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Montale, Poesie scelte
11 Ottobre 2006
Poesie
Poesie da Ossi di seppia, Mondadori, Verona 1948, 1a edizione, e Le Occasioni, Mondadori, Verona 1949, 1a edizione, entrambi dalla collana “I poeti dello Specchio”,

CORNO INGLESE

Il vento che stasera suona attento

- ricorda un forte scotere di lame -

gli strumenti dei fitti alberi e spazza

l'orizzonte di rame

dove strisce di luce si protendono

come aquiloni al cielo che rimbomba

(Nuvole in viaggio, chiari

reami di lassù! D'alti Eldoradi

malchiuse porte!)

e il mare che scaglia a scaglia,

livido, muta colore

lancia a terra una tromba

di schiume intorte;

il vento che nasce e muore

nell'ora che lenta s'annera

suonasse te pure stasera

scordato strumento,

cuore.

FALSETTO

Esterina, i vent'anni ti minacciano,

grigiorosea nube

che a poco a poco in sé ti chiude.

Ciò intendi e non paventi.

Sommersa ti vedremo

nella fumea che il vento

lacera o addensa, violento.

Poi dal fiotto di cenere uscirai

adusta più che mai,

proteso a un'avventura più lontana

l'intento viso che assembra

l'arciera Diana.

Salgono i venti autunni,

t'avviluppano andate primavere;

ecco per te rintocca

un presagio nell'elisie sfere.

Un suono non ti renda

qual d'incrinata brocca

percossa!; io prego sia

per te concerto ineffabile

di sonagliere.

La dubbia dimane non t'impaura.

Leggiadra ti distendi

sullo scoglio lucente di sale

e al sole bruci le membra.

Ricordi la lucertola

ferma sul masso brullo;

te insidia giovinezza,

quella il lacciòlo d'erba del fanciullo.

L'acqua' è la forza che ti tempra,

nell'acqua ti ritrovi e ti rinnovi:

noi ti pensiamo come un'alga, un ciottolo

come un'equorea creatura

che la salsedine non intacca

ma torna al lito più pura.

Hai ben ragione tu!

Non turbare

di ubbie il sorridente presente.

La tua gaiezza impegna già il futuro

ed un crollar di spalle

dirocca i fortilizî

del tuo domani oscuro.

T'alzi e t'avanzi sul ponticello

esiguo, sopra il gorgo che stride:

il tuo profilo s'incide

contro uno sfondo di perla.

Esiti a sommo del tremulo asse,

poi ridi, e come spiccata da un vento

t'abbatti fra le braccia

del tuo divino amico che t'afferra.

Ti guardiamo noi, della razza

di chi rimane a terra.

Da OSSI DI SEPPIA

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato

l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco

lo dichiari e risplenda come un croco

perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l'uomo che se ne va sicuro,

agli altri ed a se stesso amico,

e l'ombra sua non cura che la canicola

stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,

sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.

Codesto solo oggi possiamo dirti,

ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Meriggiare pallido e assorto

presso un rovente muro d'orto,

ascoltare tra i pruni e gli sterpi

schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia

spiar le file di rosse formiche

ch'ora si rompono ed ora s'intrecciano

a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare

lontano di scaglie di mare

mentre si levano tremuli scricchi

di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia

sentire con triste meraviglia

com'è tutta la vita e il suo travaglio

in questo seguitare una muraglia

che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Non rifugiarti nell'ombra

di quel fólto di verzura

come il falchetto che strapiomba

fulmineo nella caldura.

E' ora di lasciare il canneto

stento che pare s'addorma

e di guardare le forme

della vita che si sgretola.

Ci muoviamo in un pulviscolo

madreperlaceo che vibra,

in un barbaglio che invischia

gli occhi e un poco ci sfibra.

Pure, lo senti, nel gioco d'aride onde

che impigra in quest'ora di disagio

non buttiamo già in un gorgo senza fondo

le nostre vite randage.

Come quella chiostra di rupi

che sembra sfilaccicarsi

in ragnatele di nubi;

tali i nostri animi arsi

in cui l'illusione brucia

un fuoco pieno di cenere

si perdono nel sereno

di una certezza: la luce.

a K.

Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un'acqua limpida

scorta per avventura tra le petraie d'un greto,

esiguo specchio in cui guardi un'ellera i suoi corimbi;

e su tutto l'abbraccio d'un bianco cielo quieto.

Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano,

se dal tuo volto s'esprime libera un'anima ingenua,

o vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua

e recano il loro soffrire con sé come un talismano.

Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie

sommerge i crucci estrosi in un'ondata di calma,

e che il tuo aspetto s'insinua nella mia memoria grigia

schietto come la cima d'una giovinetta palma...

Mia vita, a te non chiedo lineamenti

fissi, volti plausibili o possessi.

Nel tuo giro inquieto ormai lo stesso

sapore han miele e assenzio.

Il cuore che ogni moto tiene a vile

raro è squassato da trasalimenti.

Così suona talvolta nel silenzio

della campagna un colpo di fucile.

Portami il girasole ch'io lo trapianti

nel mio terreno bruciato dal salino,

e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti

del cielo l'ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,

si esauriscono i corpi in un fluire

di tinte: queste in musiche. Svanire

è dunque la ventura delle venture.

Portami tu la pianta che conduce

dove sorgono bionde trasparenze

e vapora la vita quale essenza;

portami il girasole impazzito di luce.

Spesso il male di vivere ho incontrato:

era il rivo strozzato che gorgoglia,

era l'incartocciarsi della foglia

riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio

che schiude la divina Indifferenza:

era la statua nella sonnolenza

del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

Ciò che di me sapeste

non fu che la scialbatura,

la tonaca che riveste

la nostra umana ventura.

Ed era forse oltre il telo

l'azzurro tranquillo;

vietava il limpido cielo

solo un sigillo.

O vero c'era il falòtico

mutarsi della mia vita,

lo schiudersi d'un'ignita

zolla che mai vedrò.

Restò così questa scorza

la vera mia sostanza;

il fuoco che non si smorza

per me si chiamò: l'ignoranza.

Se un'ombra scorgete, non è

un'ombra - ma quella io sono.

Potessi spiccarla da me,

offrirvela in dono.

RIVIERE

Riviere,

bastano pochi stocchi d'erbaspada

penduli da un ciglione

sul delirio del mare;

o due camelie pallide

ne i giardini deserti,

e un eucalipto biondo che si tuffi

tra sfrusci e pazzi voli

nella luce;

ed ecco che in un attimo

invisibili fili a me si asserpano,

farfalla in una ragna

di fremiti d'olivi, di sguardi di girasoli.

Dolce cattività, oggi, riviere

di chi s'arrende per poco

come a rivivere un antico giuoco

non mai dimenticato.

Rammento l'acre filtro che porgeste

allo smarrito adolescente, o rive:

nelle chiare mattine si fondevano

dorsi di colli e cielo; sulla rena

dei lidi era un risucchio ampio, un eguale

fremer di vite

una febbre del mondo; ed ogni cosa

in se stessa pareva consumarsi.

Oh allora sballottati

come l'osso di seppia dalle ondate

svanire a poco a poco;

diventare

un albero rugoso od una pietra

levigata dal mare; nei colori

fondersi dei tramonti; sparir carne

per spicciare sorgente ebbra di sole,

dal sole divorata...

Erano questi,

riviere, i voti del fanciullo antico

che accanto ad una rósa balaustrata

lentamente moriva sorridendo.

Quanto, marine, queste fredde luci

parlano a chi straziato vi fuggiva.

Lame d'acqua scoprentisi tra varchi

di labili ramure; rocce brune

tra spumeggi; frecciare di rondoni

vagabondi...

Ah, potevo

credervi un giorno o terre,

bellezze funerarie, auree cornici

all'agonia d'ogni essere.

Oggi torno

a voi più forte, o è inganno, ben che il cuore

par sciogliersi in ricordi lieti - e atroci.

Triste anima passata

e tu volontà nuova che mi chiami,

tempo è forse d'unirvi

in un porto sereno di saggezza.

Ed un giorno sarà ancora l'invito

di voci d'oro, di lusinghe audaci,

anima mia non più divisa. Pensa:

cangiare in inno l'elegia; rifarsi;

non mancar più.

Potere

simili a questi rami

ieri scarniti e nudi ed oggi pieni

di fremiti e di linfe,

sentire

noi pur domani tra i profumi e i venti

un riaffluir di sogni, un urger folle

di voci verso un esito; e nel sole

che v'investe, riviere,

rifiorire!

DORA MARKUS

1

Fu dove il ponte di legno

mette a Porto Corsini sul mare alto

e rari uomini, quasi immoti, affondano

o salpano le reti. Con un segno

della mano additavi all'altra sponda

invisibile la tua patria vera.

