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Eddytoriale 114 (04 maggio 2008)
10 Giugno 2008
Eddytoriali 2008-2009

Questa domanda la pone Enrico Falqui, un ambientalista ricco di esperienze politiche, amministrative e universitarie, nelle sua consueta rubrica sul sito Greenplanet (28 aprile). Si riferisce in particolare al fatto che la maggioranza della cultura urbanistica italiana ha trascurato di adeguarsi ai contenuti del “Libro verde sull’ambiente urbano” del 1990 (1). Falqui riprende un analogo problema sollevato da Ugo Baldini, sull’Osservatorio dell’Archivio Osvaldo Piacentini: “l’Urbanistica dei nostri giorni sembra poco orientata alla soluzione dei problemi, poco attenta alla condivisione sociale delle scelte da operare e rischia un’autoreferenzialità che la porta verso una deriva pericolosa. Insensibile e disattenta al clima di diffidenza da parte della società civile che si sta generando, ed alla riduzione della ‘disponibilità a pagare’ che ne consegue”. Proverò a esprimere un’opinione sull’argomento, davvero intrigante, che Falqui e Baldini pongono.

Ma innanzitutto una precisazione. Falqui, citando un mio intervento al Città Territorio Festival di Ferrara, afferma che sosterrei che la pianificazione “deve essere sostituita da meccanismi che consentano a chi vuole operare trasformazioni urbane di intervenire sulla base dei suoi interessi e delle sue disponibilità immediate”. La mia posizione è esattamente opposta. Nel mio intervento ho detto che quella citata da Falqui è la posizione di “alcuni”, tra i quali certamente non mi colloco. Dopo aver affermato, come Falqui ricorda, che la pianificazione “è oggi più che mai necessaria”, ho detto che la posta in gioco oggi è se essa debba essere competenza e responsabilità della mano pubblica, oppure la mera conseguenza di decisioni delle corporations. Ho sostenuto anzi che “scegliere decisamente il carattere pubblicistico della pianificazione” è preliminare a qualsivoglia successivo ragionamento sui caratteri, metodi, strumenti della pianificazione.

Anche a me sconcerta che la cultura urbanistica ufficiale, e anche gran parte degli urbanisti, non si schieri apertamente su questo quesito. E mi sembra che la questione del consumo di suoli – che costituisce il punto di partenza dell’argomentazione di Falqui – sia una significativa testimonianza di un simile atteggiamento. Da quasi vent’anni la politica europea combatte – sia a livello dell’Unione che a livello dei singoli stati – contro il consumo di suolo, considerandolo uno dei rischi più gravi al patrimonio culturale e sociale dell’Europa e dei suoi paesi. Dalla Gran Bretagna alla Francia, dalla Germania ai Paesi Bassi (per non parlare dei paesi scandinavi) si sono attivate politiche volte a contrastare il fenomeno.

Eppure, una parte consistente della cultura urbanistica italiana assume nei confronti del consumo di suolo un atteggiamento molto più vicino all’assecondamento che alla critica. Sia pure con modulazioni e declinazioni differenti, gli stessi autori delle prime e più interessanti analisi della diffusione urbana (Francesco Indovina, Bernardo Secchi, Stefano Boeri) non riescono a passare dall’analisi alla valutazione critica e, quando passano alle proposte, giungono a presentare quel fenomeno come inevitabile: quindi tale da dover essere, oltre che compreso, adoperato per progettare “nuove forme della città” (Secchi). E quand’anche individuino tra le cause dello sprawl la modifica degli stili di vita e l’alto valore degli affitti nelle città (Indovina), non si domandano quali disastri provocherebbe la loro tranquilla perpetuazione, nè si pongono quindi la questione se quelle cause vadano combattute. E neppure sembrano comprendere la differenza che passa tra il voler scoraggiare e contrastare la proliferazione disordinata delle urbanizzazioni, che devasta aree sempre più vaste dell’Italia, e il volerle semplicisticamente cancellare. Qualcuno di loro, particolarmente furbo, è arrivato a dire che chi combatte la dispersione urbana si propone di mandare i B 52 a demolire la “città diffusa”.

