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Rosetta Loy
Torture/1 La colpa è mia
11 Dicembre 2005
Scritti 2004
Mi era sfuggito questo bellissimo articolo, da l'Unità del 13 maggio 2004. Per fortuna che non è sempre vero che "ogni lassata è persa"

«Nessun uomo è un’Isola, intero in se stesso. Ogni uomo è un pezzo del Continente, una parte della Terra. Se una Zolla viene portata dall’onda del Mare, l’Europa ne è diminuita, come se un Promontorio fosse stato al suo posto, o una Magione amica, o la sua stessa Casa. Ogni morte di uomo mi diminuisce, perché io partecipo all'umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: Essa suona per te». Queste parole di un sermone di John Donne sono state messe da Hemingway a epigrafe di «Per chi suona la campana». E per una strana forma di associazione mi sono tornate in mente le immagini di Guantanamo. Stentavo di collocarlo, il carcere di Guantanamo, (a Cuba, ma a Cuba non c’è Fidel Castro?). Poi la confusione si è chiarita con quella base americana appesa come un cappello all’estremità dell’isola per confermare un possesso. E quei prigionieri chiusi nelle gabbie sotto un sole rovente, accucciati in terra, sono apparsi a un tratto in tutta la loro orrenda disumanità.

Ma ho girato la testa come se appartenessero a uno sfogo passeggero, a quelle allergie che seguono una grave malattia e per un paio di giorni riempiono il corpo di bolle. Prima o poi finirà, mi sono detta. Ma è stato quando le fotografie dall’Iraq sono cominciate ad arrivare una più atroce dell’altra come un fiume che ha rotto gli argini, che ho ripreso in mano «Per chi suona la campana» per rileggermi le parole scritte da John Donne quattro secoli fa: e ho capito che quelle fotografie mi riguardano in prima persona. La campana suona per me: io sono la soldatessa che ride e si fa fotografare accanto alla sua vittima nuda, sono il soldato stravaccato che sorveglia il container dove i prigionieri incappucciati sono legati alle pareti come bestie, peggio delle bestie. Sono quello che li tortura e li bastona a morte. Questa è la democrazia nella quale mi riconosco. Questa la libertà in cui credo come bene supremo. Il pensiero dà la nausea, è intollerabile. L’«Osservatore Romano» ha scritto che è stato sfregiato l’uomo. Ma insieme all’uomo è stata sfregiata la nostra anima, se l’anima esiste. I soldati americani sono solo lo strumento, la mano che si sporca di sangue. Alle loro spalle c’è la nostra civiltà e i princìpi in cui mi identifico. L’humus sul quale si è sviluppata la mia coscienza. Non è neanche che io sia più colpevole di un francese o di un tedesco, di uno spagnolo, perché tremila soldati italiani sono in Iraq, né lo sono meno perché da sempre mi rifiuto alla parola guerra (quegli orribili eufemismi di guerra umanitaria e eunduring freedom. Tutto questo non c’entra più. Sono colpevole per i valori che ho sempre difeso e invece mi restituiscono dei corpi mutilati, torturati, offesi. Nel secolo che abbiamo alle spalle le dittature, ma soprattutto il Nazismo, hanno incarnato la negazione dei nostri valori, e sul Nazismo prima (e sulla dittatura di Stalin poi) abbiamo rovesciato tutto il male e l’orrore, tutta la spazzatura del mondo. Senza farci troppe domande. Senza chiederci come mai il Nazismo avesse potuto crescere e germogliare così rigogliosamente proprio all’ombra delle nostre splendide cattedrali e al suono sublime della nostra musica, nel conforto di una letteratura e di un pensiero filosofico che per secoli hanno tracciato un percorso di luce. Un percorso che dopo aver superato come nelle favole le sette montagne e i sette mari, sembrava averci finalmente condotti a piantare la bandiera della Democrazia ai piedi dell’Uomo.

E oggi (la mia domanda non è retorica ma solo piena di ansia) come è possibile uscire indenni da questo stritolamento dei valori. Oggi che la bussola va impazzita alla avventura e il calcolo dei dadi più non torna... per dirla con Montale, quale risposta dare e darci a chi si illude, come a suo tempo con Hitler, che sia sufficiente trovare un colpevole per avere la coscienza a posto. Questo vorrei chiedere a quanti si accapigliano nell’intento di liberarsi subito dell’insopportabile fardello e lo riducono a questione di date: smobilitare immediatamente oppure a giugno. Aspettare l’Onu o un nuovo governo nato da libere elezioni (?!), in una confusione di distinguo che assomiglia a una demenziale Torre di Babele. Per non parlare di chi si mette il prosciutto sugli occhi e pensa che sia sufficiente tracciare un cerchietto rosso intorno a qualche uomo o donna in divisa. Come se tutto si riducesse a una questione di date e di particolari e non fosse in gioco l’Uomo nella sua dignità e i suoi diritti. A me i bersaglieri in Iraq con il ciuffo di piume trapiantato sull’elmetto in ricordo di un tempo lontanissimo di fanfare e biciclette, i nostri «ragazzi» come a qualcuno piace chiamarli, infagottati di armi da capo a piedi fra le case sbriciolate e o carri armati simili a mastodonti giallastri, provocano un senso profondo di pena. Cosa ci fanno a migliaia di chilometri da casa, accecati dal fumo e dalla polvere? Chi difendono? Chi?

Hemingway ha scritto «Per chi suona la campana» nel 1940. La guerra civile spagnola era finita da poco, nel modo più disastroso per la libertà. L’Europa aveva appena iniziato il suo conflitto più devastante, genocidi e infamie che avrebbero scavato come vermi la nostra civiltà dall'interno. Oggi le parole che in quel lontano 1940 Hemingway prese in prestito da John Donne danno suono assordante. Sono campane a martello per ognuno di noi: come Crono stiamo infatti divorando i nostri figli: la Libertà, la Giustizia, il Diritto. La Pietas.

Vorrei tanto cercare conforto nelle parole di quel grande statista con il sigaro in bocca che negli anni più bui dell’aggressione nazista galvanizzò la resistenza inglese: «La democrazia - disse - è il peggiore dei regimi, a eccezione di tutti gli altri». Se esiste ancora, anche se mutilata nei suoi valori, salviamola la democrazia. È urgente.

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