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Edoardo Salzano
20020000 Scambio di lettere con Luigi Mazza (e Dino Borri)
7 Luglio 2008
Interventi e relazioni
In questo scambio di lettere del 2001 (riordinate in occasione della lettera a Dino Borri, direttore di Urbanistica), vi sono sia equivoci che dissensi. Chiariti i primi, i secondi permangono

Caro Dino,

non ti nascondo il mio vivissimo stupore nel leggere le righe che Gigi Mazza ha dedicato al mio articolo su “Urbanistica” n. 118.

Anziché discutere, e magari contestare, le mie critiche alla sua proposta Mazza si dichiara offeso per le mie affermazioni calunniose contenute nelle seguenti righe: “La valutazione positiva (o quanto meno neutrale) che l’Autore del documento milanese dà a quelle pratiche è indice d’una rilevante linea di continuità degli indirizzi che, conclusa la stagione di Mani pulite, ora si (ri)propongono”. La sua indignazione per questa frase lo esime di fatto dall’entrare nel merito delle mie critiche al Documento.

Ora si dà il caso che:

  1. quelle affermazioni “calunniose” erano già presenti in una relazione che avevo svolto nell’ottobre 2000 in un convegno dell’associazione Polis, e il cui testo avevo consegnato personalmente a Mazza in un incontro all’Università Roma 3 nel giugno 2001 e inserito nel mio sito web;
  2. al mio testo Mazza aveva risposto con una lettera del settembre 2001: lettera civile, corretta, amichevole, nella quale difendeva il Documento dalle mie critiche (sebbene senza convincermi affatto); alla questione che lo ha offeso nel 2002 nel 2001 dedicava una marginale nota a piè di pagina;
  3. in un mio intervento scritto per un forum organizzato da “Urbanistica” nel novembre 2001 rispondevo puntualmente agli argomenti sollevati da Mazza nella sua lettera, precisando anche che cosa intendessi nel mio riferimento alla continuità della linea proposta dal Documento con l’ideologia sottesa a Tangentopoli.

Non solo. Come ben sai, nel testo del mio articolo pubblicato su “Urbanistica” non c’è più quella frase incriminata, che compariva nel testo inviato in precedenza e che (apprendo dall’articolo sulla tua rivista) aveva fatto retrospettivamente indignare Mazza. Come sai, non avendo la possibilità di svilupparne più ampiamente il significato e rendendomi conto che poteva, di per sé, suonare sgradevole per Mazza (che consideravo e considero un mio amico) con una lettera alla redazione avevo chiesto di sopprimerla. Cosa che naturalmente è stata fatta.

Immagino lo sconcerto del lettore diligente, che abbia voluto riscontrare sul mio testo le citazioni di Mazza! E permettimi di osservare che questo sconcerto (come la stizzita impennata di Mazza) avresti potuto evitarli se, come Direttore della rivista e amico di entrambi, avessi fatto presente a Luigi che esprimeva la sua indignazione per una frase che non c’era.

Ti sarò grato se vorrai pubblicare queste mie precisazioni nel numero di “Urbanistica” in corso di preparazione.

Relazione al Convegno PolisEboli, 14 ottobre 2000

(stralcio)

La “Capitale morale d’Italia” è stata spesso chiamata a svolgere il ruolo di sperimentatrice delle pratiche di pianificazione più corrive verso gli interessi privati e individuali e meno garantiste degli interessi pubblici e collettivi. È degli anni Cinquanta e successivi quel “rito ambrosiano” per il quale il rilascio delle licenze edilizie seguiva, quasi istituzionalmente, vie traverse e tolleranti. Gli anni Sessanta e i Settanta hanno visto aumentare di milioni di metri cubi le capacità edificatorie di un “piano regolatore” di cui un’infinità di compiacenti varianti e variantine aveva cancellato ogni capacità regolatrice.

Anche negli anni della “urbanistica contrattata” (uno degli strumenti principali di Tangentopoli) Milano fu all’avanguardia. Ricordo ancora le furenti polemiche a sinistra, nelle quali le ragioni del primato del privato erano sostenute e difese dall’assessore comunista all’urbanistica milanese. Già allora una parte della cultura urbanistica forniva la cornice culturale (e le stesse parole d’ordine) alle pratiche del craxismo rampante.

In questi anni di nuovo Milano si presenta con una novità dello stesso segno. Una novità importante, suscettibile di fare scuola più che nel passato. Grazie all’autorevolezza culturale di chi la propone, all’intelligenza con la quale è argomentata, all’onestà personale dei soggetti che la propongono e promuovono – e infine, grazie al clima complessivo, particolarmente favorevole a operazioni ispirate al principio “meno stato più mercato”, quale che sia il terreno sul quale si esercitino.

