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Eddytoriale 76 (30.6.2005)
10 Giugno 2008
Eddytoriali 2005
Così, ce l’hanno fatta. La legge Lupi è stata approvata dalla Camera dei deputati. Con l’appoggio del centrosinistra: è una legge bipartisan, ha detto l’on. Mantini, della Margherita.

E il diessino on. Sandri aveva ripetuto spesso che il limite della legge è di essere “solo” una legge urbanistica, di non affrontare le altre questioni che, insieme all’urbanistica, compongono il più vasto quadro del governo del territorio. Il rovesciamento dell’urbanistica, il trasferimento di poteri dal pubblico al privato, l’ingresso formale della rendita immobiliare al tavolo dove si decide, questa è la linea che ha vinto: con l’accordo pieno della Margherita, la complicità dei DS, l’ignavia degli altri. E con la copertura culturale dell’Istituto nazionale di urbanistica, nel silenzio dell’accademia.

I lettori di Eddyburg sanno perchè quella legge è nefasta. Ne abbiamo parlato in numerosi articoli. Abbiamo promosso un appello, sul quale abbiamo raccolto 400 firme. Dall’appello, riprendiamo i punti essenziali della critica:

1) Si sostituiscono gli “ atti autoritativi”, e cioè la normale attività pubblica di pianificazione, con gli “ atti negoziali con i soggetti interessati”. La relazione di accompagnamento della legge specifica che i soggetti interessati non si identificano – come sarebbe auspicabile - con la pluralità dei cittadini che hanno diritto ad avere una ambiente urbano vivibile e salubre, ma si identificano invece con la ristretta cerchia degli operatori economici. Un diritto collettivo viene dunque sostituito con la sommatoria di interessi particolari: prevalenti, quelli immobiliari. I luoghi della vita comune, le città e il territorio vengono affidati alle convenienze del mercato.

2) Si sopprime l’obbligo di riservare determinate quantità di aree alle esigenze di verde, servizi collettivi (scuole, sanità, sport, cultura, ricreazione) e spazi di vita comuni per i cittadini, ottenuto decenni fa grazie a un impegno massiccio delle associazioni culturali, delle organizzazioni sindacali, del movimento associativo e di quello femminile, delle forze politiche attente alle esigenze della società. Gli “standard urbanistici” sono infatti sostituiti dalla raccomandazione di “garantire comunque un livello minimo” di attrezzature e servizi, “anche con il concorso di soggetti privati”.

3) Si esclude la tutela del paesaggio e dei beni culturali dagli impegni della pianificazione ordinaria delle città e del territorio. Contraddicendo una linea di pensiero che, da oltre mezzo secolo, aveva tentato di integrare con la pianificazione i diversi aspetti e interessi sul territorio in una visione pubblica unitaria, contraddicendo gli indirizzi culturali e legislativi che dalle leggi del 1939 e del 1942 avevano condotto alla “legge Galasso” e alle successive leggi regionali, paesaggio e trasformazioni territoriali sono divisi: affidati a leggi diverse, a uomini diversi, a strumenti diversi. Non c’è dubbio a chi spetterà la parola in caso di contrasti: non certo a chi rappresenta i musei e il bel Paese, ma a chi investe, occupa, trasforma, agli “energumeni del cemento armato”, pubblico e privato.

Una legge che rende permanenti le regole della distruzione del paese, avviate con i condoni. Una legge che rende evanescenti i diritti sociali della città, conquistati al prezzo di dure lotte. Una legge che rende dominanti su tutti gli interessi della rendita immobiliare. E su quest’ultimo punto il cedimento della componente diessina della sinistra alle impostazioni di Forza Italia non può non essere messa in relazione con altre vicende. Anche a non voler ricordare le voci sugli intrecci tra la “finanza rossa”, i suoi patron politici e le fortune degli immobiliaristi alla Ricucci, occorrerebbe essere davvero ingenui per non vedere il nesso che lega il comportamento dei parlamentari dei DS con le politiche locali che vedono esponenti di quel partito premiare gli interessi della proprietà immobiliare, a Caorle come nella riviera romagnola come nell’Agro romano. E come non sottolineare infine la contraddizione tra una politica, coerentemente tesa a premiare la rendita, con la constatazione che il declino industriale dell’Italia dipende, in modo essenziale, sul fatto che si sono tollerati, o addirittura incoraggiati, flussi di investimenti verso la speculazione immobiliare, distraendoli così dagli impieghi produttivi?

Non tutto è ancora perduto. La parola spetta adesso al Senato. La denuncia ha ancora una sede cui fare appello, la ragione ha ancora uno spazio per farsi sentire.

Si vedano, sulla “riforma urbanistica”, gli eddytoriali 20 del 14 luglio 2004, 36 del 31 gennaio 2004 e 50 del 14 novembre 2004, l’articolo E. Salzano, Due le proposte di legge, una la matrice culturale

Gli articoli nella cartella Tutto sulla legge Lupi

Sulla copertura offerta dall’INU si vedano gli eddytoriali 38 e 39.

Qui l’appello contro la legge Lupi.

Il testo della legge nella stesura approdata alla Camera dei deputati.

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