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Guido Viale
Quali misure per l´emergenza rifiuti
12 Gennaio 2008
Rifiuti di sviluppo
Qualcuno darà retta alle proposte sagge? Basterebbe guardare al di là del naso. Da la Repubblica del 2 giugno 2007

In Campania la situazione di emergenza dura ormai da 14 anni; ma può essere affrontata solo con misure estemporanee, rimandando a una ipotetica "fase due" gli interventi strutturali che dovrebbero porre le basi di una gestione "normale"? Gli obiettivi di lungo periodo non vanno fin da ora incorporati nelle misure immediate?

I rifiuti sono un flusso: ogni giorno se ne creano di nuovi che ogni giorno devono "defluire" da qualche parte: o in impianti di recupero o in discariche "a perdere". Ma se il getto del rubinetto è maggiore della portata dello scarico occorre: 1) stringere il rubinetto; 2) aprire un secondo deflusso; 3) disintasare lo scarico.

Stringere il rubinetto. Per ridurre la produzione dei rifiuti – peraltro è l´obiettivo prioritario della normativa europea e nazionale, mai seriamente preso in considerazione – occorre intervenire sui prodotti che li generano. I rifiuti urbani sono costituiti da imballaggi per circa il 40 per cento, se misurati in peso; ma se misurati in volume, che è quello che riempie i cassonetti e invade le strade, si arriva al 65-70 per cento. Buon senso suggerisce che la prima misura da prendere sia un taglio drastico alla vendita di prodotti imballati. Il Commissario straordinario ha i poteri per farlo.

Si può fare? Si può. E in tempi più rapidi di tutte le misure previste e mai adottate finora, anticipando un indirizzo che ha e avrà sempre più spazio nelle politiche ambientali dell´Unione Europea. Alcuni prodotti (dai detersivi al riso, dall´olio alla pasta) vengono ormai venduti sfusi in molti supermercati sia europei che italiani. Sono esperimenti di successo che in Campania, per aver un impatto immediato, dovrebbero essere resi obbligatori in modo generalizzato. Per i prodotti da banco e per la frutta e verdura confezionata su ingombranti quanto inutili vassoietti si tratta invece di usare sacchetti leggeri. Per molti prodotti igienici e sanitari occorre imporre confezioni ridotte al minimo, già in commercio; oppure lo "spacchettamento" del prodotto alle casse. Per i beni durevoli, il ritiro dell´imballaggio alla consegna. Per tutti i liquidi alimentari (compresa l´acqua minerale, di cui in Italia c´è un consumo smodato, senza confronto con tutto il resto del mondo) la vendita va limitata a quelli in contenitori a rendere, sia in vetro che in plastica, con l´imposizione di adeguate cauzioni, come avviene in molti paesi europei. Altri prodotti usa e getta possono essere disincentivati con imposte addizionali ad hoc (un anticipo sugli oneri di smaltimento) o sovvenzionando i prodotti sostitutivi riusabili: valga per tutti il caso dei pannolini per bebé e anziani, che sono la disperazione di tutti gli addetti allo smaltimento.

Gli esercizi commerciali e i loro fornitori dovranno attivare, con il concorso delle rispettive associazioni e delle Camere di commercio, canali di invio degli imballaggi recuperati direttamente agli impianti di trattamento o di imbottigliamento, senza gravare sulla raccolta dei rifiuti domestici (è la cosiddetta "logistica di ritorno"). Sarà un onere all´inizio pesante sia per i consumatori, ormai abituati a portarsi a casa quintali di costosi e spesso inutili contenitori, sia per gli esercizi commerciali, costretti a destinare nei loro locali sempre troppo stretti uno spazio ai cartoni e ai vuoti a rendere. Ma per entrambi è meglio che scavalcare una montagna di immondizia per entrare in un negozio. Senza contare che una misura drastica in Campania potrebbe dare una sferzata a tutto il sistema industriale, mettendolo al passo con i tempi.

Aprire un secondo deflusso: la normativa italiana prescrive obiettivi di raccolta differenziata dei rifiuti urbani del 60 per cento al 2011 (secondo gli artt. 1108 e 1109 della finanziaria 2007), o del 65 per cento al 2012 (secondo l´art. 205 della L. 152/06: il cosiddetto "Codice ambientale" del precedente governo). Per anni in Campania sono stati "impiegati" in una raccolta differenziata che non si è mai fatta decine e decine di migliaia di lavoratori senza alcun risultato. Perché la raccolta differenziata è stata considerata un "bacino occupazionale" in cui si sovrapponevano e configgevano gestioni dei comuni, degli appaltatori privati, dei consorzi, delle giunte regionali (di destra e di sinistra) senza che il Commissario facesse nulla per mettere ordine nella materia. La raccolta differenziata, per essere efficiente, deve essere fatta porta-a-porta, con una responsabilizzazione diretta non solo di ogni singolo utente, ma soprattutto degli addetti. A questi spetta individuare le diverse tipologie di utenze servite, i loro problemi, e contribuire a trovare le soluzioni più acconce per ciascuna di esse con un confronto in seno ai rispettivi gruppi di lavoro. E´ una scelta organizzativa che "personalizza" il servizio e "professionalizza" gli operatori. Richiede un´organizzazione capillare, la formazione continua degli addetti, personale motivato e incentivato, e maggiori risorse: infinitamente meno, comunque, di quelle che sono state sprecate in anni di gestioni scellerate. Anche in Campania la raccolta differenziata funziona se la si organizza bene; e i cittadini sono contenti.

