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«Priorità ai più vulnerabili (minori non accompagnati, vittime di tratta e sfruttamento); ma attenzione anche ai figli dei migranti di prima generazione: possono essere il cemento per una matura società multiculturale».

il manifesto, 11 ottobre 2016

«Il dovere morale dell’accoglienza» di chi fugge dalle emergenze umanitarie, in memoria dei 24 milioni di italiani emigrati negli scorsi due secoli: questo il Manifesto dei sindaci italiani per l’accoglienza firmato dal presidente Anci e sindaco di Bari Antonio Decaro, dal presidente del Consiglio Nazionale Anci e sindaco di Catania Enzo Bianco e, tra gli altri, dai colleghi di Milano, Firenze, Roma, Napoli, Palermo e Lampedusa.

Il documento è stato siglato ieri in Vaticano, a conclusione della due giorni di incontri tra 80 sindaci europei sull’immigrazione, promosso dalla Pontificia Accademia delle Scienze. Il summit si è svolto 48 ore dopo l’approvazione a Bruxelles, da parte del Comitato delle Regioni, del parere di Enzo Bianco sulla revisione delle regole di Dublino. No a un’Europa che rifiuta di affrontare in maniera strutturale le politiche sui migranti e basta alla logica dell’emergenza i punti da cui i sindaci sono partiti.

Occorrono «corridoi umanitari e programmi di reinsediamento – si legge nel manifesto – che permettano a chi fugge di raggiungere i nostri territori senza mettere a repentaglio la vita e senza arricchire i trafficanti. Oggi il 98% delle persone in fuga sono accolte fuori dai confini dell’Ue». I comuni chiedono una distribuzione «diffusa, per piccoli numeri, proporzionati alla popolazione residente. Sono questi fattori che permettono ai sindaci di essere costruttori di ponti e non di muri».

Priorità ai più vulnerabili (minori non accompagnati, vittime di tratta e sfruttamento) ma attenzione anche ai figli dei migranti di prima generazione: «Possono essere il cemento per una matura società multiculturale. Oppure, al contrario, diventare il punto di rottura per la convivenza di ragazzi con gli stessi bisogni ma con diritti e possibilità nettamente diversi». Infine, il documento chiede di riconoscere che le politiche economiche occidentali sono una delle cause delle crisi e quindi delle fughe. «Lavoriamo tutti con decisione perché nessuno sia escluso dall’effettivo riconoscimento dei diritti fondamentali della persona umana» ha scritto il papa via twitter.

LIl Fatto Quotidiano, 11 dicembre 2016

Quella frase l’ha ripetuta sei volte. In radio, in tv e sui giornali. Ed era una frase bella. Semplice. Rivoluzionaria. Era uno schiaffo in faccia alla vecchia politica. Era un concetto altruista e generoso.

Oggi, però, sappiamo che era fasullo. Matteo Renzi non lascia la testa del Partito democratico. «Se perdo troveranno un altro premier e un altro segretario», aveva scandito davanti alle telecamere di Virus. «Se non passa il referendum la mia carriera politica finisce. «Vado a fare altro», aveva garantito a Radio Capital. «Io non sono come gli altri», aveva giurato al Messaggero. «Torno a fare il libero cittadino», aveva confermato a un Bruno Vespa troppo navigato per non essere perplesso.

Così, mentre nel nome di Renzi l’Italia prova a darsi un nuovo governo, sui taccuini dei cronisti resta solo quel crescendo rossiniano di promesse e spacconate destinato a segnare per sempre la sua carriera e le nostre vite.

Eppure, anche noi ci avevamo sperato. Dopo aver raccontato a una a una le contraddizioni di un presidente del Consiglio nato rottamatore e adesso destinato a morire restauratore, Renzi ci era piaciuto quando aveva affrontato a viso aperto la sconfitta. Il suo bel discorso d’addio a Palazzo Chigi di domenica 4 dicembre ci era sembrato il trampolino per un possibile riscatto. Quando avevamo letto i retroscena del giorno dopo, conditi da frasi che raccontavano i suoi dubbi e la sua voglia di lasciare, ci eravamo detti: “Dai, per una volta sorprendi tutti, prenditi davvero un anno sabbatico. Parti! Vai in giro! Scopri quell’Italia che non hai voluto e saputo vedere”. Pensavamo, o meglio ci illudevamo, che il molto sangue democristiano che scorre nelle vene dell’uomo di Rignano potesse portarlo a rileggere la storia di Amintore Fanfani, il Rieccolo di montanelliana memoria.

Renzi alla fine lo ha fatto. Ma ha sbagliato parte della biografia. Ha saltato a piè pari le pagine in cui si racconta come nel 1959 Fanfani, logorato dalla minoranza interna, si dimette da presidente del Consiglio e da segretario per tornare sulla scena, dopo mesi di auto-esilio e solitudine, non appena muore il governo Tambroni (appoggiato dal Msi). È in quel momento che Fanfani, assieme ad Aldo Moro inventa di fatto il centrosinistra e dà il via a una lunga stagione di produttive riforme: la scuola media, l’aumento delle pensioni, l’autostrada del sole, la Rai educativa e tanto altro. Poi c’è il secondo Fanfani. Quello a cui Renzi s’ispira.

C’è la parte di biografia che andrebbe bruciata e che invece Matteo, il giovane vecchio, divora. C’è il Fanfani che perde il referendum sul divorzio di 20 punti. Che crede di poter capitalizzare il 40 per cento ottenuto e che invece alle Amministrative del 1975 subisce una nuova débâcle. Una sconfitta che lo costringe ad abbandonare la segreteria.

Ovvio, la storia non si ripete mai uguale a se stessa. Renzi non è Fanfani. Nessuno per ora lo chiama il Rieccolo. In molti invece lo definiscono il Bomba. È un peccato, però. Perché quel nomignolo cattivo, nato dalle troppe promesse non mantenute, poteva essere spazzato via di colpo con le doppie dimissioni: da premier e da segretario.

E invece resterà. Accantonato per sempre nell’archivio dei nostri ricordi assieme all’illusione di una politica finalmente in grado di cambiare verso.

Postilletta
E tornerà anche al Governo, travestito da Gentiloni Silveri
E' una realtà molto triste quella di un popolo che ha bisogno di prefetti di ferro per risolvere i problemi che la comprensione e la solidarietà dovrebbero essere capaci di risolvere e che la politica dovrebbe aver risolto ancora prima combattendo lo sfruttamento dei popoli lontani.

La Repubblica, 8 dicembre
«Siamo pronti ad abbattere muri e barricate. Le circolari sono scritte, i prefetti allertati. Non è più accettabile che alcuni comuni si sobbarchino il peso dell’emergenza, mentre tanti altri se ne lavino le mani». Il Viminale va alla “guerra” dell’accoglienza. Parte infatti il nuovo Piano nazionale di distribuzione dei migranti. L’obiettivo? Costringere i 5.400 sindaci che non ospitano nessuno a fare la propria parte.

Le città che già accolgono saranno “salve”, tutte le altre riceveranno con gare prefettizie 3 migranti ogni mille abitanti. Non solo. I prefetti, dopo aver verificato l’indisponibilità di strutture pubbliche, potranno requisire anche immobili privati. «Ma saranno casi eccezionali».

Oggi in Italia sono 2.600 su 8.000 i sindaci che ospitano migranti, con gare gestite dai prefetti. E di questi, meno di mille sono i virtuosi che volontariamente aderiscono alla rete Sprar d’accoglienza diffusa. Una situazione, che cozza contro i numeri del 2016: 174.603 i migranti già sbarcati sulle nostre coste (quasi solo africani), ben più dello scorso anno (quando alla fine se ne contarono 153mila), ma anche più di tutti quelli arrivati nel corso dell’intero 2014 (anno record con 170.100 sbarchi). Boom pure di minori stranieri non accompagnati: sono già oltre 24mila (l’anno scorso erano stati 12mila). Fermi al palo invece i ricollocamenti in altri Paesi Ue (solo 1.803 i migranti trasferiti dall’Italia). E così oggi il nostro Paese si trova a gestire 175.143 rifugiati tra centri governativi (15mila), strutture temporanee (136.818) e comuni che aderiscono allo Sprar (23mila).

In prima fila resta la Lombardia, seguono Lazio, Veneto, Piemonte, Campania e Sicilia. «Ma mentre la situazione a livello regionale è abbastanza equilibrata — precisano al Viminale — è all’interno delle singole regioni che ci sono troppe disparità tra comuni che fanno molto e altri che non fanno niente». Un esempio è in Veneto, dove ben 250 sindaci non accolgono nessuno. Per questo è pronto ora a partire il nuovo Piano nazionale d’accoglienza, siglato tra Anci e ministero dell’Interno.

Il via libera tecnico è stato dato ieri mattina a Roma, durante la celebrazione di Sant’Ambrogio, patrono del corpo prefettizio. «Prevedendo la reazione di alcune comunità locali, strumentalizzate dalle solite forze politiche — confidano al Viminale — si è deciso di aspettare il dopo-referendum ». Ora, nonostante la crisi di governo, si parte. Come funzionerà il Piano? Già sono pronte le circolari ministeriali e sono previste anche video-conferenze tra prefetti, sindaci e Viminale. Le città che già accolgono non vedranno piombare sul loro territorio altri migranti, tutte le altre invece saranno oggetto di gare prefettizie e dovranno prepararsi ad accogliere 3 rifugiati ogni mille abitanti. La quota prevista originariamente di 2,5 ogni mille è stata infatti rivista al rialzo, dopo i flussi migratori record degli ultimi mesi. Le grandi città metropolitane, già sotto pressione in quanto snodi di transito per tanti migranti diretti verso il Nord Europa, saranno invece alleggerite: 1,5 migranti ogni mille abitanti. In compenso, i comuni virtuosi riceveranno come incentivo uno stanziamento di 500 euro per ogni migrante ospitato.

Insomma tutto poggerà su gare pubbliche gestite dai prefetti, di fronte ai quali i sindaci che finora si sono chiamati fuori dall’emergenza dovranno piegarsi. Requisizione di immobili privati non sono previste, se non come extrema ratio, dopo che i prefetti abbiano verificato l’indisponibilità di strutture pubbliche.

«È indubbio che questo referendum ha ulteriormente marcato l’impronta “personale” del PD. Convertendolo, in modo deciso e decisivo, nel PdR. Il Partito di Renzi».

La Repubblica, 6 dicembre 2016, con postilla

Il referendum costituzionale, alla fine, si è tradotto in un referendum su Renzi, secondo le intenzioni dello stesso premier. Ma il risultato ha travolto anche lui, insieme alla riforma costituzionale. D’altronde, è una questione di “misure”. E la “misura” assunta dal No è al di là di ogni aspettativa.
I sondaggi, questa volta, non hanno sbagliato, sull’esito. Ma, appunto, sulle “misure”. Infatti, tutti i principali istituti demoscopici avevano previsto il successo del No, segnalando, però, un’ampia area di incerti, che avrebbe potuto rendere possibile perfino il sorpasso del Sì. Invece, il No si è imposto nettamente. E ha prodotto conseguenze immediate, anzitutto sul governo.

D’altronde, 6 italiani su 10 hanno votato contro la riforma, ma, anzitutto, contro Renzi. Troppi per non provocare le dimissioni immediate del Premier. Puntualmente rassegnate un’ora dopo la chiusura delle urne. Perché il significato “politico” del voto è indubbio. Sottolineato, anzitutto, dall’ampiezza della partecipazione elettorale. Quasi il 70%, in ambito nazionale. Molto più elevata rispetto ai precedenti referendum costituzionali. Infatti, nel 2001 l’affluenza si era fermata al 34%, mentre nel 2006 era, comunque, distante dal livello raggiunto in questa occasione: 54%. Così è probabile, come si era già osservato, che il Sì abbia intercettato il consenso di larga parte degli elettori del PD. Anche se non di tutti. Nel complesso, intorno all’85%. Più di quanto venga rilevato dall’Istituto Cattaneo, che però utilizza un metodo diverso e fa riferimento al voto in alcune città alle elezioni politiche del 2013. Mentre il sondaggio condotto domenica da Quorum per Sky offre stime coerenti con il nostro.
D’altronde, è indubbio che questo referendum abbia ulteriormente marcato l’impronta “personale” del PD. Convertendolo, in modo deciso e decisivo, nel PdR. Il Partito di Renzi. Che ora potrebbe indebolirsi, se non destrutturarsi. Producendo una nuova svolta rispetto alla tradizione e alla geografia elettorale del dopoguerra. Quando la DC, prima, e il Centro-destra Forza-leghista (come lo definì Edmondo Berselli), poi, apparivano radicati nel Nord Est e nella provincia del Nord. Mentre la Sinistra delineava una sorta di “Lega di Centro”, ancorata nei territori della (cosiddetta) “zona rossa”. Ma il M5s, alle elezioni politiche del 2013, e il PdR, alle europee del 2014, hanno assunto una distribuzione “nazionale” dei consensi. In questa occasione, però, la storia “regionale” del voto, in Italia, sembra riemergere (come ha osservato Antonio Gesualdi). Visto che le poche province dove ha prevalso il Sì sono, appunto, localizzate “al centro” dell’antica zona rossa. Al centro del Centro. Soprattutto in Toscana. Perché, come ha rilevato ancora l’Istituto Cattaneo, “alla mobilitazione degli elettori per il No si è sommata una relativamente maggiore mobilitazione degli elettori per il Sì”.
Eppure anche in questo caso il segno del cambiamento si conferma. Anzitutto, perché la base fedele alle indicazioni di Renzi appare ridotta. Al “cuore rosso” (come lo ha definito Francesco Ramella) della zona rossa. Nel complesso: una decina di province all’incrocio fra Emilia Romagna e Toscana. Mentre in Umbria e nelle Marche - le altre “regioni rosse” - il No appare dovunque maggioritario. Come, peraltro, in altre importanti province toscane: Grosseto, Livorno, Lucca, Massa Carrara. E dell’Emilia Romagna: Ferrara, Parma, Rimini, Piacenza.
Così oggi il PdR appare minoritario. Fra gli elettori e ancor più sul piano territoriale. D’altronde, il grado di fiducia nei confronti di Renzi, rilevato da Demos due settimane fa, coincide con il risultato raggiunto dal Sì: 41%. Pressoché uguale il dato relativo alla fiducia nel governo. Una coincidenza, forse, casuale. Ma non troppo. Soprattutto se riproduce – in diversa misura – la distribuzione territoriale: del voto e dell’affluenza. Elevata nel Centro-Nord. Bassa nel Mezzogiorno. Dove la differenza rispetto alle europee del 2014, il momento di maggiore affermazione per il PD e per Renzi, appare molto ampia. Segno evidente del significato attribuito al voto da alcuni ambienti (in)sofferenti verso il Premier e il suo governo. Il Mezzogiorno, appunto. Scosso dalla crisi. Ma anche i giovani. I più convinti del significato (anti) “personale” del referendum. I giovani: in cerca di futuro. In fuga dall’Italia.
Questi appunti segnalano i problemi “politici” incombenti.
Per il PD e per Renzi anzitutto. Dunque, per il PdR. Che è stato sconfitto e dubito che possa “riprodursi” com’è adesso. Ma difficilmente potrà, comunque, tornare ad essere il PD. Cioè, il partito di prima. Perché, ormai, è un “Partito del Capo”, inserito in una “Democrazia del Leader” (per echeggiare le formule coniate da Fabio Bordignon e Mauro Calise). Ma non è chiaro chi e come lo possa “soccorrere”. Mentre non si vedono altri leader, altri Capi credibili, nel PD. E fuori. Dopo Renzi. Oltre a Renzi.
Le altre forze politiche dovranno, a loro volta, trovare una missione. Autonoma. Oltre l’antipolitica, interpretata e intercettata - con efficacia - dal M5s. Oltre il berlusconismo senza Berlusconi, tentato senza convinzione da Forza Italia. Mentre la Ligue Nationale di Salvini dovrà, infine, sperimentare la propria reale capacità di attrazione “oltre i confini del Nord” e del Nordismo. Per candidarsi alla leadership della Destra. E del Paese. Tuttavia, nel Fronte del No, non è possibile individuare nuovi motivi di “coalizione”, dopo il referendum. Oltre l’antirenzismo.
È, dunque, lecito attendersi una stagione - non breve – di instabilità. Perché questo Paese, oggi, appare senza leadership. Senza colori. E senza Un Nemico. Ma con un Bicameralismo e con un Senato solidi. Destinati a durare a lungo.

postilla
Nel commentare il risultato - e l'area del successo del PdR - rileverei che si tratta delle province dove è più forte la connessione storica di quel partito con la realtà economica che una volta era definita i "ceti medi produttivi" e che oggi è diventato un segmento del sistema globale del potere finanziario/immobiliare.
Aggiungo che continuare a definire il M5S solo l'«interprete e intercettatore dell'antipolitica», quindi per ciò stesso incapace di costituire un'alternativa al PdR, significa non aver compreso che la parte maggioritaria dell'elettorato non è contrario alla politica in sè (quella con l'iniziale maiuscola, alla quale si è riferito per esempio papa Francesco), ma la meschina, dannosa e obsoleta
politiquepoliticienne di cui il Capo Renzi è pienamente rappresentativo. (e.s.)

La sconfitta al Referendum costituzionale. I commenti di Aldo Cazzullo, Goffredo De Marchis e Antonio Padellaro. , 5 dicembre 2016 (m.p.r.)


Corriere della Sera

GLI ERRORI DEL LEADER

di Aldo Cazzullo

E alla fine Matteo Renzi si ritrovò come in una vecchia puntata del Costanzo Show: solo contro tutti. A duellare con Zagrebelsky e con De Mita, a sfidare invano Grillo e D’Alema; se Maciste si fosse schierato per il no, avremmo visto Renzi contro Maciste. Da Napolitano aveva ottenuto l’incarico di governo dietro l’impegno di fare le riforme istituzionali, riportando al tavolo Berlusconi, ricompattando il partito democratico, ridimensionando Grillo. Invece Berlusconi si è sfilato dall’accordo - come ha sempre fatto da quando è in politica -, la sinistra Pd dopo aver detto per sei volte sì in Parlamento ha sostenuto il no, e Grillo non è mai stato così forte. Missione incompiuta, anzi fallita, anche al di là dei suoi demeriti.

