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Province: dopo il clientelismo l’assurdo, ma forse è meglio
1 Novembre 2012
Post 2012
Il governo tecnico "riordina" a modo suo le circoscrizioni, col solito criterio contabile, ma forse è meglio di niente.
Il governo tecnico "riordina" a modo suo le circoscrizioni, col solito criterio contabile, ma forse è meglio di niente. La Repubblica edizione nazionale e Milano, 1 novembre 2012 (f.b.)

la Repubblica ed. nazionale
Province, la scure del governo: da 86 a 51
di Silvio Buzzanca

ROMA — Il governo ha deciso con un decreto legge: dal primo gennaio le province delle regioni a statuto ordinario passano da 86 a 51. Comprese 10 aree metropolitane costruite intorno alle grandi città. Restano in piedi, per il momento, gli organismi delle regioni a statuto speciale. Ma il governo ricorda che ha ancora sei mesi di tempo per intervenire. Arriva così una novità epocale. «È una scelta irreversibile », spiega il ministro della Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi. E con buona pace dei ricorsi che sono arrivati e quelli che arriveranno, commenta il ministro, perché «noi andiamo avanti con il nostro timing». Un decreto che fa tirare un sospiro di sollievo a pochi. Come quelli di Arezzo e di Sondrio che si salvano. O getta nello sconforto pisani e livornesi, accorpati con Lucca e Massa Carrara. Con un patema enorme: non si sa ancora se il capoluogo sarà sul mare o sotto la Torre pendente. Intanto da Teramo minacciano la marcia su Roma. Sindaci e amministratori di Crotone erano già ieri davanti al Quirinale. E Roberto Cenni, sindaco di Prato che non vuol saperne di andare con Firenze, ha protestato ricevendo i giornalisti seduto su un water. Proteste arrivano anche dal Veneto e dal Piemonte. Monza non vuole andare con Milano, preferirebbe Lecco, Varese e Como. Benevento protesta con vigore perché non vuole essere congiunta ad Avellino.

Lo scadenzario preparato dal governo prevede infatti l’azzeramento delle giunte provinciale il primo gennaio. Da quel momento il presidente potrà nominare solo tre consiglieri per gestire la fase di transizione. Gli organi elettivi restano in piedi, ma nel caso qualcuno non volesse adeguarsi scatterà la nomina di un commissario ad acta. Nel frattempo entra in vigore subito l’impossibilità di sommare emolumenti provinciali e comunali. Il prossimo step prevede elezioni provinciali di secondo livello, nel novembre del 2013 e l’entrata in vigore delle nuove norme nel gennaio del 2014. In parallelo inizierà anche la cancellazione degli enti territoriali dello Stato: prefetture, questure, motorizzazione civile e così via. Risparmi previsti? Il governo non anticipa cifre e dice che si vedrà quando tutto il progetto andrà in porto. La domanda che aleggia intorno al provvedimento è proprio questa: andrà mai in porto? Domanda lecita visto il tam tam della protesta. I parlamentarti lucani del Pdl, per esempio, non vogliono più votare la fiducia al governo Monti. Ma forti dubbi esprimono il deputato piemontese del Pd Giorgio Merlo o quella toscana Susanna Cenni. Molti presidenti di provincia scrivono all’Upi, l’Unione delle province che annuncia mobilitazione. Peccato che il suo presidente, il catanese Giuseppe Castiglione, proprio ieri si sia dimesso per correre alle prossime politiche.

