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Edoardo Salzano
Marcello Vittorini
6 Aprile 2011
Altri padri e fratelli
É scomparso Marcello Vittorini, maestro di molti urbanisti e protagonista di molte battaglie negli anni buoni dell’urbanistica italiana. Lo ricordiamo con un paragrafo delle Memorie di un urbanista, di E. Salzano.

Da Edoardo Salzano, “Memorie di un urbanista. L’Italia che ho vissuto”, Corte del fòntego, Venezia 2010, p. 47-50

Al ministero di Porta Pia

Se la sua proposta organica di riforma urbanistica era stata scandalosamente bocciata, Sullo era riuscito a far approvare la legge 167 del 1962, che consentiva di espropriare le aree necessarie per realizzare l’edilizia economica e popolare. Una legge che si rivelò decisiva per impostare una coerente politica della casa nel corso degli anni Settanta. L’ufficio del ministero dei LLPP incaricato di seguire l’attuazione della legge 167 fu il germe della nuova struttura che, dopo i drammatici eventi del 1966, il ministro dei LLPP, il socialista Giacomo Mancini, aveva deciso di costituire: la Direzione generale per l’urbanistica, affidandone la direzione a Michele Martuscelli. Nel suo ambito era stato costituito da poco un Centro studi, affidato inizialmente a Fabrizio Giovenale: un generoso apostolo dell’urbanistica sociale. Disponeva di due soli giovani funzionari: un amministrativo, Carmelo Grasso, e un architetto, Vezio De Lucia. L’anno successivo l’ufficio era stato affidato a un attivissimo ingegnere, Marcello Vittorini, che avevo conosciuto a San Pietro in Vincoli dove era assistente del professore di Architettura tecnica.

Marcello aveva avuto le risorse per rafforzare il Centro studi. Assunse a contratto un buon numero di giovani tecnici. Tra loro ricordo Gianluigi Nigro, Giusa Marcialis, Massimo Perna, Daria Ripa di Meana, Rinaldo Sebasti, Giulio Tamburini. Assunsi l’impegno molto seriamente. […]

Il lavoro era stressante ma entusiasmante. L’urbanistica e la programmazione economica erano al centro dell’attenzione politica. Dopo la sconfitta del tentativo di riforma urbanistica di Fiorentino Sullo, il crollo di Agrigento e l’appassionato dibattito parlamentare che ne era seguito avevano prodotto un vero colpo di frusta sull’opinione pubblica. Politica e cultura erano combattive e lottavano su diversi fronti per un efficace e moderno governo del territorio, non più infeudato ai poteri forti della rendita fondiaria urbana. Tra la cultura urbanistica, validamente rappresentata in quegli anni dall’Istituto nazionale di urbanistica, e la politica del Parlamento e dei partiti, il ruolo della pattuglia urbanistica del Ministero dei LLPP era spesso quello di cerniera.

Nel concreto dell’ufficio, si andava dal collaborare all’istruttoria per l’approvazione dei Prg comunali da parte del Consiglio superiore dei LLPP alla predisposizione di proposte di legge nelle diverse materie di competenza del ministero, dalla definizione di programmi e progetti speciali per determinate situazioni o problemi (dai provvedimenti per Venezia e Firenze dopo l’alluvione del 1966 a quelli per i terremoti) alla formazione di circolari interpretative delle leggi, alla collaborazione con altri ministeri e uffici pubblici o alla contestazione delle loro proposte quando venivano giudicate lesive degli interessi pubblici territoriali.

Nei momenti più rilevanti la pattuglia di testa della galassia urbanistica del ministero (Martuscelli, Vittorini, Di Gioia che era subentrato a Valle nella presidenza della sezione del Consiglio superiore) aveva contatti diretti con parlamentari sia dei partiti governativi (soprattutto con quelli della sinistra socialista) che con alcuni del Pci. Una vera collaborazione si stabilì quando si presentarono e discussero le leggi più rilevanti di quegli anni: la legge ponte urbanistica del 1967 e il successivo decreto sugli standard, le leggi per la casa dell’inizio degli anni Settanta.

Diversi erano gli stili di Martuscelli, Di Gioia, Vittorini. Il primo esercitava con abilità e fermezza la chiave burocratica, Di Gioia adoperava la felpata morbidezza dei diplomatici. Marcello era un carro armato, un corsaro. Lavorava così. Si impadroniva di una pratica, magari curiosando sulla scrivania del ministro, o esaminando l’ordine del giorno delle commissioni e comitati di cui il ministero era parte, oppure perché qualche funzionario lo informava dell’argomento. A seconda del tempo a disposizione (generalmente era brevissimo, un paio di giorni o poche ore) costituiva un piccolo gruppo di lavoro, dettava la scaletta di una relazione o un promemoria o un appunto, distribuiva il lavoro, lo verificava e completava e lo inseriva nella copertina ufficiale. Poi lo consegnava al ministro, o lo illustrava lui stesso là dove si discuteva (e magari si decideva).

Ricordo in paio di occasioni. Al Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) si doveva dare il parere sulla installazione di un deposito petrolifero. “È uno scandalo – ci diceva - .L’Italia sta diventando un gigantesco deposito di prodotti pericolosi ed inquinanti, nelle zone costiere più belle”. In pochissimi giorni, mobilitando i più diligenti e presenti del suo ufficio (Vezio c’era sempre) produceva una documentata relazione: l’unica, oltre a quella dei proponenti, che veniva presentata alla riunione dove si sarebbe deciso.

Un’altra volta il ministro in carica, il democristiano Natali, abruzzese come lui e amico personale, gli chiese di preparare un appunto per il discorso che avrebbe tenuto al convegno nazionale della Dc. Marcello chiamò me e Vezio, ci propose la scaletta del discorso, ci sedemmo alla sua scrivania dalla sera alla mattina dopo, e ciascuno ne compose un pezzo. Facemmo recitare al ministro un discorso nel quale, oltre a una serie di cose molto audaci e ragionevoli in materia di opere pubbliche e loro impatto territoriale, sosteneva la necessità di una riforma urbanistica che comprendesse (riprendendola dalla proposta di Fiorentino Sullo, bocciata pochi anni prima e ripresentata da parlamentari comunisti) l’esproprio generalizzato dei terreni di nuova edificazione o ristrutturazione urbanistica. “L’Unità”, che allora era l’organo ufficiale del Pci, illustrò con stupito compiacimento la proposta dell’autorevole ministro democristiano.

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