loader
menu
© 2024 Eddyburg
Giorgio Agamben
Violenza di diritto
6 Dicembre 2005
Scritti 2004
Ancora non sanguina la violenza peggiore, ma è in Italia. Da l'Unità del 13 maggio 2004

«L'emendamento italiano secondo cui le violenze o minacce devono essere reiterate perché si possa parlare di tortura è il massimo dell’abiezione». Non ha dubbi Giorgio Agamben nel puntare il dito su quella che appare una barbarie senza precedenti, nemmeno nella Germania nazista. Le immagini dei prigionieri iracheni seviziati, resi oggetto di ogni sorta di violenze e degradazioni sessuali, stanno facendo il giro del mondo. Torture note ai vertici del potere americano e inglese. Forse addirittura autorizzate. Ma non legalizzate. Agamben, docente di Estetica allo Iuav di Venezia, curatore delle opere di Walter Benjamin in Italia, filosofo che nei suoi lavori più recenti ha riflettuto sui temi della violenza del potere sulle persone, sposta volutamente lo sguardo sulla situazione italiana. Perché, insiste, in questo caso ci troviamo di fronte non a una situazione di fatto, ma alla possibilità che la tortura entri a pieno titolo nella legislazione dello Stato. Modalità, peraltro, alla quale il nostro Paese non è estraneo: la Procura di Genova ha firmato ieri la richiesta di 47 rinvii a giudizio per i soprusi avvenuti nella caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova, appellandosi alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. La china verso «una società che non è più neanche umana», per usare una definizione di Agamben, sembra già iniziata.

Professore, lo scorso 22 aprile la Camera ha approvato un emendamento della Lega alla legge sull’introduzione del reato di tortura nel codice penale in base al quale le violenze o le minacce devono essere «reiterate» altrimenti non è tortura. Si tratta dell’ennesima manifestazione dello «stato di eccezione», ossia quella sospensione dell’ordine giuridico che dovrebbe essere una misura provvisoria e straordinaria, ma che - come lei ha teorizzato in uno dei suoi lavori («Lo stato di eccezione», Bollati Boringhieri) - sta oggi diventando sotto i nostri occhi un paradigma normale di governo?

«Non si tratta, per essere precisi, di stato di eccezione, perché questo implica una sospensione della legge di fronte a circostanze eccezionali. Qui, piuttosto, si rende stabilmente e legalmente praticabile la tortura. Siamo di fronte, cioè, a qualcosa di ancora più atroce del semplice fatto della tortura, perché in questione è, appunto, la sua legalizzazione, il suo inserimento nell’ordinamento giuridico dello Stato. Ciò non è avvenuto nemmeno nella Germania nazista, in cui nessuna legge ha mai autorizzato la tortura. Con questo emendamento, l’Italia diventa un paese barbaro, uno stato i cui funzionari sono legalmente abilitati a praticare la tortura, non importa se reiterata o meno. Una sola tortura è sufficiente a segnare per sempre la vita di chi la commette e di chi la subisce, così come una sola tortura può provocare la morte».

A gennaio, in seguito all’introduzione di nuovi dispositivi di controllo, imposti dal governo americano ai cittadini stranieri che si recano in Usa, con l’obbligo di lasciare le proprie impronte digitali e di essere schedati, lei ha annullato il corso che doveva tenere presso la New York University. Come ha reagito, allora, all’emendamento che di fatto vuole legalizzare in Italia la tortura?

«Mi sono dimesso dal mio incarico all’Università di New York per le ragioni che ha detto. Ma qui in Italia io sono professore in una università dello stato. Come potrei continuare a insegnare - e a vivere - in un paese in cui fosse legittima la tortura? Ma questo vale per tutti. Mi chiedo come potrebbe il Capo dello stato accettare di essere il presidente di una repubblica aguzzina? Con la legittimità della tortura, verrebbe meno non un articolo della costituzione, ma il principio stesso su cui la costituzione si fonda».

Dopo il G8 di Genova la tortura sembra essere nel nostro Paese una realtà. Quale società rende possibile una pratica come questa?

«Io credo che siamo al di là o al di qua di un’analisi propriamente politica. Mi chiedo, a volte, se siamo ancora fra esseri umani. Una società che oggi legittima la tortura non è una società umana. Che uomini sono coloro che hanno proposto e votato questo emendamento? È possibile che non si rendano conto che un paese in cui venisse oggi legalmente praticata la tortura sarebbe un paese in cui ogni convivenza umana sarebbe resa durevolmente impossibile? Come si può vivere in un paese i cui cittadini possono incontrare per strada i loro legali torturatori o i torturatori delle loro mogli e delle loro madri, dei propri figli e fratelli? Io penso che i giornali dovrebbero pubblicare i nomi e le fotografie dei deputati che hanno votato a favore dell’emendamento con la semplice scritta: vogliono la tortura».