Del resto, lo stesso storico istituto nazionale degli urbanisti, l’INU, si è deciso ad avvicinarsi alla critica del consumo di suolo solo recentemente, anni dopo che erano state presentate al Parlamento nazionale proposte legislative, nate proprio da questo sito, che avevano nel contrasto al consumo di suolo il loro asse; ha continuato e continua a predicare e praticare invece proposte fondate sul riconoscimento dei “diritti edificatori” e sulla generalizzazione della “perequazione urbanistica”, quindi provocatrici di ulteriore sregolato consumo di suolo. È da moltissimi anni, del resto, che l’INU aveva abbandonato la posizione critica nei confronti dei poteri extraistituzionali che di fatto governano le trasformazioni territoriali (2)

Sarebbe però ingeneroso nei confronti della cultura urbanistica italiana (o della sua maggioranza) non guardare che cosa c’è dietro l’atteggiamento di assecondamento delle tendenze in atto. C’è qualcosa che permea l’intera società italiana (e non solo italiana), in tutte le sue dimensioni. La radice è ideologica. La caduta delle ideologie novecentesche, che tanti hanno celebrato come il segno di una nuova epoca di libertà, ha coinciso con il trionfo di un’altra ideologia, prossima a diventare egemonica, cioè a conquistare l’intero mondo senza bisogno di adoperare la forza (se non sulle masse dei “diversi”). È quell’ideologia che ha la sua premessa nella dissoluzione dell’indispensabile equilibrio tra la dimensione pubblica e la dimensione privata dell’uomo, e nell’appiattimento di questo sull’individualismo; l’ideologia che celebra come massimi valori il successo individuale, la ricchezza, la rincorsa dell’affermazione personale, che contano più di qualsiasi principio. Mentre parole (e concetti) come Stato, pubblico, collettivo, comune sono diventati sinonimi di peso, obbligazione, vincolo, impaccio.

Il sapere e la coscienza delle persone non vengono più formati dalla famiglia e dalla scuola per tutti, e neppure dalla parrocchia o dalla sezione del partito, ma dallo sterminato potere mediatico. Questo è sempre più finalizzato a promuovere la voglia di spendere per comprare merci sempre più inutilmente nuove, attraverso il cui acquisto si afferma la propria individualità. Lo stesso significato delle parole (questo elementare strumento di comunicazione tra gli uomini) viene via via logorato, s’impoverisce fino a non esprime più lo spessore delle cose, ma il loro fantasma. Ne ha fatta di strada la capacità del potere mediatico di plasmare gli uomini, nel mezzo secolo che ci separa dall’analisi di Vance Packard sulle tecniche dei persuasori occulti!

È in questo quadro che occorre, a mio parere collocare la domanda di Enrico Falqui e quella di Ugo Baldini. Perciò è secondo me necessario – come sostenevo alla fine del mio intervento citato da Falqui, che qui riassumo - condurre in primo luogo una azione per superare il sistema di valori e di pratiche sociali che attualmente sembra prevalere. È un sistema di valori – vorrei ricordare a Baldini - che ha permeato così profondamente l’opinione pubblica che non è sempre facile ottenere, sulle proposte concrete dell’urbanistica seria, la “condivisione sociale delle scelte”, quando queste contrastano interessi individuali diffusi. È per questo che ritengo che oggi occorra lavorare contemporaneamente in due direzioni.

Da una parte, sforzarsi di comprendere come si configura oggi quella “complessità del territorio” cui si riferisce Falqui: una complessità la cui odierna realtà non sfugge solo agli urbanisti, ma anche ai portatori dei saperi meglio attrezzati a comprendere le trasformazioni della vita sociale ed economica, che condiziona la struttura fisica e funzionale della città interagendo con essa. Non solo per comprendere la sua dinamica e le caratteristiche dei suoi dispositivi, ma anche per individuare gli interessi, gli argomenti e le forze su cui si possa far leva per modificarne il cammino: ciò che indubbiamente appartiene al mestiere dell’urbanista, oltre che all’impegno del cittadino che non abbia perso la sua dimensione di uomo pubblico.

Dall’altra parte, lavorare nel concreto delle specifiche realtà territoriali nelle quali l’urbanista è chiamato ad operare, per promuovere e sviluppare tutto quello di pubblico, di sociale, di comune che è stato conquistato nella storia nella città e nel territorio, e che in larga misura costituisce lo specifico campo del lavoro degli urbanisti. Tenendo però fermi alcuni principi: che la città e il territorio costituiscono un bene comune; che nessuno spreco di risorse è tollerabile in un mondo finito; che il patrimonio della civiltà umana va consegnato alle generazioni future; e che, last but not least, l’eguaglianza dei cittadini e dei popoli non è un bene meno prezioso della libertà degli individui.

NOTE

(1) Il rapporto citato da Enrico Falqui è stato pubblicato in La città sostenibile, a cura di E. Salzano, Edizioni delle autonomie, Roma 1992. Il libro contiene il documento europeo e gli atti di un convegno ad esso dedicato a Venezia, nel 1991.

(2) Una interpretazione del punto di svolta e delle sue ragioni è nel mio editoriale di commiato da Urbanistica informazioni.

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