Di seguito un articolo che espone in bella vista vari casi locali di colpi di coda: ad esempio Monza, che ci fa un capoluogo provinciale a qualche centinaio di metri dal capoluogo della più importante area metropolitana del paese? E tra l’altro vorrebbe essere capoluogo di un territorio pedemontano col quale non ha nulla da spartire? Rattrista che a sostenere l’insostenibile ci siano i sedicenti progressisti del Pd, spinti da logiche in fondo non molto diverse da quelle che ci hanno portato alle inefficienze attuali, e che evidentemente vorrebbero riproporre (f.b.)

la Repubblica ed. Milano
Via cinque Province su dodici e a Monza è già ribellione contro l’annessione a Milano
di Franco Vanni

UN MESE di tempo non è servito per “salvare” Monza e Brianza, che ora si ribellano. Come annunciato a inizio ottobre, quando al Pirellone arrivò la bozza del governo sul riordino amministrativo, la Provincia brianzola nata nel 2004 e operativa dal 2009 scompare, aggregata alla città metropolitana milanese. Le critiche più dure, nell’ora della conferma, sono per Roberto Formigoni: «L'iniziativa del presidente di Regione Lombardia di includere Monza e Brianza nella città metropolitana, escludendola dalla provincia con Como e Varese, non incontra consenso » scrivono al governatore il sindaco varesino Attilio Fontana e quello di Monza Roberto Scanagatti.
L’accusa a Formigoni, che la respinge come «del tutto infondata », punta sul fatto che fra scandali e crollo del Consiglio regionale il Pirellone non avrebbe avuto la forza per ottenere le deroghe che avrebbero salvato la Provincia monzese, troppo piccola, e quella di Mantova, troppo poco popolosa, e per questo aggregata a quelle di Lodi e Cremona, che diviene capoluogo. E ancora: l’annessione di Lodi alla nuova entità del sud-ovest lombardo deve essere stata decisa all’ultimo se è vero, come denuncia il presidente della Provincia lodigiana Pietro Foroni, che «nella cartina mostrata dai ministri era visibile una scandalosa correzione a penna».

Ed è questa l’unica vera novità del decreto del governo che ieri ha portato le Province lombarde a scendere di numero, da 12 a 7. Lodi infatti, secondo le bozze, avrebbe dovuto essere associata a Pavia. E il presidente della Provincia mantovana, Alessandro Pastacci, pur di sfuggire alla “odiata” Cremona immagina un referendum per aggregarsi a Brescia, che mantiene la Provincia come pure Bergamo. La settima Provincia lombarda è Sondrio, deroga concessa a causa del territorio montuoso.
I presidenti e gli assessori delle Province si lamentano, intanto, per l’azzeramento delle giunte dal prossimo 1° gennaio. Per Guido Podestà, numero uno di Palazzo Isimbardi, «il governo fa scelte incomprensibili, che non generano risparmio ma riducono i servizi ai cittadini». Un peana identico in tutta Italia, in vista di ricorsi (molti già presentati) e manifestazioni di piazza. E se 11 delle 12 Province lombarde hanno lasciato per protesta l’associazione nazionale Upi, il presidente dell’Unione province lombarde se la prende con il governo per le «istanze ignorate della Lombardia».
Ma il vero problema resta quello monzese. Aggregandosi a Lecco, Como e Varese la città conserverebbe lo status di capoluogo, anziché tornare satellite di Milano. Questo farebbe felici non solo i monzesi, che per avere una Provincia hanno lottato per decenni, ma anche amministrazioni e cittadini di Lecco e Varese. Nell’attuale conformazione, infatti, capoluogo della Provincia del nord lombardo è Como: una scelta che per ragioni logistiche e campani-listiche è difficile far digerire a lecchesi e varesini. Dario Allevi, presidente della giunta di centrodestra della Provincia monzese, attacca: «I brianzoli, che hanno sempre lavorato in silenzio, non meritano questo. Abbiamo un dialetto, siamo 850mila, non ci arrenderemo ». La Provincia si stava
dotando solo ora di servizi cardine come questura, comando dei carabinieri e dei vigili del fuoco. L’unica voce non del tutto contraria al ritorno di Monza a Milano è quella di Marco Accornero, presidente dell’Unione artigiani: «Monza e Brianza avevano le condizioni per restare Provincia autonoma - dice - ma se ciò non è avvenuto meglio la città metropolitana che l'unione con il nord della Lombardia. L’economia di Monza e Brianza è in parte verso l’estero e in parte verso Milano; meno verso Varese, Como e Lecco».
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