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“L’urbanista è solo Don Chisciotte?”
20 Luglio 2006
Chi è l'urbanista
Antonio Sciabica aspetta una risposta

Ho letto di recente una tesi di laurea sull'urbanistica partecipata della quale lei è stato relatore.

La lettura di questo lavoro, molto interessante, mi ha aiutato a comprendere alcune delle complesse dinamiche che avvengono, più che nei processi di pianificazione a fianco di essi, ho percepito chiaramente il gioco di posizioni che si compie tra gli amministratori e chi come noi li affianca.

Mi sono ricordato con entusiasmo i periodi in cui lavoravo per strada raccogliendo le storie di vita dei lavavetri del mio quartiere, era la scoperta di un linguaggio di segni e sguardi da decifrare, di piccoli gesti significanti di un mondo oltre le parole.

Allora pensavo con curiosità che fare etnografia volesse dire imparare a comunicare con i gatti. Il gatto è "l'altro" per eccellenza un essere con il quale ci si rapporta ma che non subisce l'addomesticamento, con il quale si deve codificare un linguaggio nuovo fatto con il corpo, fatto di piccoli adattamenti reciproci…

Mi scusi la fantasiosa metafora, non le scrivo per tediarla parlandole di gatti, il fatto è che spesso provando a lavorare mi trovo a dover cercare di stabilire canali comunicativi con gli amministratori locali, scegliendo di posizionarmi su vari livelli lungo la distanza che separa me da loro.

Oggi però mi chiedo se effettivamente tutto questo sforzo sia opportuno, nel senso che non sono più tanto sicuro di voler prendere l'urbanistica come una missione, o meglio comincio a non averne più la possibilità (economica ma anche come risorse di energie), forse insistere col presentarsi ai sindaci dei comuni più disparati, per proporre azioni di sviluppo e sollecitare la creazione di strategie di pianificazione è una fatica inutile, perchè lottare per convincere la gente a muoversi per provare ad evolvere verso livelli di qualità della vita migliori? (ma poi migliori per chi?) quando questa stessa gente non ha mai fatto nulla per cercare di migliorare le proprie condizioni?

Il fatto è che fino ad adesso sono stato troppo legato alla mia terra ed ho avuto la convinzione di dovermi impegnare in qualche modo, per contribuire alla sua evoluzione allora tutto quello che vedevo mi stimolava alla creazione di idee, di ricerche, di possibilità di azione, ma a lungo andare mi sto esaurendo e sto perdendo amore ed energia.

Allora sempre più fortemente mi chiedo cosa significhi lavorare da urbanista in realtà territoriali dove esiste la cultura dello sviluppo, dove esiste civitas, dove i cittadini per primi sono attori locali interessati alla ricerca di modi di sviluppo di tutela dell'ambiente e salvaguardia dei patrimoni.

Esistono davvero questi mondi civili oppure sono un miraggio? si può veramente fare urbanistica senza lottare come Don Chisciotte?

Sono contento che la tesi di Cinzia Rinzafri ti sia stata utile. Ma più della tesi, è la vita a suggerirti gli interrogativi che poni. Non voglio risponderti adesso, preferisco aprire un dibattito sulla tua domanda.. Sono sicuro che qualcuno dei frequentatori di questo sito risponderà, e si aprirà una discussione che potrà essere utile a molti.

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