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Recentemente nel dibattito sulla riforma complessiva del sistema di pianificazione britannico (che non comprende solo gli aspetti urbanistici, ma anche la legge sul localismo e la partecipazione, i provvedimenti per la casa legati all’assistenza sociale ecc.) si è inserita autorevolmente la Town and Country Planning Association, con un documento di ampio respiro che auspica un ritorno allo spirito originario delle Città Giardino, declinate secondo i contemporanei criteri della sostenibilità e della risposta ai nuovi obiettivi sociali, economici, climatici, energetici. Di particolare interesse, visto il tipo di interlocutore politico governativo, a dominanza Tory, era il sostanziale ottimismo con cui la TCPA sembrava leggere tutto il percorso di riforma prospettato e sin qui attuato dalla coalizione conservatori-liberali, in particolare riguardo alle potenzialità di un nuovo patto fra stato centrale e territori, fra pubblico e privato, fra esigenze ambientali e di crescita economica.

Anche altre associazioni, come la Campaign to Protect Rural England, o il prestigioso National Trust (che conta fra i suoi iscritti tale David Cameron) pur nella chiarezza delle posizioni rispetto alla riforma del Planning Framework avevano dato segnali analoghi. Ma questo atteggiamento, a ben vedere e abbastanza ovviamente nella logica conservazionista, si spiegava in sostanza “in negativo”, ovvero una volta messo al sicuro il proprio territorio di beni culturali e paesaggi da tutelare, il resto non importava gran che. Profondamente diverso il caso TCPA, che nell’evocare alcuni caratteri del programma originale di Ebenezer Howard (un po’ meno le prospettive stataliste delle New Town post belliche) indicava linee forti di possibile sinergia coi programmi neoliberali di nuova partecipazione pubblico-privata allo sviluppo nazionale, in una prospettiva di sostenibilità al tempo stesso ambientale ed economico-sociale. Ora però arrivano i fatti, che come tutti sanno aiutano a capire meglio cosa c’è dentro le dichiarazioni di principio.

Non paiono tanto consolanti, questi fatti. Lo si era visto già con i progetti in joint-venture delle eco-città all’epoca di Gordon Brown, miseramente crollati proprio studiandone la sostenibilità, spesso ridotta a trucchetti ridicoli come travestire burocraticamente da “recupero di area dismessa” la cementificazione di ettari di pascoli, o calcolare la riduzione delle emissioni senza tener conto dei trasporti privati. Ma si trattava appunto di progetti di iniziativa privata, anche se in collaborazione con comuni e contee. Quello che è stato pubblicato questa settimana dal Warwick District Council però è un piano urbanistico, o per meglio dire un allegato-linea-guida che rafforza (o dovrebbe rafforzare) gli indirizzi generali del nuovo piano urbanistico, oggi nella fase di dibattito pubblico. Il titolo riecheggia esplicitamente e volutamente proprio quello della TCPA: Garden Towns, Villages and Suburbs: a Prospectus. ma chi ci cercasse, con tutte le attenuanti del caso, una vaga ombra della carica utopica e riformatrice di Howard, sarebbe a dir poco deluso. Al massimo, siamo dalle parti di uno di quegli opuscoletti in stile new urbanism che qualche amministrazione americana prova cautamente a inserire nei piani locali, sperando di convincere gli operatori ad allontanarsi un pochino dal modello della villettopoli coatta. Ma niente di più.

Ecco, se la Città Giardino è evocata, in questa prima piccola prova “istituzionale” del nuovo corso urbanistico di centrodestra, lo è nei suoi aspetti storicamente deteriori, ovvero prima nella citazione del villaggio tradizionale britannico voluta a suo tempo e abbastanza casualmente da Raymond Unwin (e che non a caso tanti critici avevano sfottuto), e poi nel lodevole ma sconfitto modello di adattamento alla mobilità automobilistica introdotto da Stein-Wright a Runcorn, non certo prototipo di sostenibilità come voleva essere, ma madre involontaria di tutti i cul-de-sac dell’urbanizzazione dispersa. L’allegato al piano del Warwick District Council, insomma, più che insediamenti sostenibili evoca certa comunicazione immobiliare da televisioni private, naturalmente di alto profilo, e altrettanto naturalmente inserita in un programma di sviluppo locale anziché appesa al nulla di uno svincolo o di una rotatoria in mezzo ai campi.

Si legge anche dell’esigenza di coordinare casa, servizi, posti di lavoro, trasporti … ma pare proprio il minimo, trattandosi appunto di un documento urbanistico pubblico. Resta aperto il dubbio: ma saranno tutti così, questi piani sedicenti sostenibili? Queste Città Giardino che ricordano più la omonima lottizzazione speculativa immersa nel verde voluta in pieno ‘800 dal magnate Alexander Stewart, che non l’utopia sociale di Ebenezer Howard a cavallo fra i due secoli? Vedere per credere, disegnini compresi, nel pdf scaricabile di seguito.

Non ci sono scuse: se proprio non potete farne a meno, provate se non altro a variare la ricetta, ci sono parecchi metodi di solito. La cosa da evitare assolutamente, è proprio quell’inevitabile corollario della vita, l’ingresso nell’abitacolo dell’auto la mattina, il percorso sul vialetto o la rampa o dal parcheggio, poi gli incroci, magari la superstrada, e poi la piazzola o il posto riservato all’altra estremità, una mezzoretta più tardi. Chi non lo evita dovrebbe iniziare presto ad avvertire i primi sintomi, inequivocabili. Quel leggero tirare dei jeans (sarà il caldo?), il fiato un po’ pesante dopo quattro gradini (è di sicuro il caldo!), il medico che vi ha trovato la pressione piuttosto alta, spiegandovi che il caldo non c’entra nulla, visto che è gennaio. C’è solo un caso in cui questo genere di pendolarismo trova una adeguata compensazione, ovvero quello improbabile in cui appena scesi dalla macchina si inizi una bella attività fisica, perché di mestiere si fa il collaudatore di biciclette, l’istruttore di nuoto, il cacciatore di orsi a mani nude. Di solito però la gente appena scesa dall’auto si infila in un ascensore, e poi dentro una poltroncina. Lì iniziano ad accumularsi i guai.

Spesso si parla di vita sedentaria, di mancato esercizio fisico, consumo di calorie, pensando alla figura della classica patata da divano, televisore acceso e spuntino a portata di mano. E ognuno cerca di non identificarcisi proprio, in quell’immagine. Il gruppo di ricerca scientifica interuniversitario che ha lavorato a questo progetto parte però da un presupposto parallelo, e si pone preliminarmente una domanda del tutto lecita: per qualificare uno stile di vita come sedentario sono proprio indispensabili le ciabatte, la merendina scartocciata, i telefilm o le partite a ciclo continuo? La risposta può darla chiunque, ed è certamente NO. Sedentario significa letteralmente stare seduti, e non c’è nulla al mondo di più seduto della postura da guidatore d’automobile. Magari certa retorica delle avanguardie storiche sui bolidi sfreccianti ci può ancora prendere in giro dopo un secolo e passa, ma che piaccia o meno non c’è tanta differenza fra il “muoversi” stando dentro un abitacolo, e lo stare stravaccati sul divano. I ricercatori quindi hanno provato a verificare sistematicamente una tesi: esiste un rapporto diretto fra il tempo trascorso al volante per andare al lavoro, e la massa corporea, la pressione arteriosa, insomma tutti i rovesci della medaglia sedentaria?

La risposta è, desolantemente, SI. Il campione seguito è di oltre quattromila persone, di ogni fascia di età, secondo spostamenti casa-lavoro precisamente verificabili (non tramite interviste, insomma), Si è tenuto conto nella valutazione anche di alcune co-variabili in grado di influenzare lo stato di salute complessiva dei partecipanti all’esperimento: fumo, consumo di alcol, patologie di tipo ereditario ecc. Al netto, però, emerge e si conferma un rapporto diretto fra quei jeans che iniziano a tirare in vita e la quantità di ore passate al volante, a “muoversi” da una piazzola di sosta all’altra. In conclusione, per citare le parole esatte del gruppo di ricerca, lo studio “fornisce nuove informazioni sulle dinamiche che conducono a un incremento di rischio per l’obesità, l’ipertensione, un generale peggiore stato di salute, così come osservato fra adulti che risiedono in contesti urbani dispersi”. Che fare? Magari aiuta cercarsi casa in contesti urbani un po’ meno dispersi, ma se non potete permettervelo (peccato, si conosce un sacco di gente nuova) provate almeno a fare due conti: come posso controbilanciare qualche ora al giorno seduto immobile in macchina? Ognuno se la trovi ovviamente da sé, la risposta. La ricerca, pubblicata sul numero di giugno dell’American Journal of Preventive Medicine, potete scaricarla direttamente da qui.

Del leggendario racconto Il Pozzo e il Pendolo di Edgar Allan Poe di solito ci si ricordano soprattutto i passaggi più scioccanti, ad esempio quell’involontario immondo bacio con gli animaletti (their cold lips sough my own …) dimenticandosi l’aspetto per così dire ottimista di tutta la faccenda. Perché Poe, a suo modo fiducioso nella razionalità e nel progresso, ci descrive un protagonista che lungo tutto lo svolgersi del terrificante incubo prova a sforzarsi di conoscere, capire, riflettere. Fin quando lontane iniziano a riecheggiare le fanfare dei liberatori, i mortali nemici dei suoi carcerieri.

Conoscere, quindi. Conoscere quanto ci stanno togliendo, inventandosi di sana pianta che tutto è merce, di proprietà di chi la rivendica per primo e con gli interlocutori giusti. E poi rivendendoci a caro prezzo l’aria, l’acqua, la terra. Come in quella vignetta di tanti anni fa, dove due innamorati guardavano il sole scendere nel mare, ma bloccarsi di colpo perché nel cielo compariva una gigantesca scritta rossa: questo tramonto vi è stato offerto da Coca Cola! In particolare del cosiddetto land grabbing – l’accaparramento di terre agricole sottratte agli usi comuni dei villaggi – si è iniziato a parlare solo pochi anni fa, quando il fenomeno è esploso ad esempio in riferimento alla produzione di agro carburanti, ma non solo. Un disastro, che sfruttando soprattutto l’assenza di norme e la corruzione locale, aveva già trasformato superfici gigantesche (dell’ordine di decine di migliaia di ettari per volta) da campagne tradizionali abitate da popolazioni rurali sparse, a colture estensive semindustrializzate, deportando gli abitanti, imponendo leggi da far west, spremendo l’ambiente e le risorse locali con immediati e gravissimi squilibri.

E tutto avveniva – avviene - nella più totale opacità, con incontri assai riservati fra ceto dominante locale ed emissari governativi esteri e/o di multinazionali interessate al grabbing, il passaggio intermedio da dignitari tribali o simili che fanno commercio di cosa non loro, e l’attuazione concreta del piano. Ovvero forzosa obliterazione etnica, ambientale, socioeconomica. Oggi un sito (è attivo dalla scorsa settimana) ci aggiorna in presa diretta con informazioni, dati, grafici. Facendoci scoprire subito, per esempio, che una percentuale terrificante del 5% dell’Africa agricola è già scomparsa dentro a questo pozzo, e che quindi gli allarmi lanciati dalle varie organizzazioni negli ultimi anni erano più che giustificati. E non dimentichiamoci quanto il medesimo fenomeno, magari con qualche variante, interessi anche Asia e Sud America. Conoscere per agire a far reagire (ad esempio i governi: cosa dicono i paesi democratici alle loro imprese?). Visto che alla fine del racconto di Poe l’esercito liberatore arrivava dall’estero: oggi con la globalizzazione al massimo potremmo sperare nell’invasione da un altro pianeta? Meglio di no.