Non era impossibile prevederlo. Qualsiasi governo che abbia sottoposto la propria linea agli elettori si è sentito rispondere no, in qualsiasi contesto e latitudine, da Londra a Bogotà a Budapest. L’errore di Renzi non è stato soltanto personalizzare il referendum sulle «sue» riforme; è stato proprio farlo, o meglio chiederlo. Non è inutile ricordare che il referendum non era obbligatorio: la Costituzione non lo impone, lo consente qualora sia mancata la maggioranza dei due terzi e ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera, 500 mila elettori o cinque assemblee regionali. Renzi non ha atteso che fossero le opposizioni a sollecitare il responso popolare; l’ha sollecitato lui stesso, per sanare il vizio d’origine, il peccato originale di non aver mai vinto un’elezione politica. Ma un conto è difendere il proprio lavoro da forze contrapposte che ne chiedono la cancellazione; un altro conto è chiamare un plebiscito su se stessi.

Il presidente del Consiglio si è mosso come se il Paese fosse ancora quello del 41% alle Europee. Ha sopravvalutato il proprio consenso e ha sottovalutato il disagio sociale. Gli va riconosciuto il merito di aver tentato di restituire agli italiani fiducia nel loro Paese e nel futuro. Ma per tre anni ha ripetuto un solo discorso: l’Italia che torna a fare l’Italia, l’Italia che può fare meglio della Germania, l’Italia che diventa locomotiva d’Europa. Ha recitato un mantra che avrebbe dovuto essere supportato da una robusta ripresa economica; che non c’è. Renzi può rivendicare di aver riavviato la crescita, di aver trovato un Paese con il segno meno e di lasciarlo con il segno più. Ma all’evidenza non è sufficiente; o almeno questo è stato il responso della netta maggioranza degli italiani.

Gli va dato atto anche di aver riconosciuto subito la sconfitta. I discorsi di accettazione gli vengono bene: era già successo anche nel dicembre 2012, quando Bersani lo sconfisse alle primarie. La prospettiva del passo indietro tattico è superata dai fatti. Più realistica una traversata del deserto, che non sarà lunghissima - alla scadenza naturale della legislatura manca poco più di un anno - ma è certo irta di pericoli. Renzi può ancora cercare una rivincita. Ma dovrà mettersi in gioco almeno due volte. Prima nelle nuove, inevitabili primarie del Pd, che non saranno scontate come potevano apparire ancora poco tempo fa. E poi in elezioni politiche che non saranno risolutive come vagheggiava: «Voglio un sistema elettorale in cui la sera del voto si capisca chi ha vinto e chi ha perso», amava ripetere. Ma con il proporzionale vincono sempre quasi tutti, e quasi nessuno perde mai per davvero. Renzi ha ancora la forza di impedire un ritorno al passato? La collaborazione con Berlusconi è una carta di riserva che non è mai uscita davvero dal mazzo, o rappresenta una resa, da far gestire a qualcun altro?

Ci saranno giorni per discuterne. Chi sogna un Renzi addomesticato, riflessivo, quasi mansueto, non conosce il personaggio. Può cambiare strategia; non natura. Può ancora avere una chance; ma una fase si è chiusa definitivamente. Con una sconfitta. Non soltanto non è riuscito a prosciugare Grillo o a prendere i voti di Berlusconi; l’alta partecipazione al voto, che nelle previsioni avrebbe dovuto rafforzare il governo, segna anche un rigetto personale nei confronti del premier. Nella campagna referendaria Renzi ha tentato di tornare il rottamatore della casta; ma dopo tre anni di Palazzo Chigi non è risultato credibile.

Una cosa è certa: Grillo ha ragione di esultare; Berlusconi può rallegrarsi; ma la soddisfazione della sinistra Pd rischia di avere vista corta e breve durata. Gli oppositori di Renzi non hanno un vero leader, né un candidato pronto a sfidarlo. Sono uniti dal rancore personale verso l’usurpatore, e da poco altro. Alla fine hanno fatto miglior figura i Letta e i Prodi, che si sono espressi per il sì senza entusiasmo, rispetto ai Bersani e ai D’Alema, che si sono battuti per un no destinato a far cadere un governo di centrosinistra, in una fase in cui un vento di destra soffia su tutti i Paesi del mondo.

La Repubblica

LA SOLITUDINE DEL PREMIER «SOTTO ASSEDIO IO NON CI STO. PIUTTOSTO VIA DALLA POLITICA»
di Goffredo De Marchis

ROMA. La tentazione di mollare tutto, Palazzo Chigi e segreteria del Pd, tornare veramente a casa a Rignano, lasciare la politica come disse un anno fa nella conferenza stampa di fine anno lanciando la lunghissima campagna referendaria. Tensione al massimo, tutti pendono dalle labbra di Matteo Renzi. La parola tocca a lui, il resto della truppa ha il volto paonazzo di chi ha preso una brutta botta.
Renzi è chiuso nella sua stanza al primo piano della sede del governo. Ha rischiato e si è rotto l’osso del collo, come ama dire. L’aria è pesantissima e i dati sull’affluenza danno la reale dimensione di un capitombolo, lasciando intravedere la sentenza più inaspettata: «Se tante gente va a votare e vince il No, vuol dire che il Paese intende mandarmi a casa». Un responso elettorale, quindi, una rivolta contro di lui. E il Paese profondo non sta nelle condizioni sociali ed economiche immaginate dalla sua narrazione.

All’amico ritrovato Matteo Richetti, qualche giorno fa aveva confessato: «Sono stanco, stanchissimo». Non solo del lungo viaggio per l’Italia, delle notti in bianco, delle maratone in tv. Ma del non essere stato compreso in uno sforzo, secondo Renzi, sovrumano. «Per riportare l’Italia al vertice dello scenario europeo e mondiale, al suo posto». Questo pensava di aver fatto nei mille giorni di governo. Parole confidenziali tra amici, che oggi assumono un altro significato: la resa e la consapevolezza di una sconfitta bruciante, una freccia conficcata nel cuore del renzismo.«Non posso fare finta di niente, davvero non sono come gli altri».
Il modello è il Prodi che torna a Bologna dopo essere stato sfiduciato dal Parlamento. Ma lì c’erano i giochi di palazzo, i tradimenti, le coltellate alle spalle. Qui invece il voto degli elettori. Lo andranno a cercare fin su le colline del Valdarno sapendo che è l’unico leader della sinistra in grado di vincere le elezioni, presto o tardi che siano? Ma il suo orizzonte forse non è quello di David Cameron che dopo la Brexit è stato immortalato su una banchina a mangiare fish and chips. Ma non è ai precedenti che Renzi pensa chiuso nel suo ufficio a Palazzo Chigi. Con Luca Lotti, il portavoce Filippo Sensi, il fotografo Tiberio Barchielli, la squadra instancabile della corsa al vertice. Altri ministri, compresi Maria Elena Boschi e Dario Franceschini, sono a Largo del Nazareno, nella sede del Partito democratico.
Il futuro della politica italiana è un rebus che il premier non risolve stanotte. Oggi pensa a sè e all’amaro della sconfitta. Con zero segnali positivi anche se nella war room renziana qualcuno mostra a “Matteo” alcuni dati. Se l’affluenza sfiora il 70 per cento anche con il 40 per cento di Sì, Renzi intercetta 13 milioni di voti. Sono due in più di quelli presi nel 2014 alle Europee quando il Pd conquistò mil 41 per cento. E con il 45 per cento i consensi sarebbero adirittura 15 milioni. «Ripartiamo da qui», suggerisce qualcuno nella stanza di Renzi.
Si può fare. Tenere la segreteria, dare le carte per un nuovo governo fotocopia che conduca in porto la legge di bilancio e i decreti di fine anno, pilotare la legge elettorale e sfidare subito i nemici interni convocando il congresso dem rimanendo in sella. Dipende dal dato finale. Con un Sì attestato al 45 per cento o sopra, Renzi organizzerà la rivincita, una nuova sfida combattendo «l’accozzaglia». Ma con il 40 per cento, sarà tutto più difficile. «Comincerà un assedio dentro il Pd, la minoranza e le correnti chiederanno di cambiare tutto, non solo il segretario. Basta primarie aperte, voto solo per gli iscritti, un’ offensiva rispetto al Partito della Nazione. Al grido: mai più gli elettori di Cosentino e Verdini ai gazebo del Pd. Li conosco».
Gli alleati per tenere almeno la segreteria non mancheranno. I franceschiniani, i giovani ì turchi, insomma una maggioranza solida per affrontare il congresso e rivincerlo. Ma a quali condizioni? Cedendo su cosa? Già nelle prossime ore, confida il presidente del Pd Matteo Orfini, verranno convocati gli organismi del partito, ovvero una direzione. Potrebbe partire subito il percorso congressuale, prima che si saldi un’asse tra la minoranza e altre componenti. Pier Luigi Bersani, qualche settimana fa, era stato chiarissimo: «Cambiamo le regole del congresso, apriamoci alle associazioni e immaginiano anche un segretario che non venga dal gruppo dirigente dem». Dario Franceschini è come al solito l’ago della bilancia. Ai suoi ha raccomandato: «Ricordatevi come si comportavano i vecchi democristiani. Non si fanno mosse azzardate, calmi con le dichiarazioni fino a quando la crisi non si manifesta nella sua pienezza». Il clima rischia di virare al brutto anche dentro il Pd.


VOLEVA TUTTO, HA PERSO TUTTO
di Antonio Padellaro

Il No venuto dal popolo italiano, forte e chiaro, che ha sbaragliato il tentativo di Matteo Renzi di rottamare la Costituzione della Repubblica ricorda un'altra vittoria del No, quella contro il referendum democristiano del 1974 sull'abrogazione del divorzio che il vecchio Pietro Nenni commentò con parole divenute famose: hanno voluto contarsi, hanno perso. La stessa illusione che ha perduto domenica 4 dicembre 2016 l'ambizioso politico fiorentino, che tra le sue qualità non ha quella della prudenza visto che come un giocatore d'azzardo al tavolo da poker da tre anni a questa parte non ha fatto altro che raddoppiare la posta: dalle primarie del Pd all'occupazione del Nazareno alla conquista di palazzo Chigi.

Poteva accontentarsi di guidare il Paese (anche se con l'imbarazzante soccorso degli Alfano e dei Verdini) fino alla scadenza della legislatura del 2018. Ma una perniciosa bulimia del potere, alimentata dal 40 per cento delle Europee del 2014 gli ha suggerito l'idea di accaparrarsi l'intero piatto. Attraverso il famoso combinato disposto costituito dal dominio sulla Camera (grazie al superpremio di maggioranza previsto dall'Italicum) e dalla trasformazione del Senato in un dopolavoro di nominati (grazie alla riforma Boschi).
Gli è andata male, anzi malissimo. Prima la progressiva crescita nei sondaggi dei Cinquestelle gli ha consigliato di smontare l'Italicum per non ritrovarsi Beppe Grillo seduto al suo posto a palazzo Chigi. Poi, questa notte Renzi è stato sommerso da un plebiscito: non quello che sperava ma di segno diametralmente opposto. Gli italiani sono corsi a votare in massa come nessuno aveva previsto avendo compreso l'enormità della posta in gioco. Così Renzi, che cercava da questo voto la legittimazione mai ricevuta in elezioni politiche, ha ricevuto la più pesante delegittimazione.
Ha voluto la conta e ha perso tutto. Ha travolto nella sconfitta, oltre al suo presente e forse al suo futuro politico, anche il governo e con il governo la stabilità tante volte invocata come bene supremo della nazione. Le sue dimissioni - inevitabili - aprono ufficialmente anche la resa dei conti nel Partito Democratico dove coloro, e non sono pochi, che in questi anni si sono sentiti ingiustamente emarginati e maltrattati non vedono l'ora della rivincita.
Matteo Renzi paga anche per responsabilità non sue ma che ha colpevolmente subìto. Non dimentichiamo che la riforma della Costituzione e il suo s travolgimento fu chiesta, anzi pretesa, da Giorgio Napolitano in quel blitz che in pochi giorni portò alla inopinata giubilazione di Enrico Letta e al conferimento dell'incarico al sindaco di Firenze. Renzi, per dirla tutta, si è imbarcato nell'avventura che lo ha portato al naufragio referendario su mandato imperativo dell'ex Capo dello Stato. Da cui, non dimentichiamolo, si fece anche pesantemente correggere la lista dei ministri, a cominciare da quel Nicola Gratteri, magistrato tra i più autorevoli nella lotta alle mafie, entrato al Quirinale come ministro della Giustizia e poi sostituito in gran fretta da Andrea Orlando. Fu da quel momento che la sua immagine di giovane iconoclasta dei soliti riti della vecchia politica cominciò a snaturarsi.
Su molti altri errori dovrà riflettere Renzi nel caso non faccia seguire alle annunciate dimissioni da premier il ritiro dalla vita politica, già ipotizzato e poi smentito (come troppi suoi annunci del resto). Primo: la Costituzione è patrimonio del popolo italiano non certo di un ceto politico inzeppato da opportunisti e voltagabbana. Secondo: riformare la Carta si può se necessario, ma l'aver trasformato 47 articoli determinati per il funzionamento delle istituzioni in un pasticcio incomprensibile è stato da irresponsabili. Un allarme lanciato dai più illustri costituzionalisti, non solo inascoltati ma definiti dal nuovo che avanza (anzi avanzava) come professoroni, gufi e rosiconi.
Terzo: l'incredibile sovraesposizione mediatica del premier la cui faccia spuntava a ogni ora da ogni schermo televisivo non solo non ha pagato ma ha finito per provocare una reazione di rigetto che certamente ha contribuito ad accrescere la dimensione della sconfitta. Quarto: con l'arroganza, la presunzione, il disprezzo per chi non la pensa come te, con espedienti vergognosi a partire dall'uso delle malattie come propaganda elettorale non si fa molta strada. E alla fine si va a sbattere.

«Ecco l’equivoco da cui dobbiamo liberarci: se neghiamo ai migranti i loro diritti umani, li neghiamo anche a noi stessi. E in ultimo diventiamo più insicuri».

La Repubblica 15 novembre 2016 (c.m.c.)

Donald Trump vorrebbe cacciarne 3 milioni. E noi? Sotto sotto lo approviamo. Perché anche in Italia gli immigrati sono un fiume in piena: negli ultimi 25 anni il loro numero è aumentato 10 volte.

E perchè quest’invasione ci spaventa. Sarà forse un delitto aver paura? Vabbè, le statistiche ci informano che gli stranieri delinquono meno degli italiani e sono pure più istruiti (Dossier statistico immigrazione 2016); ma è un racconto buono per i grulli, noi non ci caschiamo. Vabbè, in un anno la Germania ha assorbito oltre un milione d’immigrati; fatti loro, non vengano a farci la morale. Vabbè, un tempo fummo migranti pure noi italiani. Però è una storia che riguarda i nostri nonni, pace all’anima loro. E poi allora mica c’era il terrorismo, con la sua ferocia senza pari. Adesso c’è, e i politici non sanno trovare soluzioni. Di conseguenza abbiamo perso fiducia nei politici, e forse anche in noi stessi. Ci sentiamo confusi, spaesati. Ma dopotutto reclamiamo soltanto un po’ di sicurezza. È il primo diritto, l’unico davvero fondamentale. O no?

L’uomo moderno — scriveva nel 1929 Sigmund Freud — ha rinunziato alla possibilità d’essere felice in cambio di maggiore sicurezza. Ma sta di fatto che nel terzo millennio l’insicurezza domina la nostra vita pubblica e privata. Perché sperimentiamo matrimoni instabili, lavori precari, trasferimenti di città in città.

E perché al rischio esistenziale si somma un rischio esterno, che la globalizzazione ha elevato alla massima potenza. Il rischio demografico, dato che siamo ormai 7 miliardi sulla faccia della terra. Il rischio ecologico, che s’aggrava insieme al surriscaldamento globale. Il rischio atomico, con 16 mila testate nucleari disseminate ai quattro angoli del mondo (70 in Italia), quando una ventina basterebbero per oscurare il sole. Il rischio idrico (le prossime guerre si combatteranno per il controllo dell’acqua). Il rischio economico, che non deriva solo dalla crisi dei mercati. È la diseguaglianza, è la forbice tra il Nord e il Sud del nostro pianeta (90 a 1, in base al reddito pro capite), che alimenta tensioni nonché — per l’appunto — migrazioni.

Sì, viviamo nella società del rischio, come la definisce Ulrich Beck. E il rischio alleva la paura. Però quest’ultima è una sorella inseparabile della condizione umana. Nel volgere dei secoli cambia l’argomento, non il sentimento. Anche se l’argomento principale è poi sempre lo stesso: paura dell’altro, paura del nemico che t’invade. Tuttavia abbiamo già escogitato un esorcismo, un antidoto contro il trionfo degli istinti. Consiste nelle regole giuridiche, nel rispetto del diritto, dei diritti. A conti fatti, lo Stato di diritto è proprio questo: una fortezza che protegge l’umanità dalla paura. Ma il presupposto sta nella sua capacità di garantire l’esercizio dei diritti. I diritti altrui, non solo i nostri. Perché i diritti sono di tutti, o altrimenti di nessuno.

Ecco perciò l’equivoco da cui dobbiamo liberarci: se neghiamo ai migranti i loro diritti umani, li neghiamo anche a noi stessi. E in ultimo diventiamo più insicuri. Più deboli, non più forti. La sicurezza, infatti, coincide con la sicurezza dei diritti. Tuttavia non configura un diritto autonomo a sua volta, come pretende un altro equivoco che ci intorbida le menti. Vero: la Déclaration del 1789 sanciva il «diritto alla sicurezza ».

