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Fabrizio Bottini
Invito a leggere G. Brooke Taylor
14 Aprile 2004
Periferie
Fabrizio Bottini mi scrive (7 settembre 2003) che approfitta “di un giorno (sinora) senza esternazioni del cav. B., per una postilluccia sulla questione periferie, stimolata dall'intervento di Stefano Fatarella, con cui concordo pienamente salvo sui temi strettamente ‘sociali’. Dato che Fatarella – prosegue Bottini - sembra identificare un periodo positivo nel decennio '50, allego quindi un reperto di questa epoca, che mi pare riassuma brevemente e autorevolmente parecchie delle questioni aperte. Spero che chiarisca anche la mia presunta ‘ambiguità’, come la chiami nella premessina”. Mi invia (e inserisco nel sito) alcuni estratti da: G. Brooke Taylor, “La soddisfazione sociale in urbanistica”, Town and Country Planning, marzo 1958, pp. 116-120, traduzione e premessa di Fabrizio Bottini.

Premessa

Il breve brano che segue, estratto dall’articolo di G. Brooke Taylor, si inserisce in una serie di contributi ospitati dalle riviste britanniche a cavallo fra gli anni ’50-’60, quando nel piano della prima fase di realizzazione dei vari grandi programmi di edilizia residenziale pubblica, iniziano ad emergere problemi in parte inattesi di disadattamento sociale. La questione, che in Italia in modo abbastanza empirico trova una parziale risposta nella logica “familista-cattolica” del piano INA-Casa, soprattutto in Gran Bretagna stimola l’interesse professionale dei sociologi, che premono per essere integrati nei gruppi di lavoro urbanistici con pari dignità e ruolo rispetto ad architetti ed ingegneri. Anche oltre questi scopi contingenti (del resto sostenuti da alcuni programmi formativi e professionali dell’epoca), resta l’attualità di alcune osservazioni, che ben sottolineano come parecchi problemi tipici dei grandi quartieri monoclasse del secondo dopoguerra non nascano solo e semplicemente dai limiti di realizzazione, o dalla parziale realizzazione, di servizi e attrezzature indispensabili alla ricostruzione del sistema identitario che conosciamo come “città”. Brooke Taylor ci indica anche un altro vuoto “a monte”, ovvero quello di una progettazione sociale totalmente improvvisata, in tutto o in parte inconsapevole, da parte di tecnici dello spazio e delle strutture che si improvvisano sociologi, pieni di buone intenzioni tanto quanto potenzialmente pericolosi di fronte alla dimensione quantitativa e novità dei problemi.

Il sogno estatico di Le Corbusier

Molti architetti, in particolare, vogliono costruire per la gente, e cercano anche di farlo, ma questo desiderio nel loro cervello è inestricabilmente legato ad una visione puramente estetica. Le Corbusier pensava a sé stesso, evidentemente, come ad un sociologo, e il suo sogno, quasi estatico, della Ville Radieuse, comprende una straordinaria miscela di idee architettoniche e sociali. Ma, nella Unité d’Habitation di Marsiglia, i passaggi bui, la spoglia “sala comunitaria”, il gigantesco campo da giochi per bambini sul tetto, i negozi impossibili da affittare, mostrano evidenti i pericoli di un architetto di valore che gioca a fare il sociologo.

Ancora, l’architetto può riuscire in un progetto dove si giungono ad equilibrare desiderabilità sociale ed estetica. Ma lo stesso architetto, sollecitato sul versante economico, sacrificherà la componente sociale per conservare intatta quella estetica. È quello che ci si può aspettare, e la stessa cosa vale per ogni altro tecnico. L’ingegnere, o l’esperto finanziario, non sacrificano i bisogni della gente per indifferenza o disinteresse nei riguardi dei propri simili, ma per la logica inerente le proprie questioni professionali.

Debolezza del controllo democratico

C’è il controllo fornito dai rappresentanti popolari, eletti o nominati. Ma nemmeno questo può considerarsi più davvero efficace. Con la migliore buona volontà del mondo, e presupponendo un alto livello di intelligenza e competenza, nessun membro di commissione o comitato può sperare di mantenersi al passo coi dettagli di un progetto di grandi dimensioni, a parte il formulare, o l’approvare, i principi guida delle politiche. Dobbiamo riconoscere che le moderne realizzazioni su larga scala sono immensamente complesse. La creazione di un “vicinato” coinvolge la soddisfazione di una gran numero di bisogni, e l’intreccio di questioni tecniche, costruttive e sociali, le quali richiedono che vengano considerate le implicazioni sociali di ogni frammento del piano e della sua realizzazione in cemento e mattoni. Il personale di gestione dell’edilizia residenziale fa questo, sino ad un certo limite, ovvero sino a quando le questioni concernono strettamente la residenza. Ma essi tendono, inevitabilmente, a preferire soluzioni che replicano cose che hanno funzionato bene in passato, e a considerare i quartieri in un contesto ristretto.

La soluzione ovvia, sembra essere quella di una “consulenza sociale”, posta allo stesso livello tecnico dell’organizzazione preposta al progetto fisico. Come si dovrebbe provvedere, a questa “consulenza sociale”? Nelle condizioni attuali, si verifica una situazione estremamente confusa.

Le autorità pubbliche responsabili per i quartieri residenziali (molte delle quali realizzano un totale di aree di intervento che supera quello delle New Towns) non hanno nessun funzionario competente in questo campo. Solo quattro delle quindici New Towns hanno funzionari nel campo dello sviluppo sociale, e si può tranquillamente dire che essi sono impegnati principalmente su questioni comunitarie diverse da quelle che abbiamo sollevato qui. Nei casi in cui autorità pubbliche o enti di gestione delle New Towns intraprendono politiche sociali in urbanistica, lo stimolo sembra emanare dall’influenza esercitata da rappresentanti eletti o nominati, o da funzionari di altra professionalità che hanno preso l’idea da qualche rivista di sociologia, l’hanno vista applicata da un’altra autorità, o hanno avuto un’improvvisa illuminazione da soli.

I pericoli insiti in questo metodo casuale sono ovvi. La realizzazione di un sub-centro di vicinato nel quadro di un piano adeguatamente studiato può essere di grande valore, soprattutto se è seguita da uno studio sui risultati. La ripetizione dell’idea in un altro contesto di piano può risultare ridicola. L’idea della sala comune per inquilini come parte di un insieme coerente di sviluppo comunitario può essere valida. La sua duplicazione come “moda”, in una grande varietà di schemi insediativi, può essere solo uno spreco di risorse.

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