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Gigi Marcucci
Intervista a Campos Venuti, urbanista e partigiano
3 Agosto 2006
Articoli del 2006-2007
“Scelsi soprattutto la battaglia contro la rendita, di cui sono stato in qualche misura il protagonista culturale e scientifico”, afferma in questa bella intervista un padre dell’urbanistica italiana dei tempi più alti. Da l’Unità, Bologna, 2 agosto 2006

Ha attraversato gli incubi peggiori del Novecento ma, come urbanista, è riuscito a dare corpo ad alcuni tra i sogni migliori di quel secolo breve e violento. Giuseppe Campos Venuti, 80 anni domani. Partigiano a 17 anni. Un nome di battaglia, Bubi, che sembra uscire - è il caso di dire ante litteram - dalle pagine di Carlo Cassola. Reclutato dagli americani dell´Oss (Office of strategic services) e lanciato dietro le linee tedesche. Poi docente universitario, negli anni Sessanta amministratore chiamato a disegnare il volto attuale di Bologna, in particolare quello di periferie che - spiega - «non sono periferie». Presidente dell´Istituto nazionale di urbanistica, punto di riferimento per architetti di mezza Europa, a cominciare dagli spagnoli che, già sotto il franchismo, studiavano clandestinamente i suoi testi e pochi anni fa gli hanno dedicato un homenaje, un omaggio dal titolo «Urbanismo». E, ancora, insegnante a Berkeley, fatto non scontato per uno studioso iscritto al Pci, il padre di molti piani regolatori che la giunta Cofferati ha deciso di onorare il prossimo autunno con il conferimento di un premio, il Nettuno d´oro.

Campos parla come uno che ha affrontato i tornanti della vita senza mai fare imballare il motore. «Per il Novecento - dice - non parlerei di incubi. Io non sono uomo da incubi, userei piuttosto i termini "traversie" o "battaglie"». La sua ultima battaglia è quella per la riforma urbanistica, rimasta nei cassetti dei governi di centrosinistra. «È una riforma che non tratta più i privati come se avessero diritto ad avere gratis l´edificabilità. L´edificabiltà c´è dove decide il Comune, ma solo se in cambio viene data la metà dell´area gratis e il 20% dell´edificato in proprietà pubblica. Questa è una riforma praticabile: l´esproprio oggi significa solo regalare soldi alla speculazione»,

Cominciamo da un´altra battaglia. Quando Giuseppe Campos Venuti diventa il partigiano Bubi?

«Non lo ricordo come un passaggio traumatico. L´unico accadimento drammatico fu l´8 settembre 1943. Fui tra i pochi volontari che spararono contro i tedeschi a Porta San Paolo. A pochi metri da me morì Raffaele Persichetti, il mio referente dentro il Partito d´azione, prima medaglia d´oro della Resistenza. Per questo passai le linee, illudendomi di trovare l´esercito italiano. Questo, com´è noto, non c´era più e così finii nei servizi strategici americani. Bubi era semplicemente il mio nomignolo da bambino: diventò il mio nome di battaglia. A operazioni finite, con qualche sforzo, tornai ragazzo e mi iscrissi alla facoltà di Architettura».

A questo punto Bubi si trasforma nell´urbanista Campos?

«Il mio interesse per l´urbanistica nasce quando Aldo Natoli, in quegli anni capogruppo del Pci al Consiglio comunale di Roma, commissiona a un gruppo di giovanotti un´indagine da cui risulta che sette proprietari erano padroni di 27 milioni di metri quadrati intorno alla città. Fu così che scelsi l´urbanistica, ma scelsi soprattutto la battaglia contro la rendita, di cui sono stato in qualche misura il protagonista culturale e scientifico».

E arriviamo agli anni di Bologna, come assessore al fianco del sindaco Giuseppe Dozza.

«Ero candidato al Consiglio comunale di Roma quando arrivò dall´Emilia-Romagna la richiesta di un supporto specialistico. Allora a Bologna non c´era ancora un dipartimento di ingegneria e architettura e Alicata domandò a tre belle speranze, tra cui Aymonino, che divenne rettore a Venezia e Melograni, successivamente preside a Roma 3, di occuparcene».

