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IV - LA CITTÀ CAPITALISTICO-BORGHESE
1 Aprile 2004
Urbanistica e società opulenta, Laterza, Bari, 1969
1. Le origini della crisi della città Dall’analisi della città nella fase della piena affermazione borghese ci si propone, generalmente, di far scaturire la risposta a una domanda che è certamente, oggi, della massima importanza: nello studio delle “origini dell’urbanistica moderna” si ricercano lumi sufficienti a individuare una soluzione per quella che indubbiamente si configura come una vera e propria crisi della città contemporanea. Quali sono, nella loro sostanza, il significato, la natura, la profondità di quella crisi? Presenta forse caratteristiche tali da dar luogo ad una situazione nella quale nessuna possibilità di crescita e di sviluppo è più consentita?

Ha assunto que1la crisi le forme di una rottura irrimediabile e liquidatrice di tutto quello che la città ha storicamente significato? Oppure, all’interno di quell’organismo urbano, che è indubbiamente travagliato e sconvolto da insufficienze profonde e radicali, da errori gravissimi e sempre più evidenti, dall’anarchia, dalla casualità, dal disordine mortificante e disumano che sperimentiamo tutti ogni giorno, è possibile rinvenire una speranza, un appiglio, un solido punto di partenza da cui muovere per giungere a una città più giusta?

Per cominciare a rispondere a un simile quesito, tenteremo di analizzare la città capitalistico-borghese, in relazione al sistema economico-sociale al quale essa è intrinsecamente legata, sviluppando alcuni temi che abbiamo già affacciato nel precedente capitolo: poiché ci sembra indubbio - e lo dimostreremo - che le contraddizioni, le minacce di crisi e le speranze di salvezza, i limiti e le prospettive presenti nella città del capitalismo classico (del capitalismo borghese trionfante, e ormai addirittura maturo), sono già visibili, sia pure in nuce, nella città della borghesia originaria, e costituiscono anzi lo sviluppo di determinate condizioni storiche e di principio che hanno presieduto alla nascita della città medesima. In particolare, abbiamo potuto individuare già nel nascere della città e nel suo primo affermarsi, una singolare contraddizione, una vera e propria ambiguità; è appunto nella natura di tale originaria ambiguità e nelle forme che essa, nell’ulteriore sviluppo della città e dell’intero sistema sociale, è venuta storicamente ad assumere fino ai giorni nostri, che si potrà trovare, crediamo, una risposta sufficiente al nostro interrogativo.

2. Incapacità della borghesia a imprimere alla città un autonomo ordinamento formale

La città ha potuto e ha dovuto nascere quando alla fine del ciclo produttivo si è potuto enucleare, dall’insieme del prodotto, una eccedenza, un sovrappiù che è venuto a rompere il cerchio dell’autoconsumo, e nella misura in cui tale sovrappiù, anziché venir appropriato violentemente dal signore per consentire a quest’ultimo di poter uscire dal lavoro e di poter svolgere così la propria libera attività meta-economica, non solo è rimasto nelle mani di coloro che lo venivano producendo, ma soprattutto è stato diretto da costoro al reinvestimento, all’accumulazione, all’allargamento della produzione. La città dunque, in ultima analisi, si presenta come l’insediamento propriamente omogeneo al sistema capitalistico-borghese. Perciò si è subito venuta a configurare non solo come la concentrazione stabile dei produttori del sovrappiù, ma anche e soprattutto come il luogo caratterizzato “dalla presenza di un’umanità d’un genere affatto speciale”; come il luogo, cioè, nel quale risiedono uomini che sono ormai tutti produttori di plusvalore (siano essi proprietari e gestori del capitale, o capitale essi stessi: forza-lavoro, proletari) e che sono dunque, per ciò stesso, soggetti di un comune diritto.

Liberi ed uguali sono infatti fin dal principio, non semplicemente sul terreno del diritto naturale, ma su quello positivo del diritto pubblico, gli abitatori della città. E tali essi non possono non essere poiché il sistema del capitale - il sistema del sovrappiù come fine - affranca l’umanità “dai variopinti legami che nella società feudale avvincevano l’uomo ai suoi superiori naturali”, anche se naturalmente l’affranca per renderla disponibile e pronta a divenire nella sua stragrande maggioranza, e al limite e in linea di principio nella sua totalità, un mero strumento della produzione di sovrappiù.

