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Non è un bidone
5 Novembre 2009
Rifiuti di sviluppo
Le navi dei veleni esistono, ma continuano ad essere coperte da una coltre di omertà a tutti i livelli. Negli articoli e interviste su il manifesto, 5 novembre 2009 (m.p.g.)

Un silenzio colpevole

Il manifesto ha iniziato a riprendere la storia delle rotte dei veleni il 5 settembre 2009, in un reportage sulla discarica di Borgo Montello, in provincia di Latina. Questa zona a pochi chilometri da Roma, dove secondo alcuni collaboratori di giustizia i casalesi hanno interrato per anni rifiuti pericolosi, ha una vocazione agricola. È una sorta di giardino dove vengono coltivati ortaggi, frutta, uva da vino. Pochi mesi fa l'Arpa Lazio (Agenzia regionale per la protezione ambientale), ha scritto che la falda acquifera è contaminata. Bene, il sospetto era - ed è - che qui siano finiti una parte di fusti con rifiuti pericolosi trasportati alla fine degli anni '80 da alcune navi dei veleni.

Il ritrovamento, ieri, di un container sul fondo del mare toscano aggiunge un altro tassello alla nostra ricostruzione. E, qualora fosse appurato che si tratti di rifiuti tossici, sarebbe la dimostrazione di quello che stiamo cercando di dimostrare: il «caso» non si ferma al relitto di Cetraro e quella che stiamo riprendendo non è solo una storia del passato, ma uno scempio che continua ancora oggi.

Il sistema delle rotte tossiche è stato utilizzato da almeno 140 "grandi marche", ovvero dal gotha del sistema industriale italiano, come abbiamo raccontato e documentato nei giorni scorsi. E quella stessa rete di connivenze, complicità criminali, dove accanto a pezzi dello stato vediamo all'opera le peggiori mafie - camorra e 'ndrangheta - si è poi allargata e specializzata nel corso degli ultimi anni. Ci sono almeno cinque questioni che aspettano una risposta.

Le cronache più recenti parlano di settori dell'Enea alleati con faccendieri come Flavio Carboni per gestire presunti traffici illeciti di amianto (inchiesta su discarica di Pomezia, 2009); abbiamo assistito alla gestione di immense discariche nel biutiful cauntri dei casalesi; abbiamo scritto di come società di grandi dimensioni bruciassero di tutto senza nessun controllo negli inceneritori. Sono pezzi della stessa storia, che prosegue dagli anni '80, da quando le navi italiane portavano in giro per il mondo gli scarti delle nostre industrie.

Per questo continueremo a parlare su queste pagine di navi dei veleni. Ci sono domande che da mesi aspettano una risposta dal governo. Tasselli di un unico disastro ancora avvolti da una fitta rete di reticenze politiche e istituzionali. Le elenchiamo, sperando che qualcuno un giorno riuscirà a sbrogliare la matassa e a dare qualche risposta. Eccole.

1)

Il 5 settembre abbiamo chiesto alla Protezione civile di sapere dove sono stati smaltiti i 10.500 fusti tossici riportati in Italia dalla nave Zanoobia nel maggio del 1988. La protezione civile fino ad ora non è stata in grado di rispondere. Chiediamo dunque al ministro dell'ambiente: il governo è in grado di spiegare come e dove sono stati smaltiti i rifiuti tossico-nocivi rientrati in Italia tra il 1988 e il 1989?

2)

Il ministro Carlo Giovanardi nel 2004 dichiarò in Parlamento: «Evidenti segnali di allarme si sono colti in alcune vicende giudiziarie da cui è emersa una chiara sovrapposizione tra queste attività illegali ed il traffico d'armi. (...) Numerosi elementi indicavano il coinvolgimento nel suddetto traffico di soggetti istituzionali di governi europei ed extraeuropei». Quali sono questi paesi che sono stati coinvolti nel traffico internazionale di rifiuti?

3)

Il 24 gennaio del 2006 l'allora sostituto procuratore della Repubblica di Paola Francesco Greco riferì davanti alla commissione bicamerale sui rifiuti che era stato individuato al largo di Cetraro un relitto della lunghezza di 126 metri circa. Dopo ulteriori informazioni acquisite dal Procuratore di Paola Bruno Giordano, l'assessore regionale della Calabria Silvio Greco ha scritto il 14 maggio 2009 al ministro dell'ambiente chiedendo un intervento per lo studio del relitto. Perché in questi quasi quattro anni il Ministero dell'ambiente non ha mai approfondito quanto comunicato dalla Procura di Paola fin dal gennaio 2006?