Credo che non si possa parlare di quell´esperienza senza accennare a un altro passaggio importante, quello dal Partito d´azione al Pci.

«Fu un passaggio "freddo". A Napoli, nel sud dell´Italia occupata, il Partito d´azione e i socialisti, con l´atteggiamento giacobino tipico di quelle posizioni radicaleggianti, dicevano che, se il re non se ne fosse andato, non avrebbero partecipato alla guerra di liberazione. Quando arrivò Togliatti, spedito da Stalin, mi diede la linea più moderna possibile. Intanto bisognava cacciare fascisti e nazisti dall´Italia, con la monarchia ce la saremmo vista dopo. Nella sinistra italiana si cominciava già a parlare dei crimini di Stalin, ma scoprii nel Partito comunista italiano una potenzialità democratica. Direi che i fatti non mi hanno dato torto. A quell´epoca chiamarsi riformisti era pressoché vietato, ma io ero un urbanista e mi battevo per una cosa che si chiamava riforma urbanistica. Essere stato assessore di Bologna da questo punto di vista mi diede un ruolo nazionale»

Nasce Bologna come oggi la conosciamo, con periferie che, come qualcuno ha scritto, non sono state concepite come discariche sociali.

«Sono periferie che non sono periferie. Avevamo perso la battaglia per la riforma urbanistica nazionale, ma questo non ci impedì di applicarla come se fosse stata votata dal Parlamento. Espropriammo a prezzi di terreno agricolo, acquisimmo tutte le aree inedificate che c´erano ai margini del costruito, ma non in periferia. Il famoso Fossolo (una zona residenziale di Bologna ndr), di cui tutti parlano, è di tre chilometri più centrale del quartiere Due Madonne,l´ultimo quartiere fatto da Dozza nel ´57- ´58. I privati finivano ai margini del Comune, le case economiche popolari finivano nelle zone centrali. Questa operazione ci consentì di spostare all´esterno la Fiera e le attività terziarie, garantendo così la salvaguardia del centro storico ed evitando il rischio della cementificazione della collina».

Il riformismo di cui si parla oggi è lo stesso di ieri?

«Io non sono titolato a fare polemiche lessicali. Osservo però che oggi tutti i cambiamenti vengono chiamate riforme. Berlusconi ha fatto molte boiate chiamate riforme: quelle, in italiano corrente, sono controriforme. Le riforme sono le alternative alla forma cruenta del cambiamento. Non c´è una sola operazione del governo di destra che possa essere considerata riformista. Mentre quelle del centrosinistra lo sono state solo talvolta. Bersani è sicuramente riformista. I governi Prodi, D´Alema e Amato non fecero la riforma urbanistica per le contraddizioni che già allora emersero nel centrosinistra».

Sembra impossibile distinguere tra il Campos politico e l´urbanista.

«Certo. Studiando e facendo politica, ad esempio, ho appreso che rendere edificabili molte aree non ha mai comportato una riduzione dei prezzi, ma sempre tenere il prezzo massimo che i grossi proprietari determinano. La politica comincia quando dalla disciplina scientifica nasce una linea. La linea dell´esproprio generalizzato quando si pagavano prezzi agricoli era una linea riformista. Considero massimalisti quelli che oggi sostengono che i Comuni debbano pagare miliardi per acquisire aree: questo serve solo a remunerare la proprietà. Il meccanismo che proponiamo oggi come Istituto nazionale di urbanistica è cessione gratuita in cambio di edificazione».

Per andare da Termini a Trastevere, una volta si prendeva il taxi. Oggi lo si può fare in treno, in poco tempo.

Campos è stato consulente delle giunte Rutelli e Veltroni. «Era la soluzione che non sono riuscito imporre a Bologna, quella che io chiamo "la cura del ferro". Quando arrivai a Roma come consulente del Piano, questa fu la bandiera che Rutelli accettò di impugnare. Quasi mezzo secolo fa si diceva invece che l´automobile, allora mezzo per ricchi, doveva diventare un mezzo per tutti. Ora tornare indietro non è facile ma, come dimostra l´esperienza romana, non è nemmeno impossibile».

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