Mi riferisco, in particolare, al documento recentemente approvato dal Consiglio comunale della capitale lombarda, che delinea la politica urbanistica che si adotterà per Milano, gli strumenti che si adopereranno, gli interessi ai quali ci si rivolgerà prioritariamente, i ruoli che si assegnano ai principali soggetti. È un documento redatto da un gruppo di lavoro coordinato e diretto da Luigi Mazza, noto e apprezzato studioso di urbanistica e pianificazione, dotato d’un ricco curriculum di esperienze, ricerche e frequentazioni, in Italia e all’estero. Il titolo del documento (nella stesura che è stata divulgata prima della sua approvazione da parte del Consiglio comunale) è “Ricostruire la Grande Milano - Strategie, Politiche, Regole”, il sottotitolo esplicativo è : “Documento di Inquadramento delle politiche urbanistiche comunali”, la paternità è dell’Assessorato alle strategie territoriali, retto da un esponente di Comunione e liberazione nell’ambito di una giunta di destra.

[omissis]

La mia opinione è che in quegli anni “il ruolo cooperativo degli altri attori con l’amministrazione comunale” e le “forme consensuali di decisione” sono stati ricercati e utilizzati (insieme alla valorizzazione dell’abusivismo nel Sud e alla delegittimazione culturale dell’urbanistica) per facilitare quelle pratiche di perverso intreccio tra poteri pubblici e interessi privati cui è stato dato il nome di Tangentopoli [1]. La valutazione positiva (o quanto meno neutrale) che gli autori del documento milanese danno a quelle pratiche mi sembra significativa, e preoccupante.

Lettera di Luigi Mazza a Edoardo Salzano

5 settembre 2001

Caro Eddy,

mi scuso per non aver reagito al testo che mi avevi consegnato l’ultima volta che ci siamo visti a Roma. Vedo ora una stampa della tua relazione di Eboli (14/10/00), tratta dal sito IUAV. e colgo l’occasione per scriverti. Ho l’impressione che i tuoi necessari pregiudizi (chi potrebbe farne a meno) in questo caso siano particolarmente forti e mi piacerebbe provare a discutere con te con un po’ di calma, non durante le solite inconcludenti tavole rotonde. Le tue osservazioni sono molte (mi chiami anche “Autore”, una presa in giro in cui spero di poter cogliere anche una sfumatura affettuosa), più che riprenderle puntualmente — potrò se mai farlo in seguito, una volta chiarite alcune questioni di fondo — provo a procedere dalla considerazione dei cinque principi di buona pratica urbanistica che tu elenchi. Sui cinque principi è facile concordare, anche se ad una seconda lettura è possibile un’incertezza sul preciso significato del primo e del quinto principio; inizio di qui.

Il primo principio afferma “ Il primato del pubblico nella definizione e nel controllo delle scelte di trasformazione del territorio”, il quinto “La garanzia degli interessi collettivi coinvolti”. Poiché ritengo che il primato del pubblico consista nel garantire gli interessi collettivi, mi chiedo per quale ragione tu separi e allontani i due principi. Due possibilità: (i) il quinto principio è una sottolineatura del primo, in quanto il “primato del pubblico” sta per il primato del pubblico interesse; (b) “il primato del pubblico” non indica il primato del pubblico interesse, ma il primato dello Stato, definito come attore che ha un primato su gli altri attori.

Nel caso in cui la prima interpretazione sia quella giusta — considererò poi la seconda — mi chiedo quale sia in urbanistica il modo migliore per l’attuazione pratica del primato del pubblico (interesse). La mia convinzione è che il piano regolatore — o altre forme di piano con valore giuridico impositivo — non siano più uno strumento efficace; lo sono stati, in qualche misura, quando il problema era l’espansione urbana, non lo sono più oggi. In ogni caso, sia o non sia il piano uno strumento efficace, quasi mezzo secolo di urbanistica insegna che, non solo a Milano, le scelte di piano sono attuate quando esiste un attore politico che ha la volontà e la forza politica per sostenere quelle scelte. Se viene meno il sostegno politico le scelte vengono variate e il piano modificato. Le varianti possono essere motivate da mutamenti del contesto e delle finalità perseguite, ma spesso accade che siano il risultato della pressione di interessi particolari, indifferenti all’interesse pubblico o in conflitto con esso, in questi casi l’esperienza insegna che il potere impositivo del piano non costituisce mai o quasi mai una difesa efficace; contro varianti che abbiano il sostegno, anche solo passivo, del potere politico non c’è legge o magistratura che tenga [2]. Il primato dell’interesse pubblico in urbanistica non credo sia mai garantito dalla legge [3], può essere garantito solo da una politica forte di un adeguato consenso. Se lo stesso adeguato consenso agisce contro l’interesse pubblico, la legge, come sappiamo, non sarà sufficiente ad impedirlo. In tutto ciò credo non ci sia nulla di sorprendente e scandaloso, a meno di ritenere che esista un ‘altrove’ — la scienza urbanistica? — in cui è possibile rintracciare un modello del bene e dell’interesse pubblico di cui il piano degli urbanisti costituisce la rappresentazione e a cui le pratiche politiche e tecniche devono conformarsi.

