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Sylvie Tissot
L’invenzione dei «quartieri sensibili»
17 Ottobre 2007
Periferie
La transizione delle periferie francesi, nelle politiche pubbliche: da città in costruzione ad area problema. Le Monde Diplomatique, edizione italiana, ottobre 2007 (f.b.)

«QUARTIERI-GHETTO», «quartieri sensibili» o altri «quartieri d’esilio» sono, da una ventina d’anni, oggetto di articoli allarmistici o sensazionalistici (1). Ma è solo questa la cosa su cui dobbiamo riflettere e preoccuparci? Perché queste categorie territoriali, che emergono in Francia dagli anni 1985-95, non sono un semplice «riflesso», per quanto deformato, della realtà sociale; non si tratta soltanto di esagerazione o di menzogne. È in gioco anche e soprattutto una nuova maniera di guardare alla povertà urbana e di riflettere su di essa che, paradossalmente, insistendo sulla gravità del «problema», ha come caratteristica principale quella di occultare l’origine della dominazione sociale, economica o razzista.

Come si è arrivati a questo punto?

Per capirlo, conviene distogliere lo sguardo – almeno per un momento – da quegli eterni oggetti d’indagine, i «quartieri sensibili» e i loro abitanti, per interessarsi al modo in cui il «problema delle periferie» è stato definito negli anni 1985-1995. È a quell’epoca infatti che una nuova politica pubblica è stata messa in atto in 500 quartieri di edilizia popolare. Questa focalizzazione ha avuto un doppio effetto. I dispositivi della cosiddetta politica «della città» hanno permesso di rinnovare numerose zone della parte vecchia della città ( cité), offrendo un sostegno messo in campo a livello locale da professionisti dello sviluppo sociale. Nello stesso tempo, i finanziamenti supplementari ottenuti e spesi non hanno mai preso la forma di una ridistribuzione sociale e spaziale delle ricchezze, suscettibile di arginare il fossato delle disuguaglianze economiche.

Malgrado i numerosi appelli al «piano Marshall per le periferie», i finanziamenti sono stati limitati. D’altra parte, dei tagli severi erano nello stesso tempo stati inflitti alle politiche sociali in materia di educazione o di sanità, in quegli stessi quartieri popolari.

Inoltre, la focalizzazione sui «quartieri sensibili» non riguarda che determinati aspetti. La diagnosi sulla quale si è appoggiata la politica della città non si è limitata al fabbricato; la riabilitazione dei vecchi quartieri degradati è stata condotta sulla base di una nuova parola d’ordine: la partecipazione degli abitanti. Per iniziativa degli attori locali, si sono allora sviluppate riunioni di concertazione sulla riabilitazione delle cité, picnic collettivi e consigli di quartiere in cui questi abitanti dovrebbero porre le loro domande perché vengano più ascoltate.

Simili procedure sono necessarie.

Ma, mentre si insisteva su questo, passavano in secondo piano realtà economiche, come la disoccupazione, che gli abitanti di quei quartieri, per buona parte operai e/o immigrati, subiscono in pieno. I «quartieri» hanno attirato l’attenzione dei poteri pubblici, ma al prezzo di un altro riposizionamento delle «difficoltà». Le griglie territoriali, che sono state massicciamente utilizzate per ripensare la povertà, hanno giocato un ruolo paradossale, funzionando come eufemismi per designare gli abitanti non più in riferimento allo status sociale, ma in funzione della loro «origine» nazionale, culturale o «etnica ». Questa etnicizzazione della questione sociale (che affonda le radici molto indietro nella politica della città) ha avuto l’effetto di presentare le cosiddette origini «etniche» come problemi – cioè come minacce – per la società, e non come problemi per le persone vittime di razzismo.

«Cittadinanza», «partecipazione degli abitanti», «progetti», «valorizzazione della «prossimità« e del «locale », «trasversalità» e «concertazione» tra «partner»: è difficile interrogarsi su queste parole d’ordine tanto sono diventate familiari. L’indagine è tanto più difficile in quanto quel vocabolario ci sembra ormai umanista e progressista, in un contesto politico in cui la retorica dell’insicurezza, della «feccia» e delle «zone senza diritto» è prevalente.

Eppure, la partecipazione degli abitanti, quando è diventata la panacea per curare il «male delle periferie», è stata definita in maniera singolarmente restrittiva: occultamento delle condizioni di vita materiali in favore del «dialogo » e della «comunicazione»; psicologizzazione e dunque depoliticizzazione dei problemi sociali, alimentate da una rappresentazione del quartiere come spazio neutro e pacificatore; valorizzazione della buona volontà individuale così come delle soluzioni modeste e puntuali, svalorizzazione concomitante della conflittualità e delle rivendicazioni troppo «politiche».

