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Edoardo Salzano
Note
1 Aprile 2004
Urbanistica e società opulenta, Laterza, Bari, 1969
Per ora, tutte qui. Ma suddivise per capitoli.

I – Introduzione

1 Definizioni generiche possono essere considerate, ad esempio, quelle per cui “il fatto città si riduce essenzialmente a un concentramento di popolazione” (M. POETE, La città antica, Torino 1958, p. 28), o a una “sede di aggregazione umana” (L. PICCINATO, in Enciclopedia italiana dell’Istituto Treccani, voce “Città”, voI. X, p. 472).

2 Interpretazioni di carattere sostanzialmente utopistico sono quelle tipiche del filone culturale che ha in Lewis Mumford e in E. A. Gutkind i suoi massimi esponenti. Per la complessità e l’implicita ricchezza delle intuizioni dei due A., le tesi richiederebbero un discorso ben più vasto di quello che è qui consentito. Resta, peraltro, il fatto che le loro intuizioni sono espresse in modo tale da non poter dar luogo a un discorso sufficiente rigoroso, e che sfuggono a essi, pressoché totalmente, le cause degli eventi e dei fenomeni analizzati e descritti, per cui le loro conclusioni non possono risultare che apodittiche. Il Mumford, ad esempio, individua in Thanatos ed Eros, nell’elemento mortale (il maschio, il cacciatore, il guerriero, il monarca, ecc.) e in quello vitale (la femmina, la madre, la fertilità, la conservazione della specie, e insomma tutte “le funzioni materne e vitali”) le grandi tensioni inconscie, dialetticamente contrapposte, che fin dall’età della pietra determinano il processo storico, e che danno luogo rispettivamente alla “Megalopoli” - ultima incarnazione della città - e al “Villaggio”. Da una tale premessa egli non può giungere, evidentemente, a nessuna conclusione di una qualche diretta utilità; infatti, egli non può, in definitiva, additare altra prospettiva se non quella velleitaria di un’utopia democratico-comunitaria nella quale rivive l’ideale del villaggio. Per quanto poi riguarda il Gutkind, basterà ricordare la sua affermazione: “il concetto di città è un anacronismo e neppure riforme molto avanzate possono impedirne la decadenza e la scomparsa definitiva”, per cui dovrà verificarsi una “dispersione livellatrice” che ‘conduca alla “meta finale” della “regione senza centro” e una situazione in cui, nello “spazio libero centrale”, sia alfine raggiunta “la meta ideale di ogni città”, il ”costruttivo inizio della Fine della Città” (E. A. GUTKIND, L’ambiente in espansione, Milano 1955, pp. 21-41 passim).

3 “Ogni evoluzione della teorica e della pratica urbanistica rischia di disperdersi in una oscillazione continua tra due tendenze opposte e ugualmente eversive: da un lato, l’accettazione passiva e incondizionata - la mera descrizione - dei livelli di sviluppo raggiunti, momento per momento, per effetto di un gioco di forze cui l’urbanistica non partecipa e che non controlla; dall’altro lato, la negazione apodittica del meccanismo di sviluppo reale in nome di uno sterile moralismo giusnaturalistico e l’evasione utopistica nella città ideale”. (A. CUZZER, F. FIORELLI, Pianificazione territoriale, standard e ricerca scientifica, in “Marcatrè”, n. 6-7, 1964, p. 132).

4 G. C. DE CARLO, Relazioni del seminario La nuova dimensione della città -la città regione”, ILSES, Milano 1962, p. 188. “La città-regione [ ...] è caratterizzata da una molteplicità di interessi che si diffondono sull’intero territorio ponendolo in uno stato di permanente dinamismo, dalla alternanza di peso di ciascuna delle sue parti in relazione al ruolo che esse esercitano nel momento in cui le si considera, dalla presenza di strutture aperte, dalla tendenza ad esprimersi in configurazioni astilistiche e in continuo rinnovamento, vincolate alla dinamica delle situazioni” (ibid., p. 189).

II – LE FORME D’INSEDIAMENTO PECULIARI ...

1 Si intende per consumatore “determinato” un consumatore la cui presenza, in quanto soggetto specifico, è avvertibile nel momento dell’atto produttivo. Così, ad esempio, il contadino che produce per il consumo proprio e della propria famiglia produce evidentemente per un consumatore “determinato”, e così chi, nell’ambito di un rapporto servile, produce per il consumo del proprio signore.

2 Si veda ad esempio, su questo punto, il cap. Colonie latine e villaggi consorziali nella classica Storia di Roma di T. MOMMSEN, Milano 1961, VoI. I, pp. 55-58.

3 C. CATTANEO, La città considerata come il principio delle istorie italiane in La letteratura italiana. Storia e testi, voI. 68, Milano-Napoli 1956, p. 1007.

III – NASCITA DELLA CITTÀ

1 “Sino allora, c’erano stati soltanto individui isolati; ora, era nato un essere collettivo” (M. BLOCH, La società feudale, Torino 1959, p. 514). “L’originalità del giuramento comunale fu di unire degli uguali” (ibid., p. 515).

2 Si veda il testo di Mommsen già citato.

3 Chi non comprende come l’economia capitalistica sia stata storicamente l’unica economia capace di postulare, sia pur contraddittoriamente e dialetticamente, la città, è condotto a vedere nella città della borghesia solo gli elementi di negatività che in essa indubbiamente sussistono fin dall’inizio, e dunque ad indicare come il momento dèll’inizio della decadenza della città quello che a noi sembra invece il momento della nascita della città vera e propria. Non comprendere il ruolo giuocato, nella storia, dal capitalismo sul piano della città conduce allora in definitiva a concepire come seccamente negativo ( e dunque sotto il segno di un inspiegabile irrazionalismo catastrofico) tutto un decisivo periodo della storia dell’uomo. Non a caso, poi, si deve giungere - sulla base di una simile posizione - a rinnegare di fatto la città e a proporre, in un modo o nell’altro, un ripiegamento nostalgico o un’evasione disperata verso le forme d’insediamento che hanno preceduto la città: il borgo, il villaggio, o addirittura – con la più conseguente coerenza -la dispersione nelle campagne.

