verificano se gli insediamenti proposti sono in linea con le indicazioni locali, regionali e nazionali prima di richiedere una Valutazione di Impatto Ambientale ai costruttori (ove necessario) e attivare le consultazioni pubbliche. Viene poi redatta una raccomandazione per il planning committee, che è composto da consiglieri locali e deve prendere la decisione finale. Se la domanda è respinta, il costruttore può fare appello all’organismo competente, che ha il potere di ribaltare la decisione originaria se ritiene che:
a) si sia trattato di una deviazione dalle politiche di piano nazionali, regionali o locali;
b) non siano stati valutati in modo equilibrato gli aspetti nazionali o locali di carattere ambientale, sociale o economico.
Un costruttore è autorizzato anche a ricorrere in appello a seguito di una mancata decisione entro il periodi stabilito di otto settimane, o sedici settimane per le domande in cui è stata predisposta una Valutazione di Impatto Ambientale. Ci sono tre organismi responsabili per il giudizio di appello, a seconda della giurisdizione della decisione originaria: il Planning Inspectorate (responsabile per Inghilterra e Galles), la Scottish Executive Inquiry Reporters Unit, e la Northern Ireland Planning Appeals Commission. Tutti rispondono al rispettivo governo nazionale. L’organismo di appello può richiedere materiale informativo scritto o in altre forme, o può decidere di attivare una publicinquiry: quest’ultima opzione si applica spesso per i progetti di impianti eolici più complessi o controversi.
Infine, il Segretario di Stato responsabile per le amministrazioni locali e la pianificazione (per gli impianti in Inghilterra, Galles e Nord Irlanda), e lo Scottish Executive (per impianti in Scozia), ha il potere di “ avocare a sé” le domande, perché la decisione finale venga presa in sede centrale secondo varie motivazioni. Per esempio, i progetti possono essere “ chiamati” se sollevano questioni di importanza nazionale, o si tratta di significative varianti rispetto al piano regolatore o alla politica di piano nazionale. In generale, questo potere è esercitato con cautela.
Il processo di approvazione a livello nazionale
I progetti di impianti eolici in terraferma oltre i 50 MW vengono automaticamente indirizzati al Segretario di Stato per il Commercio e Industria (in Inghilterra e Galles) o allo Scottish Executive (in Scozia). Questo processo è regolato dalla Sezione 36 dello Electricity Act 1989 e richiede che il Ministero dell’Industria e Commercio o lo Scottish Executive prendano in considerazione tutti gli argomenti pro e contro l’insediamento proposto, prima di deliberare la propria autorizzazione. Può essere tenuta una public inquiry a livello locale. Un’autorizzazione può essere abitualmente rilasciata al tempo stesso ai sensi della Sezione 90 del Town and Country Planning Act 1990.
Box 5
VALUTAZIONE DI IMPATTO AMBIENTALE
La procedura di Valutazione di Impatto Ambientale assicura che vengano individuati i probabili effetti significativi del progetto di insediamento e le relative misure di mitigazione, e che se ne tenga conto nelle procedure di approvazione. Il prodotto principale della procedura è lo Environmental Statement (ES), redatto dal richiedente, che deve essere allegato alle domande di trasformazione che ricadono nell’Allegato II o III della Direttiva VIA. La richiesta di coinvolgimento del pubblico significa che la richiesta di Environmental Statement deve essere resa pubblica e copie di esso rese liberamente disponibili alla consultazione e osservazioni. Esso deve anche essere esaminato dai principali organismi consultivi previsti dalla legge. Il General Development Procedure Order (1995) stabilisce quali sono tali organismi consultivi per ciascun tipo di intervento di trasformazione.
VALUTAZIONE AMBIENTALE STRATEGICA
La direttiva dell’Unione Europea sulla Valutazione Ambientale Strategica è stata recepita da numerosi Stati membri nel luglio del 2004 dopo un periodo di gestazione di un decennio circa. Il suo obiettivo è di:
“… offrire una protezione di alto livello all’ambiente e contribuire all’integrazione degli aspetti ambientali nella predisposizione e adozione di piani e programmi, promuovendo uno sviluppo sostenibile, assicurando che, coerentemente alla presente Direttiva, venga sviluppata una valutazione ambientale di piani e programmi che possano avere effetti significativi sull’ambiente.”
Si tratta di un processo iterativo e sistematico, sviluppato a livello strategico, per identificare, prevedere e evidenziare gli impatti ambientali. Deve anche identificare e considerare adeguatamente le opzioni alternative praticabili all’interno di paini e programmi. Il Regolamento VAS del 2004 copre alcuni tipi di piani e programmi predisposti per le città e il territorio, l’uso dello spazio, agricoltura, foreste, pesca, energia, industria, trasporti, gestione dei rifiuti, delle acque, telecomunicazioni e turismo. Al momento attuale non viene richiesta una VAS per insediamento di impianti eolici sulla terraferma. Ma in Scozia lo Environment Assessment (Scozia) Bill (attualmente in fase di discussione nel Parlamento Scozzese) estenderà gli obiettivi della VAS oltre i termini della Direttiva. Mira ad assicurare che tutti i piani, programmi e strategie del settore pubblico siano esaminati per gli impatti ambientali. Anche se gli insediamenti di impianti eolici non saranno automaticamente esenti dalla redazione di una VAS, è improbabile che ciò accada per singoli progetti di wind farm.
5.2 Politiche di pianificazione
Le politiche di pianificazione vengono sviluppate a cura dei governi nazionali, e quindi Inghilterra, Scozia, Galles e Nord Irlanda hanno politiche distinte. Queste per quanto riguarda le energie rinnovabili sono state recentemente aggiornate dall’Ufficio di Vicepresidenza del Consiglio (responsabile per l’Inghilterra) dallo Scottish Executive in Scozia; l’Assemblea Governativa in Galles emanerà le proprie direttive tra breve. [...]
6 – Ambiente e Paesaggio
Sommario
• il paesaggio delle Isole Britanniche si è trasformato drasticamente a causa dell’intervento umano negli ultimi 5000 anni, e molto poco di esso è databile ad epoche precedenti
• i mutamenti climatici avranno effetti radicali sul nostro paesaggio, e gli insediamenti di impianti eolici devono essere considerati entro questo contesto
• gli impatti visivi e sul paesaggio sono considerazioni ambientali importanti per le domande di approvazione, ma le reazioni rispetto a questi aspetti sono altamente soggettive
• in generale esistono di gran lunga meno impatti paesistici e ambientali, associati alle turbine a vento, in confronto alle altre alternative, e la maggior parte di essi sono rapidamente reversibili
• gli insediamenti di impianti eolici possono verificarsi in aree dove non è mai esistita una presenza di impianti tecnologici per la produzione di energia in passato, e spesso incontrano una maggior resistenza
6.1 Premesse
Questo capitolo riguarda il paesaggio, le questioni visive e ambientali riguardo alla localizzazione di impianti di energia eolica. Un approccio sostenibile richiede che la questione dell’energia eolica venga esaminata parallelamente alle possibili alternative, le quali tutte hanno pure impatti ambientali e sul paesaggio. Va considerato anche l’impatto cumulativo degli insediamenti eolici su paesaggio e ambiente, dato che tutti gli insediamenti energetici alla fine produrranno impatti complessivi, legati alla loro espansione ed estensione a rete.
Con la pressione crescente sulle politiche energetiche, e col bisogno di ridurre le emissioni di anidride carbonica è difficile che qualunque comunità venga giudicata esente dal compito di sostenere un futuro a basso tenore di gas serra. Dato che il mutamento climatico presenta la più seria minaccia ai paesaggi del Regno Unito, devono essere incoraggiate le tecnologie che ci aiutano a limitare il nostro contributo alla trasformazione del clima, anche quando ciò rappresenti una temporanea perdita di bellezza.
Questa sezione offre un riassunto dei vari tipi di insediamento per energia eolica, le relative caratteristiche visive e di rapporto col paesaggio, le questioni progettuali degli impianti e gli effetti visivi risultanti che possono determinare trasformazioni nel paesaggio del Regno Unito. Viene esaminato anche l’impatto ambientale degli insediamenti eolici, e quello delle alternative ad energia non rinnovabile.
Assumere un punto di vista olistico rispetto allo sviluppo sostenibile non significa automaticamente dare “semaforo verde” agli insediamenti eolici, dato che ciò richiede di considerare un’ampia gamma di problemi di carattere paesistico, naturale, ambientale, oltre che sociali ed economici.
6.2 Le trasformazioni del paesaggio
Una delle definizioni di paesaggio è “area scenografica estesa”. Non rende piena giustizia alla complessità del termine, che è meglio descritto come “habitat più uomo e il risultato della combinazione di intrecci, percezioni, processi”. Il Landscape Institute definisce il paesaggio come “il complesso del nostro ambiente esterno, sia entro le aree urbane che in quelle rurali”. Il presente documento non deve essere considerato come orientamento definitivo sull’argomento, che è trattato da numerose pubblicazioni tecniche e altri documenti dettagliati di orientamento.
Le Isole Britanniche contengono una notevole varietà di paesaggi. La landa selvaggia post-glaciazione è stata trasformata nel corso degli ultimi 10.000 anni nel paesaggio vivo del 21° secolo. La struttura delle Isole Britanniche è stata definita dall’aumento del livello del mare e dalla loro separazione dalla terraferma del continente europeo, con successiva colonizzazione delle terre da parte delle foreste e arrivo della prima fauna. I mari circostanti danno alle isole un clima temperato e ricchezza di vita marina. Circa 5-6.000 anni fa, i primi uomini iniziarono il lungo processo di trasformazione della natura selvaggia nel paesaggio che oggi ci è familiare. I paesaggi non sono statici; sono sempre stati in trasformazione e continueranno a farlo, adattati dai bisogni umani e dalle attività economiche, e influenzati dai futuri mutamenti climatici. Essi sono in uno stato costante di equilibrio dinamico, che non può essere congelato in un punto specifico del tempo.
I progetti per lo sfruttamento dell’energia eolica sono solo una delle molte forme di insediamento che possono causare trasformazioni del paesaggio nel Regno Unito. E vale la pena ricordare che le turbine a vento non sono strutture permanenti, e una volta rimosse il paesaggio abitualmente può ritornare nelle condizioni precedenti – nonostante le strade possano restare per un considerevole periodo di tempo dopo che un sito è stato disattivato. Questo se gli insediamenti eolici non conducono all’occupazione del territorio da parte di altri insediamenti, da cui occorre tutelarsi in aree protette o in origine non edificate.
