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Giuseppe D?Avanzo
Quei segnali non capiti
18 Agosto 2005
Articoli del 2004
"All'opinione pubblica si continua a ripetere che la nostra è una missione di pace. Che siamo lì per sostenere il popolo iracheno. Che mandiamo lì acqua e medicinali. Chiudiamo gli occhi sulle distruzioni, sulla morte degli innocenti. Ci rendiamo così incomprensibile l'odio che una parte del popolo iracheno ci riserva. È l'odio che stanotte ha ucciso anche Enzo Baldoni, un amico del popolo iracheno". La Repubblica, 27 agosto 2004. L'immagine da Bloghdad

FIN dal primo momento, il sequestro di Enzo Baldoni è apparso una questione terribilmente seria. Se soltanto si fossero colti i segnali e le informazioni dei governi occidentali e delle intelligence. L'Esercito Islamico dell'Iraq è una sigla che già ha dato prova della sua risolutezza e disseminato le tracce di un lucido e maligno disegno politico. Il disegno politico è già stato al centro delle analisi e delle preoccupazioni dei case officer dell'intelligence americana. Il piano di attacco - subdolo, perché concentrato su individui spesso isolati in Iraq dai propri paesi - prevede di tenere sotto pressione i governi che, pur partecipando all'iniziativa irachena angloamericana, scontano in patria una forte opposizione dell'opinione pubblica alla guerra.

Era già accaduto con le Filippine, quando, il 7 luglio, Angelo Della Cruz, un autista, era stato sequestrato dall'esercito islamico. Il governo di Manila appariva agli occhi dei terroristi iracheni un "anello debole" - la definizione è del Dipartimento di Stato - della Coalizione.

Un sequestro, una minaccia di morte, il lungo tira e molla dei video e dei nuovi ultimatum, nelle intenzioni dei sequestratori, avrebbe dovuto spezzare la determinazione del Presidente Arroyo. In quel caso, così è stato. Il 20 agosto, Manila annuncia il ritiro dei 51 militari del contingente filippino.

Come già è stato rilevato, non è che 51 soldati in meno producessero gran danno alla coalizione angloamericana. Ma, da un punto di vista politico, il rientro in patria di quel contingente era - sono parole degli uomini del Dipartimento di Stato - "il più grande successo politico raccolto in Iraq dall'inizio dell'invasione del marzo 2003".

Un successo che, era facile prevedere, sarebbe stato tentato di nuovo. Contro un altro degli "anelli deboli" delle forze e dei governi presenti in Iraq, accanto a Washington e Londra. Le intelligence occidentali non avevano dubbi che l'Italia poteva essere il Paese bersaglio di una nuova iniziativa dell'Esercito Islamico dell'Iraq. La nera previsione è diventata concreta prima del previsto. Sono subito dunque apparse irresponsabili gli atteggiamenti di leggerezza di personalità della maggioranza e di esponenti di organizzazioni, come la Croce rossa italiana, presenti in Iraq. Nelle poche ore che gli assassini hanno concesso all'Italia per tentare di trovare una soluzione alla crisi, nessuno è parso rendersi conto che questo sequestro era (se possibile) più serio, più drammatico di quello affrontato 4 mesi fa con la morte di Fabrizio Quattrocchi da Stefio, Cupertino e Agliana.

Ed era più serio perché il sequestro di Enzo Baldoni era dichiaratamente politico ed esplicitamente si iscriveva in una logica politica e militare. Tutti invece hanno voluto chiudere gli occhi dinanzi alla realtà. Fonti del governo si affannavano appena qualche ora fa a diffondere fiducia e ottimismo, nella convinzione che i canali aperti nel sequestro dei 4 body guard fossero utili anche in questa nuova circostanza. Come il commissario straordinario della Croce rossa italiana Maurizio Scelli, che appariva impegnato ad annunciare una rapida conclusione del rapimento.

Purtroppo non si è voluta guardare la realtà e ancora oggi l'ipocrisia sembra governare il dibattito pubblico sulla nostra presenza in Iraq e le aggressioni che questa provoca contro cittadini italiani, che per un motivo o per un altro, per lavoro o per solidarietà, decidono di andare in quel Paese. All'opinione pubblica si continua a ripetere che la nostra è una missione di pace. Che siamo lì per sostenere il popolo iracheno. Che mandiamo lì acqua e medicinali. Chiudiamo gli occhi sulle distruzioni, sulla morte degli innocenti. Ci rendiamo così incomprensibile l'odio che una parte del popolo iracheno ci riserva. È l'odio che stanotte ha ucciso anche Enzo Baldoni, un amico del popolo iracheno.

L'immagine è tratta dal sito di Enzo Baldoni, Bloghdad

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