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Norman Mailer
Questa nazione che va alla caccia dei demoni
21 Maggio 2004
Articoli del 2003
Un articolo terribile e bellissimo di Norman Mailer: uno scrittore americano racconta l’America di oggi, e i rischi del suo/nostro possibile destino. Che cosa è la democrazie? Si può esportare? Per essa si può sacrificare la vita? Forse è il momento di porsi queste domande. Da Repubblica del 7 marzo 2003.

È probabilmente vero che all’origine dell’attuale impulso dell’amministrazione ad entrare in guerra, i legami tra Saddam Hussein e Osama Bin Laden avevano importanza minima. A giudicare dalle apparenze, dovevano diffidare l’uno dell’altro. Dal punto di vista di Saddam, Bin Laden era un seccatore della peggior risma, un fanatico religioso, vale a dire una mina vagante, un guerriero incontrollabile. Per Bin Laden, Saddam era un bruto irreligioso, un pazzo squilibrato le cui imprese rischiose erano invariabilmente destinate a fallire.

I due erano anche in competizione. Ciascuno mirava a controllare il futuro del mondo musulmano; Bin Laden, plausibilmente, per la maggior gloria di Allah, e Saddam per il diletto terreno d’estendere il suo potere. Ai vecchi tempi, nel XIX secolo, quando i britannici avevano il loro impero, il Raj avrebbe saputo mettere quei due l’uno contro l’altro. Era la vecchia regola di molti manicomi vittoriani: lasciare che i pazzi facciano a cazzotti per poi saltare addosso ai pochi che restano.

Oggi però i propositi sono diversi. La sicurezza è considerata incerta in assenza di un’igiene marziale assoluta.

Così la prima reazione americana all’11 settembre fu quella di distruggere Bin Laden e Al Qaeda. Quando però la campagna in Afghanistan non approdò alla cattura del principale protagonista, e si rivelò incapace, anzi, di determinare se egli fosse vivo o morto, si dovette cambiare gioco. La nostra Casa Bianca decise che il nocciolo del problema era altrove. Non Al Qaeda, ma l’Iraq.

I leader politici e gli uomini di Stato sono persone serie anche quando sembrano folli, e raramente li sorprendi ad agire in assenza di qualche ragione più profonda da presentare a se stessi. Cercherò di comprendere quale sia agli occhi del presidente e della sua corte la logica dell’avventura attuale. (...)

Passando rapidamente in rassegna i due anni trascorsi dall’insediamento di George W. Bush si può gettare un po’ di luce sul motivo per cui siamo al punto in cui siamo. Bush assunse l’incarico a fronte di una possibile recessione e dello sgradevole sentore della sua investitura grazie ad un’elezione la cui migliore definizione sarebbe "legittima–illegittima". (...)

Se la legittimità di Bush fu quindi in discussione fin dall’inizio, le sue prestazioni da presidente suscitavano dileggio. Quando parlava a braccio, suonava troppo semplice. Quando subalterni dotati di un miglior eloquio gli scrivevano i discorsi, aveva difficoltà ad adeguarsi al linguaggio.

Poi venne l’11 settembre. C’è qualcosa di simile alla fortuna mandata dal cielo nelle vicende umane. (Nota anche come fortuna diabolica). L’11 settembre cambiò tutto. Fu come se i nostri televisori avessero preso vita. Per anni avevamo guardato spettacolari rappresentazioni di catastrofi in Tv, divertendoci. Eravamo isolati. Una centesima parte di noi poteva entrare nel televisore e vivere con la paura. Poi, all’improvviso, l’orrore si era dimostrato reale. Dei e demoni stavano invadendo gli Usa, entrando direttamente dal teleschermo. Questo può in parte spiegare lo strano senso di colpa che tanti avvertirono dopo l’11 settembre. Era come se incalcolabili forze divine fossero in violenta eruzione.