Nella ragione medesima che ha sollecitato il capitalismo a dare storicamente vita alla città, è, dunque, immediatamente avvertibile anche il limite del sistema, anche il suo errore esclusivistico e parzializzante. Invero, se il capitalismo ha liberato gli uomini dallo sfruttamento del signore, se li ha mutati da servi del consumo signorile in liberi produttori, esso ha però, nell’atto medesimo, asservito tutti alla produzione del sovrappiù; tutti, proletari e proprietari, come materiali produttori del sovrappiù e come funzionari della sua accumulazione. L’ allargamento della produzione diviene allora, nel sistema capitalistico, la ragione e il fine esclusivo dell’ordinamento economico, la unica legge del sistema sociale, la sola realtà che giustifichi l’opera degli uomini e quindi, in ultima analisi, la loro esistenza medesima. Nessun altro valore, nessuna diversa dimensione dell’operazione umana, nessuna qualità, insomma, ha più significato autonomo. Ciò che delle dimensioni qualitative elaborate dalla cultura, dalla storia della civiltà, ancora sussiste, è ormai, infatti, mero prolungamento del passato; è, sostanzialmente, quasi uno sterilizzato residuo dello sviluppo storico precedente, e deve dunque venir via via ridotto ai margini e tendenzialmente dissolto, quando non può esser strumentalmente utilizzato come mezzo per l’affermazione storica della produzione capitalistica e della classe borghese.

Si deve allora necessariamente convenire - ritornando così all’argomento che più direttamente ci interessa - che nell’ambito di un assetto sociale pienamente omogeneo all’economia capitalistica, e perciò totalmente finalizzato all’allargamento continuo della produzione, non possano darsi qualità o valori capaci d’imprimere una forma all’insediamento umano. E difatti, storicamente, simili qualità si poterono trovare solo al di fuori dal sistema del sovrappiù come fine, fuori dalla legge esclusivizzata della produzione, e perciò, in definitiva, solo nel prolungamento di determinate realtà esistenti nel passato, peculiari alla società pre-capitalistica e anzi in essa centrali e decisive. Naturalmente, se la città della borghesia nascente ha potuto trovare una propria forma autonoma, ciò non è davvero avvenuto in contraddizione con gli interessi immediati della classe capitalistica, ma anzi proprio in funzione di tali interessi. Di fatto, tutto ciò si è potuto verificare solo perché la lotta dei borghesi contro il loro avversario storico, contro il signore, pretendeva (come si è già rilevato) l’esistenza di un insediamento che fosse paragonabile all’insediamento signorile, non soltanto sul piano strettamente funzionale delle necessità militari, ma anche, e soprattutto, su que1lo delle qualità politiche, civili, estetiche; che fosse, in definitiva, pienamente opponibile al “castello”.

Come, nel concreto, è accaduto tutto ciò? Dove ha potuto trovare, la borghesia, un criterio formale capace di costituire la cittadinanza in un nuovo signore, di conformare la città come un insediamento caratterizzato da un ordine e da una bellezza che fossero in grado di reggere al confronto con la superba magnificenza del castello, della corte, della reggia? La città ha potuto trovare, di fatto, le qualità necessarie a sostanziare una propria forma autonoma, storicamente sufficiente, solo assumendo e rivivendo alcune di quelle qualità cui si ordinava la libera attività meta-economica del signore.

La chiesa, l’arengo, il municipio, la rocca: non è forse evidente come queste essenziali “attrezzature” della città medievale, come questi capisaldi fondamentali e decisivi (e addirittura unici) dello schema urbanistico tradizionale, altro non sono stati che il puntuale corrispettivo della contemplazione e della teologia, della vita curtense, dell’operazione politica e di quella militare, dei principali momenti e aspetti, insomma, nei quali si estrinsecava la libera e meta-economica attività del signore? Le qualità che sostanziarono la forma della città capitalistico-borghese (finché essa ebbe una forma autonoma) erano quindi semplicemente un adeguamento delle fondamentali categorie dell’attività signorile alle mutate condizioni del sistema e della società.

