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Mark Morford
Un allegro deserto di Big-Box
18 Agosto 2005
Il territorio del commercio
Prosa ironica e paradossale, a descrivere una realtà drammatica. San Francisco Gate, 17 agosto 2005 (f.b.)

Titolo originale: One Happy Big-Box Wasteland – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Volete sentirvi come se foste a Tucson oppure Boise o Modesto o Wichita o Muncie e non conta maledettamente niente, perché come nazione abbiamo perso qualunque senso comunitario e dei luoghi? E perché mai: andate un po’ più avanti, fino al prossimo svincolo. Proprio qui, esattamente questo.

Ah, eccolo, un altro gigantesco big-box mega-strip mall, enorme vessillo di gloriosa decadenza urbana, possente punto esclamativo del consumismo impazzito. Questa è l’America. Ci siete arrivati. Siete a casa. Mangiatelo e sorridete.

C’è Target. C’è Wal-Mart e ci sono Home Depot, e Kmart, Borders, Staples, e il Sam’s Club e Office Depot, e Costco, e Toys “R” Us, e naturalmente l’obbligatorio Container Store dove potete comprare altri enormi vasconi di plastica dove buttare tutte le vostre nuove porcherie prodotte in nero.

Di cos’altro avete bisogno? Ah, si: cibo. O qualcosa che ci si avvicini. C’è Wendy, e Burger King, e l’ibridoTaco Bell/KFC, e il Mickey D’s, e Subway e Starbucks e dozzine di altri mostri del cibo spazzatura allineati sulla strada come pedine del Domino velenose, appostati in attesa di bistrattarvi le arterie, avvelenarvi il cuore, e farvi pensare all’ospedale.

E qui arriva la parte migliore: l’immagine è la stessa di dieci chilometri fa, i denti a quella fra dieci chilometri, lo stesso esatto cumulo di insidiosi edifici che troverete più o meno in altre diecimila noncittà in tutto il paese, ciascuno e tutti a farvi sentire legati alla città dove state e al corpo che abitate, così come si sente un pesce su Saturno. Al buio. In un buco. Morti.

Questa pestilenza l’avete vista voi, l’ho vista io. Chiunque ha più di trent’anni l’ha vista evolversi da un piccolo focolaio alla fine degli anni ’80 alla fase acuta dell’epidemia, con l’inferno commerciale dei big-box. Di recente ero nel nord dell’Idaho, dove la mia famiglia possiede da quarant’anni una magnifica casa su un lago in un piccolo paese vicino al confine col Canada, e per andare nella zona si deve attraversare la crescita esplosiva del centro turistico di Coeur d’Alene, dove l’epidemia ha colpito forse peggio che ovunque entro un raggio di cento chilometri.

Sono anagraficamente vecchio abbastanza per ricordare quando attraversare Coeur d’Alene voleva dire fermarsi esattamente a un – uno – semaforo sulla Highway 95 verso nord, circondati più o meno da un milione di pini, da panorami montani mozzafiato e da vasti, tranquilli spazi aperti, campi e fattorie, segherie e curiosi negozi lungo la strada, bellissimi laghi, per chilometri.

Ora ci sono più o meno venti semafori, aggiunti in altrettanti anni, sparpagliati su quindici chilometri di strada, e ciascuno di essi segna l’ingresso a massicci e orrendamente progettati bassi complessi commerciali, mal costruiti, senz’anima ed evidentemente senza che si usasse alcun criterio urbanistico per questi mega-negozi, salvo distanziarli in modo così esagerato che si deve risalire dentro la maledetta automobile per fare il chilometro dal Target, al Best Buy, al Wal-Mart, al Super Foods, e tornare ad una scossa sanità mentale.

Volete saperlo, cosa deprime lo spirito americano? Volete saperlo, perchè sembra che la tirannia della mediocrità si sia stesa sul nostro mondo? Volete sapere cosa instilla più pensieri suicidi e produce una rabbia sorda e disperata, la cui fonte non riusciamo a identificare, ma sappiamo che sta proprio sotto il nostro naso, e per attenuarla prendiamo vagonate di Prozac e Xanax e Paxil?