Molti anni fa Haar ha definito il piano urbanistico “una costituzione impermanente” intendendo con ciò, ritengo, un contratto sociale che può e deve essere modificato per adeguarlo ai possibili mutamenti di contesto e delle finalità della comunità, ovvero, deve essere modificato quando esistano ragioni sufficienti per farlo. E le ragioni non sono necessariamente degli interessi particolari in contrasto con l’interesse generale, anche perché l’interesse generale, come del resto il piano, non sono un dato, ma il prodotto di un progetto politico; un progetto che riesce a costruire una mediazione tra interessi particolari e intorno ad essa organizza un consenso sufficiente per perseguire gli obiettivi che si è proposto. Il piano è un contratto sociale proprio perché negozia e disegna una mediazione tra interessi; la mediazione non è neutrale ed equilibrata, è sempre orientata da una prospettiva ridistribuiva che premia alcuni interessi a scapito di altri, la scelta degli interessi dipende dal progetto politico, ovvero da chi e come è stato definito l’interesse pubblico; ancora una volta, com’è giusto, la scelta torna alla politica. Nelle pratiche l’urbanistica è sempre stata contrattata (nelle sacrestie, nelle sedi dei partiti, nei rotary, ecc.), se vogliamo usare un’espressione accademica, è sempre stata, come ogni decisione importante, il prodotto di una o più policy community che nelle occasioni migliori si assumevano il compito di strutturare il dibattito e preparare la discussione del consiglio comunale, nelle peggiori riducevano il consiglio ad una cassa di risonanza pubblica delle decisioni già assunte altrove. Il piano con valore impositivo ha sempre costituito una formidabile risorsa di scambio (e di corruzione) nei rapporti tra sistema politico ed economico e quindi all’interno dello stesso sistema politico; uno scambio che avveniva nell’ombra e si travestiva nel dibattito formale, quando spesso maggioranza e opposizione, avendo già raggiunto un accordo, recitavano in pubblico una falsa contrapposizione. Contrapporre un’urbanistica contrattata ad un’urbanistica non contrattata è un’ingenuità o un’ipocrisia. L’urbanistica — anche la più autoritaria — è nelle pratiche sempre contrattata, il problema è contrattarla bene e sottoporre la contrattazione ad un controllo trasparente, ovvero rendere esplicita la contrattazione che produce le scelte e comprensibili le ragioni che le giustificano, i nomi di coloro che le hanno assunte e sottoscritte, e non nascondere le scelte, come è sempre accaduto, dietro il velo anonimo del piano che tutto legittima perché, per definizione, è legge (ottima) dello Stato. È così, ritengo, che si realizza palesemente il primato del pubblico interesse.

Rimane da considerare la seconda possibilità interpretativa del primo principio, ovvero che il primato del pubblico debba essere inteso come primato dello Stato rispetto ad altri attori. Ancora volta è questione di intendersi; credo che lo Stato debba essere forte e autorevole, ma non dimentico che lo Stato siamo sempre ‘noi’ e che nello Stato si manifesta in modo estremo la nostra arroganza, incompetenza e irresponsabilità. Sono sorpreso nel vedere come molti dimentichino che l’azione dello Stato è il risultato combinato di burocrazie e sistema politico. Anche la polizia a Genova è Stato, e Genova insegna che non è possibile concedere a questo o ad un altro stato alcun primato preventivo, e lo insegnano quotidianamente il rapporto con il fisco o il lavoro nell’università. Ad esempio, ritengo che la riforma Berlinguer fosse indispensabile, ma ritengo che poche volte una buona riforma sia stata introdotta con tanta approssimazione, presunzione e forse involontaria arroganza, senza alcun tentativo di coinvolgimento reale di docenti e studenti, senza affrontare un aspetto centrale di tutta la riforma, il valore legale del titolo di studio, e senza chiarire che o la riforma fallisce o è destinata a produrre — come ritengo inevitabile al punto attuale di medio degrado dell’università italiana — una competizione tra sedi che rivelerà le differenze di qualità esistenti nella didattica e nella ricerca.. Sono molte le forme dello Stato italiano in cui non mi riconosco e a cui voglio resistere, sta a noi modificarle con un’azione politica più efficace di quella già svolta dal governo di centrosinistra, ma proprio per questo non sono disposto a firmare cambiali in bianco a nessuno, né a livello centrale, né a livello locale. Nessun primato ex-ante allo Stato, lo Stato proponga la sua autorevolezza argomentando le sue scelte e confrontandosi anche con l’ultimo e il più modesto dei suoi cittadini — gli altri avranno sempre avvocati e fiscalisti a tutelarli — e giustifichi la sua forza essendo soprattutto forte con i forti, e poi gli si potrà concedere una maggior, ma non illimitata, considerazione.

