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Ariel Leve
Si va al mercato, sperando poi di tornare
12 Dicembre 2011
Il territorio del commercio
L’ossessione dello spazio commerciale omnicomprensivo come metafora dell’ossessione per il consumo, e il rimbecillimento. The Observer, 11 dicembre 2011 (f.b.)

Titolo originale: You can do anything in a department store these days – including eat. But it doesn't mean you should – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Vicino all’appartamento in cui sono cresciuta a New York c’era una grande magazzino Woolworths, e spesso il sabato mia nonna mi ci portava a pranzo. Si passeggiava per le scansie di dolcetti e cancelleria, annusando l’odore di caffè fresco. Poi ci sedevamo. La cameriera prendeva nota con una matita che teneva dietro l’orecchio, scarabocchiando su un blocchetto. “Cosa vi diamo oggi?”. Io ordinavo sempre la stessa cosa. Formaggio alla piastra e frappe al cioccolato. I bei tempi quando ancora tolleravo il lattosio.

Negli anni settanta non importava più niente a nessuno di cose appena preparate. Neppure a me. Forse non esisteva più nemmeno una vera e propria cucina, non ne sono sicura. Le focacce che si vedevano nelle scatole avevano strutto a sufficienza per conservarle in eterno. Lo strutto era un po’ come oggi il Botox della chirurgia plastica. Gli addetti preparavano solo i panini a richiesta, tutto il resto si scaldava alla piastra o nella friggitrice. Il bancone aveva la forma di un nodo gigante, e così potevamo in contemporanea guardare loro che giravano abilmente le polpette, mentre la clientela del negozio si sceglieva retine per capelli o calze.

Quando sono diventata grande, la catena Woolworths era quasi sparita, e a mangiare andavamo invece da Saks sulla Quinta Strada o da Bloomingdales. La nonna adorava mangiare nei grandi magazzini. Forse per via della comodità di poter fare contemporaneamente le sue due cose preferite: spendere e mangiare. Io l’ho sempre trovato claustrofobico, mangiare in un ristorante che sta vicino al reparto biancheria. E non mi godo il cibo se mancano le finestre. Poi, non essendo affatto una devota dello shopping, trovo la cosa stressante. Di solito entro, prendo quel che mi serve, e esco. Quanto shopping dovrà mai fare chi deve addirittura fermarsi un attimo a fare il pieno?

Certo, lo so che è molto diffuso far di tutto in un solo posto, e che si tratta di una tendenza che non accenna a diminuire. In America, Wal-Mart ha eliminato del tutto la necessità di uscire. Ci si può far visitare dal dottore, cenare, comprare arredi da giardino e biscotti. Al Mall of America in Minnesota, ci si può sposare, o si può divorziare, far battezzare il bambino, la dimostrazione che si può anche passare tutta la vita lì dentro.

Oggi che pure le farmacie stanno diventando come i grandi magazzini, è solo questione di tempo prima che comincino a offrire pranzi. Ma io non ho nessuna voglia di mangiare un panino nello stesso posto in cui qualcun altro si sta comprando una crema per le emorroidi. E poi quei panini preconfezionati. A casa, te lo prepari e poi lo mangi. Non c’è nessuno che se li prepara e li mette via con giorni di anticipo. Peggio ancora, il sushi preconfezionato. Certo è piuttosto improbabile che esista un cuoco specializzato in sushi nei profondi meandri di un negozio Boots ad affettarvi tonno fresco. Cioè, quella roba è stata preconfezionata in una fabbrica da qualche parte nel Galles. In definitiva si tratta di un sushi che migra molto più del salmone dell’Atlantico.

Questa storia della comodità ci sta levando ogni tipo di esperienza culinaria. La gente oggi fa spesa al distributore di benzina. Certo, molto bene comprare localmente ciò che si mangia, però li avete mai visti i filari di pomodori dietro il garage? Quarant’anni fa, a meno di abitare in una comune hippy, non importava a nessuno se il cibo era biologico. Adesso invece abbiamo un palato più esigente. Ma c’è sempre qualcosa che non va, vedendo un ananasso sugli scaffali dell’edicola. Anche se mia nonna, ovviamente, ne sarebbe stata entusiasta.

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