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Eugenio Scalfari
Notizie a nascondino
18 Agosto 2005
Articoli del 2004
La comunicazione di massa tra censura e autocensura, da l'Espresso del 13 maggio 2004

Alcune settimane fa si è intrecciata una fitta discussione sui media italiani, e non soltanto italiani, sulla natura e la deontologia di due emittenti televisive arabe che si sono guadagnate una grande popolarità nelle regioni del Medio Oriente: Al Jazeera e Al Arabia. L'occasione di questo dibattito è stata fornita dal fatto che una delle due emittenti era in possesso della videocassetta con il filmato della barbara esecuzione di Fabrizio Quattrocchi, uno dei quattro ostaggi italiani sequestrati da una banda irachena; Quattrocchi fu ucciso il giorno dopo il sequestro, gli altri tre, ancora vivi e in buona salute, sono tuttora tenuti prigionieri. Al Jazeera dette la notizia dell'avvenuta esecuzione di Quattrocchi ma decise di non mettere in rete il filmato di quell'assassinio: una scena troppo brutale e macabra che avrebbe provocato emozione e reazioni da parte degli ascoltatori. Il contenuto della videocassetta fu mostrato solo all'ambasciatore italiano convocato per il riconoscimento dell'ostaggio ucciso. Di qui la polemica. Perché Al Jazeera non ha reso pubblico il filmato in questione? È accettabile la motivazione fornita dal direttore sul contenuto troppo crudele del filmato?

La motivazione non regge, hanno dichiarato all'unisono i giornalisti italiani chiamati a commentare quella sorta di autocensura televisiva. La verità, hanno aggiunto, è piuttosto che il filmato avrebbe profondamente e sfavorevolmente impressionato tutta l'opinione pacifista occidentale e almeno una parte dell'opinione pubblica araba, indebolendo la causa della resistenza irachena. I giornalisti italiani che intervennero nel dibattito sul 'Corriere della Sera', sulla 'Stampa', sul 'Messaggero' e su altre testate non furono teneri nei confronti dell'emittente araba, così come non lo furono alcuni conduttori e partecipanti ai consueti talk show, da 'Porta a Porta' a 'Otto e mezzo'. L'accusarono di manipolare le notizie e di pilotarle, per eccitare i militanti della guerriglia evitando al contempo di isolarli e imprimere su di loro il marchio della barbarie e dell'infamità. Poi sono venuti altri fatti, sempre in tema di autocensura e censura delle notizie dagli epicentri di guerra, ma questa volta gli attori erano cambiati: sul banco degli accusati sono saliti i media occidentali o almeno gran parte di essi, nonché le principali fonti dalle quali le informazioni dovrebbero provenire. A titolo preliminare cade qui opportuno ricordare che la guerra irachena, ufficialmente durata 20 giorni e iniziata con un apparato informativo e tecnologico imponente, è stata di fatto blindata proprio per quanto riguarda le notizie dal fronte.

I giornalisti furono accreditati soltanto se accettavano le regole e i limiti imposti dagli uffici stampa creati presso i reparti militari. Furono assegnati ai vari settori, presi in forza dai suddetti uffici stampa, la loro libertà di movimento fu ridotta al minimo, la loro dipendenza dalle fonti autorizzate fu totale. Chi non accettò questo regime di libertà vigilata fu di fatto tagliato fuori dalle fonti e dovette muoversi a proprio rischio e pericolo con scarse probabilità di fornire notizie complete e oggettive. La conseguenza è stata che, al di là dei boati e delle fiamme dei bombardamenti, nonché delle cifre sulle perdite delle forze armate americane, si è saputo ben poco sulle perdite della popolazione civile, sulle condizioni di vita nelle città, sulle distruzioni effettivamente avvenute. Scavalchiamo un anno e veniamo ai fatti di più stretta attualità cominciando dall'assedio di Falluja. Su quest'assedio non si è saputo assolutamente nulla perché i giornalisti e i fotoreporter non hanno potuto neppure avvicinarsi alle linee. Una sola volta sono stati accolti sui camion della Croce rossa italiana che trasportavano viveri e medicinali.

Il convoglio, organizzato come prova di umanità volta a facilitare la liberazione dei nostri ostaggi, ha percorso un tragitto preordinato fino a una moschea dove il materiale è stato scaricato. Poi è tornato indietro. I giornalisti hanno potuto vedere ben poco. Sull'assedio di Falluja si sa soltanto che è durato tre settimane, che i combattimenti sono stati furiosi e intervallati da brevi tregue, che i bombardamenti sono stati effettuati con caccia-bombardieri a volo radente, che la fanteria di Marina è stata preceduta da carri armati che sparavano cannonate sulle case occupate dai guerriglieri, che le vittime civili sono state molto numerose tanto che gli ospedali non sono stati più in grado di accogliere i feriti, che i bambini uccisi si valutano al 20 per cento dei morti, ma mancano cifre certe alle quali applicare questa stima percentuale. A tutt'oggi le notizie sono a questo punto. Situazione analoga riguarda l'intero territorio iracheno, il che ci porta a concludere che sul dopoguerra si conoscono tante notizie quanto se ne ebbero durante i 20 giorni della guerra, cioè poco più di nulla.

Parliamo ora delle torture nella cupa prigione di Abu Ghriab, nella periferia di Baghdad. Erano rinchiusi in essa circa 2 mila prigionieri iracheni sospetti di attività terroristiche e di connivenze con la guerriglia. Tra di essi 600 donne. Le donne riuscirono - non si sa come - a mandar fuori alcuni appunti e informazioni scritte sulle sevizie che subivano ad opera dei loro carcerieri. Questi appunti furono stampati alla macchia e qualche copia fu affissa nei pressi della prigione. Quindici giorni fa la notizia di quelle sevizie e di quelle efferate torture cominciò a circolare tra i giornalisti accreditati a Baghdad. Ne chiesero conto alle autorità militari americane che smentirono o minimizzarono. Poco dopo una rete televisiva Usa entrò in possesso di foto che documentavano i fatti. Ne informò il Pentagono per averne le reazioni. Fu invitata a non diffondere le foto per evitare reazioni eccessive e drammatizzanti della pubblica opinione. Attese tre giorni, poi, nel timore che il materiale arrivasse alla concorrenza, decise di mandarlo in onda.

Le prime reazioni dei giornali americani furono molto caute: nulla o quasi nelle prime pagine, titoli e spazi modesti nelle pagine interne, nessun commento. Analoghe furono le reazioni dei media italiani. I nostri quotidiani confinarono l'avvenimento nelle pagine interne; tra i grandi giornali d'informazione soltanto 'Repubblica' dette la notizia delle torture nell'apertura di prima pagina. Canale 5, che diffuse ampiamente le informazioni, decise però di non mandare in rete le fotografie e lo fece soltanto dopo che erano uscite sui giornali di mezzo mondo. Il Pentagono ha messo sotto processo sei militari e una generalessa, ammettendo che le informazioni erano in suo possesso fin dallo scorso gennaio. Questi i fasti e i nefasti dell'informazione in Occidente, terra della libertà di stampa e della trasparenza. Perciò stiamo molto attenti a intrecciare polemiche perché su questi argomenti chi è senza peccato scagli la prima pietra, come disse 2 mila anni fa il Maestro.

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