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Francesco Erbani
L’Italia possibile di Manlio Rossi-Doria
20 Gennaio 2007
Altri padri e fratelli
Ricordo di un grande territorialista, sui cui insegnamenti sarà utile ricominciare a riflettere. Da la Repubblica del 15 giugno 2005

L’italia possibile di Manlio Rossi-Doria

Il "finito di stampare" reca la data del 17 gennaio 1981. Appena due mesi dopo il tremendo terremoto del 23 novembre 1980, il Centro studi di Portici diretto da Manlio Rossi-Doria aveva già pronto un volume con un’indagine puntigliosa dell’area investita dal sisma – quasi trecentomila ettari fra Campania e Basilicata – , una sua descrizione geografica, economica e antropologico-culturale, un’indagine che si chiudeva indicando una serie di direttrici da seguire per la ricostruzione.

È in questa esperienza di studio militante, di analisi e di concretezza politica rigorosamente concepita sui campi lunghi della storia, che si condensano il metodo e la personalità stessa di Rossi-Doria, economista agrario, meridionalista e uomo di battaglie civili di cui in questi giorni ricorre il centesimo anniversario della nascita (ieri la sua figura è stata commemorata a Roma da Giorgio Napolitano durante un convegno organizzato dal Senato e dall’Animi, Associazione nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia).

Rossi-Doria nasce a Roma, figlio di un assessore della giunta radicale di Ernesto Nathan, ma a diciannove anni le sue passioni lo conducono verso il Mezzogiorno, dove si iscrive alla facoltà di Agraria di Portici. È il luogo dove il Sud viene indagato al riparo dalle grandi sintesi storiche e ideologiche che lo descrivono come un universo compatto: Rossi-Doria studia chimica, botanica, entomologia, microbiologia, mineralogia e geologia. In Val d’Agri, in Lucania, impara da Eugenio Azimonti, un grande agronomo, come si conduce un’azienda, quali sono le pratiche colturali e zootecniche. Azimonti è anche autore di un libro, Il Mezzogiorno qual è, che contiene già nel titolo un programma d’azione avverso alle fumisterie o alle illusioni che deformano la percezione della realtà.

Il Mezzogiorno e la sua arretratezza. I paesaggi coperti di immensi possedimenti fondiari in mano a poche persone, incolte e incapaci di migliorare. I terreni abbandonati, la miseria contadina, una natura ostile: sono questi gli spezzoni d’immagine che si stampano nei suoi occhi e che il giovane studioso porta con sé nel carcere fascista, dove resta dal 1930 al 1935, nel confino in Basilicata – dove partecipa alle discussioni che conducono Eugenio Colorni, Ernesto Rossi e Altiero Spinelli a scrivere il Manifesto di Ventotene – nel partito d’Azione e poi nella Resistenza romana.

Nel ‘44 al Nord la guerra continua, ma Rossi-Doria ha lo sguardo concentrato sugli elementi di fondo che attraversano la società italiana, con o senza il fascismo. E ammonisce quei compagni azionisti convinti che nel ventre del Sud vibri un fermento rivoluzionario: «Ormai», scrive in una lettera a Leo Valiani, «camminavo tenendo davanti agli occhi la diversa prospettiva che la rivoluzione non ci sarebbe stata, che il vecchio avrebbe preso il sopravvento sul nuovo, che la sinistra sarebbe stata sempre sconfitta sino a quando non avesse imparato a fare i conti con la realtà e ad acquistare le doti dei cavalli dal fiato lungo».