E già un secolo prima Thomas Hobbes, nel Leviatano (1651), v’imperniava la sua dottrina dello Stato. Hanno questa remota origine gli echi che ancora s’incontrano in alcune Costituzioni, come quella finlandese. Si tratta però di formule retoriche, se non anche pleonastiche. È del tutto ovvio, infatti, che ogni Stato debba proteggere i propri cittadini. Se nelle periferie milanesi si moltiplicano gli episodi di violenza, rafforzare i controlli — come ieri ha chiesto il sindaco Sala — è una misura obbligata, non una graziosa concessione dello Stato.

Insomma, la sicurezza non è un diritto, bensì un limite all’esercizio dei diritti. Vale per la privacy, che può ben essere violata quando entra in gioco l’esigenza di perseguire i criminali. Vale per cortei e manifestazioni, vietati se mettono a rischio l’incolumità pubblica. Vale per la libertà di domicilio, così come per ogni altra libertà. Ma se nessun diritto è incondizionato, allora non potrà mai dirsi assoluta la sete di sicurezza, che non assurge nemmeno al rango di diritto.

A differenza del diritto d’asilo, protetto dall’articolo 10 della Costituzione. Da qui la conclusione: se per respingere i migranti proclamiamo uno stato d’assedio permanente, ne va di mezzo la nostra stessa libertà. E in ultimo l’ossessione della sicurezza ci recherà in dono la più acuta insicurezza.

«Mi scusi, dica a quel signore che preghi Iddio - non so come riesco a essere calmo - di non provare mai una guerra in vita sua e di non avere cinque minuti di tempo per mettere le sue cose in una valigia prima di scappare. E soprattutto di non sentire mai urla come le sue. Buongiorno».

La Repubblica, 13 novembre 2016 (m.p.r.)

Come l’epidemia di mucca pazza, la vittoria di Trump ha imbarbarito all’istante il linguaggio in Europa e in Italia. Era prevedibile: i beceri parlano più ad alta voce per strada e nei mezzi pubblici e il web, già saturo di imbecillità, ha dato la stura a nuove ondate di demenza razzista. Ora, siccome le parole sdoganano i fatti, sappiamo in anticipo che dovremo fronteggiare il peggio anche a livello politico e che l’Unione finirà per vedersela brutta. Ma quello che preoccupa, più ancora delle urla di odio, è il silenzio attonito dei benpensanti. Come se non ci fosse nulla da fare, come se il mondo stesse già deragliando.

Homo homini lupus, et dominus vobiscum. Troppo ricorda l’Europa degli anni di Weimar. E allora la domanda da porci subito è: come replicare all’odio verso i profughi? Che parole a caldo può usare il cittadino di buona volontà, specie se impregnato di valori cristiani, contro il tam-tam del rancore — assai più vasto di quanto si creda - che serpeggia via Facebook con parole indecenti? Valide analisi sul come ci siamo ridotti a questo punto ne abbiamo anche troppe. Siamo pieni di libri e analisi. Quello che disperatamente manca è un prontuario, un manualetto, una rubrichetta quotidiana che insegni a rispondere per le rime alla liquidazione della misericordia, a costruire l’anatema dal pulpito giusto, anziché porgere l’altra guancia o trincerarsi in un verginale politicamente corretto. È di questo che abbiamo bisogno ora per attivare una guerra di resistenza.
Che fare? Quando sento quelle urla oscene mi sale la pressione e mi tocca andar dal medico. Il malessere è ormai di vecchia data. È cominciato con la guerra in Bosnia, quando ho sofferto tutta la mia impotenza di reporter non solo nella difesa degli innocenti ma soprattutto nel far capire ai lettori che un giorno sarebbe potuta toccare a noi, perché “loro” erano come noi, e il disastro balcanico non era che l’avvisaglia di un disastro europeo. Oggi è peggio, perché la lezione non è servita a niente. Penso a questo mio Paese che non si indigna più di nulla ma grida contro i poveracci e allora sento una pressione alla bocca dello stomaco che nasce appunto dal mio mancato allenamento a controbattere ai barbari.
Qualche giorno fa ci ho provato a trovarle, le parole, nella mia Trieste. Ecco come è andata. Sono in macchina, fermo a un semaforo del centro. Vedo una famigliola di profughi, forse siriani, che traversa la strada. Mamma, papà, due bimbi di circa tre e cinque anni, una valigetta e uno zaino. Gente distinta, signorile. Sono diretti alla stazione. Ma ecco, accanto a me, arrivare un’utilitaria con una bionda e il suo moroso al volante. Il quale, in un raptus improvviso, abbassa il finestrino e urla: «Stronzi! Non avete capito che non vi vuole nessuno?». Bersaglio facile: i fuggiaschi non reagiscono. Poi si gira verso la ragazza in cerca di un’approvazione. Lei esulta. Ah, che uomo. Mi guardo intorno. Un passante ride. Ma la maggioranza tace, di fronte alla violenza delle parole.
Mi sale il sangue alla testa. Alla mia età non ho ancora raggiunto la pace dei sensi. Scatta il verde, riparto e tengo d’occhio il bellimbusto fino al semaforo successivo. Respiro forte, ho il cuore a mille. Mi passa davanti un film. Sempre lo stesso. Il film dell’Esilio. È da ragazzino che li vedo, a Trieste, quelli con la valigia e i bambini per mano. Prima gli istriani e i dalmati, costretti a vagare per l’Italia, bloccati anche loro da picchetti, presi per fascisti dai “rossi” nelle stazioni. Poi gli jugoslavi in fuga dalle stragi, bollati come “nipotini degli infoibatori” dagli stessi avanguardisti in malafede che a Belgrado trescavano con i massacratori veri. E poi i curdi, gli afghani, i siriani. Ogni volta, uomini e donne in fuga dalla barbarie che venivano presi per barbari con un cinico ribaltamento della realtà. Ieri come oggi capri espiatori perfetti per far voti.
Ora l’auto è di nuovo vicina. Tocca a me abbassare il finestrino. Faccio alla bionda: «Mi scusi, dica a quel signore che preghi Iddio - non so come riesco a essere calmo - di non provare mai una guerra in vita sua e di non avere cinque minuti di tempo per mettere le sue cose in una valigia prima di scappare. E soprattutto di non sentire mai urla come le sue. Buongiorno ». I due restano senza parole, forse stupiti dalla determinazione di uno con la barba bianca. Si riparte, il traffico ci divide. Respiro. Mi sento meglio. Ho rotto il silenzio. Sono certo che parecchie persone hanno udito, e penso che a qualcuna di esse avrò pur dato una voce. Non ci credo che una frontiera come la mia, che ha visto tante disperate migrazioni, abbia perso completamente la memoria.
Rompere il silenzio degli “innocenti” e trovare le parole giuste: è questo il problema pratico da superare per affrontare i tempi nuovi. Se lo facessimo, si creerebbe un fronte. Sapremmo cosa dire ai vigliacchi aggressivi con i deboli e tremebondi con i forti. E allora verrebbe alla luce, come nei Balcani, l’inganno della guerra tra poveri. Il trucco dello scontro etnico costruito per risparmiare la resa dei conti politica ai veri responsabili delle crisi. Gli esiliati parafulmini ideali per depistare la nostra legittima frustrazione su falsi obiettivi. Qualcosa che rende l’odio razziale utile ai poteri senza patria che dettano le regole di un’economia globale di rapina. Per questo è importante rispondere picche a chi cavalca la discordia. Non solo per motivi umanitari, ma per smascherare il Grande Gioco di cui essi sono complici, e talvolta vittime inconsapevoli.

L'antidiplomatico online,

Slavoy Žižek, enfant terrible della politica e della sociologia, aveva espresso con chiarezza le ragioni per le quali Hillary Clinton è più pericolosa di Donald Trump. Si può essere d’accordo o no sulla scelta elettorale che avrebbe fatto Žižek, ma l’analisi di Hillary Clinton risponde ai fatti. In attesa di altri commenti fuori dal coro pubblichiamo il link all’intervento, formalmente un po’ arruffato, del filosofo sloveno e una sua sintesi
Slavoj Žižekdichiara: "Voterei Donald Trump"

Chi voterebbe alle elezionistatunitensi? "Trump", è la risposta di Žižek, noto filosofo sloveno."Sono orrificato da lui, ma penso che sia Hillary il vero pericolo"."E' una guerriera a sangue freddo, connessa con le banche e che finge diessere progressiva a livello sociale", prosegue. Dopo aver sottolineatoche Trump "disturba" il sistema americano, Žižek conclude: "sedovesse vincere, tutti e due i partiti, democratico e repubblicano, dovrannoripensarsi. Se vince Trump, il paese non diventa un regime fascista ma ci saràun risveglio. Un nuovo processo politico si azionerebbe".

Riferimenti
Altri interventi fuori dal coro, al 9 novembre 2016: di Ida Dominijanni e di Edoardo Salzano. Per altri scritti di Zizek digita "slavoy zizek" sul cerca di eddyburg

È proseguita alla Leopolda la rottamazioni di quello che ambiva essere un residuo della sinistra novecentesca. Un utile resoconto, peraltro un po' ingenuo.

La Repubblica, 7 novembre 2016, con postilla

LA SETTIMA Leopolda renziana è il capolinea della sinistra italiana. Quel poco che era rimasto della vecchia “ditta” riformista attraversa la sua ultima stazione, dalla quale non uscirà più, o potrà uscire solo a pezzi. Colpisce l’asprezza dei toni con i quali Renzi ha regolato i suoi conti con la “minoranza” del partito, e ha lasciato che il suo popolo leopoldino gli urlasse “fuori, fuori”. Un brutto spettacolo, inutilmente rancoroso e fortemente autoreferenziale. Soprattutto per una kermesse che ha la giusta ambizione di parlare al Paese, non a se stessa. Ma c’è del metodo, in questa scelta renziana. Per almeno due buona ragioni.



La prima ragione riguarda il marketing. A un mese dal referendum che lo vede in svantaggio, il premier ha fatto esattamente quello che doveva fare. Con l’ennesimo testacoda, ha ri-personalizzato la campagna elettorale. L’ha definitivamente svuotata di ragionamenti “tecnici”, e l’ha nuovamente riempita di argomenti ideologici. La posta in gioco, il 4 dicembre, non è quindi la Costituzione riformata e l’Italicum, ma torna ad essere il premier e il suo governo.

Renzi aveva riconosciuto il suo errore iniziale: il voto sulla riforma costituzionale costruita come un’ordalia su se stesso. Aveva tentato di tornare a parlare del “merito”: discutiamo solo di Senato delle autonomie, di navette parlamentari, di leggi a data certa. Un compito arduo, un esito incerto. Perché questa riforma è un compromesso complicato e pasticciato, difficile da “vendere” bene agli italiani confusi (se non ai prezzi di saldo del populismo, cioè con la promessa che serve a “mandare a casa i politici” e a far pagare il conto alla “casta”). Con la “prosa” del tecnicismo costituzionale il Sì non recupera i “clienti” perduti. Puo farlo solo attraverso la “poesia” del leaderismo emozionale. Solo così puoi vincere. È la lezione di Christian Salmon, inventore dello storytelling in politica: «Votare è comprare una storia».

Dunque, si torna alla casella di partenza. La storia che Renzi rivende dalla Leopolda torna a raccontare il referendum del 4 dicembre come un “derby tra la rabbia e la speranza”. Come la “guerra dei mondi”: il vecchio contro il nuovo. Dove il nuovo è ovviamente lui medesimo, garante unico del cambiamento, macchinista di “un treno che passa ora o non ripasserà mai più”. E dove il vecchio, illividito di rabbia, non è tanto incarnato dagli avversari naturali della sinistra, cioè i Berlusconi e i Grillo. Ma è costituito soprattutto dalla sinistra stessa, cioè i Bersani e i D’Alema.

È contro questa sinistra, che Renzi consuma il suo strappo finale. Lo fa con una mossa di grande astuzia. Il compromesso sulle modifiche alle legge elettorale, firmato anche da Cuperlo, è poco più che una “scrittura privata”, che rinvia tutto a dopo il voto. Ma in quel pezzo di carta c’è tutto quello che la minoranza Pd aveva chiesto: l’eliminazione del ballottaggio, il premio di coalizione, il ritorno ai collegi uninominali, perfino l’elezione diretta dei nuovi senatori. Renzi, firmando quella carta, paga un prezzo altissimo alla coerenza (ha sempre definito l’Italicum «una bellissima legge che tutta l’Europa ci invidia»). Ma Bersani, negando ancora una volta la sua firma, stavolta rischia di pagarne uno ancora più alto (se accetti di partecipare alla commissione, e in quella sede accolgono tutto quello che hai chiesto, come fai a rifiutare? Puoi dire che non ti fidi di Renzi, ma allora ha ragione lui a sostenere che il tuo “movente” non è il no alla riforma, ma il no alla sua leadership).
Ma lo fa anche con un attacco definitivo contro «quelli che 18 anni fa decretarono la fine dell’Ulivo, e ora stanno provando a decretare la fine del Pd». E qui sta la seconda ragione, per la quale l’attacco di Renzi alla “ditta” non deve stupire. Una ragione che riguarda la politica. La settima Leopolda riflette la compiuta metamorfosi del Pd in PdR, il Partito di Renzi, per usare la formula di Ilvo Diamanti. Un partito che può e deve fare a meno di “quella sinistra”, ormai vissuta e costruita come nemico. Perché è ormai chiaro che il blocco sociale da aggredire, per il partito renziano trasformato in struttura servente del leader, è quello moderato e tuttora “congelato” dopo la diaspora berlusconiana.

Vale per il referendum di dicembre (secondo i sondaggi che Alessandra Ghisleri ha mostrato al Cavaliere, il 25% di italiani indecisi sarebbe attualmente diviso tra un 60% di No e un 40% di Sì, e dunque è su quel 60% che Renzi deve tentare un recupero). Ma vale anche per il dopo (come ha riconosciuto ieri Roberto D’Alimonte sul Sole 24 Ore, se vincessero i Sì l’unico sbocco possibile di un Italicum riscritto secondo il compromesso appena varato sarebbe “una coalizione con Forza Italia e/o Area Popolare”).

Nella narrazione renziana, nulla si salva prima del 2014. “Quelli che c’erano prima” hanno sfasciato il Paese e il partito. Per questo devono obbedire o scomparire. Si torna così dove tutto era cominciato: la rottamazione come “rivoluzione”. È evidente che la sinistra ha fallito. Il problema è che, dopo aver ucciso la “vecchia”, nessuna Leopolda ci ha ancora spiegato quale sia, e soprattutto se debba esistere, una “nuova” sinistra.

postilla
È veramente incredibile che persone intelligenti, che seguono gli eventi del teatrino della politica da anni, si illudano che da quella fabbrica possa nascere una "nuova sinistra". Incredibile che comprendano solo adesso che la politica di Matteo Renzi è stata fin dal suo inizio la politica preconizzata dalla Mont Pélerin Society e, più recentemente, dalla JP Morgan : politica della quale Berlusconi è stato il primo strumento e Renzi il secondo: più giovane, più efficace e meno volgare nei modi e nell'aspetto, ma comunque al servizio della medesima Azienda - quindi sempre disposto a collaborare col suo collega per i fini comuni.

L'unica voce autorevole al mondo che parla per esprimere la buona politica stracciando i veli dell'ipocrisia e raccontando le cose così come sono, nella loro orribile realtà.

il manifesto, La Repubblica, il Fatto Quotidiano, 6 novembre 2016

Il manifesto
IL PAPA:
«TERRORISTA È IL CAPITALISMO»
di Geraldina Colotti

«Vaticano. Il discorso di Bergoglio ai movimenti popolari»

È nata «l’internazionale francescana»? Sulle note della prima tarantella, scritta da un Gesuita nel 1600 e nei colori dei 5 continenti, si è concluso in Vaticano il III Incontro mondiale dei movimenti popolari voluto da papa Bergoglio. Da loro, il pontefice ha ricevuto la sintesi e le proposte di 4 giorni di convegno: sulle 3T (Tierra, Techo y Trabajo, Terra, Casa e Lavoro), e sui temi della partecipazione popolare e dei migranti.

Bergoglio ha pronunciato un discorso forte, spingendosi su terreni un tempo propri alla sinistra: «E’ il sistema capitalista ad essere terrorista, non le religioni», ha detto, e ha parlato della necessità di «riforme strutturali». Le stragi di migranti – ha aggiunto – indicano la bancarotta umana di tutto il sistema. E però, mentre si spendono fiumi di denaro per risollevare le banche, o per costruire muri, ai migranti vengono destinate briciole. Da qui l’appoggio alla proposta di un salario e di una cittadinanza universale, di una riforma agraria integrale e di una casa per tutti. E un No mondiale agli sfratti.


La Repubblica

MIGRANTI,
BANCAROTTA DELL’UMANITÀ
di Paolo Rodari


«L’ira del Papa per le stragi nel Mediterraneo: “Vergogna che si salvino le banche e non le vite degli innocenti” In Vaticano i rappresentanti dei movimenti di base di tutto il mondo: “La misericordia meglio degli ansiolitici” ».
Vergogna », come disse a Lampedusa nel suo primo viaggio dopo l’elezione. Tuona ancora papa Francesco contro la situazione «obbrobriosa » dei migranti che muoiono nel Mediterraneo, un «cimitero » i cui muri «sono macchiati di sangue innocente». È uno scandalo - dice il pontefice - che si salvino le banche e non si pensi alla «bancarotta dell’umanità».

È a suo agio Francesco quando incontra in Vaticano i movimenti di base giunti ieri da tutto il mondo per una tre giorni insieme: dai disoccupati ai senzatetto, dalle associazioni ambientaliste ai piccoli produttori terrieri, dai sindacati ai preti impegnati in prima linea con le persone tenute ai margini, da coloro che combattono la criminalità organizzata, come don Luigi Ciotti di Libera, a coloro che hanno speso la loro vita pensando ai poveri, come l’ex presidente dell’Uruguay José Mujica.