6.3 Paesaggio ed effetti visivi
Gli effetti sul paesaggio sono trasformazioni nel suo tessuto, caratteristiche e qualità, indotte a seguito di edificazione, e si distinguono dagli effetti visivi. Questi ultimi riguardano l’aspetto di tali trasformazioni, dove essere possono essere viste entro il paesaggio, e gli effetti sulle persone. È riconosciuto che gli impatti visivi e sul paesaggio sono una delle questioni ambientali chiave per l’approvazione di progetti di wind farm, data la loro tipica forma, localizzazione e funzione. Prendendo a caso un campione di 50 insediamenti a cui è stata negata l’autorizzazione, l’85% dei motivi per il rigetto hanno alla base impatti visivi e sul paesaggio.
Gli insediamenti per l’energia eolica hanno una serie di caratteristiche tali da determinare effetti visivi a sul paesaggio. Tali caratteristiche comprendono le turbine, i percorsi di accesso e spostamento locale, edificio(i) di sottostazione, lo spazio recintato di pertinenza, le connessioni alla rete e le antenne degli anemometri. La valutazione degli impatti deve tener conto di ogni proposta misura di mitigazione, prevederne le dimensioni, considerarne la significatività. Le valutazioni degli effetti sul paesaggio e di quelli visivi generalmente comprendono fotomontaggi da vari punti di vista per illustrare l’aspetto che avrà la wind farm una volta costruita. Possono anche comprendere le carte cosiddette Zone of Visual Influence (ZVI) che mostrano da quali zone di una data area di paesaggio gli impianti possono essere visti. Se un complesso è progettato con attenzione rispetto al paesaggio circostante, gli impatti visivi possono essere ridotti. Lo Scottish Natural Heritage ha sviluppato linee guida per orientare una corretta progettazione degli impianti eolici tessa a minimizzare i potenziali impatti negativi sul paesaggio.
Le varie componenti una wind farm devono essere conciderate in relazione alle caratteristiche del paesaggio in termini di valore, di esperienza, di composizione visiva, di rapporti con gli insediamenti esistenti.
6.4 Caratteristiche visive delle wind farm
Sulla terraferma
I caratteri visivi delle turbine a vento variano a seconda della loro costruzione e modello. In generale, sembrano più appropriati i tipi con forme semplici e scultoree che utilizzano tre pale, e sono questi i tipi di progettazione che si sono affermati come standard industriale.
Sulla terraferma in Gran Bretagna gli insediamenti di impianti eolici variano di dimensioni, da una sola turbina a complessi di grande scala contenenti oltre cento turbine. La dimensione media degli impianti eolici nel Regno Unito è attorno alle 10-20 turbine.
Gli impianti, nel primo periodo dell’industria del vento britannica all’inizio degli anni ’90, normalmente utilizzavano turbine con una capacità di circa 300-400 kW. Negli ultimi dieci anni le tecnologie si sono evolute, e le turbine di oggi possono generare sino a 3 MW ciascuna; un incremento di dieci volte in altrettanti anni. Esistono limiti pratici per le localizzazioni in terraferma, dato che le turbine di dimensioni maggiori e le relative torri sono diventate difficili da trasportare via strada. Ciò probabilmente frenerà in modo definitivo la tendenza all’aumento di dimensioni delle turbine.
Le turbine a vento di oggi abitualmente hanno il mozzo posto ad un’altezza sino a 90 m. sul terreno, con le pale che ruotano su un raggio fra 40 e 45 m., e un’altezza massima dal livello del suolo all’estremità del rotore in verticale - la “ blade tip height” – fra i 60 e i 120 m. I complessi di costruzione più recente generalmente hanno turbine con l’estremità delle pale ad un’altezza di 100 m. e oltre. Per fare un paragone, l’altezza del Big Ben è di 100 m., quella della Glasgow Tower 105 m., e quella del London Eye 135 m. Insediamenti futuri di turbine potranno avere prestazioni superiori insieme a incrementi nelle altezze, e diametri dei rotori. Le wind farms recenti hanno installate meno macchine, con pale più grandi, che operano con velocità di rotazione più basse. I gruppi di queste turbine più grandi tendono ad essere meno fitti a causa da maggiore spazio fra l’una e l’altra, ma ciò estende la loro influenza visiva su una superficie di terreno più vasta.
Nonostante visibilità e impatti degli impianti eolici aumentino con turbine più grandi, è spesso difficile distinguere le differenze relative in altezza, specialmente ad una certa distanza. In generale è considerato migliore in termini di impatto visivo un complesso dotato si un numero minore di turbine più grandi, di uno con un numero maggiore di turbine più piccole.
Al largo
Le offshore wind farms sono situate al largo delle coste, sia entro le acque territoriali che all’interno delle recentemente create Renewable Energy Zone. Esistono meno vincoli di dimensioni per le turbine al largo, e così si realizzano maggiori capacità di generazione: sino a 5 MW nel prossimo decennio. Normalmente, esse condividono le medesime caratteristiche visive di quelle sulla terraferma, ma possono anche comprendere segnali per la navigazione, elementi per l’illuminazione notturna, sottostazioni galleggianti e collegamenti alla rete generale di terraferma. L’utilizzo di questi elementi dipende dalla varietà della linea di costa, dalla visibilità nelle varie condizioni atmosferiche e dagli effetti della curvatura terrestre.
Gli insediamenti di impianti eolici al largo tendono ad avere più turbine, e più grandi, ma l’impatto sul paesaggio e visivo sono generalmente inferiori, data la distanza dalla linea di costa. Nondimeno, il paesaggio costiero è spesso unico e offre alcuni degli elementi di più alto valore del Regno Unito, e quindi anche queste localizzazioni possono essere sensibili.
In Gran Bretagna, ora gli insediamenti di impianti eolici al largo sono costruiti a distanze fra i 2 e i 10 km dalla costa, in acque relativamente basse, ma verranno presentate nuove domande di autorizzazione per siti molto più al largo, compresi alcuni al di fuori delle acque territoriali britanniche, entro le recentemente istituite Renewable Energy Zone. A queste distanze, probabilmente le wind farms avranno impatti visivi minori, ma naturalmente costruire e gestire turbine al largo è più costoso, e più alti possono anche essere i costi del collegamento alla rete. Ciò è controbilanciato in qualche misura dalla migliore produttività degli impianti, ma al momento esiste ancora una considerevole differenza nei costi di generazione rispetto ai complessi sulla terraferma. Grazie al sostegno del governo, l’energia eolica prodotta negli impianti al largo sarà prevedibilmente di grande contributo al raggiungimento degli obiettivi di produzione energie rinnovabili del 2010, e la sua importanza, crescerà ancora, sino al 2020 e oltre.
Miglior progettazione e interventi di mitigazione
Alcuni paesaggi sono in grado di accogliere meglio di altri gli insediamenti di impianti eolici, in relazione a scala, forme del terreno, possibilità di limitare la vista. Una buona progettazione generale dell’insediamento e delle sue relazioni con le forme del paesaggio può migliorarne l’accettabilità visiva.
La localizzazione generalmente è condizionata da ragioni tecniche, pratiche ed economiche, come la capacità di catturare il vento, le turbolenze, l’accessibilità, le connessioni alla rete nazionale, la strumentazione urbanistica, la proprietà dei terreni. Questi fattori limitano perciò la quantità di considerazioni estetiche con cui è possibile allineare la scelta localizzativa.
Un complesso raccolto in un gruppo compatto è visivamente più accettabile se appare come elemento isolato in uno spazio aperto e inedificato. Ma nei paesaggi agricoli, le file di turbine possono essere visivamente accettabili ove esistano linee di demarcazione formale fra i campi.
L’impatto visivo generale di un insediamento per l’energia eolica dipenderà principalmente dall’area da cui è visibile (quantità della visibilità), dall’aspetto che mostra in queste vedute (la natura della visibilità). Non si tratta necessariamente dell’essere visibile o meno, ma di come è visto e come appare quando è visto. Gli insediamenti eolici saranno più accettabili se appariranno adeguati all’area, creando quanto è percepito come immagine visiva positiva. Ad ogni modo è evidente che per alcuni le turbine a vento sono strutture brutte e indegne alla vista, fuori luogo in qualunque ambiente rurale, ed è improbabile che i modi del progetto e gli interventi di mitigazione siano in grado di cambiare questa opinione.
6.5 – Le zone tutelate
Il Regno Unito ha molti tipi di aree tutelate, con i Parchi nazionali e le Aree di Particolare Bellezza Naturale (solo Inhgilterra, Galles e Nord Irlanda) dotate dei più elevati livelli di protezione, ed altre varie tipologie di zone classificate di particolare interesse nazionale e internazionale.
Lo scopo della classificazione ad area di tutela è quello di conservare paesaggi unici di grande valore per il beneficio nazionale sul lungo termine. Tutti i documenti di orientamento per la pianificazione citati nel Capitolo n. 5 raccomandano che non si autorizzino interventi di trasformazione per impianti di energie rinnovabili in zone classificate di tutela, a meno che non si presentino considerazioni superiori, e nessuna localizzazione alternativa. Nella maggior parte dei casi ciò non si applica ai progetti di impianti eolici di dimensione commerciale, ed è quindi possibile affermare che deve essere mantenuto un alto livello di protezione nelle aree tutelate per i valori paesistici ed estetici.
6.6 – La percezione del pubblico
Alcune persone considerano le turbine a vento come strutture aggraziate che arricchiscono il paesaggio, in particolare quando siano paragonate alle grandi centrali energetiche e impianti della rete di distribuzione presenti attraverso il paesaggio da molti anni. Nondimeno, ci sono anche molte persone che avvertono le turbine a vento come una industrializzazione del paesaggio, inaccettabile nei contesti rurali. Alcuni aneddoti suggeriscono che gli impianti eolici proposti per aree già industrializzate sono oggetto di minori proteste di carattere visivo.
Uno studio promosso dallo Scottish Executive sugli atteggiamenti del pubblico mostra che un abitante su quattro che abita nei pressi di una wind farm (26%) afferma che esse rovinano il paesaggio, e l’impatto visivo è la prima causa per cui le persone non amano gli impianti eolici. Ma lo studio mostra anche che fra le persone che abitano nei pressi di un impianto, solo il 12% afferma che il paesaggio è stato rovinato.
Essenzialmente, il dibattito sul fatto se le turbine siano inserimenti distruttivi, benigni, o addirittura positivi per il paesaggio britannico, è altamente soggettivo. La mancanza di una risposta “giusta” o basata su fatti, significa che il dibattito difficilmente troverà una soluzione, rendendo qualunque decisione sui singoli progetti estremamente foriera di divisioni.
Ad ogni modo, per valutare l’estensione dei problemi, è importante anche prendere in considerazione le alternative di produzione energetica al vento, le quali tutte hanno pure impatti paesistici e ambientali, molti dei quali sono comunemente accettati.
