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Tito Lucrezio Caro
Lucrezio, L'umanità
8 Settembre 2004
Poesie
Dal De Rerum naturae, nella traduzione di Enzio Cetrangolo

L'UMANITÀ

Venuta dalla dura terra fuori nei campi

la stirpe degli uomini era piú dura:

senza malanni del corpo,

al gelo, al caldo, a qualunque sorta di cibo,

poteva egualmente resistere, tanto

era dentro connessa di solide ossa e più grandi,

legata di fortissimi nervi le carni.

Trascinavano come bestie una vita sparsa e lunga.

Il curvo aratro non c'era,

nessuno sapeva far molle il suolo col ferro, aprirlo

ai virgulti e tagliare con la ronca

i rami secchi alle piante:

Un frutto che al sole e alla pioggia spuntasse,

dono terrestre, calmava quei petti. E mangiavano

sotto le querce le ghiande cadute,

gli àlbatri che allora crescevano

sempre e molti e piú grandi, e li vedi

che adesso diventano rossi soltanto d'inverno.

Così del duro cibo che offriva

la florida infanzia del mondo i poveri.mortali

si accontentavano.

Quando avevano sete i fumi li chiamavano

come la voce lontana dell’acqua

chiama ancora le bestie assetate sulle rupi.

E andavano per le grotte silvestri guardando

i ruscelli che bagnano i sassi muschiosi

e vanno verso l'erba del piano.

Non sapevano ancora trattare le cose col fuoco

e vestirsi il corpo delle spoglie

degli animali: ma stavano nelle macchie

e coprivano di cespugli le squallide membra

costretti dalla tempesta nelle fessure

delle montagne.

D'ogni costume, d'ogni legge ignoranti

non potevano curarsi del bene comune:

chi trovava una preda la teneva per sé,

da solo imparando il rischio della vita.

E Venere univa i corpi degli amanti

nelle foreste: la foia invincibile

menava dal maschio la femmina o la stessa forza

dell'uomo o un compenso che era

una manciata di ghiande o un bel frutto maturo.

Meravigliosamente erano agili nelle membra;

e armati di pietre o di grossi tronchi di alberi

cacciavano le belve per le boscaglie;

molte ne vincevano e altre poche scansavano

al riparo di qualche antro nascosto.

Di notte si mettevano per terra, nudi

sotto le foglie: e non cercavano

urlando per i campi la luce del giorno perduta

nelle ombre: ma sepolti nel silenzio del sonno

aspettavano che -il sole tornasse all'orizzonte:

avevano già visto da fanciulli la vicenda

del buio e della luce; e non c'era nessuna

meraviglia per loro, nessuna paura

che sparito per sempre il lume del sole

una infinita notte restasse sulla terra:

ben altro affanno avevano: c'erano le belve

a. rendere incerto, fatale il riposo.

E se un cinghiale appariva o un leone affamato

scappavano dai lor tetti rocciosi

e pallidi nel cuor della notte cedevano

agli ospiti feroci il giaciglio di fronde.

E come adesso allora i mortali

lasciavano in pianto il dolce lume della vita:

ciascuno era pasto alle belve: ciascuno

inghiottito dai denti vedeva il suo corpo

chiudersi vivo dentro un vivo sepolcro,

e le gole dei monti si riempivano di gemiti.

Chi poi straziato nel corpo riusciva a fuggire

tenendo le mani tremanti sulle piaghe

chiamava orribilmente la morte;

e morivano cosí spasimando e senza soccorso:

non sapevano cosa fossero le ferite.

E col tempo fecero le capanne, impararono

l'uso delle pelli per coprirsi e il sacramento

del focolare

La donna fu paga di un solo connubio,

e quando si videro assomigliati nei figli

cominciarono a ingentilirsi.

Il fuoco fece che i corpi intirizziti

non potessero piú stare sotto il cielo scoperto;

l'amore quietava le forze

e i fanciulli ammansivano con le carezze

la rude superbia dei padri.

(V, 922-995: 1008-1016)

traduzione di Enzio Cetrangolo

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