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Antonietta Mazzette
Quando la politica diventa violenza
27 Gennaio 2008
Rifiuti di sviluppo
Riflessioni sui risvolti sociali degli inquietanti eventi legati alla "emergenza" rifiuti campana, ora nazionale ed evidentemente non solo ambientale (f.b.)

L’emergenza rifiuti in Campania e tutto ciò che si sta accompagnando in questi giorni a contorno, inducono alcune riflessioni.

Una prima riflessione riguarda la virulenza con cui si è affrontata questa emergenza, solo in piccolissima parte da rubricare come ‘protesta civile delle popolazioni coinvolte’. Protesta che comunque andrebbe letta in modo assai critico perché di civile in questi cumuli di immondizia non c’è praticamente nulla. I protagonisti di questa virulenza sono stati gruppi di giovani che sembrerebbero pagati dalla camorra a Napoli, prezzolati per fomentare disordini a Cagliari. Ma non è ben chiaro ancora da chi. Ciò che accomuna questi giovani è la violenza come modalità espressiva principale, per lo più praticata in gruppo. Oggi il pretesto della violenza è la questione dei rifiuti, ieri lo è stato il risultato di una competizione sportiva, e domani chissà che altro. Il punto è che questi giovani per esistere sembra che non abbiano nient’altro che usare comportamenti distruttivi che, talvolta, si trasformano tragicamente in autodistruzione. Qual è l’identità di questi giovani? Dagli arresti effettuati, sembrerebbero giovanissimi, per così dire vecchie conoscenze senza arte, cultura e mestiere. Su quelli che commettono reati l’intervento deve essere ovviamente penale; ma sugli altri, quelli più deboli e che vengono trascinati dal gruppo, forse vanno pensati interventi mirati soprattutto in termini di recupero sociale. La politica dovrebbe usare molta cautela quando inasprisce il confronto, non tanto nei contenuti quanto nei toni e nell’uso delle parole, perché è molto facile che diventino pretesto di reazione in ambienti dove prevalgono forme tribali e subculturali Questi giovani mi riportano alla mente l’omicidio di Marotto che ho sempre pensato compiuto ad opera di mani giovani. Balordi come quelli di Cagliari. Ma c’è una differenza di fondo: i giovani di Cagliari che delinquono usano pietre, grate di ferro, molotov; mentre in molti dei nostri paesi dell’interno, come è il recente caso di Orgosolo, i giovani che delinquono usano armi da fuoco non per far ( semplicemente) del teppismo ma per uccidere.

Una seconda riflessione riguarda la penosa deresponsabilizzazione dei politici che, più di altri, in questi ultimi 15 anni hanno governato Napoli e la Campania. Mi riferisco esplicitamente a Sassolino, alla Iervolino e alle classi dirigenti complessivamente intese che hanno manifestato una totale mancanza di senso autocritico su come hanno operato in questi anni. Perché una cosa è certa: i cumuli di rifiuti nelle strade di questa regione sono l’esito di una politica incapace, quando non corrotta o collusa con la criminalità. Lo confesso, per la prima volta mi sono ritrovata d’accordo con le parole schiette del ministro Di Pietro. Al contrario il presidente Soru si è accollato la responsabilità di condividere l’emergenza campana, accogliendo in Sardegna una piccola parte di rifiuti. Lo ha fatto in solitudine mentre, da vetero parlamentarista e molto poco presidenzialista, sono convinta che anche in situazioni di emergenza vanno attivati i processi decisionali della democrazia. Ma non è su questo che voglio ora soffermare la mia attenzione, ma sul fatto che la scelta di condivisione di Soru non sia da definire un atto altruistico, oneroso per la Sardegna e da taluni definito folcloristicamente dipendente dall’Italia. Credo più semplicemente che lo abbia fatto perché ciò che accade a Napoli riguarda direttamente anche tutti noi, così come ciò che accade ai nostri territori dovrebbe riguardare le altre parti d’Italia. Non per astratto e banale buonismo, bensì essenzialmente per ragioni di senso di appartenenza al nostro Paese e anche per ragioni utilitariste. In merito a queste ultime, ipotizziamo per un attimo che la Campania venga lasciata sola a gestire l’emergenza rifiuti. E supponiamo anche che scoppi un’epidemia. Qualcuno può pensare che l’eventuale epidemia rimanga confinata nei ristretti confini amministrativi della Campania? Ciò non accadeva neppure nel Medioevo, figuriamoci oggi, quando è sufficiente che un aereo faccia la tratta Napoli-Roma-Olbia per portare in un baleno virus e batteri, che siano di origine campana o sarda è del tutto irrilevante. Il mio esempio non è catastrofista, d’altra parte non lo sono neppure per carattere, ma è ormai abbondantemente acquisito, sotto il profilo culturale e sociale, che basta un battito d’ali di una farfalla in Cina per determinare un uragano dall’altra parte del mondo.

Una terza riflessione riguarda gli amministratori locali dei territori sardi. Se riesco a cogliere tutte le ragioni strumentali dell’opposizione - pur non comprendendo le aggressioni verbali, i toni alti e gli attacchi personali -, non posso invece comprendere la chiusura di quegli amministratori del centro-sinistra ad accogliere i rifiuti campani. Mi riferisco in particolare a quelli del nord-Sardegna. Più che a ragioni di preoccupazione ambientale, questa chiusura sembra essere suggerita da fatti interni al nascente partito democratico, quando non a paure di perdere consensi. Credo che il valore di un politico (riferito al maschile e al femminile) si misuri essenzialmente su due elementi: la capacità di fare delle cose buone per i territori che amministra; la capacità di fare le scelte giuste anche quando queste scelte possono ridurne la sua popolarità. Questi amministratori, per il momento, hanno evaso la seconda opzione, ma soprattutto, hanno dimostrato di non possedere quel senso della comunità che invece è sempre stata una caratteristica culturale della sinistra.

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