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Mario Luzi
Luzi, Quattro poesie
4 Gennaio 2005
Poesie
Raccolte oggi 4 gennaio 2005, mentre i cani abbaiano, dal sito Club degli Autori. Le poesie sono: Notizie a Giuseppina dopo tanti anni, Uccelli, Il Giudice, L'India. Qui accanto, Mario Luzi a Pienza. In calce una noterella d'attualità

Notizie a Giuseppina dopo tanti anni

Che speri, che ti riprometti, amica,

se torni per così cupo viaggio

fin qua dove nel sole le burrasche

hanno una voce altissima abbrunata,

di gelsomino odorano e di frane?



Mi trovo qui a questa età che sai,

né giovane né vecchio, attendo, guardo

questa vicissitudine sospesa;

non so più quel che volli o mi fu imposto,

entri nei miei pensieri e n'esci illesa.



Tutto l'altro che deve essere è ancora,

il fiume scorre, la campagna varia,

grandina, spiove, qualche cane latra

esce la luna, niente si riscuote,

niente dal lungo sonno avventuroso.

Uccelli

il vento è un'aspra voce che ammonisce

per noi stuolo che a volte trova pace

e asilo sopra questi rami secchi.

E la schiera ripiglia il triste volo,

migra nel cuore dei monti, viola

scavato nel viola inesauribile,

miniera senza fondo dello spazio.

Il volo è lento, penetra a fatica

nell'azzurro che s'apre oltre l'azzurro,

nel tempo ch'è di là dal tempo; alcuni

mandano grida acute che precipitano

e nessuna parete ripercuote.

Che ci somiglia è il moto delle cime

nell'ora - quasi non si può pensare

né dire - quando su steli invisibili

tutt'intorno una primavera strana

fiorisce in nuvole rade che il vento

pasce in un cielo o umido o bruciato

e la sorte della giornata è varia,

la grandine, la pioggia, la schiarita.

Il Giudice

"Credi che il tuo sia vero amore? Esamina

a fondo il tuo passato" insiste lui

saettando ben addentro

la sua occhiata di presbite tra beffarda e strana.

E aspetta. Mentre io guardo lontano

ed altro non mi viene in mente

che il mare fermo sotto il volo dei gabbiani

sfrangiato appena tra gli scogli dell'isola,

dove una terra nuda si fa ombra

con le sue gobbe o un'altra preparata a semina

si fa ombra con le sue zolle e con pochi fili.

"Certo, posso aver molto peccato"

rispondo infine aggrappandomi a qualcosa,

sia pure alle mie colpe, in quella luce di brughiera.

"Piangere, piangere dovresti sul tuo amore male inteso"

riprende la sua voce con un fischio

di raffica sopra quella landa passando alta.

L'ascolto e neppure mi domando

perché sia lui e non io di là da questo banco

occupato a giudicare i mali del mondo.

"Può darsi" replico io mentre già penso ad altro,

mentre la via s'accende scaglia a scaglia

e qui nel bar il giorno ancora pieno

sfolgora in due pupille di giovinetta che si sfila il grembio

per le ore di libertà e l'uomo che le ha dato il cambio

indossa la gabbana bianca e viene

verso di noi con due bicchieri colmi,

freschi, da porre uno di qua uno di là sopra il nostro tavolo.

L'India

Tace ora, mi chiedo se oppressa dal suo Karma,

(so della sua vita, del nome che le dà, e del senso)

mentre mostra a lungo lo schermo

sul selciato una moltitudine

stecchita in una posa tra sonno e morte

levarsi a stento in preghiera e spulciarsi nell'alba.

Né forse la colpisce il primo aspetto

ma un altro più recondito, e vede

una giustizia di diverso stampo

in quella sofferenza di paria

orrida eppure non abbietta, e nella sua che le scende addosso.

"Avere o non avere la sua parte in questa vita"

riemerge in parole il suo pensiero - ma solo un lembo.

E io ne tiro a me quella frangia

ansioso mi confidi tutto l'altro,

attento non mi rubi niente

di lei, neppure l'amarezza, ed attendo.

S'interrompe invece. Seguono altre immagini dell'India

e nel loro riverbero le colgo

un sorriso estremo tra di vittima e di bimba

quasi mi lasci quella grazia in pegno

di lei mentre si eclissa nella sua pena

e l'idea di se stessa le muore dentro.

"Perché porti quel giogo, perché non insorgi"

mi trattengo appena dal gridarle,

soffrendo perché soffre, certo,

ma più ancora perché lascia la presa

della mia tenerezza non saziata e piglia il largo piangendo;

"Ascoltami" comincio a mormorarle

e già penso al chiarore della sala dopo il technicolor

e a lei che sul punto di partire

mi guarda da dietro la lampada

della sua solitudine tenuta alzata di fronte.

"Mario" mi previene lei che indovina il resto. "Ancora

levi come una spada, buona a che?,

lo sdegno per le cose che ti resistono.

Uomo chiuso all'intelligenza del diverso,

negato all'amore: del mondo, intendo, di Dio dunque"

e indulge a una smorfia fine di scherno

per se stessa salita sul pulpito, e quasi si annulla.

"Davvero vorrei tu avessi vinto"

le dico con affetto incontenibile, più tardi,

mentre scorre in un brusio d'api, nel film senza commento, l'India.

Il poeta e senatore a vita Mario Luzi si era permesso di dire che il treppiede lanciato a Berlusconi aveva fatto ricordare, a lui novantenne, un analogo incidente occorso al cavalier Mussolini, e di suggerire che i gravi momenti di tensione generano episodi di violenza

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