Una serie di libri e di manuali destinati ai nuovi professionisti dello sviluppo sociale spiegano per esempio come trasformare le «rivendicazioni in proposte », le «domande di assistenza in progetto di sviluppo» e, soprattutto, secondo la formula consacrata dall’uso, come insegnare agli abitanti a «pescare il pesce » piuttosto che riceverlo. Si vede così in che modo la politica della città ha partecipato alla ridefinizione delle politiche sociali come interventi individualizzanti e «responsabilizzanti», intimando agli abitanti di «prendere in mano» le trasformazioni necessarie.

Inoltre, la svolta repressiva che ha luogo a partire del 1997 ha un rapporto con la maniera in cui è stato definito il problema dei quartieri dal 1985 al ’95. Poggia sulle stesse categorie territoriali e apparirà tanto più legittima in quanto, già da dieci anni, la povertà viene presentata come una questione innanzitutto psicologica e locale, e che gli individui che la subiscono sono invitati a riformare se stessi piuttosto che puntare il dito sui meccanismi strutturali che li condizionano.

La storia di questa depoliticizzazione presenta tuttavia degli aspetti sorprendenti. Affonda infatti le sue radici in un forte movimento di protesta. Durante gli anni ‘60, urbanisti, lavoratori sociali, militanti e ricercatori hanno denunciato l’approccio autoritario e tecnocratico dello stato pianificatore per promuovere, in nome del «quadro di vita», un’azione definita «globale» di riabilitazione delle cité, che coinvolgesse le collettività locali, e funzionasse sulla base di una maggiore concertazione con gli abitanti. Un movimento particolarmente importante si è sviluppato, in Francia come in altri paesi europei o americani, contro l’urbanismo delle torri, delle barre e delle autostrade, e contro le operazioni brutali di rinnovamento nel centro città. I principi fondanti delle politiche della casa dal dopo guerra (la pianificazione urbana e l’affermazione dello stato, rappresentante e promotore dell’interesse generale) subiscono negli anni ’70 una carica supplementare, anche se l’ispirazione ideologica è tutt’altra, con l’avanzata dei dogmi neoliberisti.

La crisi profonda che ne segue apre allora la strada ad altri modi di fare e di pensare i problemi urbani. La politica della città è il risultato di questi movimenti riformatori, ma le sue manifestazioni concrete si comprendono solo in rapporto al contesto in cui essa s’è istituzionalizzata. Negli anni ’80, la sinistra al potere si decise a compiere la svolta detta «del rigore».

Provenienti, per la maggior parte, dall’ambiente dell’associazionismo e del parapubblico, ma anche da tutto il movimento critico e contestatore del dopo- maggio ’68, i promotori dello sviluppo sociale dei quartieri occupano posizioni marginali nell’amministrazione. La politica della città, per la quale cercheranno di consolidare le esperienze condotte nei quartieri a insediamento sociale, offre loro una riclassificazione professionale e un luogo di riconversione militante (2).

Ma questo è possibile solo a prezzo dell’adesione al reinquadramento di bilancio e alla ridefinizione delle politiche sociali, concepite ormai non più come politiche di ridistribuzione ma come la messa in campo locale e minimale di una rete di sicurezza per i meno favoriti.

Il termine «quartiere», prima «di habitat sociale», poi «in difficoltà» e infine «sensibile», si carica di connotazioni negative: si descrivono questi territori come zone che hanno più bisogno dell’intervento di terapeuti che dello sviluppo di un’azione autonoma. In modo che la dimensione di protesta, molto presente nell’appello alla mobilitazione degli abitanti, si eclissa per far posto a un’azione pubblica razionalizzata, con produzioni statistiche e sviluppo di un nuovo settore professionale: lo sviluppo sociale urbano.

Non soltanto gli attori della politica della città si sottomettono a questo nuovo quadro politico, ma alcuni di loro, desiderosi di riformare lo stato e non soltanto i quartieri disagiati, adotteranno in egual musura la tematica della «modernizzazione dei servizi pubblici» che, nelle versioni liberali dominanti, si riduce spesso a un semplice arretramento (3). Si vedono così degli ex militanti (provenienti dal movimento maoista, per esempio) mostrare una diffidenza crescente verso gli abitanti accusati di compiacersi dell’assistenzialismo, e soprattutto verso lo stato in quanto tale, sospettato di incoraggiare questo assistenzialismo e di non generare che disfunzioni e rigidità.