6.7 – La comparazione degli impatti paesistici e ambientali
L’impatto della generazione di elettricità sul paesaggio e l’ambiente dipende dal tipo di combustibili e tecnologie utilizzate per la produzione. I combustibili fossili come gas e carbone, e l’uranio necessario per la fissione nucleare, si basano tutti su industrie estrattive per la fornitura. Nel caso di carbone e uranio, ciò può avere effetti devastanti sul paesaggio circostante le miniere, con le relative infrastrutture e produzione di scarti che contribuiscono ad un impatto paesistico e ambientale che può durare per anni. Per la Gran Bretagna l’estrazione del gas (e di petrolio – anche se quest’ultimo è un fattore minore nella produzione di elettricità) si concentra al largo, e scorte di gas naturale liquefatto arrivano via mare.
Comunque, saranno ancora necessarie alcune infrastrutture costiere per ricevere, immagazzinare e distribuire, ed esistono molti problemi ambientali connessi alle trivellazioni al largo. Poi, in altri paesi, gas e petrolio sono ottenuti da riserve sulla terraferma, dove gli effetti sul paesaggi possono essere molto più pronunciati.
Nonostante molti degli effetti paesistici e ambientali dei nostri bisogni di combustibili non riguardano il Regno Unito, un approccio di sviluppo sostenibile implica che debbano essere considerati tutti gli effetti, ovunque si verifichino nel mondo. Non sarebbe equo pensare che la distruzione del paesaggio in altri paesi sia giustificata, perché siano tutelati i panorami del Regno Unito.
Per la combustione, tutti gli impianti energetici convenzionali richiedono una vasta estensione di terreno, e il loro impatto visivo totale comprende anche qualunque traliccio di collegamento alla rete nazionale. La sottrazione di spazio per la connessione alla rete si applica egualmente anche all’energia eolica, anche se per insediamenti più piccoli vengono utilizzati piloni a basso voltaggio, che tendono ad avere impatti visivi molto inferiori. Sul versante ambientale, la generazione di elettricità da combustibili fossili emette gas serra e altri inquinanti al momento della combustione, il che contribuisce al mutamento climatico e ai problemi di inquinamento atmosferico. Bruciare carbone, col suo alto contenuto di zolfo rispetto ad altri combustibili fossili, causa anche le piogge acide. Questo particolare problema può essere risolto installando sistemi di desolforizzazione, ma è costoso e impossibile in molti impianti. Le centrali energetiche a combustibili fossili (specialmente a carbone) causano spesso problemi di inquinamento del suolo nella aree dove sono localizzate, e molti impianti convenzionali (compresi quelli nucleari) generano inquinamento termico, danneggiando i corsi d’acqua locali o il mare. L’elettricità generata da fissione nucleare si somma i livelli di radioattività del sottosuolo, e i rischi per le conseguenze di gravi incidenti richiedono rigorose e costose procedure di gestione degli impianti.
[...]
La dismissione delle turbine a vento è un processo relativamente lineare, e nella maggior parte dei casi il terreno può essere restituito “normale” alla fine del ciclo produttivo dell’impianto, con gli impatti delle strade di accesso e altri nella maggior parte dei casi reversibili. In questo senso, le turbine a vento possono essere viste come strutture temporanee, e le decisioni localizzative non devono essere necessariamente permanenti.
6.8 – Lo spazio sottratto per insediamenti eolici
Nonostante si tema una generalizzata distruzione delle campagne britanniche, l’insediamento dell’energia eolica probabilmente non avrà gli impatti che molte persone si immaginano. Per raggiungere l’obiettivo del 20% entro il 2020 esclusivamente con la generazione eolica, il Regno Unito avrebbe bisogno di circa 26 GW di capacità se l’offerta energetica aumenterà a 400.000 GW. Se il 50% di questa quantità viene ottenuto dagli impianti sulla terraferma utilizzando turbine in media da 2 MW, ciò richiederà più o meno 6.500 turbine. Sulla base di un’occupazione di spazio di circa 0,18 ha/MW per turbine, strade d’accesso e sottostazioni, il totale di spazio necessario in terraferma sarebbe di circa 2.340 ha. Sulla superficie totale del Regno Unito di 24 milioni di ettari, si tratta dell’equivalente dello 0,0001% dello spazio disponibile. Ciò, contro i 3,3 milioni di ettari correntemente classificati come uso del suolo “urbano e altro”. Dato che le turbine a vento sono abitualmente collocate in zone collinari, lo spazio attorno ad esse è comunque ancora disponibile a pascolo o altre attività, e non deve quindi essere considerato come parte dell’occupazione totale di suolo.
6.9 – Verso una prospettiva di lungo termine
Di tutte le questioni che ruotano attorno allo sviluppo delle energie eoliche, gli impatti visivi e paesistici sono le uniche principalmente soggettive. Dato che gli effetti non possono essere calcolati e misurati, e le possibilità di interventi di mitigazione sono limitate, è poco probabile che questi problemi vengano risolti con soddisfazione di tutti. Sembra quindi inevitabile che alcune persone saranno sempre contrarie alle wind farms in ambienti rurali, e dato che le risorse di vento del Regno Unito sono strettamente correlate a zone rurali e remote, il dissenso è inevitabile.
I recenti aggiornamenti alle linee guida per la pianificazione per il Regno Unito, richiedono che i decisori locali prendano in considerazione le priorità energetiche nazionali nel deliberare su progetti per le fonti rinnovabili, e in molti casi è improbabile che ce ne sia abbastanza per non respingere una domanda in base alle sole considerazioni paesistiche. Visto l’alto livello di consenso nazionale, e spesso anche locali, per l’energia eolica, questo sembra essere un approccio ragionevole nei casi in cui non esiste particolare classificazione di sensibilità paesistica. Esistono forti motivi per ritenere gli insediamenti eolici strutture temporanee, che non richiedono le cautele di strutture di più lunga durata per motivi paesistici. Dato che abitualmente è possibile una dismissione completa, può essere posto rimedio alle permanenti opposizioni sulla base di studi caso per caso, con la rimozione finale delle turbine alla fine del ciclo produttivo.
Le opzioni energetiche e disposizione entro quel tempo saranno mutate, e potrebbero essere disponibili altre tecnologie. Comunque, va anche riconosciuto che le trasformazioni del paesaggio hanno una lunga storia e che ciò che appare alieno oggi potrebbe divenire accettato nel tempo. L’evidenza suggerisce che le opinioni ostili verso le wind farms tendono ad ammorbidirsi dopo l’autorizzazione, e non c’è motivo di ritenere che questa tendenza non si ripeta nei casi di insediamenti futuri.
Qualunque preoccupazione per i danni al paesaggio del Regno Unito da parte degli insediamenti di impianti eolici, deve essere controbilanciata dai diffusi danni che lo stesso mutamento climatico può determinare. Si è mostrato nei capitoli precedenti [ non inclusi in questi estratti n.d.T.] come l’energia eolica sia una soluzione pratica e affidabile alle trasformazioni del clima, come parte di un necessario e più ampio mutamento sociale ed economico. L’insediamento su terraferma di tali complessi darà un grande contributo al rispetto degli obiettivi energetici e non ci si può aspettare che siano gli impianti offshore, significativamente più costosi, a farlo da soli.
Nota: il testo completo e originale del Rapporto (con dati, tabelle, e alcuni casi studio) è disponibile in file PDF al sito della Sustainable Development Commission (f.b.)
Il rubinetto delle emissioni di anidride carbonica non si chiude, anzi la pressione crescente dei paesi di nuova industrializzazione spinge la volata dei gas che squassano la macchina del clima. Basterebbe questo ad alimentare l´incubo di una desertificazione che avanza e di milioni di profughi ambientali che stanno per mettersi in moto. Ma l´ultimo rapporto del Worldwatch Institute, Oceani in pericolo, elaborato da un gruppo di scienziati di Greenpeace, apre un´altra finestra di allarme. Uno dei grandi equilibratori climatici, la spugna che finora ha assorbito una parte importante delle emissioni serra, sta per cedere: la capacità dei mari di catturare una quota significativa di anidride carbonica diminuisce. E così mentre il flusso dei gas che devastano l´atmosfera cresce, i riflessi di Gaia, il pianeta vivente, si appannano.
I dati di base sono incontrovertibili. Per convincersene basta paragonare due periodi chiave: i primi due secoli di rivoluzione industriale e gli ultimi decenni. Tra il 1750 e il 1994 sono stati emessi 1.039 miliardi di tonnellate di anidride carbonica e gli oceani ne hanno assorbiti 433 miliardi: il 42 per cento. Tra il 1980 e il 2005 sono stati emessi 525 miliardi di tonnellate di anidride carbonica e gli oceani ne hanno assorbiti 194: il 37 per cento. Dunque, rimanendo alla stima media degli ultimi 25 anni, per ogni punto percentuale di riduzione della capacità di assorbimento degli oceani si registra un ulteriore accumulo in atmosfera di 200 milioni di tonnellate di anidride carbonica: quanta ne emette il sistema industriale italiano regolamentato dal protocollo di Kyoto.
Non è finita. «Non si può sottovalutare il fatto che l´aumento di Co2 nell´acqua di mare ne causa l´acidificazione», si legge nel rapporto pubblicato dal Worldwatch Institute. «Il pH degli oceani si è abbassato di 0,1 unità, con la possibilità che scenda di ancora 0,5 unità a fine secolo se non si riducono le emissioni. Numerosi organismi che si costruiscono uno scheletro calcareo - coralli, molluschi, crostacei e molti organismi planctonici - potrebbero avere problemi di stabilità perché il calcare si scioglie nell´acqua acida». Dunque la capacità degli oceani di catturare carbonio formando la vita potrebbe indebolirsi ancora di più.
Quest´alterazione degli equilibri fisici e chimici, oltre alle ripercussioni globali, ha ovviamente un effetto micidiale su un ecosistema marino già malconcio: «La pesca riassume il dramma della crescita selvaggia di una distruttiva potenza tecnologica che ormai non risparmia i luoghi più remoti: isole lontane, montagne abissali, artico e antartico sono tutti sotto la pressione di pescherecci industrializzati che non solo pescano troppo (dagli anni ‘50 il totale della produzione ittica si è moltiplicato per 7) ma anche male, con attrezzi distruttivi, come la pesca a strascico o le reti derivanti, che catturano un numero incredibile di specie non bersaglio, danneggiando l´ecosistema e rallentando il recupero degli stock ittici che nel 76 per cento dei casi sono oggi al limite o oltre il limite dello sfruttamento».
La temperatura crescente sta minando le barriere coralline che ospitano circa 100 mila specie note (le stime reali potrebbero andare da 1 a 3 milioni): il 20 per cento è distrutto, il 24 per cento è a rischio imminente di collasso, per un altro 26 per cento la minaccia è a lungo termine. Va male anche alle mangrovie, un ecosistema fondamentale per la difesa delle coste dalla pressione del mare: metà è stata cancellata e ormai occupano solo il 25 per cento delle coste tropicali contro una quota originale del 75 per cento.
A tutto ciò si aggiungono i danni prodotti dall´inquinamento chimico e radioattivo: nel Golfo del Messico si è arrivati a 80 mila chilometri quadrati di fondali morti.