Ho la risposta. Eccola. Guardate. È questa orribile diffusione di big-box strip malls, casette suburbane come cancro, metainsediamenti asfaltati sopra il paesaggio americano, tutti a costruire una bizzarra sensazione di grande perdita, eccesso di vuoto, saturazione senz’anima, e che ci obbliga a formulare una volta ancora la Grande Domanda Americana: come è possibile avere dannatamente tanto, e sentirsi come se non avessimo quasi niente?

Ah, tra l’altro, a Coeur d’Alene c’è una parte centrale della cittadina, ben lontana dalla strada avvelenata. È calma, piena di alberi, graziosamente vuota e stipata di ristoranti, e gallerie d’arte. E di agenzie immobiliari. Per gli yuppies. Perché, ovviamente, non è rimasto nessun negozio locale. Nessuna bottega a gestione familiare, e pochissime piccole attività in genere. Nessun fascino. Nessuna vera comunità locale. Solo cibo ben confezionato e arte mediocre, che nessun vero residente locale può permettersi, e qualche business park dove un tempo stava il centro.

Non ho idee chiare su cosa vedranno, invecchiando, i bambini che crescono dentro a questa specie di bizzarra distopia megaconsumistica, che razza di prospettiva distorta e senso dei luoghi, della comunità, della casa, decimato. Ma se pensate che la dipendenza da metadone e le gravidanze minorili, e la perversa omogeneità religiosa, o la spaventosa dipendenza dalla violenza dei videogiochi non siano una reazione a tutto questo, probabilmente non ci avete prestato abbastanza attenzione.

Questa è la nuova America. Il nostro senso di possesso impazzito, il nostro quasi rabbioso desiderio di portar via montagne di paccottiglia a poco prezzo ha portato all’ascesa dei negozi scatolone senz’anima, che poi hanno portato a quella sensazione di mortale di identità prefabbricata, uguale ovunque andiamo. E qui arriva il botto: crediamo che sia un bene. Crediamo che aiuti, produca posti di lavoro, gettito fiscale, prodotti a buon mercato. Lo chiamiamo progresso. La chiamiamo possibilità di scelta. È esattamente il contrario.

Risultato n. 1: le città hanno perso personalità, individualità, anima. La comunità arranca. L’ambiente soffre. Il nostro paesaggio un tempo diversificato e capriccioso e idiosincratico diventa piatto, brutto, vacuo, banale.

Risultato n. 2: c’è un falso senso di sicurezza, comodità, fatto di vuoto sempre uguale. Vogliamo che tutti i prodotti siano asettici, disinfettati, lucidi e illuminati. In una nazione che ha perso il senso dell’orientamento, l’orgoglio, il cui dollaro è uno scherzo globale, la cui economia sta andando in fumo, i cui prodotto sono tutti fabbricati oltremare, e il cui incompetente guerrafondaio leader è la macchietta mondiale, questo velenoso sempre identico risulta, paradossalmente, rassicurante.

Risultato n. 3: ci siamo abituati, ancora una volta, alla paura del diverso, l’Altro, la Chi non si Adegua. Impariamo a non gradire il particolare, lo straniero, gli stranieri. Perdiamo il senso del rapporto personale con quello che creiamo o compriamo, e non mi importa quanto poco costi quel tappeto di juta dell’Ikea: se sono prodotti in serie 100.000 alla volta in una fabbrica in Malesia, non sono niente di speciale.

L’Identico è tra noi. L’Identico è la nuova oscurità. Non è diverso dalle vacanze preconfezionate a Disney World o dalla religione organizzata o dalle crociere o dai ristoranti a tema, dove tutti gli angoli sono arrotondati e ogni esperienza predigerita e sterilizzata a vostra protezione, perché Dio proibisce l’esperienza autentica o l’osservazione da una vera prospettiva individuale, o l’osare discutere la semplice norma, oppure i Poteri ti guarderanno come una seria minaccia.

Ho visto la pestilenza, e l’avete vista anche voi. Anzi, probabilmente ci state dentro, a far compere. Dopotutto, che scelta avete?

Nota: il testo originale al sito SFGate (f.b.)

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