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Geraldine Bedell
Richard Rgers: Civiltà del costruire
20 Gennaio 2007
Altri padri e fratelli
Profilo di Richard Rogers, e del suo orientamento allo spazio sociale. The Observer, 12 febbraio 2006 (f.b.)

Titolo originale: Building civilisation – Traduzione di Fabrizio Bottini

Da ragazzo, Richard Rogers era considerato stupido, e fu mandato in una scuola per bambini ritardati. Quando alla fine riuscì ad uscire dal sistema di educazione formalizzato (dopo aver tentato troppo a lungo di superare almeno un esame), fu per diventare uno dei più amati e ammirati architetti della Gran Bretagna. Nominato cavaliere nel 1991, pari nel 1996, ha superato la dislessia per diventare la coscienza dei nostri spazi pubblici, convincendo il paese che la progettazione delle città è sintomo e indicatore di salute sociale. Ha fatto più di chiunque altro per diffondere l’idea che edificando bene si diventa più civili, ci si arricchisce culturalmente ed emotivamente.

La scorsa settimana è stato inaugurato uno dei più importanti progetti mai intrapresi dalla Richard Rogers Partnership (RRP): il nuovo terminal all’aeroporto Barajas di Madrid, più di un milione di metri quadri di edifici, con investimento di un miliardo di Euro. Questo audace hub, disseminato di cortili luminosi e ricoperto da un calmo tetto di bambù conformato come l’ala di un gabbiano, è un tipico progetto di Rogers: integrato nel tessuto urbano, preoccupato non solo dei bisogni della clientela, ma anche di quelli generali della città.

È stata una grande settimana per la RRP, dato che si è aperto alle attività anche il nuovi edificio governativo dell’Assemblea del Galles (che non sarà inaugurato formalmente se non il giorno di San David, il 1 marzo, dal Principe Carlo). Commissionato originariamente nel 1988, l’edificio dell’Assemblea può aver avuto una lunga gestazione, ma valeva la pena di aspettare. La struttura di acciaio, lastre di vetro e legno che si affaccia sul mare, con la sua trasparenza e gli spazi pubblici, sembra pronta a diventare uno dei più bei monumenti moderni della Gran Bretagna.

Non pensereste mai, guardando l’agenda di Lord Rogers, o qualunque altra cosa lo riguardi, che ha superato i settant’anni. Parla anche, velocemente, le parole con l’inflessione italiana che rotolano l’una sull’altra nella fretta di uscirgli dalla testa, probabilmente prima che debba lasciarsele dietro per prendere un altro aereo. Ogni volta che l’ho visto negli ultimi mesi, stava per partire in qualche direzione, soprattutto New York, dove la RRP sta realizzando un centro congressi “grande come Central Park” sulle rive dell’Hudson.

”Quando c’era il concorso per il centro congressi ci hanno detto ‘Se ve lo diamo, capisce che ci aspettiamo lei resti qui 45 giorni senza muoversi?’. Gi ho risposto che ero troppo importante”. Ride, perché è uno scherzo, anche se da un certo punto di vista non lo è affatto. “Ma Ruthie mi ha dato di gomito sussurrando ‘E dai, è New York!’ Così ho accettato”.

Così adesso è bloccato lì, anche se sta con quarto dei cinque figli, che abita in un loft in centro. E riesce anche a sgattaiolare a Londra di tanto in tanto. Ha passato il giorno precedente al nostro colloquio a consultarsi con Ken Livingstone, di cui è uno stretto collaboratore. Il giorno dopo, portava 130 persone dallo studio all’edificio dell’Assemblea in Galles per un “picnic” di celebrazione.

Lavorare a New York è stata un’esperienza strana, racconta Rogers, perché per molto tempo dopo il progetto per il Centro Pompidou, gli era stato chiesto di concentrarsi su un’unica cosa. La maggior parte del tempo, essere presidente della RRP comporta stare al centro di un turbine di attività. Ci sono i grandi progetti, come l’aeroporto di Madrid, o il Terminal Cinque a Heathrow, o il concorso per riprogettare Darling Harbour, a Sydney (sono tra i primi cinque); poi ci sono i progetti piccoli, come una casa da 60.000 sterline (per dimostrare che gli alloggi poco costosi possono essere diversi da un modello disneyano), o un Maggie’s Centre, in fondo alla stessa strada dello studio.

Quest’ultimo sta particolarmente caro a Rogers. Conosceva Maggie Keswick Jencks, nel cui nome si realizzano i centri, prima della scomparsa precoce per cancro al seno. Era un ammiratore del suo classico libro sui giardini cinesi e conosce suo marito, il critico di architettura Charles Jencks. “E a dire il vero – racconta guardandosi attorno qui nel River Cafe – lei tenne una magnifica cena qui quando stava meglio”.

