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Scott Timberg
Lo sviluppo diffuso della polemica
20 Agosto 2006
Consumo di suolo
Alcune tesi piuttosto "audaci" sui precedenti storici dello sprawl. The Los Angeles Times, 9 dicembre 2005 (f.b.)

Titolo originale: Sprawling into controversy – Traduzione di Fabrizio Bottini

[Il professore e saggista Robert Bruegmann sfida il senso comune sostenendo che la suburbanizzazione strisciante non solo è fenomeno antichissimo, ma anche benefico]

Ad una prima occhiata Robert Bruegmann – accademico senza figli il cui appartamento in stile moderno sta in un quartiere borghese di Chicago ad alta densità – sembra proprio il tipo di persona che odia il suburbio. Il suoi simili e predecessori hanno, per decenni, gridato contro la crescita a bassa densità e auto-dipendente di centri commerciali e lottizzazioni residenziali.

Ma lui si sta invece affermando come improbabile sostenitore di quello che chiamiamo, almeno dagli anni ’50, lo “ sprawl”. Il suo nuovo libro controcorrente, Sprawl: A Compact History, ricostruisce una mappa della città diffusa a partire addirittura dalla Roma del primo secolo: e giudica questo processo non solo profondamente naturale, ma spesso benefico per le persone, le società, e addirittura le città.

Il Boston Globe ha definito Bruegmann “il Jane Jacobs dei suburbi” paragonandolo alla storica delle città che aveva celebrato la serendipity delle conigliere ad alta densità del Greenwich Village e di altri vecchi quartieri.

”Lo sprawl compare sia in Europa che in America” scrive, “e ora si può dire che si tratta del tipo di insediamento preferito ovunque nel mondo esista un determinato livello di benessere e dove i cittadini abbiano la possibilità di scegliere dove vivere”.

Le discussioni sullo sprawl e l’urbanizzazione tendono ad essere di tipo emotivo e caratterizzate da giudizi morali, al limite del moralismo. Un altro libro recente, Sprawl Kills: How Blandburbs Steal Your Time, Health and Money, di Joel S. Hirschhorn, da’ la colpa allo sprawl non solo per l’isolamento sociale, ma anche per gli incidenti stradali e le morti premature a causa di una vita sedentaria. Dall’altra parte della barricata, alcuni libertari spesso scherniscono gli avversari dello sprawl definendoli del “ liberal elitari”.

Nonostante Bruegmann – professore di Storia dell’arte, dell’architettura e dell’urbanistica alla Università dell’Illinois di Chicago – stia sostenendo una tesi ardua e anche controversa, la presenta col distacco dello storico.

Si è da sempre interessato di ambiente costruito e trasformazioni urbane. “Quando ho cominciato queste ricerche” racconta al telefono da Chicago, “Mi sono trovato in un dipartimento di storia dell’arte, perché è lì che si parla di architettura. Probabilmente non era il posto più logico per me, dato che quando mi ci sono trovato ho dovuto imparare molto sulle raffigurazioni della Natività o le Madonne nella Firenze del XV secolo”.

”Comunque questo mi ha dato qualcosa di valore incalcolabile: un vasto panorama di quello che si pensava sull’estetica negli ultimi duemila anni. E visto che la maggior parte degli scienziati sociali non hanno questa consapevolezza, spesso vengono ingannati da argomentazioni che sono in realtà estetiche e metafisiche, ma travestite in modo da apparire pragmatiche e obiettive”.

È uno storico del bello, che documenta qualcosa spesso considerato il culmine del brutto. E il problema, sostiene, è essenzialmente estetico. “I giudizi estetici non sono molto suscettibili di spiegazioni o giustificazioni. Ecco perché è tanto difficile parlarne”.

In parte ciò che stupisce di più nel libro è il suo contestare l’idea che lo sprawl sia qualcosa che nasce negli USA del dopoguerra: non solo una cosa cattiva, ma una cosa “americanamente cattiva” come ha scritto di recente il critico di architettura Witold Rybczynski in un articolo sulla rivista Slate, accusandolo di tutto, dalle cosiddette McMansions alla scomparsa della campagna, fino alla Guerra del Golfo determinata dal petrolio. “Come la pancia che cresce, si offre a tutto il mondo ad esempio della nostra dissipatezza e spreco nazionali”.

Ma il libro di Bruegmann è solidamente ancorato a una lezione di storia: che trova le radici delle Houston, Atlanta o Los Angeles dei nostri giorni, nella Roma Augustea e nella Londra della Restaurazione. L epersone dotate di mezzi, scrive, hanno sempre cercato di spostarsi a qualche distanza dai centri urbani, spesso in ville fuori dalle mura.

