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Gherardo Ortalli
«Venezia e i turisti, la città si è arresa»
6 Maggio 2007
Vivere a Venezia
Nell’intervista di Manuela Pivato lo storico veneziano riprende i temi della seconda sciagura (oltre il MoSE) che incombe sulla Serenissima. Da la Nuova Venezia del 6 maggio 2007

VENEZIA. Il professor Gherardo Ortalli è un uomo che non le manda a dire. Infatti preferisce dirle lui, anche se sono nude e un po’ crudette, spolverando le parole con quel che resta di un accento emiliano che lo ha seguito nei 30 anni di intensa vita in laguna, dentro l’Università, nella biblioteca dell’Istituto veneto di Scienze Lettere e Arti e sui bastioni di Italia Nostra.

Arrivato a Venezia nel 1973 per insegnare Storia medioevale a San Sebastiano, Ortalli ha fatto sentire la sua voce spesso e sempre fuori dal coro, lontano dai salotti e immune dai piagnistei. Dall’altana del suo appartamento (senza ascensore) in calle lunga San Barnaba vede un sacco di cose: il campanile di San Marco, il nuovo Molino Stucky diventato Hilton e anche qualcosa che gli piace infinitamente meno, anzi, che lo fa impazzire di rabbia, ed è l’agonia della sua città, a cominciare da un turismo che se la sta divorando a morsi.

Professore, la città non ce la fa più.

«Guardi, io credo che la prima cosa da capire sia il punto critico oltre il quale una risorsa diventa un problema. E così è per il turismo. Credo anche che il problema andava affrontato quindici anni fa e non ora, quando ormai è difficle, se non impossibile, porvi rimedio».

Chi ha sbagliato?

«C’è una responsabilità politico-amministrativa molto forte. Rarissimamente la classe dirigente veneziana ha tentato progetti per essere all’altezza della città. Ci hanno provato Visentini e Casellati e, molti anni fa, Cacciari. Ma è finito tutto nel nulla. E poi c’è la colpa dei veneziani».

Sarebbe?

«La colpa dei veneziani è di non aver percepito che c’è stato un mucchio di santi laici che ha cercato di fare i salti mortali per questa città».

A chi pensa?

«Penso, primo tra tutti, a Pino Rosa Salva, al suo impegno, alla sua forza e al suo coraggio. Se dovessi fare un monumento in città lo farei a lui».

Gli altri si offenderanno.

«Dico Rosa Salva perché è fuori gara».

E Cacciari? Di fronte ai 25 milioni di turisti in arrivo, ad esempio, qualcuno dice che si è arreso.

«E’ il Paese intero che si è arreso. Oggi non si sta decidendo per forza di interessi legittimi ma personali e individuali che hanno il sopravvento su quelli collettivi. Basti pensare alle navi».

Le navi?

«Le grandi navi arrivano e sbarcano migliaia di passeggeri quando, invece, non ci vorrebbe molto per mettere un porto a mare e impedire ai turisti di entrare a Venezia su grattacieli di dicotto piani. Certo, una scelta del genere significherebbe scontrarsi con interessi enormi».

Scelte faticose.

«Scelte faticose a fronte di una debolezza che ormai va dal Consiglio di quartiere alla Presidenza del Consiglio. E la nostra amministrazione comunale non è solo debole, ma è anche contradditoria».

Contradditoria?

«Guardi, qui vendono i palazzi e poi dicono: abbiamo fatto un affare. Ma questo è un ragionamento bassissimo. Si sta vendendo quello che resta, e ormai restano solo i muri».

E il turismo.

«Il problema, anche per il turismo, è decidere se Venezia è una città o no. Oggi Venezia è diventata un quartiere e come tale è un pezzo di un organismo urbano in cui le diverse parti hanno una funzione. Ridotta a quartiere, Venezia diventa indifendibile e la sua funzione si riduce a essere quella turistico-museale. Quindi o si fa un salto di cultura amministrativa e si considera Venezia una città o non c’è salvezza».

Secondo lei come andrà?

«In genere sono ottimista e non mi stanco mai, ma quello che vedo mi sembra realmente molto grave. E la cosa peggiore è che tutto ciò sta accadendo senza che nemmeno sia stato deciso».

Un’agonia inconsapevole.

«Un’agonia che non è stata decisa perché qui manca qualsiasi progetto e si rincorre quello che capita».

Quindi?

«Quindi l’orda dei turisti non la fermi perché è sbagliato il punto di partenza».

Le proposte di Ca’ Farsetti per accogliere i flussi sono più servizi e più vaporetti.

«Sono solo delle pezze che non porteranno a nessuna inversione di tendenza. E invece bisognerebbe invertirla questa perfida tendenza».

Secondo lei, siamo mai arrivati così in basso?

«Credo che questo sia un percorso inevitabile iniziato molti anni fa che nessuno ha saputo e voluto fermare. Il risultato è che Venezia è una città di meno di 60 mila abitanti, con un’età media alta, fatta di gente stanca. Una città, insomma, che non è più in grado di difendersi».

Sì, ma qualche soluzione ci sarà.

«Esistono meccanismi che contengono i flussi come, ad esempio, il sistema delle prenotazioni e non capisco perché qui non si riesca ad applicarlo. Non capisco perché i gruppi, le scolaresche, i passeggeri delle navi non possano prenotare prima di venire a Venezia».

Qual è, secondo lei, il tetto di capienza della città?

«Ci sono persone pagate per studiare queste cose e per dircelo».

Però non ce lo dicono.

«Allora io dico che tanto vale rivolgersi a Disneyland. In realtà noi stiamo già facendo Disneyland però senza la capacità programmatica del parco divertimenti. Siamo ormai un gran bazar però senza le regole del gran bazar. Terribile, no?».

Molti veneziani sono diventati insofferenti ai turisti.

«La città sta diventando sempre più scortese. Ci sono edicole che espongono cartelli con la scritta: non si danno informazioni. Oppure basta andare sul ponte dell’Accademia per vedere il peggioramento dei comportamenti. I turisti si fanno la foto da una parte all’altra del ponte e i veneziani ci passano in mezzo».

Scusi, ma lei cosa fa?

«Ci passo anch’io, se non resto lì tutto il giorno».

Alcuni degli articoli in eddyburg sul medesimo argomento: di Luigi Scano del novembre 2004 e del marzo 2007, di Edoardo Salzano su Liberazione e su Carta, e articoli di Francesco Erbani, di Alberto Vitucci, di Jan van der Borg, e del Gazzettino, con postille di eddyburg.

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