Titolo originale: Global warming claims tropical island –Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
L’innalzamento dei mari causato dal riscaldamento globale, per la prima volta ha cancellato dalla faccia della terra un’isola abitata. La scomparsa di Lohachara, nella zona di Sundarbans in India dove Gange e Brahmaputra sfociano nella Baia del Bengala, segna il momento in cui una delle più apocalittiche previsioni degli ambientalisti e degli scienziati del clima inizia ad avverarsi.
Il mare continuerà ad alzarsi, ingoierà intere nazioni composte da isole, dalle Maldive alle Marshall, inonderà ampie aree di altri paesi, dal Bangladesh all’Egitto, e sommergerà grandi porzioni di città costiere.
Otto anni fa, come riportato in esclusiva da The Independent on Sunday, spariva sotto le onde la prima isola disabitata, nell’atollo-nazione di Kiribati nel Pacifico. La popolazione delle isole a bassa elevazione di Vanuatu, pure nel Pacifico, è stata evacuata preventivamente, anche se l’isola è ancora sopra il livello del mare. La scomparsa di Lohachara, che un tempo ospitava 10.000 persone, non ha precedenti.
Il caso è stato seguito ufficialmente con uno studio di sei anni sul Sunderbans da ricercatori dall’Università Jadavpur di Calcutta. L’isola è così lontana che i ricercatori hanno appreso dell’inondazione, contemporanea a quella di una vicina isola disabitata, Suparibhanga, dopo averla vista scomparire dalle immagini satellitari.
Sono stati sommersi in forma permanente anche i due terzi della vicina isola abitata di Ghoramara. Sugata Hazra, direttore della Scuola di Studi Oceanografici, spiega “è solo questione di qualche anno” prima che anche lei venga del tutto ingoiata. Hazra dice che ora ci sono circa una dozzina di “isole in via di scomparsa” nella regione del delta indiano. Sono in pericolo anche le 400 tigri dell’area.
Sinora si prevedeva che sarebbero state le isole Carteret al largo di Papua New Guinea le prime abitate a scomparire, in circa otto anni, ma Lohachara ha sottratto loro il poco invidiabile primato.
I costi umani del riscaldamento globale: l’innalzamento dei mari trasformerà presto in senzatetto 70.000 persone
I rifugiati dall’isola scomparsa di Lohachara e da quella in via di scomparsa di Ghoramara hanno riparato a Sagar, ma anche quest’isola ha già perso 3.000 ettari di superficie sottratti dal mare. Complessivamente, sono in pericolo di scomparsa sotto i mari che si sollevano una dozzina di isole, che ospitano 70.000 abitanti.
Renzo Franzin è direttore del centro studi di Civiltà dell'Acqua di Mogliano Veneto (Treviso). E' davvero eccezionale la siccità di questa estate?
Non parlerei di emergenza. Ma sostanzialmente è vero che siamo in una fase epocale di emergenza in quanto anche le condizioni climatiche rendono l'acqua meno disponibile. Ma il fattore clima non è che una parte del problema le cui radici vanno ricercate altrove. Nell'urbanizzazione selvaggia, nello sfruttamento eccezionale delle risorse idriche a scopo industriale e per la produzione di energia elettrica, e soprattutto per la produzione agricola nelle regioni della pianura padana.
Perché soprattutto?
Il 65-70% delle risorse idriche viene impiegato per colture che hanno bisogno di grandi quantità di acqua, come mais e soia. Negli anni `70, con i contributi europei, è stata eliminata l'idraulica minore (fossati, canali) e anche questo ha comportato un impoverimento complessivo di acqua nel terreno. Oggi la stessa comunità rifinanzia la ricostruzione della vecchia idraulica. Ma a questo punto la domanda che bisogna porsi è un'altra.
Quale?
Ha ancora senso che la pianura padana produca queste colture sprecando tanta acqua per ottenere prodotti che oggi hanno mercato solo perché protetti dalle sovvenzioni dell'Europa, sapendo che nel 2006 queste tutele cesseranno? La risposta è no. Inoltre, le colture intensive necessitano di un utilizzo insostenibile di concimi chimici, sostanze che penetrano nella falda e inquinano le acque. Uno studio Ue dice che il 35% delle acque dolci ormai è inquinato. La prima falda ormai è inquinata e già oggi noi ci stiamo bevendo l'acqua fossile che peschiamo a 300 metri di profondità, è ricca di sali minerali ma non è una risorsa infinita.
Il resto lo fanno industria e produzione energetica?
Nonostante la deindustrializzazione, l'industria continua a utilizzare acqua e a restituirla non più utilizzabile. Il caso delle acque minerali poi è emblematico: una risorsa comune che viene regalata alle industrie e commercializzata con introiti enormi. Ma è soprattutto un problema di comportamenti che ci riguarda tutti, noi continuiamo a lavare la macchina e a tirare lo sciacquone con acqua potabile, non utilizziamo acqua piovana. Il sistema idroelettrico italiano ormai ha più costi che benefici, tutti sanno che la diga è considerata una tecnologia superata, ormai la si esporta solo nel terzo mondo. E non si può nemmeno dire che si tratti di energia pulita: qui in Veneto il Vajont è una ferita aperta. Inoltre, il sistema idroelettrico ha interrotto la vita biologica dei fiumi.
Da qui al nucleare il passo sembra breve
No. Senza tornare sul nucleare, che tutti sappiamo pericolosissimo, dobbiamo cambiare il nostro stile di vita e riorganizzare la nostra idea di consumi.
Riconversione agricola, risparmio energetico, nuovo stile di vita, sviluppo ecocompatibile e battaglia contro lo sfruttamento delle acque. Tutto giusto, ma davvero le sembrano obiettivi raggiungibili?
Siamo in una situazione di crisi proprio perché ci siamo rifiutati di utilizzare quei mezzi che potevano invertire la marcia. Per fortuna a livello europeo ci sarà un'inversione di tendenza e saremo costretti a cambiare atteggiamento. Bisogna sapersi inserire in queste fratture del sistema economico per cercare di imboccare altre strade.
In che modo?
La situazione è complessa, ma qualcosa si può fare. Regolamentare tutti i prelievi di acqua dolce per uso industriale, gestire più accuratamente i bacini montani, modernizzare i sistemi irrigui, ridare un profilo paesaggistico alle campagne e trasformare la produzione agricola del nord puntando su prodotti di qualità.
Tanto per cominciare, lo dice anche lui: “anche in questo settore la tecnologia è in rapida evoluzione”. E questo mal si concilia con l’affermare qualche riga sotto, che “Combattere l’eolico in nome dell’Ambiente è, dunque, un controsenso che non sta né in cielo né in terra”.
Mi riferisco a Giovanni Valentini, che col suo nuovo articolo della serie energie alternative coglie al volo l’occasione per dare gentilmente dell’imbecillotto passatista, o qualcosa di simile, a singoli, multipli, istituzioni e regole che ostacolano la marcia del progresso. Che altro sarebbe, secondo l’Autore, questa carica contro i mulini a vento, se non una patetica difesa a oltranza di un mondo fantastico (il riferimento mentale donchisciottesco della personalità disturbata è sin troppo facile da evocare automaticamente nel lettore), di pianure e colline da cartoni animati, che ovviamente non trovano alcun riscontro nella realtà. Realtà che vede l’operoso stivale attento sì alla tutela del paesaggio e del territorio, ma insomma vi abbiamo dato delle centrali che non inquinano e voi non siete contenti? Con cosa ve lo facciamo funzionare l’ascensore per salire a contemplare il vostro paesaggio? Coi fuochi di sant’Antonio?
Domande che appaiono del tutto ragionevoli, se non fosse che quelle obiezioni e opposizioni alle fattorie del vento, sono assai più realistiche dell’esegesi tardo-marinettiana di tanti cantori del progresso “a prescindere”. Perché tengono conto, sostanzialmente, di due aspetti che il futurismo giornalistico lascia al momento nel cassetto:
- l’osservazione empirica, e la prospettiva storica
- il fatto, appunto che “la tecnologia è in rapida evoluzione”.
La storia e la cronaca dicono, perlomeno a chi decide di badare a questi aspetti, che l’insediamento delle turbine nasce e si sviluppa secondo i criteri abituali dell’industria. In modo quindi del tutto paragonabile a cose ben note come le centrali energetiche tradizionali, le discariche, o diverse ma simili come le strutture per la logistica e la grande distribuzione, le infrastrutture per la mobilità … Ovvero: c’è l’immagine degli uffici stampa (non necessariamente menzognera, ma certamente parziale) concentrata sui vantaggi, e c’è il resto degli impatti. Nel caso delle wind farms il non detto spesso rappresenta il quasi tutto, ovvero ciò che sta a terra in termini di strutture di servizio, strade (e effetti indotti dalle strade in aree dove prima non ce n’erano), recinzioni, barriere, altri effetti territoriali della questione sicurezza ecc. Altro che dire: problema risolto quando le pale non tritano più le anatre. Il tutto senza nemmeno sollevare la questione estetica, che è discutibile e lasciamola discutere in altra sede.
C’è poi il fatto che, lo riconosce Valentini, “la tecnologia è in rapida evoluzione”. Non solo la tecnologia pura (che in sé interessa solo i veri appassionati), ma le forme organizzative che la affiancano e complementano: impianti di dimensioni minori, maggiore efficienza, minori velocità di rotazione … il che significa (volendo) una logica diversa riguardo alle possibili localizzazioni, concentrazioni, rapporti col suolo e con la rete di distribuzione e consumo. E la stessa “rapida evoluzione” non si deve certo alla sola libera concorrenza dei settori ricerca e sviluppo delle imprese interessate, ma al fatto che il mitico mercato è composto anche da singoli, gruppi e istituzioni che hanno imparato sulla propria pelle come il collettivo OOOOH! a naso all’insù non sia l’unica possibile reazione. Singoli, gruppi e istituzioni che sollevano legittimi dubbi sulla effettiva luminosità dei futuri da pieghevole pubblicitario. Si spera siano almeno finiti i tempi in cui per la common wisdom si è out se non si portano moglie e figli ad ammirare il fungo dalle parti di Los Alamos. Per poi sentirsi dire dopo qualche decennio: “non potevamo sapere”.