E, ovviamente, non eravamo in condizione di sentirci privi di colpe riguardo all’11 settembre. La folle smania di far soldi degli anni '90 non è mai stata completamente scevra del nostro penetrante senso di colpa americano. Eravamo felici di essere ricchi ma continuavamo a sentirci in colpa. Siamo una nazione cristiana. L’opinione di un gran numero di buoni cristiani in America è che non siamo fatti per essere così ricchi. Non era necessariamente questa la volontà di Dio. Di certo non quella di Gesù. Non si pretende che tu accumuli un monte di grana. Saresti tenuto a dedicare la vita ad atti di altruismo. Questa era ancora per metà la psicologia del buon cristiano. L’altra metà, prettamente americana, era, come sempre: batti tutti. Si può fare un’osservazione crudele, ma plausibilmente corretta: essere un americano tradizionale significa vivere da ossimoro. Sei un buon cristiano ma ti sforzi di restare dinamicamente competitivo. Naturalmente Gesù e Evel Knievel non si armonizzano troppo bene in un’unica psiche. La frenesia e la colpa umana assumono forme prettamente americane.

Già prima dell’11 settembre molte cose erano peggiorate. Dalla seconda guerra mondiale l’architettura spirituale dell’America poggiava sui pilastri delle nostre istituzioni di sicurezza, una sorta di miti, tra cui spiccavano l’Fbi e la Chiesa cattolica, pari per straordinaria se pur intangibile statura, alla Costituzione e alla Corte suprema.

Ora tutto questo veniva a subire un tremendo scossone. Il caso Hanssen, scoppiato nel febbraio 2001, puntò i riflettori su vecchi e nuovi scandali dell’Fbi. Robert Hanssen, cattolico ultradevoto, era stato una talpa sovietica per quindici anni. Nessuno all’Fbi riusciva a crederci. Sembrava il più puro degli anticomunisti puri. Poi, dopo l’11 settembre, vennero le cause per pedofilia contro la Chiesa cattolica, il che aprì una ferita abissale in molte famiglie di buoni cattolici. Di certo lese gravemente la reputazione del clero. Come poteva ormai un uomo giovane o di mezza età in abito religioso camminare per strada senza patire i finti sorrisi e gli sguardi sfuggenti dei parrocchiani che incontrava?

E poi ci fu la borsa. Continuava a sprofondare. La disoccupazione cresceva, lenta e costante. Gli scandali videro coinvolti gli amministratori di imprese sempre più prestigiose.

Dalla fine della seconda guerra mondiale l’America era rassegnata alla continua espansione della grande impresa nella vita americana. Per gli Stati Uniti era la mucca da mungere. Ma era anche una mucca immonda che emetteva gas putridi di menzogna e manipolazione attraverso l’estrema enfasi posta sulla pubblicità. Ignora il prodotto ma inchinati al marketing. Il marketing era una bestia e una forza che riusciva ad allontanare l’America da molti di noi. Riusciva a rendere il mondo un luogo peggiore in cui vivere. Basta citare l’architettura in verticale a cinquanta piani, ispirata nella forma quanto un pacchetto di Kleenex, centri commerciali circondati da bassi condomini, superstrade su panorami desolati e sotto tutto la cappa della plastica, ubiqua plastica, fatta per ottundere la sensibilità tattile dei bambini. Grazie al livello a cui abbiamo esportato questo schifo in tutto il globo avevamo già in pugno una sorta di egemonia mondiale. Esportavamo il dilagante vuoto estetico delle più potenti corporation americane. Non si costruivano nuove cattedrali per i poveri, solo casermoni urbani di sedici piani che pesavano sull’anima come prigioni.