Sito land matrix (in inglese, francese, spagnolo)

A furia di prenderli in giro, quei frescaccioni magari in malafede che spargono di “a misura d’uomo” qualunque dichiarazione l’hanno smessa. Ma solo per attaccare subito dopo con un'altrettanto banale litania di “sostenibile”. In cui sostenibile diventa un po’ tutto, dai nuovi modelli di auto che inquinano meno localmente, a qualche iniziativa di facciata sui rifiuti, o l’edilizia. Insomma si tira in ballo il pianeta ad ogni piè sospinto, sperando che l’interlocutore si faccia abbagliare dall’immensità del problema, e sorvoli sui dettagli. Ma come dice quel vecchio proverbio tedesco, il diavolo si nasconde proprio nei particolari: è lì che le pie intenzioni delle dichiarazioni di principio trovano conferma o smentita. Ed è lì che si verifica la famosa “misura d’uomo”, al millimetro.

Un caso lampante di questo tentativo da imbonitori è il progetto di nuovo National Planning Policy Framework messo a punto dal governo di coalizione britannico, notoriamente e volontariamente imbeccato su parecchi aspetti dagli interessi economici legati all’edilizia. L’obiettivo dichiarato era la semplificazione e unificazione degli attualmente vigenti documenti quadro tematici, eliminando doppioni, possibili contraddizioni e confusioni, rendendo più lineare il processo di approvazione dei progetti. Ma le esagerate frequentazioni amichevoli, dentro e fuori l’orario di lavoro, fra costruttori e responsabili ministeriali (eletti e tecnici) hanno prodotto una indebita sparata sulla solita sostenibilità, ora in bella mostra nel documento in discussione: il National Framework sulle trasformazioni urbanistiche dice infatti che vanno considerate per legge con favore tutte quelle sostenibili. Sostenibili come, in che senso? Viene da chiedersi. Dato che il documento tace su questo fronte, la risposta che si è dato il fronte ambientalista di opposizione suona più o meno: non è che ci obbligherete per legge a credere alla sostenibilità declamata dagli stessi costruttori?

Uno dei classici terreni di discussione sugli impatti dell’urbanizzazione, sostenibili o meno, è quello dello sprawl. Che, ci spiega chiunque abbia studiato in buona fede il fenomeno, fra mobilità privata indotta, consumi di territorio aperto, ed effetti collaterali vari ampiamente prevedibili, controbilancia abbondantemente qualunque beneficio dell’innovazione edilizia, o energetica. Questi sono stati fra l’altro i motivi del quasi accantonamento del programma eco-town tanto caldeggiato dell’ex governo laburista, visto che a fronte di mirabolanti promesse tanti piani si risolvevano in quartieri di palazzine nel bel mezzo della campagna, con qualche intervento high-tech, pannelli solari, turbine, nuovi materiali. Ovvero palesemente insostenibili (tranne negli opuscoli promozionali e sulle riviste di settore, geneticamente amiche). La questione però, se non si vuole affrontare il problema direttamente nei dettagli, dove si annida il maligno, è appunto chiarire nella cornice generale cosa è sprawl e cosa lo è un po’ di meno o non lo è affatto. Cosa è meno insostenibile di qualcos’altro.

Ci prova la Campaign to Protect Rural England, col suo rapporto Protecting the Wider Countryside (febbraio 2012). In cui la classica dialettica fra generale e particolare si gioca su principi base e verifiche territoriali, analisi e sintesi. A partire da una puntuale osservazione su quanto affermato dal governo: nessuno si sognerà mai di andare a costruire su aree tutelate. E vorrei vedere, dicono quelli dell’associazione, ma carte alla mano dimostrano che il sistema delle tutele storiche, naturalistiche, parchi nazionali e non ecc., non garantisce affatto la tutela del territorio rurale in quanto tale, e quindi del territorio tout court, se vogliamo credere che ci debba sempre essere un equilibrio fra città e campagna.

E cosa ci dice, implicitamente ma non troppo, questo studio? Che l’obiettivo di qualunque legge che si occupa di città sia anche quello di occuparsi di campagna, conferendo al territorio un valore intrinseco ben diverso da quello di potenziale supporto al famigerato sviluppo. E che ad esempio come ricordava di recente Richard Rogers anche le città sono da sfruttare nel loro valore intrinseco, sviluppandone al massimo il potenziale sociale, artistico, ambientale, economico. Attraverso una politica ispirata allo slogan “prima al centro”. E poi possiamo discuterne. Il resto lo potete vedere nell’illustratissmo rapporto CPRE scaricabile.

Bei tempi cinquant’anni fa, quando i buoni erano proprio buoni, e i cattivi si vendevano già dotati di serie dell'odioso ghigno beffardo tiraschiaffi! I tempi in cui la pimpante casalinga acculturata Jane Jacobs, nel tempo libero che le lasciavano la famiglia e la scrittura del futuro best-seller La Vita e la Morte delle Grandi Città, guidava l’assalto dei comitati di cittadini contro l’autostrada urbana dell’autocrate razionalista Robert Moses, un tipo poco abituato a discutere alcunché. Alte elaborazioni teoriche a parte, quando i buoni e i cattivi indossavano l’apposito contrassegno di riconoscimento c’era lo scontro fra yin e yang, bianco e nero, macchine e pedoni, quartiere contro cementificatori, eccetera, eccetera. E adesso? Adesso si fa tutto più intricato e difficile da capire.

Come si fa a sostenere che una università è il cattivo? Gli atenei sono la quintessenza della città postindustriale, portano posti di lavoro altamente qualificati, sono per tradizione e necessità strettamente legati alle economie locali ai vari livelli, dalla ricerca per le grandi imprese ai piccoli affari del bar d’angolo o delle camere affittate. Gli atenei per loro natura non sono spazi chiusi, astronavi che escludono il tessuto del quartiere, come magari rischiano di fare complessi per uffici, spazi della produzione, ospedali. Una università è anche un posto per passeggiare, attraversabile, non fa rumore, non ha emissioni nocive salvo un po’ di studenti tabagisti che fumano sul ballatoio …. Ma è proprio così?

No che non è così, e lo sa benissimo ad esempio qualunque abitante delle classiche città universitarie europee, magari quelle dove gli atenei sono cresciuti da secoli insieme a tutto il resto, rivelandosi inquilini legittimi e pure protagonisti, ma con una forte tendenza ad essere piuttosto invadenti. Immensi isolati urbani occupati in esclusiva, e gestiti come se fossero una caserma, tempi e ritmi propri, decisioni che possono cambiare il destino di enormi aree, spesso prese senza alcun rapporto con quanto accade o potrebbe accadere attorno. Ora la New York University presenta – data ufficiale di consegna della documentazione 3 gennaio 2012 - il suo progetto NYU Core, e con un colpo d’occhio alla sola planimetria generale viene davvero un pochino di tremarella.

In nude cifre, si tratta di oltre duecentomila metri quadrati di superficie di pavimento complessiva dedicati a funzioni sia didattiche e di ricerca che accessorie e di servizio. Poi c’è una parolina inquietante per chi ha qualche memoria proprio dei tempi dello zar delle grandi opere Robert Moses: superblocco. Il concetto era un tempo molto caro agli architetti razionalisti; c’è una foto storica che ritrae le Corbusier mentre guarda quasi adorante lo stesso Moses, artefice della trasformazione concreta di un suo schizzo nel famosissimo superblocco della sede Onu sull’East River. Peccato che dietro la bella parolona si nasconda la cancellazione brutale del sistema stradale urbano, della permeabilità dei quartieri, e potenzialmente la privatizzazione di ogni spazio, come ci hanno spiegato infinite volte prima William Whyte e poi Anna Minton.

Il tutto senza però mettere sul piatto della bilancia il corrispettivo economico-occupazionale di 18.000 posti di lavoro per le trasformazioni edilizie, o i 2.600 a lungo termine, nel quadro dell’espansione di una istituzione universitaria che dà lavoro a 16.000 newyorkesi per 55.000 studenti. C’è poi l’affermazione ufficiale secondo cui si intende “reinserire nel tessuto cittadino” gli spazi ad esso sottratti nelle operazioni di urban renewal (anche quelle gestite da Moses) negli anni ’50, in particolare nei due quartieri di case economiche a sud di Washington Square, area già ampiamente colonizzata dall’ateneo, secondo un sistema di spazi edificati e aperti con campi da gioco e verde. (qui il comunicato ufficiale della NYU)

Però tocca sempre ricordare anche come già negli anni precedenti delle grandi sostituzioni urbane, fossero le autostrade litoranee, o i complessi popolari razionalisti da migliaia di abitanti per volta, o la vera e propria deportazione di certi quartieri per nulla degradati per far posto a qualcos’altro (vedi Stuyvesant Town o la famigerata Bronx Expressway che innescò la leggenda della metropoli infernale), si prospettavano puntualmente futuri luminosi. Non è un caso se la più netta opposizione arriva da chi di storia se ne dovrebbe intendere, ovvero l’associazione per la tutela del Greenwich Village. Che seguendo il famoso metodo della sua madrina Jane Jacobs ha fatto una cosa: guardare il progetto. E ci ha visto un sovraccarico di metri cubi più o meno monofunzionali, “torri costruite sopra altre torri”, che poco avrebbero a che vedere con le teorie densificazioniste new urbanism, e molto invece con un classico approccio monopolista spaziale, non diverso da quello di qualunque progetto di insediamento di un campus di impresa, magari con le telecamere e le guardia armate su tutto il perimetro.

Sono i soliti nimby? Sono dei borghesi fortunati, che abitano una zona piuttosto esclusiva a bassa densità in centro e non vogliono vedersela rovinare dall’espansione universitaria? Oppure esprimono davvero una preoccupazione che dovrebbe essere di tutta la città, per quel genere di progetti sbandierati come perfettamente postmoderni, “sostenibili” per antonomasia, e invece dietro la retorica delle belle parole nascondono una logica particolare, se non addirittura speculativa? Beh, chi vuole farsi un’idea si può scaricare da qui la scheda di massima del progetto, magari dopo aver scorso le puntuali critiche pubblicate un paio di giorni fa da The Villager. Dati e informazioni più complete e disaggregate sul progetto scaricabili anche dal sito Valutazione di Impatto, dell'Ufficio Urbanistica cittadino.

p.s. per un parziale confronto di metodo coi temi di casa nostra, si vedano gli sviluppi della polemica milanese in corso fra Gianni Biondillo, il sindaco Pisapia, e altri (f.b.)

Come si studia anche a scuola, o almeno si dovrebbe studiare quando ci si prepara in discipline del territorio, una delle particolarità dell’urbanistica americana è quella di avere profonde radici naturali. A differenza della tradizione europea di intervento socio-sanitario per migliorare le condizioni abitative delle masse inurbate, o di quella specificamente italiana di dialettica fra città antiche e vita moderna, oltre oceano esiste il contributo fondante e fondamentale della landscape architecture, da Andrew Jackson Downing attraverso Frederick Law Olmsted Sr. fino a John Nolen e all’interdisciplinarità di Clarence Stein, Lewis Mumford, Benton MacKaye.