Quindi ben vengano tutte le innovazioni tecnologiche e organizzative (soprattutto le seconde), ma ben vengano anche le legittime cautele di chi non accetta a scatola chiusa i “vincoli tecnici”, soprattutto quando c’è il rischio di accettare da subito una trasformazione comunque in gran parte irreversibile, e poi per decenni l’impatto di una tecnologia dimostratasi quasi subito obsoleta. E la stessa cosa vale ad esempio per le idee, di cui già si parla, di riconversione delle colture agricole a scopi energetici. Con qualcuno già a immaginare la pianura padana come una replica un po’ più pulita del delta del Niger … e le solite tribù di intellettualoidi passatisti che si oppongono al progresso …
Avevo letto l'articolo di Valentini. Pensavo di ospitarlo nella cartella "Stupidario", poi ho soprasseduto. E' veramente singolare che un giornalista che passa per ambientalista ignori la ragionevolezza delle perplessità che, non solo in Italia, si sollevano nei confronti dell'eolico. Che ignori l'assenza di un serio programma energetico basato su una valutazione comparativa dei vantaggi e benefici di ciascuna delle tecnologie impiegabili: non in generale, ma nella specifica situazione del nostro paese Che non metta nel conto la pesante degradazione del paesaggio, valore costituzionalmente garantito, provocata dalle "fattorie del vento". Ma se riflettiamo, Valentini è quel giornalista che ha inventato "l'ambientalismo sostenibile", allineandosi con i molti che non sanno che cosa "sostenibilità" significhi nella cultura internazionale.
Mi ha dissuaso di pubblicare l'articolo di Valentini anche l'astio che sgorga dalle sue righe, ogni volta che ne ha l'occasione, per Renato Soru, per motivi che non conosco ma che certamente non derivano dalla prudenza nei confronti dell'eolico, che Soru condivide con altri governanti.
Nell'ampia documentazione sui fatti e sulle opinioni a proposito dell'eolico vedi, in eddyburg, lo studio del Comitato per il paesaggio e l'eddytoriale n.74. Per un esempio della "tecnologia in rapida evoluzione, su eddyburg_Mall una dscrizione anche tecnica della turbina Quiet Revolution. E, qui sotto, potete scaricare un ampio dossier sull'eolico.
Titolo originale: Public Attitudes Toward Wind Power - Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Una panoramica degli studi
Gli studi sugli atteggiamenti del pubblico nei confronti dell’energia eolica sono di tipo molto diverso. Spesso questi studi non sono stati condotti con criteri scientifici, ed esiste poco coordinamento tra di loro. Questo rende difficile compiere un’analisi tra i vari contesti nazionali. Le indagini sull’argomento sono state condotte a partire dagli anni ’90 principalmente in paesi come Gran Bretagna, USA, Canada, Svezia, Germania, Olanda, Danimarca. Il presente studio farà una sintesi delle principali conclusioni che è possibile trarre sulla base delle ricerche disponibili. Si noterà, comunque, che esiste una differenza fra l’opposizione agli impianti come atteggiamento negativo, e l’opposizione come comportamento di resistenza contro nuovi insediamenti. Questo studio si concentra sugli atteggiamenti generali e locali verso l’energia eolica, e verso specifici impianti.
Le fonti di energia rinnovabili
Le fonti di energia rinnovabile hanno maggiore credibilità nei confronti del pubblico di quanto non avvenga per quelle non rinnovabili, come combustibili fossili o energia nucleare. Negli USA un sondaggio di opinione nazionale del 1995 ha mostrato che il 42% degli americani ritiene che le fonti di energie rinnovabili come solare, eolica, geotermia, biocombustibili e idroelettrica, dovrebbero essere prioritarie nei finanziamenti federali per la ricerca e sviluppo nel settore energetico. I combustibili fossili e il nucleare, le fonti che forniscono la maggior parte di energia negli USA, vengono per ultime, con il 7 e 9 per cento.
In Danimarca sono state poste le stesse domande. Anche qui l’atteggiamento verso le energie rinnovabili è positivo. A un campione rappresentativo di danesi è stato chiesto se le fonti rinnovabili dovessero avere maggior priorità nelle politiche energetiche nazionali. Secondo il risultato dei questionari, quattro su cinque danesi pensano che le energie rinnovabili debbano avere priorità. Solo il 9 per cento non la pensa così. Non c’è dubbio che le fonti rinnovabili oggi siano considerate una fonte evoluta di produzione energetica. Dietro al termine “energie rinnovabili” c’è comunque una varietà di tecniche di generazione. È quindi interessante indagare se quella di origine eolica gode di un particolare ampio sostegno del pubblico.
L’energia eolica
Un questionario distribuito in Canada chiedeva a un campione rappresentativo di cittadini se avrebbero gradito vedere l’autorità energetica provinciale conferire priorità alla produzione elettrica a generazione eolica. Secondo questo sondaggio il 79% del canadesi ritiene che l’energia generata dal vento debba avere priorità a livello nazionale. La stessa tendenza è osservabile in un sondaggio danese. Ai danesi è stato chiesto se il paese dovesse mirare ad un uso più ampio dell’energia eolica. L’82 per cento della popolazione era favorevole a più energia dal vento. Un’indagine fatta in Olanda ha mostrato la stessa tendenza. L’80% della popolazione olandese era favorevole all’energia eolica, il 5% si opponeva ad essa, e il 15% era neutrale. Gli stessi risultati sono stati ottenuti nel Regno Unito. Qui sono stati condotti dal 1990 al 1996 tredici studi, e anche qui otto su dieci intervistati sostengono l’energia eolica. Quindi, sia alle fonti rinnovabili in generale, che all’energia eolica in particolare, è conferita più credibilità che non alle fonti non rinnovabili come combustibili fossili e nucleare.
Caratteristiche dei favorevoli e contrari
Questo paragrafo si concentra sulle caratteristiche degli atteggiamenti nei confronti di energia e impianti eolici. Questi diversi atteggiamenti sono stati oggetto di varie indagini nel corso degli anni.
Le persone prive di esperienza specifiche con l’energia eolica credono che il rumore sia più forte, rispetto a chi realmente abita vicino alle turbine. I maschi credono che siano più rumorose di quanto non ritengano le femmine. Le persone di mezza età in generale sono più critiche degli altri gruppi di età. Altri risultati dell’indagine danese sono: le donne preferiscono gruppi di 2-8 turbine rispetto a impianti più grandi e rotori isolati; gli uomini preferiscono gruppi di 10-50 turbine rispetto a installazioni singole e parchi più ampi. Gli oppositori valutano l’estetica locale in termini più alti di quanto non facciano per il clima o ad esempio i rischi dell’energia nucleare. Come mostrano sia gli studi americani che quelli svedesi, l’accettazione delle pale in movimento è più alta di quella degli impianti fermi quando non generano energia. Una ricerca sul problema del rumore in Danimarca, Olanda e Germania mostra che il disturbo causato dalle turbine tocca molto poche persone, e il livello di disturbo è pochissimo correlato all’effettivo livello sonoro dei particolari impianti. Invece, il disturbo è connesso ad altre cause, come l’atteggiamento negativo nei confronti delle turbine a vento. L’indagine danese mostra che chi è favorevole alle energie rinnovabili e all’eolico in particolare ha anche un atteggiamento più positivo verso gli impianti locali, li trova meno rumorosi e invadenti nel paesaggio.
Anche se sembra che la percezione individuale di rumori e impatti visivi sia determinata da fattori diversi rispetto all’effettivo livello sonoro e quantità di impianti, ciò non significa che il problema del rumore e degli effetti visivi debba essere trattato in modo superficiale. La scelta delle località deve tener conto di questi aspetti. Ciò probabilmente ridurrà al minimo l’atteggiamento negativo verso specifici progetti.
In una sintesi di ricerche britanniche, vengono analizzati gli argomenti caratteristici a favore e contro l’energia eolica.
Il profilo di chi dice NO
... le energie rinnovabili non possono risolvere i nostri problemi energetici ... le turbine a vento sono inaffidabili e dipendono dall’intensità del vento ... l’energia eolica è costosa ... le turbine a vento rovinano il paesaggio ... le turbine sono rumorose
Il profilo di chi dice SI
... l’energia rinnovabile è davvero un’alternativa ad altre fonti ... la teoria del mutamento climatico deve essere presa sul serio ... l’energia eolica è illimitata, a differenza dei combustibili fossili ... l’energia dal vento non inquina ... l’energia eolica è sicura
I due profili illustrano bene perché si continua a dibattere sull’energia eolica. Si possono trovare argomenti sia pro che contro, senza il sostegno di fatti. Sono invece gli atteggiamenti ad essere basati su convinzioni e valori individuali. Il fatto che le turbine a vento deturpino o arricchiscano il paesaggio, è una questione di gusti. Se il costo dell’energia eolica è a buon mercato o dispendioso dipende, pure, da quanto si valuta il clima globale, e se si crede nella teoria dell’effetto serra.
Lo studio sul caso di Sydthy
L’ultimo studio condotto in Danimarca sul comune di Sydthy mostra alcuni risultati interessanti. Sydthy ha 12.000 abitanti, e più del 98% dell’energia elettrica consumata è fornita da impianti eolici. Ciò significa che Sydthy è uno dei posti del mondo con la più alta concentrazione di turbine a vento. Il sondaggio di opinione a Sydthy mostra che le persone con un alto livello di conoscenze sulla produzione di energia e le fonti rinnovabili tendono ad essere più positive rispetto all’eolico, di chi ha poche conoscenze.
La distanza dalla turbina più vicina non influenza l’atteggiamento delle persone verso l’eolico in generale. Questo indica che chi vive vicino agli impianti non considera rumori e impatti visivi un problema significativo. Di fatto chi vive più vicino di 500 metri ad una turbina tende ad essere più positivo nei riguardi delle turbine, di chi abita più lontano.
Questa tendenza si conferma se si incrociano gli atteggiamenti verso le turbine a vento in generale con il numero di esse visibile dall’abitazione degli intervistati. Ancora, non emerge uno schema chiaro. Ma le persone che possono vedere fra 20 e 29 turbine tendono ad essere più positive rispetto all’energia eolica di chi ne riesce a vedere solo un piccolo numero. Questo indica, ancora, che la quantità di turbine a vento nell’ambiente locale non influenza negativamente l’atteggiamento delle persone nei confronti dell’energia eolica.
In Danimarca esiste una tradizione di cooperative per l’energia eolica, dove un gruppo di persone condivide un impianto di generazione. Da questo punto di vista il comune di Sydthy è piuttosto unico, con il 58% delle famiglie con una o più partecipazioni in una turbina di proprietà cooperativa. Per quanto riguarda l’atteggiamento generale verso le turbine a vento, il quadro è chiaro. Le persone che possiedono quote sono significativamente più positive di chi non ha interessi economici in materia. I membri delle cooperative del vento sono più propensi ad accettare che si realizzi una turbina nei paraggi.
Chi vive nella zona urbana (definita dai limiti di velocità) tende ad essere più negativo di chi abita in area rurale. Un spiegazione di questo fenomeno può essere che le persone di città hanno un’immagine più romantica della campagna, mentre chi abita in campagna ha un rapporto più pratico con la natura, in quanto risorsa da utilizzare a scopi produttivi.