Oltre le traiettorie dei promotori di un’azione sui «quartieri» e le scelte della sinistra governativa, gli intellettuali hanno giocato un ruolo-chiave. Nelle università come nei ministeri, la questione delle periferie genera una vasta produzione letteraria, che non si limita a un’analisi dei problemi sociali ed economici. Diversi intellettuali hanno maturato l’idea che quei territori segnino o incarnino l’avvento di una nuova questione sociale.

Ora, questa griglia interpretativa, ripresa dai media e utilizzata dagli attori della politica della città, postula che i problemi sociali mettano ormai in gioco degli «esclusi» e degli «inclusi» e siano unicamente legate alla città. Un certo numero di lavori, strettamente connessi al concetto di esclusione, sono perciò venuti a legittimare l’arretramento delle questioni legate al lavoro. Queste ultime apparterrebbero a un periodo che si vorrebbe passato, e bisognerebbe adesso rivolgersi verso le periferie, territori percepiti come «tagliati fuori» o «relegati», e venire in aiuto a delle popolazioni descritte come «dimenticate» e non più «sfruttate» o «dominate» (4).

Ultimo elemento-chiave: l’atteggiamento dei municipi, in primo luogo quelli gestiti dalla sinistra, in cui si trova la maggior parte dei quartieri d’habitat sociale. Dalla fine degli anni ’80, questi municipi hanno adottato la tematica dell’«esclusione» nei «quartieri » e ne hanno ratificato la dimensione spoliticizzante. La politica della città ha conferito credito e, soprattutto è apparsa all’inizo degli anni ’90 come portatrice di soluzioni nuove per inquadrare la gioventù degli strati popolari (evitando così le «rivolte»). Ben più a lungo, la «democrazia locale» ha suscitato la speranza di colmare il fossato che si è aperto tra la classe politica e i cittadini, segnatamente quelli delle classi popolari (5).

La «spazializzazione dei problemi sociali» (6) ha per effetto quello di rendere invisibile tutto quello che la situazione dei quartieri più poveri deve a quel che succede negli altri universi, come i «bei quartieri», meno mediatizzati ma altrettanto chiusi, o ancora il mondo del lavoro in cui si disfa e si ricompone la «condizione operaia» (7).

Ma bisogna insistere sulle battaglie simboliche dagli effetti decisivi che si giocano nei ministeri, gli uffici degli esperti, i media... e anche presso gli intellettuali, e il cui esito da diversi decenni porta a far dimenticare l’impatto delle politiche macroeconomiche, la rimessa in causa della funzione ridistritutrice e protettrice dello stato sociale, o ancora l’ampiezza e l’impunità delle sue discriminazioni.

(1) Loïc Wacquant, Parias urbains. Ghetto. Banlieues. Etat, La Découverte, Parigi, 2006.

(2) Cfr. Reconversions militantes, Presses universitaires de Limoges, 2006.

(3) Yasmine Siblot, Faire valoir ses droits au quotidien. Les services publics dans les quartiers populaires, Presses de Sciences Po, Parigi, 2006.

(4) François Dubet e Didier Lapeyronnie, Les Quartiers d’exil, Seuil, Parigi, 1992.

(5) Michel Koebel, Le Pouvoir local ou la démocratie improbable, Editions du Croquant, Bellecombe-en-Bauges, 2006.

(6) Sylvie Tissot et Franck Poupeau, «La spatialisation des problèmes sociaux », Actes de larecherche en sciences sociales, n. 159, Parigi, settembre 2005, p. 5-9.

(7) Michel Pinçon e Monique Pinçon-Charlot, Grandes Fortunes. Dynasties familiales etformes de richesse en France, Payot, Parigi, 2006 ; Stéphane Beaud e Michel Pialoux, Retour sur la condition ouvrière. Enquêteaux usines Peugeot de Sochaux, Fayard, Parigi, 2005.

(Traduzione di E.G.)

Nota: Sylvie Tissot è ricercatrice in scienze sociali all’università Marc Bloch di Strasburgo, autrice di L’Etatet les Quartiers. Genèse d’une catégorie del’action publique, Seuil, Parigi, 2007; un percorso del tutto divergente da quello descritto è quello antagonista che conduce ad esempio ai centri sociali autogestiti italiani in quanto Conflitti emergenti dal territorio così come descritto in questo saggio deli anni '70 (f.b.)

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