Ce lo ribadiscono spesso mostrandoci i percorsi sinuosi delle stradine a cul-de-sac che si inoltrano fra dune erbose, siepi, alberature, dove le case unifamiliari paiono solo un comodo guscio per proteggere la famiglia dalle intemperie, in un ambiente che pur fortemente artificioso tenta il più possibile di rispettare o riprodurre uno spazio naturale. E non si capisce poi benissimo come mai il famoso progetto di Seaside in Florida, quello che ha lanciato nel firmamento archistar lo studio DPZ di Andrés Duany dopo essere stato usato come sfondo del film The Truman Show, si distingua da tutti gli altri. In fondo il modello sembrerebbe identico, salvo qualche dettaglio.

E invece no: a Seaside c’è qualcosa che è silenziosamente ma quasi totalmente sparito dalla produzione corrente di planned communities, ovvero i quartieri suburbani chiavi in mano dove abita una quota maggioritaria dei cittadini Usa, cioè un certo rapporto con la natura. Altrove, questo rapporto è del tutto finto e anzi di pura aggressione, dagli scarichi delle auto indispensabili per fare qualunque cosa, alla materia prima stessa di cui quei simil-villaggi sono fatti, inclusa terra e piante. Per capirlo con un impressionante colpo d’occhio, basta guardare questa serie di immagini su AtlanticCities. (f.b.)

Vorrei partire citando una odiosa, odiata, quindi a modo suo azzeccata battuta: con la cultura non si mangia. Azzeccata perché dice qualcosa di vero, pur nella sua odiosa prospettiva, ovvero che stanti certi attuali orientamenti non è certo col sostegno al teatro off e al restauro di un bastione, che sarà possibile far profitti. Il che suscita tutta l’ovvia indignazione possibile, ma è innegabilmente vero, nel suo angusto enunciato. Così come è innegabilmente vero, che le riflessioni sugli ultimissimi eventi di violenza urbana in Italia si sono rapidamente quanto classicamente involate, da quasi subito, verso una miriade di massimi sistemi: tutti ragionamenti degnissimi, ovvio, e preziosi, a volte, ma che dal punto di vista della conoscenza specifica ci lasciano al punto di prima.

A Torino il movente razzista popolare, mescolato alla sottocultura familista e sessista, al disagio delle periferie abbandonate, ai tagli al sistema del welfare, e con un balzo ulteriore (che pare di approfondimento ma ahimè si allontana dal punto) dovremmo “chiederci se i venti anni di liberismo urbano, accettati come un assioma di fede e messi entusiasticamente in pratica dai governi progressisti nazionali e locali, non abbiano minato alla radice la città pubblica, il bene comune per eccellenza”, per usare le parole di Paolo Berdini. A Firenze la pianificata violenza nazifascista da terzo millennio, mescolata al generico razzismo contemporaneo, che di nuovo evoca sia lo smarrimento per l’inconoscibile della mente umana alla radice di tutte le violenze assurde del genere, sia le risposte di tipo politico-costituzionale sull’illegalità oggettiva di certi gruppi troppo a lungo tollerati nel ventennio berlusconiano del fascismo scongelato a scopo elettorale. Ottimi principi, con cui però ahimè si continua a “non mangiare”.

Ovvero a non battere chiodo nel caso, eventuale, in cui si volesse davvero risolvere qualche problema anziché invocare nuovi e diversi paradigmi generali di ordine sociale, politico, di convivenza ecc. E in cui si volesse anche evitare, operazione sempre utile, che altri, portatori sani di nuovi paradigmi alternativi, finiscano per imporli implicitamente, magari mescolati dentro alle solite politiche confuse e improvvisate: dagli interventi sul tema della verginità minorile, al tifo calcistico organizzato, all’economicamente insostenibile eliminazione dei campi rom. O d’altra parte al trattamento psichiatrico obbligatorio dei ragionieri nazisti, o alla telesorveglianza dei mercati rionali, alla stretta sul porto d’armi … Perché sono tutti temi evocati, prima o poi. Il che fa venire in mente un simile dibattito, egualmente confuso e contraddittorio, molto ma molto recente, anche se del tutto o quasi dimenticato: quello sulle rivolte britanniche di quest’estate.

Allora, le reazioni istintive non mancarono certo dei classici toni da critica ai massimi sistemi: la rivolta frutto di scelte urbanistiche sbagliate della sinistra, oppure da queste contenuta nei suoi effetti più potenzialmente devastanti; la rivolta determinata dal disinvestimento nei servizi sociali e di sostegno alle famiglie, oppure dal lassismo dei medesimi servizi, della scuola che non sa più insegnare disciplina e cittadinanza, della televisione che impone modelli scemi e consumisti. Ce n’era, insomma, per tutti i gusti, e anche di più. Ogni specialismo e specifico punto di vista poteva ampiamente trarre spunto per portare un po’ d’acqua al proprio mulino (credo di ricordarmi di averlo fatto anch’io, lo confesso, e forse più di una volta). Ma c’è almeno un aspetto che conferma la cultura un po’ più positivamente empirica del mondo anglosassone, dal quale noi sempre appesi lassù alle grandi categorie avremmo molto da imparare. Mi riferisco all’indagine sociologica urbana lanciata quasi immediatamente dalla London School of Economics in collaborazione col Guardian.

Ricerca per capire, con i classici strumenti dello studio sul campo, in che contesto sociale, motivazionale, ambientale urbano, familiare, di gruppi e bande, da quali ragioni individuali e collettive si è innescata l’inopinata esplosione delle riots. Il metodo parte dalle interviste dirette a chi è stato protagonista degli eventi, ed è a sua volta ispirato a quello utilizzato a Detroit negli anni ’60, anche nella collaborazione fra in istituto universitario e un quotidiano. Una seconda fase prevede indagini simili sull’altro versante della barricata, ovvero le forze del’ordine e la magistratura. Il fatto davvero interessante e innovativo, dal punto di vista dei non esperti, ovvero anche di chi eventualmente poi dovrà discutere e adottare materialmente politiche urbane coerenti, è che la ricerca Reading The Riots si può leggere in diretta, in progress, e alle elaborazioni dati, alle osservazioni specialistiche, affianca costantemente stimoli della cronaca, dei commenti, degli approfondimenti.

Poi, se si hanno orientamenti conservatori si può comunque continuare a leggere tutto come problema di mancata responsabilizzazione degli individui, se si è di sinistra trovare l’anello debole nella crisi del welfare nelle sue varie manifestazioni. Però di sicuro anche i più impavidi decolli verso l’iper-uranio di grandi principi e nuovi paradigmi avvengono sempre con l’ancoraggio di controllo del dato empirico in forma massimamente accessibile. Detto in altre parole: se esiste un riferimento di conoscenze certo e aperto, dotato di una propria struttura, legittimazione, elasticità, l’eventuale malafede o pura ingenuità del nostro cosiddetto “benaltrismo” (piaga nazionale peggio della malaria) è costretta suo malgrado a levare le tende. Un risultato non da poco.

É passato solo qualche giorno dalla sensazionale rivelazione di un installatore di pannelli solari: David Cameron non è un vero ecologista! Ma va? Raccontava alla stampa, l’artigiano e probabile ex elettore dei tories, che il primo ministro prima si fa installare gli impianti pagando “solo” cinquemila euro e rotti grazie ai sostegni al settore garantiti dai laburisti di Brown, e poi appena andato al governo taglia i medesimi sussidi, lasciando il settore a bocca asciutta. Con buona pace dell’artigiano, a cui va naturalmente tutta la nostra solidarietà, il sedicente ambientalismo dei Conservatori pare proprio consegnato agli archivi insieme agli opuscoli elettorali. Basta vedere ciò che accade con la riforma urbanistica e in genere l’approccio al territorio, per confermare e rafforzare l’idea.

La penultima puntata della composita telenovela, che si gioca su vari tavoli, aveva un sapore vagamente berlusconiano, palesi illegalità tipiche del nostro paese a parte. Come riferiva Robert Booth sul Guardian c’era stato un andirivieni un po’ troppo frequente delle stesse persone fra i privatissimi uffici delle compagnie interessate alle trasformazioni urbane e quelli pubblici dei Ministeri intenti a scrivere le nuove regole. Regole tanto tagliate su misura per i costruttori da far nascere qualche legittimo sospetto di interferenza, confermato dai documenti. Appunto nulla di illegale, per ora, però almeno politicamente discutibile di sicuro sì. Ma i tavoli su cui si gioca la partita sono parecchi, e ieri l’attenzione doveva concentrarsi su quello, assai più delicato nel rapporto con l’opinione pubblica e l’elettorato, del problema casa.

Perché il governo di coalizione ha approvato una serie di agevolazioni per i mutui, rivolte alle giovani coppie e non solo, che dovrebbero da un lato iniziare ad allentare la grave e annosa tensione abitativa del paese, dall’altro sbloccare un settore edilizio che, complice la crisi economica, l’anno scorso ha toccato un minimo di produzione che non si vedeva da quasi un secolo. La crisi economica però è appunto considerata solo “complice”: come hanno sottolineato Cameron e Clegg presentando il provvedimento, per sbloccare davvero il settore si dovranno aspettare i risultati della riforma urbanistica, quella che riduce da mille a cinquanta il numero di pagine delle linee guida nazionali (devono aver studiato semplificazione con Calderoli) e introduce un “orientamento preventivamente favorevole alle trasformazioni sostenibili” guardandosi bene dallo spiegare cosa diavolo voglia dire sostenibili. E implicitamente lasciando agli opuscoli dei costruttori il compito di interpretare il concetto bruntlandiano.

Ma giusto oggi 23 novembre 2011 all’elenco dei possibili tavoli di gioco delle strategie territoriali si aggiunge il rapporto del centro studi conservatore Policy Exchange intitolato Cities for Growth: Solutions for our Planning Problems, firmato da Alex Morton. Una firma particolarmente significativa di questi tempi, visto che proprio l’anno scorso Morton pubblicava un altro studio dedicato specificamente al tema della casa. Oggi lo sguardo si allarga al territorio nazionale, che nella migliore tradizione del neoconservatorismo globalizzato sarebbe sottoposto al tallone di ferro di una tradizione urbanistica soffocante. Le cui radici sono facili da ricostruire: nel secondo dopoguerra, complice l’unità nazionale e l’anelito diffuso alla ripresa, il tarlo del comunismo riesce a infilarsi nei gangli istituzionali, e ad arrivare sino ad oggi quando esplode la contraddizione: grigi burocrati autoreferenziali che pretendono di decidere da polverosi uffici pubblici la vita dei cittadini. Sicuramente è un tipo di retorica che ricorda qualcosa a qualcuno.