I Maggie's Centres offrono ogni tipo di sostegno non medico per i malati di cancro; questo, sui terreni del Charing Cross Hospital, sarà il primo al di fuori della Scozia, dove Frank Gehry e Zaha Hadid ne hanno progettati altri. E ha il problema di aver creato uno spazio domestico e tranquillo che si affaccia sulla rumorosa e brutta Fulham Palace Road.

E si tratta di un problema, per la RRP, molto più di quanto non sarebbe per molti studi di architettura, perché se c’è qualcosa a mettere insieme i molteplici progetti a varie dimensioni di Rogers, è la preoccupazione per gli spazi fra e attorno agli edifici.

Molto dell’orientamento progettuale oggi, come vi diranno gli osservatori, viene da due soci giovani, Graham Stirk e Ivan Harbour. Ma anche lo stesso Rogers continua ad offrire due contributi fondamentali: la capacità di mettere insieme persone di talento e una grande incombente etica dello spazio pubblico. Rogers mi racconta che la sua novantenne madre adottiva ama stare seduta sui gradini di ingresso della casa (a dire il vero, due case pressate insieme, dove occupa l’alloggio al pianterreno) e guardare il mondo che passa. “Dovremmo poter tutti stare seduti in veranda” dice. È sostanzialmente un essere sociale, che crede nelle possibilità creative di passare il tempo con altre persone. Sua moglie, Ruthie, afferma: “Non ho mai sentito Richard dichiarare ‘ Ho bisogno di più tempo da solo’ e ridendo mi dice che ‘il nostro soggiorno è una piazza’”.

Sostiene di essere capace di concentrarsi anche quando è circondato da persone. “Mi concentro bene. Amo lavorare nei caffè. Quando ero un bambino a Trieste, c’era un piccolo caffè austriaco di fronte al nostro appartamento. C’era un contabile che arrivava tutti i giorni alle 9 del mattino, gli portavano un caffè e un telefono, e lavorava lì tutto il giorno. Quando avevo sei anni, pensavo che quella fosse la vita ideale”.

Richard Rogers è nato in Italia nel 1933 da genitori anglo-italiani. Suo padre era dottore, sua madre ceramista, e da buoni continentali di ceto medio possedevano un arredamento stile Bauhaus. Suo cugino sarà tra i più importanti architetti italiani del dopoguerra. È cresciuto, racconta, “senza la paura del nuovo del dopoguerra inglese”.

La famiglia si trasferisce in Inghilterra nel 1939, ed era un momento non facile per essere italiani alla scuola inferiore, anche senza essere dislessici. E Rogers lo era, profondamente. “L’unico vantaggio di essere dislessico – dice ora – è che non sono mai tentato di guardarmi indietro e idealizzare l’infanzia”. Ricorda di aver dovuto imparare l’inglese – “era abbastanza difficile, e tutti ridevano” – ma non era niente rispetto alla sensazione di essere respinto perché stupido. “La dilessia non era riconosciuta, e così la conclusione era che eri incapace di pensare. Ho perso fiducia. È stato un grave limite, per quasi vent’anni della mia vita”.

Ora che è circondato da persone che possono selezionare la sua pronuncia e sintassi, dice che l’unica traccia visibile e fastidiosa della sua dislessia è qualche “occasionale vuoto di parola, se sto parlando con due o tre persone. Qualche volta, che c’è Ruthie, semplicemente riempie quel vuoto. Ma la cosa curiosa è che non succede quando sto tenendo una conferenza, e comunque quando sono sotto pressione”.

Non vuole dare troppo peso alla parte italiana della sua cultura, ma seduti nel ristorante River Cafe di sua moglie, è difficile non farci caso. Ama il cibo. La cucina di sua madre ha influenzato sia Ruthie che Rose Gray, la socia nel River Cafe. È vestito benissimo in un soffice maglione di cashmere color limone, una tonalità in cui pochi inglesi sarebbero completamente a proprio agio. E anche se ricorda di essere stato in imbarazzo per i vestiti a colori sgargianti di sua madre quando era alle scuole medie, ora dice: “Non capisco perché tutti debbano vestirsi di nero, grigie e bianco”.

È il Signor Piazza, felice in piazza e per strada, a conversare, a confrontarsi con altre persone. E la famiglia ha una profonda importanza per lui, come una passione. I due si sono scontrati, quando ha incontrato Ruthie. Lui era a metà del trent’anni, lei ne aveva 19, studentessa americana di arti in anno sabbatico. Lui era sposato, con Su Brumwell, che era anche sua socia di studio (avevano fondato Team 4 con Norman Foster e sua moglie, Wendy) e avevano tre figli piccoli.