Disintasare lo scarico: I quattro anni che ci separano dal 2012 sono il minimo indispensabile, tra gare, autorizzazioni, progettazione e cantiere, per mettere in esercizio il secondo inceneritore campano con cui il commissario Bertolaso pensa di risolvere il problema sul lungo periodo. Ma è molto difficile che glielo lascino fare: oltre ai comitati che si oppongono, ci sono le amministrazioni comunali che, a torto o ragione, utilizzano poteri di veto e lungaggini burocratiche per dilazionare le scelte. Non è una specificità della Campania; anche a Torino, Reggio Emilia, Trento, Roma e in molte altre città le amministrazioni "lavorano" da anni a un inceneritore, e non se ne è fatto niente.

Gli inceneritori servono a "smaltire" i rifiuti; la produzione di energia elettrica e riscaldamento, con efficienza energetica bassissima rispetto al riciclaggio dei materiali bruciati, è sempre solo un "sottoprodotto". Emettono diossine (un inquinante micidiale per la salute) o i loro "precursori": vuol dire che le diossine non rilevate al camino si formano poi in atmosfera con le sostanze emesse. Non sono più un business, perché sono stati ormai esclusi dagli incentivi cosiddetti CIP6 destinati alle fonti energetiche rinnovabili (sole, vento, biomasse, sottosuolo). Senza incentivi sono macchine mangiasoldi e nessun privato si azzarderà più a investire in questi impianti se non sarà più coperto da corpose sovvenzioni pubbliche: cioè dalla possibilità di presentare il conto finale al contribuente. Un semplice calcolo basta a dissolvere le aspettative affidate a questi impianti. La Campania produce 7.300 tonnellate di rifiuti urbani al giorno. Senza interventi di riduzione, ne produrrà circa 8.000 nel 2012. Riducendo gli imballaggi, in tre anni potrebbe invece dimezzarne la produzione. Comunque, il 65 per cento di raccolta differenziata porterebbe il residuo indifferenziato da avviare a smaltimento al 35 per cento: meno di 3.000 tonnellate al giorno.

Il rifiuto indifferenziato non può comunque finire direttamente in un inceneritore; deve prima essere sottoposto a un trattamento che separa il materiale combustibile (carta, plastica, stracci) da quello inerte (cocci) e organico (residui alimentari da inertizzare). E´ il lavoro dei sette impianti cosiddetti CDR (impianti di trattamento meccanico-biologico) che in Campania hanno prodotto dieci milioni di "ecoballe" accumulate finora in enormi piramidi maleodoranti: non perché mancavano gli inceneritori, ma perché la separazione non è stata fatta bene e nessuno, per anni, l´ha controllata. Le ecoballe campane non sono combustibile, che avrebbe un mercato anche senza bisogno di inceneritori, ma cumuli di immondizia a cielo aperto che nessuno vuole e che col tempo cominciano a sfasciarsi. L´intasamento dello "scarico" non è costituito dalla mancanza di inceneritori, ma dal cattivo funzionamento dei cosiddetti CDR. In ogni caso, se la separazione è ben fatta, all´inceneritore va meno della metà, o anche solo un terzo del rifiuto residuo: se al 2012 la Campania rispetterà le regole, non più di 1.400 tonnellate al giorno, e molte meno di 1.000 se verrà imposta una restrizione sugli imballaggi: siamo ben al di sotto della capacità dell´inceneritore di Acerra (2.000 tonnellate al giorno), se e quando entrerà in funzione: con consistenti disponibilità aggiuntive per incenerire, nel tempo, anche l´accumulo pregresso.

La priorità non è dunque costruire nuovi inceneritori: questo è stato l´alibi con cui per 14 anni sono stati dilazionati gli interventi più efficaci, più economici, di più rapida realizzazione e più validi sia per l´occupazione che per la creazione di nuove imprese. Con la conseguenza che oggi, mentre si progetta di esportare la monnezza campana in Romania (dopo Lombardia, Emilia, Basilicata e Germania), gli stabilimenti campani per la lavorazione dei rifiuti da imballaggio importano la plastica da fuori, perché la raccolta differenziata della regione non ne produce abbastanza.

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