La soluzione naturalmente è spazzar via col vento della storia queste croste novecentesche, e farlo attraverso la riforma urbanistica in corso. L’impavido Alex Morton non ha alcun dubbio quando prova a migliorare ulteriormente quanto già suggerito ai ministri dai grandi manager immobiliari. Loro chiedevano e ottenevano “orientamento preventivamente favorevole alle trasformazioni sostenibili”, e probabilmente questo secondo Morton è troppo, perché poi ci si deve infilare (come infatti hanno subito chiesto CPRE e National Trust) in quelle sottili definizioni di cosa sia sostenibile e cosa no. Molto meglio, suggerisce nel suo rapporto, una “Presumption Against Public Interference” che credo non abbia alcun bisogno di interpretazione. Il centro studi Policy Exchange è, in tutto e per tutto, organico al partito Conservatore al governo, forse anche più di altri enti ultraliberisti del genere come per esempio oltreoceano la repubblicana estrema Heritage Foundation, nota per le attività pro-sprawl. E proprio sul tema della dispersione urbana, mai esplicitamente nominata, si articolano le tesi di Morton, riassumibili in un breve slogan: costruiamo sulla Green Belt.

Ci si potrebbe soffermare sulle forme narrative del rapporto, tanto simili a quelle di certi lavori recenti soprattutto americani, dal Bruegmann di Sprawl, a compact history, al Glaeser di Triumph of the city, ma lascio ai veri appassionati (con un po’ di certosina pazienza) il privilegio, scaricando direttamente le cento e passa pagine del rapporto qui in fondo. Si va dal classico “così vuole la famiglia media” rivolto naturalmente al modello della casa singola con giardino, che richiede sterminati spazi, al recupero a gettone di Ebenezer Howard e del suo movimento, dimenticandosi o forse non sapendo neppure sino a che punto l’idea della Green Belt in senso assolutamente moderno si debba a quella scuola di pensiero. E naturalmente ad ogni passo si evoca il nemico acquattato nell’ombra: il sinistro urbanista di sinistra, grigio funzionario orwelliano che vuole incasellare l’umanità dentro a grigi scatoloni, magari completi di Grande Fratello che scruta ogni nostro movimento …

Purtroppo non c’è niente da ridere, sapendo che questi sono gli ascoltati consiglieri del governo, e che poi magari arriva pure l’aiutino di qualche concentrazione mediatica alla Murdoch, a soffiare sul fuoco di temi già assai caldi come l’emergenza abitativa, l’edilizia ferma, certe lungaggini burocratiche innegabili. Però a concludere questa ennesima puntata dedicata alla riforma del sistema urbanistico britannico, che non dimentichiamo da un secolo fa da riferimento internazionale, forse valgono di più alcune citazioni letterali di Alex Morton:

“Le Green Belt soffocano le nostre città, tutelando spazi senza valore ai loro margini, di fatto spingendo le trasformazioni verso la campagna vera e propria e densificando ancor di più quanto è già congestionato”.

É arrivato il momento per una radicale revisione del sistema urbanistico. Al centro delle decisioni ci sono da almeno sessant’anni le amministrazioni locali. Adesso occorre introdurre un orientamento preventivamente contrario all’interferenza pubblica [Presumption Against Interference] al cuore del sistema. La pianificazione locale si deve interessare di obiettivi strategici, non cercare di gestire ogni piccola cosa”.

“Il paese è costruito solo per il 10%, non mancano certo superfici disponibili, ce ne sono invece troppo poche su cui sia autorizzato costruire. Per fare un esempio, a Oxford e in Oxfordshire un ettaro di terreno agricolo costa 23.000 euro. Quando la destinazione è industriale però vale cinquanta volte tanto, e se è residenziale duecento volte. Ne abbiamo destinati troppo pochi a queste funzioni”.

Ecco, è contro queste argomentazioni apparentemente di buon senso ma facilone e in malafede, che tocca scontrarsi. Il modo migliore però non è quello di indignarsi e scagliarsi contro il Male, ma di fare appello alla ragionevolezza del medesimo “pubblico”, e in fondo del medesimo “mercato” a cui si rivolgono i profeti a gettone da un paio di generazioni in qua.

Per qualche commento in più sul rapporto Policy Exchange consiglio Oliver Wright, Call for new towns on Green Belt, su The Independent 23 novembre. Il capolavoro completo è scaricabile in pdf qui di seguito.

Certe volte davanti a certi studi scientifici viene proprio da chiedersi se non sono quelle, le cose che poi provocano l’aggressività dei politici in malafede nel tagliare i fondi alla ricerca. Torme di qualificatissimi nerds coordinati da pimpanti professori si aggirano nei posti più impensati coi loro vari strumenti di rilevazione, a volte costosi a volte no, e poi sembrano ogni volta annunciare la scoperta dell’acqua calda. Magari poi contraddetti la settimana dopo al convegno concorrente, dove si spacca in quattro invece l’acqua tiepida … Mah!

E sarebbe istintivamente questa la reazione immediata, scorrendo il sommario della ricerca A Difference-in-Differences Analysis of Health, Safety, and Greening Vacant Urban Space, proposta dal numero di novembre dell’American Journal of Epidemiology. La tesi è proprio del tipo descritto, più o meno: dove la città è migliore si sta meglio in generale, e in particolare ne guadagnano sia alcune patologie che il livello dei reati contro la persona. Più in dettaglio, se gli spazi di risulta e gli altri ambienti aperti pubblici vengono sistemati a verde, mantenuti, con una buona accessibilità e qualità, si verifica rispetto a spazi identici di bassa qualità (ovvero privi di intervento e/o non mantenuti) un rilevabile e netto calo di aggressioni, scippi, stress, e benessere urbano generale.

Però non c’è niente da ridere, naturalmente. Se è vero che pare scontata da un certo punto di vista intuitivo l’equazione quartiere migliore = qualità della vita migliore, il fatto di applicare a un elemento così puntuale come il verde ben tenuto nei lotti in edificati, un metodo altrettanto se non ancor più puntuale, è un bel passo in avanti, di sicuro. In termini di merito, perché così sarà possibile ad esempio a qualunque amministrazione sostenere economicamente le spese necessarie a quegli spazi verdi, sulla base di specifici riscontri di bilancio: quanto costano i servizi sanitari relativi alle patologie che così si riducono? Quanto costa la repressione dei reati che evaporano davanti alle aiuole? Tutti quei soldi si possono semplicemente spostare da una voce all’altra, e la scelta così potrà anche distinguere una amministrazione di destra tutta legge e ordine, da una progressista che ricorre alla forza pubblica, o agli assistenti sociali, solo quando ce n’è davvero bisogno.

Un’altra utilità immediata di questa ricerca è quella di metodo: se si può applicare, magari perfezionandolo e standardizzandolo, al verde, per estensione è possibile sommare e comparare, magari in modo interdisciplinare, i risultati di indagini sistematiche simili su altri elementi che possono aumentare o diminuire la qualità urbana: dagli arredi, alle sezioni stradali, alle densità (edilizie, di utenza ecc.). Spesso davanti ai successi di certe politiche di successo qualcuno osserva con sorrisimi di compatimento che “quello è un contesto diverso”. La rilevazione scientifica consente facilmente di capire se è così, oppure no: basta elaborare i dati. Certo prima bisogna averli, quei dati, e qui torniamo all’inizio: la ricerca serve, serve sempre, e chi sostiene che è uno spreco racconta sempre frottole. Questo è scientificamente provato.

(per chi volesse pascersi di tabelle e dotte analisi, A Difference-in-Differences èscaricabile direttamente da qui)

Credo sia capitato a chiunque di saltare sulla sedia, e poi probabilmente di incazzarsi di brutto, leggendo o ascoltando da qualche parte il tizio che dava la colpa del terremoto abruzzese ai peccatori locali, che si sarebbero attirati questo brusco ammonimento divino. E poi di incazzarsi ancor di più dopo aver scoperto che non solo il tizio con le sue sparate (questa non era neppure l’unica) aveva trovato posto sui media, ma un posto assai più stabile e prestigioso lo occupava, inopinatamente, presiedendo il principale ente di ricerca italiano. Beh, adesso si scopre anche che siamo fortunati, fortunatissimi, almeno rispetto ad altre sciagurate popolazioni, che certi pericolosi idioti se li devono sorbire molto, ma molto di più.

A certificare l’invasione degli ultracorpi antiscientifici, ci ha pensato abbastanza curiosamente proprio il metodo scientifico, con cui l’Istituto Reuters per gli Studi sul Giornalismo dell’Università di Oxford ha sistematicamente analizzato in modo comparativo, su un arco di diversi anni, un campione significativo della stampa internazionale, alla ricerca dei contributi sul cambiamento climatico. Scoprendo tra l’altro almeno due cose piuttosto significative: la stampa anglosassone è molto più permeabile di quella che parla altre lingue, quando si tratta di ospitare opinioni “scettiche” rispetto ai vari aspetti e manifestazioni del cambiamento climatico, e in generale sono i giornali di orientamento conservatore e di destra i più accoglienti ai tanti “se” e vari “ma” sollevati pur davanti all’evidenza scientifica. Soprattutto, osservano documentatamente i ricercatori, le strampalate opinioni di persone che nulla sanno, ovvero i politici.

Resterebbe da capire perché, succede questo, e vengono in mente due assai poco scientifiche spiegazioni. La prima è che la tradizionale stampa anglosassone, come ci raccontano tutti da secoli, coerente col suo ruolo democratico e aperto, non possa non accogliere quella che in un modo o nell’altro deve essere una vox populi vox dei: anche le sciocchezze più inverosimili (e spesso fuorvianti e pericolose) sparate da un politicante qualunque del tipo tea party o dintorni continuano a ricordarci che scienza e tecnica non sono una specie di religione, si evolvono e a volte ribaltano i propri presupposti. La seconda un pochino più cattivella è che la stampa internazionale letta dalla classe dominante di tutto il pianeta, guarda caso, è proprio quella che parla inglese, chi decide si forma quotidianamente su quelle letture, e proprio per questo motivo si moltiplica la pressione per comparire da parte degli “scettici”, in buona o più probabile mala fede.

Un’altra osservazione, stavolta autarchica, riguarda il nostro paese, che ufficialmente non compare nell’analisi comparata dell’Istituto Reuters. A parte le sciocchezze del pio antiscientifico governatore delle scienze citato in apertura, va detto che uno dei motivi per cui, molto probabilmente, non si verifica una vistosa presenza di “scettici”, è che a seminare sia scetticismo che atteggiamenti fideistici ci pensa il tono generale dei contributi giornalistici ai temi legati alla scienza. In cui si oscilla da certe prediche tracimanti onnipotenza, alla Veronesi per intenderci, a un certo cinismo sospettoso con poco tempo e voglia per dati certi, a un ottimismo della volontà magari in buona fede ma campato per aria a dir poco. E anche gli articoli scientificamente schierati, raramente si meritano poi risposte puntuali, come ad esempio nelle recenti polemiche sulle alluvioni. Insomma, un po’ ce la meritiamo la gentile ironia con cui sul Guardian di venerdì scorso Leo Hickman fa partire proprio dall’Italia, pur esclusa dalla ricerca, il suo articolo di presentazione del rapporto.

(di seguito scaricabile il Sommario della ricerca)

URBANIZED: made urban in nature; taking on urban characteristics. Si può iniziare da queste definizioni per raccontare l’ultimo lavoro del regista newyorchese Gary Hustwit che si intitola, appunto, Urbanized, (qui il trailer ufficiale) la cui traduzione letterale “rendere urbana la natura” o “assumere caratteristiche urbane” restituisce quella dimensione di perpetuo movimento e cambiamento che ogni città ha nel proprio dna e che, a fronte di mutamenti economici e sociali sempre più veloci, rischia di condannarla all’ingovernabilità.