Davanti a cinquemila persone riunite nell’Aula Paolo VI, il Papa non usa giri di parole e chiede esplicitamente di proseguire nell’impegno per un mondo che rimetta al centro «l’essere umano, l’uomo, la donna », al posto di quello che è oggi «il primato del denaro». Denaro divinizzato che tutti vogliono controllare a livello globale ed al quale è legato anche il «terrorismo di base». «Nessun popolo e nessuna religione è terrorista», dice il Papa mentre chiede anche di impegnarsi in una «Politica con la maiuscola».

Le battaglie dei movimenti di base sono le medesime di Francesco. Da sempre impegnato in difesa degli ultimi, contro ogni tipo di sfruttamento. E a favore di progetti di vita che sappiano «respingere il consumismo e recuperare la solidarietà». Il leitmotiv è uno: «Terra, casa e lavoro per tutti». Anche perché è «la frusta della paura» a portare gli uomini a chiudersi e difendersi dagli altri. Francesco, insieme, indica la via della misericordia come «migliore antidoto contro la paura. È molto meglio degli antidepressivi e degli ansiolitici. Molto più efficace dei muri, delle inferriate, degli allarmi e delle armi. Ed è gratis: è un dono di Dio». Per questo i muri non servono, danno solo «una falsa sicurezza».

Fin da quando era arcivescovo di Buenos Aires Bergoglio promuoveva una maggiore presenza del popolo nelle decisioni democratiche. Così ancora davanti ai “suoi” movimenti ricorda come «le democrazie stiano attraversando una vera crisi», che viviamo insomma «tempi di paralisi, disorientamento e proposte distruttive». Ma i movimenti popolari possono essere decisivi solo se non si lasciano «incasellare» e se rifuggono dalla tentazione della corruzione che «non è un vizio esclusivo della politica», ma c’è dappertutto, anche nella stessa Chiesa.

La corruzione si combatte con i fatti: «Il valore dell’esempio ha più forza di mille parole, di mille volantini, di mille “mi piace”, di mille retweets, di mille video su Youtube», dice il Papa a quella platea piena anche di tanti giovani nei quali Francesco dichiara di nutrire grande speranza.

Il Fatto Quotidiano

MIGRANTI,PAPA: “SOMME SCANDALOSE PER SALVARE LE BANCHE,
NON PER LA BANCAROTTADELL’UMANITÀ.
SITUAZIONE OBBROBRIOSA”


«Bergoglio incontrando i rappresentanti dei movimenti popolari è tornato a denunciare la situazione del Mediterraneo che è diventato "un cimitero": "E' una vergogna", ha detto ripetendo quello che aveva già affermato a Lampedusa. Il pontefice ha anche invitato chi è "attaccato al lusso a non fare politica" e ha ricordato che "il futuro dell'umanità è sopratutto nelle mani dei popoli"»

“Quando avviene la bancarotta di una banca, immediatamente appaiono somme scandalose per salvarla, ma quando avviene questa bancarotta dell’umanità non c’è quasi una millesima parte per salvare quei fratelli che soffrono tanto?”. Papa Francesco durante l’incontro con i movimenti popolari è tornato a parlare della crisi dei migranti e della necessità di intervenire per risolvere l’emergenza.

Il pontefice ha denunciato la situazione “obbrobriosa” che ha trasformato il Mediterraneo in un cimitero e non solo: “Ci sono molti cimiteri vicino ai muri, muri macchiati di sangue innocente”. Parlando alla folla che lo ascoltava, il Papa ha ripetuto la parola che “spontaneamente” usò quando andò a Lampedusa: “Vergogna”. “Lì, come anche a Lesbo“, ha continuato, “ho potuto ascoltare da vicino la sofferenza di tante famiglie espulse dalla loro terra per motivi economici o violenze di ogni genere, folle esiliate, l’ho detto di fronte alle autorità di tutto il mondo, a causa di un sistema socio economico ingiusto e di guerre che non hanno cercato, che non hanno creato coloro che oggi soffrono il doloroso sradicamento dalla loro patria, ma piuttosto molti di coloro che si rifiutano di riceverli”.

Come ricorda l’agenzia Ansa, si tratta del terzo incontro del pontefice con i movimenti di base, dai disoccupati ai cartoneros, dalle associazioni ambientaliste ai piccoli produttori terrieri, dai sindacati ai preti impegnati in prima linea con le persone “scartate”, da coloro che combattono la criminalità organizzata, come don Luigi Ciotti di Libera, a coloro che hanno speso la loro vita pensando ai poveri, come l’ex presidente dell’Uruguay José Mujica. E in questa circostanza il Papa ha anche invitato le persone che amano il lusso a stare lontane dalla politica: “Chi ama il denaro, i banchetti esuberanti, le case sontuose, gli abiti raffinati, consiglierei di capire che cosa sta succedendo nel suo cuore e di pregare Dio di liberarlo da questi lacci”. E ha concluso che il futuro dell’umanità è sopratutto nelle mani dei popoli e “non è solo in quelle dei grandi leader, delle grandi potenze e delle élite”. I movimenti popolari secondo Bergoglio possono essere decisivi solo se non si lasciano “incasellare” e se rifuggono dalla tentazione della corruzione che “non è un vizio esclusivo della politica”, ma c’è dappertutto, anche nella stessa Chiesa. La corruzione si combatte con i fatti: “Il valore dell’esempio ha più forza di mille parole, di mille volantini, di mille ‘mi piace’, di mille video su youtube”, ha concluso.

Matteo Renzi sulla strada di Erdogan. Riceviamo e, indignati, pubblichiamo. Ma segnalazioni simili arrivano sempre più spesso, a voce, quindi non pubblicabili. perUnaltracittà-laboratorio politico, 4 novembre 2016

comunicato stampa

La prevista manifestazione contro le "cattive politiche" del governo Renzi, che doveva tenersi a Firenze domani sabato 5 novembre, in occasione della passerella trionfale e celebrativa del premier alla Leopolda, è stata vietata dalla questura.
Non solo è stata negata la possibilità di portare la protesta fino ai cancelli della Leopolda, è stato vietato tutto, anche il concentramento in piazza San Marco.
Con un atto senza precedenti si intende negare il diritto di manifestare, di esprimere un legittimo dissenso, di portare in piazza la protesta di chi, e sono sempre di più, è colpito, impoverito, umiliato dalle politiche neoliberiste del governo Renzi.
Nel mondo virtuale costruito ad uso e consumo del padrone non c'è posto se non per il plauso interessato e la cortigianeria: quelli brutti sporchi e cattivi, ma soprattutto poveri e sfruttati, che si ostinano a lottare per i propri diritti, non si devono vedere nelle immagini patinate da diffondere in ogni dove.
E invece c'è, e ci sarà, anche domani, chi dice NO, chi non ci sta, chi non china la testa, davanti alle varie "riforme" dell'attuale governo: dal jobs act alla buona scuola, dallo Sblocca Italia alla riforma costituzionale, si vuole disegnare uno Stato e una società sempre meno democratica, sempre più autoritaria, e piegata alla volontà del mercato e delle dottrine neoliberiste.

perUnaltracittà resta al fianco di chi non accetta di essere zittito e rivendica il proprio diritto a dissentire e manifestare.
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Un'analisi delle forze e i poterri in gioco in M.O.Gli errori di ieri, che hanno prodotto le guerre di oggi, sono ripetuti dai padroni del mondo, preparando così le guerre di domani. È il capitalismo, baby. I

l Sole 24Ore, 3 novembre 2016

Chi riempirà il vuoto lasciato dal Califfato? La parola spartizione, sia pure declinata in maniera assai diversa e contrastante tra sunniti, sciiti filo-iraniani, curdi e turchi, aleggia nella polvere della battaglia di Mosul. Le forze dell'esercito iracheno si stanno impossessando di quartieri orientali ma sono ancora fluidi i confini tra le aree di influenza delle milizie sciite, di quelle curde e dell'esercito di Ankara. Tutti comunque vogliono piantare la loro bandiera, qui come in Siria, definendo se possibile frontiere reali, e anche un po' immaginarie in aree con centinaia di migliaia di profughi, che invece della pace potrebbero essere i presupposti per nuove guerre.

Un giorno lo Stato Islamico potrebbe dissolversi ma non le ragioni presenti e le cause profonde che hanno reso possibile la sua nascita. Il video di maggiore successo dell'Isis in tutto il Medio Oriente fu quello in cui un bulldozer abbatteva un cartello ai confini tra Siria e Iraq con la scritta “Fine di Sykes-Picot”, l'intesa anglo-francese firmata il 16 maggio 1916 per spartire l'impero ottomano. Fu quella una dura lezione della storia nata dall'imperialismo occidentale.

La tentazione, e forse la necessità, di disegnare cento anni dopo nuove frontiere è ancora fortissima e non è difficile capirne i motivi: almeno quattro stati della regione – Siria, Iraq, Yemen e Libia – sono in fase di disgregazione con eventi così devastanti ed epocali che sembrano costituire un vendetta postuma contro quell'accordo tra un diplomatico britannico, orientalista di lungo corso, e un francese.

Il Califfato è apparso in questi anni come una sorta di mostro provvidenziale per cambiare le frontiere del Medio Oriente. Un po' come lo fu Al Qaida dopo l'11 settembre per intervenire prima in Afghanistan nel 2001 e poi in Iraq nel 2003, quando fu scoperchiato il vaso di Pandora della Mesopotamia e gli Stati Uniti pensavano di essere loro a rifare da soli la carta della regione. Più di recente un articolo e una mappa pubblicati dal New York Times il 29 settembre 2013 – il Califfato era già entrato in azione – prendevano in considerazione la possibilità che i confini e le rivolte in corso in Medio Oriente potessero provocare la frammentazione di alcuni Stati arabi in entità più piccole.

L'articolo di Robin Wright, ex corrispondente da Beirut, scatenò allora accesi dibattiti negli Stati Uniti mentre in Medio Oriente esplodevano le congetture su un nuovo piano dell'Occidente, di Israele e di altri soggetti malintenzionati per dividere gli stati arabi in entità più piccole e più deboli. A pensare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca diceva qualcuno. E qualche tempo fa la parola spartizione è stata pronunciata anche dal segretario di Stato americano John Kerry: «Se non si riuscirà a tenere unita la Siria, bisognerà ricorrere a un Piano B», ha affermato in un'audizione al Senato.

Ma intanto nel settembre 2015 in Siria è scesa in campo direttamente la Russia che ha cambiato di nuovo le carte sulla mappa mediorientale. Dopo lo scontro con la Turchia, quello stesso Putin che ieri ha dichiarato una tregua umanitaria ad Aleppo, si è messo d'accordo con Erdogan per lasciargli via libera nella repressione di curdi siriani del Rojava, alleati degli Usa contro l'Isis, e approva probabilmente anche la penetrazione militare di Ankara in Iraq e intorno a Mosul: in cambio i russi potrebbero riportare la vittoria di Aleppo a spese dei ribelli e consolidare la loro presenza strategica sulla costa siriana. L'ex ambasciatore americano James Dobbins è stato esplicito: «Bisogna lavorare con Mosca a una soluzione per la Siria sul modello della Germania nel 1945». Ma riprodurre lo schema rigido della Guerra Fredda in Medio Oriente appare oggi assai complicato: la balcanizzazione sembra l'ipotesi più probabile perché del resto è già in atto.

La storia dell'Iraq e della Siria appartiene a un intreccio complesso tra strategie coloniali britanniche e francesi, contesti geopolitici legati al petrolio e ai movimenti nazionalisti che hanno contribuito a disegnare la mappa del Medio Oriente conosciuto fino a oggi. Già allora comparvero sulla scena movimenti fondamentalisti islamici e rivolte di massa di cui l'ultima con effetti dirompenti si è avuta nel 2011.Ci fu un tempo in cui l'idea del Califfato diventò una soluzione politica anche per l'Occidente. Ricordarlo oggi di fronte alle atrocità dell'Isis può apparire una bestemmia. Ma fu esattamente quanto fece il ministro delle Colonie Winston Churchill: con l'espediente politico dei califfati e degli sceicchi mise a capo degli Stati sotto mandato britannico i monarchi arabi del clan hashemita degli Hussein, sovrani della Mecca. Fu così che nacquero l'Iraq, la Siria e la Giordania.

Emiri e sceicchi allora erano al servizio del piano coloniale per far nascere nuovi stati che adesso si stanno sgretolando. La guerriglia e il terrorismo praticato dallo Stato Islamico di Abu Bakr al Baghdadi sono stati funzionali a un progetto completamente diverso: abbattere le frontiere tracciate un secolo fa e riunire i sunniti sotto la bandiera nera di un nuovo Califfato. È evidente che niente può giustificare i massacri dell'Isis ma bisogna riconoscere il problema: i sunniti sono una maggioranza in una Siria dominata per quarant'anni dal clan degli alauiti di Assad, mentre in Iraq, rispetto agli sciiti, rappresentano una minoranza che con Saddam Hussein è stata fino a un decennio fa al potere nelle forze armate e nell'amministrazione. Sia la Siria che l'Iraq oggi sono degli ex Stati, presenti in maniera virtuale sulla mappa geografica e nessuno né in Occidente né in Medio Oriente ha un piano politico alternativo al mantra dell'unità nazionale ripetuto in maniera stucchevole dalla diplomazia internazionale con la variante del federalismo, che da queste parti è sinonimo di spartizione, non di condivisione.

Una sorta di “fiction” geopolitica per non mutare le frontiere ma la sostanza delle cose.Siamo quindi a un bivio: o si ricostituisce questa unità nazionale, evocata a ogni pleonastica conferenza mediorientale, oppure si deve affrontare la balcanizzazione della regione. Ma niente può sostituire l'unica ricetta possibile per sistemare il grande Medio Oriente: diluire lentamente la ferocia settaria negli interessi economici comuni e fare in modo che la gente torni a vivere insieme, ricostruendo con pazienza un modello di tolleranza che è l'unica via, almeno tra qualche decennio, per garantire una pace duratura.

Sindaci, prefetti, vescovi, parroci. Qualcuno ricorda: «Fuggono dalle guerre, ma chi le ha scatenate? Spesso l’Occidente e l’Europa», e qualcun altro: «I sindaci non sono razzisti, non temono gli stranieri, ma i poveri, la miseria. Solo che rifiutare chi non ha nulla è da infami».

Corriere del Veneto, 2 novembre 2016

Ha voglia Papa Francesco, l’ultima volta ieri, a ribadire: «Non si può chiudere il cuore ai rifugiati». Il fatto è che ormai sono così tanti, e sempre concentrati negli stessi Comuni (in Veneto 246 su 576 per 14.639 richiedenti asilo), da indurre anche molti parroci, oltre alla maggioranza dei sindaci, a dire: «No». Da qui lo sfogo del prefetto di Vicenza, Eugenio Soldà, che dovendo trovare posto a 2700 disperati, è sbottato: «Sono da solo, mi hanno abbandonato tutti, mi hanno sbattuto la porta in faccia pure i parroci. Mi hanno voltato le spalle». Non è una novità, purtroppo. A ottobre il prefetto di Padova, Patrizia Impresa, aveva ammesso: «La Chiesa ci ha sostenuti, ma quando si è trattato di trovare dei posti...».

E prima il collega di Venezia, Domenico Cuttaia, aveva lanciato un appello proprio alle parrocchie, non tutte propense a seguire l’esortazione del pontefice ad aprire le porte ai migranti. «Mi rivolgo alle parrocchie, per un’accoglienza minima di tre o quattro profughi ciascuna — aveva esortato Cuttaia — stanno arrivando anche molti minori e donne. Non possiamo lasciarli per strada». «Forse i curati non hanno tutti questi spazi a disposizione — nota Enrico Caterino, prefetto di Rovigo costretto a requisire un hotel a Ficarolo per gestire i continui arrivi — ma a me la Curia una mano l’ha data. Ha alloggiato per un mese 26 migranti in un suo edificio in pieno centro, dove tiene i corsi per i seminaristi. Non sono in grado di dire se la Chiesa possa fare di più, ma spetterebbe in prima battuta ai sindaci sostenerci nella gestione dell’emergenza. Il loro esempio potrebbe persuadere i parroci, invece in Polesine solo 9 Comuni su 41 collaborano».

Ma come risponde la Chiesa al j’accuse? Il vescovo di Vicenza, Beniamino Pizziol, vuole «parlare direttamente con il prefetto Soldà», però poi in una nota ufficiale la Curia «non può nascondere che tali dichiarazioni abbiano creato stupore e rammarico, soprattutto perché giungono inaspettate. Possiamo comprendere la delicata situazione che il prefetto deve gestire e vogliamo imputare a uno stato di emergenza continua le accuse rivolte ai parroci della Diocesi. I quali però non possono agire senza o contro le proprie comunità». Ieri, nell’omelia, monsignor Pizziol ha ricordato «i migranti costretti a lasciare le loro terre a causa delle guerre». «Chiediamoci — ha esortato — chi ha scatenato quelle guerre? Spesso l’Occidente e l’Europa». Più volte il presule ha chiesto ai sacerdoti di accogliere i rifugiati: «Dobbiamo lavorare di più». L’ultimo invito è di giovedì.

Di diverso tenore la riflessione del patriarca Francesco Moraglia: «A Venezia c’è disponibilità da parte dei sacerdoti, cerchiamo di ottemperare alle regole imposte dal ministero dell’Interno ma non è semplice, soprattutto vista la crescita esponenziale degli arrivi. Il territorio a un certo punto non riesce più ad accogliere, non credo che non voglia più accogliere. C’è anche chi non vuole, ma questo prescinde dal numero di profughi. Chi si impegna in tal senso deve fare i conti con risorse e forze limitate».