4 Si veda, per un chiarimento e un approfondimento di questo punto: Considerazioni sulla questione agraria, nel n. 1 de “La Rivista trimestrale”, 1962.

5 T. R. MALTHUS, Principles of Political Economy. La frase citata è tratta dalla traduzione pubblicata sul n. 1 de “La Rivista trimestrale», 1962, p. 156. ,

6 È chiaro che, a differenza del proletario, il borghese può sfuggire individualmente al lavoro, al consumo produttivo e alla servitù all’accumulazione; egli può, infatti, sulla base del proprio privilegio proprietario, destinare quote del profitto all’allargamento del proprio consumo. Ma in tal caso, evidentemente, il modello capitalistico-borghese perde il suo interno rigore e la sua coerenza logica, il che - come vedremo meglio in seguito - non può non provocare l’insorgere di tensioni e di crisi.

7 Una testimonianza letteraria particolarmente lucida ed efficace dell’atteggiamento della nascente borghesia verso le opere della città è costituita dal romanzo di R. BACCHELLI, Non ti chiamerò più padre, Milano 1959.

8 Sulla continuità manifestatasi nel passaggio dall’autoconsumo all’ordinamento borghese ci siamo già soffermati a sufficienza; abbiamo, infatti, potuto concludere che il borgo è, al tempo stesso, il frutto organico scaturito dallo sviluppo dell’economia e della società dell’autoconsumo, e il germe dal quale inevitabilmente si forma la città (l’insediamento, cioè, cui si giunge al livello dell’economia capitalistica e della società borghese). Per quanto riguarda la sostanziale continuità che si è verificata nel transito dall’autoconsumo alla società s1gnorile, basterà riflettere su due circostanze. Anzitutto, al fatto che lo sfruttamento - che è indubbiamente il più rilevante e decisivo aspetto di quel transito - si è esercitato sull’eccedenza, e ha di conseguenza lasciato immutato quanto, nell’economia dell’autoconsumo, preesisteva alla formazione del sovrappiù; le condizioni economiche di base esistenti nelle unità produttive, in altri termini, non sono state sostanzialmente modificate dallo sfruttamento, il quale, congelando al livello della sussistenza fisica il consumo dei produttori, ha inciso esclusivamente sullo sviluppo di tale consumo. In secondo luogo, va rilevato che nell’economia signorile, come nell’autoconsumo, il fine dell’attività produttiva resta pur sempre nel consumo individuale di un consumatore determinato, per cui, in sostanza, nell’insieme dell’edificio sociale i valori cui l’attività produttiva era ordinata restavano comunque dei valori in qualche modo legati ad effettive esigenze umane.

9 Si può affermare che i più significativi testi di urbanistica scritti in Italia negli ultimi anni sono incentrati sull’analisi della città della borghesia trionfante. È il caso, ad esempio, delle seguenti opere, che costituiscono un contributo alla comprensione dell’attuale problematica urbanistica nella luce di una prospettiva storica: G. SAMONÀ, L’Urbanistica e l’avvenire della città, Bari 1960; L. BENEVOLO, Le origini dell’urbanistica moderna, Bari 1963; C. AYMONINO, Le origini dell’urbanistica moderna, in “Critica marxista”, a. II (1964), n. 2, pp. 40-68.

10 Nei testi urbanistici si riportano talvolta delle cartografie comparate dalle quali risulta con evidenza un fatto assai indicativo e sintomatico, che è d’altronde ben noto. Il fatto, cioè, che le lottizzazioni urbane avvengono nel rispetto e nella conservazione del reticolo della proprietà agraria, sicché, in definitiva, è appunto la proprietà agraria a determinare la forma della città.

IV – LA CITTÀ CAPITALISTICO-BORGHESE

1 M. BLOCH, op. cit., p. 512.

2 K. MARX"F. ENGELS, Manifesto del partito comunista, Roma 1947, p. 28.

3 Ci sembra che valga la pena di soffermarci brevemente, sia pure in limine, sulla portata del fatto che -come si è detto -nel sistema capitalistico-borghese l’eguaglianza e la libertà dei cittadini si manifestano, nell’ambito del diritto positivo, solo in quel limitato settore rappresentato, nell’insieme dell’ordinamento giuridico, dal diritto pubblico. È effettivamente decisiva ed essenziale, per il sistema capitalistico, la proprietà privata del capitale, che costituisce anzi la garanzia giuridica dell’attività economica dei “funzionari del capitale”, ponendosi pertanto come condizione decisiva del processo accumulativo. Senza dubbio ciò significa che sul piano del diritto privato esiste una sostanziale differenza fra i cittadini, i quali sono appunto nettamente distinti in proprietari e non proprietari. Ma se l’uguaglianza e la libertà dei cittadini non sono dunque, nel complesso dell’edificio giuridico, diritti pienamente affermati, ne sono, quindi, operanti nel concreto della realtà sociale, e finiscono, anzi, per rappresentare un elemento di contraddizione, sta di fatto che la proprietà privata del capitale, essendo il fondamento giuridico dell’attività economica del borghese e essendo destinata alla produzione del sovrappiù, non può mai rompere esplicitamente e formalmente quel diritto comune di libertà ed uguaglianza che definisce la generale condizione sociale necessaria allo sviluppo del modo capitalistico di produzione. In altre parole, il diritto privato, malgrado la sua formulazione privatistica, non può costituire la base per una rottura esplicita, pienamente istituzionale, effettivamente giuridica, della radice comune dell’ordinamento giuridico stesso. E in realtà, è facile constatare che il privatismo proprietario non può dar luogo a differenze recepibili nell’ambito del diritto naturale. Ne vale obiettare che il borghese può, nel concreto storico, “costituirsi in signore”, che egli può rompere cioè il diritto, subordinando ai propri individuali interessi -in modo più o meno implicito i diritti comuni di quanti riesce a dominare e ad asservire, in forza dei suoi privati diritti proprietari. In tal caso, infatti, egli esce dalla coerenza dell’ordinamento giuridico, e allora o si segrega dalla società, resta ai suoi margini e infine decade, o, se prevale e si afferma, condanna alla decadenza il sistema.

