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Sergio Sergi
Libertà di informazione: per l'Europa Berlusconi è fuorilegge
18 Agosto 2005
Articoli del 2004
L'Europa se ne è accorta, e gli italiani? Da l'Unità del 23 aprile 2004

Riemergono dall’emiciclo suonati. I parlamentari di Forza Italia e An devono, in qualche modo, giustificare la sconfitta appena subita. La relazione sulla libertà dei media in Europa e sui rischi di violazione del diritto all’informazione è stata approvata. Dopo una settimana di passione. La relazione passa con l’86 per cento dei votanti. Ottiene 237 “sì” del Pse (con gli italiani Fava, Ghilardotti, Lavarra, Napoletano, Napolitano, Paciotti, Pittella, Ruffolo, Sacconi, Vattimo, Veltroni e Volcic), dei Verdi (con l’italiana Frassoni), del Gue (con gli italiani Cossutta, Di Lello, Manisco e Vinci) dell’Eldr (con gli italiani Calò, Costa, Di Pietro, Formentini, Procacci e Rutelli). I voti contro sono stati soltanto 24 (tra gli italiani, i radicali con Pannella e Bonino) perché i gruppi del Ppe e della destra Uen scelgono la via inedita della non partecipazione per protesta.

Niente voto. Sapevano di perdere e, invece di opporsi pigiando i pulsanti, restano a chiacchierare. Si dissociano dal Ppe tre deputati giscardiani che votano e votano “sì”, tre parlamentari euroscettici danesi, mentre altri 9 deputati del Ppe, tra cui l’ex ministro francese Lamassoure, si astengono. Espressioni significative e di insofferenza in un gruppo che ha cambiato, progressivamente, i propri connotati (dall’ingresso di Forza Italia e dei conservatori britannici). Uno smarrito Scapagnini, medico di Berlusconi fatto rientrare precipitosamente a Strasburgo, si aggira tra i banchi con il senso del vuoto. I deputati di Fi e An trascinano, in una pratica del tutto sconosciuta sinora alla storia del parlamento europeo, i loro gruppi di appartenenza. Non era mai accaduto. Evidentemente, Berlusconi è in grado, ormai, di pretendere anche questo dal tedesco Hans Poettering, il capogruppo. L’unica consolazione: nel rapporto è stato cancellato il nome di Silvio Berlusconi. Non si usa, per eleganza, citare le persone in risoluzioni ufficiali. Accontentati. Così Berlusconi, nella relazione, sarà indicato come l’”attuale presidente del Consiglio italiano”.

Escono dall’aula e si scagliano contro la “sinistra” e contro i “comunisti”. Ma si capisce che ce l’hanno con uno che comunista non è mai stato e non lo sarà mai. Il bersaglio è il presidente del Parlamento europeo, il liberale irlandese Pat Cox, definito, in aula in scomposti interventi, come l’autore di un’impresa “nefasta”. Uomo che ha tradito il “senso della democrazia in questo Parlamento”, sentenzia il forzista Guido Podestà, il quale, peraltro, è uno dei vice di Cox. Curioso destino degli autentici liberali. Cox non è il presidente delle forze progressiste e di sinistra. Due anni e mezzo fa, nel gennaio del 2002, venne eletto alla carica più alta da una maggioranza che fece perno sul Ppe e sulla destra. Il candidato della sinistra, il laburista David Martin, venne sconfitto. Al centro destra, ora, non va proprio giù il fatto che il “suo” presidente abbia utilizzato le prerogative del regolamento per consentire la votazione della relazione sui media contro cui, proprio alla fine dell’iter parlamentare, si è concentrato l’attacco ostruzionistico. Cox resiste sino all’ultimo, non si lascia intimidire e permette, autorizzando la votazione del testo paragrafo per paragrafo. I 338 emendamenti del centro destra decadono automaticamente, essendo stati approvati i paragrafi del documento di base. La destra grida al complotto. Che non esiste. Si scaglia contro Cox e la mite relatrice: un’altra liberale, l’olandese Johanna Boogerd-Quaak che, continuamente, si dice “attonita” per le bordate che le giungono dai forzisti.

È l’ultima tornata di voto del Parlamento prima dello scioglimento. Il verde Cohn Bendit prende in giro Tajani e i suoi colleghi: “Avete fatto persino gravi errori di tattica parlamentare e siete caduti nel ridicolo”. Il fatto è che, per tentare di sabotare la relazione che denuncia, tra gli altri rilievi, il gravissimo e irrisolto conflitto d’interessi del presidente del Consiglio italiano, Fi e An provano l’ultima chance: chiedere il rinvio del rapporto in commissione. Il voto dell’aula li inchioda: raccolgono soltanto 214 voti ma 259 parlamentari respingono la proposta. Un applauso sottolinea l’ultimo, fallito, assalto. L’applauso si ripete dopo la proclamazione dell’avvenuta approvazione della relazione. L’on. Boogerd-Quaak dice: i parlamentari hanno avuto il coraggio di esprimersi contro i rischi per la libertà e il pluralismo dei media. Adesso la Commissione dovrà presentare una proposta di direttiva”.

“È un successo del Parlamento europeo mentre la destra ha rifiutato il confronto e ha pure sbagliato tattica”, dice Pasqualina Napoletano, e aggiunge che il presidente Cox “è stato bravo nel difendere il diritto di voto su una relazione”. Per Francesco Rutelli, che è rimasto come gli altri per tutti i quattro giorni di battaglia (come Walter Veltroni, partito per le celebrazioni del “Natale di Roma”, e rientrato nella notte a Strasburgo), il voto dimostra che “si è meno soli adesso” contro la “monumentale anomalia italiana rappresentata dal conflitto d’interessi del premier”. Di Lello sottolinea la “vittoria europea, non solo italiana”; Mariotto Segni (eletto con An) ricorda d’essere stato tra i promotori dell’iniziativa ma non la conclude con il voto perché assente; Frassoni invita l’Ue ad “attivarsi dopo il voto” e Beppe Giulietti (Articolo 21) da Roma afferma che l’Europa “adesso è pronta per bocciare anche la Gasparri”. Il capogruppo di Fi, Tajani, appare stremato. Consegna questo testamento ai cronisti: “Valuteremo nella prossima legislatura. I liberali ci hanno lasciato molto perplessi, sono sembrati più orientati a schierarsi con la sinistra…”. A fine legislatura, quanto apprezzerà Berlusconi questo risultato del suo capogruppo?

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