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Pietro Citati
La Liguria senza cemento.
11 Marzo 2006
Articoli del 2006-2007
“Le meraviglie di Cervo, piccolo borgo antico in riva al mare”, con una postilla sul “progresso”. Da la Repubblica del 11marzo 2006

Ho passato molte estati della mia vita in un bellissimo paese della riviera Ligure occidentale, tra Alassio e Imperia: Cervo Ligure. E le rare volte in cui penso al mio passato, mi accorgo che è l´unico luogo che conservo, intero o quasi intero, nella mente. Il paese risale all´undicesimo secolo: quando ero ragazzo, conservava il suo profumo medioevale. Strade che risalivano ripidissime, interrotte da fitti gradini: vicoli, vicoli e vicoli, portici, gallerie, sottopassaggi, archetti e arconi, case che aprivano le persiane nelle persiane della casa di fronte, antiche fontane, davanti alle quali le donne facevano conversazione dalle otto alle dodici di ogni giorno, grosse sbarre di ferro che salvaguardavano i muri contro il terremoto. Ogni tanto, una panchina permetteva agli anziani di riprendere fiato: mentre i bambini correvano follemente, risalendo in quattro minuti tutto il paese, presi dalla gioia e dall´ebbrezza della salita.

Il paese sapeva di pietra: salvo i luoghi dove innumerevoli gatti semiselvaggi alzavano la coda, spiavano, si intrufolavano, si azzuffavano, si contendevano furiosamente i resti del pesce abbandonato per loro nell´angolo di un giardino. Nella parte alta di Cervo, durante le giornate limpide, si scorgeva dal vasto sagrato l´ombra tenue della Corsica. A metà del sagrato, c´era una scalinata grandiosa come quelle di Roma secentesca. E lì sopra una chiesa barocco-rococò, con la facciata concava e un intreccio di frontoni, statue, stucchi, finestre, colonne, pilastri, che sembrava lavorata a mano da una ricamatrice laboriosa, mostrava le pallide creme dei suoi rosa e dei suoi verdini.

Fino agli inizi del Settecento, il paese era assalito dai pirati saraceni: forse gli stessi che nel medesimo periodo arrivarono fino alle coste dell´Islanda. Dappertutto furono costruite torri e torrette, che annunciavano con messaggi di fuoco l´arrivo dei pirati e preparavano le difese. Una di queste torri era diventata la terrazza di casa mia. Sulla facciata della casa, un modesto pittore di Porto Maurizio aveva effigiato, all´interno di una finestra cieca, un pirata barbaresco che stringeva tra le braccia una timida vergine ligure. Oggi i colori dell´affresco sono quasi cancellati, come se tutto fosse scomparso: i pirati, le difese, le flottiglie dei pescatori di corallo, e la storia di Cervo Ligure, che in quel tempo era così attiva, ricca e vivace.

* * *

Non parlerei di Cervo Ligure, se non fosse, per me, il paese dove ho scoperto i "nomi". Tutte le cose avevano un nome: ogni casa, ogni vicolo, ogni fontana, ogni giardino, ogni piccolo orto, uno slargo, un ciuffo di ulivi o di carrubi, le magre colline dove gli antichi capitani di mare coltivavano il pomodoro e il basilico, e nella pianura le serre con le primizie e i fiori.

Sopratutto, avevano un nome le spiagge. In fondo al paese, c´era il "Pilùn", una spiaggia di sassi quasi rotondi, suddivisa in nomi ulteriori. Nella "Mainetta", al riparo di una grande roccia rossastra, facevano il bagno i bambini di due o tre anni. Dopo i sei o i sette anni si avventuravano al largo. Scivolavano presso uno scoglio coperto di erbe e di alghe, la "Pulce", e presso il "Cascìn", del quale non riesco a ricordare niente. La meta era la "Ciappa", uno scoglio sottomarino a trenta o quaranta metri da riva, che dava l´impressione di stare sempre per uscire dalla superficie del mare. I bambini raggiungevano la "Ciappa": posavano i piedi sopra un foltissimo tappeto di alghe; e di lì salutavano trionfalmente la madre e i fratelli rimasti a riva. Era una specie di iniziazione. Chi aveva posato i piedi sopra la "Ciappa", apparteneva già al mondo dei veri nuotatori.