Infine, due parole su Milano, non certo come un paradigma, ma come un esperimento su cui discutere e da confrontare con i tuoi cinque principi. Una soluzione del tipo adottato a Milano ritengo abbia il pregio — che il piano tradizionale e le altre soluzioni da te citate non hanno — di rendere le contrattazioni esplicite e più esplicite le responsabilità di chi le assume. In questo modo una soluzione come quella milanese soddisfa il primo, il quinto e il quarto (“la trasparenza del processo di formazione delle scelte”) principio. La soluzione milanese soddisfa anche il secondo principio (“la definizione preliminare di regole non negoziabili relative alle tutele”): (a) un intero capitolo del documento di Milano è costituito da regole inderogabili; (b) il piano regolatore tuttora vigente costituisce in molti casi un limite invalicabile per il decisore pubblico; (c) è in preparazione il “piano dei servizi” che definirà con uno spettro più ampio dei vincoli degli standard quali sono le esigenze pubbliche e di interesse collettivo che devono essere soddisfatte per procedere negli interventi di trasformazione. Il piano dei servizi è un tentativo di definire un sistema integrato e comprensivo di esigenze di interesse pubblico che non sono negoziabili in quanto prestazioni, anche se sono negoziabili le modalità secondo cui le prestazioni verranno fornite e le esigenze soddisfatte. Il rischio che non nascondo è che, per la nostra pochezza tecnica, il piano dei servizi possa reintrodurre molti elementi di rigidità che il documento di inquadramento ha cercato di indebolire. Rigidità che non costituisce — come continuo a sentir ripetere — garanzia per gli interessi pubblici, ma motivo di ritardo, impedimenti burocratici, e risorsa di scambio, nonché di ricatto e corruzione. Se la definizione del piano dei servizi potrà rispondere alle attese, la proposta milanese sarà completa e ordinata su tre strumenti: il documento di inquadramento che indica la volontà e la prospettiva politica e strategica dell’amministrazione; il piano dei servizi che definisce le scelte pubbliche specifiche; le rappresentazioni dell’esistente rispetto alle quali valutare i possibili effetti sulla realtà attuale delle proposte di trasformazione. Per questo brevissimo confronto della proposta milanese con i tuoi principi, rimane da considerare il terzo principio, “la capacità di misurare la coerenza dell’insieme delle trasformazioni”, si tratta di una capacità che soprattutto gli urbanisti dovrebbero mettere a disposizione del dibattito pubblico, o si pensa che possa essere disposta per legge? La soluzione milanese prevede che ogni proposta di trasformazione debba essere valutata da un organo tecnico dell’amministrazione che integra competenze tecniche, amministrative e giuridiche, e conduce autonomamente un’istruttoria e una valutazione delle proposte insieme ad un gruppo di tre consulenti esterni che hanno parere consultivo. Poiché sono uno dei tre consulenti non sta a me esprimere opinioni sul lavoro che abbiamo svolto in più di un anno e la cui qualità dipende dalla nostra competenza professionale; credo, comunque, di poter dire che, grazie ai nuovi modi di operare introdotti dalle riforme Bassanini, il lavoro svolto abbia caratteristiche diverse da quello previsto dalle procedure tradizionali per le modalità argomentative e per le tracce che esso lascia a disposizione del consiglio comunale e del pubblico [4]. Per concludere, è sin troppo evidente, salvo forse ai critici frettolosi, che in ogni caso le opportunità offerte dal documento milanese sono solo opportunità che il decisore pubblico può cogliere o respingere dal momento che gli impegni che ha assunto con il documento di inquadramento sono politico-programmatici e non giuridici.

Mi sono promesso di non intervenire sui tuoi commenti specifici, ma non riesco ad esimermi dal chiederti perché scrivi in neretto “rendere il regime delle trasformazioni urbane certo per il privato, e di renderlo flessibile per il pubblico a vantaggio degli interessi del privato” (p.8)? In un sistema negoziato non c’è per definizione nulla di certo a cominciare dalle molte regole non negoziabili. O ancora: “una flessibilità funzionale (verrebbe da dire asservita) agli interessi (alle ‘convenienze’)” (p.9), la flessibilità è uno strumento, come lo zoning, lo puoi asservire tanto all’interesse pubblico come agli interessi privati, dipende solo da chi decide. “A me sembra molto più convincente, e più sicuro, cambiare le regole anziché dire che non ce ne devono essere più” (p.10), è proprio quello che è stato fatto a Milano, anche se credo che dovendo fare i conti con il piano regolatore esistente le regole in vigore siano ancora troppe e talora sembrano fatte a posta per sollecitare contratti poco trasparenti. Chiudo con un’ammissione di responsabilità, ho scritto contrapponendo la pianificazione britannica e quella continentale, invece di continentale avrei dovuto scrivere più esplicitamente italiana: gradi diversi di flessibilità sono stati introdotti in Francia sin dagli anni ottanta e in Spagna un poco più di recente, ma di questo so troppo poco per scriverne. Tanto per cambiare anche fra i paesi latini siamo ancora una volta gli ultimi.

Molti cordiali saluti, Gigi

Edoardo Salzano, Note per il forum di Milano

9 novembre 2001

La valutazione critica che esprimo a proposito del modello proposto dalla recente esperienza milanese è esposta, mi sembra con sufficiente chiarezza, nell’articolo per Urbanistica, di cui comunque allego il testo. Alla mia valutazione - che avevo già espresso in un seminario alla facoltà di architettura di Roma 3 (9.6.00) e in un successivo convegno dell’associazione Polis (14.10.00) - Gigi Mazza ha replicato inviandomi una nota (5.9.01), della quale gli sono grato anche perchè mi consente di precisare ulteriormente il mio punto di vista: ciò che faccio un po’ frettolosamente in questo testo, che mi riprometto di sviluppare e chiarire ulteriormente.