Poi seguimmo il canale fino alla darsena

della città, lucida di fuliggine,

nella bassura dove s'affondava

una primavera inerte, senza memoria.

E qui dove un'antica vita

si screzia in una dolce

ansietà d'Oriente,

le tue parole iridavano come le scaglie

della triglia moribonda.

La tua irrequietudine mi fa pensare

agli uccelli di passo che urtano ai fari

nelle sere tempestose:

è una tempesta anche la tua dolcezza,

turbina e non appare,

e i suoi riposi sono anche piú rari.

Non so come stremata tu resisti

in questo lago

d'indifferenza ch'è il tuo cuore; forse

ti salva un amuleto che tu tieni

vicino alla matita delle labbra,

al piumino, alla lima: un topo bianco,

d'avorio; e così esisti!

2

Ormai nella tua Carinzia

di mirti fioriti e di stagni,

china sul bordo sorvegli

la carpa che timida abbocca

o segui sui tigli, tra gl'irti

pinnacoli le accensioni

del vespro e nell'acque un avvampo

di tende da scali e pensioni.

La sera che si protende

sull'umida conca non porta

col palpito dei motori

che gemiti d'oche e un interno

di nivee maioliche dice

allo specchio annerito che ti vide

diversa una storia di errori

imperturbati e la incide

dove la spugna non giunge.

La tua leggenda, Dora!

Ma è scritta già in quegli sguardi

di uomini che hanno fedine

altere e deboli in grandi

ritratti d'oro e ritorna

ad ogni accordo che esprime

l'armonica guasta nell'ora

che abbuia, sempre piú tardi.

E scritta là. Il sempreverde

alloro per la cucina

resiste, la voce non muta,

Ravenna è lontana, distilla

veleno una fede feroce.

Che vuole da te? Non si cede

voce, leggenda o destino...

Ma è tardi, sempre piú tardi.

ALLA MANIERA DI FILIPPO DE PISIS

NELL' INVIARGLI QUESTO LIBRO

...l'Arno balsamo fino.

Lapo Gianni

Una botta di stocco nel zig zag

del beccaccino -

e si librano piume su uno scrímolo.

(Poi discendono là, fra sgorbiature

di rami, al freddo balsamo del fiume.)

TEMPI DI BELLOSGUARDO

Oh come là nella corusca

distesa che s'inarca verso i colli,

il brusío della sera s'assottiglia

e gli alberi discorrono col trito

mormorio della rena; come limpida

s'inalvea là in decoro

di colonne e di salci ai lati e grandi salti

di lupi nei giardini, tra le vasche ricolme

che traboccano,

questa vita di tutti non piú posseduta

del nostro respiro;

e come si ricrea una luce di zaffiro

per gli uomini

che vivono laggiú: è troppo triste

che tanta pace illumini a spiragli

e tutto ruoti poi con rari guizzi

su l'anse vaporanti, con incroci

di camini, con grida dai giardini

pensili, con sgomenti e lunghe risa

sui tetti ritagliati, tra le quinte

dei frondami ammassati ed una coda

fulgida che trascorra in cielo prima

che il desiderio trovi le parole!

*

Derelitte sul poggio

fronde della magnolia

verdibrune se il vento

porta dai frigidari

dei pianterreni un travolto

concitamento d'accordi

ed ogni foglia che oscilla

o rilampeggia nel folto

in ogni fibra s'imbeve

di quel saluto, e piú ancora

derelitte le fronde

dei vivi che si smarriscono

nel prisma del minuto,

le membra di febbre votate

al moto che si ripete

in circolo breve: sudore

che pulsa, sudore di morte,

atti minuti specchiati,

sempre gli stessi, rifranti

echi del batter che in alto

sfaccetta il sole e la pioggia,

fugace altalena tra vita

che passa e vita che sta,

quassú non c'è scampo: si muore

sapendo o si sceglie la vita

che muta ed ignora: altra morte.

E scende la cuna tra logge

ed erme: l'accordo commuove

le lapidi che hanno veduto

le immagini grandi, l'onore,

l'amore inflessibile, il giuoco,

la fedeltà che non muta.

E il gesto rimane: misura

il vuoto, ne sonda il confine:

il gesto ignoto che esprime

sé stesso e non altro: passione

di sempre in un. sangue e un cervello

irripetuti; e fors'entra

nel chiuso e lo forza con l'esile

sua punta di grimaldello.

L'immagine è un quadro di Filippo De Pisis

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