Più del 50% della popolazione mondiale vive in aree urbane e prima del 2050 la percentuale è destinata a raggiungere il 75%. A fronte di questi spostamenti demografici cosa succederà al supporto fisico (case, strade e tutto quello che compone lo spazio urbano) destinato ad ospitare i nuovi arrivati? Per cercare di comprenderlo, e di raccontarlo, Hustwit interroga architetti, urbanisti e politici su oltre quaranta progetti urbani che si propongono di affrontare le nuove sfide della città contemporanea: mobilità, politiche ambientali, spazio pubblico, sviluppo economico e sociale, solo per citarne alcune.

Un ampio campionario di tecniche urbane che ha innescato un esercizio progettuale e di confronto tra politica, professioni e cittadinanza, catalizzando l’interesse dell’opinione pubblica sul futuro delle città: quali scelte e politiche intraprendere per migliorare la qualità degli spazi urbani, per aumentare il verde, per spostarsi più facilmente? Come trasformare i tessuti edificati abbandonati per rispondere in modo efficace alle domande delle metropoli contemporanee? Poter vedere come risposte progettuali diverse, ma nate dalla stessa domanda, producano forme, e quindi esiti, molto differenti ha innescato un formidabile meccanismo di partecipazione collettiva in cui ognuno si è sentito chiamare in causa non solo per fare valere i propri diritti ma anche per esternare le proprie idee e speranze maturate nel personale esercizio quotidiano di pratiche urbane.

La tournée organizzata per presentare Urbanized sembra infatti aver attirato l’attenzione di amministratori, tecnici e semplici abitanti, dando l’avvio a un acceso dibattito che, partendo dai temi affrontati nel film, è arrivato ad occuparsi dei problemi dei singoli contesti locali. Ed ecco che il Sindaco di Toronto ha dovuto in tutta fretta ritirare un progetto, presentato solo qualche giorno prima, di fronte a una nuova consapevolezza e capacità di critica (che potremmo chiamare post-Urbanized), in virtù della quale l’opinione pubblica ha demolito, ma solo metaforicamente, la sua proposta di recupero del litorale.

L’opera di Hustwit dimostra, un po’ inaspettatamente, un rinato interesse per i temi delle politiche pubbliche e delle trasformazioni della città da parte dei destinatari finali: i cittadini, finalmente consapevoli che dietro ogni cartello di “lavori in corso” può nascondersi un progetto che migliorerà le loro condizioni di vita oppure un’ennesima occasione persa con tanto di sperpero di denaro pubblico e finalmente consapevoli che la possibilità di scelta spetta anche a loro.

Non ci resta che attendere l’uscita di Urbanized in Italia, per vedere l’effetto che farà, augurandoci che possa ridestare l’attenzione di un’opinione pubblica che sembra sempre più rassegnata a vivere in contesti urbani brutti e poco funzionali, nei quali ogni giorno si deve affrontare una vera e propria lotta alla sopravvivenza, cercando di evitare buche stradali, che in alcuni casi sono vere e proprie voragini, di scansare cadute di tegole e di calcinacci provenienti da edifici fatiscenti e precari, di arrivare in orario al lavoro nonostante i ritardi cronici dei mezzi di trasporto pubblici, di accaparrarsi l’ultimo posto disponibile nell’unica panchina all’ombra dell’unico parco esistente nel raggio di un kilometro e di fare jogging senza rischiare la vita ad ogni attraversamento pedonale. In fondo trovare risposte ad alcuni di questi modesti e comuni problemi porterebbe a migliorare la vita di molte persone comuni, forse addirittura di tutti.

Accusare i tories al governo di essere degli ipocriti in fondo è una specie di complimento, almeno per chi pare convinto di essere infinitamente più brillante, intelligente e dalla parte giusta rispetto al popolino credulone da cui ha ricevuto mandato e fiducia incondizionata. Ma, appunto, in questi giorni la stampa accusa alcuni politici di ipocrisia, di predicare bene e razzolare male in una materia delicata come quella delle trasformazioni urbanistiche, di cui si sta discutendo una radicale riforma attesa come la manna dai soliti costruttori graniticamente convinti (lo sono in tutto il mondo da diversi secoli) che se non ci fossero tutte queste inutili limitazioni alla loro attività diventeremmo ricchi e felici nell’arco di un paio di mesi al massimo.

Perché i politici della maggioranza britannica sarebbero degli ipocriti? Ma perché da un lato stanno facendo circolare un Planning Policy Framework dove si afferma solennemente che “la risposta alle proposte di trasformazione è SI”, dall’altro come riferisce documentatamente Damian Carrington sul Guardian del 10 settembre si scopre che uno degli sport preferiti di questi campioni del fare, almeno quando sono a casa loro nel cuore del collegio elettorale, è l’opposizione ai progetti. Proprio così, a partire dal mastino responsabile per le aree urbane Eric Pickles, che solo cinque o sei anni fa le sparava grosse (udite udite) contro lo sprawl metropolitano che si mangia preziose fette di territorio agricolo degradando ambiente e paesaggio. Peccato che lo facesse solo ed esclusivamente contro la realizzazione di case popolari, secondo lui imposte dall’alto da una pianificazione centralizzata di stampo sovietico (Gordon Brown: figuriamoci).

A quella del massimo responsabile ministeriale per la riforma urbanistica si aggiungono poi le ipocrisie del suo sottosegretario alla casa, che le case fortissimamente non le ha proprio volute, quando erano popolari e avrebbero sconciato con le loro proletarie forme il sacro suolo del suo collegio elettorale e idilliaco luogo di residenza a Welwyn (zona un tempo famosa per la città giardino equa e solidale). E ce ne sono tante altre, di queste apparenti variazioni sul tema predicare bene ma razzolare male, promuovere la cosiddetta crescita di mercato sulla testa degli altri, ma starsene rigorosamente su terreni protetti dall’alluvione prodotta dalle proprie decisioni. Però viene da chiedersi: è davvero ipocrisia, questo comportamento della ineffabile casta politica, o si tratta a guardare meglio della più coerente interpretazione dei nuovi tempi? Cosa stanno proteggendo, con le unghie e coi denti, questi influenti personaggi, se non la propria, sacrosanta e intoccabile così come ribadito in infiniti discorsi, privata proprietà? Naturalmente allargata a quel po’ di sfondo urbano/rurale che, come ci insegnano gli agenti, è indispensabile a contestualizzare e valutare l’immobile.

Fra i passaggi più innovativi del nuovo Planning Policy Framework (si scarica anche direttamente da questo sito, allegato all’articolo di John Vidal sulla riforma) c’è l’introduzione dei Piani di Zona o di Quartiere, pensati coerentemente all’idea di società e spazio locale del governo di coalizione, per “ conferire alle comunità poteri diretti per decidere sulle proprie aree. … sviluppare un’idea di quartiere condivisa, fissare norme per le trasformazioni e l’organizzazione spaziale, rilasciare concessioni tramite ordinanza”.

Chi vuole riformare così il sistema urbanistico ritiene che si tratti di un modo per far sì che gli abitanti autodeterminino il proprio spazio, anche se certo coerentemente a un’idea più vasta, e quindi a partire dalle specifiche indicazioni del piano comunale, che può essere ad esempio anche incrementato nelle previsioni insediative.

Più costruzioni di quante non ne preveda il piano comunale? E chi mai le accetterebbe? Qui casca l’asino: le accetta chi è costretto ad accettarle, chi si vede promessi i classici posti di lavoro in cambio di metri cubi, e di quei posti di lavoro (o posti letto) ne ha un disperato bisogno, perché i ragazzi stanno tutto il giorno per le strade, magari pronti a una replica delle rivolte dell’estate 2011. Ci si può permettere di fare gli schizzinosi nimbies, via via sempre un po’ più refrattari alle trasformazioni, man mano cresce il potere della specifica community che quella zona occupa: potere economico di solito, meglio ancora se puntellato dall’influenza politica del ministro, sottosegretario, presidente di ente pubblico, che abitano al civico tal dei tali. In fondo, i cosiddetti tories “ipocriti” non lo erano affatto, limitandosi semplicemente ad anticipare nei fatti la loro riforma, che sancisce il privilegio come prassi comune.

Pochi anni fa, la studiosa Anna Minton nel suo Ground Control (Penguin 2009) aveva indicato la pericolosa direzione in cui si stavano incamminando i programmi di riqualificazione urbana pubblico-privati, sempre più tesi a una privatizzazione dello spazio pubblico, a realizzare sacche di esclusione sempre più ricche e impenetrabili, dequalificandone parallelamente altre inesorabilmente e specularmente povere. Non era affatto una distorsione, ma solo un piccolo sintomo di qualcosa di più profondo, che prova a quanto pare a riprodurre nel nostro sistema metropolitano occidentale certi squilibri, certe differenze di potenziale, che già il mitico mercato ci mostra normalmente ad esempio con le delocalizzazioni produttive. Che meraviglia, poter vendere a carissimo prezzo, a chi se lo può permettere, un bel quartiere fortificato, guardato giorno e notte, circondato da un ambiente reso ancora più minaccioso proprio dalla privazione/privatizzazione che quel quartiere ha determinato!

Adesso l’urbanistica del privilegio diventa legge: le grandi trasformazioni, le opere strategiche, saldamente in mano agli organismi decisionali centrali. Il localismo nelle mani di organi frammentati, strutturalmente egoisti, con potere contrattuale differenziato a seconda del reddito medio. È un enorme salto indietro, che con la scusa ideologica dell’individuo sovrano, del cittadino proprietario, declina una sorta di ciclopico Padroni a Casa Nostra!.

Peccato che, per soprannumero, oltre ad essere falso lo slogan suoni anche incompleto. Prima di diventare Padroni a Casa Propria, come vi spiegheranno ancora quelli dell’agenzia immobiliare, tocca finire di pagare le rate. Altrimenti siete (siamo) fuori dai giochi. Nessuna ipocrisia, a saperlo leggere.

In un articolo di fondo pubblicato recentemente dal New York Times, il premio Nobel Paul Krugman dà elegantemente dell’imbecille a uno, anzi due, dei candidati Repubblicani di punta alle prossime elezioni presidenziali. E con ottime ragioni, visto che sia l’ex governatore del Texas Rick Perry, sia quello del Massachusetts Mitt Romney, paiono sostenere posizioni a dir poco oscurantiste nei confronti della scienza, in particolare per quanto riguarda cambiamento climatico e evoluzione. I temi sono quelli classici della destra (non solo americana, ricordiamoci che anche da noi pullulano decerebrati del genere, pure in posizioni di potere). Ovvero l’uomo mica discende dalla scimmia che è brutta e pelosa, ma l’ha creato Dio con l’argilla. E poi il riscaldamento del pianeta non c’entra niente col bruciare petrolio, ma è solo un complotto mondiale degli scienziati. Unica differenza tra i due, è che il rude texano Perry alle sciocchezze pare crederci sul serio, mentre l’ex furbo imprenditore Romney lo fa per ingraziarsi un elettorato che dà già per scontato di essere pura creazione divina (al 75%) e che chi studia e fa ricerca sia per sua natura un comunista da eliminare (all’89%).

