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Ella Baffoni
Ricordiamo il passato
29 Marzo 2004
Periferie
Ella Baffoni non è un’urbanista. È una giornalista. Ma ricorda la storia (le lotte, le speranze) nella quale è maturata l’esperienza dei “Grands Ensembles” italiani. In questa e-mail dell’8 settembre 2003 la ricorda, e invita a fare ragionamenti legati alla realtà.

Posso da profana anche io dire la mia? Magari scriverò una raffica di banalità, ma sento una vaga insofferenza nel leggere gli interventi nel tuo sito, uno dopo l'altro. Facile ora, puntare il dito contro l'architettura comunista, i palazzoni Ina casa e Iacp: ma bisogna ricordare quel che era la condizione abitativa prima degli anni '80. Drammatica. Le lotte per la casa sembrano completamente cancellate dalla memoria, eppure sono state una parte importantissima del movimento operaio e, si direbbe oggi, progressista. Si è costruito in emergenza, forse troppo: vero. Ma senza dimenticare verde e servizi che poi nessuno ha fatto. E non è poco.

Ma ha ragione Vezio De Lucia: quando le case non si gestiscono - oppure: se si gestiscono male, se si mettono ad abitare insieme tutte le famiglie dei carcerati, tutti i tossici nell'altra scala, dall'altra parte tutti i meridionali - non si fa che aggiungere esclusione ad esclusione. Se poi si rinuncia del tutto a mantenere quel minimo di legalità che impedisce ai malavitosi di demolire con il piccone la porta di una casa di un'anziana ricoverata all'ospedale, ecco, in questa situazione neppure Le Corbusier sarebbe in grado di rendere vivibile in quartiere. In più, una certa pigrizia giornalistica che parla di Bronx, e il pasticcio è fatto. Tanto per dire, nel Bronx ci sono zone di qualità urbana più che accettabile. Seconda riflessione. Non sempre la bellezza basta. Ricordate le rapine in villa? E i grandi delitti - più o meno risolti - che vi accadono? Non so perché, ma la paura di chi vive in quelle periferie ricche e opulente, doviziosamente dotate di servizi e verde, è la stessa di chi vive nelle periferie. Allora il problema mi sembra un altro: la criminalità fa paura, sia che venga da fuori, sia che abiti nella porta accanto. Non è questione di urbanistica, né di architettura. Come dimostra la bellissima la villetta di Cogne.

Un altro discorso - inutile aprirlo qui, lo cito solo a margine - sarebbe quello dell'ideale tutto italiano della villetta che ha distrutto agro e campagne. La voglia di far dell'Italia, ricca di tanti centri storici, una finta paperopoli di pretesi ricchi ha prodotto mostri, anche se imbellettettati, e assai scarse possibilità di socialità.

Proviamo a eliminare la questione criminalità. Resta nei quartieri popolari la povertà di servizi e di verde, la povertà di funzioni che rende differente un ragazzo che vive con la piscina comunale a 100 metri a quello che deve prendere il treno per arrivarci, e quindi non ci va. Ma quei quartieri, dalle Vele a Corviale, con i servizi erano stati progettati. Che la qualità urbana sia pessima è anche responsabilità di chi non li ha voluti, o se ne è disinteressato, lasciando che i negozi venissero occupati di notte da disperati senza casa, né ha pensato di offrir loro un'alternativa abitativa. Le Vele? Non sono affatto brutte: pensate se su quelle terrazze ci fossero alberi e rampicanti, pensate se ci si potesse vivere senza paura e senza sbarre, e sfruttare al meglio proprio quel che oggi è la debolezza di quegli edifici: la permeabilità. Se la facilità di accesso diventa il canale con cui la camorra controlla i suoi, sarà un ghetto, e punto. Ma pensate se fosse altro, che so, un residence per studenti fuori sede: la facilità di accesso può diventare facilità di rapporto, e forse persino la nascita di una comunità.

Infine un'ultima disordinata nota. Il patrimonio di edilizia pubblica è privato. E' privato nei fatti, visto che nessuno lo gestisce. Mi piacerebbe sapere quante sono le chiavi che tornano in istituto perché un affittuario è morto. Sospetto pochissime: sia perché c'è un racket che se ne occupa con grande efficienza, sia perché implicitamente non è previsto nemmeno dagli uffici. Nella migliore delle ipotesi capita quindi che l'appartamento di ex periferia ormai diventato semicentrale sia stato affidato cinquant'anni fa alla famiglia di un operaio, e che il figliolo dottore ci faccia il suo studio, ed è solo un esempio. Ancora a margine noterei che molti sono gli esempi di edilizia pubblica più che dignitosa, magari costruiti anche in epoca fascista ma con evidente rispetto per chi ci sarebbe andato ad abitare. Non solo alla Garbatella.

Che ci sia ancora una domanda di case è ovvio, ed è però evidente che ciò non possa essere una buona giustificazione per costruire ancora. Sta di fatto che la domanda più drammatica viene da ceti depauperati di qualsiasi potere, dagli immigrati, dagli emarginati… tanto che persino i Cim faticano a trovare case che ospitino le loro residenze protette. In queste condizioni, ammainare la bandiera dell'edilizia pubblica e lasciare senza alcuna gestione il patrimonio che c'è, come mi pare si faccia nell'indifferenza di tutti, mi sembra una sciocchezza. Una sciocchezza politica, figlia della pochezza dei tempi.

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