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Antonia Pozzi
Pozzi, Otto poesie
2 Ottobre 2004
Poesie
(1912-1938) Nacque alla vigilia della prima guerra mondiale, morì dopo le leggi rezziste del fascismo. Nella sua poesia le tragedie che determinarono il clima della sua vita (in calce il collegamento a una biografia) sono stemperate in una tristezza autunnale. Le otto poesie che seguono sono state inviate da una gentile frequentatrice di Eddyburg

La Vita

Alle soglie d'autunno

in un tramonto

muto

scopri l'onda del tempo

e la tua resa

segreta

come di ramo in ramo

leggero

un cadere d'uccelli

cui le ali non reggono più.

18 agosto 1935

Sventatezza

Ricordo un pomeriggio di settembre,

sul Montello. Io, ancora una bambina,

col trecciolino smilzo ed un prurito

di pazze corse su per le ginocchia.

Mio padre, rannicchiato dentro un andito

scavato in un rialzo del terreno,

mi additava attraverso una fessura

il Piave e le colline; mi parlava

della guerra, di sé, dei suoi soldati.

Nell'ombra, l'erba gelida e affilata

mi sfiorava i polpacci: sotto terra,

le radici succhiavan forse ancora

qualche goccia di sangue. Ma io ardevo

dal desiderio di scattare fuori,

nell'invadente sole, per raccogliere

un pugnetto di more da una siepe.

Milano, 22 maggio 1929

Amore di lontananza

Ricordo che, quand'ero nella casa

della mia mamma, in mezzo alla pianura,

avevo una finestra che guardava

sui prati; in fondo, l'argine boscoso

nascondeva il Ticino e, ancor più in fondo,

c'era una striscia scura di colline.

Io allora non avevo visto il mare

che una sol volta, ma ne conservavo

un'aspra nostalgia da innamorata.

Verso sera fissavo l'orizzonte;

socchiudevo un po' gli occhi; accarezzavo

i contorni e i colori tra le ciglia:

e la striscia dei colli si spianava,

tremula, azzurra: a me pareva il mare

e mi piaceva più del mare vero.

Milano, 24 aprile 1929

Sentiero

E' bello camminare lungo il torrente:

non si sentono i passi, non sembra

di andare via.

Dall'alto del sentiero si vede la valle

e cime lontane ai margini

della pianura, come pallidi scogli

in riva a una rada - Si pensa

com'è bella, com'è dolce la terra

quando s'attarda a sognare

il suo tramonto

con lunghe ombre azzurre di monti

a lato - Si cammina lungo il torrente:

c'è un gran canto che assorda

la malinconia -

Milano, 9 agosto 1934

Venezia.

Venezia. Silenzio. Il passo

Di un bimbo scalzo

Sulle fondamenta

Empie d’echi

Il canale.

Venezia. Lentezza. Agli angoli

Dei muri sbocciano

Alberi e fiori:

come durasse

un’intera stagione il viaggio,

come se maggio

ora

li sdipanasse

per me.

Al pozzo di un campiello

Il tempo

Trova un filo d’erba tra i sassi:

lega con quello

il suo battito all’ala

di un colombo, al tonfo

dei remi.

22 ottobre 1933

Sfiducia.

Tristezza di queste mie mani

troppo pesanti

per non aprire piaghe,

troppo leggere

per lasciare un’impronta.-

tristezza di questa mia bocca

che dice le stesse

parole tue

altre cose intendendo-

e questo è il modo

della più disperata

lontananza.

16 ottobre 1933

LargoTitolo primitivo: Vagabondaggio crepuscolare

O lasciate lasciate che io sia

Una cosa di nessuno

Per queste vecchie strade

In cui la sera affonda-

O lasciate lasciate ch’io mi perda

Ombra nell’ombra-

Gli occhi

Due coppe alzate

Verso l’ultima luce-

E non chiedetemi- non chiedetemi

quello che voglio

e quello che sono

se per me nella folla è il vuoto

e nel vuoto l’arcana folla

dei miei fantasmi-

e non cercate- non cercate

quello ch’io cerco

se l’estremo pallore del cielo

m’illumina la porta di una chiesa

e mi sospinge ad entrare-

Non domandatemi se prego

E chi prego

E perché prego-

Io entro soltanto

Per avere un po’ di tregua

E una panca e il silenzio

In cui parlino le cose sorelle-

Poi ch’io sono una cosa-

Una cosa di nessuno

Che va per le vecchie vie del mondo-

Gli occhi

Due coppe alzate

Verso l’ultima luce.

Milano, 18 ottobre 1930

La porta che si chiude

Tu lo vedi, sorella: io sono stanca,

stanca, logora, scossa,

come il pilastro d'un cancello angusto

al limitare d'un immenso cortile;

come un vecchio pilastro

che per tutta la vita

sia stato diga all'irruente fuga

d'una folla rinchiusa.

Oh, le parole prigioniere

che battono battono

furiosamente

alla porta dell'anima

e la porta dell'anima

che a palmo a palmo

spietatamente

si chiude!

Ed ogni giorno il varco si stringe

ed ogni giorno l'assalto è più duro.

E l'ultimo giorno

- io lo so -

l'ultimo giorno

quando un'unica lama di luce

pioverà dall'estremo spiraglio

dentro la tenebra,

allora sarà l'onda mostruosa,

l'urto tremendo,

l'urlo mortale

delle parole non nate

verso l'ultimo sogno di sole.

E poi,

dietro la porta per sempre chiusa,

sarà la notte intera,

la frescura,

il silenzio.

E poi,

con le labbra serrate,

con gli occhi aperti

sull'arcano cielo dell'ombra,

sarà

- tu lo sai -

la pace.

Milano, 10 febbraio 1931

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