La legittima difesa secondo Castelli, la Bossi-Fini sull’immigrazione, la Fini sulle droghe, il progetto Burani-Procaccini di riforma della 180, ora la tortura reiterata: c’è un filo rosso che unisce tutte queste «eccezioni»?

«Più che cercare un collegamento di ordine politico fra queste leggi, vorrei piuttosto invitare a riflettere su un processo che caratterizza profondamente le società in cui viviamo. Qui una decadenza inarrestabile delle coscienze democratiche e un progressivo imbarbarimento delle forme di vita va di pari passo a un’ipertrofia legislativa senza precedenti e a un processo di crescente giuridificazione di ogni ambito della vita individuale e sociale. Tutto, anche l’atto più anodino e privato (fumare, domani anche camminare o orinare) o ciò che è gia evidentemente reato (la tortura), deve diventare una fattispecie giuridica particolare. Mi sembra significativo da questo punto di vista che l’emendamento che legalizza la tortura sia contenuto proprio in una legge che introduce il reato di tortura nel codice penale. La tortura, in quanto violenza su un altro essere umano, era già reato: il fatto che si sia sentito il bisogno di farne una fattispecie particolare mostra in realtà che si stava smarrendo la coscienza della sua punibilità, che l’imbarbarimento della società era giunto al punto che la tortura come istituto giuridico diventava, dopo secoli, nuovamente possibile. Di qui a renderla legale, il passo è stato breve».

Se poi spostiamo lo sguardo a livello mondiale, ci troviamo oggi di fronte alle torture dei soldati americani e inglesi ai danni dei prigionieri iracheni. Torture che, almeno stando alle informazioni a disposizione, sono gratuite, non hanno neanche lo scopo di estorcere informazioni, di fiaccare la volontà dei detenuti. Sembra trattarsi non di una pratica coercitiva purtroppo diffusissima, ma di una manifestazione di estrema violenza. Quale spiegazione possiamo dare a questo fenomeno?

«Si è parlato molto e a ragione della tortura in Iraq. Ma non mi risulta che il governo americano - che pure, insieme a quello israeliano, pratica oggi senz’alcun dubbio la più massiccia e sistematica politica del terrore - e neanche quello inglese abbiano giustificato le torture in Iraq. Persino le canaglie che in tempi recenti avevano provato negli Stati Uniti a legittimare la tortura oggi tacciono. Le ripeto che l’emendamento italiano rappresenta il massimo dell’abiezione concepibile. E di questo non mi sembra che si parli abbastanza».

Ci sono teorie filosofiche, politiche, sociologiche che hanno giustificato o giustificano la tortura?

«La tortura, come ogni istituto giuridico e come ogni prassi umana, va iscritta nel contesto culturale in cui si produce. È del tutto evidente che quella di oggi non può essere messa in connessione con la tortura praticata, ad esempio, nei tribunali dell’Inquisizione, dove essa si fondava su presupposti teologici che oggi non avrebbero senso. Chi volesse servirsi di questi precedenti per giustificare o anche soltanto per rendere pensabile la tortura come istituto giuridico oggi - poiché di questo si tratta - sarebbe, oltre che un irresponsabile, un ignorante».

Per usare ancora alcune sue categorie (esposte soprattutto in «Homo sacer», Einaudi, 1995, «Quel che resta di Auschwitz», Bollati Boringhieri, 1998, «Aperto. L’uomo e l’animale», Bollati Boringhieri, 2002) si può dire che ormai rischiamo di diventare un po’ tutti una «nuda vita», biologica di fronte al potere sovrano?

«Perché “rischiamo”? Nell’orizzonte del biopotere moderno, lo siamo da un pezzo. Piuttosto occorre ripensare da capo la relazione privilegiata fra violenza e diritto che definisce l’ordine statuale. E, insieme, pensare le condizioni che renderebbero possibile una forma di vita in cui non sia mai possibile separare, come avviene nella tortura, qualcosa come una nuda vita. Ma questa è un’altra questione».

ARTICOLI CORRELATI
12 Dicembre 2005

© 2024 Eddyburg