«Da noi l’accoglienza funziona — assicura monsignor Giuseppe Zenti, vescovo di Verona — si è dimostrato vincente puntare su piccoli nuclei e farli gestire dalla Caritas». Ma se i parroci dicono di no è anche per motivi «tecnici». «Non abbiamo molti spazi e le canoniche inutilizzate non sono a norma come abitazioni — spiega monsignor Adriano Tessarollo, vescovo di Chioggia — se succede qualcosa si va incontro a problemi penali. Mettere a posto una canonica costa 100mila euro: chi ce li ha? E spesso siamo visti male dai sindaci. Più di qualcuno ci ha detto: se ospiti profughi mando i vigili a controllare che tutto sia in regola. Mica pensano che se li sistemano da noi è perché loro non li vogliono. Dobbiamo infine mettere in conto eventuali accuse di volere i migranti per fare cassa». «Secondo il diritto canonico le case del clero non possono avere un diverso utilizzo e il cambio di destinazione d’uso non s’inventa in pochi giorni — concorda don Marino Callegari, delegato Caritas del Triveneto —. Ma spesso le parrocchie non hanno altri locali.
Nonostante ciò la Chiesa ha aperto le porte a migliaia di rifugiati». «Bisogna rimuovere le cause della paura — dice don Luca Favarin, che con l’associazione «Percorso vita» a Padova ha dato un tetto a 140 persone in undici strutture — è vero, i sindaci non sono razzisti, non temono gli stranieri, ma i poveri, la miseria. Solo che rifiutare chi non ha nulla è da infami».

L'immagine che abbiamo scelto come icona è tratta dal sito valigia blu, a cui raccomandiamo di fare una visita

La Repubblica online, 2 novembre 2016 (p.d.)

Una barca piena zeppa di uccelli cavalca le onde puntando verso l'Italia, l'unico orizzonte dove i viaggiatori sperano di sbarcare per spiccare di nuovo il volo. È questo il disegno dipinto sui muri del primo ristorante africano di Venezia che aprirà il 4 novembre in Calle Lunga San Barnaba.

La metafora del volo non è casuale. Lo staff che ha creduto nel progetto è composto in gran parte da migranti africani, arrivati qui nei modi più disparati l'ultimo anno con la speranza di poter chiudere la porta con il passato e ricominciare. I soci fondatori, Hamed Mohamad Karim, Hadi Noori, Mandana Goki Nadimi e Samah Hassan El Feky, anche loro migranti provenienti dall'Afghanistan, dall'Iran e dall'Egitto, lo hanno provato sulla loro pelle anni prima, quando alcuni di loro sono giunti nei camion frigoriferi ancora minori.

Ed è proprio qualche anno fa nel centro minori di Venezia, a Forte Rossariol, che a uno di loro, l'Hazara Hamed Mohamad Karim, è venuta l'intuizione che il cibo può unire e aiutare a superare i pregiudizi. "Ho iniziato a organizzare delle feste nel centro minori, chiedendo a tutti i ragazzi di preparare un piatto tipico del loro Paese - spiega - e ho visto che funzionava sia per i ragazzi che erano nei centri, sia per chi veniva a trovarci". Hamed, regista che non è più potuto tornare in Afghanistan perché minacciato dai talebani, fa un primo esperimento fondando nel 2002 l'Orient Experience nel sestiere di Cannaregio.

Il ristorante propone i piatti che i migranti hanno imparato a cucinare nel viaggio della speranza fino a Venezia e ha un grande successo. Oggi la sfida è ancora più grande perché a lavorare all'Africa Experience saranno richiedenti asilo che rappresentano le migliaia di persone che fuggono disperate dal continente nero. "Io sono etiope - racconta Alganesh Tadese Gebrehiwot, 30 anni, fuggita dall'Etiopia, chef del locale - Ho imparato a cucinare con mia mamma. In Etiopia c'è ancora molta divisione di ruoli, le donne cucinano e stanno in casa. Così io sono cresciuta aiutando lei e ho imparato alcuni dei piatti che preparerò, come un certo tipo di pane, Ejra o il Mesir wot, una zuppa di lenticchie. Non avrei mai pensato di diventare cuoca, ma sono finalmente molto felice. Io vengo dal Sudan, lavoravo come donna delle pulizie, ma non avrei mai potuto realizzare i mie sogni".

Anche Muhammed Sow della Guinea ed Efe Agbontaen della Nigeria sono scappati da terre di guerre e violenza sui barconi che vediamo ogni giorno, quei barconi così pieni di persone che finiscono per diventare un'unica massa. In quella massa ci sono invece esseri umani singoli, individui con le storie che si potranno conoscere qui, parlando davanti a un buon piatto proveniente da un Paese di cui alla fine si sa molto poco.

I piatti sono stati scelti tramite un concorso che ha coinvolto studenti e professori dell'Istituto alberghiero Barbarigo di Venezia, chiamati a giudicare quali erano i piatti all'altezza di un vero menu. I primi classificati in cucina saranno loro, accompagnati in sala da alcuni soci fondatori, come Hadi Noori, tra i primi ragazzini arrivati dall'Afghanistan in quei camion frigo che per alcuni sono stati mortali: "Avevo 15 anni - racconta Noori, oggi 25 anni - e lavoravo in fabbrica a Kabul. Volevo studiare e non potevo. Alla fine non avevo altra scelta, dovevo partire".

A 15 anni parte dall'Afghanistan per raggiunge l'Iran per poi proseguire a piedi verso la Turchia: "Durante questi viaggi sei solo - spiega - ma poi incontri altre persone che magari non rivedi più. Dalla Turchia sono andato in Grecia con un gommone, poi mi sono fermato là e ho cercato di lavorare ma c'era tanto sfruttamento. Un giorno mi sono infilato con altri ragazzi in un camion pieno di arance, la temperatura oscillava tra gli zero e i due gradi, ma siamo riusciti. Lo stesso capita ai mie colleghi che sono qui oggi, quando s'imbarcano e non sanno se arriveranno mai. Ci spinge solo la voglia di ripartire, di volare ancora".

COSÌ LIAIUTIAMO AD INTEGRARSI E LAVORARE

VOGLIAMO SCONFIGGERE I PREGIUDIZI”
intervista a Hamed Mohamad Karim

Non c’è nulla lasciato al caso nell’Africa Experience. Il locale è attraversato da legni intarsiati e intrecciati tra loro che formano la grande chioma di un albero africano, i colori sono accesi come quelli della natura e i disegni alle pareti, firmati dall’artista francese Blandine Hélary, raccontano le migrazioni umane.

Che significato ha questo ristorante per voi?«Vogliamo dimostrare che facciamo del nostro meglio per far capire a chi ha pregiudizi che siamo uguali a voi — spiega Hamed Mohamad Karim, 33 anni, portavoce dello staff formato da 4 donne e 4 uomini e ideatore del format con i soci del primo locale, l’Orient Experience — Lo facciamo per i nostri figli, per le future generazioni e per dare la possibilità di toccare con mano l’Africa. I piatti sono quelli che i ragazzi hanno imparato da soli, lontani da tutti, spinti soltanto dal desiderio di vivere».

L’idea è semplice, ma nessuno ci aveva mai pensato. Si può esportare?
«Magari, è quello che vogliamo. Prendiamo contatti con i centri di accoglienza e offriamo sia un tirocinio in modo che le persone possano imparare l’italiano e socializzare, sia un posto di lavoro se si dimostra che si è capaci, come i tre cuochi che inizieranno a lavorare venerdì. In questo modo si mette in moto una catena positiva».

Come avete scelto i piatti?
«Quando abbiamo coinvolto anche l’Istituto alberghiero si sono incontrati due mondi ed è stato bello perché quando poi si è vicini e si parla si capisce che siamo uguali. Siamo i primi imprenditori considerati stranieri ma che si sentono ormai italiani».

La vostra attività significa molto anche a Venezia, dove su 44 Comuni quasi la metà rifiuta di accogliere i migranti.
«In piccolo l’Africa Experience vuole mettere in luce quello che non si legge quasi mai, ovvero che il dialogo è possibile. Siamo quell’Italia che vorremmo che tutti conoscessero, quell’Italia di chi vuole stare qui nel segno della pace e dell’amicizia, quell’Italia che ci ha dato tanto e che vogliamo arricchire, portando economia e integrazione». ( v. m.)

Alcune sacrosante verità a proposito di terremoto, Nuvola, e soprattutto Matteo Renzi, gli effetti nefasti del suo regime e il dramma dell'assenza di una vera opposizione.

Il Fatto Quotidiano, 1 novembre 2016 (p.d.)

Davvero ciò che serve all’Italia terremotata è la fine delle divisioni politiche in nome della Grande Unità Nazionale per la Ricostruzione? Davvero le piaghe strutturali e purulente riaperte dal terremoto infinito dipendono da un eccesso di conflittualità fra governi e opposizioni e solo un balsamico spegnimento della polemica politica ci aiuterà a ricostruire in assoluta sicurezza gli edifici e i monumenti crollati? A leggere i giornali, a vedere i tg e a sentire i politici di ogni colore che blaterano di “solidarietà nazionale”, “unità”, “pace”, “concordia”, “patti”,“tavoli”e financo di rinviare il referendum (quel gran genio di Castagnetti), parrebbe proprio di sì. A saper collegare i puntini della storia recente di un Paese che non riesce mai a trovare una sana via di mezzo tra la rissa permanente e l’eterno inciucio, si direbbe proprio di no.

1. Il governo Renzi si regge su un’ampia maggioranza alla Camera e su una più risicata al Senato: quindi, per far approvare i suoi provvedimenti, non ha bisogno dei voti delle opposizioni. Che devono controllare ciò che fa il governo, votando ciò che ritengono giusto e contrastando ciò che ritengono sbagliato.

2. Il governo Renzi è impegnato in una perenne polemica con la Commissione europea, a cui chiede alcune cose irragionevoli (il permesso di violare gli impegni da esso stesso assunti per la riduzione del debito e il contenimento del deficit) e alcune sacrosante (l’esclusione delle spese per la ricostruzione post-terremoto e per l’accoglienza dei migranti dal patto di Stabilità). Se non mendicasse le prime, avrebbe più potere contrattuale sulle seconde, che comunque l’Ue non pare intenzionata a negargli. E, sulle richieste ragionevoli, sarebbe più credibile se evitasse di reclamare 3,4 miliardi di nuova flessibilità per il terremoto per poi dirottarne i 3/4 sui bonus più o meno elettorali.

3. La legge di Stabilità appena presentata, sul post-terremoto è largamente insufficiente e talora: la ricostruzione di Amatrice e degli altri comuni devastati dal sisma di agosto è prevista entro il 2047, cioè fra 31 anni. E il piano Casa Italia per la prevenzione è poco più di un sacco vuoto. Siccome i comuni ad alto rischio sismico sono il 38%, con 6,2 milioni di edifici, occorrono decine di miliardi. Che non si possono trovare tutti subito, ma che bisogna iniziare a rastrellare. Non facendo altre cambiali da accollare alle future generazioni, sforando ancora il debito e il deficit, ma con un’imposta patrimoniale e una seria lotta all’evasione e agli sprechi. (La legge di Stabilità regala 97 milioni alla Ryder Cup di golf: e cambiano la Costituzione per risparmiarne 40?).

4. Inaugurando la Nuvola all’Eur, la sindaca Raggi ha denunciato 18 anni di sprechi e rinvii e s’è beccata i fischi dei magnamagna in platea. Standing ovation invece per i colpevoli degli sprechi e dei rinvii. In un Paese così occorre più opposizione, non meno.

5. Il mondo delle costruzioni non dà garanzie né di trasparenza né di efficienza. Nelle carte dell’ultima retata per le tangenti sulle grandi opere, l’aspetto meno allarmante è la corruzione: “colla”al posto del cemento armato e costi gonfiati ad arte (da 18 a 61 milioni per l’inutile Terzo Valico) dalla Salini Impregilo, festeggiata un mese fa da Renzi, che dovrebbe regalarci (si fa per dire) il Ponte sullo Stretto. Nella civilissima Lombardia, basta un Tir per polverizzare un viadotto; e un manager inquisito rivela che tutti gli appalti continua a spartirseli la solita cricca di coop rosse e bianche e costruttori noti alle cronache giudiziarie dai tempi di Tangentopoli. Un ras della ’ndrangheta dice di essersi pappato il 70% dei lavori di Expo col trucco dei subappalti. E i manager e costruttori sentiti dai pm che indagano su Expo assicurano che lo staff di Beppe Sala aveva un “unico interesse: concludere i lavori entro aprile 2015” a costo di “arretrare la soglia della legittimità amministrativa” con una “deregulation dettata dall’emergenza”. La Mantovani vinse una gara con un ribasso assurdo del 42%, ma anziché verificarne la congruità “Sala ripeteva che ‘l’unica cosa che non manca sono i soldi’”.

Tutto ciò non risale al solito vago “passato”da dimenticare. Accade oggi, età dell’oro del renzismo arrembante che si accinge a stanziare – com’è giusto – miliardi per la ricostruzione post-terremoto, affidando – com’è inevitabile – centinaia di appalti. Chi ci garantisce gare non truccate, niente appalti a trattativa diretta, niente subappalti a imprese mafiose,niente costi lievitati, niente risparmi sui materiali per accollare le mazzette ai contribuenti, nessuna impresa già condannata?

Renzi ripete il magico abracadabra: “Controllerà tutto Cantone” (cui il governo lesina 83 milioni per far funzionare l’Anac). Per fortuna non ha aggiunto “ricostruzione modello Expo”, come aveva incautamente fatto ad agosto. Ma, con tutto il rispetto per Cantone, anche Expo e le altre grandi opere degli ultimi scandali erano sotto controllo dell’Anac. Quindi Renzi la smetta di usarlo come il Dash che “lava più bianco” o il confetto Falqui che “basta la parola”. Cantone non basta se non cambiano le regole per la ricostruzione: gara obbligatoria per ogni appalto e incarico, niente subappalti, fuori le imprese condannate, agenti provocatori per offrire tangenti ai pubblici amministratori e testarne l’integrità. Le opposizioni devono battersi per questo, tenere gli occhi ancor più aperti e denunciare l’eventuale ritorno dei soliti andazzi e dei soliti noti. Se le norme antisismiche vengono violate da più di 30 anni, non è perché c’era troppa opposizione. Ma perché ce n’era troppo poca.

Matteo Renzi ha clamorosamente tradito i pacifisti cui aveva promesso di battersi contro la proliferazione delle armi nucleari. Un sonoro NO a Renzi e alla sua riforma è anche un SI per la pace.

il manifesto, 1° novembre 2016

«Grazie, presidente Obama. L’Italia proseguirà con grande determinazione l’impegno per la sicurezza nucleare»: così scriveva il premier Renzi in uno storico messaggio twitter. Sei mesi dopo, alle Nazioni Unite, Renzi ha votato Sì alle armi nucleari. Accodandosi agli Usa, il governo italiano si è schierato contro la Risoluzione, approvata a grande maggioranza nel primo comitato dell’Assemblea generale, che chiede la convocazione nel 2017 di una conferenza delle Nazioni Unite al fine di «negoziare uno strumento legalmente vincolante per proibire le armi nucleari, che porti verso la loro totale eliminazione». Il governo italiano si è così rimangiato quanto promesso alla Conferenza di Vienna, due anni fa, ai movimenti antinucleari «esigenti», assicurandoli sulla sua volontà di operare per il disarmo nucleare svolgendo un «ruolo di mediazione con pazienza e diplomazia».

Cade così nel vuoto l’appello «Esigiamo il disarmo nucleare totale», in cui si chiede al governo «la prosecuzione coerente dell’impegno e della lotta per la messa al bando delle armi nucleari», in un percorso «umanitario e giuridico verso il disarmo nucleare», nel quale l’Italia potrebbe svolgere «un ruolo più che attivo, possibilmente trainante». Cadono di conseguenza nel vuoto anche le mozioni parlamentari dello stesso tenore. Gli appelli generici al disarmo nucleare sono facilmente strumentalizzabili: basti pensare che il presidente Usa, artefice di un riarmo nucleare da 1000 miliardi di dollari, è stato insignito del Premio Nobel per la Pace per «la sua visione di un mondo libero dalle armi nucleari». Il modo concreto attraverso cui in Italia possiamo contribuire all’obiettivo del disarmo nucleare, enunciato nella Risoluzione delle Nazioni Unite, è quello di liberare il nostro paese dalle armi nucleari statunitensi. A tal fine occorre non appellarsi al governo, ma esigere che esso rispetti il Trattato di non-proliferazione (Tnp), firmato e ratificato dall’Italia, che all’Art. 2 stabilisce: «Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari, che sia Parte del Trattato, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari o altri congegni nucleari esplosivi, né il controllo su tali armi e congegni esplosivi, direttamente o indirettamente».

Si deve esigere che l’Italia cessi di violare il Tnp e chieda agli Stati uniti di rimuovere subito tutte le loro armi nucleari dal nostro territorio e di non installarvi le nuove bombe B61-12, punta di lancia della escalation nucleare Usa/Nato contro la Russia, né altre armi nucleari. Si deve esigere che piloti italiani non vengano più addestrati all’uso di armi nucleari sotto comando Usa. È questo l’obiettivo della campagna lanciata dal Comitato No Guerra No Nato e altri soggetti (per documentarsi digitare su Google «Change Nato»). La campagna ha ottenuto un primo importante risultato: il 26 ottobre, al Consiglio Regionale della Toscana, è stata approvata a maggiornza una mozione del gruppo Sì Toscana a Sinistra che «impegna la Giunta a richiedere al Governo di rispettare il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari e far sì che gli Stati uniti rimuovano immediatamente qualsiasi arma nucleare dal territorio italiano e rinuncino a installarvi le nuove bombe B61-12 e altre armi nucleari». Attraverso queste e altre iniziative si può creare un vasto fronte che, con una forte mobilitazione, imponga al governo il rispetto del Trattato di non-proliferazione. Sei mesi fa chiedevamo dalle pagine del manifesto se ci fosse qualcuno in Parlamento disposto a esigere, in base al Tnp, l’immediata rimozione dall’Italia delle armi nucleari statunitensi. Siamo ancora in attesa di risposta.