La nota di Gigi Mazza muove dai “cinque principi della buona pratica urbanistica”, che concludono la mia valutazione. Li riporto per esteso dal mio testo:

1. il primato del pubblico nella definizione e nel controllo delle scelte di trasformazione del territorio,

2. la definizione preliminare di regole non negoziabili relative alle tutele,

3. la capacità di misurare la coerenza dell’insieme delle trasformazioni,

4. la trasparenza del procedimento di formazione delle scelte,

5. la garanzia degli interessi collettivi coinvolti.

Mazza afferma che “sui cinque principi è facile concordare, anche se ad una seconda lettura è possibile un’incertezza sul preciso significato del primo e del quinto principio”: e comincia da qui. Premesso che “il primato del pubblico consista nel garantire gli interessi collettivi”, si chiede per quale ragione io separi e allontani i due principi. Configura “due possibilità: (a) il quinto principio è una sottolineatura del primo, in quanto il primato del pubblico sta per il primato del pubblico interesse; (b) il primato del pubblico non indica il primato del pubblico interesse, ma il primato dello Stato, definito come attore che ha un primato su gli altri attori”.

Per me “pubblico” e “collettivo” sono concetti e categorie distinti. Per “collettivo” intendo un insieme di individui, una comunità sociale, mentre per “pubblico” intendo le istituzioni, i soggetti, le regole mediante cui si governa e amministra la collettività. Distinguo il primo e il quinto “principio” anche per tener conto che, come la storia ci insegna, non sempre il “pubblico” garantisce gli interessi “collettivi”, neppure nei secoli successivi alla rivoluzione borghese. Ma lasciamo le definizioni terminologiche ed entriamo nel merito.

Assumendo la prima delle due possibilità interpretative, Mazza si domanda “quale sia in urbanistica il modo migliore per l’attuazione pratica del primato del pubblico (interesse)”. Egli esprime la convinzione che “il piano regolatore — o altre forme di piano con valore giuridico impositivo - non siano più uno strumento efficace”, e che in ogni caso “le scelte di piano sono attuate quando esiste un attore politico che ha la volontà e la forza politica per sostenere quelle scelte”.

Sono affermazioni che non ho nessuna intenzione di contestare, poiché sostengo da almeno vent’anni che la pianificazione è in crisi e i suoi strumenti obsoleti. Che la volontà politica sia decisiva perché un piano sia attuato è per me tanto vero che ho abbracciato con entusiasmo la definizione di Francesco Indovina, secondo la quale il piano urbanistico è “una scelta politica tecnicamente assistita”: è una definizione che potrà dispiacere a qualche clerc, ma che esprime icasticamente il carattere innanzitutto politico (della polis) del piano urbanistico.

Ma che c’entra questo con la trasformazione della pianificazione che propone Mazza? A mio parere, non la giustifica affatto. Indurrebbe invece ad aprire una riflessione ben più seria e severa di quella proposta da Mazza (e che in ultima analisi si riduce all’adeguamento del piano al mercato): una riflessione sulla crisi della politica.

E a me, a questo proposito, appare del tutto evidente: (a) che la politica è in una crisi profonda, dalla quale non si esce con Berlusconi né con Comunione e Liberazione, (b) che quando la politica è in una crisi siffatta la pianificazione urbanistica non può star bene.

Mazza prosegue affermando che “se viene meno il sostegno politico le scelte vengono variate e il piano modificato”, e analizza acutamente l’effetto irresistibilmente distruttivo delle “varianti” sul piano. Non avrei nulla da eccepire né sull’affermazione né sull’analisi. Ho da eccepire invece a proposito di un’osservazione in limine. Mazza, a proposito di Tangentopoli e Mani pulite, osserva che “Mani pulite è un’altra storia” rispetto a Milano, “perché la corruzione in urbanistica nasce anche prima degli anni sessanta, e si sviluppa senza scosse non solo nella Milano del rito ambrosiano”.

Nel formulare questa osservazione Mazza sembra credere (come peraltro gran parte della pubblicistica, non solo di destra) che il mostruoso fenomeno di Tangentopoli, nato a Milano all’inizio degli anni 80 e sviluppatosi in tutt’Italia all’ombra del craxismo, sia consistito semplicemente in una serie di episodi di corruzione. Sono convinto invece, e ho tentato di argomentarlo [5], che in quegli anni la società italiana ha patito il trasformarsi della corruzione, da una serie più o meno numerosa episodi isolati (e nascosti), a teorizzato sistema di governo e di regolazione generale del rapporto tra pubblico e privato.

