Terza sessione: Dalle città, dai territori, dai luoghi di lavoro
Andrea Fabbri Cassarini
Introduzione alla terza sessione del convegno "La città come bene comune. Vertenza europea", Venezia, 24 novembre 2008
Prima di dare inizio agli interventi di questa sessione vorrei sinteticamente inquadrare il percorso che ha portato la Rete delle Camere del Lavoro CGIL ad essere presente al ESF di Malmoe , ad aderire promuovere l’appello che ci ha portato a questa Conferenza.

Utilizzando la metafora teatrale di Edoardo Salzano per definire il mestiere dell’urbanista , sottolineo che si è trattato di un percorso che ha portato negli ultimi 15 anni, con modalità diverse, molte Camere del Lavoro e Strutture Regionali della CGIL a trasformarsi da spettatori imbarazzati occasionalmente coinvolti sul palco/territorio ad uno dei soggetti che compartecipa alla realizzazione del progetto teatrale/territoriale che assieme a tanti altri dovrebbero trovare nell’urbanista il regista/coordinatore.

Si può datare l'inizio di questa esperienza alla fine degli anni novanta dopo la chiusura dell’esperienza dei grandi partiti storici italiani e della loro funzione di rappresentanza e mediazione sociale nazionale e territoriale.

Non dimentichiamoci che le scelte di politica sociale ed economica che ci hanno portato nell’area Euro furono allora concordate fra Governo tecnico , Sindacati ed Organizzazioni datoriali.

Si parlava in quegli anni di supplenza sindacale di un ruolo politico nazionale vacante ed analogamente, nelle città dove più forte era stata l’esperienza partecipativa, ciò ha iniziato a tradursi nel rapporto a livelli diversi con gli Enti locali in primis, nella definizione dei Bilanci e della pianificazione territoriale, coinvolgendo anche con l'Associazionismo locale e i movimenti o i gruppi di interesse collettivo.

I fatti del G8 di Genova, la partecipazione al successivo ESF di Firenze, l’adesione ai movimenti contro la guerra sono stati un volano che, assieme ed una profonda e sofferta riflessione su ciò che avveniva attorno e dentro alla fabbrica, ha portato nel 2004 un gruppo di Camere del lavoro , da Torino a Matera, quindi da Nord a Sud, a ritrovarsi e onfrontarsi su una concezione dell'attività sindacale in cui non è solo l’impresa era centrale ma anche il sistema territoriale.

Per strutture sindacali come le nostre fu un passaggio di discontinuità ed innovazione, ed il percorso di elaborazione fu molto impegnativo, in particolare nel trovare connessioni funzionali fra la contrattazione nei luoghi di lavoro e quella territoriale. Un processo non ancora consolidato in CGIL: siamo infatti una sorta rete elastica che si allarga o si restringe su varie parti del territorio nazionale.

Non voglio sovrappormi a quanto illustrato da Oscar Mancini , anche perché chiederò sintesi ai compagni che porteranno comunicazioni su esperienze di diverso tipo, a testimonianza dello sforzo di costruzione di piattaforme territoriali condivise, di sussidiarietà nei confronti delle istanze istituzionali, di partecipazione e sostegno a mobilitazioni di difesa del territorio e dell’ambiente.

Abbiamo lanciato un segnale di discontinuità nel momento che abbiamo scelto di iniziare un percorso di rappresentanza del lavoratore e del pensionato non solo come appartenente alla comunità di fabbrica o di ufficio, ma anche a quella della comunità cittadina/territoriale .

A chi come me ha vissuto da giovane nella “Bologna laboratorio di partecipazione” questa scommessa sindacale, di non piegarsi nella propria azione solo al contingente, dà un senso di continuità con le lotte e le conquiste degli anni sessanta e settanta ricordate da Edoardo Salzano.

Contribuire a ri-progettare il futuro, difendere i beni comuni di oggi per i cittadini di domani, perché possa dispiegarsi un altro modello di economia riconsegna un senso strategico al nostro "fare", attenua le frustrazioni vissute nell’ultimo quarto di secolo edonistico e neoliberista , dà ulteriori motivazioni a chi lavorando in CGIL ha scelto nella vita di essere un soggetto di rappresentanza sociale.

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