3. Il tentativo borghese: l’utilizzazione comune”delle qualità del mondo signorile

Nelle città, le dimensioni, le qualità, i valori d’uso della religione, della politica, della civiltà, dell’arte e della cultura, non vengono meramente prolungati; di necessità, essi sono assunti in modo nuovo e diverso. Mentre nell’ordinamento signorile essi costituiscono il contenuto e la ragione della libera e individualistica attività meta-economica del signore, nella città quei valori, quelle qualità, si presentano nella sola maniera che sia in qualche modo omogenea alla società borghese: come metaeconomico consumo comune dei cittadini. Per cogliere, nella sua reale e profonda natura, una siffatta differenza, occorrerà ricordare innanzitutto che nello schema signorile tutta l’attività produttiva, istituzionalmente delegata ai servi, agli sfruttati, ai lavoratori, ha come suo unico scopo quello di produrre un sovrappiù esclusivamente destinato al consumo del signore. Costui, padrone unico e incontrastato di tutto il sovrappiù prodotto, trova in questo la garanzia, in primo luogo, della propria sussistenza e della propria libertà dal lavoro, e, in secondo luogo, la possibilità di dedicarsi liberamente (senza alcuna coazione, cioè, che non sia d’ordine “morale”) a quelle attività della contemplazione, della cultura, dell’arte, della politica, le quali, essendo appunto del tutto libere e gratuite, si svolgono completamente al di fuori della legge comune (e servile) del lavoro, in modo individuale e al di fuori della dimensione economica.

Nella società borghese, per converso, quelle medesime qualità che erano alla base della libera attività meta-economica del signore, non vengono più vissute da un solo individuo: dall’uomo posto al vertice della struttura economica e dell’edificio sociale; e neppure le vivono e ne fruiscono soltanto gli amici del signore: i cortigiani, i privilegiati, gli eletti, i pochi. Esse vengono vissute invece dal borghigiano, dal cittadino in quanto tale. Ciò significa, in primo luogo, che quei valori d’uso si manifestano ormai come valori vissuti e fruiti egualitariamente e comunitariamente da ciascuno degli abitanti della città, da tutti gli individui che sono soggetti di diritto comune entro le mura urbane. Sicché si può senz’altro affermare che le qualità, i valori d’uso, le dimensioni già presenti nell’attività signorile, appunto per il carattere comunitario in cui vengono vissuti nella città, rappresentano l’unica realtà nella quale l’uguaglianza e la libertà dei cittadini cessano di rimanere semplicemente affidate alle affermazioni generali e astratte del diritto naturale e a quelle puramente politiche del diritto pubblico, ma acquistano una reale corposità, una effettiva incidenza sociale, che vincola in modo netto e preciso le stesse leggi dell’ordinamento proprietario e del diritto privato.

In secondo luogo, poi, quelle qualità, essendo vissute e fruite comunitariamente, non possono più permanere nell’ambito di quella sostanziale indistinzione tra produzione e consumo che era la caratteristica decisiva della libera attività meta-economica del signore. Non v’è più, in altri termini, una unica individualità che “produce” i valori d’uso della contemplazione, dell’arte, del pensiero, e, nell’atto stesso e senza possibilità di distinzione, “consuma” quei medesimi valori. Ora, invece, essendo l’intera comunità cittadina a fruire delle qualità di cui si è detto, e rimanendo l’erogazione di queste ultime affidata a determinate attività specialistiche - alle categorie, ai ceti di “produttori” che si pongono al servizio dei cittadini - le antiche qualità dell’esistenza signorile si configurano, nel momento in cui vengono fruite, come dei veri e propri consumi (e sia pure non ancora riconosciuti tali nella teoria e nella prassi economica), mentre nel momento in cui vengono erogate, esse danno luogo a una produzione reale (sebbene anch’essa non ancora economicamente riconosciuta).

4. Un consumo comune estraneo all’economia.

La libera e individuale attività del signore si trasforma dunque, entro il quadro della città, nel consumo comune dei cittadini (e negli specifici servizi a ciò necessari). Ma per concludere la nostra argomentazione, per chiarire cioè il differente modo in cui le medesime qualità sono vissute nell’insediamento signorile e nella città, occorre porsi ancora un interrogativo; occorre domandarsi, cioè, quale sia il rapporto che lega, nella città, i valori del consumo comune alla dimensione economica, così come si trova storicamente configurata in un determinato ordinamento.