Poi gli imbrogli e la corruzione delle corporation vennero più chiaramente a galla, scandalo dopo scandalo. Era il trionfo dell’avidità economica. E quel che è peggio, raggiungeva il massimo ai vertici. Le prime pagine di tutti gli inserti economici rivelavano comportamenti criminali. Senza l’11 settembre George W. Bush avrebbe vissuto il malessere ininterrotto di una sempre peggiore pubblicità mediatica. Si potrebbe anche dire che l’America stava incassando una serie di colpi non del tutto sproporzionati rispetto a ciò che accadde ai tedeschi dopo la prima guerra mondiale, quando arrivò l’inflazione a spazzar via il concetto fondamentale che quel popolo aveva di sé, che cioè se lavoravi sodo e risparmiavi avresti avuto una vecchiaia decorosa. Verosimilmente Hitler non sarebbe mai salito al potere, dieci anni più tardi, in assenza di quell’inflazione galoppante. L’11 settembre ha agito in modo paragonabile sul senso di sicurezza americano.

Il conservatorismo si stava avviando ad uno spartiacque. I conservatori vecchio stampo, come Pat Buchanan pensavano che l’America dovesse restare se stessa e cercare di risolvere i problemi che eravamo attrezzati a risolvere. Buchanan era il leader di quelli che si potrebbero definire " old-value conservatives", conservatori legati ai vecchi valori, che credono nella famiglia, nel paese, nella fede, nella tradizione, nella patria, nel duro e onesto lavoro, nel dovere, nella fedeltà e in un bilancio equilibrato. Le idee, opinioni, e predilezioni di George W. Bush dovevano essere, in gran parte, incompatibili con il conservatorismo di Buchanan.

Bush apparteneva a una destra di stampo diverso. Il divario tra la sua scuola di pensiero e quella dei conservatori legati ai valori potrebbe ancora produrre nella destra una dicotomia netta quanto le differenze tra comunisti e socialisti dopo la prima guerra mondiale. I flag conservatives, conservatori legati alla bandiera, aderivano formalmente ad alcuni valori conservatori, ma in fondo di molti non gliene importava nulla. Se continuavano ad usare alcuni termini era per non restringere la propria base politica. Usavano la bandiera. Adoravano parole come "il male". Una delle maggiori pecche nella retorica di Bush (per attingere a quella cornucopia) era l’uso del termine "il male" come se fosse un pulsante da premere per aumentare il proprio potere. Quando la gente ha un catetere venoso innestato per la somministrazione di un narcotico antidolorifico a richiesta, sono pochi quelli che tengono premuto il pulsante. Bush usa il male come narcotico per quella fetta dell’opinione pubblica che si sente più angustiata. Naturalmente, dal suo punto di vista, lo fa perché pensa che l’America sia il bene. Teme anche che stia diventando sempre più dissoluta e l’unica soluzione è forse – parole terribili, potenti e quasi sacre – lottare per l’Impero Mondiale. Dietro l’impulso ad entrare in guerra con l’Iraq c’è il desiderio di avere un’ingente presenza militare nel vicino oriente come trampolino per assumere il controllo del resto del mondo.

Se questa è una considerazione di vasta portata, permettetemi di dimostrarne la fondatezza. Alle radici del conservatorismo di bandiera non c’è follia ma una logica non dichiarata. Anche se non mi trova certo d’accordo, questo conservatorismo è logico, se se ne accettano le premesse. Dal punto di vista di un cristiano militante, l’America sta marcendo. L’intrattenimento offerto dai media è dissoluto. Ombelichi nudi rimbalzano su tutti i teleschermi, espliciti come occhi sbarrati di animali selvaggi. Siamo arrivati al punto che i ragazzi non sanno leggere, ma di certo sanno scopare. Così se l’America dovesse diventare una macchina militare internazionale tanto imponente da conquistare tutti gli impegni, il fatto che la libertà sessuale americana, tutta quella confusione di gay, femministe, lesbiche, travestiti, verrà considerata un eccesso di lussuria e verrà riposta di nuovo nel cassetto sarà di vantaggio alla Casa Bianca. Valori come impegno, patriottismo e dedizione torneranno a permeare ancora una volta l’intera nazione (con tutta l’ipocrisia che li accompagna). Una volta che saremo diventati l’incarnazione nel ventunesimo secolo dell’antico impero romano, la riforma morale potrà rientrare nel quadro. I militari sono ovviamente più puritani dei media di intrattenimento. I soldati sono naturalmente più folli della media degli individui, soprattutto in battaglia e fuori, ma il comando superiore esercita una grande pressione quotidiana su di loro e potrebbe esercitare una sorta di potentissima censura sulla vita civile.