Ieri non abbiamo trovato altri articoli su queata devastante iniziativa politica del governo Renzi. Il servilismo agli USA è davvero straordinario, fa impallidire il ricordo di quello della Dc di De Gasperi, ben più dignitoso. Urgono iniziative popolari per la pace e l'uscita dalla NATO. il manifesto, 30 ottobre 2016
Allucinante Matteo Renzi. Allucinante Paolo Gentiloni. Ieri notte era all’ordine del giorno dell’Assemblea generale dell’Onu un voto davvero importante: una risoluzione perché dal 2017 partano i negoziati per un Trattato internazionale che vieti le armi nucleari.

La risoluzione è stata approvata da 123 Paesi, 16 Stati si sono astenuti ma 37 Paesi hanno votato contro, tra cui l’Italia. In compagnia di quasi tutte le nazioni nucleari del mondo e tanti alleati degli Stati uniti che, come l’Italia, hanno sul proprio territorio ogive nucleari. Si badi, non armi atomiche vintage della “passata” Guerra fredda, ma rinnovati sistemi d’arma per le quali il Nobel della Pace Obama ha speso diversi miliardi di dollari: si chiamano bombe B61-12 e potranno essere montate sugli F35 che – a proposito di “costi della politica” – ci costano più di 15 miliardi di euro. I primi due F35 arriveranno nella base di Amendola l’8 novembre prossimo, il giorno delle presidenziali americane, e senza know how di attivazione: quello lo controllano dagli Usa.
Qui, nel ridente Belpaese, ce ne sono ben 70 di bombe atomiche, 20 a Ghedi e 50 ad Aviano.

Sono lontani i tempi in cui il Parlamento europeo chiedeva espressamente agli Stati uniti di sbaraccare dal territorio europeo l’armamentario disseminato di circa 300 armi nucleari. Adesso se nazioni come Austria, Brasile, Irlanda, Messico, Sudafrica e Nigeria (primi firmatari della risoluzione votata all’Onu) propongono di avviare un trattato vincolante per mettere al bando le armi atomiche, l’Italia si sente in dovere di votare contro. E purtroppo non è una barzelletta del tragi-comico Benigni, eccellenza italiana al mega ricevimento alla Casa bianca.

«». il manifesto, 28 ottobre 2016 (c.m.c.)

Tonino Perna, ragionando su Calais, nei giorni scorsi si domandava da queste colonne «chi invade chi?». Una domanda che merita una risposta articolata, non semplicistica, che in parte lui stesso ha provato a dare. E sulla quale ritengo utile tornare dato che oramai l’assenza di buon senso nel dibattito pubblico sull’accoglienza pare essere l’unico dato di fatto incontrovertibile. Unito, sembra, a una generale ignoranza sulla materia tanto che secondo una recente ricerca del Centro Studi di Confindustria la presenza di cittadini migranti nel nostro Paese appare «sovrapercepita»: da una presenza reale nel 2015 dell’8,2%, la percezione dell’opinione pubblica si attesta al 26%.

C’è dunque una dominanza del mondo dell’opinione su quello della matematica, se la vogliamo mettere così, e ciò non aiuta a trovare soluzioni adeguate a problematiche oggettivamente complesse ma che, al tempo stesso, toccano la vecchia Europa e il nostro Paese solo minimamente. È la stessa Unhcr a dirci che nel 2015 sono stati oltre 65 milioni le persone costrette a fuggire dalle proprie case nel mondo, di cui poco più di 1 milione in Europa e circa 200mila in Italia. Si può parlare dunque di invasione? Di difficoltà nella gestione di grandi numeri? Se entriamo nello specifico dobbiamo registrare che ad oggi, in tutto il Paese, sono poco più di 145mila le persone accolte nelle strutture di accoglienza. E noi siamo 60 milioni. Una percentuale attorno allo 0,24%.

Di nuovo, poco? Tanto? La statistica direbbe insignificante ma, nonostante ciò, il tema accoglienza è considerato il problema per eccellenza. Si è costruito un immaginario secondo il quale se non accogliessimo quelle 145 mila persone questo Paese starebbe meglio. Ci sarebbero pensioni migliori, città più pulite, più lavoro, più servizi sociali, più asili nido. Ma sappiamo, sempre scorrendo i dati e la storia di questo Paese, che non è così.

Dove stanno i problemi allora? Senza voler scomodare la sociologia una prima risposta c’è, concreta e molto matematica: dal 2007 al 2013 questo Paese ha tagliato il fondo per le politiche sociali di quasi l’80%: si è passati da 2 miliardi di euro a 280 milioni senza che nessuno se ne sia accorto. Almeno così pare. Quel fondo alimentava i trasferimenti agli enti locali, oggi – non casualmente – in ginocchio, senza risorse, strangolati dal patto di stabilità e sui quali ricade per intero il peso dell’accoglienza. Tutto ciò nonostante l’apporto dei cittadini migranti sia diventato imprescindibile, come dimostrano tutti gli indicatori economici pubblici e privati.

Ma allora, di nuovo, perché prendersela con i richiedenti asilo? Perché sono il capro espiatorio preferito dalla politica da 25 anni a questa parte e anche perché, in questi anni, lo Stato non è stato in grado di strutturare un vero e proprio sistema di accoglienza (per non parlare di un vero piano sull’immigrazione) degno di questo nome, ma ha preferito, nella migliore delle tradizioni nostrane, la logica emergenziale per gestire un fenomeno epocale. La responsabilità sta qui e sta nella ‘furbizia’ di quei sindaci (purtroppo tanti) che non si sono assunti la responsabilità di concorrere all’accoglienza, scaricando su quei pochi che lo hanno fatto tutte le problematiche del caso.

Di comuni come Gorino o Capalbio ne abbiamo troppi in giro per il Paese e anche qui la matematica può chiarire meglio di tante parole: se ciascuno degli 8003 comuni italiani avesse dato il suo piccolo contributo oggi quelle 145 mila persone sarebbero accolte in piccoli nuclei da 18 (la famosa accoglienza diffusa), che si tratti di Gorino o di Milano. E con una semplice operazione perequativa potremmo gestire il tutto con più serenità e maggiore capacità d’integrazione.

Sarebbe un paese forse meno accattivante per media e classe politica in generale – che invece preferiscono le invasioni barbariche – ma forse più efficace nell’affrontare con serietà i problemi del nostro tempo e del nostro Paese.

Anche a sinistra dobbiamo avere il coraggio di prendere questa strada, riportando il tutto alla realtà. Senza giustificazionismi di sorta che assomigliano sempre più a una resa culturale all’egoismo e al razzismo.

«Il sindaco del comune emiliano e il collega di Ferrara: disponibili ad accogliere, ma lo Stato non sequestri spazi. La Lega: eroi i rivoltosi». La Repubblica 27 ottobre 2016 (c.m.c.)

Gli uomini sono tornati in mare, i bimbi a scuola, le barricate non ci sono più. Ma i pezzi di comunità da rimettere assieme sono tanti. Si cerca il dialogo adesso a Gorino, il paese che lunedì notte ha respinto un bus con a bordo dodici profughe per impedire che venissero ospitate in ostello. I sindaci di Goro e Ferrara stanno lavorando per fare incontrare i cittadini e le migranti, che lanciano un appello: «Non abbiate paura di noi». Ma intanto questa vicenda potrebbe costare il posto al prefetto Michele Tortora, che ora rischia il trasferimento.

«Non appena le acque si saranno calmate, vorremmo organizzare un incontro tra le ragazze e gli abitanti del paese» spiega il primo cittadino di Ferrara e presidente della Provincia Tiziano Tagliani, che in queste ore è in contatto con il collega di Goro Diego Viviani per trovare una mediazione. «I miei concittadini – scandisce quest’ultimo - sono disponibili ad accogliere i profughi, ma con un coinvolgimento diverso da parte dello Stato, senza nessun sequestro improvviso di altri alloggi e venendo informati ».

Pronte a parlarsi e guardarsi in faccia anche le migranti che erano sul pullmino respinto dai goresi: quattro di loro ora vivono in una casa famiglia di Codigoro, a venti chilometri dalle barricate. «Avere paura degli immigrati capita ovunque, ma la gente di qui non ha nulla da temere. Possiamo incontrarli per spiegare la nostra storia, così capiranno », sorride Aminatu, 36 anni, della Costa d’Avorio. Lei, per esempio, è partita perché non riusciva più a mantenere i suoi quattro figli dopo che il marito se n’è andato. Sanogo, 19 anni, invece è fuggita per non essere data in moglie a un uomo molto più vecchio. Dosso, seduta accanto a lei, mentre racconta la sua storia scoppia a piangere: «I miei genitori sono morti e io rischiavo la vita, ora sono pronta a fare qualsiasi lavoro». Poi c’è Ebrugbe, 20 anni, viene dalla Nigeria, dov’era stata condannata a morte per omosessualità: «Quando ho visto che il pullman tornava indietro da Goro – racconta - ho pregato che Dio ci aiutasse ».

Lunedì notte, a manifestare contro di lei c’era anche Fausto Gianella, 52 anni, una vita da pescatore con una parentesi da assessore e consigliere comunale. «In presenza del sindaco siamo disponibili a incontrare le migranti per spiegare che nessuno ce l’ha con loro. Ma non chiedo scusa: noi ci siamo ribellati perché ci hanno sequestrato l’ostello, l’unico punto di ritrovo che abbiamo in paese. E perché qui non abbiamo niente. Già prima, se ci avessero detto di ospitare tre o quattro ragazze, probabilmente non sarebbe successo nulla. Ragazze, però». Non c’entra il razzismo? «La giovane che gestisce l’ostello requisito è serba, e l’abbiamo accolta anni fa. Ma quale razzismo? È stato un cortocircuito ».

Le polemiche però non si fermano. Il ministro dell’Interno Alfano assicura che i fatti di Goro «non saranno un precedente ». Nessun arretramento da parte dello Stato, è il messaggio, mentre pare sempre più in bilico il posto del prefetto di Ferrara Michele Tortora: «Le cose – osserva Alfano - si possono sempre gestire meglio o peggio, però quello che si è verificato non è lo specchio dell’Italia».

Immediata la replica di Ap, il “sindacato” dei prefetti: «Tortora non diventi un capro espiatorio». Anche la Lega Nord continua a soffiare sul fuoco: il capogruppo in Regione Emilia-Romagna Alan Fabbri definisce «eroi e non fascisti » i manifestanti di Goro e i sindaci in camicia verde dei comuni colpiti dal terremoto avvertono: «Nessuno si azzardi a imporci l’accoglienza dei migranti ».

«L’inchiesta dello Spiegel rivela che nell’attraversare il Mediterraneo perentrare in Europa più di diecimila persone sono annegate dal 2013 e un sacco dimiliardi sono finiti nelle tasche di una rete di trafficanti che ha le sue basiin Germania, Italia e Libia». Internazionale

È il trafficante diesseri umani più ricercato del mondo. Di lui non esistono fotografie, solol’identikit disegnato per gli investigatori. Mostra un uomo tarchiato con untaglio di capelli corto e preciso. Sembra che sia un etiope sulla quarantina eche sia attivo da dieci anni. Al telefono la sua voce suona cupa e gutturale.Sceglie le parole con cura. All’arabo mescola espressioni inglesi smozzicate.Dopo che una delle sue imbarcazioni è affondata al largo di Lampedusa, il 3ottobre 2013, le sue conversazioni sono state intercettate. Lo si sente parlareirritato di life jackets, giubbotti di salvataggio. “Io non gli ho mai datolife jackets, chiaro?”
Quel 3 ottobre, al largodell’isola siciliana, sono affogate 366 persone che stavano quasi perraggiungere la loro meta, l’Europa. Quando l’ha saputo, l’uomo che avevaorganizzato il viaggio si è infuriato più per il danno alla sua reputazione cheper i morti. “Tanti migranti sono partiti con altri organizzatori e sono finitiin pasto ai pesci”, esclama. “Ma nessuno ne parla”. Solo a lui danno la caccia.Lui: Ermias Ghermay. Da quel “giorno delle lacrime”, come lo ha definito papaFrancesco, nel Mediterraneo sono morti altri diecimila migranti: in media unoogni tre ore. Ma nello stesso periodo circa cinquecentomila persone hannoraggiunto le coste italiane. Questo significa che, nel giro di tre anni, nellecasse dei trafficanti africani sono entrati miliardi di euro.

In questo business dimorte, a dettare le regole sono gli etiopi, i sudanesi, i libici e gli eritrei.L’Eritrea è uno dei paesi più poveri del mondo, una dittatura a partito unicoche l’ong Human Rights Watch ha definito “una gigantesca prigione”. Più di unmilione di eritrei sono fuggiti all’estero. Un mercato enorme per i trafficantidi esseri umani eritrei, molti dei quali gestiscono il business dei profughilungo la rotta centrale, quella che attraversa il Mediterraneo. Come dimostranole intercettazioni telefoniche effettuate dalle procure italiane, gli emissaridei trafficanti a Khartoum, Tripoli, Palermo, Roma e Francoforte fanno parte diuna rete efficientissima. Sparsi lungo il percorso, guidano i loro connazionaliverso nord e incassano milioni di euro.
Colpa del destino
Tra tutti gli africani,gli eritrei sono quelli che presentano il maggior numero di richieste di asiloin Germania, dove parallelamente sta aumentando anche il numero di trafficanti.Come quello di armi e di droga, anche il traffico di esseri umani è ormai unodei business più redditizi della criminalità organizzata ed è finito in granparte sotto il controllo degli eritrei. Il tutto sotto il naso delle autoritàtedesche, la cui passività di fronte a questi sviluppi lascia sbigottiti gliinvestigatori italiani. Lo Spiegel ha svolto le sue ricerche per mesi in Libia,in Italia, a Berlino e a Francoforte. Ha studiato più di mille pagine di attigiudiziari italiani, ha consultato dossier riservati e interrogato i migrantisopravvissuti alla traversata. Da questo lavoro è emersa un’immagine più chiaradei trafficanti di esseri umani, che sono disposti ad accettare la morte dimigliaia di persone, sequestrano i profughi e li vendono come bestie.

Uno deipiù famigerati esponenti di questa categoria è Ermias Ghermay. La sede dell’unitàspeciale Tarik al Sika si trova sull’omonima strada nel centro di Tripoli, lacapitale della Libia. È qui che viene coordinata la lotta a Ghermay e aglialtri trafficanti. Finora nessuno straniero aveva mai avuto accesso a questastruttura. Per entrare nel cortile bisogna passare una porta d’acciaio. Asinistra ci sono gli unici degli investigatori e delle forze speciali, a destrale celle. La Tarik al Sika è un’unità di élite che si occupa d’individuare itrafficanti di esseri umani e gli esponenti delle milizie estremiste. Inconfronto al caos che ormai è la norma in Libia, qui regna l’ordine. Allaparete sono affissi i turni di servizio. I dossier delle operazioni sono classificatie organizzati in raccoglitori.

Il capoturno Hussam (ilcognome non lo rivela per motivi di sicurezza) non indossa l’uniforme, ma jeanse maglietta. Porta la barba secondo l’uso della coalizione Alba libica:accuratamente rasata a formare un semicerchio che va da un orecchio all’altrosotto il labbro inferiore. I suoi capelli sono legati in una coda.“Sappiamo dove sinascondono Ermias e i suoi uomini, conosciamo quelli con cui lavorano eseguiamo i loro spostamenti”, dice Hussam. Poi tira fuori un dossier e legge: fino al 2015 Ghermay ha vissuto a Tripoli in un quartiere popolatoprevalentemente da migranti africani e noto per essere un centro di smistamentodi droga, armi e alcol. Hussam spiega che la sua unità ha fatto irruzione duevolte nell’appartamento di Ghermay, che però è riuscito a scappare in entrambii casi: ora il trafficante risiede a Sabrata, sulla costa occidentale dellaLibia, protetto da guardie armate fino ai denti. Purtroppo, spiega Hussam, leautorità libiche non hanno abbastanza uomini e armi per affrontarlo lì. Molti trafficanti diesseri umani si vantano di avere ottimi rapporti con la polizia libica esostengono di poter tirare fuori di prigione chiunque semplicemente pagando gliagenti. Hussam ammette che queste cose in Libia succedono davvero, ma non nellasua unità.
“Ghermay è un etiope conpassaporto eritreo e va in giro in jeans e maglietta per non dare nell’occhio”,racconta Yonas, un ex intermediario del trafficante. Qualche mese fa la Tarikal Sika lo ha arrestato alla mensa dell’ambasciata eritrea a Tripoli, dovelavorava. Da allora Yonas (uno pseudonimo per nascondere la sua identità)collabora con le forze speciali libiche, che lo hanno usato come testimone.Yonas ha dichiarato che per ogni eritreo che passava Ghermay incassava circa 30euro, e che a bordo del barcone affondato al largo di Lampedusa c’erano anchepersone mandate da lui.