4 È evidente che stiamo ragionando intorno ad un determinato modello storico, il quale contiene tutte le connotazioni essenziali del sistema sociale cui si riferisce, e cioè quello capitalistico-borghese. Ma un determinato sistema sociale viene sempre, senza eccezioni, a ricoprire completamente ed integralmente l’intera dimensione della società? Il realizzarsi storico del sistema coincide, cioè, con la piena esplicazione storica della società in quanto tale? In realtà, la società civile non si è mai interamente ridotta all’ordinamento capitalistico, ne, per converso, è mai potuto esistere un sistema sociale, basato su di una economia che abbia come fine la produzione del sovrappiù, entro il quale l’intera società abbia potuto risolversi senza residui. A maggior ragione, l’uomo non si è mai potuto identificare fino in fondo con questa o con quell’altra figura di sistemi sociali siffatti, e non si è insomma ridotto mai a essere soltanto i propri rapporti sociali. Appunto perciò, nella complessità del concreto storico, le qualità preesistenti al sistema capitalistico-borghese non hanno sopravvissuto soltanto come residui del passato. Vi è stata, invece, non solo sopravvivenza, ma anche una certa accumulazione, un certo tipo di sviluppo delle qualità estranee all’ordinamento capitalistico. Però tali qualità, poiché appunto estranee i al sistema e, anzi, contraddittorie con la sua logica, con le sue leggi, con le sue tendenze, non solo hanno potuto esistere unicamente contro il sistema, in opposizione a esso, non solo hanno potuto manifestarsi unicamente ai margini del sistema, rivelandosi perciò insufficienti e incapaci di raggiungere una effettiva pienezza, ma hanno dovuto, inevitabilmente, ! esprimersi in una forma pesantemente limitata in senso individualistico, in quanto sistematicamente esclusa da ogni organica compiutezza di commercio sociale.

5 Ciò vale, evidentemente, anche per il borghese, che, in quanto tale, vive, agisce e consuma solo come un “funzionario del capitale”. “Tutto il suo fare -osserva Marx -è soltanto funzione del capitale che in lui è dotato di volontà e di coscienza, il proprio consumo privato è considerato dal capitalista come furto ai danni dell’accumulazione del suo capitale” (II Capitale, Roma 1952, voI. I, 3, p. 37). Tuttavia, mentre il lavoratore subalterno, il proletario, non può sfuggire individualmente alla riduzione del proprio consumo a consumo produttivo, il singolo borghese, invece, in virtù della sua condizione di proprietario del capitale, può destinare porzioni del proprio profitto all’allargamento del proprio consumo, distraendolo dall’accumulazione.

6 Nella letteratura urbanistica si suole generalmente spiegare la “crisi della città industriale”, limitandosi a sottolineare l’influenza che ebbero sullo sviluppo della città l’aumento della popolazione e il mutamento della sua distribuzione sul territorio, l’accresciuta produttività del lavoro, la velocità di siffatte trasformazioni e, insomma, quel complesso di fenomeni che indubbiamente si accompagnarono alla produzione capitalistica, ma solo come il tuono si accompagna alla folgore {si veda, ad esempio, L. BENEVOLO, op. cit., soprattutto alle pp. 12-28). In realtà, una simile interpretazione ci sembra carente almeno per due motivi. Anzitutto, perché essa coglie e descrive esclusivamente il quadro tecnologico e la fenomenologia sociologica che derivano dallo sviluppo storico-sociale, e non dà quindi ragione dei reali motivi dai quali quegli aspetti strettamente conseguono: j non a caso, nell’ambito di tale interpretazione, si è condotti a configurare !’ e a definire la rivoluzione capitalistico-borghese come rivoluzione industriale, in una sostanziale confusione dunque tra causa ed effetto. In secondo luogo - e ciò, sul terreno urbanistico, ci sembra ancor più grave e limitante - perché non vede che la crisi della città capitalistica è nata non solo, per così dire, a causa di una sollecitazione esterna ( quella appunto dello sviluppo storico-sociale), ma anche, e decisamente, per il rivelarsi di un’interna insufficienza dell’ordinamento formale della città e dei criteri che ad esso presiedevano.

7 K. MARX-F. ENGELS, Manifesto del partito comunista cit., pp. 43-44.

V – TRE TENTATIVI ....

1 L. Benevolo, op. cit,., p. 8.

2 Il che non significa, evidentemente, che da quella crisi non fosse consentita, in linea di principio, altra via d’uscita se non quella della 1 rivoluzione capitalistico-borghese. Significa soltanto che, in linea di fatto, la soluzione borghese è stata la sola che abbia potuto storicamente manifestarsi, e che si era già pienamente e irreversibilmente manifestata quando gli Owen e i Fourier davano corpo ai loro impulsi generosi ma 1 astratti, e alle loro razionalistiche costruzioni intellettuali.

3 Gli abitanti dell’insediamento preconizzato da Owen avrebbero dovuto oscillare tra i 500 e i 1500, intorno alla cifra ottimale di 1200; il villaggio di New Harmony, negli Stati Uniti, dove l’Owen nel 1826 sperimentò personalmente le proprie tesi, era composto inizialmente da 800 persone. Charles Fourier stabilisce in 1620 persone gli abitanti del suo Falansterio, l’insediamento peculiare alla mitica era della “Grande Armonia”.