Per i conservatori legati alla bandiera, la guerra oggi appare la migliore delle possibili soluzioni. Gesù e Evel Knievel dopo tutto potrebbero riuscire ad armonizzarsi. Combatti il male, combattilo fino alla morte! Usa quel termine quindici volte in ogni discorso.

C’è una mistica folle che affascina gli americani: l’idea che possiamo fare qualunque cosa. Sì, dicono i flag conservatives, saremo in grado di affrontare ciò che verrà. Abbiamo la tecnologia e le potenzialità necessarie. Domineremo gli ostacoli. E sono davvero convinti non solo che l’America sia in grado di governare il mondo, ma che debba farlo. Se non ci sarà questo impegno nei confronti dell’impero, il paese finirà nella fogna, seguito dal mondo. Questo, direi, è il principale elemento che sottende al progetto iracheno e i flag conservatives forse non sono neppure interamente consapevoli della sua portata, non tutti. Non ancora.

Inoltre Bush può contare su alcuni altri sentimenti. Tanto per cominciare buona parte dell’orgoglio americano riposa oggi sul treppiedi dei soldi, dello sport e dell’esibizione marziale. Qualcosa come un terzo dei nostri più grandi stadi di atletica e arene portano il nome di grandi imprese – Gillette e FedEx non sono che due di una ventina di esempi. Il Super Bowl della Nfl quest’anno ha potuto avere inizio solo dopo che una bandiera americana grande quanto l’intero campo da football è stata rimossa dal tappeto erboso. Sopra le teste l’aeronautica Usa ha regalato il fremito di una grande V. Nell’intervallo il Super Bowl era una festa animata dalle gioie putative della battaglia. Probabilmente metà dell’America prova un desiderio inespresso di andare in guerra. Soddisfa la nostra mitologia. L’America, in base alla nostra logica, è l’unica forza a favore del bene che può rimediare al male. George W. Bush è abbastanza accorto da risolvere questa equazione da solo. Egli forse sa intuire meglio di chiunque altro in che modo una guerra con l’Iraq soddisferà la nostra dipendenza dai programmi televisivi drammatici in onda in tv. La guerra è anche un potente intrattenimento televisivo.

Ancor meglio è in maniera più diretta (anche se non è affatto diretta) una guerra con l’Iraq gratificherà il nostro bisogno di vendicare l’11 settembre. Non importa che l’Iraq non sia il colpevole. Basta che Bush ignori l’evidenza. Cosa che fa con tutto il potere di un uomo che non ha mai provato imbarazzo di se stesso. Saddam, nonostante tutti i suoi crimini, non ha messo lo zampino nell’11 settembre, ma il presidente Bush è un filosofo. L’11 settembre è il male, tutto il male è collegato. Ergo, Iraq.

Nel lontano 1992, un anno dopo il crollo definitivo dell’Unione Sovietica, furono in molti nella destra americana, flag conservatives della prima ora, ad avvertire che si stava presentando una straordinaria opportunità per dominare il mondo. Il dipartimento della difesa stilò un documento in cui gli Stati Uniti erano visti, per citare Jay Bookman, dell’ AtlantaJournal-Constitution, come "un colosso a cavalcioni del mondo che impone il suo volere e mantiene la pace mondiale attraverso il potere militare ed economico. Quando la proposta trapelò nella sua formulazione finale di progetto suscitò tante e tali critiche che venne ritirata in fretta e furia e ripudiata dal primo presidente Bush. Nel 1992 il segretario alla difesa era Dick Cheney e il documento venne steso da Paul Wolfowitz che all’epoca era sottosegretario alla difesa per la politica". Oggi è vice segretario alla difesa sotto Rumsfeld.