Già lo abbiamo sottolineato più volte: nel sistema capitalistico l’intera economia è ridotta al momento della produzione del sovrappiù; e per dir meglio, il fine essenziale, l’obiettivo di principio di un tale sistema consiste nella massima possibile accumulazione del sovrappiù, nel continuo, rigoroso, efficiente allargamento della produzione. Ma allora è chiaro che, nella stretta logica di un sistema siffatto, ogni libero, umano, naturale consumo non può non venir meno: l’uomo, in realtà, vi consuma solo in quanto lavoratore, solo in quanto strumento (un degli strumenti) del processo produttivo. E in tal modo il consumo, venendosi a ridurre a semplice garanzia della ricostituzione di una delle condizioni del processo produttivo medesimo, a semplice garanzia del mantenimento e del riprodursi della forza-lavoro, si configura pertanto senza residui come consumo produttivo.

Diviene cosi evidente, quindi, quale sia il rapporto che, nella società capitalistico-borghese, lega il consumo comune della città alla dimensione economica del sistema. Un tale consumo, infatti, per la sua stessa natura, non può assolutamente essere ricondotto alla categoria del consumo produttivo: l’unica forma di consumo che il sistema riconosca come a sé compiutamente omogenea e funzionale. Non a caso abbiamo infatti sottolineato, nel precedente capitolo, che solo analogicamente e lato sensu i bisogni egli interessi intorno ai quali si è conformata la città potevano esser definiti dei “consumi”.

Si deve allora concludere che nel sistema capitalistico-borghese le qualità, i valori d’uso che hanno consentito di dare una forza alla città non sono più soltanto estranei alla dimensione economica, non ,sono più cioè meta-economici: essi sono divenuti ormai puramente e semplicemente la sostanza di consumi economicamente incompatibili con la logica del sistema, consumi antieconomici. Di fatto, mentre prima, nella società dominata dalla libera attività del signore, quelle qualità, quei valori d’uso di cui s’è detto potevano essere considerati come il fine e il fastigio dell’intero edificio sociale, come l’obiettivo cui indirettamente tendeva e in cui, quindi, si giustificava lo stesso lavoro servile dell’uomo (e persino dunque la dimensione servile dell’economia) ora, nel sistema del capitale, essi sono soltanto delle spese, sono delle remore all’attività produttiva, degli impacci al suo progressivo allargamento: essi pesano seccamente sull’accumulazione.

La città ha dunque potuto trovare delle qualità sufficienti a ordinarla secondo una forma autonoma solo mutuando dal mondo signorile le qualità della libera attività meta-economica del signore, e traducendole nella spesa del consumo comune dei cittadini; tentando, cioè, di correggere la parzialità esclusivistica del sistema capitalistico e introducendo in quest’ultimo (o, meglio e più esattamente, facendo sopravvivere e rinnovando in esso) delle qualità, dei valori, delle dimensioni non solo estranei alla produzione del sovrappiù, ma addirittura incompatibili con la sua stretta logica di sistema. Tuttavia, come si è detto, un simile tentativo era intrinsecamente fragile, come ogni tentativo di fondare un’operazione umana fuori dalla dimensione economica, e anzi pesando su di essa. Perciò, in linea storica, poteva aver successo - e fu infatti perseguito - solo fino a un punto ben determinato: fino a quando le esigenze della difesa militare, della vita politica e civile, del culto, servivano al sistema per opporsi al suo avversario storico, al signore, ed erano quindi utilizzabili come strumenti politico-sociali per l’affermazione della produzione capitalistica. Quando il sistema ha trionfato, le ragioni politiche e sociali che avevano giustificato la spesa dell’ordinamento autonomo della città, sono venute ovviamente a esaurirsi. Lo strumento costituito, per la borghesia, da un ordinamento autonomo della città, non è stato più necessario. Il consumo comune dei cittadini ha rivelato allora, ha messo in luce pienamente e unicamente, il proprio carattere improduttivo; e di conseguenza, le qualità, i criteri, i valori che avevano sostanziato la forma della città - poiché più nulla ne veniva ormai a riscattare l’incompatibilità con la legge economica del sistema - sono stati spazzati via, come ogni altra dimensione non riducibile alla produzione del sovrappiù.

5. Le due insufficienze rivelate dal trionfo borghese

Il trionfo storico del capitalismo, col porre in crisi l’ordinamento classico e medioevale della città, ha svelato dunque una duplice insufficienza: l’insufficienza della forma secondo la quale la città aveva potuto ordinarsi e l’insufficienza del sistema capitalistico-borghese.