Nel comune di Sydthy quattro su cinque persone non si ritengono per nulla disturbate dal rumore delle turbine. Come previsto, più lontano abitano da esse, meno subiscono inconvenienti relativi al rumore. Lo studio su Sydthy conferma anche i precedenti risultati degli studi danesi, sulle persone di mezza età come quelle che trovano il rumore più snervante. Gli uomini avvertono il rumore delle turbine più delle donne, e più positivo l’atteggiamento verso l’energia eolica, meno il disturbo percepito. Va ricordato che molte delle turbine di Sydthy sono progettate secondo i livelli di rumorosità ammessi negli anni ’80, e non dei più silenziosi modelli attuali.
Not In My Backyard
C’è una grossa differenza, fra l’energia eolica come idea generale, e le turbine a vento come strutture accettabili nel paesaggio. Come abbiamo visto, le persone sostengono l’idea generale delle energie rinnovabili e di quella eolica. Ma quando si passa a progetti concreti per il territorio locale, l’accettazione sembra scomparire. Questo è definito la sindrome del “ Not In My Back Yard” o, in breve, la sindrome NIMBY. La teoria di base è che le persone sostengono l’energia eolica a livello astratto, ma mettono in discussione specifici progetti locali a causa delle temute conseguenze riguardo principalmente al rumore e agli impatti visivi. La sindrome di NIMBY non è caratteristica degli impianti eolici. Si verifica in molte altre situazioni. Nuove strade, ponti, gallerie, ospedali, aeroporti, impianti nucleari e altre strutture per la produzione di energia, tutti incontrano resistenze a livello delle comunità locali.
Nel Regno Unito sono state effettuate parecchie indagini prima/dopo l’installazione. In un rapporto di ricerca commissionato da BBC Wales, è stato calcolato il sostegno del pubblico locale per l’energia eolica in genere e per tre particolari parchi di turbine, prima e dopo l’impianto.
L’indagine mostra che solo una su cinque persone è in genere contro lo sviluppo dell’energia eolica in Galles, e sette su dieci sostengono gli impianti. Il livello di sostegno generale quindi è più o meno identico a quello di Danimarca e Olanda. Contemporaneamente, alle persone è stata chiesta anche un’opinione prima e dopo la costruzione delle tre wind farms.
Inizialmente, solo il 40% sosteneva i tre progetti, contro il 70% che in generale era favorevole allo sviluppo dell’energia eolica in Galles. In altre parole siamo di fronte a una reazione NIMBY per quanto riguarda specifici impianti di energia eolica. Chi si opponeva ai progettati impianti citava tre motivi per essere contrario. Il principale era la preoccupazione per il rumore. Tre su quattro persone fra quelle contrarie alle turbine citavano il rumore. Le altre due ragioni erano l’interferenza visiva e quella dei campi elettromagnetici. Dopo il completamento dei tre progetti, la BBC Wales ha di nuovo posto le domande sugli atteggiamenti nei confronti delle wind farms.
Se paragoniamo i risultati di prima con quelli di dopo le realizzazioni delle turbine, lo schema appare chiaro. In tutti e tre i casi le persone favorevoli superano quelle contrarie sia prima che dopo. Anche il 36,2% del totale della popolazione che si dichiara non sicuro o non interessato ai progetti prima della realizzazione, sembra spostarsi verso un sostegno dopo l’attuazione (l’indagine contempla solo gli spostamenti netti). Ancora, uno su quattro non approva i progetti.
Un costruttore olandese di impianti eolici, la Energy Connection, ha rilevato lo stesso atteggiamento in Olanda. Qui, come abbiamo detto prima, l’accettazione dell’energia eolica è alta. Ma su specifici progetti il tasso di approvazione sembra abbassarsi nella fase di progettazione e costruzione. Dopo la realizzazione il consenso sembra aumentare avvicinandosi ai livelli di prima.
Le conclusioni sonora sono che l’accettazione da parte del pubblico dell’energia eolica è molto elevata. Essa cade, ad ogni modo, quando si invade il “cortile” degli interessati. Ma il consenso sembra aumentare anche nel territorio locale, dopo l’installazione delle turbine. D’altra parte, che non è favorevole alle energie rinnovabili in generale tende a trovare gli impianti eolici meno accettabili quando si tratta di impatti visivi e acustici. Una sintesi di sondaggi mostra un’altra caratteristica interessante. La comparazione fra atteggiamenti del pubblico in zone con presenza di impianti eolici, e in altre che ne sono prive suggerisce che gli atteggiamenti verso impianti concreti sono di maggiore accettazione in zone che ne hanno già esperienza, di quanto non accada dove non esiste alcuna esperienza. Ciò vuol dire che la sindrome di NIMBY sembra avere le manifestazioni più forti dove non esiste o esiste scarsa conoscenza dell’energia eolica. Questa conclusione indica che l’accettazione da parte del pubblico dell’energia eolica cresce col crescere del livello di informazione. In Cornovaglia si è verificato un significativo mutamento di atteggiamenti da parte dei residenti nell’area della wind farm, prima e dopo la costruzione. In generale la popolazione è diventata più favorevole all’energia eolica. Il 27% delle persone interrogate ha cambiato il proprio atteggiamento da quando le turbine sono in funzione. Di questi, nove su dieci sono diventati favorevoli all’uso dell’energia eolica.
Questa spiegazione basata sull’idea di NIMBY è stata messa in discussione da molti studi. Anche se molti atteggiamenti individuali nei confronti degli impianti locali possono essere descritti come NIMBYismo, ciò sembra essere un fattore minoritario per la maggioranza di chi si oppone ai progetti.
Nell’ultima indagine, nella regione del Friesland, agli olandesi residenti è stato chiesto se volevano più turbine a vento nella specifica zona, e se sostenevano un uso più intensivo dell’energia eolica nel resto del Friesland. Il 61% non obiettava a più turbine in Friesland, purché non fossero collocate nel loro “cortile”. Il 15% non voleva più turbine in generale nella regione. Questa distribuzione dei risultati non differisce in modo significativo dagli studi precedenti. Il fatto interessante di questa indagine, è che agli intervistati è stato anche chiesto se potessero accettare più turbine nella propria zona. Sorprendentemente il 66% erano favorevoli ad accettare altre turbine nella comunità locale, e il 18% era contrario. Ovvero c’erano più persone (5% in più) disposte ad accettare nuove turbine nel proprio “cortile”, di quanti ne accettassero di più nel resto della regione. Questi risultati indicano che esistono variabili nascoste, diverse dall’atteggiamento NIMBY, che condizionano il rapporto dell’opinione pubblica con l’energia eolica a livello locale.
The NIMBY-explanation is probably a too simplistic way of seeing people's attitudes. There has to be focused on other explanations if public attitude shall be described in a more sophisticated manner. The mentioned study (Wolsink, 1996) concludes, that people in areas with significant public resistance to wind projects are not against the turbines themselves, they are primarily against the people who want to build the turbines. Often the local people are kept out of the decision making process. Some have hostile attitudes against the developers, the bureaucracy or the politicians on beforehand. Those factors have a significant effect on public attitudes in a specific area. Attitudes towards concrete projects are site specific. They are primarily formed by the interaction with central actors and the extent of involvement of local interests are a major explanatory factor.
Anche uno studio recente condotto in Germania mette in discussione l’ipotesi della sindrome NIMBY. Le dimensioni dell’impianto di turbine influenzano in modi non significativi l’atteggiamento del pubblico nei confronti di un progetto. Ciò indica che gli impatti reali legati alle dimensioni dell’impianto, come le trasformazioni del paesaggio, hanno effetti relativamente piccoli sugli atteggiamenti verso specifiche installazioni. La dimensione quindi dice poco rispetto all’atteggiamento. Lo studio conclude invece che, sull’atteggiamento del pubblico nei confronti del progetto, hanno una significativa influenza quelli verso chi lo realizza, i decisori locali, il processo complessivo di decisione. Contemporaneamente, lo studio suggerisce che un approccio partecipativo al progetto di localizzazione ha effetti positivi sull’opinione pubblica, e conduce a una diminuzione delle resistenze. Quello che conta è coinvolgere la popolazione locale nella procedura di localizzazione, entro processi di piano trasparenti, e con un alto livello informativo.
Le persone vogliono essere coinvolte
Lo studio sulla zone del Friesland conferma queste conclusioni. Più dell’85% della popolazione desidera essere tenuta informata sui progetti di nuovi impianti eolici. Il 60% ritiene che diffondere informazioni sia compito dell’amministrazione municipale. Un altro 5% pensa che sia compito dell’autorità provinciale. Solo il 13% crede che tocchi ai mezzi di comunicazione. Nella realtà, le persone di solito traggono le proprie informazioni dai rapporti personali e dai media. Il 49% afferma che andrebbe alle assemblee pubbliche, se fossero tenute. Quindi, esiste una grossa differenza tra il modo in cui le persone vorrebbero essere informate, e il modo in cui funzionano davvero le cose. Un recente studio tedesco rivela che in meno del 50% dei progetti di impianti eolici nel paese, agli abitanti è stata data l’opportunità di esprimere la propria opinione nella fase di piano. E solo nell’8% dei casi in cui gli abitanti sono stati sentiti, i costruttori hanno tenuto assemblee pubbliche di informazione. In un caso su tre l’opinione pubblica ha avuto un’influenza concreta sul processo di localizzazione, caratteristicamente attraverso la possibilità garantita dalla legge di presentare osservazioni formali.
Se si vogliono ridurre al minimo le opposizioni, tutte le parti in causa devono avere effettiva opportunità di influenzare un progetto. Le decisione prese sopra la testa delle popolazioni locali sono il modo più diretto per generare proteste. Restano da vedere, sondaggi a livello internazionale che esaminino approfonditamente questi problemi.
Conclusioni
In tutti i paesi, sia il sostegno del pubblico per le energie rinnovabili che per l’energia eolica in particolare è molto elevato. A livello astratto, circa l’80% della popolazione sostiene l’energia eolica, secondo le indagini esaminate in questo studio. A livello locale il sostegno nelle aree dove operano impianti eolici è egualmente elevato. Ovvero, quattro su cinque persone tendono ad approvare gli impianti, sia in generale che nelle zone che hanno esperienze in proposito. Ciò però non significa che non si manifestino proteste. Basta un oppositore impegnato, ad esempio, per attivare una causa legale contro un’autorizzazione di impianto. Questa è una delle ragioni per cui i conflitti, nei casi di impianti eolici, sono diventati la regola anziché l’eccezione. La carenza di comunicazione fra chi abita dove sarà realizzato un impianto e chi lo vuole realizzare, le burocrazie locali, l’ambito della decisione politica, sembra il perfetto catalizzatore per trasformare lo scetticismo locale in azioni concrete contro progetti specifici. Al contrario, informazione e dialogo sono la strada per l’accettazione.
Nota: il file PDF scaricabile dell’articolo, nella relativa pagina della Danish Wind Industry Association (f.b.)
