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Sandro Roggio
La lezione di Antonio Cederna
12 Ottobre 2006
Scritti su Cederna
Il primo a denunciare lo scempio delle coste e la colonizzazione turistica della Sardegna. Da la Nuova Sardegna, 12 ottobre 2006 (m.p.g.)

A dieci anni dalla morte c’è un ritorno di attenzione verso Antonio Cederna, come dimostra anche la riedizione de «I vandali in casa» curata da Francesco Erbani. Ci è mancato, il contributo di Cederna. Il movimento che si batte per la tutela delle coste, i sardi, gli devono molto: senza le sue denunce chissà quanti altri scempi si vedrebbero in giro per la Sardegna. La sua assenza ha pesato nel confronto di questo decennio di cui sarebbe stato informatissimo, per la propensione ad affezionarsi ai luoghi che visitava.

Qualcuno ha notato un aspetto rimasto in ombra: che un intellettuale nato al Nord e trasferito a Roma si fosse innamorato della «città più bella e più complessa del mondo», preoccupato dei pericoli che correva fino al punto di dedicare ad essa la gran parte dei suoi studi e delle sue attenzioni di archeologo-urbanista. La sua generosa disponibilità a muoversi continuamente, lo portava a riflettere con puntuale attenzione, e con molta rabbia, sulla progressiva distruzione del paesaggio del Bel Paese (di cui rischia di restare solo l’etichetta di un formaggio, aveva detto in uno dei tanti dibattiti); un’attenzione che ha sempre sottinteso il senso unitario del paesaggio italiano e avvertito il rischio di una irreversibile perdita di scenari differenti ma collegati da vicende storiche comuni.

Per tanti anni ha scritto sul Mondo di Pannunzio, poi sull’Espresso e sul Corriere della Sera, quindi su La Repubblica articoli di fuoco contro gli scempi di località più o meno note delle diverse regioni italiane. Le sue denunce sono arrivate, provvidenziali (o sgradite), ad interessare moltissimi casi variamente ubicati. Contro gli sventramenti di Roma e le speculazioni sull’Appia antica, per la tutela dei centri storici, per l’istituzione di vincoli su aree a rischio ecc. Una linea coerente di interventi che ha contribuito a far crescere una più estesa ed articolata nozione di bene culturale.

Ha iniziato a occuparsi della Sardegna tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta. Quando era sulla cresta dell’onda l’iniziativa dell’Aga Khan in Gallura. E quasi tutti applaudivano senza riserve e passava inosservato il fatto che il Programma di fabbricazione di Arzachena - una previsione spropositata in riva al mare di 370.000 vani - era redatto dal progettista di fiducia del principe, inaugurando la sciagurata teoria della coincidenza degli interessi dell’azienda Costa Smeralda con quelli pubblici.

Cederna, irritato dalla «speculazione d’assalto» alle coste sarde, prefigurava con la metafora della città lineare l’esito che in parte si realizzerà. «E’ un’impresa - scriveva - che abbiamo definito di speculazione e di colonizzazione perché si è avvalsa della depressione economica della zona [...] Un’impresa che si è giovata in parte della compiacenza pubblica e che oggi [...] ad altro non mira che alla massima, diffusa edificabilità per ottenere il massimo profitto nel mercato dei terreni. Una impresa destinata a provocare difficoltà e distorsioni economiche senza scampo».

Tra il 1970 e il 1972 scrive diversi articoli sui lavori in corso nelle coste sarde sul Corriere diretto da Giovanni Spadolini (che più tardi, nel 1975, costituiranno la struttura di un capitolo del libro «La distruzione della natura in Italia» intitolato «I nuovi saraceni in Sardegna»). La sua denuncia arriva inattesa a guastare il clima di consenso unitario sulle iniziative di Karim e apre qualche breccia nel silenzio sulle prospettive di sviluppo di questa impresa. Soprattutto provoca nel 1970 il famoso incontro a Cagliari tra rappresentanti di ministeri, della Casmez e delle Soprintendenze che esprimono contrarietà alla proposta chiedendone il ridimensionamento. Un atto che segna la prima la prima minaccia sdegnata del principe di lasciare l’isola.

Due articoli pubblicati nel luglio del ‘70 scatenano la reazione del giovane Aga Khan che cita una prima volta il quotidiano milanese per danni provocati alla immagine dell’ azienda, per proseguire con altre querele per articoli e interviste successive contro Cederna, Giorgio Bassani all’epoca presidente di Italia Nostra e Giorgio Bocca. Lo stesso Cederna si lamenta a posteriori della «gazzarra dei giornali sardi» che da una parte raccontano di una congiura dei milanesi a danno dell’isola, dall’altra insinuano un inesistente interesse dei Crespi, proprietari del Corriere, a spostare il baricentro degli investimenti a sud della regione.

Nonostante lo sdegno di altri commentatori (su alcuni quotidiani italiani e anche su Le Nouvel Observateur) l’assalto alle coste non si ferma e specialmente i propositi negli anni Ottanta sembrano inarrestabili. La Nuova Sardegna pubblica il dicembre del 1982 e il gennaio del 1983 un’inchiesta curata interamente da Cederna dedicata alle previsioni dei comuni costieri. Il clima è mutato e questo nuovo intervento colpisce l’opinione pubblica; anche perché i dati che nel frattempo vengono forniti dalla Regione non possono lasciare indifferenti: 70 milioni di metri cubi - specialmente case da vendere - incombono dappertutto e si osserva amaramente che il fenomeno denunciato tempo addietro si è esteso, il danno è gravissimo e potrebbe assumere dimensioni estreme.

Si apre, anche a seguito di queste denunce, la fase che condurrà ai risultati noti, dalla legge urbanistica al piano paesistico del ‘93, durante la quale non mancheranno interventi schierati - ancora su La Nuova Sardegna- utili per incoraggiare gli atteggiamenti più consapevoli e rigorosi. La grande lezione di Antonio Cederna è più che mai attuale, la sua linea di conservazione radicale del paesaggio trova oggi eco in Sardegna anche nella politica, che lui guardava con diffidenza.

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