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Antonio di Gennaro
Privatizzare i rifiuti è sbagliato
12 Gennaio 2008
Rifiuti di sviluppo
Ho chiesto ad Antonio di Gennaro quali sono le ragioni per cui la Campania è immersa nel dramma dei rifiuti. Me lo ha spiegato come nessun giornale lo aveva fatto, almeno fino al 29 giugno 2004

Prima il Maggio dei monumenti, con le televisioni e la stampa internazionale che rimandano a scala planetaria l’immagine di Napoli umiliata dai rifiuti; ora la protesta degli abitanti di Montecorvino che per alcuni giorni ha tagliato in due la nazione. Perché tanti problemi in Campania, nonostante una gestione commissariale dei rifiuti che dura da più di dieci anni?

Secondo Donato Ceglie, il magistrato che da anni si occupa di crimini ambientali nell’area casertana, il commissariamento di lungo corso in Campania non solo dei rifiuti, ma anche di settori cruciali quali le cave, le acque e il dissesto idrogeologico, deve essere considerato come una vera e propria riforma istituzionale strisciante, non dichiarata, che ha esautorato l’amministrazione ordinaria di ogni voce in capitolo e potere di controllo, allontanando in molti casi la soluzione dei problemi, anziché facilitarla.

Ad ogni modo, le premesse dell’attuale crisi dei rifiuti vanno ricercate nella scelta della giunta regionale Rastrelli, che ha preceduto quella attuale presieduta da Antonio Bassolino, di privatizzare l’intero ciclo regionale dei rifiuti con il meccanismo della finanza di progetto, sulla base di un capitolato che demandava alla progettualità privata ogni aspetto, compreso il dimensionamento e la localizzazione degli impianti di trattamento e termodistruzione. Il progetto prescelto prevedeva la realizzazione nella piana campana di due mega inceneritori, di cui uno proprio nel bel mezzo degli orti di Acerra, una delle pianure più fertili del globo terracqueo.

Il resto è storia nota. Ad Acerra si organizzano prontamente i comitati di protesta, con i blocchi, i picchetti e le processioni, che hanno sino ad ora impedito l’avvio dei lavori di costruzione. Nel frattempo la raccolta differenziata, senza la quale i termodistruttori non potrebbero nemmeno funzionare, non decolla come dovrebbe. I privati, in project financing, continuano ad imballare spazzatura, con i siti di trattamento che si saturano progressivamente di “ecoballe”. Sino al punto che, anche nell’ipotesi che il termodistruttore per miracolo entrasse in funzione domattina, occorrerebbero oltre 40 anni per bruciarle tutte. Intanto, con annunci solenni, vengono chiuse, una dopo l’altra, tutte le grandi discariche regionali che, come dimostrato dalle indagini di Donato Ceglie, hanno funzionato per vent’anni come pattumiera d’Italia e d’Europa, alimentando un lucrosissimo traffico di rifiuti di ogni tipo gestito da un comitato d’affari comprendente la camorra, la massoneria deviata, imprenditori locali. Grandi discariche, proprio come quella di Parapoti, che il super commissario Catenacci è costretto ora temporaneamente a riaprire, nell’impossibilità di trasferire in altre regioni o sui treni per la Germania, per intero, le 7.500 tonnellate di rifiuti che le città campane quotidianamente producono.

Insomma, l’esperimento campano dimostra una volta per tutte come problemi socialmente ed ambientalmente complessi, quale quello dei rifiuti, siano difficilmente gestibili con il solo ricorso a metodi privatistici, quale è quello della finanza di progetto. Questo perché ci sono aspetti critici, legati alla localizzazione degli impianti, alla perequazione territoriale dei costi e dei benefici, alla costruzione di un consapevole consenso, al controllo dell’efficienza dei processi di trattamento ed al monitoraggio della qualità dell’ambiente, che non possono essere esclusivamente demandati all’azione privata.

In questa vicenda, l’errore di Bassolino è stato quello di non poter (o, peggio, di non voler) rinegoziare il contratto con la società aggiudicataria, ristabilendo le prerogative dei pubblici poteri, quando ormai era chiaro che la strada prescelta non portava da nessuna parte.

Ad ogni modo, c’è un’altra considerazione da fare: al di là degli aspetti settoriali e di processo, l’emergenza rifiuti rappresenta una delle manifestazioni dello squilibrio patologico che affligge il territorio campano. L’epicentro della crisi - la provincia di Napoli e la Terra di Lavoro - rappresenta circa il 12% del territorio campano, ma ospita più di tre quinti della popolazione regionale complessiva. E’ il territorio della Campania Felix, mortificato da cinquant’anni di sviluppo dissennato. Dalla fine degli anni ’50 ad oggi una irrefrenabile spinta speculativa ha quintuplicato le aree urbane, nonostante l’incremento demografico sia stato inferiore al 25%. Il territorio rurale si è così progressivamente trasformato, in assenza di un minimo di pianificazione, in una sorta di terra di nessuno, non più campagna ma non ancora città. Uno spazio ritenuto erroneamente privo di valori ambientali, sociali e produttivi intrinseci: una discarica urbanistica all’interno della quale si è inteso via via localizzare le attività che la città respinge, di natura sia legale che illecita. Attività il più delle volte incompatibili con l’utilizzo agricolo, perché capaci di degradare irreversibilmente la salubrità e l’integrità delle risorse ambientali, portando inaccettabili minacce alla salute degli abitanti, come testimoniano le impressionanti statistiche sull’anomala incidenza di malattie tumorali in alcune aree del casertano.

E’ in questi territori che ora la gestione commissariale intende far atterrare i pur necessari inceneritori, le discariche, gli impianti di trattamento.

Senza pensare che, in contesti così martoriati, è solo all’interno di un progetto credibile di riequilibrio e recupero del territorio, dei suoi valori e delle sue qualità, che la pubblica amministrazione può richiedere alle comunità locali l’accettazione responsabile di eventuali, ulteriori sacrifici necessari per il superamento delle condizioni di emergenza.

Altro che project financing. La parola giusta era pianificazione.

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