Titolo originale: Extinct: the dolphin that could not live alongside man – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
Dopo oltre 20 milioni di anni di presenza sul pianeta, oggi il delfino di fiume dello Yangtze è dichiarato ufficialmente estinto, prima specie di cetacei (balene, delfini, marsuini) ad essere eliminata dalle attività umane.
Nel corso di una ricerca estensiva compiuta da una squadra internazionale di biologi marini con due imbarcazioni, che hanno sondato su e giù per sei settimane il corso del fiume più trafficato del mondo lo scorso dicembre, non è stato rilevato alcun esemplare.
Oggi, il rapporto scientifico di quella spedizione, pubblicato dal prestigioso organo della Royal Society, Biology Letters, conferma che il delfino noto come baiji, in cinese pinne bianche, celebrato per la pelle chiara e i caratteristico muso allungato, è scomparso.
La colpa è del numero crescente di navi container sullo Yangtze, oltre ai pescatori le cui reti rappresentano involontariamente un pericolo.
Non si tratta di una estinzione “normale”, del tipo che avviene di frequente in un mondo di milioni di specie in evoluzione. Il delfino d’acqua dolce dello Yangtze era una creatura di notevole importanza, che si era separata dalle altre specie molti milioni di anni fa, diventando così autonoma da qualificarsi come gruppo di mammiferi a sé. É il primo grosso animale vertebrato ad estinguersi da cinquant’anni a questa parte, solo il quarto della famiglia dei mammiferi a scomparire dai tempi di Cristoforo Colombo, quando gli europei iniziarono la colonizzazione del mondo.
I tre precedenti scomparsi dalla faccia della terra sono stati i lemuri giganti del Madagascar, eliminate nel XVII secolo, il toporagno delle isole nelle Indie Occidentali, spazzati via probabilmente dai ratti che accompagnavano Colombo nel suo viaggio, e la tigre della Tasmania, il cui ultimo esemplare morì in cattività nel 1936 (la creatura più famosa estinta negli ultimi 500 anni, il Dodo, era un uccello).
Sam Turvey, biologo conservatore della Zoological Society of London, che ha guidato la spedizione alla ricerca del delfino dello Yangtze ed è il principale estensore del rapporto, spiega: “La perdita di una specie unica e carismatica è una scioccante tragedia. L’estinzione rappresenta la scomparsa di un intero ramo dell’albero dell’evoluzione, e sottolinea la nostra piena responsabilità, nel ruolo che dobbiamo assumere, di guardiani del pianeta”.
Ci sono molte altre specie che “si limitano ad esistere” nello Yangtze, e potrebbero anche loro scomparire nel giro di pochi anni, se non si agisce ora, avverte Turvey. Comprendono l’alligatore cinese, il marsuino senza pinne, il pesce pala cinese, che può raggiungere anche i 7m di lunghezza, ama che non viene avvistato dal 2003.
“Ora c’è molto interesse per il baiji: ma è troppo tardi. Perché si presta attenzione alle specie solo quando non ci sono più? Dobbiamo utilizzare il caso del baiji come sveglia ad agire immediatamente, per prevenire altri casi.
“La cosa più tragica è che nel caso dello Yangtze abbiamo un fiume a corrente rapida con un sistema unico di specie endemiche. Una volta sparite da qui, sono perdute per sempre” spiega.
L’obiettivo della spedizione di dicembre era di recuperare qualunque baiji trovato, e spostarlo in un lago di 21 km nella riserva naturale di Tian'ezhou, per sottoporlo a un programma intensivo di riproduzione. Ciascuna delle due imbarcazioni operava in modo indipendente, con scienziati che esploravano la superficie dell’acqua con binocoli – i delfini devono emergere per respirare – e ascoltavano attraverso idrofoni, alla ricerca dei caratteristici fischi. Nonostante queste tecnologie, non si è trovato niente.
“Abbiamo usato tutte le tecniche di ricerca. Entrambe le imbarcazioni hanno rilevato il medesimo numero di marsuini: abbiamo visto tutto quello che c’era da vedere. Ma nessun delfino” racconta Turvey.
É invece sin troppo chiara la causa della scomparsa, del delfino. É una vittima della corsa del paese più popoloso del mondo verso la ricchezza. Nel bacino dello Yangtze vive un decimo della popolazione mondiale. Nel corso della spedizioni, gli scienziati hanno calcolato 19.830 navi che percorrevano i 1.669 km di fiume rilevati: un grosso cargo, ogni 800 metri.
Il delfino dello Yangtze si muoveva guidato da un sonar – gli occhi sono inutili nell’acqua fangosa – ma in un ambiente stipato di navi container, chiatte da carbone, imbarcazioni veloci, il sonar veniva neutralizzato, e l’animale si muoveva rischiando continuamente di essere colpito dagli scafi, o fatto a pezzi dalle eliche.
Una minaccia anche maggiore veniva dalle reti e dalla miriade di linee di ami utilizzati dai pescatori.
Nonostante non fossero destinate alla cattura dei delfini, le creature si impigliavano nelle reti o venivano ferrite dagli ami: quasi la metà dei baiji trovati morti degli ultimi decenni avevano subito questa sorte. Inoltre, l’inquinamento aveva avvelenato il loro habitat naturale, e il completamento della Diga delle Tre Gole aveva decimato i piccoli pesci di cui si nutrivano.
Gli ultimi mammiferi che si sono estinti
Il toporagno delle isole
Estinto nel 1500
Il topo delle isole nelle Indie Occidentali, o nesophontide è conosciuto attraverso i resti fossili. Più o meno delle dimensioni di un ratto, scomparve a causa dell’introduzione dei ratti neri con cui non riusciva a competere, scesi dalle navi europee. Si trattava del più antico mammifero terrestre delle Indie Occidentali, la cui estinzione ha rappresentato la perdita di un intero ordine.
Lemure gigante
Estinto nel 1650
Il lemure gigante del Madagascar pesava circa 80 chili, più di alcune specie di gorilla. Scomparve in seguito alla caccia da parte dell’uomo.
Tigre della Tasmania
Estinta nel 1936
La tigre della Tasmania, o tilacino, aveva l’aspetto di un grosso cane striato, il muso di un lupo e una pesante coda. Era in realtà un marsupiale, parente del canguro, con una tasca per allevare i cuccioli. I coloni europei lo temevano e lo uccidevano ovunque possibile. I tilacini non si sono mai riprodotti in cattività: l’ultimo esemplare conosciuto è morto nello zoo di Hobart il 7 settembre 1936.
L'umanità insostenibile
di Marina Forti
Questa volta fa notizia il rapporto Living Planet, pubblicato ieri dal Wwf internazionale, come ogni due anni, per aggiornare sullo stato degli ecosistemi del pianeta. Fa notizia e con ragione: il rapporto «pianeta vivente» 2006 avverte che se l'umanità continua a consumare risorse naturali al ritmo attuale, entro il 2050 ci servirà due volte la capacità biologica del pianeta. Insomma: avanti così il collasso è inevitabile, e anche abbastanza vicino.
Living Planet è il risultato di due anni di studio sui dati del 2003. Descrive lo stato della biodiversità (l'insieme dei viventi che popola il pianeta) e la pressione degli umani sulla biosfera. Per questo usa due indicatori: il primo è battezzato «indice del pianeta vivente» (Living Planet Index) e misura i trend della vita sul pianeta. Più precisamente, osserva 1.313 specie di vertebrati (pesci, anfibi, rettili, uccelli, mammiferi) di tutto il mondo: sono solo una parte di tutte le specie viventi del pianeta, ma il trend di queste popolazioni è indicativo dello stato di tutta la biodiversità. Ebbene, tra il 1970 e il 2003 la popolazione dei vertebrati è declinata di circa un terzo: stiamo degradando gli ecosistemi naturali a un ritmo che non ha precedenti nella storia dell'umanità.
L'altro indice usato dagli scienziati che hanno lavorato con il Wwf è l'«impronta ecologica» (Ecological Footprint). E' un termine noto a ecologi e ambientalisti, forse meno al pubblico più generale (e per nulla a chi determina le decisioni politiche): l'«impronta ecologica» misura la domanda di terra e acqua biologicamente produttiva necessaria agli umani per produrre ciò che consumano. Ovvero: la terra coltivabile, i pascoli, le foreste, i banchi di pesca necessari a produrre il cibo, fibre e legname che consumiamo; più il territorio necessario ad assorbire i rifiuti che produciamo inclusi quelli generati consumando energia (quindi anche l'anidride carbonica che fa effetto serra e modifica il clima) e il territorio che occupiamo per le nostre infrastrutture (il consumo d'acqua dolce non è incluso; il rapporto vi dedica un capitolo a sé).
Ebbene: nel 2003 l'impronta ecologica globale dell'umanità era di 14,1 miliardi di ettari globali (cioè ettari biologicamente produttivi, con capacità media di produrre e assorbire risorse), pari a 2,2 ettari globali per persona. Ma la «biocapacità» totale era di 11,2 ettari globali, pari a 1,8 ettari procapite. Dunque eccediamo la biocapacità del pianeta, ed è così ormai dalla metà degli anni '80: ormai la domanda eccede l'offerta del 25%. E' il «debito ecologico».
Se andiamo a guardare per aree mondiali scopriamo lo squilibrio di sempre: le impronte ecologiche più pesanti sono quelle di Emirati arabi uniti e Stati uniti, la più bassa in assoluto quella dell'Afghanistan; tutti i paesi industrializzati sono ben sopra la media mondiale, l'India al di sotto. La Cina sta circa a metà, poco sotto la media: paese in rapida crescita economica, avrà un ruolo chiave nell'uso più o meno sostenibile delle risorse nei decenni a venire: per questo il Wwf internazionale ha deciso di presentare il suo rapporto ieri proprio a Pechino.
L'Italia ha un'impronta ecologica pro capite di 4,2 ettari globali, con un deficit ecologico di 3,1 ettari pro capite rispetto alla nostra biocapacità. E questo ci mette al 29esimo posto mondiale.
Viene da pensare che nei decenni del grande sviluppo industriale il mondo ha discusso di esaurimento delle risorse naturali come limite allo sviluppo, dal petrolio (risorsa non rinnovabile) in poi. Ma ancora prima delle materie prime naturali, quallo che sta finendo è la capacità della Terra di assorbire i nostri rifiuti e rigenerarsi. L'umanità trasforma le risorse naturali in rifiuti molto più in fretta di quanto la natura ritrasformi i rifiuti in risorse.
E' la catastrofe? Sì, a meno che si inverta la rotta. Il Wwf ipotizza diversi «scenari» e dice che è ancora possibile la transizione a una situazione sostenibile: ma questo implica prendere subito decisioni, perché le politiche e gli investimenti avviati ora persisteranno per gran parte del secolo. Ed è questo che preoccupa: i dirigenti mondiali non hanno finora mostrato di comprendere l'urgenza del problema.