Ridurre Tangentopoli a un mero fatto di corruzione (“quella c’è sempre stata, e sempre ci sarà”) significa non aver compreso la reale entità del problema, e quindi comporta l’abbassare la guardia rispetto a una teoria e una prassi che sono ancora vive e attive.

Ma torniamo al filone principale del ragionamento. Mazza afferma perentoriamente che “il primato dell’interesse pubblico in urbanistica” non è “mai garantito dalla legge, può essere garantito solo da una politica forte di un adeguato consenso”. Anch’io ho letto Gramsci, e so che forza e consenso sono le due componenti essenziali del governo (egemonia). Entrambe però: se si tralascia la forza (la legge) e ci si poggia solo sul consenso, l’unico che garantisce la permanenza al potere è quello dei più forti. Non a caso, l’abbandono della “urbanistica regolativa” (cioè di una urbanistica basata anche sulle regole) conduce Mazza ad assumere come polo d’orientamento della sua ricerca del consenso i poteri forti del blocco costituito attorno alla proprietà immobiliare milanese.

Richiamandosi a una definizione di Charles M. Haar (il piano urbanistico è “una costituzione impermanente”) Mazza ricorda che il piano è “un contratto sociale che può e deve essere modificato per adeguarlo ai possibili mutamenti di contesto e delle finalità della comunità, ovvero, deve essere modificato quando esistano ragioni sufficienti per farlo”. Come non essere d’accordo? Sostiene poi che “le ragioni non sono necessariamente degli interessi particolari in contrasto con l’interesse generale, anche perché l’interesse generale, come del resto il piano, non sono un dato, ma il prodotto di un progetto politico; un progetto che riesce a costruire una mediazione tra interessi particolari e intorno ad essa organizza un consenso sufficiente per perseguire gli obiettivi che si è proposto”. Anche qui, non potrei esprimere meglio un concetto che è anche mio.

Il punto è che la concreta procedura che Mazza propone per costruire un “contratto sociale” è quella della contrattazione con gli interessi immobiliari. Se è così (e nella mia critica del Documento milanese mi sembra di averlo messo abbastanza in evidenza) allora non si comprende proprio in che modo un progetto sociale costruito attorno agli interessi immobiliari (che a mio parere sono quelli più ostili agli “interessi cittadini”) possa esprimere le ragioni dei gruppi sociali più deboli, delle generazioni future, della tutela dell’ambiente (e degli stessi interessi dell’impresa capitalistica).

“Contrapporre un’urbanistica contrattata ad un’urbanistica non contrattata – sostiene Mazza - è un’ingenuità o un’ipocrisia”. Certo, ma il problema non è questo. E non è neppure solo quello di “sottoporre la contrattazione ad un controllo trasparente”.

A me sembra che il problema sia in primo luogo quello di comprendere su quali basi, su quale piattaforma, su quale “proposta di piano” si apre la contrattazione: E si tratta, in secondo luogo, di sapere chi è invitato alla contrattazione. Se la base della contrattazione è costituita dagli interessi della proprietà immpbiliare, e se dalla contrattazione vengono esclusi (nella prassi) tutti gli altri, allora la contrattazione ha un segno che è agli antipodi di tutta la faticosa costruzione dell’urbanistica (e della politica) moderna.

Il nodo di fondo del mio disaccordo con la proposta di Mazza sta insomma nel fatto che in questa si vuole sostituire una visione mercatistica dell’urbanistica a una visione sociale.

La distinzione e l’allontanamento tra il primo e il quinto dei “principi” che avevo esposto avevano indotto Mazza a configurare due ipotesi interpretative. Si sofferma anche sulla seconda, “ovvero che il primato del pubblico debba essere inteso come primato dello Stato rispetto ad altri attori”.

Dopo aver ricordato come lo stato, particolarmente in Italia, sia criticabile, Gigi Mazza non si dichiara disposto ad assicurare “nessun primato ex-ante allo Stato”. Lo Stato – prosegue – “proponga la sua autorevolezza argomentando le sue scelte e confrontandosi anche con l’ultimo e il più modesto dei suoi cittadini — gli altri avranno sempre avvocati e fiscalisti a tutelarli — e giustifichi la sua forza essendo soprattutto forte con i forti, e poi gli si potrà concedere una maggior, ma non illimitata, considerazione”.

Vorrei avere più tempo per affrontare il tema proposto, che mi sembra meritare un’attenzione particolare. Per ora mi limito a dire che io non mi sento affatto neutrale tra lo stato e gli altri: non mi sento di assumere la posizione dello spettatore attento al gioco che gli “attori” svolgono sul palcoscenico della società, e pronto a decretare il trionfo di quello degli “attori” che avrà saputo giocare meglio le sue carte.