In seguito, dal 1992 al 2000 questo sogno di dominio mondiale non venne raccolto dall’amministrazione Clinton e ciò forse aiuta a spiegare l’astio intenso, addirittura velenoso, che tanti esponenti della destra provarono in quegli otto anni. Se non fosse per Clinton, l’America potrebbe governare il mondo.

Ovviamente quel documento "Progetto per un Nuovo Secolo Americano" elaborato prematuramente nel 1992, dopo l’11 settembre divenne la politica dell’amministrazione Bush. I flag conservatives erano trionfanti. Potevano cercare di conquistare il mondo. Se questa ipotesi è ben fondata allora l’Iraq rappresentava solo il primo passo. Al di là sull’orizzonte storico, non c’erano solo l’Iran, la Siria, il Pakistan e la Corea del Nord, ma anche la Cina.

Naturalmente non ogni singolo paese doveva essere sottomesso. Alcuni dovevano solo essere dominati. Bastava una mutua e stabile intesa. Parlare di una Cina in simbiosi con noi è fare un’affermazione di portata troppo ampia senza una qualche proiezione sulle cause e ragioni possibili. E’ plausibile che alcuni dei più brillanti neo-conservatori vedano delle spaventose possibilità nel nostro sviluppo tecnologico. Difficilmente può finire con l’Iraq e il vicino oriente. Maggiori spettri e pericoli non militari si profilano per il futuro. Lo evidenzia un pezzo di Scott A.Bass pubblicato sul Boston Globe a fine gennaio.

"Per la ricerca e lo sviluppo nei settori chiave della scienza, tecnologia, ingegneria e matematica le università americane puntano fortemente sugli studenti stranieri. Il numero dei laureati nazionali titolari di specializzazione in questi settori è insufficiente a soddisfare il nostro fabbisogno economico, strategico e tecnologico. Il fiume dei giovani scienziati e ingegneri americani si è ridotto ad un rigagnolo, molti altri paesi industrializzati contano su una ben più ampia percentuale di studenti in questi settori(...)".

I flag conservatives forse si augurano di mandare alla Cina un messaggio di questo genere: Sentite un po’, voi cinesi siete molto intelligenti. Ve lo diciamo noi che ne capiamo! Gli studenti asiatici sono fatti per la tecnologia. La gente che ha vissuto vite sommerse adora la tecnologia. Non hanno comunque possibilità di svago, apprezzano quindi l’idea del potere cibernetico direttamente sulla scrivania. Per loro la tecnologia è l’ideale. Possiamo essere d’accordo su questo. Tenetevi pure la vostra tecnologia, vi auguriamo successo. Ma, cara Cina, mettitelo in testa: noi abbiamo sempre il potere militare. Il massimo cui voi cinesi potete aspirare è diventare schiavi greci di noi romani. Vi tratteremo bene. Vi considereremo della massima importanza per noi, eminentemente importanti. Ma non cercate di elevarvi al di sopra di quello che sarà il vostro posto. Il massimo che possiate sperare è di diventare i nostri greci". (...)

Naturalmente terrorismo e instabilità sono il rovescio della medaglia dell’impero. Se i governanti sauditi hanno avuto paura dei loro mullah, temendo che potessero incitare il terrorismo, come sarà il mondo musulmano una volta che noi, il Grande Satana, saremo lì in persona a dominare il vicino oriente?

Poiché l’amministrazione non può essere certo ignara dei pericoli, è tristemente verosimile che Bush e Company siano pronti ad un grande attacco terroristico. E a qualsivoglia numero di attacchi minori. In ogni modo il potere di Bush ne uscirà rafforzato. L’America tornerà a stringersi intorno a lui. Sembra già di sentirlo: "Oggi sono morti dei buoni americani. Vittime innocenti del male hanno versato il loro sangue. Ma noi trionferemo. Siamo d’accordo con Dio". Con un linguaggio del genere qualunque perdita è una vittoria.