Rischiano, entrambi, di diventare Presidente degli Stati Uniti d’America. E poi di invitare un altro scrittore di fantascienza – come faceva Bush – a discutere il global warming nella prospettiva del complotto, o magari accogliere Borghezio che parla al popolo della superiorità ariana, per via dell’argilla più pura usata da Dio nell’atto creativo. C’è poco da ridere, di fronte a questa ottusa pervicacia nel negare l’evidenza, perché in fondo si tratta solo della punta dell’iceberg di un atteggiamento molto, ma molto, più diffuso, che rallenta oltre ogni misura la nostra capacità collettiva di adattarci a un mondo che cambia. E per forza, ci risponderebbero gli antievoluzionisti: l’evoluzione non esiste, a cosa volete adeguarvi? Prendiamo le città.

Verso la metà del XX secolo (quando senza saperlo già stavamo scaldando il pianeta con gli scarichi delle auto) raggiungeva il massimo impulso l’idea, cullata da Henry Ford prima, restituita in affascinanti immagini poi da Frank Lloyd Wright e altri, dell’estinzione dell’uomo urbano così come era esistito sino a quel momento. Giù giù sino al nostro Domenico Modugno che non molto tempo dopo dal palco di San Remo dava il suo Calcio alla Città, aggiungendosi alle falangi di chi considerava ormai l’ambiente urbano alla stregua di una specie di obbligatoria valle di lacrime, da attraversare part-time giusto per guadagnarsi il sacrosanti diritto alla villetta immersa nel verde, alla privacy del giardino di proprietà eccetera. In fondo era lo sbocco logico del concetto di città macchina intuitivamente criticato dalla Metropolis di Lang ai Tempi Moderni di Chaplin: un puro apparato di potere economico finalizzato alla produzione di ricchezza, che nulla concedeva se non la pura sopravvivenza di chi la rendeva possibile. La vita era altrove.

Contemporaneamente stava prendendo piede un percorso opposto di riflessione, ben riassunto dagli studi empirici di Jane Jacobs, e soprattutto dall’approccio comprensivo e sistematico del suo primo mentore, William H. Whyte. La differenza sostanziale fra queste riflessioni e quelle tradizionali antiurbane che le avevano precedute, non sta tanto nel merito, ma nel metodo. Certo la critica della città industriale, dagli utopisti alla città giardino cooperativa di Howard alle ipotesi urbanistiche del primo ‘900 deriva da analisti statistiche, sanitarie, sociologiche, ma nell’epoca in cui nascono gli studi sulla città moderna ormai impera il luogo comune della spinta conformista verso la divaricazione fra città luogo della produzione, e gli spazi dispersi come nuovo habitat umano privilegiato. Il che fa comodo a un complesso intreccio di interessi. Si capisce così, forse, l’incredibile successo interdisciplinare e giornalistico della cosiddetta teoria Behavioral Sink dell’etologo John B. Calhoun. Il fatto è che, impostazione scientifica a parte, dava ancora una bella spintarella alla villettopoli universale.

In breve, Calhoun aveva costruito una colonia chiusa di topi, dove al crescere della densità per aumento di popolazione in uno spazio definito si raggiungeva un picco corrispondente a un crollo senza rimedio di tutta la struttura sociale. Niente più riproduzione, niente più famiglie, solo conflitti senza sbocco, solitudine, attesa della morte per vecchiaia. Un boccone troppo ghiotto per chi sognava di vendere a ogni cittadino una fettina individuale di ogni cosa, prodotto, servizio, identità, anziché contare in tutto o in parte sulla costruzione metropolitana collettiva. Non a caso vennero abbastanza messi in sordina (basta relegarli nelle cosiddette polverose riviste di settore) gli studi successivi che spiegavano come i ratti sono ratti e gli umani sono umani, o che confondere una grossa tana chiusa con una metropoli moderna non tiene conto di cose enormi, a partire dalla possibilità di spostarsi tanto per dire la prima che viene in mente. Macché, come con Bush, anche qui spuntò l’utile innocente scrittore di fantascienza, si chiamava John Brunner e il romanzo Tutti a Zanzibar! L’ho visto ancora negli anni ’80, questo romanzo di fantascienza sulla sovrappopolazione, il controllo delle nascite ecc., in una bibliografia di corso appesa a un bacheca del Politecnico di Milano, presumibilmente per parlare di densità urbane, di forma del quartiere eccetera.

William H. Whyte nel suo City (1988) ricorda quanta fatica gli ci volle negli anni ’60 per trovare finanziatori al progetto di ricerca sui comportamenti sociali negli spazi urbani, in un mondo scientifico evidentemente egemonizzato dalla comoda teoria antiurbana del Behavioral Sink. Che era da un lato sicuramente scientifica nei metodi, e assai poco invece nell’estensione a un ambito diverso, esattamente come l’ingegneria applicata massicciamente e acriticamente agli organismi urbani dal XIX secolo. Ma per fortuna arrivò la National Geographical Society, col medesimo fondo che di solito finanzia quelle spedizioni di entusiasti dottorandi nella jungla nera alla ricerca di popolazioni sperdute e comportamenti ancestrali. E Whyte riuscì a iniziare quel progetto ancora in corso di evoluzione oggi, sostanzialmente dedicato alla promozione dell’ambito pubblico, che vede fra i suoi più noti esegeti e specialisti l’architetto danese Jan Gehl. Cosa c’è, alla base di queste ricerche sulla qualità urbana in rapporto all’uso concreto quotidiano da parte di abitanti e utenti? L’osservazione sistematica, e poi l’uso di categorie generali per trasformare tale osservazione in ipotesi interpretative.

Non è sicuramente un caso se oggi, in una città dove pare impossibile immaginare gli scenari dipinti solo trent’anni fa nel film di John Carpenter Fuga da New York, le osservazioni di Whyte si traducono in realtà nei progetti del Planning Department diretto dalla sua allieva Amanda Burden, o in quelli della responsabile ai Trasporti Janette Sadik-Kahn che vedono al centro la consulenza di Jan Gehl, gli spazi pedonali, la permeabilità, la possibilità di esprimere comportamenti sociali, l’esatto contrario della diffidenza contadina che domina sia il suburbio delle gated communities (Repubblicane creazioniste) che la densità coatta dei ghetti topaia socio-urbanistici residui dell’era modernista. E non è sicuramente un caso se la città densa, compatta, ricca di relazioni ed occasioni di socialità, interazione, conflitti ricomposti, si è rivelata anche l’ambiente più reattivo alla calamità naturale, a uno degli eventi climatici estremi che, ci ripete la scienza, diventeranno sempre meno eccezionali negli anni a venire.

Perché, se osserviamo con una minima attenzione quanto accaduto con l’uragano Irene, si dimostra inequivocabilmente la superiorità del contesto insediativo urbano moderno rispetto agli altri. La grande metropoli ha naturalmente saputo esprimere, come abbastanza ovvio, il classico ruolo delle strutture tecnologiche pensate anche per proteggere l’uomo dai rigori della natura, con tutti i limiti emersi non molto tempo fa per esempio a New Orleans di fronte a Katrina. Ma c’è qualcosa di meglio e di più, che ha funzionato egregiamente: la capacità di convivenza consapevole e organizzata, ben dimostrata dalla gestione dell’emergenza: altro che Behavioral Sink da eccesso di densità, e soprattutto altro che superiorità implicita del pioniere-capofamiglia, che nella sua casetta suburbana fa da baluardo alle tenebre che avanzano! Emergenza dichiarata, piano di evacuazione e cautela in atto, sinergia fra sistema edificato, impianti tecnologici, comportamenti collettivi. Pare casuale, ma dove ci sono stati i danni più gravi? Nelle zone suburbane a bassa densità, Staten Island per esempio.

E per forza i Repubblicani adesso si sbracciano in sgangherate critiche sull’eccesso di allarmismo, sulla sopravvalutazione del pericolo e compagnia bella. Basta guardare i risultati di un evento che poteva essere una catastrofe. Il programma strategico PLANYC2030 per la sostenibilità urbana promosso dal sindaco Bloomberg (Repubblicano anomalo che alla scienza ci crede quanto ai soldi) vorrebbe spingere ancor di più in questa direzione, ovvero far dipendere sempre meno il funzionamento tecnologico, economico e sociale della città dai grandi impianti e interventi hard di emergenza, e sempre più da una fitta rete di prevenzione e adattamento, fatta insieme di natura, attività diffuse, comportamenti, spazi integrati, ambiti pubblici. Dove si attenui sempre più la separazione netta fra spazio/tempo del lavoro e altre attività, dove non esista più la specializzazione segregata indotta dallo zoning un secolo fa. Ma, vorremmo dire noi, dove tutte queste cose comprendano anche chi non è milionario: in fondo sta qui la distinzione fra destra e sinistra. O ameno dovrebbe stare.

Certo è facile lanciare slogan interessanti quando si sta all’opposizione, come nel caso del Labour londinese dopo la sconfitta di Ken Livingstone e l’ascesa dell’enfant prodige conservatore Boris Johnson. Si aggiunga che il rapporto Housing Policies for London appena pubblicato non è in effetti il programma politico ufficiale, ma un contributo ad esso, inoltrato in primo luogo al ministro ombra per le aree urbane Caroline Flint, graziosa signora che da sottosegretario alla casa nel governo Brown si è distinta tra l’altro per una serie di dichiarazioni sulle eco-città di bassissimo profilo, dove a volte si scivolava direttamente nello sciocchezzaio della “misura d’uomo” e dintorni. Ma anche fatta la dovuta tara, il documento elaborato dal gruppo di lavoro londinese sulla casa, e discusso nel corso di alcune sessioni nello scorso agosto, appare ricco di spunti. Tralasciando le tematiche finanziarie e di orientamento sociale, pur importantissime se si pensa a quanto avvenuto nel governo conservatore dopo le rivolte, val forse la pena qui di concentrarsi sugli aspetti più legati allo sviluppo urbano. Chi volesse scendere ne dettagli può comunque scaricarsi il rapporto integrale in pdf allegato al termine di questa nota, che vuole proporre del rapporto alcuni temi, adattati e commentati rispetto a una sensibilità più generale.

Il quartiere ambientalmente e socialmente sostenibile

La domanda che potremmo porci è: esiste una idea di città di sinistra?

Forse si, se ciò significa fissare principi generali che leghino obiettivi sociali a una struttura spaziale definita da aspetti come le densità, le qualità edilizie e urbanistiche, il tipo di godimento degli alloggi, il contesto ambientale generale.

E far sì ad esempio che i principi non restino a galleggiare nell’aria, a pura legittimazione di chi li afferma programmaticamente, ma si traducano in tempi certi in qualità tangibili, secondo un programma che metta in primo piano le necessità più urgenti, ad esempio dei servizi, dei trasporti pubblici ecc. Di conseguenza coinvolgendo in modo equilibrato sia le risorse pubbliche che private in termini economici, progettuali, di ricerca.

L’obiettivo è di costruire un tessuto urbano non ghettizzato, sia sul versante funzionale che su quello sociale, inteso dal punto di vista del reddito, delle fasce di età, della condizione professionale e culturale.

Un primo strumento, anche in controtendenza rispetto a certi commenti recentissimi a proposito di alcuni motivi sottesi alle rivolte urbane, è quello di fissare al 50% di qualunque intervento di trasformazione edilizia la quota delle abitazioni economiche entro la circoscrizione londinese. Non basta, visto che nell’accezione di casa economica poi rientrano giustamente diverse fasce di riferimento sociale. Di questo 50% allora un 70% sarà di case sociali in affitto, e il 30% di tipo intermedio, ovvero quanto oggi i conservatori chiamano “affitto controllato” e che non è affatto rivolto ai redditi bassi.