Lungi dal sentirmi uno spettatore neutrale, mi sento membro di una collettività che ha scelto le forme della democrazia rappresentativa, nella consapevolezza che questa, pur essendo piena di difetti, ne ha comunque meno di tutte le altre che siano state inventate. So bene che questo stato, figlio di quella democrazia (e della sedimentazione storica accumulata nel mio paese, che è la mia ricchezza e la mia croce) è anch’esso pieno di difetti e di soperchierie, commette errori e provoca ingiustizie. Mi sforzo di contribuire al suo miglioramento, ma non mi sogno di porlo sullo stesso piano degli altri “attori”. So che il suo mestiere, in una democrazia rappresentativa, deve essere quello di lavorare per l’interesse della collettività. So anche che questo mestiere lo fa male, ma non accetterò di sostituirlo con “attori” che abbiano, come proprio mestiere, quello di perseguire interessi parziali.

Testo inviato a “Urbanistica”

12 gennaio 2001

(stralci)

La “Capitale morale d’Italia” è stata spesso chiamata a svolgere il ruolo di sperimentatrice delle pratiche di pianificazione più corrive verso gli interessi privati e individuali e meno garantiste degli interessi pubblici e collettivi. È degli anni Cinquanta e successivi quel “rito ambrosiano” per il quale il rilascio delle licenze edilizie seguiva, quasi istituzionalmente, vie traverse e tolleranti. Gli anni Sessanta e i Settanta hanno visto aumentare di milioni di metri cubi le capacità edificatorie di un “piano regolatore” di cui un’infinità di compiacenti varianti e variantine aveva cancellato ogni capacità regolatrice [6].

Anche negli anni della “urbanistica contrattata” (uno degli strumenti principali di Tangentopoli) Milano fu all’avanguardia. Ricordo ancora le furenti polemiche a sinistra, nelle quali le ragioni del primato del privato erano sostenute e difese dall’assessore comunista all’urbanistica milanese [7]. Già allora una parte della cultura urbanistica forniva la cornice culturale (e le stesse parole d’ordine) alle pratiche del craxismo rampante [8].

L’intreccio tra posizioni “di destra” e posizioni “di sinistra”, tra impostazioni aperte agli interessi privatistici più spinti e posizioni giacobine, è una caratteristica della cultura milanese che andrebbe indagata a fondo. Qui vorrei segnalare che in questi anni di nuovo Milano si presenta con un evento dello stesso segno. Una evento importante, suscettibile di fare scuola più che nel passato: grazie all’autorevolezza culturale di chi la propone, all’intelligenza con la quale è argomentata, all’onestà personale dei soggetti che la propongono e promuovono – e infine, grazie al clima complessivo, particolarmente favorevole a operazioni ispirate al principio “meno stato più mercato”, quale che sia il terreno sul quale si esercitino.

Mi riferisco, in particolare, al documento recentemente approvato dal Consiglio comunale della capitale lombarda, che delinea la politica urbanistica che si adotterà per Milano, gli strumenti che si adopereranno, gli interessi ai quali ci si rivolgerà prioritariamente, i ruoli che si assegneranno ai principali soggetti. È un documento redatto da un gruppo di lavoro coordinato e diretto da Luigi Mazza, noto e apprezzato studioso di urbanistica e pianificazione, dotato d’un ricco curriculum di esperienze, ricerche e frequentazioni, in Italia e all’estero [9]. Il titolo del documento (nella stesura che è stata divulgata prima della sua approvazione da parte del Consiglio comunale) è “Ricostruire la Grande Milano - Strategie, Politiche, Regole”, il sottotitolo esplicativo è : “Documento di inquadramento delle politiche urbanistiche comunali”, la paternità è dell’Assessorato alle strategie territoriali, retto da un esponente di Comunione e liberazione nell’ambito di una giunta di destra.

[omissis]

La mia opinione è che in quegli anni “il ruolo cooperativo degli altri attori con l’amministrazione comunale” e le “forme consensuali di decisione” sono stati ricercati e utilizzati (insieme alla valorizzazione dell’abusivismo nel Sud e alla delegittimazione culturale dell’urbanistica) per facilitare quelle pratiche di perverso intreccio tra poteri pubblici e interessi privati cui è stato dato il nome di Tangentopoli [10]. La valutazione positiva (o quanto meno neutrale) che l’Autore del documento milanese dà a quelle pratiche è indice d’una rilevante linea di continuità degli indirizzi che, conclusa la stagione di Mani pulite, ora si (ri)propongono

Lettera alla redazione di “Urbanistica”

27 febbraio 2002

Prego sostituire il seguente capoverso:

La mia opinione è che in quegli anni “il ruolo cooperativo degli altri attori con l’amministrazione comunale” e le “forme consensuali di decisione” sono stati ricercati e utilizzati (insieme alla valorizzazione dell’abusivismo nel Sud e alla delegittimazione culturale dell’urbanistica) per facilitare quelle pratiche di perverso intreccio tra poteri pubblici e interessi privati cui è stato dato il nome di Tangentopoli [11]. La valutazione positiva (o quanto meno neutrale) che l’Autore del documento milanese dà a quelle pratiche è indice d’una rilevante linea di continuità degli indirizzi che, conclusa la stagione di Mani pulite, ora si (ri)propongono.

