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Edoardo Salzano
20090722 Mani libere per costruire
28 Agosto 2009
Articoli e saggi
Pubblicato il 22 luglio 2009 sul supplermento mensile Nordest de il Sole 24 ore

Un piano urbanistico o territoriali deve essere un piano: deve essere uno strumento che esprime le scelte sul territorio di una determinata istituzione, in termini tali che esse siano comprensibili ed efficaci: che cioè siano chiare per tutti i soggetti coinvolti, e che inducano effettivamente le trasformazioni proposte. Altrimenti un piano è un insieme di chiacchiere.

Il primo aspetto critico del Ptrc è proprio questo: è un insieme di scritti spesso condivisibili, ma è del tutto inefficace proprio là dove le analisi sono più corrette, gli obiettivi più giusti, gli auspici più condivisibili. Là dove, ad esempio, si argomentano la necessità di interrompere il consumo di suolo, di tutelare il paesaggio e l’agricoltura, di assumere come obiettivi a qualità e non alle quantità.

Chi non si accontenta dell’apparenza e cerca la sostanza e va a questa (al fascicolo delle Norme tecniche d’attuazione) scopre il piano è una truffa. Nessuna delle affermazioni condivisibili verrà tradotta in pratica: comuni e province, che sono i principali esecutori del piano, sono lasciati liberi di seguire i suggerimenti, oppure di fare esattamente il contrario. Una sola cosa è chiara: guai a intralciare in alcun modo l’attività edilizia; se questa entra in contrasto con altre finalità, destinazioni, progetti, questi devono cedere il passo.

Le uniche cose efficaci del Ptrc sono quelle che la Giunta regionale riserva a se stessa: la infrastrutture per la viabilità (quelle che più se ne fanno, più aumenta il traffico e più ce ne vogliono), gli approdi turistici, le “cittadelle aeroportuali”, i nuovi insediamenti previsti lungo la grande viabilità e soprattutto ai nodi del sistema autostradale. Attorno a questi, aree di due chilometri di raggio sono sottratte alla potestà della pianificazione comunale. Lì si concentreranno nuovi grandi interventi terziari (per il commercio, gli uffici, la ricettività turistica, la ricreazione) contribuendo all’ulteriore svuotamento dei centri urbani esistenti dalle attività che ne assicurano la vitalità. In compenso a questa sottrazione di potere si lasciano le mani libere ai comuni di lasciar costruire praticamente dappertutto. Contravvenendo alla legge, la regione ha rinunciato ad applicare le norme del Codice del paesaggio, quindi a proteggere la più nobile delle risorse regionali. Ma è stata tra le prime ad applicare il “piano casa” di Berlusconi, che affida la soluzione di un problema drammatico per i senza casa all’arricchimento di chi la casa l’ha già.

Sotto le brillanti apparenze (luccicanti specchietti per le allodole) il Ptrc rivela la strategia territoriale ed economica dell’attuale maggioranza regionale: puntare tutto sulla crescita della rendita immobiliare. Quella dei grandi investitori, gestita dalla giunta regionale, e quella piccola e piccolissima, affidata al bricolage degli interessi polverizzati sul territorio, lasciata ai comuni. Il pensiero liberale e l’economia classica avevano compreso che lasciare le briglie sciolte alla rendita significa privilegiare gli impieghi parassitari del reddito: quelli che, a differenza del salario e del profitto, aumentano le ricchezze personali senza alcuna ricaduta d’interesse generale. E in più, come comprendiamo oggi, significa distruggere il paesaggio, la natura, la bellezza, che costituiscono la nostra vera risorsa.

I punti della critica cui ho qui accennato sono sviluppati in un corposo documento che, a nome di oltre un centinaio di associazioni, comitati e gruppi di cittadini attivi abbiamo consegnato alla regione (è accessibile qui: http://eddyburg.it). Il risultato di questo lavoro è che siamo riusciti a discutere delle proposte della regione in decine e decine di incontri, e a far crescere la consapevolezza che un Veneto diverso da quello proposto dal Ptrc è necessario e possibile.

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