Intervenire sulla casa non significa solo costruire abitazioni, e farlo con l’idea di una società composita ed equilibrata, ma anche porre le basi di una città sostenibile. La pianificazione urbanistica qui deve porre in primo piano la qualità dei quartieri, edilizia, degli spazi pubblici, dell’ambiente riguardo alle emissioni e ai consumi energetici, dei servizi, del verde. Non va scordato ad esempio che una buona gestione dei bilanci energetici alla fine si traduce in un intervento sociale, riducendo il carico delle bollette per gli abitanti. Lo stesso vale per i trasporti e i rapporti spaziali diretti con le attività economiche, che riducono i costi monetari e di tempo della mobilità. Da questo punto di vista sarà fondamentale coordinare politiche per la casa e grandi e piccoli nodi infrastrutturali, in grado di porre le basi per una ottima accessibilità multimodale, a servizio delle varie utenze. Ciò significa anche operare trasversalmente e in modo coordinato alle varie scale e responsabilità dei piani. Il che, pare di capire, è l’esatto opposto dell’ideologico localismo decisionale in urbanistica alla base della Big Society di Cameron.

La centralità dei quartieri secondo i laburisti è del tutto alternativa al modello localista e sostanzialmente nimby dei conservatori, e si basa sulla consultazione, partecipazione, e ripristino di un ruolo centrale degli organismi para-regionali di programmazione cancellati dall’attuale governo, che nel campo della casa avevano iniziato un approccio di area vasta non certo accusabile di particolarismi, e soprattutto coerente agli obiettivi di evitare ghetti qualsivoglia, come avvenuto in altre epoche coi complessi di case popolari di stampo modernista.

In questa prospettiva, a livello nazionale, è auspicabile un rilancio degli interventi in territori sinora emarginati e particolarmente colpiti da fenomeni di crisi locale e spopolamento, dalle aree rurali (dove allo sprawl si affianca spesso una forma di gentrification) a quelle montane, alle zone turistiche dove la speculazione delle seconde case colpisce contemporaneamente qualità ambientale e della vita per i residenti.

Città compatta e tutela del territorio

Tutto quanto detto al paragrafo precedente, a ben vedere, riguarda in genere una idea di città futura e di qualità complessiva dell’insediamento. Potrebbe però apparire abbastanza declamatorio parlare di sostenibilità senza toccare un tema centrale come il contenimento del consumo di suolo. Il documento programmatico del Labour è dedicato specificamente alla casa e dunque non si è ritenuto di esplicitare in capitoli o sezioni apposite questo tema, che però sottotraccia emerge chiarissimo, a partire da affermazioni come questa: “le nuove costruzioni rappresentano comunque solo una piccolissima parte delle abitazioni. Sono quelle già esistenti, e destinate ad esistere probabilmente per secoli coi ritmi attuali di sostituzione, ad essere al centro dell’interesse per un utilizzo migliore, interventi di miglioramento, gestione diversa”.

In termini generali, si introduce così il tema delle aree già urbanizzate, delle infrastrutture esistenti, la classica diatriba fra sostenitori di un approccio in stile new town e l’assai più realistica centralità delle densificazioni locali, del riuso edilizio e urbanistico, della modernizzazione e ristrutturazione anziché sola ricerca di nuovi spazi.

Una strategia di riuso a scala vasta ha come premessa un censimento delle abitazioni esistenti e dell’uso attuale, degli appartamenti sfitti, o sottoutilizzati, degli usi impropri o abusi.

Certo non è il caso di intervenire in modo poliziesco esclusivo e privilegiato nel sistema delle assegnazioni di case pubbliche in base a requisiti familiari e di reddito (grandi superfici con pochissimi abitanti, cessazioni di effettivo diritto per uscita dalle fasce protette, casi di abusivismo), ma è certo che il sistema delle assegnazioni, degli affitti privati convenzionati, va rivisto nei metodi e nel controllo, per ritornare a far svolgere alle case popolari davvero il proprio ruolo.

Del resto in una logica di interventi coordinati anche la mobilità degli inquilini potrebbe uscire dalla sola alternativa fra godimento di un diritto ed esclusione, aprendo incentivi a passaggi intermedi e miglioramento delle proprie condizioni abitative.

A partire dalla riqualificazione integrata del vecchi complessi monoclasse, da riarticolare sia fisicamente che nelle modalità di assegnazione. Questo dell’intervento sui complessi di case popolari esistenti introduce in senso proprio l’altro tema generale, ovvero il privilegiare le zone urbane esistenti, risparmiando per quanto possibile aree agricole, di greenbelt, e in genere superfici aperte.

In nome della realizzazione di case economiche, e spesso sulla spinta di interessi speculativi dei costruttori, si finisce spesso per introdurre varianti nei piani, dove aree libere diventano urbane, magari lontano dai nodi di servizio e infrastrutturali, penalizzando così sia l’ambiente che gli abitanti. Secondo i laburisti (e direi secondo chiunque sia minimamente attento a questi temi) occorre invertire la rotta indicata dal governo attuale, che non privilegia più il recupero delle aree dismesse, anche coinvolgendo in modo coordinato vari operatori pubblici, privati, cooperativi.

Immaginiamoci: siete un ministro responsabile per l’edilizia e le trasformazioni territoriali di uno stato pieno di problemi urbani, primo fra tutti quello dello slum terrificante che tutto ingoia, quello africano tremendo, che popola gli incubi di chiunque se ne sia occupato anche solo per un istante. E che fate, dalla vostra poltrona ministeriale? Un grande piano, naturalmente, come si addice al ruolo.

Eccolo qui, il grande piano per “risolvere il problema dello slum”: basta non parlarne più, e occuparsi d’altro. In certi paesi dominati dalla telecrazia rincoglionita, la tecnica consiste nello sventolare chiappe o terrificanti delitti nazionalpopolari, invece di parlare di cose normali, tipo problemi, anche cose positive, perché no?

In Africa a quanto pare funziona ancora il metodo magico, di evocazione degli spiriti ancestrali, gli animali della savana. Ognuno ha le veline che si merita insomma.

Il nostro ministro, che per la cronaca si chiama Daniel Wani (così se lo incontrate per strada vi complimentate per il paradossale senso dell’umorismo), sta seduto sulla sua poltrona in Sudan, e ha inventato l’urbanistica magico-bestiale, commissionando a qualche gran burlone come lui il grande piano di risanamento virtuale dello slum. Sotto forma, evidentemente classicissima per i pataccari che si rispettano, di new town.

Nove città nove, sparse in tutta la fascia meridionale del paese, ciascuna a breve distanza dal sopracitato slum (forse per vedere meglio la differenza), e ciascuna, secondo i calcoli degli economisti, con un costo che assomma a cinque o sei volte l’intero bilancio nazionale.

Bestiale! E bestiale soprattutto per la forma che questa bella pensata assume, appunto a evocare magicamente gli spiriti sacri della savana in forma di lottizzazione, destinazioni d’uso, eleganti viali che seguono le linee di qualche ciclopico guizzante selvaggio muscolo pronto a spingere la nazione tutta verso un luminoso futuro.

Basta guardare le tavole, con tanto di “piano regionale” e studio di maggiore dettaglio, o addirittura di Area Protetta (leggere per credere) in mezzo alle gambe della giraffa. Sarà perché la guardano anche i bambini?

Se vuoi capirci qualcosa c’è sempre un metodo infallibile: segui i soldi. Lo consigliava ai giornalisti d’inchiesta in Tutti gli Uomini del Presidente l’infiltrato anonimo Gola Profonda, ed è ovviamente lo strumento principale per iniziare a leggere le intenzioni di qualunque decisore, oltre le chiacchiere sui grandi principi ispiratori e le dichiarazioni sugli obiettivi strategici.

Dopo gli incendi di Tottenham, seguiti da disordini assai più gravi in altri quartieri e città britanniche, politici e stampa hanno fatto a gara per chi arriva prima a capire e spiegare in tutto o in parte ciò che sta accadendo. Il pensiero progressista (o sedicente tale, chissà) a sottolineare le radici tutte sociali ed economiche della rivolta, da cercare nell’emarginazione dei giovani cittadini e nell’assenza di prospettive future. Quello conservatore a ribadire ostinato: a) non esiste alcuna giustificazione economica e/o sociale a comportamenti illegali, perché b) i cittadini hanno già gli strumenti adeguati per esprimere le proprie domande e trovare adeguata risposta pubblica. Saltiamo a piè pari, qui, la terza posizione di quelli che in pratica si limitano a usare strumentalmente il fatto contingente delle rivolte britanniche in discutibili per quanto legittime proiezioni globali, vuoi sul tema dello slum, che della crescita economica diseguale, che della crisi o attualità del multiculturalismo.

Follow the Money! Si diceva. Fra i principali bracci armati del progetto di Big Society che ha portato David Cameron alla carica di primo ministro dopo lustri di predominio laburista, spicca sicuramente Eric Pickles, titolare del ministero delle Aree Urbane responsabile per le amministrazioni locali, il decentramento, la pianificazione territoriale e urbanistica, la rigenerazione e tante altre cose. Fra i suoi primissimi gesti di governo se ne possono ricordare uno grosso e uno piccolo, entrambi assai significativi: l’abolizione degli enti regionali, l’introduzione degli spazi urbani condivisi. Il primo per affermare una specie di leghismo al contrario (insomma l’odio ideologico per tutto quanto evochi specificità non strettamente locale) ha messo in grossa difficoltà programmi territoriali come quello della realizzazione di case. Il secondo per affermare il principio della cosiddetta strada completa, ovvero la non segregazione del traffico e delle funzioni urbane, ha creato e crea guai a automobilisti, pedoni, e soprattutto fasce deboli, dai portatori di disabilità a bambini, anziani ecc. È Pickles con suo Localism Bill e la “semplificazione” in corso della Planning Policy a dare senso concreto al cosiddetto conferimento diretto di poteri al cittadino alla base della cameroniana Big Society.

È Pickles ad aver approvato urgentemente il pacchetto di interventi sui quartieri colpiti dai comportamenti di “criminalità comune” delle rivolte di questi giorni. Follow the Money!

Una nota ministeriale dell’11 agosto 2011 descrive gli stanziamenti: oltre 11 milioni di euro per sostenere i costi delle amministrazioni locali nel ripulire, ripristinare, rendere accessibili e sicuri quartieri e strutture varie; circa 23 milioni di euro per un “programma mirato alle arterie commerciali” per ricostruzioni promozione e rilancio degli esercizi; ulteriori stanziamenti per sostegno a eventuali esenzioni fiscali locali, imprese in difficoltà, famiglie provvisoriamente prive di alloggio come conseguenza dei danni delle rivolte. Tutto condivisibile, no? Parrebbe proprio un adeguato pacchetto di interventi di emergenza per riparare ai danni, ma manca qualcosa. Mancano le dichiarazioni con cui il Ministero accompagna il decreto, ad esempio quelle del sottosegretario alla casa Grant Shapps: “ Chi in questi ultimi giorni ha partecipato alle rivolte e ai saccheggi deve sapere che le sue azioni avranno delle conseguenze. E ascoltare con attenzione quello che dico: se abitate in una casa popolare e si scopre che avete partecipato alle rivolte, la vostra follia di un momento può avere effetti devastanti per il resto della vita. Le case popolari rappresentano una risorsa preziosa, i lavoratori contribuenti che contribuiscono a sostenerle si stanno giustamente chiedendo se chi ha partecipato a saccheggi e distruzioni debba poterne godere”.