Inprimo luogo, infatti, mentre il gigantesco espandersi della produzione capitalistica accresceva a dismisura il numero e le dimensioni delle città (e disgregava, parallelamente e contemporaneamente, il tessuto sociale delle campagne); mentre masse sempre più cospicue di uomini venivano strappate all’idiotismo della vita contadina e divenivano cittadine; mentre, quindi, l’umanità, con una velocità che nessuna trasformazione storica aveva fin allora mai conosciuto, si andava precipitosamente urbanizzando (o veniva progressivamente ridotta alla decadenza e alla miseria in una campagna sempre più depauperata e”depressa”); mentre insomma si accumulavano le condizioni materiali per uno sviluppo dell’insediamento urbano, si dissolveva la forma tradizionale della città, rivelando la sua fragilità intrinseca e la sua sostanziale insufficienza. Lo schema urbanistico incentrato sui luoghi e sugli edifici posti al servizio delle esigenze del culto, de1la politica, della difesa, della comunità, la forma che si era potuto realizzare - nella città del mondo greco-romano e in quella del medioevo - come espressione delle qualità già presenti nel mondo signorile, prolungate e vissute nel consumo comune dei cittadini, si dimostravano, l’uno e l’altra, incapaci di conseguire un organico sviluppo, di crescere armoniosamente, di accogliere ed esprimere la prorompente realtà del capitalismo vittorioso e maturo, ed erano perciò rapidamente sconvolti e progressivamente erosi e spazzati via.

In realtà, quel decisivo avvenimento storico che fu costituito dalla crisi della forma urbana tradizionale, ha potuto verificarsi perché l’ordinamento formale della città era caratterizzato, fin dall’inizio, da una carenza di principio, da una intrinseca e connaturata fragilità; da quella carenza, da quella fragilità, da quell’insufficienza che costituiscono la connotazione necessaria di ogni operazione umana che non riconosca il momento dell’economia come un proprio aspetto decisivo, e che perciò viva non distinta, ma separata e divisa dalla dimensione economica: che viva, cioè, in quell’isolamento, in quella segregazione, che nel mondo signorile si manifestarono sotto la specie superba (e però precaria) della meta-economia, e che nella città della borghesia nascente si tradussero nell’antieconomicità del consumo comune. Si può allora affermare che il fallimento dello schema urbanistico tradizionale era inevitabile in linea di principio, e che la storia non ha fatto altro che dimostrare una simile inevitabilità. E si deve per ciò stesso riconoscere che in quel fallimento, in quella rottura, operati dal trionfo del capitalismo, stava la necessaria premessa storica - sia pure configurata in termini negativi - del possibile sviluppo della città a un livello superiore.

Col trionfo del capitalismo la storia ha infatti compiuto, nelle cose, una critica radicale e liquidatrice; ha spazzato impietosamente il terreno da ogni illusione di far vivere una forma come espressione di qualità che non siano riducibili al lavoro umano, e che non siano suscettibili perciò di valutazione nell’ambito di un discorso rigorosamente economico. È vero: la storia ha indubbiamente travolto, nella sua fase borghese, ogni valore, ogni qualità, ogni dimensione incompatibile con le leggi parzializzate ed esclusive della produzione capitalistica; ha certamente riconosciuto l’uomo solo come produttore di sovrappiù. Tuttavia, dissolvendo la capacità ordinatrice dello schema urbanistico tradizionale, la storia ha rivelato anche (e sia pure in modo soltanto implicito) l’impossibilità di ricorrere a un qualsivoglia criterio meta-economico quale fondamento di una forma dell’insediamento umano. Ogni ritorno a un insediamento conformato secondo categorie simile a quelle peculiari del mondo signorile, è negato ormai una volta per tutte.

Nella sua fase capitalistico-borghese, il processo dello sviluppo sociale ha dunque implicitamente affermato la decisività, per qualunque operazione umana, del momento economico. Ma una simile affermazione, come si è visto, si è concretata storicamente come una mera operazione critica: essa ha condotto, cioè, solo alla liquidazione della forma sostanziata dalle qualità dell’antieconomico consumo comune e non ha consentito, né tanto meno ha sollecitato e preteso, il nascere di un nuovo ordinamento autonomo della città. Si può allora scorgere facilmente, all’interno di quella medesima affermazione della decisività della dimensione economica, anche la sua insufficienza, il suo limite storico, la negatività e l’errore inestricabilmente connessi alla formulazione che il capitalismo ne ha dato; è possibile individuare, insomma, non solo l’insufficienza dello schema tradizionale della città, ma altresì quella del sistema capitalistico.