4 Per Owen la coltivazione del suolo avrebbe dovuto essere compiuta con la vanga, anziché con l’aratro. “Mentre le sue fabbriche erano moderne e scientifica la sua concimazione, la vera e propria aratura del terreno doveva rimanere primitiva” (B. RUSSELL, Storia delle idee del secolo XIX, Torino 1959, p. 194). “Il suo progetto era di radunare i disoccupati in villaggi, dove dovevano coltivare collettivamente la terra, ed anche lavorare nelle industrie, sebbene il grosso del loro lavoro dovesse essere abitualmente quello agricolo” (ibid., p. 193). Per Fourier “ogni membro della società partecipa all’agricoltura al pari che all’industria”, ma “ha la prevalenza in quest’ultima il mestiere e la manifattura” (F. ENGELS, Antidühring, Roma 1956, p. 319).

5 “La dimensione di tali fantasie si rifà [...] più alla campagna che alla città; e della prima eredita soprattutto, pur con l’inserimento di atti1vità industriali, il concetto di auto-sufficienza che si invera in un organismo semplice ma completo, capace di rispondere a più funzioni” (C. AYMONINO, art. cit., p. 45).

6 “Gli uomini di cultura dell’800 sono [...] animati da una profonda sfiducia nella città industriale, e non concepiscono neppure la possibilità di ripristinare l’ordine e l’armonia a Coketown o nel corpo gigantesco di Londra. Perciò quando pensano ai rimedi giudicano che le irragionevoli attuali forme di convivenza debbano essere sostituite da altre completamente diverse, dettate dalla pura ragione, cioè contrappongono alla città reale una città ideale” (L. BENEVOLO, Storia dell’architettura moderna, Bari 1960, voI. I, p. 219).

7 C. AYMONINO, art. cit., p. 44.

8 “Non più una capitale, non più grandi città; a poco a poco il paese si sarebbe coperto di villaggi” (F. BUONARROTI, Congiura per l’uguaglianza o di Babeuf, Torino 1946, p. 141). Fourier, per conto suo, descrive e profetizza lo sviluppo storico come il susseguirsi di sette periodi: “l’umanità si trova attualmente al passaggio fra il quarto periodo (barbarie) e il quinto (civiltà)” (L. BENEVOLO, Le origini, cit., p. 84). Con il settimo periodo le città saranno sostituite dai Falansteri.

9 I “parallelogrammi” di Owen sono costituiti da un quadrato di edifici destinati agli alloggi, all’interno dei quali sono disposti -quasi a perno dell’intera composizione -i fabbricati destinati alla cucina pubblica, alle scuole, alle sale di preghiera, di lettura, di ritrovo, alla biblioteca. Particolare evidenza assumono, nell’esperimento oweniano, due istituzioni, corrispondenti a due fondamentali aspetti dell’organizzazione comune del consumo: la scuola e le attrezzature per i servizi domestici. Il Benevolo pone in particolare evidenza il primo di tali aspetti, mostrando Come la “istituzione per la formazione del carattere” abbia costituito il nucleo originario dell’utopia oweniana. Il secondo aspetto fu messo singolarmente in luce dai suoi contemporanei detrattori, i quali così sintetizzarono sarcasticamente il piano di Owen: “Costruire un grande parallelogramma cooperativo, con una macchina a vapore nel mezzo, come una donna tutto-fare” (cit. da B. RUSSELL, op. cit., p. 194). I Falansteri avrebbero dovuto esser costituiti da un unico edificio, al cui centro sarebbero stati disposti i loca1i per le funzioni pubbliche, per il refettorio, per lo studio e così via. Analogamente avveniva nelle proposte degli altri utopisti. (Si vedano in proposito le opere citate dal Benevolo.)

10 R. OWEN, Report to the County of Lanark, cit. da L. BENEVOLO, Le origini ecc., cit., p. 65.

11 L. BENEVOLO, op. cit., p. 119.

12 R. OWEN, loc. cit., p. 65.

13 L. BENEVOLO, op. cit., p. 71.

14 Vogliamo rilevare a questo proposito, l’esistenza di alcuni espliciti punti di contatto tra marxismo e utopismo, non solo sul terreno della protesta anticapitalistica, ma anche su quello della prefigurazione del destino della città. Intorno a quest’ultimo argomento è nota l’influenza che Owen e Fourier ebbero su F. ENGELS, del quale riportiamo una singolare affermazione: “La civiltà ci ha senza dubbio lasciato nelle grandi città un’eredità la cui eliminazione costerà molto tempo e molta fatica. Ma esse debbono essere e saranno eliminate, anche se questa e1iminazione sarà un processo molto laborioso” (Antidühring cit., p. 323).

15 E. HOWARD, fondatore del movimento della città-giardino, espose le sue idee nel 1898, in Tomorrow, a peaceful path to real reform (trad. it., L’idea della città-giardino, Bologna 1962). “La città-giardino risulta una completa creazione sociale ed economica anche se a ben guardare nessun fatto nuovo strutturale è rilevabile, nessuna ipotesi di “nuova società”, niente che non sia un prudente neocapitalismo (si direbbe oggi) aperto al desiderio che in futuro si sviluppi cooperazione, azione municipale, ecc. La fiducia nel trapasso graduale al suo ordine per conquiste continue e per mezzo del convincimento è alla base del sistema” (P. L. GIORDANI, in Considerazioni intorno a ‘Garden Cities of Tomorrow’, in appendice alla citata trad. it. del testo di Howard, p. 201).