Eppure, per quanto andrà avanti il terrorismo, lo farà il suo substrato e sarà orrore all’ennesima potenza. A rendere possibile la deterrenza durante la guerra fredda non fu solo il fatto che entrambe le parti avevano tutto da perdere, ma anche il fatto che nessuna delle parti aveva la certezza di poter contare su un essere umano che girasse l’interruttore apocrifo. In quel senso non si poteva fare affidamento su alcun piano finale. Come potevano le due superpotenze avere la certezza che l’essere umano del tutto affidabile scelto per premere il bottone si dimostrasse affidabile al punto da distruggere l’altra metà del mondo? Una nuvola nera poteva calare su di lui all’ultimo momento. Poteva cadere a terra prima di poter eseguire l’atto. Ma questo non si applica ad un terrorista. Se egli è pronto ad uccidersi può essere pronto anche a distruggere il mondo. Le guerre che abbiamo conosciuto fino a quest’epoca, non importa quanto orribili, potevano darci almeno la consapevolezza che sarebbero finite. Il terrorismo però non è interessato ai negoziati. Il suo motto è piuttosto non fermarsi fino alla vittoria. Poiché il terrorista non può trionfare non può smettere di essere un terrorista. I terroristi sono un nemico vero, molto più fondamentale in realtà dei paesi del terzo mondo dotati di potenzialità nucleari che invariabilmente appaiono sulla scena pronti a convivere con la deterrenza e i suoi esiti intrinseci - accordi dopo anni o decenni di braccio di ferro passivo e dure contrattazioni.

Se molto di ciò che ho detto fin qui è proiezione da romanziere del mio concetto di mentalità neoconservatrice – come posso replicare negandolo? – il polo opposto della campagna dei flag conservatives per l’invasione dell’Iraq è che trova il sostegno dei liberali. Parte dei media liberali, il New Yorker, il Washington Post, e alcuni autori sul New York Times sono concordi con Hillary Clinton e Diane Feinstein, il senatore Joe Lieberman e il senatore Kerry nell’accettare l’idea che forse dopo tutto possiamo portare la democrazia in Iraq. (...)

La versione alla Bill Clinton dell’arroganza oltreoceano è tuttavia sempre presente. La tesi secondo cui, dato che siamo riusciti a costruire la democrazia in Giappone e in Germania, possiamo costruirla ovunque, non regge necessariamente. Il Giappone e la Germania erano paesi con una popolazione omogenea e una lunga tradizione come nazioni. Entrambe erano gravate da sensi di colpa per i saccheggi operati dai loro soldati in altre terre. Erano quasi completamente distrutti, ma avevano le braccia e le capacità per ricostruire le proprie città. Gli americani che operavano per costruire quelle democrazie erano imbevuti del New Deal di Roosevelt.

L’Iraq invece non è mai stato una vera e propria nazione. Dopo la prima guerra mondiale i britannici misero insieme un’accozzaglia di Sunniti, Sciiti, Curdi e Turcomanni che, nella migliore delle ipotesi, nutrivano intensa diffidenza nei confronti l’uno dell’altro. L’esito più probabile sarebbe forse una situazione simile alla divisione dell’Afghanistan tra i vari signori della guerra.

Nessuno ha l’autorità di asserire che vi si può costruire la democrazia, tuttavia l’arroganza resta. A quanto sembra non si comprende che fatta eccezione per particolari circostanze, non ci è dato di creare la democrazia in un altro paese per semplice forza di volontà.

