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Sandro Roggio
Uno sviluppo avvelenato
12 Marzo 2014
Rifiuti di sviluppo
Il modello che sottende decenni di strategie di sviluppo mostra tutti i suoi limiti, in ogni senso, ma a una intera classe dirigente manca il coraggio, o la coscienza e capacità, di ammetterlo

Il modello che sottende decenni di strategie di sviluppo mostra tutti i suoi limiti, in ogni senso, ma a una intera classe dirigente manca il coraggio, o la coscienza e capacità, di ammetterlo

Ci stiamo abituando a fare i conti con i disastri ambientali e con le difficoltà ad accertare le responsabilità di tanta devastazione. I sintomi nelle aree di crisi evidenziano guasti profondi. Oggi l'attenzione è su Porto Torres (dopo il proscioglimento gli imputati di inquinamento per intervenuta prescrizione); ieri su Olbia, ma l'elenco è lungo come sappiamo: tanti casi diversi ma non sfugge il denominatore comune. Quel disegno afferra-afferra a cui guardano inchieste della Magistratura, che ci dirà – se non vi saranno altre assoluzioni decise dalla politica. Che dovrebbe interrogarsi a fondo su quest' ultimo mezzo secolo di sviluppo evanescente che ha lasciato povertà e drammi sociali. E reso l'isola brutta e insicura in molte parti, sfortunatamente per sempre. Per questo ci aspettiamo un nuovo corso senza titubanze.

Sull'ambiente – terra, acqua, aria– i governi locali hanno competenze importanti. Più di quanto non ne abbiano per altre questioni dipendenti da centri decisionali lontanissimi.

Non ci dovrebbero essere esitazioni se si mettesse nello sfondo la storia. Basterebbero una trentina di immagini per documentare la spoliazione dell'isola avvenuta in tempi tutto sommato brevi. Un quadro attutito per la grande estensione del territorio, dove tutto sfuma, e l'opinione pubblica non si accorge o fa finta. “E gli orrori arrivano solo fino a dove i nostri occhi hanno il coraggio di guardare” – è la sintesi di Alessandro De Roma nel racconto pubblicato da Einaudi (nel libro «Sei per la Sardegna», bel regalo alle popolazioni colpite dalla recente alluvione).

Il coraggio di guardare e di ammetterlo: siamo stati defraudati a lungo, e chi ha potuto prendere dalla Sardegna senza restituire nulla, ha contato su troppe complicità locali. E così tre quarti del patrimonio boschivo sono andati in fumo nell'Ottocento per produrre energia oltre il mare; così nell'ultimo mezzo secolo terre preziose sono state concesse per esercitazioni militari deleterie per la salute, o regalate a industriali sovvenzionati per inquinare liberamente. Così circa 450mila (!) ettari di territorio sono compromessi da forme di inquinamento pericolose e comunque sottratti all'uso. Il ciclo edilizio è stato spesso senza regole, e in assenza di strumenti urbanistici adeguati sono cresciuti insediamenti in grado di mettere in pericolo le comunità residenti, basta che piova un po' più forte.

La Sardegna “innocente” è quinta nelle classifica dell'abusivismo edilizio, dopo Campania e Sicilia che hanno quattro volte gli abitanti dell'isola, e quindi è prima. Uno scenario preoccupante e che impone di provvedere, e subito, almeno per limitare i rischi per le comunità più esposte.

Ma è vietato illudere e illudersi sulla palingenesi di bonifiche che – si sa – non ci restituiranno la Sardegna com'era, perché è impossibile. A sicut erat non torrat mai. Figurarsi in casi di terre maltrattate e avvelenate in quelle misure come a Porto Torres, o a Portoscuso dove da ieri agli agricoltori è vietato vendere i loro prodotti. Ci toccherà pagare, insomma (e attenzione a chi s'immagina i tornaconti del risanamento ambientale nella successione inquinamento-disinquinamento forever). E il danno, come per il debito pubblico, ricadrà comunque sulle generazioni future, e in modo inedito.

Perché è prevedibile che le agenzie di rating che oggi certificano la solidità economica degli Stati, prenderanno in esame la condizione del patrimonio territoriale per conto di investitori attenti in modo crescente a questi aspetti. E che i valori immobiliari dipendano sempre di più dalla qualità dei luoghi non è un mistero. Gli economisti più avveduti lo dicono da un po'.

Per questo occorre cogliere i segnali interessanti. I programmi per eolico, termodinamico, chimica verde – in quel solco distruttivo dove sta anche la speculazione edilizia – sono finalmente avversati dalle popolazioni che ne temono la presenza. Questa nuova “coscienza di luogo” ci potrebbe aiutare a progettare un futuro diverso.

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