16 L. BENEVOLO, op. cit., p. 8.

17 La posizione della quale ci stiamo occupando è stata definita, da uno dei più intelligenti e illustri studiosi italiani di questioni urbanistiche, come la posizione peculiare a quelle “nuove classi professionali sorte in prevalenza dal liberalismo, che, come un esercito che si organizza per operare, andarono gradatamente penetrando, con azioni sempre più vaste e suddivise, in tutte le branche della vita sociale, nella duplice attività di formazione delle strutture urbane e di controllo di queste strutture, man mano che una più complessa concentrazione funzionale, col suo ingrandirsi ed interferire, rendeva necessaria un’organizzazione vigilata” (G. SAMONÀ, op. cit., p. 13).

18 Va qui rilevato che, nella sistemazione ottocentesca delle grandi capitali, le esigenze della funzionalità produttiva costituirono soltanto una delle componenti; acquistarono infatti rilevanza notevole -e spesso decisiva -quelle esigenze del prestigio politico e statuale che sono essenziali alla borghesia alla vigilia e nel momento della sua espansione imperialistica. Queste ultime esigenze, nelle quali riecheggiano le antiche necessità signorili di fornire uno sbocco al sovrappiù tesaurizzato, sono particolarmente evidenti nella Parigi di Napoleone III e di Haussmann, nella Parigi, insomma, che fu realizzata - per volontà del suo signore - da quello “straordinario prefetto di genio, che ebbe la prima e forse più grandiosa visione di quanto potesse, per il prestigio dello Stato moderno, una capitale in cui la trama edilizia avesse una strutturazione imponente, spettacolare per taglio di arterie, per grandiosità di piazze e per continuità di fronti architettoniche, rese monumentali dalle ripetizioni di un determinato scomparto” (G. SAMONÀ, op. cit., p. 44).

19 Come osserva, con singolare acutezza, l’Aymonino, nel suo già citato saggio (p, 47).

20“La soluzione che darebbe alla questione [delle abitazioni] una rivoluzione sociale non dipende soltanto dalle condizioni del momento, ma anche è connessa ad una serie di questioni di molto maggiore ampiezza, tra le quali una delle più importanti è quella dell’eliminazione dell’antitesi fra città e campagna. Dato che noialtri non siamo di quelli che creano dei sistemi utopistici per l’instaurazione della società futura, dilungarci in proposito sarebbe inutile” (P. ENGELS, La questione delle abitazioni, Roma 1950, p. 43). “Voler risolvere la questione delle abitazioni e nello stesso tempo voler conservare gli odierni grandi agglomerati urbani è un controsenso. Ma gli odierni grandi agglomerati urbani saranno eliminati soltanto dall’abolizione del modo capitalistico di produzione, e quando si sarà dato l’abbrivio a questo, si tratterà di ben altro che di assegnare a ciascun lavoratore una casetta appartenentegli in proprietà” (ibid., p. 71). “Ma di risolvere la cosiddetta questione delle abitazioni non mi passa neanche per la testa; altrettanto come non mi occupo dei dettagli della questione alimentare, che è ancora più importante” (ibid., p. 136).

21 V. LENIN, La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, Edizioni in lingue estere, Mosca 1949, p. 32.

22 K. MARX, Miseria della filosofia, Roma 1949, p. 139.

23 “Tra la società capitalistica e la società comunista vi è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell’una nell’altra. Ad essa corrisponde un periodo politico transitorio, in cui lo Stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato” (K. MARX, Critica del programma di Gotha, Edizioni in lingue estere, Mosca 1949, p. 37).

24 V. LENIN, Stato e rivoluzione, Roma 1954, p. 106.

25 K. MARX, Critica del programma di Gotha cit., pp. 25-26.

26 V. LENIN, Stato e rivoluzione, cit., p. 102.

27Ibid., p. 108.

28Ibid., p. 113.

29 G. E. Haussmann, cit. dal BENEVOLO) Le origini cit., p. 191. Il prefetto di Parigi si batté per ottenere che la legge del 1850 sulle abitazioni insalubri venisse interpretata “nel senso che i terreni edificabili, espropriati e valorizzati dai lavori cittadini, restassero di proprietà pubblica e potessero essere venduti al nuovo valore commerciale. Ma il Consiglio di Stato decise [...] che il Comune conservasse solo le aree stradali, mentre i terreni circostanti fossero restituiti ai vecchi proprietari” ( ibid.)

30 Nel primo Stato socialista, l’Unione Sovietica, “la condizione nuova, totalmente rivoluzionaria, è sancita il 20 agosto 1918 dalla legge concernente gli affari della municipalità, che trasforma tutta la proprietà privata in proprietà regionale o municipale” (V. DE FEO, URSS Architettura 1917-1936, Roma 1963, p. 46). Del resto già nei suoi studi per la “città industriale” Tony Garnier aveva supposto che “l’amministrazione avesse la libera disponibilità del suolo” (cit. dal BENEVOLO, Storia dell’architeltura cit., p. 428). La collaborazione del Garnier con Edouard Herriot e l’amministra2Jione radical-socialista di Lione fu particolarmente stretta e intensa, talché si considera generalmente la Cité industrielle del Garnier un incunabolo della città socialista (cfr. anche il cit. scritto dell’Aymonino).

31 M. TSAPENKO, Sui fondamenti realistici dell’architettura sovietica, Mosca 1951, cit. su “Casabella-Continuità” n. 262, aprile 1962, p. 26.

32 V. DE FEO, op. cit., p. 52.

33lbid., p. 53.