L’argomento razionale, la sua verificabilità, la costante messa in discussione dei dati acquisiti sono i cardini della sua mentalità di studioso e di politico. L’analisi e la passione civile. Rossi-Doria partecipa al dibattito sulla riforma agraria, alla fine degli anni Quaranta, spinge affinché lo Stato rompa gli assetti proprietari, distribuendo le terre a chi le avesse fatte fruttare. Critica l’opposizione dei comunisti e fra il ‘49 e il ‘52 lavora in Calabria, cura gli espropri e gli accorpamenti delle particelle fondiarie. Ma poi rimane molto scettico quando constata che la Democrazia Cristiana oltre che avviare lo sviluppo dell’agricoltura, agevolando la formazione di moderne aziende, intende soprattutto creare una truppa di piccoli contadini proprietari del solo terreno, incapaci però di renderlo produttivo, perché senza mezzi e senza cultura, una truppa che avrebbe ingrossato l’elettorato clientelare e le file dell’emigrazione (non è un caso che qualche anno dopo Rossi-Doria sarà l’autore di un rapporto-denuncia sugli scandali di quel grande baraccone che era la Federconsorzi).

Rossi-Doria rifiuta di chiudersi entro confini specialistici e anzi pratica un dialogo fitto fra i saperi tecnico-scientifici e quelli umanistici. Prima della guerra ha collaborato con i grandi artefici delle bonifiche, fra i quali Arrigo Serpieri, e ha appreso quanto fosse difficile riportare fertilità in luoghi paludosi senza indagare, oltre che le condizioni fisiche dei suoli, anche la storia degli uomini e delle loro pratiche, i rapporti sociali, le abitudini culturali.

È la stessa attitudine che ispira l’indagine nelle zone colpite dal terremoto dell’80. Rossi-Doria ha settantacinque anni, è ancora mentalmente agilissimo e non sopporta i luoghi comuni che si abbattono sulle regioni piagate, quasi un secondo sisma. Sente dire che quella è una civiltà che andava estinguendosi, infetta dalla miseria e ormai senza storia, senza destino se non quello di distruggere e sbaraccare tutto, gli uomini e le bestie, di trasferire i paesi altrove e di avviare uno sviluppo industriale tutto incentivato e che non avesse alcun rapporto con i saperi locali: una specie di tabula rasa urbanistica e sociale. È il solito Mezzogiorno di cui molti parlano, che pochi conoscono, salvo le sue classi dirigenti che lo conoscono bene ma hanno l’occhio lungo sugli affari e sui modi per conservare potere.

Le frasi del rapporto (il volume si intitola Situazione, problemi e prospettive dell’area più colpita dal terremoto del 23 novembre 1980 ed è edito da Einaudi) sono dettate da limpidità di stile, dall’umile e ironica consapevolezza del sapiente rispetto allo sfoggio magniloquente: «Il dato che deve far meditare di più coloro che all’improvviso sono venuti in contatto durante l’ultimo mese con questi luoghi e questa gente, è di trovarsi in una regione antica, di antica e solida civiltà». Qui le popolazioni hanno vissuto per secoli «con la durezza e la modestia delle migliori società contadine d’Europa, accompagnate da un tenore di vita e da una dignità superiori a quelle allora esistenti altrove». Altro che civiltà in coma, che attende l’eutanasia delle ruspe: «Si è avuto, negli ultimi anni, un notevole consolidamento e rinnovamento dell’agricoltura, una diffusione delle attività terziarie tipica di una società in sviluppo e persino il sorgere (sia pure nelle forme sommerse tanto frequenti oggi anche altrove) di nuove piccole iniziative industriali». La ricetta di Rossi-Doria e dei suoi collaboratori, detta molto sinteticamente, esclude trasferimenti di popolazione e prevede interventi capillari, molto dettagliati e aderenti allo statuto dei luoghi, seguendo il motto: "per problemi diversi, politiche diverse".

La strada che viene intrapresa è tutta diversa: il cemento invade colline e vallate, i centri storici (non tutti, ma quasi) si svuotano, le aree industriali sono allestite su terreni golenali, le aziende nascono già morte, le opere pubbliche sono inservibili, i paesi senz’anima. E, dopo una pausa che durava da decenni, i più giovani tornano a emigrare. Le terapie proposte da Rossi-Doria, una specie di cura omeopatica che facesse perno sulle risorse di un organismo debilitato, ma non morente, restano sul fondo, ma non pietrificate, avvolte dalla nebulosa delle politiche e degli affari, eppure capaci di of

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