Con questo:

La mia opinione è che in quegli anni “il ruolo cooperativo degli altri attori con l’amministrazione comunale” e le “forme consensuali di decisione” sono stati ricercati e utilizzati (insieme alla valorizzazione dell’abusivismo nel Sud e alla delegittimazione culturale dell’urbanistica) per facilitare quelle pratiche di perverso intreccio tra poteri pubblici e interessi privati cui è stato dato il nome di Tangentopoli. E con quest’ultimo termine non si indica una periodo di particolare estensione e diffusione delle pratiche di corruzione (quelle pratiche, come molti giustificazionisti ricordano spesso, che “sempre ci sono state e sempre ci saranno”), ma una fase particolare della nostra storia: una fase nella quale la corruzione è divenuta chiave di volta di un sistema di potere e bussola accreditata delle decisioni politiche – in particolare di quelle relative al governo del territorio [12].

[1] Questa tesi l’ho argomentata, con Piero Della Seta, nel libro Italia a sacco, Editori Riuniti, Roma 1992, e ad esso rinvio chi voglia valutarla.

[2] Mani pulite è stata un’altra storia, per quanto ci riguarda in parte da scrivere perché la corruzione in urbanistica nasce anche prima degli anni sessanta, e si sviluppa senza scosse non solo nella Milano del rito ambrosiano, ricordiamo tutti Roma, a Torino le cose erano un po’ meno appariscenti, ma non per questo meno gravi, ricordi gli articoli di Novelli?

[3] E neppure dai magistrati che per quarant’anni non si sono accorti di quanto accadeva sotto gli occhi di tutti; certo, meglio tardi che mai, ma ho l’impressione che la stagione di mani pulite sia finita da un pezzo e credo che sarebbe ingiusto addossarne la colpa solo alla magistratura.

[4] Inoltre il lavoro svolto con le nuove regole ha prodotto una quantità di trasferimenti d’aree al demanio pubblico e di contributi finanziari oltre gli oneri obbligatori, sensibilmente superiori a quanto avvenisse con le procedure precedenti.

[5] Rinvio il curioso al libro che scrissi con Piero della Seta, L’Italia a sacco – Cme e perché nacque Tangentopoli, Editori riuniti, Roma 1993. È esaurito da tempo ma chi vuole leggerlo lo trova nel mio sito web.

[6] Lo ha denunciato sistematicamente Giuseppe Campos Venuti, a partire dagli anni ’80. Si veda ad esempio: G. Campos Venuti, Deregulation urbanistica a Milano, introduzione al dossier Milano senza piano – Urbanistica milanese degli anni 80, a cura di V. Erba, “Urbanistica informazioni”, n. 107, anno XVIII, set.-ott.1990. Si veda anche G. Barbacetto, E. Veltri, Milano degli scandali, Laterza, Bari 1991 e, per gli anni più recenti, F. Pagano, In assenza di una nuova legge regionale, o in alternativa..., “Urbanistica informazioni”, n. 171, anno XXVIII, mag-giu 2000.

[7] La polemica tra due assessori, entrambi del PCI, Raffele Radicioni a Torino e Maurizio Mottini a Milano, fu resa esplicita in articoli molto chiari sulla stampa quotidiana di quegli anni. Mottini può essere considerato un anticipatore della linea che affida agli interessi degli operatori e dei proprietari privati l’egemonia nella gestione dell’urbanistica. Si veda, su “L’Unità”, la posizione di Mottini il 18 agosto 1982 e la replica di Radicioni il 2 settembre 1982.

[8] Suscitò reazioni contrastanti un editoriale di “Urbanistica informazioni” (n. 60, anno X, nov.-dic. 1981) in cui criticavo le “complicità oggettive” degli atteggiamenti accademici e neutrali di parte della cultura urbanistica dell’epoca nei confronti di una linea politica emergente, che tendeva a incrinare il principio della funzione pubblica dell’urbanistica.

[9] Il pensiero e la proposta espressi nel documento della giunta milanese erano stati elaborati ed esposti da Luigi Mazza in molti dei suoi scritti: si veda, tra gli altri, Piani ordinativi e piani strategici, “CRU – Critica alla razionalità urbanistica” n. 3, 1995; Difficoltà della pianificazione strategica, “Territorio” n. 2, 1996; Il tempo del piano, “Urbanistica” n. 109, 1996; Certezza e flessibilità, “Urbanistica” n.111, 1999.

[10] Questa tesi l’ho argomentata, con Piero Della Seta, nel libro Italia a sacco, Editori Riuniti, Roma 1992, e ad esso rinvio chi voglia valutarla. Esaurito in libreria, il libro è disponibile nel sito http://salzano.iuav.edu

[11] Questa tesi l’ho argomentata, con Piero Della Seta, nel libro Italia a sacco, Editori Riuniti, Roma 1992, e ad esso rinvio chi voglia valutarla. Esaurito in libreria, il libro è disponibile nel sito http://salzano.iuav.edu

[12] Questa tesi l’ho argomentata, con Piero Della Seta, nel libro Italia a sacco, Editori Riuniti, Roma 1992, e ad esso rinvio chi voglia valutarla. Esaurito in libreria, il libro è disponibile nel sito http://salzano.iuav.edu

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