VI – IL MODELLO OPULENTO

1 Una interessante eccezione in tal senso è costituita da un articolo di P. CECCARELLI, Urbanistica opulenta, comparso su “Casabella-Continuità”, n. 278, agosto 1963, pp. 5 sgg. In tale articolo, commentando i risultati del concorso per il Centro direzionale di Torino, l’ A. rileva innanzitutto che “nella problematica urbanistica più recente si rintraccia un costante ed eccezionale interesse per il peso che le attrezzature terziarie esercitano sulla struttura delle città e per il ruolo che in futuro esse potrebbero esercitare in una nuova dimensione urbana”, e che, di conseguenza, “si attribuisce a un nuovo modo di organizzare ta1i elementi il compito di strutturare la nuova città e di rappresentare la società nel futuro”. Ma il Ceccarelli nega che sia possibile “prescindere da un giudizio sulla natura e il significato” della “terziarizzazione”, o addirittura assumere quest’ultima “come un processo fisiologico della società attuale”; egli coglie il nesso esistente tra “la formazione di una società opulenta e il parallelo svilupparsi del settore terziario” e conclude, su questo argomento, invitando gli urbanisti a una attenta analisi del “modello di sviluppo della società opulenta”, che costituisce oggi “l’unico riferimento preciso”. Un’altra posizione di sostanziale denuncia degli effetti dell’opulentismo è quella dell’Aymonino, della quale ci occuperemo più avanti.

2 “Il lavoro è, per sua natura, lo strumento, peculiarmente umano, col quale l’uomo consegue i suoi fini; ed è strumento universale, nel senso che esso è a disposizione dell’uomo per ogni possibile suo fine. I fini che l’uomo può proporsi sono potenzialmente infiniti, ma l’uomo, come essere finito, li può perseguire e raggiungere solo in un processo, passando da ogni determinato ordine di fini ad altri ordini superiori, e intanto questo processo è pienamente umano in quanto ogni suo momento è una tappa per il passaggio ai momenti successivi, e mai un punto di arrivo definitivo. Corrispondentemente il lavoro, in condizioni naturali, realizza la sua natura di strumento universale solo passando sistematicamente attraverso una successione di determinazioni particolari, senza mai fissarsi in alcuna, ma anzi stando in ciascuna solo per conseguire fini che, una volta raggiunti, lo metteranno in grado di acquisire una maggiore efficacia come strumento e quindi di servire per fini superiori. In questo processo naturale di sviluppo, c’è dunque un rapporto di azione reciproca tra i fini e il lavoro: è il raggiungimento del fine che arricchisce il lavoro, ed è il lavoro arricchito che consente fini più alti. “Ora l’operazione posta in essere dallo sfruttamento è l’interruzione di questo processo naturale. Con lo sfruttamento, infatti, il lavoro perde la sua natura di strumento universale, in quanto viene rinchiuso entro una cerchia definita e invalicabile di bisogni, quella dei bisogni della vita fisica. Quando quella parte della capacità lavorativa di un uomo che resta ancora disponibile dopo che egli ha soddisfatto i propri bisogni di sussistenza, e che potrebbe perciò essere ordinata alla soddisfazione di bisogni superiori, viene viceversa piegata verso la produzione occorrente per soci. disfare i bisogni di sussistenza di un altro uomo, allora il lavoro rimane fissato entro una categoria determinata di bisogni, il rapporto di interazione tra lavoro e fini è spezzato, il processo stesso dello sviluppo umano (almeno come sviluppo interessante la generalità degli uomini) risulta interrotto” (C. NAPOLEONI, Sfruttamento, alienazione, capitalismo, in “La Rivista trimestrale”, nn. 7-8, 1963, p. 402).

3 Perciò è proprio nella fase signorile e attraverso l’operazione storica dello sfruttamento che avviene quella riduzione di principio del lavoro, da strumento dell’-indefinita espansione dei fini e della stessa natura dell’umanità, a mezzo per la sussistenza fisica dell’uomo (dei lavoratori e dei non lavoratori): riduzione appunto nella quale si realizza e si compie, per la prima volta, la alienazione del lavoro umano.

4 La letteratura sulla “società opulenta” è ormai così abbondante che sarebbe arduo darne un’esauriente bibliografia. Quest’ultima, poi, non sarebbe di grande utilità per il lettore, dal momento che (per quanto almeno ci risulta) la pubblicistica sull’opulentismo fornisce essenzialmente una serie di descrizioni e di denuncie di fenomeni che non vengono ricondotti alle loro matrici. Vogliamo comunque ricordare che la locuzione “società opulenta” (affluent society) fu coniata da J. K. GAILBRAITH in un suo libro pubblicato negli USA nel 1958, e pubblicato in Italia con il titolo Economia e benessere, Milano 1959. Per conto nostro, ci sembra doveroso avvertire il lettore che la definizione di società opulenta che diamo in queste pagine si basa sulla fondamentale analisi compiuta da F. RODANO su “La Rivista trimestrale”, soprattutto in due scritti del 1962, Il processo di formazione della società opulenta (n. 2) e Il pensiero cattolico di fronte alla società opulenta (n. 3 ), e in uno del 1967, Società opulenta e politica rivoluzionaria (nn. 22-23).

VII – AMBIGUITÀ ....

1 Ci siamo fin qui sempre riferiti al modello opulento e alla società opulenta: rispettivamente, dunque, allo schema di principio e all’assetto sociale nel quale tale schema pienamente si realizza. Non ci sfugge evidentemente il fatto che, nel concreto storico, 11 processo di formazione della società opulenta (come, a suo tempo, quello della società capitalistico-borghese) non si è dispiegato in modo omogeneo e diffuso, non ha investito cioè simultaneamente l’insieme della società mondiale; oggi, infatti, accanto a vaste zone e a decisivi settori nei quali l’opulenza costituisce senza dubbio la situazione di fatto, ne esistono altri -estensivamente assai più r11evanti -nei quali il problema della sussistenza è, addirittura, ancor lungi da11’essere risolto (ed è questo, ci sembra, un sintomo alquanto sinistro dell’insufficienza dello sviluppo opulento). Resta comunque il fatto che la tendenza verso la opulenza è oggi, a nostro avviso, l’unica tendenza storicamente in atto, che, dunque, anche le società ancora distanti dal “live1lo opulento” non possono evolutivamente non raggiungerlo, e che infine -e proprio per tutto questo -il problema decisivo da affrontare è appunto quello dell’opulenza. Se un simile problema non fosse aggredito e risolto, teoricamente e politicamente, ciò ricadrebbe a inevitabile danno dell’intera società umana: delle sue attuali “punte” come delle sue persistenti “paludi”.