La notte dopo ilnaufragio, racconta Yonas, “Ghermay ha fatto passare sotto la portadell’ambasciata Eritrea la lista dei passeggeri, in modo da avvisare iparenti”. Nelle intercettazioni telefoniche Ghermay si vanta di questo gesto: iparenti delle vittime, in prevalenza eritrei, sono stati “informati”tempestivamente. Queste cose fanno bene agli affari. “Subito dopo ladisgrazia”, racconta Yonas, “gli ho telefonato e gli ho detto di venire allamensa. Volevo che risarcisse le famiglie delle persone annegate. Lui è venutoall’appuntamento, ma ha rimborsato solo il prezzo della traversata”.
In una telefonata a untrafficante Sudanese Ghermay dice che se i profughi sono morti è colpa loro:non hanno seguito le sue istruzioni e hanno stupidamente fatto capovolgere ilbarcone. Ghermay ha la coscienza a posto: “Ho seguito le regole, ma loro sonomorti lo stesso. Si vede che era destino”. Il sudanese concorda: “Non si puòfare appello contro il giudizio di Dio”.
Collaborazione redditizia
Le rovine dell’anticoteatro di Sabrata si vedono da molto lontano. Dichiarate patrimoniodell’umanità dall’Unesco, sono la testimonianza dello splendore raggiuntodall’impero romano sotto il filosofo Marco Aurelio. Oggi questa cittàmillenaria è uno degli snodi della criminalità internazionale e un centro dismistamento delle ricchezze guadagnate grazie al traffico di esseri umani. Daqui passa la maggior parte dei migranti provenienti dall’Africa subsahariana, eda qui partono molte delle imbarcazioni dirette in Italia. Quando arrivano aSabrata i migranti hanno già affrontato un viaggio di migliaia di chilometri.Gli eritrei che sono riusciti a raggiungere il Sudan orientale passando perl’Etiopia pagano ino a seimila dollari per poter proseguire dalla capitalesudanese Khartoum ino alla costa mediterranea della Libia. Per quasi tutti, ilviaggio è una sofferenza. Molti sono sequestrati nel Sahara, rinchiusi esottoposti a maltrattamenti sistematici, finché i familiari non mandano i soldiper la tappa successiva.

Fanos Okba, 18 anni,sopravvissuta al naufragio di Lampedusa, è stata violentata in uno di questicampi di prigionia. “Eravamo costretti a stare in piedi tutto il giorno mentresotto i nostri occhi gli altri migranti venivano torturati in mille modi:scosse elettriche, colpi sulle piante dei piedi”, racconta. “Ad alcuni venivalegata una corda intorno al collo e alle gambe, in modo che al minimo movimentosi strangolavano”.

Per porre fine a queitormenti, i parenti devono versare denaro su conti bancari in Sudan, in Israeleo a Dubai, oppure con l’hawala, un sistema di trasferimento molto usato inMedio Oriente. È un sistema che si basa sulla fiducia: una persona riceve unasomma e un’altra versa la stessa cifra al destinatario in un’altra parte delmondo. Dopo che il denaro è arrivato a destinazione la famiglia del migrantericeve un codice, che dev’essere mandato al cellulare dei trafficanti. Soloallora il viaggio verso nord può continuare.

Una volta arrivati sullacosta libica, i clienti di Ghermay vengono nuovamente rinchiusi, di solito inqualche magazzino a Sabrata o alla periferia di Tripoli. Per facilitare lacontabilità i migranti ricevono un numero d’identificazione un po’ come succedenel commercio del bestiame. Secondo le carte degli inquirenti italiani, Ghermayintrattiene “contatti diretti con trafficanti nell’Africa subsahariana”. Inquesto modo riesce a “comprare carichi” da altri trafficanti “per aumentare iprofitti”.
I luogotenenti diGhermay, che si fanno chiamare “colonnelli”, impongono una disciplinaseverissima. Tenere i migranti nei magazzini costa: per questo chi non è ingrado di pagarsi subito il passaggio verso l’Italia viene picchiato etorturato.

Tutto questo succede inun paese a cui ad aprile l’Unione europea ha offerto un
pacchetto di aiuti delvalore di cento milioni di euro. Succede mentre le navi dell’operazione europeaSophia operano così vicino alle coste libiche che i trafficanti riescono aportare a destinazione i loro carichi spendendo una miseria: bastano un barconemalconcio, pochi litri di gasolio e un telefono satellitare per fare lachiamata d’emergenza. Gli investigatori della Tarik al Sika non riescono asmantellare l’organizzazione di Sabrata perché i trafficanti e le potentimilizie locali lavorano a stretto contatto. I miliziani hanno bisogno di denaroe i trafficanti di protezione: una collaborazione redditizia per entrambe leparti. E il mercato promette bene: di recente l’inviato speciale delle NazioniUnite Martin Kobler ha dichiarato che sulle coste libiche 235mila personeaspettano di partire per l’Italia.

Secondo gli investigatorilibici, Ghermay si è stabilito in un quartiere vicino alla torre idrica diSabrata. “Si sposta da una città all’altra”, spiega il maggiore Bassam Bashir,che dirige l’unità incaricata d’indagare sul traico di migranti nella città.“Le nostre fonti indicano che è qui”. Di recente l’amministrazione cittadina haavvisato che l’obitorio comunale non può più accettare cadaveri di stranieri:l’edificio è troppo piccolo per contenere i corpi di tutti i migranti africaniritrovati sulle spiagge di Sabrata. A luglio sono stati più di 120 e, secondoil sindaco, in un solo giorno ne sono stati trovati 53. Bashir conferma cheGhermay non è l’unico trafficante che vive a Sabrata: c’è anche un imprenditorechiamato Mosaab Abu Grein. Secondo gli inquirenti di Tripoli, è lui il vero redel traffico di esseri umani in Libia. Gli abitanti del posto dicono che AbuGrein ha 33 anni e due figli maschi, è una persona rispettabile e ha un’ottimareputazione, almeno ufficialmente. Sulla sua testa non pende nessun mandato dicattura internazionale ed è il proprietario dello stabilimento balneare piùgrande di Sabrata, ma ha scelto di non rispondere alle accuse degli inquirenti.Un suo ex complice, che ora collabora con le autorità, afferma che solo nel2015 Abu Grein avrebbe fatto arrivare clandestinamente in Europa 45milapersone, quasi un terzo del totale. A quanto pare anche prima della caduta diMuammar Gheddafi il ricco imprenditore aveva ottimi rapporti con la mafiaitaliana e un ruolo di primo piano nel traffico di esseri umani. Secondo gliinquirenti, oggi Ghermay gestisce gli affari di Abu Grein con l’Etiopia,l’Eritrea e il Sudan. Quando gli chiediamo se le autorità europee sono aconoscenza delle indagini dei loro colleghi libici, Hussam scuote il capo. “Voieuropei non fate che lamentarvi dei migranti che vengono dall’Africa”, dice,“ma nessun procuratore italiano o tedesco è mai venuto a Tripoli a chiederecosa succede qui”.
Testimone chiave
Ha il viso largo e gliocchi neri e porta una collana di perline di plastica: secondo il mandatod’arresto spiccato dalle autorità italiane, Atta Wehabrebi intratteneva“rapporti diretti con i trafficanti di esseri umani in Libia, compreso ErmiasGhermay”. Il procuratore Calogero Ferrara sostiene che Wehabrebi è un“testimone chiave”. Ferrara, abbronzato e con un sigaro in bocca, è orgoglioso.È qui nel suo ufficio di Palermo che Wehabrebi ha parlato per la prima volta,nell’aprile del 2015. Le dichiarazioni dell’eritreo, dice Ferrara, sonopreziose come quelle dei capi mafiosi pentiti.

Ferrara lavora per la squadraantimafia della procura di Palermo. Ogni mattina, quando raggiunge il suo ufficioal secondo piano del palazzo di giustizia, passa davanti a una targa checommemora alcuni dei suoi predecessori assassinati. In questo edificiolavoravano anche i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, uccisi nel1992. “In Italia ci sono tante cose che non funzionano”, dice Ferrara, “ma dilotta alla criminalità organizzata qualcosa ne capiamo”. Secondo gli inquirentisiciliani i crimini dei trafficanti di esseri umani richiedono misure drastichecome quelle adottate contro la mafia.

La giustizia italiana consente agliinvestigatori di usare intercettazioni telefoniche e riprese video. I testimonichiave sono trattati con generosità e godono di programmi di protezione. Finorala procura di Palermo ha condotto tre operazioni – Glauco 1, 2 e 3 – persmantellare le cellule della rete di Ghermay. Sono stati emessi 71 mandati dicattura. Nell’ultima grande operazione, a giugno, due terzi dei 38 arrestatierano eritrei. Ci sono già state delle condanne, tra cui quella di Wehabrebi,che ora vive sotto protezione. “Tutto ciò che sappiamo su questa rete lodobbiamo a lui”, spiega Ferrara. Wehabrebi è arrivato in Libia dall’Eritreaquando aveva 13 anni, e a Tripoli viveva nella stessa strada di Ghermay, in unquartiere borghese. Ai tempi di Gheddafi gestiva un bar dove i migranti sifermavano prima di cominciare la traversata del Mediterraneo. Wehabrebi sifaceva dare i soldi e li mandava ai trafficanti. Nel 2007 Wehabrebi è arrivato inItalia e ha deciso di mettere a frutto i suoi contatti con i capi del trafficodi esseri umani. Ha scalato le gerarchie e, secondo il mandato di cattura, èdiventato “uno dei boss e dei fondatori” dell’organizzazione criminale, insiemea Ghermay e a un sudanese di nome John Mahray. Wehabrebi era responsabile delleattività in Italia e si occupava di far proseguire verso nord i migrantisbarcati in Sicilia. Doveva farli partire prima che le autorità italianepotessero prendergli le impronte digitali. Senza impronte è difficilerintracciare i migranti: le autorità tedesche non possono ricostruire chiproviene da dove.

Anche se non aveva lapatente, Wehabrebi accompagnava in auto alcuni dei migranti in Germania e perfinoin Scandinavia: un gioco da ragazzi in un’Europa senza controlli allefrontiere. Altre volte se ne occupavano i suoi complici, che partivano da Bolognaalle nove di sera diretti a Rosenheim, nel sud della Germania. “Alle sei di mattinasei già tornato e hai guadagnato mille euro”, gli diceva Wehabrebi. “Se itedeschi ti fermano, di’ che non conosci la gente che hai in macchina, e ilgiorno dopo sei libero”. Secondo Wehabrebi, un business particolarmente redditizioera quello del commercio di documenti falsi. Racconta che alcuni dei suoicomplici eritrei avevano chiesto in cinque diverse prefetture italiane ilricongiungimento familiare per cinque diverse mogli che dicevano di aver lasciatoin Eritrea. Con questo stratagemma le donne, che ricevevano il visto dientrata, si risparmiavano la pericolosa traversata via mare ma dovevano pagarefino a 15mila dollari per il finto matrimonio. Secondo Wehabrebi tutto questosistema funziona anche perché le prefetture italiane non incrociano i dati traloro.

Gli italiani possonopermettersi di essere negligenti. Anche se solo nel 2015 più di 38mila eritreisono arrivati illegalmente in Italia il numero di eritrei è calato del 30 per centorispetto al 2011 fino agli attuali 9.600. Ogni anno decine di migliaia dieritrei sbarcati in Italia proseguono verso la Svizzera, la Svezia o laGermania. Tra loro ci sono moltissimi disperati, ma anche ricchi trafficanti. SecondoFerrara le autorità tedesche sono a conoscenza di questo traffico grazie aEurojust, l’unità di cooperazione giudiziaria dell’Unione europea, ma sembrache la cosa le lasci indifferenti. “Noi italiani svolgiamo indagini, emettiamomandati di cattura e chiediamo riunioni di coordinamento. Abbiamo documenti dacui risulta che la rete ha contatti con la Germania”. Ferrara dice di avermandato ai suoi colleghi in altri paesi dell’Unione quarantamila trascrizionid’intercettazioni telefoniche attraverso l’Europol. Il procuratore ha chiesto aiutoper individuare i vari legami all’interno della rete criminale. I britannici,gli svedesi e gli olandesi hanno valutato i dati e hanno avviato delle indagini,racconta, “ma i tedeschi non hanno fatto niente. Non sembravano troppo interessati.A una delle riunioni di Eurojust hanno mandato una praticante. Li ho sentitidire cento volte la frase: ‘Siamo pronti ad aiutare i colleghi italiani’, eonestamente non ne posso più”.
Arroganza o ingenuità?Ferrara propende per quest’ultima: “Mi ricorda un po’ le mie indagini sulla mafia.Anche in questo caso i tedeschi tendono a dire: ‘La mafia? Da noi non esiste’.Chiudono gli occhi davanti alla realtà, anche se gli abbiamo fornito prove sufficienti”.Gli inquirenti tedeschi sostengono di essere stati informati troppo tardi. Gliitaliani avrebbero condiviso i risultati delle indagini solo dopo che leoperazioni Glauco 1 e 2 erano terminate. E le differenze strutturali tra ilsistema tedesco e quello italiano avrebbero complicato il tutto.
L’eccezione tedesca
Un cordiale signore cheha il suo ufficio vicino alla cattedrale di Palermo si mostra particolarmentecritico nei confronti dei tedeschi. Si chiama Carmine Mosca e dirige un repartospeciale per la lotta contro il traffico di esseri umani istituito presso lasquadra mobile della polizia italiana. A giugno Mosca è andato a Khartoum persupervisionare l’estradizione di un trafficante. Loda la collaborazione con laNational Crime Agency britannica, che ha contribuito alla cattura del sospetto,e con le autorità olandesi, che ascoltano sempre le richieste italiane. Maquando si parla dei tedeschi trattiene a stento la rabbia. Non sarebbe troppodifficile arrestare gente come Ghermay, dice Mosca, ma i suoi uomini devonosuperare ostacoli inutili. Per esempio, normalmente una nave che partecipaall’operazione Sophia attracca in un porto della Sicilia con centinaia dimigranti a bordo. “Noi andiamo lì e indaghiamo”, dice Mosca. “Chiediamo chisono i trafficanti e i contatti telefonici in Libia per poterli mettere sottocontrollo. Quasi tutti gli equipaggi, irlandesi, spagnoli o norvegesi, sono benorganizzati e collaborativi”. L’unica eccezione sono i tedeschi.

Una volta lafregata Hessen è arrivata con un carico di migranti: “Gli ufficiali non cihanno neanche lasciato salire a bordo. Non ci hanno dato nessuna informazione.Non abbiamo catturato neanche un trafficante”, dice. Tutto ciò nonostante Moscaavesse con sé tre procuratori italiani: anche loro sono stati respinti daitedeschi. “Siamo in Italia, ci portano dei migranti e non ci lasciano neanchesalire a bordo per capire com’è andato il salvataggio”, dice Mosca. Quandoabbiamo contattato il comandante della Hessen, ha risposto di non ricordarenessun caso in cui sia stato negato alle autorità italiane di salire a bordo.Il ministero della difesa tedesco afferma che a metà del 2015 “non c’era ancoranessun mandato per combattere i trafficanti nel Mediterraneo” e che, nel corsodelle operazioni congiunte, l’accesso a bordo è sempre consentito “senecessario”. In Sicilia è diventato impossibile ignorare le conseguenzedell’arrivo di migliaia di sopravvissuti ai naufragi. Basta seguire le tracceche Wehabrebi ha fornito agli inquirenti. Per esempio a Palermo, nel vicolosanta Rosalia. Qui, in un bar come gli altri, i trafficanti hanno tenuto i lorocarichi di esseri umani fino a luglio, quando c’è stata una retata. Oggi igiovani guardano in strada con gli occhi vitrei e le guance gonfie di qat, unadroga molto comune in Africa orientale.

A Roma gli eritrei hanno la loro basenel palazzo Selam, un edificio in vetro che ospitava la Facoltà di lettere e filosofiadell’università Tor Vergata e ora offre riparo a circa duemila migranti. Duedei trafficanti ricercati a giugno erano domiciliati qui, altri presso ilcentro per i rifugiati dei gesuiti.
Dietro la porta verde divia degli Astalli 14 i religiosi non offrono solo pasti caldi: i migranti senzaissa dimora possono usare il loro indirizzo per presentare la richiesta di asiloo di un permesso di soggiorno. Dei 38 mandati di cattura emessi all’internodell’operazione Glauco, tre sono stati recapitati ai gesuiti. Wehabrebi, che quandofaceva il trafficante viveva a Roma in un palazzo borghese con vista sui colliAlbani, ha fornito anche altre informazioni durante il suo interrogatorio didieci ore. Una parte delle sue dichiarazioni è ancora secretata. “Stiamo giàpreparando l’operazione Glauco 4”, dice Ferrara. “Stavolta ci occupiamo dei flussi di denaro. Abbiamo chiesto la collaborazione dei servizi d’intelligence.Anche qui vale il motto del giudice Falcone: ‘Segui la pista dei soldi’”.