In effetti, nella crisi dell’ordinamento formale della città, provocata dallo sviluppo capitalistico, si può avvertire, con la più dispiegata evidenza, quale sia il prezzo che l’umanità ha dovuto storicamente pagare per la soluzione fornita dalla borghesia al problema della fuoriuscita del mondo signorile. La soluzione borghese in sé ha comportato, indubbiamente, un prezzo elevatissimo. Le qualità che nell’ordinamento signorile potevano vivere ed esprimersi solo come meta-economia (e che nel concreto si fondavano sulla riduzione esclusiva del servo a lavoro e del signore a libertà, in base allo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo) non sono state rivissute -poiché non era per principio possibile - dal borghese in quanto tale, dal funzionario dell’accumulazione capitalistica. Anzi, proprio la soluzione fornita dalla borghesia alla crisi dell’ordinamento signorile ha assolutamente escluso e precluso ogni possibilità, ogni prospettiva di ricondurre, riplasmare e riformulare quei valori nell’ambito di un nuovo concetto di lavoro, di produzione, che potesse esserne il necessario momento economico, e che potesse perciò sostenerli. Essi cosi sono rimasti, necessariamente, degli antieconomici consumi comuni, e come tali, se hanno potuto esser utilizzati strumentalmente dalla classe borghese nella sua lotta contro il signore, sono stati poi messi ai margini, se non puramente e semplicemente liquidati, non appena non sono stati più necessari alla lotta sociale e politica della borghesia.

La dimensione economica ha potuto trionfare, con la borghesia, so1o prevaricando seccamente su ogni altra dimensione dell’operazione umana, e riducendo al tempo stesso sé medesima a mera produzione del sovrappiù. sicché, in definitiva, ogni altro momento, ogni altra dimensione, ogni possibile qualità virtualmente implicita nella natura dell’uomo, o già nella storia manifestatasi e divenuta effettuale (e dunque divenuta valore),è stata essenzialmente negata e soppressa, o immediatamente subordinata alla produzione del sovrappiù. È per questo, appunto, che, nella liberazione dall’insufficienza del tradizionale schema, la città non ha potuto vedere l’inizio di una nuova, più armonica forma; dalla liquidazione del passato essa non è stata sospinta verso una più solida e compiuta autonomia: si è dovuta invece alienare , ha dovuto ordinarsi ad altro da sé. Nella città del capitalismo trionfante l’unico possibile criterio cui ancorarsi per eludere il destino dell’anarchia e del caos, è costituito dalla legge stessa, dall’intrinseca funzionalità della produzione: l’unico ordine possibile è quello che deriva dall’appiattimento della città sul sistema.

6. La socialità della produzione capitalistica: una potenzialità positiva per la città

Le argomentazioni fin qui svolte, se ci hanno consentito di individuare le ragioni storiche e di principio della crisi di ogni autonomo ordinamento formale della città capitalistica, non ci forniscono ancora, tuttavia, una risposta sufficientemente completa ed esplicita all’interrogativo dal quale eravamo partiti. Può apparire addirittura ovvio osservare che la città costituisce una realtà vasta e complessa, si presenta come un intreccio singolarmente ricco e multiforme di fenomeni, di attività, di interessi, di dimensioni, di valori. Di un simile intreccio, di un prodotto così variegato e composito della civiltà dell’uomo, ci siamo limitati, fino a questo punto, ad analizzare solo un aspetto: quello del suo ordinamento formale. In altri termini, e più esattamente, ci siamo fin qui adoperati a esaminare la città del capitalismo dal punto di vista che in modo diretto e immediato ci sembra pertinente a un discorso urbanistico, e cioè appunto, dall’angolo visuale dei criteri che sorressero e ordinarono la forma della città e delle qualità che in essa si espressero.

