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Eddytoriale 13 (2 maggio 2003)
5 Febbraio 2005
Eddytoriali 2003
2 maggio 2003– La gioia (per la vittoria della giustizia, non per la condanna di Previti) è sovrastata dall’indignazione. Mai come dopo le dichiarazioni del signor B. l’Italia è apparsa così capovolta. Chi comanda l’esecutivo pretende di dominare gli altri due poteri: il legislativo già largamente lo possiede (glielo ha consegnato la maggioranza risicata degli elettori), il giurisdizionale lo vuole assoggettare perché si è permesso di giudicare un suo sodale. E per che reato: corruzione di giudici, il più nefando dei delitti che possano essere compiuti nella società civile. Per questo reato non è stato condannato un suo conoscente, ma il suo avvocato, il regista delle battaglie con le quali ha conquistato il suo impero, l’uomo che aveva scelto come ministro della Repubblica. E per questa condanna, comminata da un tribunale la cui limpidezza tutti hanno potuto constatare, lui, il presidente del Consiglio, il capo del Governo italiano, scrive su un Foglio a lui vicino che bisogna “fermare il grilletto del ribaltone” arrestando i giudici perché “in una democrazia liberale i magistrati politicizzati non possono scegliersi, con una logica golpista, il governo che preferiscono”.

In una cartella che ha come simbolo l’Italia rovesciata (il link è qui sotto) conservo alcuni testi. Un breve profilo del giudice Carfì (a cui dedico anche l’inserimento nell’Antologia della poesia di Leopardi che sembra preferire, “A Silvia”). Un’intervista al magistrato che ha diretto la procura di Milano, D’Ambrosio. E due commenti: uno “da sinistra”, di Ezio Mauro, e uno “da destra”, di Sergio Romano. Per memoria.

Mi sembra che la situazione sia di una gravità eccezionale. L’aggressiva arroganza supera ogni immaginazione. Altro che Bush. E le armi sono potenti: sei televisioni, le principali; alcune case editrici, le principali; il più dotato impero economico d’Italia; e poi, i poteri istituzionali del governo. L’enorme capacità che questo potere esercita colpisce argini che hanno resistito e finora si sono dimostrati efficaci (la presidenza della Repubblica, la magistratura, la stampa cartacea), ma non sono eterni. Possono esercitare una resistenza contro il regime che avanza, non possono sconfiggerlo.

La fine dello strapotere del signor B., e la salvezza della democrazia italiana, possono venire solo dalla politica. Questa una volta ha già fallito, quando non ha inciso – come avrebbe potuto – il bubbone maligno del conflitto d’interessi (ed è stupefacente che i responsabili della sconfitta non abbiano ceduto il passo, come sarebbe accaduto in qualsiasi democrazia non capovolta).

Non sembra esistere una destra alternativa a quella del signor B.: l’Italia è questa, non come vorremmo che fosse. La sinistra esiste, è larga, abbraccia un arco di posizioni e d’interessi capaci di esprimere, nel loro complesso, una maggioranza molto ampia delle componenti sociali, culturali, ideali del paese. Esiste ma è divisa, forse come non mai (eccetto forse negli anni che prepararono il fascismo). Che si aspetta? Se qualcosa non cambierà presto, nelle prossime elezioni politiche aumenterà ancora una volta il partito, via via più grosso e più impotente, di quelli che rifiutano di votare, perché non sanno per chi. “Ma è tardi, sempre più tardi” (E. Montale, Dora Markus).

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