Terra in pericolo
di Guglielmo Ragozzino
Non basterà. Come Marina Forti scrive qui a fianco [qui sopra – ndr], nel Living Planet Report per il 2006, il Wwf mostra come i nostri consumi umani sono tali che presto ci servirebbero due pianeti grandi come il nostro, se continuasse l'attuale ritmo di utilizzo dell'acqua, del suolo e delle altre risorse scarse. E' ovvio però che se i consumi si rincorrono, ne generano altri; e dopo l'India e la Cina, altri grandi paesi sceglieranno di crescere, consumando terre sempre meno fertili, acque sempre più difficili da raggiungere. Non basteranno due Terre affiancate, per calmare la nostra fame e la nostra sete.
Noi italiani - e non siamo i peggiori tra i ricchi - consumiamo quattro volte il nostro territorio nazionale. Il nostro grande piedone lascia un'impronta per terra che copre la Francia e i Balcani, almeno in parte; e, prima o poi, susciteremo il risentimento di qualcuno. Ai tempi delle colonie, questi problemi erano risolti facilmente. C'erano territori, lontani, oltre il mare, che si potevano schiacciare e scavare a piacere. Qualcuno, troppo legato alla sua terra, rimaneva sotto il nostro tacco, ma noi eravamo il progresso, e il progresso comporta qualche disagio. Di colonie ce ne è ancora, anche se si preferisce non parlarne. Ed è ipocrita dire: io non c'entro; e poi servirsi di tutto quello che proviene dalle colonie di altri. L'impronta è la nostra. E anche se la parte del cattivo, del padrone della piantagione la fa un altro, è a noi che arriva il prodotto finale; il consumo è nostro, nostro lo spreco.
C'è dunque la tenuta o la lieve crescita dei nostri consumi. E i nostri dirigenti si appassionano a una crescita che forse sfiorerà il due per cento e si dispiacciono che non sia maggiore e invidiano la crescita di altri che arriva al tre e al quattro per cento. Faranno di tutto perché la crescit aumenti. Come se la crescita fosse senz'altro una cosa buona e apprezzabile. Se cresceremo del 2%, ben prima del 2050 la nostra impronta sulla Terra sarà raddoppiata e graveremo su un territorio che sarà otto volte quello dell'Italia. C'è poi naturalmente l'aumento vertiginoso di quelli che hanno ancora impronte piccole sulla loro parte di Terra, ma sono tantissimi e hanno tantissima fame arretrata.
Ci sono poi molte persone convinte che la Terra regga il peso di tutti noi che continuiamo a scavare; una Terra molto più grossa, più fertile, più umida, più munita di foreste e di animali di quanto la triste scienza degli ambientalisti non riesca mai a supporre. Una Terra capace di rigenerarsi, di offrire sempre nuove opportunità, sempre più spazio, più strade asfaltate, più gallerie nella roccia, più montagne da riempire di villaggi turistici e spiagge da cementificare. Per disgrazia (o per fortuna, secondo la morale prevalente) quelli che la pensano così, sono al comando. Sono loro che guidano il mondo, decidono per tutti, danno i voti, stabiliscono quello che conta e quello che si può scartare.
In questa pagina del giornale parliamo anche dell'abile accordo tra russi e ucraini per il gas. Questo fatto garantisce anche il nostro gas che continuerà a fluire e fluire. Il nostro modello di consumi non si modificherà, nessuno chiederà a nessun altro di risparmiare, di progettare case e città migliori, di usare mezzi pubblici adeguati in città e fuori, di scoraggiare l'uso dell'auto che ci ha portato al primo posto nel mondo.
Vedrete che proporranno a noi, scontenti per principio, di utilizzare le auto a gas, meno inquinanti delle altre; e già alcuni sorridono al pensiero di guidare un'auto a gas con la quale si sconfiggerebbero tutti gli euro 4 ed euro 5 e 6 e 7 che via via si presentassero.
A questo dunque serve il gas? A consumare sempre più Terra, più acqua, più aria? A consumare più vita?
Nota: qui un link a un articolo dal Corriere della Sera, con il PDF del Rapporto originale scaricabile (f.b.)
LA GRANDE Paura del contadino padano sta in quella cornice sfocata dall’afa e sbiadita dai miasmi delle campagne che vela le montagne lontane e le rende ancor più enigmatiche: «Gh’è pü acqua», non c’è più acqua, da quei monti remoti non ne vien più giù, da quelle valli che intuisci appena mentre l’orizzonte trema per la calura eccessiva ne arriva sempre di meno, anno dopo anno, estate dopo estate.
La Bassa ha sempre più sete, le colture intensive pretendono sempre più irrigazioni.
L’estate torrida del nostro scontento ha prosciugato 4.500 chilometri di fiumi per far funzionare i condizionatori delle città, questo dicono nei mercati e nelle piazze, se continua così sarà tutto un deserto. I parroci invocano la Madonna del Santuario di Caravaggio che protegge gli automobilisti ma anche gli assetati (dar loro da bere, in verità, è una delle opere di misericordia corporale). Eppure, non è così semplice l’equazione della Grande Paura. È più complessa. Per certi aspetti, addirittura paradossale.
Contempla, per esempio, un Grande Mistero. Come quello di Tovo. Un paesino di 580 anime che si trova in mezzo a montagne storicamente gonfie d’acqua, otto chilometri oltre Tirano, verso Bormio. Ebbene, le tubature dell’acquedotto comunale spesso restano a secco. L’acqua scarseggia, "le fonti si sono inaridite", constata amaramente il sindaco Gianbattista Pruneri, per lui le ragioni di questa penuria sono climatiche e politiche: «Poca neve, poca pioggia e sfruttamento selvaggio delle risorse idriche da parte delle società idroelettriche». I tovaschi l’acqua la pigliavano in Valle Maurena e Valle Campaccio. Un giorno è apparsa una "presa", che alimenta una piccola centralina: «Non bastavano già le altre grosse captazioni», sbotta il sindaco Pruneri, «l’Aem è il padrone di tutte le nostre acque - aggiunge - da Tirano allo Stelvio noi ci dobbiamo arrangiare». Ma questo, il contadino padano non lo sa: lui semplicemente ragiona sul fatto che il Po è una striscia fangosa e che i canali hanno autonomia per soli 14 giorni.
La Valtellina ha sempre accusato Milano di colonialismo energetico, fin dalla fine dell’Ottocento. Ma l’acqua abbondava e bastava per tutti. Oggi l’acqua comincia a mancare già in montagna, mentre i bacini delle centrali devono essere riempiti più che si può, per evitare il black out di un anno fa. Il resto, quindi, è letteralmente distillato: «È il regime delle priorità energetiche, il business della bolletta sta mettendo in ginocchio campagne e valli». Il sindaco Pruneri è stato costretto ad emettere un’ordinanza zeppa di divieti e di inviti a risparmiare sull’uso civile dell’acqua (l’acquedotto chiuso da mezzanotte alle sei del mattino), «come me decine e decine di altri sindaci hanno dovuto fare lo stesso». La Cov di Tovo (Cooperativa ortofrutticola dell’Alta Valtellina) teme per le sue coltivazioni (130mila quintali di mele): l’irrigazione è stentata, lo tsunami torrido che ha sconvolto l’Italia del Nord ha innescato una perniciosa spirale, qui l’allarme idrico è subito allarme agricolo, qui si comincia a capire che le grandi città pretendono troppo, ormai.
«Noi eravamo e siamo ancora il Kuwait dell’acqua», spiega il valtellinese Giovanni Bettini, emerito professore universitario e membro della commissione scientifica di Lega Ambiente. La parabola dell’acqua prodiga viene è presto detta: «Noi riforniamo Milano e gran parte della Lombardia. Le nostre fonti - continua l’imperterrito Bettini - riempiono miliardi di bottiglie di acqua minerale. La Cima Piazzi è forse la montagna più vista d’Italia, perché sta sull’etichetta della Levissima». L’Adda non fa in tempo a nascere che subito entra tutto nelle turbine delle centrali Aem, poi in forma di rigagnolo prosegue verso Colico dove viene "ulteriormente macinato", prima di finire nel lago di Como. La vogliono tutti, quest’acqua valtellinese, attorno ad essa si scatena una formidabile competizione economica: proprio perché di questa benedetta, santissima acqua ce n’è sempre di meno. Vale miliardi di euro, caro contadino padano. Meno acqua c’è, più costa. I mercanti dell’acqua badano ai loro conti. Certo, non sono loro a manipolare il clima. In Valtellina, i ghiacciai dell’Ortles e del Cevedale si sono dimezzati. La piovosità è bruscamente diminuita ed è sempre più capricciosa, imprevedibile. Non parliamo della neve: rara come i diamanti. Se non c’è, la si fabbrica. Coi cannoni alimentati a caro prezzo da laghetti artificiali. Lo sci ha ormai costi sociali sempre più assurdi. Insomma, un ciclo infernale.
Spostiamoci in Piemonte. Fra otto mesi Torino celebrerà le sue Olimpiadi invernali. «Quando eravamo ragazzi, c’erano qui attorno i ghiacciai dell’Agnello, del Sommelier, del Galambra - ricorda Luigi Chiabrera, presidente della comunità montana delle valli olimpiche che sostanzialmente sono la Valsusa e la Val Chisone - oggi quei ghiacciai sono spariti. Noi siamo rimasti a guardare. Io sono di Avigliana. Vicino c’è scorre il Sangone. Una volta era un fiume: ci si andava persino a fare il bagno. Oggi è un torrente in secca. Quando piove a dirotto, torna ad essere per qualche ora un fiume in piena. Sopra Avigliana ci stanno due laghi naturali. La loro acqua serviva e serve ai contadini delle Gerbole. Adesso non gli arriva quasi più: tra i laghi e le coltivazioni, decine di captazioni abusive, anche di fabbriche. Ci manca la cultura dell’acqua. Non abbiamo saputo conservare le zone umide, abbiamo favorito lo squilibrio ambientale. L’acqua è sacra, bisogna tutelarla. Abbiamo paesi che d’inverno restano a secco, la siccità nel tempo della neve, non è una cosa sulla quale si può scherzare».
Non scherza, infatti, il contadino padano. La sua Grande Paura è fatta di verbi come razionare, come ridurre. Il lessico di questi giorni è un tam tam di "rilasci" (quello delle acque provenienti dai canali di irrigazione), di "contingentamento" e di "piovosità" (-70 per cento rispetto alla media stagionale). E tuttavia, sotto sotto, se non affiora l’acqua dalle fontanazze, affiora invece l’irrazionale, chiamala se vuoi speranza. Sui giornali locali, tra i soliti annunci dei maghi e quelli delle agenzie matrimoniali, si comincia a leggere antiche e mai sopite proposte: "Offresi rabdomante".
L'immagine delle Nozze tra la terra e l'acqua, di P.P Rubens, è tratta dal sito www.ibiblio.org