4)

Nella stessa seduta del gennaio 2006, il pubblico ministero Francesco Greco affermò che non era riuscito ad ottenere informazioni precise dalle Capitanerie di Porto sui relitti presenti al largo di Cetraro e che in alcuni casi era stato opposto il segreto militare. Risulta al ministro che esista un segreto di stato o militare sui relitti presenti sui fondali del mare della Calabria? E' stato mai apposto il segreto sulla vicenda delle navi dei veleni? E' vero che la Guardia Costiera non fornì le informazioni chieste dalla Procura di Paola, come sostiene il magistrato Francesco Greco?

5)

Nel maggio del 2007 un imprenditore di Fondi (Latina), Massimo Anastasio Di Fazio, poi arrestato con l'accusa di usura con modalità mafiose, annunciò di aver concluso un accordo con la Liberia per l'esportazione di rifiuti in Africa per un valore di 170 milioni di euro. Secondo quanto riportato dal sito dell'emittente locale canale sette, all'accordo avrebbe partecipato anche l'ex sindaco Luigi Parisella. Oggi riportiamo poi la storia dei container buttati in mare da navi tedesche, solo quattro mesi fa. Risulta al ministro dell'ambiente che esistono oggi accordi per l'esportazione di rifiuti pericolosi da parte di aziende italiane verso l'Africa? Quali procedure di controllo dei nostri mari vengono attuate per bloccare lo scarico di rifiuti da parte di navi mercantili?

Il container sommerso

Andrea Palladino

Mentre lo sguardo era rivolto sulle mappe nautiche di Cetraro, alla ricerca di verità che ancora oggi stentano ad uscire, dalla Toscana arriva la notizia, secca e incredibile, che conferma in pieno le rotte dei veleni. Una nave della Nato Alliance, nel corso di una perlustrazione delle acque al largo dell'Isola d'Elba, ha trovato un container sul fondo del mare. Container sospetto, molto sospetto, della dimensione di tre metri per sei, che - secondo una prima ricostruzione - sarebbe stato buttato dolosamente in acqua solo quattro mesi fa. È la conferma - che arriva da una fonte sicuramente attendibile, il Parco nazionale dell'Arcipelago Toscano - di una denuncia passata inosservata presentata da una associazione ambientalista tedesca, la Green Ocean, e da Legambiente l'estate scorsa. Un portacontainer, il Toscana, con bandiera maltese, appartenente ad un armatore tedesco, era stato sorpreso la sera del nove luglio scorso dalla nave Thales - utilizzata nel progetto di ricerca "plastic from the sea" - mentre azionava le gru per scaricare in mare container di 16 piedi. La Thales cercò di avvicinarsi per capire cosa stava accadendo. A luglio il sole cala molto tardi in mare e alle nove di sera la scena era chiaramente visibile.

«Ad una osservazione più vicina con l'aiuto di binocoli - racconta nel diario di bordo il capitano della Thales - abbiamo scoperto l'equipaggio della nave mentre lavorava sulle gru di bordo, gettando alcuni oggetti fuori bordo. Gli oggetti sembravano essere container da sedici piedi. Al momento dell'osservazione eravamo alla distanza di un miglio marino, dalla parte del porto rispetto alla Toscana». Il gruppo ambientalista tedesco riesce a fotografare velocemente quanto stava accadendo, mentre l'equipaggio della nave con bandiera maltese si accorge di essere stato scoperto. «Dopo poco tempo, circa due minuti, la nave "Toscana" ha aumentato la propria velocità - continua il diario di bordo - e preso una rotta di collisione con la nostra imbarcazione». I pirati non navigano solo in Somalia, ma scendono anche al largo delle nostre coste. «Abbiamo subito usato il Vhf, canale 16 e 13, per contattare la "Toscana" per capire le loro intenzioni. Le nostre chiamate non hanno avuto risposta». L'intenzione era chiara, la Thales andava speronata.

Il racconto dell'equipaggio continua con la descrizione dettagliata delle manovre difensive che la nave della Green Ocean ha dovuto fare. «La Toscana ha continuato sulla sua rotta di collisione, e la Thales - prosegue il diario di bordo - ha dovuto fare una manovra di emergenza girando di 45° ad est. Dopo alcuni minuti la "Toscana" ha cambiato nuovamente rotta ed era di nuovo in rotta di collisione. La MS Thales ha cambiato per una nuova rotta di 90° e così ha evitato una collisione diretta con la "Toscana"».

L'intera vicenda venne subito denunciata, allegando le fotografie e il diario di bordo, sottoscritto dall'intero equipaggio. È passata l'estate e la vicenda di Cetraro ha di fatto tolto l'attenzione da questo vero e proprio atto di pirateria al largo della Toscana. Fino a ieri, quando la nave della Nato ha individuato un primo container a novecento metri di distanza dalle coordinate fornite dalla Thales.