Verso Oriente, il "Porteghetto" distendeva le sue lastre rossastre, spaccate in due da un´insenatura: di lì si gettavano in acqua i virtuosi dei tuffi. Era il luogo dell´orgoglio virile e dell´esibizione. Quattrocento metri più avanti, discendevano le scogliere grigie delle "Ciappellette", circondate da decine di piccoli scogli, pieni di patelle, di granchi e specialmente di grossi granchi pelosi chiamati "fangulle". Lì la pesca diventava la caccia. Con un coltello o un robusto filo di ferro tra i denti, i ragazzi salivano le rocce, si insinuavano tra gli scogli, balzavano da una pietra all´altra. Avevano una meta: le fessure dove si nascondevano le "fangulle". In fondo alle fessure, si intravedevano il pelo, gli occhi loschi e brillanti, le grosse chele che attendevano, semiaperte, una preda invisibile. Bisognava tirarle fuori col fil di ferro, inseguirle se fuggivano in un altro nascondiglio, scovarle e riscovarle, o colpirle all´improvviso con un colpo spietato di coltello.

* * *

Ora che ripenso a quell´infinito intrico di nomi, a volte non riesco a ricordarli, li confondo e non so cosa darei per ritrovare il vero nome di una macchia o di un sasso. Chi aveva inventato quei nomi, non voleva certo appropriarsi della natura, marchiandola con un segno umano. Allora tutti sapevano che gli alberi e gli orti e le fontane e le spiagge erano "individui", e nascevano, vivevano e morivano obbedendo alla propria identità e al proprio nome. Nessuno cercava di abolire queste identità: una pianta di fichi fiore o di fichi "brigiassotti" aveva quasi il carattere individuale di un essere umano, e andava preservata con attenzione. Il bello dell´esistenza era proprio questo. L´universo era gremitissimo di creature viventi, tutte diversissime tra loro, e noi, uomini, portavamo soltanto una piccola parte dei nomi del mondo. Giravamo, guardavamo, ci intrufolavamo tra le creature: qualche volta le uccidevamo o ci perdevamo nel loro intrico; ma non cercavamo mai di inglobarle nel mondo umano.

Poi avvenne il disastro. Nella pianura, dove prima nasceva ogni specie di primizia, il terreno fu venduto, suddiviso, scavato, violato dalle ruspe, e persino sulla spiaggia, a cinque metri dal mare, sorsero orribili casamenti scuri: i "piemontesi" vennero a immergere i pallidi piedi nelle acque timorose del Mar Ligure. Moltissime cose furono abolite e scomparvero: ma il vecchio paese medioevale riuscì a salvarsi. Arrivò all´improvviso la grande epoca turistica, che devastò l´Italia e la Francia. Intere regioni furono immolate alle divinità delle vacanze.

Passarono molti anni. Le leggi italiane sull´ambiente vennero migliorate, poi peggiorate, poi di nuovo migliorate; e ora, a quanto pare, peggioreranno definitivamente, con la Riforma Regionale. Ma, da dieci o quindici anni, gli italiani (o vaste minoranze di italiani) stanno riscoprendo i nomi della natura e delle cose. Hanno compreso che le cose non sono sostituibili, come non sono sostituibili gli esseri umani. Nessuno esclude che un pino o un ulivo abbia un´anima: che essa ci protegga teneramente; o che una pietra possa avere un significato sacro. Il mondo degli individui torna a sembrare infinito: alberi, vecchie o nuove case, macchie, pomodori, spiagge, isole, fiumi, colline, e persino cose modernissime come un orologio o una giacca, hanno diritto allo stesso rispetto che chiediamo per noi. O maggiore, perché la natura e le cose sono indifese.

Mi sembra che questa sensibilità si diffonda sempre di più: in parte in modo segreto, in parte in modo pubblico, attraverso una miriade di piccole associazioni che si propongono di difendere un castello o una chiesa. Per un albero mozzato o vilipeso, qualcuno prova lo stesso dolore che sente per una creatura umana ferita. Molti obbietteranno che questi sentimenti finiranno per arrestare il progresso. Per conto mio, il progresso può addormentarsi o almeno assopirsi per qualche tempo, visto i disastri che ha combinato negli ultimi due secoli.

Postilla

La speranza non è che il progresso si addormenti o almeno si assopisca per qualche tempo, ma che invece si torni a un’idea umana, e non mercantile, di progresso. Il furto che è stato commesso ai danni della civiltà umana è stato questo: rovesciare ilsignificato delle parole, manipolando le cose. Oggi “progresso” non è misurato dalla crescita delle capacità di comprensione, di godimento, di saggezza degli uomini, ma aumento del Prodotto interno lordo (che aumenta due volte se costruisci una casa abusiva e poi la demolisci, che aumenta se fai una guerra e non aumenta se fai la pace).

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