Tuttavia, se non tentassimo di allargare il cerchio della nostra argomentazione ad altri aspetti, ad altri punti di vista, non potremmo renderci compiutamente conto della reale ed effettiva dimensione della crisi della città capitalistica. Se quest’ultima ha dovuto storicamente scontare l’insufficienza del suo originario ordinamento formale, se insomma la forma della città è stata indubbiamente sconvolta da una crisi profonda e irrimediabile, si può forse per ciò stesso affermare che è la città in quanto tale (e dunque in tutti i suoi aspetti, in tutte le sue dimensioni, in tutta la complessità del suo intreccio) a esser lacerata dalla crisi? È insomma la città un organismo che, nato agli albori del sistema del sovrappiù come fine, decade e muore irrimediabilmente quando un tale sistema perviene al suo pieno trionfo? Per tentar di fornire almeno un inizio di risposta a un siffatto quesito, dovremo esaminare brevemente il sistema economico che senza dubbio costituisce la base storica della città: il sistema capitalistico.

Nella produzione capitalistica esiste una qualità esplicitamente affermata, e dunque effettuale nel sistema, che tuttavia, rispetto alla forma dell’insediamento urbano, si presenta invece solo come una potenzialità o, meglio, come una condizione necessaria ma non sufficiente. Questa qualità si rivela del tutto parziale nei confronti dell’obiettivo di un pieno e autonomo ordinamento formale della città e perciò, come ora si è detto, inadeguata, ma è comunque una potenzialità positiva. E infatti, mentre è una realtà che determina ormai irreversibilmente l’insediamento urbano entro lo schema dell’urbanesimo, costituisce d’altra parte, e nel tempo medesimo, il possibile inizio, la prima condizione materiale di base, per la costruzione di una città non alienata, di una città ordinata secondo una propria forma autonoma, però non estranea alla dimensione economica né, tanto meno, a questa antitetica: in altre parole, una città vera e propria, una città pienamente umana. Come si è già più volte ricordato e ribadito, il sistema capitalistico è indirizzato, in modo esclusivo, all’obiettivo del continuo e indefinito allargamento del processo produttivo, e dunque alla massima accumulazione, alla massima possibile formazione di un sovrappiù reinvestibile nella produzione medesima. questo, abbiamo definito il sistema capitalistico come il sistema del sovrappiù senza fine.

Partendo da una simile definizione del sistema capitalistico è possibile svolgere due serie distinte di considerazioni. Da un lato, infatti, si può dimostrare che proprio perché il sistema capitalistico assume, quale suo fine esclusivo, la produzione di sovrappiù, proprio perché con esso si esce dal rapporto fisico, diretto ed esclusivo dell’attività produttiva con il consumo individuale di un consumatore determinato, diviene impossibile conservare o sviluppare le dimensioni qualitative che si erano venute ad affacciare, nella storia della civiltà, nell’ambito della società pre-capitalistica. Lungo il filo di un simile discorso si giunge facilmente a riconoscere l’impossibilità di sopravvivenza, nella città della borghesia vittoriosa, di un qualsivoglia criterio ordinatore della forma urbana storicamente dedotto dalle categorie del mondo pre-capitalistico; si giunge, insomma, a comprendere le ragioni (e al tempo stesso l’inevitabilità) della crisi della forma tradizionale della città. Ma soprattutto per quel che ora ci interessa, dobbiamo trarre, da questa definizione del sistema capitalistico, una seconda conclusione, che non contraddice quanto abbiamo finora argomentato, anzi lo integra e lo completa.

La produzione capitalistica, proprio perché è uscita dal rapporto fisico, diretto ed esclusivo con il consumo individuale di un consumatore determinato ed è orientata invece all’allargamento metodico e indefinito di sé medesima, acquista fin dall’inizio, e viene via via a sviluppare e consolidare, un proprio decisivo aspetto: essa si afferma sempre più dispiegatamente come una produzione sociale. Il capitale, infatti, la realtà decisiva posta al cuore e al vertice dell’ordinamento economico e sociale affermatosi con il trionfo della classe borghese (la categoria nella quale sinteticamente si concentra e si esprime ogni aspetto della nuova società nata dalle rovine del mondo signorile) è per la sua stessa intrinseca natura - secondo la lucida definizione marxiana – “un prodotto comune”, che “non può essere messo in moto se non dall’attività comune di molti membri della società, anzi, in ultima istanza, soltanto dall’attività comune di tutti i membri della società”; esso è, in definitiva, “una potenza sociale”. Proprio in questa connotazione del sistema capitalistico - nel carattere sociale della produzione capitalistica - risiede quella potenzialità intrinsecamente positiva per l’esistenza e lo sviluppo della forma autonoma della città, di cui abbiamo più sopra enunciato la presenza.