Sembra che in qualche modo lui abbia fatto un compromesso dove stanno al primo posto sia la passione che la famiglia. Parla di Su con gratitudine un paio di volte nel corso della conversazione. Con Ruthie, nel frattempo, restano vicini a tutti e cinque i figli e nove nipoti. Quando gli faccio presente che anche il ruolo di primo piano della famiglia potrebbe essere una cosa italiana, risponde: “Non so da dove venga. Ruthie è molto simile a me in questo, ed è ebrea. C’è anche una tradizione ebrea della famiglia, ma se è per questo non tutte le famiglie italiane o ebree sono unite. Mia madre era molto legata alla famiglia. E io amo stare coi miei figli”.

Anche lo studio, non è molto diverso da una famiglia. Beviamo qualcosa insieme il venerdì sera e facciamo un sacco di cose come andare domani in Galles a celebrare. Praticamente non c’è nessuno che se ne va”. Robert Booth, direttore di Building Design, dice: “La tecnica di Rogers è di creare un piccolo cerchio magico all’interno del quale è molto bello stare, e all’esterno del quale ci si sente molto a disagio. Se si dovesse tracciare un albero genealogico dei suoi collegamenti – e un alcuni casi si tratta davvero di un albero di famiglia – si otterrebbe una rete molto potente che si estende agli affari e alla politica”.

Vedendo poca divisione fra lavoro, tempo libero e famiglia, e tentando costantemente di erodere quella che ancora esiste, vuole continuare a lavorare per sempre? “No. Abbiamo uno statuto che dice dopo i 70 anni, il presidente deve rinnovare il mandato ogni anno. Quindi, in qualche momento [i suoi occhi brillanti scintillano ancora di più], probabilmente decideranno che ne hanno avuto abbastanza di me. Parte del mio lavoro è preparare quel passaggio di funzioni. Ma mi piace pensare che sarò in grado di fare qualche tipo di lavoro, anche se non sono presidente”. C’è un punto di domanda dal punto di vista professionale, sulla possibilità dello studio di continuare ad operare con successo anche senza di lui, afferma Booth : “non per mancanza di capacità, che è indiscutibile, ma perché tanta dell’attività si basa su potere e reti di relazione in tutto il globo”.

Oltre ad avere avuto la possibilità di costruire in tutto il mondo, una delle prime generazioni di architetti per cui ciò è stato possibile, ed è un bel traguardo per chi non riusciva ad avere i massimi punteggi a scuola, è diventato un’importante voce dal punto di vista politico, contro i costruttori avidi e senza immaginazione, contro l’urbanistica incompetente, insistendo sul fatto che una buona progettazione conduce all’inclusione sociale.

Lo scorso autunno, ha pubblicato una versione aggiornata del rapporto Urban Task Force, studio del gruppo di lavoro di nomina governativa che ha coordinato sei anni fa. L’incarico all’epoca era di riferire sullo stati dei centri urbani nazionali. L’aggiornamento loda la nuova attenzione della politica per le città, ma avverte contro un’edificazione troppo scoordinata e kitsch, oltre che di basso livello (“abbiamo gli standards residenziali peggiori dell’intera Europa occidentale”), i troppi organismi sovrapposti responsabili per la rigenerazione urbana, oltre alla mancanza di potere concreto da parte delle amministrazioni cittadine e regionali, e la costante tendenza alle enclaves monoculturali. Si tratta di una denuncia decisa, con pungenti implicazioni politiche.

Alcuni critici giudicano che Rogers stia battendo sullo spesso punto da troppo tempo. Ma di fronte alla crescente infiltrazione suburbana, all’americanizzazione delle città, la sua fede nella città come grande piazza non può che rinnovarsi. Naturalmente, non tutti hanno sempre ammirato sia le sue architetture che i suoi punti di vista. Il Principe Carlo per un certo periodo è stato piuttosto ostile. “Ha avuto un’influenza sfavorevole. Alla fine abbiamo perso parecchio lavoro, come risultato immediato. Ma su queste cose si diventa fatalisti. Quando stavamo facendo il Centro Pompidou, non abbiamo avuto un articolo favorevole sulla stampa per tutti i sei anni, salvo n pezzo davvero memorabile sul New York Times. Siamo stati fatti a pezzi sino al giorno in cui si sono aperte le porte. Allora da un giorno all’altro i media hanno cambiato atteggiamento. È pericoloso prendersela troppo a cuore per le cose che dicono su di noi: sia le buone che le cattive. Il giudizio su quello che si fa deve venire da più vicino.

”Nessuno ama essere attaccato direttamente. Ruthie mi dice di non leggere la cattiva stampa, ma è difficile non farlo. Però la dislessia mi ha fatto capire che chi dice “ ma non puoi fare questo” non conta davvero molto. Non li prendo troppo sul serio, questi “no”.

nota: qui alcuni estratti dal rapporto Urban Task Force

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