Hai sgarrato amico, e hai chiuso. A parte il linguaggio da film, più o meno il messaggio si potrebbe proprio tradurre così, e chiarisce molto meglio le intenzioni di Cameron, o le letture dei commentatori di centrodestra: bisogna estirpare dai quartieri la feccia di lazzaroni disadattati per mestiere, e lasciarci solo i cittadini meritevoli. Ancora tutto Ok se si trattasse appunto di una operazione di polizia, ma questa è una politica urbana, una specie di intervento straordinario per la riqualificazione integrata, lo si potrebbe pure definire. A colpi di minacce e arresti di massa? Pare di si. E poi a colpi di investimenti per il rilancio delle attività economiche, nonché delle famiglie che le gestiscono. Sparito il cittadino, a quanto pare, resta il contribuente. L’esatto complemento, non a caso, del consumatore coatto ben definito nel contesto specifico da Zygmunt Bauman.

È questa la decantata Big Society in cui pian piano in una specie di radiosa anarchia postmoderna il governo e la politica organizzata si ritirano dalla vita quotidiana lasciando spazio agli individui, portatori attivi di bisogni e diritti? Parrebbe proprio di sì, ad esempio se si accosta questo specifico caso a tanti altri piccoli segnali che gli ultimi tempi confermano, a partire per esempio dalle tragicomiche ma significative ordinanze dei sindaci italiani di qualche estate fa. Ed è davvero in buona parte un’idea di società squisitamente reazionaria, specie se paragonata al concetto da cui con poco rispetto ha preso a prestito il nome, la post-rooseveltiana Great Society delineata da Lyndon Johnson negli anni ’60 del secolo scorso, giusto quando i genitori di David Cameron devono aver deciso di mettere al mondo il futuro grande leader.

Great Society significava integrazione nel cosiddetto percorso del sogno americano anche di chi ne era tradizionalmente escluso, ovvero le minoranze razziali urbane dei ghetti, che la sola liberazione dalla schiavitù e inserimento nel mercato del lavoro dopo alcune generazioni evidenziava un sostanziale fallimento in tale senso. Da qui programmi specifici come il programma Model Cities, significativamente varato nel 1966: l’anno successivo alla rivolta metropolitana di Los Angeles/Watts, e guarda un po’ l’anno di nascita di David Cameron. Model Cities come ci si può facilmente immaginare non era niente di comunista o rivoluzionario, solo mirava (in un modo simile a quanto succede ora con i programmi per le città sostenibili ad esempio) al coordinamento degli interventi territoriali delle varie agenzie, per far sì che ad esempio la riqualificazione urbana pur nel segno della classica demolizione e ricostruzione di solito nelle forme razionaliste poi diventate simbolo di fallimento (vedi la famosa demolizione anni ’70 delle case Pruit-Igoe di St. Louis) si accompagnasse da una lato a interventi sociali di animazione e formazione, dall’altro ad attivare processi democratici partecipativi. Soprattutto, il programma si rivolgeva a un universo di cittadini, aveva come obiettivo la comunità, la sua costruzione e mantenimento. Non pensava al mondo come a un luogo dove si lavora, si produce reddito, si consuma, e basta. Dove al massimo c’è qualche casta di predestinati, cooptati, miracolati, che chissà perché svettano au dessus de la mêlée.

Come sostiene Jane Jacobs in una delle sue opere meno conosciute in Europa, Dark Age Ahead (Random House 2004), uno dei fattori che conducono fatalmente al crollo di una civiltà, alla cancellazione totale delle sue conoscenze traguardi e consapevolezze, e a secoli oscuri da cui non si sa chi e come potrà uscire, è appunto il crollo della comunità. Fatta di integrazione e cooperazione quotidiana fra individui, nuclei familiari, conoscenze diffuse, sulla base di beni comuni, spirito di condivisione, istituzioni democratiche, e anche infrastrutture fisiche che sono base e prodotto di questo complesso di relazioni. Dove, soprattutto, ammucchiare grandi e piccole entità di quattrini e potere è al massimo uno strumento, non un fine in sé e per sé. E dove qualsiasi politico che in un quartiere vede solo file di negozi, al massimo con sopra la casa del proprietario e di fianco quella dei clienti, si auto classifica come imbecille. Follow The Money! Guardate dove investono, i grandi decisori, e capirete cos’hanno davvero in mente: loro, o chi li manovra.

La parolina magica non manca mai, nella efficace pubblicistica sempliciona e ahimè spesso vincente dei grandi studi di architettura. Stavolta si chiama Earthscraper, letteralmente gratta-terra, un grattacielo che come il proverbiale calzino sporco viene miracolosamente rivoltato e transustanziato. Sparisce nel sottosuolo, invisibile sullo skyline (ma piuttosto vistoso nello earthline, verrebbe da dire, no?), acquattato come una gigantesca patata nei meandri sotterranei della metropoli.

La proposta è dello studio BNKR Arquitectura per il centro storico di Città del Messico, e si presenta come versione tecnologicamente avanzata e a impatto zero, nientepopodimeno, di un classico locale come la piramide azteca (facile immaginarsi altri che alla piramide azteca sostituiscono, a piacere, la cattedrale gotica, la pagoda buddista ecc.). Come sempre succede in questi casi le immagini sono abbastanza carine, con le cascate di verde che spariscono giù verso il centro della terra anziché inerpicarsi verso il cielo, delicati riflessi di vetro e acciaio, le solite piccole sagome umane a ricordarci che là dentro poi ci dovrà pur stare qualcuno a far qualcosa.

Ma poi, con un piccolo sforzo, proviamo a staccarci da quell’immagine e a evocarne altre, in una qualunque delle nostre città e centri storici. Ad esempio gli autosilo proliferati dopo la legge nazionale sui parcheggi, che quasi ovunque hanno trasformato ex piazze o giardini in caricature semidesertiche, magari con qualche vecchietto nostalgico e inconsapevole che ancora si aggira lì attorno spazialmente smarrito, alla ricerca del tempo perduto panchina inclusa. Tanto per fare un esempio famoso, pensiamo al parcheggio sotterraneo di Sant’Ambrogio a Milano, eredità del centrodestra morattiano lasciata come patata a orologeria tra le mani della giunta Pisapia: dove sono finiti i luccichii dello Earthscraper, dalle parti della pusterla e della basilica romanica? Probabilmente lì luccicano solo i conti correnti degli speculatori. Altrove, spesso, pure.

Allora lasciamo che le sognanti prospettive dello studio BNKR Arquitectura facciano il loro mestiere di cartellone pubblicitario degli interessi immobiliari, cercando di rispondere nel modo più equilibrato e propositivo: posto che davvero sia tecnicamente possibile realizzare giganteschi lavori (80.000 mq di uffici!!) rispettando gli spazi storici, e farlo anche con cantieri gestiti ragionevolmente, poi che ne sarà dei flussi di traffico generati dalla patata-edificio? Gli evocativi renderings al solito evocano un mondo simile a quello delle casalinghe pubblicitarie quando ripuliscono luride stanze enormi con pochi gesti, senza dismettere il sorriso e i tacchi a spillo. Oppure quelle famigliole che si abbuffano di grassi e carboidrati fast-food sugli schermi televisivi, mantenendo chissà come un invidiabile peso forma. Il nostro mestiere dovrebbe essere invece quello di provare a digerirla, la patatona, ponendo domande adeguate ai promotori nascosti dietro gli studi archistar.

QUI una rassegna di immagini dello Earthscraper messicano

Circuito di Buronzo (Vc)

Su queste pagine abbiamo già proposto, tempo fa, una serie di immagini aeree dello sprawl di Christoph Gielen, e quindi non vale la pena di riprodurre la traduzione italiana dell’articolo con cui stavolta Mattew Knight della CNN descrive le intenzioni dell’artista, le sue prospettive critiche, le specifiche tecniche di ripresa.

Vale solo tornare, ancora sulla potenza delle immagini, che ci fanno apparire per quello che siamo, o perlomeno per quello che siamo da punto di vista di chi ci ha ficcati dentro a quella gabbia: cavie da laboratorio, in cui lo scopo dell’esperimento non è scientifico, ma di spietata mungitura: dei nostri soldi, del nostro cervello, e en passant anche delle risorse del pianeta.

Qui il LINK alla presentazione completa allegata all’articolo sul sito della CNN (f.b.)

GoogleEarth è un inaspettato strumento di conoscenza, consente di andare a sbirciare un po’ ovunque e farsi delle idee. E chissà se ai nostri eroi della modernizzazione stile anni ’60 (da Gassmann che sorpassa e compagnia bella) piacerebbero queste immagini, di autentico “sviluppo del territorio” inteso come nucleo centrale di qualunque produzione di ricchezza, più gru si vedono più c’è da stare felici.

L’idea di sbirciare in un angolino del suo paese alla ricerca di qualcosa di particolare è venuta al giornalista del Boston Globe Alan Taylor, dopo aver letto l’ennesimo articolo sulla recessione, i pignoramenti, i proprietari costretti a restituire la casa alla banca e lasciare i quartieri vuoti.

A volte, quei quartieri non sono neppure terminati, solo linee strampalate tracciate sulla nuda terra, un po’ di asfalto su rotatorie dove nessuno farà mai inversione, e poco altro.

Il posto è la Florida, da sempre paradiso dei costruttori e immobiliaristi, un po’ come una versione vitaminizzata di certe coste del Mediterraneo. E adesso? Niente paura, ci sarà sempre qualcuno pronto a mostrare, tabelline alla mano, che va tutto bene, madama la marchesa.

Per adesso, però, si può guardare e provare a farsi un’idea diversa. Fatelo, quelle che abbiamo inserito qui sono pallide sembianze di ciò che GoogleEarth rivela.

Poi, solo poi, rileggersi le lodi dello sprawl come modello ideale di sviluppo per tutta la famiglia, ad esempio nella lunghissima serie di articoli del suo paladino Joel Kotkin.

Rubiamo il bel titolo di un libro di Vezio De Lucia per presentare queste inquietanti immagini di Singapore. Sono immagini raccolte dalla rete e montate in un power point da Stefano Fatarella.

Ci sembra che rappresentino con efficacia un pezzo di quella “infrastruttura globale” descritta da Saskia Sassen: l’insieme delle reti tecnologiche, dei luoghi eccellenti, delle attrezzature di livello mondiale che garantiscono la vita e le attività dei gruppi sociali che detengono il potere.

Una delle due componenti essenziali della ”città globale”, la cui seconda componente è rappresentata dai flussi dei popoli e dei gruppi sociali che la miseria ha “liberato” dalla possibilità di risiedere nei luoghi della loro origine, proseguendovi le attività tradizionali, e ha ridotto così a mera forza lavoro disponibile, e perciò sono idonei a essere utilizzati nei luoghi dove è più opportuno sfruttarne il basso costo.

E nemmeno a Singapore è tutto oro ciò che luccica ...

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