2 Nella pubblicistica sull’opulenza, si pone soprattutto e quasi esclusivamente in rilievo l’arbitrio esercitato dalla produzione attraverso il meccanismo dell’induzione del consumo, e si tende a vedere sostanzialmente in tale induzione la caratteristica decisiva del processo opulento. Per conto nostro, ci sembra di aver sottolineato a sufficienza come l’allargamento opulento del consumo abbia la propria causa fondamentale nel mancato sviluppo del bisogno umano: in un motivo, quindi, non solo diverso, ma più complesso di quello costituito dall’induzione del consumo dovuta al prepotere della produzione. Se le cose stanno come noi le vediamo, poco importa in realtà -ai fini del nostro ragionamento -che l’arbitrio dal quale è caratterizzato il consumo opulento sia dovuto all’iniziativa induttrice della produzione, o a una propensione alt’ arbitrio del consumo medesimo, o (com’è più probabile, almeno per un certo periodo) all’una e all’altra ragione insieme; quel ch’è certo, comunque, è che la medesima induzione non potrebbe manifestarsi se non esistesse la propensione da parte del consumo a subirla, e che in definitiva è più che probabile che il fenomeno dell’induzione, in quanto soggettiva operazione svolta dall’attività produttiva, tenda a scomparire via via che il processo dell’opulenza prosegue il suo cammino.

3 Tanto ciò è vero che gli animali, la cui “vita economica” è interamente e definitivamente racchiuso, per principio, nella sussistenza, non costituiscono società. Sul piano urbanistico, è interessante osservare che la città nasce, come abbiamo cercato di dimostrare, solo quando si esce dall’autoconsumo (da un modello, cioè, caratterizzato appunto da1la sussistenza del produttore e della sua famiglia come unico fine dell’attività economica} e quando il lavoro, acquistando la dimensione “sociale” comportata dalla sua forma capitalistica, viene a costituirsi come la base oggettiva per la nascita di una città materialisticamente comune. È chiaro che quando, con l’opulenza, si esce dalla necessità del lavoro, si tende inevitabilmente a tornare a una situazione caratterizzata, come quella dell’autoconsumo, dal prevalere dell’individualismo.

4 L. MUMFORD, La città nella storia, Milano 1964, p. 678.

5 Ibid., pp. 674-76.

6 Evidentemente non c’è posto per il borghese in quella “società ad alto sviluppo industriale”, in cui “quella che era una volta una libera economia di mercato si è tramutata in una economia di profitto pilotata, di carattere monopolistico privato o dirigistico statale, in un capitalismo organizzato”, in una società “il cui buon funzionamento economico in vasta misura dipende dalla politica ed è possibile soltanto grazie al costante intervento, diretto o indiretto, dello Stato nei settori decisivi dell’economia” (H. MARCUSE, Le prospettive del socialismo nella società ad alto sviluppo industriale, in “Problemi del socialismo”, a. VII (1965), n. s., n. 1, p. 8). Cfr. anche L. BARCA, Il meccanismo unico, Roma 1968.

VIII – LA CULTURA URBANISTICA ... [la nota n. 24 ha nello stampato edito il numero (chissà perché) 91; la 25 e la 26 di conseguenza nello stampato hanno il 25 e 25]

1 Il Ceccarelli, nell’articolo già da noi citato, si occupa di uno di tali punti di forza: quello dell’esaltazione acritica delle attività terziarie. Basterebbe analizzare il materiale pubblicato dalle riviste italiane di architettura e urbanistica per dimostrare che un atteggiamento analogo a quello criticato dal Ceccarelli si manifesta assai spesso tra gli urbanisti, anche in relazione alle altre conseguenze dell’opulentismo cui abbiamo qui brevemente accennato.

2 Alcune opere di quest’ultimo sono state recentemente tradotte e pubblicate in Italia (K. LYNCH, L ‘immagine della città, Padova 1964; La struttura della metropoli, in La metropoli del futuro, a cura di Lloyd Rodwin, Padova 1964).

3 LYNCH, L’immagine cit., p. 25.

4Ibid., pp. 31-32.

5 Così afferma G.C. Guarda nella sua introduzione alla trad. it. del libro del Lynch, op. cit., p. 16.

6Ibid., p. 15.

7Ibid., p. 15.

8 C. AYMONINO, Le origini dell’urbanistica moderna, cit.

9Ibid., pp. 60-61.

10Ibid., p. 59.

11Ibid., pp. 66-67.

12Ibid., p. 66.

13 K. MARX, Il Capitale, I, 2, Roma 1956, pp. 200-1.

14Ibid.

15Ibid., III, 3, p. 231.

16Ibid., pp. 231-32.

17Ibid., p. 232.

18 H. MARCUSE, cit., p. 18. Corsivo dell’Autore.

19 Si vedano in proposito i già citati scritti di F. Rodano sulla società opulenta. Ci preme qui sottolineare (se ci è consentito accennare fugacemente a un tema di grande rilevanza teorica e pratica) che la società del tempo libero, la società in cui si viene realizzando l’uscita dal lavoro;rion è la società in cui l’uomo ha raggiunto la propria liberazione, ma è, viceversa, la società in cui viene definitivamente celebrata, nelle sue conseguenze ultime, l’alienazione del lavoro umano, e perciò dell’uomo medesimo.