Se è vero che è in funzione dell’iniziale affermarsi del sovrappiù come fine, della accumulazione, del capitalismo, che la città ha dovuto e ha potuto sorgere, deve essere vero altresì che da un tale tipo di insediamento, nel quadro del sistema capitalistico, non si può in alcun modo tornare indietro. Ma allora, e appunto per tutto quel che finora s’è detto, si dovrà convenire infine che inerisce strettamente alla città la caratteristica di configurarsi come l’insediamento necessariamente sociale: come l’insediamento, cioè, che si conserva inevitabilmente omogeneo al fondamentale carattere comune, sociale, assunto dalla produzione. Di fatto, quando la città si è liberata dalla crisalide del borgo e, distinguendosi dagli interessi immediati dei produttori del sovrappiù, ha voluto ordinarsi secondo una propria forma autonoma, essa, è vero, ha potuto ricorrere soltanto - come si è visto - alle qualità già presenti nel mondo precapitalistico, ma le ha potute utilizzare solo perché le ha rivissute come consumo comune, sociale dei cittadini; solo perché ha potuto tradurle in termini omogenei, se non ai fini, ai valori, agli interessi della produzione capitalistica, almeno al carattere sociale di quest’ultima.

L’insufficienza del sistema capitalistico (insito nel suo parzializzato esclusivismo), e la parallela e cospirante insufficienza dell’ordinamento formale della città, non hanno consentito di far sopravvivere a lungo l’autonoma forma urbana; l’incontro e l’intreccio dell’una con l’altra insufficienza ha fatto maturare ed esplodere la crisi dello schema urbanistico tradizionale; ma non per questo la potenzialità positiva implicita, per la forma autonoma della città, nel carattere sociale della produzione capitalistica, è venuta a dissolversi e a scomparire. Così, quando la contraddizione di principio tra l’individualismo del mondo borghese e il carattere sociale della produzione capitalistica è venuta a manifestarsi sul terreno della città, e questa ha visto via via emarginate e sconfitte - per la loro intrinseca fragilità - le qualità espresse nell’antieconomico consumo comune dei cittadini, la città è indubbiamente entrata in una crisi profonda, come qualsiasi realtà che smarrisca la possibilità di conformarsi secondo leggi peculiari e proprie; e tuttavia, non solo essa non si è dissolta nella diaspora dell’insediamento sparso, ma non si è neppure mai ridotta a una “Babilonia” , a un mero coacervo di residenze, a un insediamento concentrato del tutto generico e casuale.

L’insediamento urbano, infatti, benché si sia certamente alienato, benché abbia perduto cioè l’autonomia della propria forma, non ha smarrito tuttavia, nel quadro storico del capitalismo borghese, qualsiasi forma; il suo alienarsi insomma non si è manifestato come pura anarchia, come invincibile riduzione al disordine ed al caos, e si è concretato invece nell’ordinarsi secondo una legge estranea a sé medesima e alla propria specifica dimensione: secondo la legge della produzione capitalistica. In tal modo, se la città è venuta indubbiamente a configurarsi come una mera “sovrastruttura” del sistema capitalistico, essa ha finito però per ordinarsi secondo una realtà nella quale è presente una qualità, una caratteristica (la socialità della produzione), che non costituisce soltanto la necessaria ragione dell’esistenza materiale dell’organismo urbano e la garanzia della sua sopravvivenza, ma può rappresentare anche - se trasformata e rivissuta fuori dall’esclusivismo della dimensione produttiva del capitalismo - la base e l’inizio per un ordinamento sufficiente, per la fondazione di una forma autonoma e piena della città. È appunto perché ha potuto trovare, nel carattere sociale della produzione capitalistica, un suo criterio ordinatore (e anzi l’unico storicamente consentito, dal momento che si erano venute a dissolvere le qualità dell’antieconomico consumo comune), che la città non è morta. Essa è rimasta indubbiamente un insediamento sociale: è rimasta, insomma, una reale città, e come tale ha potuto, se non svilupparsi qualitativamente, certo sopravvivere ed estendersi in misura via via più rilevante.

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