La vera democrazia scaturisce da molte impercettibili battaglie umane individuali combattute per decenni e alla fine per secoli, battaglie che riescono a costruire tradizioni. L’unica difesa della democrazia, in fin dei conti, sono le tradizioni di democrazia. Se si inizia ad ignorare questi valori, si mette in gioco una nobile e delicata struttura. Non esiste nulla di più bello della democrazia. Ma non è una cosa con cui giocare. Non si può avere la presunzione di andare a far vedere agli altri che magnifico sistema possediamo. Questa è mostruosa arroganza.

Poiché la democrazia è nobile, è sempre messa a rischio. La nobiltà in effetti è sempre in pericolo. La democrazia è effimera. Personalmente sono dell’opinione che la forma di governo naturale per gran parte delle persone, dati gli abissi di abiezione della natura umana, sia il fascismo. Il fascismo è una condizione più naturale della democrazia. Dare allegramente per scontato che possiamo esportare la democrazia in qualunque paese vogliamo può servire paradossalmente ad incoraggiare un maggior fascismo in patria e all’estero. La democrazia è uno stato di grazia ottenuto solo da quei paesi che dispongono di un gran numero di individui pronti non solo a godere della libertà ma a sottoporsi al pesante onere di mantenerla.

Il bisogno di tesi forti può farci cadere in molti abissi di errore. Io potrei ad esempio essere totalmente in errore circa le motivazioni profonde dell’amministrazione. Forse non è interessata all’impero quanto a tentare in buona fede di salvare il mondo. Possiamo star certi che questa è la convinzione di Bush e dei suoi seguaci. Quando sono in chiesa la domenica ne sono talmente convinti che gli vengono le lacrime agli occhi. Naturalmente sono le azioni degli uomini e non i loro sentimenti a fare la storia. (...)

Parlando al Senato, Russell Byrd ha detto: "Molti dei pronunciamenti di questa amministrazione sono scandalosi. Non c’è altro termine. Eppure questa camera resta in un silenzio ossessionante. Mentre siamo forse a un passo dall’infliggere morte e distruzione alla popolazione irachena, una popolazione, potrei aggiungere, composta per più del 50% da minori di 15 anni – questa camera resta in silenzio. Forse è solo questione di giorni perché inviamo migliaia di nostri connazionali ad affrontare inimmaginabili orrori chimici e biologici, e questa camera tace. Alla vigilia di un possibile feroce attentato terroristico in risposta al nostro attacco all’Iraq, il Senato degli Stati Uniti si occupa di normale amministrazione.

"Davvero «vaghiamo come sonnambuli nella storia». Nel profondo del cuore prego che questa grande nazione e i suoi bravi e fiduciosi cittadini non siano destinati ad un brusco risveglio.

"Devo sinceramente mettere in discussione l’opinione di un presidente che riesce a dire che un massiccio intervento militare non provocato contro una nazione composta per più del 50% da bambini sia parte delle «più alte tradizioni morali del nostro paese». Questa guerra non è necessaria in questo momento. Sembra che le pressioni stiano dando buoni risultati in Iraq. La sfida che ci attende ora è trovare un’elegante via d’uscita dal recinto che abbiamo costruito da soli. Forse è ancora possibile, concedendo più tempo".

Se io fossi il difensore karmico di George W. Bush sosterrei che la migliore opportunità per lui di evitare la condanna come spacciatore di falsa moralità sarebbe pregare nell’aldilà che la giuria non riesca a mettersi d’accordo sul verdetto.

Quanto a quelli di noi che non hanno intenzione di dipendere dal potere della preghiera, faremmo bene a trovare un baluardo da poter difendere per quelli che possono essere terribili anni a venire. Continuerà a valerne la pena. La democrazia, lo ripeto, è la forma più nobile di governo che abbiamo finora sviluppato e possiamo anche iniziare a chiederci se siamo pronti a soffrire, persino a morire per essa, piuttosto che prepararci a vivere l’esistenza inferiore di mega governi delle banane che conducono i loro mega affari facendo del loro meglio per impossessarsi dei nostri sogni frustrati. (Traduzione di Emilia Benghi)



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