La richiesta d'intervento al Nato Undersea Research Center - Nurc - è arrivata dal Parco dell'arcipelago toscano, allarmato dal racconto dell'equipaggio del Thales. Il 2 e 3 novembre scorso la nave oceanografica Alliance ha scandagliato la zona indicata dalle coordinate registrate nel diario di bordo tenuto dal gruppo ambientalista tedesco. Per ora è stato individuato - grazie al Multi Beam e al Side Scan Sonar ad alta risoluzione - un primo contenitore, «un manufatto di 3 metri, per 3 per 6, di fattezze e dimensioni simili ad un container», per onore alla precisione. Le prime immagini sono state poi mostrate ieri sera durante il Tg 3 regionale della Toscana, che ha seguito l'operazione della Alliance.

La storia delle navi dei veleni è dunque aperta e tragicamente attuale. Se poi verrà confermato il nome dell'armatore della nave Toscana - che da una prima verifica risulta essere una importantissima azienda di logistica tedesca - sarà chiaro come il traffico internazionale di rifiuti non è una questione marginale. Rimane da stabilire con esattezza e con la massima chiarezza cosa contiene quel primo container individuato al largo della Toscana e recuperarlo immediatamente, prima che possa rilasciare eventuali scorie in una zona conosciuta come il santuario dei cetacei. E soprattutto occorrerà chiarire quali sono le organizzazioni nazionali ed internazionali che gestiscono gli attuali traffici velenosi.

Quasi tutte le inchieste che vennero aperte negli anni '80 e '90 sulle navi dei veleni finirono in archiviazione o in scandalose prescrizioni. Dietro c'erano vere e proprie reti di complicità ai massimi livelli, come lo stesso governo ammise nel 2004. Ora l'operazione trasparenza che le organizzazione ambientaliste chiedono dovrà coinvolgere l'intera costa italiana. Da Cetraro fino all'arcipelago toscano. 3 navi dei veleni

Sarebbero tanti i relitti sul fondo del mare di Cetraro, in Calabria, secondo l'avvocato del pentito Francesco Fonti

«Trovato per noi, ma per il ministro siamo un fastidio»

intervista a Mario Tozzi

«E' stato individuato in un'area a circa un chilometro dal punto indicato da Legambiente e da altre associazioni, e ha tutta l'aria di essere un container. Ora bisogna sapere cosa c'è dentro. Noi questo non lo sappiamo ancora. Certo è che se qualcuno si libera di un container in mare la preoccupazione c'è». Mario Tozzi è il presidente del parco dell'arcipelago toscano. E' lui che ha inviato la nave oceanografica della Nato a caccia del container trovato ieri al largo di Livorno e gettato probabilmente in mare a luglio da una nave maltese.

Dove si trova questo container?

E' stato individuato a 120 metri di profondità. Non sappiano cosa sia ma non promette nulla d buono.

Al largo di Livorno si sospetta sia stata affondata anche una delle cosiddette navi dei veleni.

Di questo io non so niente. Posso soltanto dire che il parco nazionale dell'arcipelago toscano, così come tutti i parchi, non tutela solo il suo ambiente naturale, ma anche quello che lo circonda. Quindi contribuisce con la ricerca scientifica a vigilare sugli avvelenamenti, gli inquinamenti e le ecomafie. E' un presidio di legalità non un fastidio, come invece il ministero dell'Ambiente sembra considerare i parchi.

Il ministero non l'aiuta in questo lavoro di tutela?

I fondi per la manutenzione ordinaria diminuiscono continuamente e noi siamo costretti a cercare finanziamenti da altre parti. I parchi sono davvero in una situazione disagiata.

Mancanza di fondi o scelta politica?

Tutte e due le cose. Certo mancano i soldi, ma a chi vogliamo dare quelli che ci sono? Al Ponte sullo Stretto di Messina, a cui il ministero dell'Ambiente si dice favorevole, oppure li vogliano usare per altre priorità? Non credo che ci sia una volontà malevola, ma di certo non ci si impegna. Abbiamo 23 parchi nazionali che sono altrettante perle, sono quelli che gratuitamente portano il nome dell'Italia in giro per tutto il mondo. Invece di essere favoriti, incrementati, ampliati nei loro territori, forniti di dotazioni straordinarie e ordinarie, di personale che vigili e salvaguardi che si fa? Si diminuiscono i soldi, il personale non si può aumentare, ci sono difficoltà di tutti i tipi. E adesso, come ultima cosa, sembra pure che i consigli direttivi debbano dimettersi. Si cerca di darne una caratterizzazione politica là dove c'è solo una caratterizzazione ambientale. Questo caso del container è emblematico. Il parco dell'arcipelago toscano non ha nemmeno giurisdizione a mare su quel tratto in cui è stato ritrovato, eppure si impegna in una ricerca che va a vantaggio di tutti. Francamente un minimo di riconoscimento bisogna darglielo. Invece non si sente niente.

La presenza del container dimostra che la pratica di buttare i rifiuti a mare non appartiene al passato.

Ma figuriamoci. Certo che continua anche oggi, ne siamo certi di questo. Il mare è la tomba per antonomasia.

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