Per capire dove finisconoi milioni raccolti dai trafficanti bisogna cercare Mana Ibrahim, la moglie diGhermay. Secondo Wehabrebi ha fatto richiesta d’asilo in Germania: “Vive vicinoa Francoforte. Tutto il denaro guadagnato da Ghermay è in Germania”. La procuradi Palermo sostiene di aver trasmesso le informazioni sulla moglie di Ghermayai colleghi tedeschi, ma in Germania nessuno sa niente di Ibrahim. La procuradi Francoforte spiega che la città è indubbiamente “uno dei nodi nella rete deitrafficanti eritrei”, e che ultimamente sono stati aperti “tra i 10 e i 15procedimenti” al riguardo. L’ufficio che si occupa di criminalità organizzataavrebbe indagato più volte sul traffico di stranieri, ma finora sono statearrestate solo persone di secondo piano. Gli inquirenti di Palermo sostengonoche diversi grossi trafficanti dell’organizzazione di Ghermay sono ancora apiede libero in Germania, nonostante sul loro capo penda un mandato di cattura.Già negli anni scorsi esponenti di primo piano della rete dei trafficanti sonostati ricercati in Germania solo su richiesta delle autorità italiane. Tra loroc’è Measho Tesfamariam, considerato responsabile di una traversata avvenuta nelgiugno del 2014 e terminata con la scomparsa di 244 migranti. In seguitol’eritreo è arrivato in Germania e ha chiesto asilo. Nel dicembre del 2014 gliinquirenti lo hanno trovato a Müncheberg, nel Brandeburgo. Un altro esempio è YonasRedae, una figura di primo piano della rete che opera in Sicilia, arrestato afebbraio a Göttingen, dove viveva dopo aver fatto richiesta di asilo. OppureMulubrahan Gurum, tesoriere di una delle organizzazioni più potenti, che ino alsuo arresto nell’agosto del 2015 ha vissuto a Worms.
In Italia sono statepresentate denunce per stupro, lesioni personali, violazione di domicilio efurto contro Gurum, che ha negato tutte le accuse. Ha fatto richiesta d’asilo inGermania con il suo vero nome. Quando sulla sua scrivania è arrivata unarichiesta di estradizione, il procuratore capo di Coblenza, Mario Mannweiler, hapensato che fosse un normale caso di collaborazione amministrativa. Tra lemotivazioni si leggeva: “Appartenenza a un’associazione criminale”. Ma leprocure tedesche, dice Mannweiler, sono sovraccariche di lavoro: “Non è faciletrovare qualcuno che s’interessi al caso e sia disposto a scavare più a fondo”.Quindi i tedeschi preferiscono chiudere gli occhi sui criminali che arrivanonel loro paese attraverso la Libia e l’Italia? O è colpa delle leggi tedesche?In Italia appartenere alla mafia è di per sé un reato penale, in Germania no:prima di arrestare qualcuno bisogna dimostrare che abbia commesso un crimine. ABerlino un agente dell’intelligence tedesca ammette: “Siamo molto preoccupatiper l’alto numero di profughi non censiti presenti in Germania. Siamo ancheallarmati dalla cooperazione fra trafficanti, milizie e gruppi estremisti nelSahara”. La stessa fonte riferisce che ci sono cellule del gruppo Statoislamico in città come Tripoli e Sabrata, dove sembra che viva Ghermay.L’Unione europea spera che la crisi dei profughi possa essere risolta con isoldi. Il cosiddetto processo di Khartoum, lanciato nel 2014 per favorire lacollaborazione tra Unione europea e paesi di transito e di origine deimigranti, dovrebbe fornire aiuti finanziari ai paesi dell’Africa orientale eagli altri stati attraversati dalle rotte dei migranti. Tra i beneficiari c’èanche il dittatore sudanese Omar al Bashir: anche lui dovrebbe ricevere milionidi euro da Bruxelles. Un piano d’azione europeo prevede di rafforzare leistituzioni e il personale dell’Eritrea, il cui governo è accusato da Amnesty Internationald’infliggere un “trattamento crudele, disumano e degradante” a chiunque osimetterlo in discussione. Ma per fermare l’esodo degli eritrei non basteràun’iniezione di denaro. A Francoforte esistono già una comunità religiosaeritrea e una etiope e un consolato eritreo, e intorno alla stazione ci sonobar e ristoranti dove si ritrovano gli eritrei. Uno di loro racconta di averconosciuto Ghermay a Khartoum grazie a un amico che fa parte del giro dei trafficanti.“Come molti trafficanti, in autunno Ghermay si trasferisce in Sudan e frequentale cerchie più elevate”, racconta il ragazzo. Secondo lui nella maggior partedei casi cercare di coinvolgere i governi africani nella lotta ai trafficanti èassurdo: “In Sudan i generali in uniforme trattano Ghermay come un amicostretto. È sotto la loro protezione e quando torna in Libia è protetto dailibici”. Nel cimitero situato poco lontano dalla città di Zawiya, in Libia, le filedi mucchietti di sabbia sembrano infinite. I migranti senza nome che il mare hatrascinato a riva hanno tombe senza lapidi, solo con dei mattoni bianchi. Sonocentinaia, forse mille. Pochi chilometri più avanti un gruppo di uomini dellaguardia costiera di Zawiya osserva il mare. Il loro portavoce, che chiamanocolonnello Naji, si sforza di essere all’altezza del suo nuovo ruolo diresponsabile della lotta al traffico di esseri umani.

Dal 30 agosto le squadrecome la sua sono addestrate dall’Unione europea. Quando avvistano un barconecarico di migranti hanno il compito di riportarlo a riva. Ma è difficilestabilire da che parte stiano questi uomini. I migranti dicono che la primadomanda che gli fanno è: “Di chi siete?”. Come dire: quale trafficante avetepagato? In base alla risposta decidono se il barcone può proseguire verso lenavi dell’operazione Sophia o se invece sarà rimorchiato a riva. Sembra che certitrafficanti siano in buoni rapporti con la guardia costiera, e altri invece noncurino abbastanza questi contatti.
Naji è contento che laGermania aiuti i suoi uomini nella lotta contro i trafficanti.
Ma ha un consiglio pergli amici del nord: “Dovete cambiare le vostre leggi. I trafficanti vi usanocome dei tassisti che vengono a prendere i loro clienti davanti alle coste libiche,in tutta sicurezza e senza chiedere un soldo”.
Il servizio di Der Spiegel è firmato da Alexander Bühler, Susanne Koelbl, Sandro Mattioli e Walter Mayr
«Si tratta di un movimento sinistro che sta montando nel ventre d’Europa contro gli stranieri. La xenofobia può erompere nei villaggi, ma le sue motivazioni ultime sono da cercare nelle metropoli globalizzate e nelle roccaforti del potere politico e finanziario».

il manifesto, 27 ottobre 2016


La rivolta del paesotto del Ferrarese contro dodici donne e otto bambini è stata definita dalla curia una «notte ripugnante». Non si potrebbe chiamare altrimenti. Bisognerebbe andare a vedere con che faccia questa brava gente di Gorino, o come diavolo di chiama il villaggio, andrà a messa, domenica prima di pranzo, e confesserà qualche peccatuccio o toccatina e farà la comunione e se ne tornerà a casa a divorare un bel piatto di lasagne. Abbiamo paura! Ecco il grido rituale che risuona da venticinque anni nel regno di Padania, aizzato da politicanti con la bava alla bocca e giornalacci scandalistici.

Paura di dodici donne, tra cui una incinta, e otto bambini? Eh già, ma poi arrivano i padri, i mariti, i fratelli e con loro i criminali, gli imam e poi i tagliagole dell’Isis… Come no. Una ventina d’anni fa i sociologi scrivevano che i migranti delinquono perché sono senza famiglia, allo sbando. Se invece le famiglie si riuniscono, dilaga la poligamia. Se arrivano uomini, sono potenziali terroristi. Se arrivano le donne, sono avanguardia di un’invasione. Se tutti questi difensori ringhianti del campanile e dell’orto di casa avessero il coraggio di dire che provano disgusto per neri, marocchini, siriani e qualsiasi altro alieno perché è alieno, punto e basta, tutto sarebbe più onesto e più semplice.E invece no, mica sono razzisti, loro. Hanno paura.

Ma avranno provato a immaginare la paura di quelle donne e quei bambini quando, sopravvissuti a deserti e tempeste, venivano sballottati tra autobus e caserme dei carabinieri?

Certo, tutti a singhiozzare davanti al corpicino della bambina su una spiaggia turca. Però, che questi orrori restino là, a qualche migliaia di chilometri dai nostri paesini operosi, o sulle remote spiagge di Sicilia, perché qui non li vogliamo, i loro bambini. E così, grazie alle mitologie della paura, la parola “profugo”, che significa una persona che fugge, una vittima, è diventata sinonimo di minaccia. Di fronte alla quale, chiunque si barrica in casa e afferra, per ora solo metaforicamente, lo schioppo.

Qualche giorno fa, un giornale tedesco, e nemmeno troppo di sinistra, davanti all’ennesima manifestazione dei partiti xenofobi (Pegida, Afd ecc.), si è chiesto con un gran titolo: “Ma i tedeschi sono idioti?” E ha risposto: sì, i cittadini che manifestano sono idioti, la polizia è brutale e i politici sono entrambe le cose. Se consideriamo la situazione europea, dall’Egeo alla Manica, dal mare del nord al Mediterraneo, dovremmo ammettete che l’idiozia dilaga, nelle forme più creative e pittoresche. Il filo spinato macedone, i muri di Orbàn, il cattolicesimo ultra-reazionario e iper-nazionalista polacco, le rivolte in Sassonia contro i profughi, il referendum svizzero contro i comaschi, la chiusura del campo di Calais, il Brexit contro gli operai polacchi. Dico idiozia perché quasi tutte queste decisioni o proteste si ritorcono alla lunga contro chi le promuove. L’Europa si sta decomponendo e questo non faciliterà la vita nemmeno agli elettori di Orbàn, né agli xenofobi sassoni, né ai pensionati di Gorino. E tantomeno ai furbissimi inglesi che hanno votato contro l’Europa e ora rischiano, nell’acre soddisfazione dei continentali, di andare alla deriva con la loro isola sempre più ridimensionata.

Ma in realtà non si tratta di idiozia, tranne che in alcuni casi di leader politici. Si tratta di un movimento sinistro che sta montando nel ventre d’Europa contro gli stranieri, ingrossato anche da anziani, soggetti socialmente deboli e diseredati, che scaricano su quelli che non conoscono la disoccupazione, la precarietà, la frustrazione, la solitudine o la mancanza di prospettive. E questo è un frutto avvelenato, potenzialmente letale, del cedimento dei governi, socialdemocratici in testa, alla voracità delle banche, dei cosiddetti mercati e del capitalismo globale.

La xenofobia può erompere nei villaggi, ma le sue motivazioni ultime sono da cercare nelle metropoli globalizzate e nelle roccaforti del potere politico e finanziario.

». il manifesto, 26 ottobre 2016 (c.m.c.)

Se dovessi lasciare la tua casa in una notte cosa porteresti? Se le uniche opzioni fossero il fuoco di un cecchino o un destino da scudo umano cosa sceglieresti? Domande a cui nessuno di noi è costretto a pensare, ma che sono i dubbi martellanti di un milione e mezzo di persone. È il dramma di Mosul, stretta tra la prospettiva della battaglia finale e una fuga fatta di campi minati e campi profughi.

Fuggono in pochi dalla città, sotto l’assillante controllo dello Stato Islamico intenzionato a difendere ad ogni costo la sua roccaforte. Qualcuno ce la fa: secondo l’Onu sarebbero 6mila i civili scappati dalla periferia di Mosul, con peshmerga e truppe governative a 5 km dalla città.

Dove vanno? I timori delle organizzazioni umanitarie oggi sono cruda realtà: non c’è posto per gli sfollati in un paese che in due anni ne ha accumulati quasi 4 milioni su 33, il 12% della popolazione. Ma bisognosi di assistenza, dopo decenni di guerre globali, sono molti di più: secondo l’Onu, oltre 8.5 milioni necessitano di cure mediche, 6.6 di acqua, 2.4 di cibo.

Di campi fuori dalla città di Mosul ne sono stati messi in piedi pochi perché le risorse mancano. «Stiamo mobilitando risorse importanti per fornire aiuti gli sfollati. C’è grande incertezza intorno alla situazione militare. La protezione dei civili è l’elemento più importante di questa operazione», è il commento di Filippo Grandi, alto commissario Onu ai rifugiati.

L’Unhcr ha aperto 5 campi per 45mila persone e ne ha pianificati altri 6 per un totale di 120mila sfollati. Fornirà anche 50mila kit per costruire rifugi d’emergenza per altre 30mila persone, ma il problema restano i fondi: il budget dell’agenzia Onu per Mosul richiederebbe quasi 200 milioni di dollari ma al momento solo il 38% è stato finanziato. Da tempo l’Onu soffre per carenza di fondi, promessi dagli Stati membri ma versati solo in minima parte: è stato donato solo il 58% dei 861 milioni chiesti per l’Iraq.

Ma l’inverno è vicino e la convinzione è che la battaglia sarà lunga. E allora dove si va? A Baghdad è impossibile, la capitale è lontana e off limits per i sunniti. A Erbil lo stesso: dopo l’iniziale politica delle porte aperte, le autorità kurde hanno sigillato i confini e entra solo chi ha uno sponsor. O sei kurdo o sei cristiano.

E allora si scappa verso ovest, la frontiera con la Siria, un’altra trappola. Subito oltre il confine, in territorio siriano, c’è il campo di al-Hol. Zona rossa: qui gli scontri sono quotidiani, tra combattenti peshmerga da un lato e kurdi siriani dall’altro e miliziani islamisti che tentano la via della fuga o l’ultima carta, l’attentato suicida. Da 10 giorni centinaia di iracheni sono bloccati qui, senza poter raggiungere al-Hol, già strabordante di profughi siriani. Solo 912 iracheni sono riusciti a passare ma di posto non ce n’è.

I funzionari dicono agli sfollati di aspettare: devono controllare che tra loro non ci siano infiltrati. Le famiglie attendono sotto il sole ancora cocente di ottobre e usano coperte per ripararsi dal caldo di giorno e dal freddo di notte. Il loro numero aumenterà: è possibile che a breve saranno 100-200mila gli iracheni che tenteranno di raggiungere la Siria, un paese – se possibile – ancora più devastato. Cinque milioni di siriani sono profughi all’estero, altri 7 sfollati all’interno. Metà della popolazione non vive più nella propria casa, nella propria comunità.

Gli occhi di tutti sono oggi concentrati su Aleppo, ma qui la fuga di massa è stata precedente alla battaglia di questi ultimi mesi: ora andarsene è quasi un sogno. Dai quartieri est non si esce, vuoi per timore delle rappresaglie del governo vuoi per i missili delle opposizioni. Se vivi ad Aleppo, poi, l’unica via di fuga concreta è il confine turco, ma è sigillato: le pallottole della gendarmeria di Ankara hanno ucciso decine di rifugiati, ricordando ai siriani che non sono i benvenuti.

Chi è già dentro, 2.2 milioni di persone che guardavano all’Europa, vivono in condizioni miserabili. Condizioni alimentate, di nuovo, dall’Occidente: se da una parte la Ue paga profumantamente il presidente Erdogan perché non faccia passare nessuno, dall’altra le multinazionali fanno affari sul lavoro sottopagato di chi ha poca scelta.

La denuncia è nel rapporto dell’organizzazione britannica Business and Human Rights Resource Center: molti marchi europei d’abbigliamento sfruttano indirettamente i rifugiati siriani ignorando «abusi endemici» in Turchia. Lavoro minorile, nessun diritto, salari irrisori.

«Qui non c'entra l'essere credenti o atei, religiosi o laici. La salvezza o la condanna non sono un premio o un castigo che arrivano dal cielo o dal divino, ma sono la conseguenza pratica, logica, inevitabile, frutto delle nostre scelte e della nostre azioni».

Huffington post online, 26 ottobre 2016

La visione del "Giudizio finale" nel Vangelo di Matteo fa parte della cultura universale. Ci ha pensato Michelangelo, con il magnifico affresco della Cappella Sistina, capolavoro assoluto dell'arte, a fissarla indelebilmente nella mente di ciascuno.

Di qua gli eletti, di là i dannati, nel mezzo Cristo giudice. Sono le parole di Gesù il metro con cui misurare il destino dell'umanità: "ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi". Tutto qui: sei azioni concrete per avere in eredità il Regno.

La parabola è tanto chiara quanto antica. In fondo è il cuore della nonviolenza attiva. Se accogli e ti apri al prossimo, ognuno vivrà meglio. Il luogo dove sperimentare questa verità è la "casa comune", il mondo in cui viviamo, che diventa Terra promessa, Regno di Dio, se i sei precetti (opere di misericordia corporale, dice la dottrina) vengono rispettati; se invece per paura o egoismo le sei buone azioni vengono disattese, la casa comune diventa un supplizio, un inferno ("ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato: via da me, maledetti!").

Qui non c'entra l'essere credenti o atei, religiosi o laici, è l'esperienza concreta che ci dice chiaramente quanto sia vero l'insegnamento contenuto nel Vangelo di Matteo: la salvezza o la condanna non sono un premio o un castigo che arrivano dal cielo o dal divino, ma sono la conseguenza pratica, logica, inevitabile, frutto delle nostre scelte e della nostre azioni.

L'Europa di oggi lo sta sperimentando, sta vivendo questa prova decisiva di masse "straniere" che arrivano da lontano e chiedono di entrare. Si può tentare di chiudere la porta (muri, fili spinati, leggi escludenti, respingimenti, ecc.) ma verrebbe fatalmente sfondata, oppure tenerla aperta (governare il fenomeno con politiche di accoglienza, di cooperazione, creazione di opportunità, libertà di movimento, ecc.).

Il vecchio continente si gioca su questo il proprio futuro: se si chiude sarà condannato al declino. La fuga in atto dall'Africa e dal Medio Oriente ha cause ben precise, anche storiche, che sono di origine economica, un'economia distorta che uccide e provoca guerre. Il movente sono le materie prime e le fonti energetiche: non solo petrolio e gas, ma anche oro, uranio, coltan e altri minerali preziosi necessari all'elettronica. Dopo le conquiste e le colonie dei secoli scorsi, oggi assistiamo ad una nuova depredazione in atto, cui questa volta partecipa anche la Cina.

Territori impoveriti, deviazioni di bacini acquiferi, immissioni di gas serra in atmosfera, hanno causato variazioni climatiche, surriscaldamento, desertificazioni che aggiungono profughi ambientali ai profughi politici, profughi di guerra, profughi economici.

La geo-politica mondiale ha bisogno di essere difesa militarmente con le armi. Il nostro paese, schierato politicamente con l'alleanza atlantica, ma proiettato geograficamente nel Mediterraneo, ha un ruolo importante come accesso all'Europa per milioni di persone.

Siamo pienamente coinvolti, nel bene e nel male. Da una parte facciamo salvataggi, dall'altra esportiamo bombe. E dunque, in definitiva, piantiamo semi di guerra e raccogliamo rifugiati. Dentro alla grande storia delle migrazioni di oggi, ci sono milioni di storie individuali. Storie annegate in fondo al mare (saremo mai perdonati per questo?), o storie di salvezza e di speranza.

Ci vuole un punto di vista particolare per superare la paura, per scoprire storie positive, per mettere in relazione competenze e progetti. L'immigrazione coinvolge i temi dei diritti, dell'ambiente, della pace. Il forestiero che chiede ospitalità è una sfida alla nonviolenza: ci dice che sulla terra nessuno deve essere escluso.

Mao Valpiana è Presidente nazionale del Movimento Nonviolento

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