20 Osserva il Ceccarelli, a proposito dei progetti per il Centro direzionale di Torino, che “l’assenza di giudizio critico su tali problemi [quelli della società opulenta] da parte di molti - dal Gruppo Quaroni a quello di Astengo a quello di Aymonino - è forse segno dell’a accettazione delle tendenze attuali come di una condizione oggettivamente valida” (op. cit., p. 6). Ci sembra, in realtà, che il saggio dell’Aymonino porti ad escludere che vi sia, in tale Autore, una effettiva “assenza di giudizio critico” nei confronti del1’opulentismo; è però singolare che una simile osservazione possa esser mossa all’Aymonino -e, riteniamo, senza intenzioni polemicamente maliziose -proprio in occasione di un concreto intervento in una città, Torino, che Marcuse definirebbe “ad alto sviluppo industriale”.

21 Sul fatto che le attrezzature urbanistiche sono di per se ordinate al consumo comune, si veda, ad esempio, il Primo contributo alla ricerca sugli standards urbanistici, del Centro degli studi della Gestione case per lavoratori, Roma 1964, pp. 1-2.

22 Giustamente afferma ad esempio Giancarlo de Carlo che occorre eliminare “l’equivoco di stabilire i livelli di abitabilità come se l’attività dell’abitare si esaurisse all’interno della residenza, o al massimo si estendesse ad alcuni suoi esterni prolungamenti di servizio”; egli sostiene invece la necessità di “riferire i giudizi e i limiti [dell’operazione urbanistica] a una realtà urbana [...] costituita da ‘quanti di urbanizzazione’, entro i quali si svolgono le interrelazioni delle attività abitative, e che sono quindi ‘quanti di attrezzature’ comprendenti tra l’altro anche le residenze” (intervento al Convegno nazionale sull’edilizia residenziale, Atti, Roma 1964, p. 753).

23 È il caso, ad esempio, della “zona pianificata di Spinaceto” progettata a Roma, nell’ambito del Piano di zona prescritto dalla legge 18 aprile 1962 n. 167, dagli arch. Moroni, Di Cagno, Barbera, Battimelli e Di Virgilio Francione. L’asse di tale “zona pianificata”, che interessa circa 150.000 abitanti, è costituita da una “attrezzatura complessa continua, composta da strade e servizi pubblici e privati [...] contornata da un sistema articolato di residenze con alle spalle la campagna-parco” (Relazione del 30 aprile 1965, copia cianografata, p. 8). Tale “attrezzatura complessa continua” è sostanzialmente formata da una fascia di attrezzature, sovrapposte al sistema viario, che si prolunga nel tessuto strettamente residenziale con le attrezzature più direttamente legate agli alloggi e con i percorsi pedonali. Tutte le residenze si affacciano su di essa, mentre presentano l’altro fronte alla campagna.

24 Si può dire che tale posizione è oggi praticamente condivisa dalla grande maggioranza degli urbanisti italiani, e che essa ha cominciato addirittura a investire la più recente attività legislativa e amministrativa.

25 Il “modello nucleare” prevede “l’espansione della città realizzata attraverso una serie di ‘unità residenziali’ (neighbourhood-units), l’una indipendente dall’altra in quanto a forma, e viceversa alle altre collegate da un criterio gerarchico, in base al quale due o tre o quattro unità primarie vicine formano una unità secondaria, due o più unità secondarie, a loro volta, ne formano una di terzo grado, e così via, in maniera tale da distribuire via via a unità più grandi i servizi pubblici di dimensioni relativamente crescenti” (L. QUARONI, Città e quartiere nell’attuale fase critica della cultura, in “La casa”, quaderni di architettura e di critica diretti da Pio Montesi, n. 3, Roma 1956, p. 16). L’esempio più noto di una simile struttura è costituito dal piano di Londra di P. Abercrombie, del 1944; essa ha la sua prima formulazione in uno scritto dello studioso americano Clarence Perry .

26 Ci sembra che una siffatta tendenza a trascurare, in nome di un “massimo di mobilità sociale” (Atti, cit., p. 132), la necessaria articolazione della società, sia oggi particolarmente diffusa. In essa si esprime, estremisticamente, un’esigenza reale: quella cioè di superare lo schematismo del “modello nucleare” e la segregazione che gli deriva quando vi si riflette direttamente l’attuale contesto sociale. Ci sembra però che cercare il superamento di quel modello lungo una linea di “polarizzazione agli estremi”, oltre a essere cosa altrettanto schematica e astratta, conduca in definitiva ad accettare le caratteristiche proprie dell’assetto opulento, il quale si configura appunto come un ordinamento nel quale l’unica parvenza di socialità è costituita da quella somma di individualismi che costituisce la massa.

IX USCIRE DALL’OPULENZA

1 Va qui sottolineato che un simile lavoro non ha mai potuto essere considerato tale; esso infatti non è mai stato retribuito nella forma salariale (ne in alcuna altra forma), ed è stato quindi escluso da qualsiasi riconoscimento economico e sociale.

2 Una efficace e lucida denuncia della condizione della donna nella società opulenta è costituita dal libro di B. FRIEDAN, La mistica della femminilità, Milano 1964. Cfr. anche la relazione introduttiva all’8° Congresso nazionale dell’Unione donne italiane, Roma 1968 (Atti in corso di stampa).

3 Sulla funzione del proletariato nel processo di fuoriuscita dall’opulentismo ci sia consentito rinviare il lettore allo scritto di C. NAPOLEONI e F. RODANO, Su alcune questioni sollevate dal movimento studentesco, “La Rivista trimestrale”, nn. 24-25, 1967-68, dal quale sono tratte le citazioni del presente paragrafo.

4 M. MANIERI ELIA, L’architettura del dopoguerra in U.S.A., Bologna 1967, p.101.

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