”Sono sicuro che si possano trovare anche nella città più antica mai fondata” sostiene. “Vivere in città è quasi sempre stato poco piacevole e salutare: certo non qualcosa di desiderabile. Stare nella Roma imperiale, affollata e buia, nei suoi squallidi e sporchi edifici ad appartamenti, era un incubo. La maggior parte delle città che ho studiato avevano una densità stritolante sino a circa il XVII secolo”.

Nel Medio Evo, le città dell’Europa continentale avevano mura che le proteggevano da guerre e invasioni, le mantenevano concentrate e segnavano una netta distinzione fra città propriamente detta e suburbium, come lo chiamavano i Romani, esterno.

Ma un guizzo della geografia insieme all’unità politica nazionale portò Londra a diventare la prima metropoli diffusa in modo massiccio. L’essere la Gran Bretagna circondata dal mare proteggeva la sua capitale dagli invasori stranieri, e così la città si estese oltre le mura medievali coi nobili e borghesi a costruire palazzi di campagna e gli un tempo remoti distretti occidentali a intrecciarsi nel tessuto urbano. Londra diventava la città più dinamica e popolosa d’Europa, crescendo orizzontalmente.

Come Londra, la cui crescita incontrollata fu denunciata degli intellettuali dell’epoca, anche Los Angeles è stata definita un attaccaticcio disastro diffuso costruito dall’uomo. Norman Mailer, per esempio, descriveva la “monotonia a colori pastello ... delle infinite distese di Los Angeles ... costruite da apparecchi televisivi che danno ordini agli uomini”.

Ma L.A. stava diventando una città densa, e ora l’area metropolitana con oltre 2.700 abitanti per chilometro quadrato, è la zona urbana più densa degli Stati Uniti (a differenza della gran parte delle città sulla costa orientale, a L.A. anche le fasce esterne sono molto compatte).

”Los Angeles è la cosa più incredibile” dice Bruegmann a proposito della sua crescita verticale a partire dagli anni ‘70. Da allora, sostiene, città come San Francisco, L.A. o San Diego sono diventate ciò che chiama “una versione iper del resto del paese”.

E anche se traffico inquinamento e prezzi delle case possono scoraggiare gli abitanti, Bruegmann insiste che “il problema di Los Angeles è un problema di successo: è diventata così attraente che tutti vogliono abitare qui”. E l’ha fatto, continua, senza pagare i prezzi estetici e ambientali di città più diffuse, come Atlanta o Houston.

Per contro, sostiene, le politiche “ smart growth” di Portland, Oregon, hanno avuto risultati ambigui. Portland è eccezionalmente vivibile, ma non ha ridotto il proprio sprawl e resta un centro a bassa densità. Appena la densità aumenta, dice, vanno su anche i prezzi delle case.

Una delle affermazioni più scioccanti è quella secondo cui la diffusione suburbana aiuterebbe le città e i loro centri: baste guardare al modo in cui poveri e immigrati sono usciti da Lower Manhattan, per esempio, solo per vedere la zona rinascere come ambiente di vita chic per artisti e giovani. Ciò non sarebbe accaduto, dice, se strade e case al di fuori delle aree centrali non avessero risucchiato popolazione, consentendo a questi quartieri di riprendersi.

Anche i più appassionati del libro di Bruegmann sono impalliditi all’idea.

”È certamente vero che la deindustrializzazione di alcuni centri città offre delle occasioni” ha scritto il giornalista Alan Ehrenhalt in una positiva recensione sulla rivista di settore Governing. “Ma per ogni quartiere della inner-city svuotato e recuperato, molti altri sono stati solo svuotati, e disperatamente aspettano ancora che inizi una nuova vita. L’abbandono è un prezzo spaventosamente alto, per la possibilità di ripartire. Non credo che le amministrazioni di Detroit o di St. Louis troveranno molto consolante la lunga prospettiva di storia urbana di Bruegmann”.

Ma Bruegmann indica il centro di L.A., dove nota come questo processo, nonostante gli ultimi anni difficili, stia dando frutti. Nutre qualche simpatia istintiva per i critici anti- sprawl, così come ne ha per gli ambientalisti. Ma ritiene che entrambi i gruppi abbiano una prospettiva un po’ troppo ristretta per quanto riguarda i veri costi del proprio programma.

”Cercare di fermare lo sprawl, significa beneficiare un determinato gruppo” dice. “Significa arrestare la trasformazione e rendere più difficile per le persone arrampicarsi sulla scala sociale dei ceti medi. In definitiva ha degli effetti sulla mobilità sociale ed economica”.

Lo sprawl può non essere inevitabile ma, dice, è “totalmente essenziale” al funzionamento di una società libera. “Va direttamente al cuore delle aspirazioni delle persone: quello che vogliono essere, come vogliono vivere”, racconta Bruegmann. “E interferire può essere molto, molto rischioso”.

Nota: qui il testo originale in inglese ; il libro di Bruegmann era già stato presentato in una rassegna del Boston Globe sulle "Virtù dello Sprawl" (f.b.)

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